Beati i poveri, perché moriranno prima

Aspetto la morte con composta impazienza

A Stephen Hawking non importa di essere handicappato

Pubblicato da sdrammaturgo su 7 gennaio 2012

Assioma di Gianvincenzi: ogni proposizione
che comincia con “Il mio ragazzo…”, sarà una noia mortale.

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L’universo è infinito. Eppure, chi va a vivere a Londra continua a sentirsi un gran figo.
L’universo è infinito. Questo fa capire bene quanto sia piccola la Valle d’Aosta.
Pur nell’infinità dell’universo, la noia è ineliminabile. Quindi provate ad immaginare quanto ci si possa rompere le palle il martedì sera a Rieti.
Ma la noia non va odiata e rifuggita. Quando ti annoi, è la vita che ti sta dicendo la verità. O forse va odiata e rifuggita proprio per questo.
Insomma l’universo è infinito.
L’astrofisica è l’unica disciplina davvero utile, l’unica materia che andrebbe fatta studiare obbligatoriamente, in quanto necessaria per mettere nella giusta prospettiva le cose, il mondo, noi stessi, la vita.
Ad esempio, io penso all’astrofisica ogni volta che vedo un artista di strada che fa giocoleria. Mi verrebbe da dirgli: “Beh, certo, un allievo di Stephen Hawking ha calcolato il peso della massa dell’universo, ma anche prendere al volo dei birilli non è male, dai”.
Stephen Hawking. Ho sempre pensato: “Diamine, chissà con la sua intelligenza ed il suo livello di consapevolezza quanto può soffrire per la sua condizione!” (esclamando proprio “diamine”). Poi però mi è venuta in mente un’ulteriore considerazione: Stephen Hawking è la persona che più di ogni altra ha la piena coscienza dell’infinità dell’universo, e di conseguenza di quanto sia insignificante l’essere umano nel cosmo sconfinato; inoltre, i suoi studi si sono concentrati in larga parte sui buchi neri, che rappresentano la più tremenda scoperta dell’essere umano. Cosa c’è infatti di più spaventoso di una voragine senza spazio e senza tempo che può inghiottire pianeti, stelle, galassie nel puro nulla? Ma, certo, nel nulla assoluto, non c’è nessuno che pensi al Nulla, e dunque il Nulla stesso scompare. Dunque non temere, Samuelbè: sei ancora tu la massima autorità nel settore.
Ecco: essendo Stephen Hawking più di qualsiasi altro individuo a conoscenza di tutto questo, come può prendere sul serio la propria malattia?
In compenso, le sue scoperte e le sue intuizioni hanno aggravato la mia frustrazione quando una donna mi rifiuta. Ogni volta che qualcuna dice di no ad una mia proposta sessuale, vorrei dirle: “Hai idea di quanti pianeti ci siano nella sola Via Lattea? E tu non me la dai! Ti rendi conto che un corpo celeste di qualsiasi massa e dimensione attirato in un buco nero subisce nel momento di singolarità quella che viene definita spaghettificazione e viene ridotto ad una particella infinitesimale adimensionale? E tu fai la preziosa!”.
Per questo l’edonismo è l’unica risposta sensata al nonsenso dell’esistenza (ed ho coniato una formula apposita per la mia personale forma di edonismo: edonismo sostenibile. Ovvero, godere dei piaceri senza ledere il prossimo. Altresì: fare sesso solo con persone consenzienti, mangiare senza rompere i coglioni agli animali, etc.). E per questo non capirò mai la gelosia sessuale. Personalmente, se la donna che amo scopa solo con me, la disistimo in quanto monomaniaca e noiosa. Voglio dire: nell’infinità dell’universo, tu vuoi trombare solo con me. E che palle! Già ti reputerei stolta se volessi scopare solo con Johnny Depp, figuriamoci se vuoi farlo per giunta solo con me.
La cosa che mi fa più passare la voglia di campare è quando una donna dice fiera: “Non faccio sesso con il primo che capita!”. Non ho mai capito perché troia sia considerata un’offesa. Per me le ingiurie sono “moglie!” o “madre!”.
Inoltre, la mia donna ideale ride quando le dedicano una frase poetica. Poetico e patetico hanno pericolose assonanze. Affrancarsi dal suggestivo è la base dell’acume.
E la mia donna ideale non fa l’amore. La mia donna ideale scopa, o al limite fa sesso. Fare l’amore è il modo di dire più nauseante concepibile. Fa passare la voglia di scopare.
E poi io guardo solo l’aspetto fisico: non sono mica una persona superficiale.
In fondo, ci innamoriamo perché siamo dei mediocri e conduciamo delle esistenze mediocri. Francamente, io Hugh Hefner che singhiozza da solo chiuso in camera dopo una separazione non ce lo vedo.
Se sei Hugh Hefner nemmeno la febbre ti tange, tanto puoi prendere il misurino di sciroppo tra le tette di una playmate.
Se fossi ricco e famoso, andrei a feste orgiastiche piene di modelle. E invece sono costretto a passare le serate con le mie amicizie più care.
Ci vuole fortuna, per ammortizzare l’urto dell’esistenza.
Quando morì il nonno di un mio amico, gli lasciò una villa. Quando è morto mio nonno, mi ha lasciato una tuta. Bella, eh, dell’Asics. Però che cazzo. Poi per forza uno sviluppa un’indole cioraniana. A me però piace definirmi un gioviale nichilista.
Un ateo antiteista edonista ed un cattolico oltranzista, a ben vedere, prendono le mosse dalla medesima concezione: la saggezza del Qoèlet, quel “vanità di vanità, tutto è vanità” così simile alla verità del Sileno cara a Nietzsche. Ma se nella pars destruens si somigliano, è nella pars costruens – che poi è quella veramente cruciale – che si separano inconciliabilmente. L’ateo infatti dice: “Visto che la vita è sofferenza, godiamo il più possibile”. Il religioso, invece, nella sua ben nota astuzia, ribatte: “Visto che la vita è sofferenza, soffriamo ancora di più”. Sagace, decisamente.
Io per esempio ho sempre trovato sommamente stupido lo sciopero della fame. “Mi hai fatto del male? Ed io mi farò più male!”. Che è un po’ come dire alla persona che sta rompendo la relazione con te: “Ah sì, mi lasci? Ed io me ne vado!”.
Eh sì, siamo decisamente la specie eletta. Lo dimostra il fatto che abbiamo costruito i locali pubblici ed un’intera struttura sociale per fare quello che i leoni fanno all’ombra di un baobab spendendo molto meno.
E’ importante capire che siamo animali e rispondiamo a dinamiche biologiche: il maschio vuole la femmina giovane e sana, la femmina cerca il maschio alpha. Tant’è che nessuna gioia eguaglia quella di abbassare le mutande ad una ragazza e scoprire una vulva glabra.
Per questo il lavoro più bello del mondo è il responsabile ufficio casting in un’agenzia di moda: pagato per visionare figa.
Ma comunque, già svegliarsi la mattina e realizzare di non avere figli è una bella soddisfazione, un’emozione che si rinnova ogni giorno. L’unica rivoluzione possibile è infatti quella di non fare figli. Mettere al mondo nuovi schiavi mortali distruttori per condannarli a quella violenza pedofila di massa che è la scuola e successivamente alla tortura sadomasochista del lavoro non mi pare un colpo di genio.
Una volta, affrontando questo discorso e manifestando la mia avversità alla proliferazione, un’appassionata di procreazione mi disse: “Tu temi il nostro potere riproduttivo!” “No, io temo il mio dovere lavorativo”.
Il problema di quella ragazza è che era alta. Essere bassi aiuta ad imparare a non aspettarsi più niente dalla vita.
Mi fanno sempre un certo effetto gli ottimisti, specie quelli di tipologia più hippy e fricchettona: sentirsi in armonia con una natura che ti ignora.
Ma ci pensate che in fondo siamo tutti delle sborrate?
L’esatta misura del nostro essere un puntino di niente di fronte alla Natura manca a molti. Basti vedere gli uomini di potere. Per farglielo capire bene, basterebbe chiudere un padrone in una gabbia con un diavolo della Tasmania incazzato: “Dai, digli che lo licenzi, su. Esigi che ti dia del lei e ti chiami con il tuo titolo onorifico. Ti senti ancora una persona importante? Avanti, digli che non si deve permettere di ringhiarti contro in quel modo, che sei uno che conta ed hai fior fior di riconoscimenti”.
Beh, certo, è sicuramente gratificante avere una laurea all’interno del sistema solare.
L’universo è infinito. Partendo da questo assunto, mi sento di confutare anche l’ufologia, non già su base scientifica, bensì prettamente “filosofica”.
L’ufologia è infatti quanto di più antropocentrico l’essere umano sia riuscito a concepire in epoca recente.
Ora, posto che possano esistere altre forme di vita nell’universo (teoria anche plausibile), guarda caso non vedono l’ora di venire da noi, sono tutte interessatissime alla nostra specie e al nostro pianeta. La Terra dev’essere una sorta di meta vacanziera irrinunciabile del turismo interplanetario, una sorta di Sharm El Sheik galattica. Immagino la fila di navicelle al casello di Alfa Centauri, una ressa di extraterrestri che fremono e trepidano per venire a visitare questo sputacchio azzurro nello sterminato tessuto spaziotemporale.
Che esisto non interessa nemmeno al mio dirimpettaio, figuriamoci ad uno che abita in un’altra galassia. E a casa non viene a prendertici nemmeno un tuo amico con la macchina quando ne hai bisogno, quindi puoi stare tranquillo, non verrà nessun alieno con l’astronave.
Se gli alieni esistono da qualche parte, non ci si inculano.
Poi, per carità, non si sa mai. In fondo, c’è anche la possibilità che io scopi con Stoya. Però, ecco…
L’ufologia è la versione post-copernicana del geocentrismo tolemaico: da un geocentrismo spaziale ad un geocentrismo concettuale.
L’idea che ci sia qualcun altro nell’universo – e che per di più venga a cercarci per entrare in contatto con noi – ci conforta, ci consola. L’ho capito guardando quel capolavoro indiscutibile (imbecille senza possibilità di riscatto chiunque non lo consideri tale) qual è Melancholia di Lars Von Trier, in cui quello che è il più grande artista vivente (vedi parentesi precedente) ha avuto l’intuizione più semplice e più brillante da non so quanti decenni a questa parte, nella fattispecie facendo dire al personaggio di Justine: “Siamo soli”. Non ci avevo mai pensato. Quale affermazione più terribile? Quale eventualità più angosciosa di essere completamente soli e sperduti nell’universo infinito? Si trema al sol pensiero di un’infinita solitudine. Ed è una sensazione che sperimento ogni volta che devo piegare le lenzuola e non c’è nessuno ad aiutarmi.
Che poi secondo me la gente lo sa che la vita non ha alcun senso. Lo dimostra la straordinaria diffusione della depressione. La gente va in depressione perché è la scusa più valida per rimanere tutto il giorno nel letto a non far niente. Tanto, far qualcosa significa non far niente. Quindi tanto vale non far niente dal principio.
Ci sono giornate che ti sembrano bruttissime, e poi invece scopri il porno di Belén Rodriguez. Ma appena ti accorgi di quanto sia deludente, capisci che la fortuna è un diversivo della sfiga.
Ci sono momenti in cui vorrei essere altrove: dentro a una modella.
E poi non faccio che chiedermi: ma nessuno ha mai notato che quasi tutte le canzoni di Marco Masini parlano fondamentalmente di lui che fa stalking?
A questo scommetto che Stephen Hawking non ha mai pensato.
Io sono grato due volte a Stephen Hawking: primo, per la sua attività di scienziato; secondo, per il fatto che è handicappato. Io mi sento sempre sollevato quando c’è un handicappato in un luogo affollato: posso scoreggiare liberamente, tanto daranno la colpa a lui.
Ma non andrò al suo funerale. I funerali sono una delle prove dell’idiozia umana e della sopravvalutazione del pollice opponibile. La retorica imbarazzante, l’apparato scenico pacchiano…
I funerali fanno passare la voglia di morire.
La cosa migliore che possiamo fare nella nostra vita è dedicarci al prossimo. Troppo spesso ignoriamo il prossimo, mentre può essere molto prezioso: basta tendere la mano. E rapinarlo.
Se siamo nati, un giorno moriremo. E sarà stato inutile.

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Appendice

Donne che è un peccato che non abbiano fatto l’attrice porno

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- Syria
- Emilie Autumn
- Asia Argento
- Katy Perry
- Sarah Silverman
- Sophie Ellis Bextor
- Mélanie Laurent
- Ludivine Sagnier
- Beatrice Borromeo
- Francesca De André

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Una storia italiana

Pubblicato da sdrammaturgo su 31 dicembre 2011

Fino a ieri mattina lavoravo in un’agenzia di informazione che si occupa di redazione di rassegne stampa. Ci lavoravo da due anni e tre mesi. Da ieri pomeriggio sono disoccupato. Il mio contratto a progetto – rinnovato talvolta ogni sei mesi, talvolta ogni tre e financo di mese in mese – scadeva oggi, il 31 dicembre 2011. Mi hanno comunicato il 30 che il 2 gennaio 2012 non sarei dovuto andare a lavoro.
Era da un po’ che stavano riducendo il personale. A svolgere la mia mansione – inserimento nell’archivio delle notizie selezionate – eravamo in due, io ed una collega, ed uno dei due – era nell’aria – lo avrebbero mandato via.
Ieri mattina il responsabile del personale della sede mi convoca nel suo ufficio e mi dice: “Sai bene che sia tu che la tua collega avete il contratto in scadenza. Ora: tu sei più bravo, più veloce, lavori di più e meglio di lei; tu hai la fiducia di tutti, lei no; tu sei benvoluto da tutti, lei tutt’altro; tu sei una persona intelligente, lei una pazza psicopatica insopportabile; lei ha cinquant’anni ed è già sistemata, tu ventotto ed hai ancora tutta una vita da costruire; lei ha la casa di proprietà, tu stai in affitto; lei ha anche un altro lavoro, tu solo questo, quindi se rinnoviamo il contratto a lei invece che a te, ci sarà una persona con due lavori ed un’altra con zero; ma lei è la moglie dell’amico di famiglia del proprietario dell’azienda, quindi dobbiamo mandare via te e tenere lei”.
Ho sempre detestato il capufficio, ma questa volta ne ho apprezzato l’onestà, e l’ho ringraziato per questo.
Prima di uscire sono andato a salutare il proprietario stringendogli la mano. Mi ha fatto gli auguri di buon anno e “per tutto” con un sorriso incolpevole, innocente, angelico, candido, puro, benigno. Sembrava quasi sinceramente dispiaciuto.
C’è anche un’ulteriore nota curiosa: mi hanno dato un foglio in cui mi offrono di andare a lavorare nella sede di Rieti dalle 3 alle 7 di mattina per 780,20 euro lordi al mese. Un’offertona. Porta la data del 28 dicembre 2011 e c’è scritto che “l’accettazione della presente proposta deve essere improrogabilmente comunicata all’azienda entro e non oltre il 29 dicembre 2011″. Me l’hanno consegnato il 30.

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Se sei vegano non te la do

Pubblicato da sdrammaturgo su 29 novembre 2011

Estate. Il Giovin Vegano conosce una Leggiadra Fanciulla e tra i due scatta subito un reciproco interesse. Si mettono dunque d’accordo per uscire ed approfondire la conoscenza. La sera prima dell’appuntamento prefissato, si sentono per dare la conferma e gli ultimi dettagli.

FANCIULLA Ciao, che fai?

VEGANO Ciao, sto preparando la cena.

FANCIULLA Cosa cucini di buono?

VEGANO Mi sto facendo del seitan con patate.

FANCIULLA Cos’è il seitan?

Il Giovin Vegano spiega cos’è il seitan.

FANCIULLA Ma… sarai mica vegetariano?!?

VEGANO Sono vegano.

FANCIULLA Ah…

Il Giovin Vegano percepisce un repentino cambio di tono.

VEGANO Uhm… c’è qualcosa che non va?

FANCIULLA Beh, sai, in questo caso cambia tutto…

VEGANO In che senso?

FANCIULLA Domani avremmo dovuto vederci come due persone che si piacciono e cercano di capire quanto. Ora che so che sei vegano, però, so che al massimo potrei considerarti un amico e niente di più.

VEGANO E perché?

FANCIULLA Il cibo è per me un aspetto importante della vita e non voglio avere una relazione con un uomo che fa lo schizzinoso a tavola.

VEGANO Ehi, guarda che la mia non è schizzinosità: è etica della nonviolenza.

FANCIULLA Lo so, ma non posso neppure pensare di andare a cena con uno che chiede cosa c’è in questo piatto, quali ingredienti ci sono in quest’altro…

VEGANO Fammi capire: mi stai dicendo che selezioni un partner sessuale in base alla sua scelta del menù? Questa è la forma di discriminazione più acrobatica e innovativa che io abbia mai sentito.

FANCIULLA Oh, ma cosa vuoi? Potrà piacermi chi mi pare?!? Se non lo accetti e rosichi non posso farci niente, ma con uno che è vegano non voglio proprio stare.

VEGANO Certo, per carità. Ma non temere, alla luce delle ultime dichiarazioni, la mia attrazione per te si è polverizzata, quindi te lo sto chiedendo per pura curiosità antropologica.

FANCIULLA Allora, ti sta bene di uscire solo come amici?

VEGANO Non ho alcuna intenzione di avere un’amica come te.

FANCIULLA Come ti pare, ciao.

VEGANO Ciao.

 *

Appendice impopolare per attirare preziose antipatie

Vegan e sesso

Sono due gli ostacoli maggiori che un uomo può trovare sulla strada verso l’accoppiamento: essere basso ed essere vegano.
Se sei basso, non vieni considerato un buon elemento per la trasmissione del patrimonio genetico. Come ho già scritto nel racconto Un fallito contemporaneo, quando si chiede ad una donna: “Come deve essere il tuo uomo ideale”, la prima caratteristica che elenca è: “Allora: alto, poi…”, e a seguire tutto il resto. Quindi, quando sei basso, devi essere intelligente il quadruplo. E l’intelligenza è un grosso handicap nella seduzione. Non puoi permetterti mai una flessione di temperamento, una minima banalità, un errore. Se una donna è incerta su uno alto, pensa: “Mah, non lo so se mi piace, non l’ho ancora capito. Va be’, nel dubbio ci esco”. Con uno basso, invece: “Mah, non lo so se mi piace, non l’ho ancora capito. Va be’, nel dubbio resto a casa a misurare il battiscopa”.
Ebbene, peggio di essere basso c’è solo essere vegano.
Non appena una donna scopre che sei vegano, hai tre possibilità: penserà che sei o poco virile o un rompicoglioni oppure, nella migliore delle ipotesi, ti considererà non più un uomo, ma, giustappunto, “il vegano”, e non verrai più visto come una persona o un potenziale amplesso, bensì come un’entità particolare atta a rispondere a curiosità riguardanti la sfera dell’antispecismo e della cucina vegetaliana. Diventerai ai suoi occhi una sorta di amico tematico, la tua identità verrà schiacciata sul ruolo di vegano e al massimo potrai ambire ad essere citato in alcune conversazioni con altri soggetti di sesso maschile al termine di una pompa come “pensa, conosco un vegano”, un tipo stravagante.
Il pregiudizio sulla scarsa appetibilità (e credibilità) sessuale del maschio vegano è fortemente radicato nell’opinione comune. Basti vedere i modelli offerti ad esempio dalle commedie americane: la vegetariana è sempre lei, un po’ stramba e un po’ pedante, che porta lui a mangiare soia in un posto fricchettone, ma lui vuole hamburger e bistecche, perché è un vero uomo.
Chi l’avrebbe mai detto che Gigi il porchettaro fosse un sogno erotico.
“Beh, ma un vegano tanto può scopare con le vegane”, si obietterà. Ingenui: nessun ambiente è asessuato e a tratti sessuofobico come quello vegan. Tra i boy scout si scopa sicuramente di più. Tant’è che, per dirne una, nel mondo vegan esistono anche gli straight edge, che sono praticamente dei francescani tatuati. Il papa sarebbe d’accordo con loro su tutta la linea. E se il papa è d’accordo, io tendo ad essere contrario.
Quello che era soltanto un sospetto, è divenuta una certezza con il passare del tempo.
Io sono vegano ormai da diversi anni, e dunque sono diversi anni che mi capita di frequentare ambienti vegan: locali, manifestazioni, cene, iniziative di attivismo, incontri, dibattiti. Ecco, in tutti questi anni, non solo non sono mai stato a letto con una vegana, ma non ho mai dato neppure un bacetto ad una vegana (se si escludono quelli di saluto con le amiche), non ho mai avuto alcuna schermaglia erotica con una vegana, nessuna pur blanda attrazione reciproca, niente di niente.
Inizialmente, quando mi capitava di pensarci, credevo si trattasse di una semplice coincidenza. Poi ne parlo con un amico vegano, mi dice la stessa cosa. Un altro, lo stesso. Un altro ancora, idem. E tutta gente che tendenzialmente copula, eh. Altrimenti si potrebbe dire: “Ma voi non cuccate in generale, vegane o non vegane che siano, è ovvio”.
In ogni luogo in cui si va, si avverte sempre una certa tensione sessuale tra le persone. Persino al catechismo. Una sensazione che suggerisce: “Nel mondo è data la possibilità di fornicare”. In un ambiente vegan, mai.
La vegana media, se mostri interesse per lei, si offende. “Ma come?! Con tutti gli animali che soffrono ogni giorno, tu pensi a fare sesso con me?! Sei un mostro!” “Facciamo così: prima pensiamo agli animali, poi scopiamo, poi continuiamo a pensare agli animali” “Hai idea di quanti animali vengano uccisi in quel lasso di tempo in cui facciamo sesso?” “E se guardi Earthlings mentre te la lecco?”. Ma niente.
La vegana media è generalmente monogama da fare schifo. Sta insieme da quindici anni con lo stesso ragazzetto innocuo e sensibile di quelli che riscuotono un certo successo solo in parrocchia. Uno di quelli, insomma, con cui puoi fare brillantemente a meno di chiavare. Pensa solo agli animali, parla solo di animalismo, si dedica solo alla cucina vegan, alle iniziative vegan, a tutto ciò che è in qualche modo vegan. Siccome trombare, pur non ledendo in alcun modo alcuna forma di vita senziente, non rientra nel catalogo di ciò che ha il bollino vegan, non le interessa minimamente. Castigata nei modi e nell’abbigliamento, rifugge la sensualità (tanto il vegano medio neppure vi bada), come se la bellezza fosse un’onta – e penso a quanto cattolicesimo pervada ancora i movimenti sinistrorsi e libertari: la cura dell’esteriorità, specie quella femminile, è sovente vista dalle stesse donne attiviste quasi come una vezzosità degradante. Spesso le femministe avversano la bellezza tanto quanto le suore (oppure affermano che i canoni di bellezza sono fascisti e “siamo tutte belle, ciascuna a modo suo” perché “se ti piaci, piacerai” – che, come sostiene l’inquietologo, è come dire che se ti senti alto, sei alto – dimostrando in tal modo una totale sottomissione all’imperativo, quello sì fascista, della bellezza a tutti i costi, come se essere brutte fosse un inaccettabile disvalore morale che inficia il giudizio su una persona). Però non è un caso se tutti i regimi dittatoriali e teocratici reprimono e condannano innanzitutto la vanità, l’attenzione al bell’aspetto e l’erotismo manifesto in nome di una grigia austerità. La bellezza, l’essere apertamente, spudoratamente sexy, sono dunque forme essenziali di ribellione al potere, atti basilari di liberazione.
Fondamentalmente, la vegana media conduce la stessa vita di mia zia con una dieta più sana.
Poi ovvio, ci sono le eccezioni, anche numerose: spogliarelliste vegane, pornoattrici vegane, vegane che si limitano a scopare senza chiedersi se quello che stanno facendo ha valenza antispecista. Ma il dramma rimane. E per me assume i contorni della tragedia.
Io disistimo completamente chi non ha la fica come proprio interesse principale e totalizzante (o il cazzo, nel caso di maschio omosessuale o femmina eterosessuale – per la femmina omosessuale vale sempre la fica, per i bisessuali entrambe le cose. E non costringetemi ad essere più equo e solidale e politicamente corretto di così, provo già sufficiente disgusto per me stesso).
Considero dannoso per l’individuo e la comunità chiunque non fa del trombare lo scopo principale della propria esistenza. Gente così, rischia di prendere sul serio un posto di lavoro, e allora sì che diventa pericolosa per il benessere collettivo.
Perché trombare, al di là di tutto, è semplicemente intelligente. Chi ne ha la possibilità e non lo fa – o lo fa meno di quanto potrebbe – è semplicemente stupido.
Essere basso e vegano rende eroico ogni rimorchio.
Siccome io possiedo entrambe le caratteristiche e nonostante ciò riesco ad avere una vita sessuale, io sono il mio eroe.
Per fortuna ci sono le vegetariane, se no erano dolori.
Ecco: tra la vegana impegnata che si alza presto la mattina per preparare deliziosi manicaretti e ama fare lunghe passeggiate nei boschi e la Papi Girl che tromba tutto il giorno, provate ad indovinare qual è la mia donna ideale.

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Le storie di Papà Castoro 2

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 novembre 2011

“Dai Papà Castoro, raccontaci una storia!”

E così il Ragionier Alfonso Castoro cominciò.

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La cicala e la formica

Durante l’estate, la formica lavorava duramente per costruirsi una casa e mettere da parte le provviste e la legna da ardere per l’inverno. La cicala invece non faceva che cantare e oziare tutto il giorno. La formica biasimava la cicala fannullona, la quale sosteneva però che nella vita bisogna solo pensare a godere e nient’altro.
Quando arrivò l’inverno, però, la cicala si ritrovò al freddo, senza casa e senza cibo.
Andò allora a bussare alla porta della formica: “Per favore, mi faresti entrare? Ho fame e ho freddo e non ho niente da mangiare né un posto in cui ripararmi!”.
Ma la formica rispose: “Cosa ti avevo detto? Io mi sono rimboccata le maniche durante l’estate, e invece tu cos’hai fatto, cara la mia nullafacente?”.
“Ho cantato”.
“E adesso balla!”.
Allora la cicala estrasse una Smith&Wesson semiautomatica con proiettili ad espansione, la puntò sulla fronte della formica e disse di nuovo: “Ti ripeto la domanda: per favore, mi faresti entrare? Ho fame e ho freddo e non ho niente da mangiare né un posto in cui ripararmi”.
“Ma certo. Prego, accomodati”, balbettò la formica.
“Stretta la foglia, larga la via, e non ti venisse in mente di chiamare la polizia”.

*

“Un’altra, un’altra!”

*

La nutria nichilista, l’unicorno ottimista e il bacherozzo cattolico

C’era una volta una nutria nichilista che non faceva che ripetere: “Che vita di merda”.
Ma un unicorno le disse: “Non è vero, la vita è una cosa meravigliosa! Io amo la vita!”.
“E ci credo: tu sei nato unicorno, io sono una nutria!”.
Intervenne allora un bacherozzo cattolico: “Beh, io sono nato bacherozzo, ma anche secondo me la vita è bella!”.
“Ma infatti tu sei un coglione”.

*

“Ancora! Ancora!”

*

Il giovane sognatore ambizioso

C’era una volta un ragazzino come tanti altri che soffriva per il fatto di essere un ragazzino come tanti altri. Ma un giorno si stancò di passare inosservato e prese una decisione: “Basta! Voglio uscire dall’anonimato! Voglio elevarmi dalla mediocrità! Voglio diventare qualcuno! Farò il cantante!”.
E divenne il baffuto dei Ricchi e Poveri.

*

“Non ci bastano mai!”

*

I due tali

Un tale incontrò un altro tale e disse: “Ehi, siamo due tali”.

*

“Questa era una cacata”

*

Il cattivo che si accontentava

C’era una volta un cattivo dagli orizzonti modesti.
Calvo e glabro, si divertiva a creare destabilizzazione entrando in botteghe di barbiere.
Era così sadico e perverso che mangiava dolci in continuazione per far venire il diabete alle zanzare.
“Io sono una persona semplice. Non mi interessa la gloria immortale. Per me contano le piccole cose di tutti i giorni”, soleva dire.
Morale della fiaba: ora venitemi a dire che l’umiltà è un valore positivo in assoluto!

*

“Siamo esosi di finzione!”

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L’uomo pieno di figa

C’era una volta un uomo pieno di figa.
Tempo prima aveva trovato una lampada, l’aveva strofinata, era uscito un genio che gli aveva detto: “Puoi esprimere un desiderio ed io lo esaudirò”.
Dopo aver constatato la totale mancanza di originalità del tutto, l’uomo aveva detto: “Voglio avere tutte le donne che desidero!”.
“Finalmente uno intelligente dopo secoli di carriera”, fece il genio prima di sparire.
E così per l’uomo era iniziata una nuova vita.
Nessuna donna gli resisteva. Ognuna su cui posasse gli occhi, cedeva alla sua brama. Conquistava puntualmente le donne più belle del mondo, andava a letto con dodici modelle per volta, l’aveva leccata a tutto il catalogo di Victoria’s Secret. Eppure non era pienamente felice, poiché sentiva che gli mancava qualcosa.
Finché un giorno incontrò una ragazza speciale. Per la prima volta sentì che per lei provava qualcosa di più, qualcosa di diverso che un semplice anelito di pompa.
Così la ragazza gli disse: “Se vuoi avere me, rinuncia a tutte le altre donne”.
L’uomo sorrise, sospirò e rispose: “Col cazzo! Sono pieno di figa, trombo come un forsennato le meglio passere del pianeta, fossi matto che per una sola lascio perdere tutte le pornoattrici che me lo vogliono succhiare e mi chiudo a scopare sempre e soltanto la stessa per tutta la vita!”.
Capì allora cos’era che gli mancava per essere davvero felice: dell’altra figa.
Larga la foglia, stretta la via, la monogamia tutte le feste si porta via.

*

“E adesso insegnaci a vivere, Papà Castoro!”

*

*

Appendice

I consigli di Papà Castoro

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Per lei: le tre tattiche per conquistarlo

1) Sii fregna.
2) Sii più fregna.
3) Continua ad essere fregna.

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Per lui: le tre regole d’oro per un sesso anale ottimale

1) Sii fisicamente presente al momento dell’atto.
2) Non lubrificarla con le prugne.
3) Se punti sull’effetto sorpresa ma non hai una buona mira, ci rimetti principalmente tu.

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E ricordate, ragazzi: non abbiate mai paura di manifestare i vostri sentimenti.
Nel Paese Ideale, la Kirghisia, nessuno deve nascondere con vergogna ciò che prova. Quando un ragazzo vuole fare l’amore, ad esempio, si mette un fiorellino azzurro all’occhiello affinché tutti lo sappiano. Così le donne possono evitarlo.
Quando vi piace una ragazza, non esitate: buttatevi. Vale sempre la pena tentare. Altrimenti non saprete mai in quale modo intendono rifiutarvi.
La vita è una sola. E mi pare più che sufficiente.

*

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Un idillio insignificante

Pubblicato da sdrammaturgo su 5 ottobre 2011

«La vita è fatta male»

BERNARDINO GIANVINCENZI, mio nonno

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Si conobbero al Salto dell’Asino. Non poteva essere di buon auspicio.
Lui lo sapeva.
Come si conobbero non è importante ai fini della narrazione.
Nonostante una toponomastica ingrata, il loro amore resistette fino alla fine del campionato di motocross.
Cosimo era balbuziente ed aveva il parkinson, quindi balbettava anche per iscritto. Era un geologo, ma conosceva solo il tufo, considerandolo l’unico minerale rispettabile. Terzo di due figli, pene di medie dimensioni (nel senso di affanni), cazzo piccolo (nel senso di cazzo), essere messo al mondo non gli era sembrata un’idea brillante. Nonostante ciò, subiva la vita con signorile distacco.
Poi arrivò lei.
Lui lo sapeva che alla primavera segue sempre l’estate ed all’estate l’autunno ed all’autunno l’inverno e la neve è bella, se non sei in coda sull’A1.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’inverno segue di nuovo la primavera, ma è pieno di pollini e tu sei allergico, poi spunta il sole e prendi il motorino, però ci sono i piovaschi e l’asfalto diventa scivoloso e con gli occhi che ti bruciano cadi e perdi una gamba.
Olga era una violoncellista. A Cosimo piaceva il fatto che lei dovesse stare a gambe larghe molto a lungo. Suonava in un piccolo ensemble di musica dodecafonica che tutti trovavano pallosissimo, ma ai concerti del quale nessun intellettuale della città poteva sottrarsi onde non sembrare un ignorantone. Olga stava cominciando persino a farsi un nome nell’ambiente musicale. Tutto merito dell’impero delle apparenze.
Vergava lunghe liste per il solo gusto di dir vergare, amava l’odore della strada dopo la pioggia, quella puzza di catrame rancido che però alle donne piace, le piaceva andare al mare a prendere il sole, cosa che cozzava con la passione per la pioggia, ma va be’, adorava respirare l’aria pungente dell’alba anche se non si svegliava mai prima delle undici, trovava irresistibili i poeti francesi, non importa chi, basta che fossero francesi, e principalmente era bona.
Come Cosimo fece a conquistarla non è importante ai fini della narrazione.
Probabilmente ella vide in lui il cane zoppo che non aveva mai avuto e che aveva sempre sognato per fare un figurone nei circoli di alternativi impegnati in cause umanitarie che era solita frequentare. E si sa, in certi posti il possesso di un cucciolo malmesso fa impennare il prestigio sociale.
Lui lo sapeva.
Fare l’amore con lei era una soddisfazione pari a quella di pestare un controllore.
E lei, lei sembrava amarlo sul serio. A Cosimo sfuggiva il motivo, la trovava una cosa assurda e sbagliata, ma non sarebbe certo stato lui a farglielo notare. Proteggeva col silenzio la propria botta di culo.
Olga lo chiamava con tutti i tipici nomignoli con cui sono soliti vezzeggiarsi gli amanti: tesoro, passerotto, trottolino, pucci pucci, untersteiner. Tanto Cosimo non avrebbe mai potuto sentirsi più umiliato di quanto già non lo fosse stato dall’esistenza.
Stava bene, e questo lo spaventava. Non c’era abituato. C’è sempre qualcosa sotto quando ad un disgraziato le cose iniziano improvvisamente a girare per il verso giusto. Gli equilibri cosmici non accettano sovvertimenti.
Lui lo sapeva.
Lo aveva imparato a proprie spese quando da piccolo aveva trovato mille lire per terra, ma nel chinarsi per raccoglierle gli era uscita un’ernia al disco.
E infatti, inevitabilmente, nel chinarsi per raccogliere il fiore dell’amore, non gli venne risparmiata l’ernia dell’abbandono.
Un giorno, Cosimo era sull’autobus. Non c’era un giorno solo, invero c’era spesso, ma è quello specifico giorno che ha una qualche rilevanza ai fini della narrazione.
Gli squillò il cellulare. Il che era strano, visto che lo aveva dimenticato a casa. Rispose, giacché non si era ancora accorto di averlo dimenticato a casa.
Cosa se ne faceva un integralista della balbuzie di un cellulare? Puro status symbol compensativo.
Ad ogni modo, era Olga, che gli diceva di ricordarsi di passare in farmacia, accendere lo scaldabagno appena fosse rientrato in casa, ritirare le ciotole in omaggio al supermercato con la tessera a punti e, ah, sì, che tra loro era tutto finito, non c’era modo di farla tornare sui suoi passi, non tentasse di cercarla, rispettasse il suo volere se aveva a cuore la sua felicità, non si facesse mai più vedere e sentire ed evitasse ogni latitudine e longitudine che potesse in qualche modo essere frequentata anche solo di sfuggita da lei.
Cosimo non disse nulla. Tanto era balbuziente, le sue parole non avrebbero avuto il pathos necessario.
Come avesse fatto a comunicare con lei prima di allora non è importante ai fini della narrazione.
In effetti, ben poche cose sono importanti ai fini della narrazione. D’altronde, è la narrazione stessa a non essere importante.
Ci sono uomini che con le donne scelgono per loro stessi il ruolo che ha il pane in cassetta nella dispensa: sempre lì, sempre a disposizione, pronto alla prima occasione utile, paziente. Prima o poi ti servirà ‘sto cazzo di pan carré. Tanto hai voglia prima che scade.
Altri, i vincenti, erano come il melone, che ti dice: “Sono delizioso, ci sono solo oggi, domani mi irrancidisco”.
Cosimo era il burro d’arachidi, che lo compri una volta per curiosità, ne assaggi una punta di cucchiaino, ti riservi di approfondire prossimamente e lo dimentichi in un angolo remoto del frigorifero, dove verrà rinvenuto dopo cinque o sei anni, “ma pensa”, e finirà nella spazzatura.
L’amore è sbagliato e in quanto tale va evitato accuratamente.
Lui lo sapeva.
E’ sbagliato perché mostra impietosamente l’effimero della vita. Come oggi crei, produci, costruisci, ti affanni e poi muori, allo stesso modo oggi sei il centro del suo universo, domani diventi al massimo oggetto di dileggio con le amiche.
E ti chiedi: “Non potevo trombare sportivamente e riversare tutto l’amore nel calcetto?”.
Meglio trombare a destra e a manca con chi ti considera nessuno fin da subito e, dopo aver giaciuto con te, si chiede: “Ma non potevo andare ad assistere ad una partita di calcetto?”.
In assenza di illusioni destinate necessariamente alla frantumazione, l’urto inesorabile contro la vanità del tutto è meno brusco. Ché in un tempo finito e – soprattutto – in uno spazio finito, non ci può essere vita infinita, tanto meno infinito amore.
A ben vedere, la morte è una soluzione ad un problema di spazio.
Thomas Mann dice (cioè, disse, ma a quanto pare agli scrittori spetta di diritto il privilegio immeritato del presente indicativo imperituro) che i giovani ne sanno di più sull’amore perché ne sanno di più sulla morte. In effetti, da vecchio, la prospettiva di rinunciare ad un pisello da ottantenne non deve essere poi così insopportabile. Ad ogni bidet, si rinnova la vergogna.
E allora, perché ingannarsi con fatue promesse di eternità?
Eppure, persino nelle parrocchie fiorivano gli amori.
Trombare a destra e manca significa dunque non prendere la vita troppo sul serio.
Di conseguenza, non incontrarsi mai è di gran lunga meglio che lasciarsi, poiché risparmia quel senso di vanità del tutto che sopraggiunge allorché si realizza che era stato intrapreso un viaggio che non portava da nessuna parte. Ma questa è una verità che conosce solo chi sa che passeggiare è camminare invano.
Cosimo non era nato senza speranze. Ci era diventato.
Un nichilista è un sentimentale deluso.
L’esistenza è stata inventata apposta per mettere in riga i sognatori. Serve a stroncare gli incanti, permettendo di scoprire la possibilità di uno sterminato prato fiorito su cui si rotolano modelle ninfomani provenienti da ogni parte del mondo, per poi ricondurre ad un impiego statale indispensabile al sostentamento.
Un operaio disilluso lavora con maggiore solerzia, perché non si aspetta più niente di meglio. La rassegnazione evita distrazioni. L’amarezza aumenta la produttività.
La vita è una strategia dei datori di lavoro.
Cosimo pensava a tutto questo mentre tentava di schivare gli scatarri dei barboni.
Non trombare a destra e a manca faceva sentire Cosimo triste come solo le persone serie sanno essere.
Quella era un’estate torrida. I bambini con i ghiaccioli incendiavano le fantasie dei sacerdoti. Gli uccellini al sole dicevano: “Ma perché non ce ne andiamo all’ombra?”. Gli uccellini che già si trovavano all’ombra pensavano: “Stiamo bene così”.
Essere lasciato con questo caldo, che beffa.
Avrebbe voluto andare a puttane per distrarsi, ma si sentiva intimidito. La puttana avrebbe dovuto avere un nome più accogliente, bonario, famigliare, pensava. Che so, la sorchivendola.
Cosimo non si arrese subito e provò a riconquistarla.
Le scrisse una lettera d’amore, ma in Lineare A, così non gli fu d’aiuto.
Tentò la strada del sentimentalismo adolescenziale massificato affiggendo davanti alla finestra di lei uno striscione con su scritto: “Non vivo senza te”.
Lei, che amava Tacito ed Hemingway (ma l’avrebbe data solo ad Hemingway), rispose con un contro striscione che recitava con paratattica brevitas: “Io sì”.
Poi capì che nella vita bisogna saper perdere (e lui in questo era avvantaggiato dall’esperienza), specie se non si vince mai, e cedette. Prima di capitolare, la gente tende a voler essere mortificata.
Eppure la resa immediata sarebbe così vantaggiosa… Desistere, de-esistere: la soluzione è suggerita dalle parole stesse.
Nella coppia l’amore non c’entra. Una relazione sentimentale è un progetto aziendale per il futuro, un fondo di previdenza. Perciò non conta la passione per una persona né il valore di una persona: un partner deve essere un socio d’affari affidabile e capace. E lui era un pessimo azionista, poiché c’era ancora qualche arbusto di troppo nel deserto del suo cuore.
Si vergognò per aver partorito un pensiero così poetico.
Non può venire nulla di buono dal verbo partorire.
La donna che dice di amare Vincenzo di Scusate il ritardo è la prima a volere Jimmy di Mystic River. Benché continuino a negarlo a loro stesse, l’uomo ideale delle donne rimane Vito Corleone. Michael è già troppo mammoletta.
Lui lo sapeva.
Lui sapeva tutto, ma era miseramente umano, pertanto a nulla valeva la conoscenza.
Quello non era un universo sensato: era stato inventato il karaoke, il fritto puzzava e faceva ingrassare, la pioggia cadeva dall’alto invece di irrigare da sotto, si poteva usufruire del cocomero solo tre mesi all’anno, l’essere umano esisteva e talvolta indossava la camicia rosa, la gente diceva “buon lavoro”.
E allora perché non dire “buon tumore”?
E adesso, cosa rimaneva nel suo mondo?
Gli occhi spenti delle coppiette, la malinconia soffocante dei quotidiani letti la sera in metro, la tenerezza delle strade dissestate, la ridicolezza delle espressioni partecipate dei musicisti, l’imbarazzo dei condomini, l’angoscia del Giro d’Italia, i detersivi deludenti, la supponenza burbera dei ferramenta, l’ineluttabile rassegnazione dei meccanici, le delusioni del calciomercato, la gratuità delle foto dei gatti, il languore delle porte da calcio senza reti, la ferocia della tombola, il senso di sicurezza delle ditte convenzionate, i conoscenti che disquisiscono di meteorologia, il cattivo assortimento seriale dei turisti fidanzati stranieri, con lui sempre alto e muscoloso e lei sempre biondina e cicciottella, l’inutilità delle caramelle, il timore degli anziani di rimanere intrappolati nell’autobus saltando la fermata, il pleonasmo invadente della domanda “scusi, scende?”, il dramma degli scherzi da ufficio, l’ilarità delle arti marziali, l’aggressività dei cani degli sfasciacarrozze, il cucchiaino dei perdenti – perché si sa che un vero uomo prende il cono e non la coppetta.
Un nulla fatto di troppe cose.
Poi, un giorno, Cosimo la incontrò di nuovo, per caso, in una via affollata di passanti smarriti nel viavai neoliberista.
Olga stava guardando una vetrina di abiti troppo costosi per qualsiasi persona che avesse avuto una dignità.
Era così bella, circonfusa di benessere consumistico.
Le si avvicinò tremante, non tanto per l’emozione, quanto per il parkinson.
Era sentimentalmente favorito dalla genetica.
Ad un passo da lei, poteva sentire il suo profumo. Era sempre lo stesso, intenso ma delicato, che sapeva di sogno e di ebbrezza, di primavera e di pompini imminenti.
Fece per chiamarla, ma si trattenne, all’improvviso, inaspettatamente per la sua stessa volontà. Pensò che, in fondo, parlarle sarebbe stata una cosa stupida, stupida come… come… stupida come la fedeltà, ecco.
Voltò le spalle e se ne andò. Olga non avrebbe mai saputo di averlo avuto a mezzo metro. Quel rospo imprincipizzabile.
Rimuginando ma non troppo su quello che avrebbe potuto balbettarle, tornò a casa, mangiò, si lavò, si coricò e si addormentò, sperando che la sveglia non suonasse mai più. Ma la sveglia suonò ancora.
Svizzeri di merda.
L’indomani uscì di casa di pessimo mattino, attraversò la strada ed un camion lo travolse, puntuale come un cliché.
Accartocciato in un letto d’ospedale, la sorte ingrata gli fece assegnare un’infermiera grassa, sulla bruttezza della quale si rivalse con del pietismo parassitario.
Una sera della sua interminabile degenza, stava guardando la televisione, uno zapping affaticato ed irrefrenabile, fino ad imbattersi nei programmi culturali di seconda serata sul canale principale. Aveva fatto giusto in tempo a sentire l’annunciatrice che annunciava (eh, oh, questo fa un’annunciatrice) un tal concerto per violoncello ed orchestra quando le immagini luminose dallo schermo nella penombra della stanza gli fecero vibrare gli occhi e sussultare lo sterno, tanto che gli scappò quasi di cacare (e quello sì che sarebbe stato un problema): era Olga, più bella che mai, solista applauditissima in un teatro maestoso.
Il piscio defluì nel catetere. Un moscerino annegò nel rimasuglio di minestra.
La vita è un errore che non puoi non commettere.

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Mio nonno voleva la gippetta

Pubblicato da sdrammaturgo su 25 agosto 2011

Mio nonno voleva la gippetta. Sognava una Suzuki, di cui decantava le mirabolanti prestazioni in ogni tipo di strada e condizione atmosferica. Per uno ossessionato dalla pioggia come lui, tormento residuo di un’alluvione vissuta in prima persona, l’idea di poter guidare sott’acqua doveva suonare come la realizzazione di una vita.
“Si campo, me fo la Zuzzùchi”. Poiché alla coscienza dell’imprevedibilità del destino è bene opporre l’utopia della sicurezza assoluta.
Per tutta la vita ha sognato una gippetta, ma mia nonna, grande amor pragmatico, ha sempre ostacolato le sue fantasticherie.
“Ma che ce fai co’ la gippetta, ché tanto non vai mai da nessuna parte!?!”.
Per forza: non aveva la gippetta!

Quando entro nella stanza, saluta con il gesto degli arbitri di pugilato quando sanciscono il k.o. e si toglie il respiratore come se sputasse il paradenti.
La suora la sa lunga e propone: “Lo vedo male, faccio venire il prete con l’olio santo?”.
E mi chiedo se sia d’oliva o di semi e, nel caso sia d’oliva, se di un frantoio casereccio o qualche zozzeria industriale. Oppure è un olio apposito, e mi domando come sia possibile che nessuno si chieda mai che olio sia questo famigerato olio che con una spalmata ti fa guadagnare il paradiso, facendo di te una bruschetta di Dio.
Entra un prete con un riporto architettonico progettato da Le Corbusier.
Per insegnarti ad accettare la morte viene incaricato uno che non ha ancora imparato ad accettare la calvizie.
“Di che frazione siete? Lì c’è una Madonna specifica?”.
La Madonna In Generale è sempre più outsider.
“Per questa Santa Unzione – suor Gregoria mi tenga la boccetta – e la Sua piissima misericordia – attenzione che mi sta cadendo – ti aiuti il Signore con la Grazia dello Spirito Santo e, liberandoti dai peccati, ti salvi e, nella Sua bontà, ti sollevi.
Ricevi questo sacramento che ti dà tanto senza chiedere nulla in cambio”.
La morte è gratis.

“Per qualsiasi cosa c’è suor Gregoria, lei è un monumento qui, pensa a tutto lei”.
“Eh sì, ormai mi mandano a tappare tutti i buchi, mi chiamano dovunque, devo fare tutto io”.
Ah, l’eroismo narcisistico della filantropia, la vocazione al martirio come utile appagamento del sé.
Ciascuno cerca la propria dimensione. Mi chiedo solo per quale motivo scegliere un’identità che richiede un abbigliamento ridicolo.

Con la mano dice “smamma” al prete e forse non pensa né alla moglie, né al figlio, né ai nipoti, ma magari a Bud Spencer, pronunciato Buda Spènse, sempiterno unico idolo, le cui scazzottate nei film credeva del tutto vere e sulla reale forza del quale giammai ha nutrito dubbi.
Terence Hill era comunque una valida spalla.

Non si può dire “che la terra ti sia lieve” a chi ha lavorato in campagna, perché lo sa che la terra pesa un casino. E prendere per il culo un agonizzante sarebbe troppo perfino per un esercente romano. Poi penso che qualche minuto prima qualcuno gli ha promesso resurrezione, vita eterna e buono sconto per tutti i peccati, e sono costretto a rivedere le mie posizioni.

Rantolando anela la fine e penso: “Forse non tutti sanno che costui cucinò per i ciclisti del Giro d’Italia un sugo così buono che Bartali in persona volle che fino al termine della competizione gli spaghetti per lui fossero preparati solo dal quel cuoco”.
Sono i piccoli eventi curiosi che salvano la nostra esistenza dalla banalità.
Col respiro affannato come neanche Bartali sulla cima Coppi, si sbarazza della vecchiaia, fregando il progresso scientifico che la prolunga.
Si chiude così la straordinaria vita ordinaria di chi non ha mai avuto una jeep.
C’è chi muore perché non ha più voglia. Ed io capisco che le persone davvero importanti sono quelle che ti trasmettono il senso dell’umorismo. A tutte le altre non resta che la retorica.

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Suggerimento per un pestaggio

Pubblicato da sdrammaturgo su 8 luglio 2011

Mi dispiace non conoscere l'indirizzo dell'autore: mi è avanzato dell'antrace e buttarlo è un peccato.

*

Il cavallo è la massima espressione di perfezione raggiunta dalla natura.
E’ il cavallo l’apice dell’evoluzione, non certo l’essere umano, che con il suo sopravvalutato pollice opponibile è riuscito al massimo a scommetterci sopra dei fogli di carta con impressi volti e valori numerici al fine di supplire col fervore ciò che manca all’intelletto.
L’essere umano, nella sua infinita miseria, non si avvicinerà mai alla bellezza, alla potenza, all’eleganza del cavallo.
La Divina Commedia, la Cappella Sistina, il Requiem di Mozart, non valgono messi insieme una pisciata a caso di un puledro qualsiasi.
E’ per invidia che il cavallo è sempre stato l’animale più schiavizzato dall’uomo: usato come mezzo di trasporto, attaccato ad un aratro come traino da lavoro, sfruttato come intrattenimento sportivo, imprigionato, mangiato.
Negare la libertà al cavallo, danneggiarlo, prima ancora che uno scempio per l’Etica, lo è per l’Estetica.
Il primo luglio, in una delle prove del Palio di Siena, un irripetibile esemplare di questo ineguagliabile capolavoro è morto per il diletto di banali, inutili, dannosi esemplari di homo sapiens colpevolmente vivi.
Il Palio di Siena è un test di intelligenza: se ti piace, sei imbecille.
Come dice il fraterno amico Fulvio, “fa sembrare il tifo calcistico una cosa intelligente”.
Lo dimostra l’articolo del mai troppo pestato Simone Trebbi, il quale rivoluziona l’etologia attribuendo ai cavalli addirittura il sentimento dell’onore agonistico.
Questo innovativo scienziato ignora che – sempre citando Fulvio – “un cavallo in gara non corre: scappa”. Ma soprattutto trascura un aspetto fondamentale: gli equini non sono così stupidi da avere valori tanto miserabili come l’onore agonistico.
Io auguro a tutti i sostenitori di questa tortura ludica di poter seguire il prossimo Palio di Siena comodamente assisi su una sedia a rotelle, oppure distesi in panciolle su un lettino di terapia intensiva. O, perché no, ancora meglio, l’ideale sarebbe dall’alto dei cieli, tanto è perlopiù tutta gente battezzata e cattolica, quindi quale gioia più grande della “morte per Dio e in Dio”?
Lancio dunque una proposta semplice semplice nell’unico linguaggio che può essere compreso dai simonetrebbi di tutto il mondo:

Ogni cavallo, dieci senesi.

D’altronde bisogna venire incontro a chi ha fatto una così coraggiosa scelta radicale di imbecillità estrema.

*

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Troppo scoraggiati per suicidarsi

Pubblicato da sdrammaturgo su 10 giugno 2011

Sulla crosta terrestre era la solita noia.
In nessuna galassia ci si divertiva granché.
Una forma di vita dalla massa gassosa su un pianeta sconosciuto non ne poteva più di vedere sempre le stesse facce.
In fondo, era domenica anche su Urano.

Splendeva un bel sole, del tutto inutile a migliorare la qualità della vita media.
Tutti in quei giorni erano disperati, perché era arrivata la notizia che un altro militare era morto in guerra ed un pugile aveva preso uno sganassone sul ring.

La Madonna si ostinava ad apparire in posti sfigati per lanciare messaggi planetari, così la redenzione restava lontana per via di discutibili strategie di marketing.
Un angelo era apparso in Svezia, ma nessuno lo aveva notato.

Fabio fissava il cappio. La corda sembrava resistente, il soffitto era stato intonacato di fresco, la sedia era solida, l’universo infinito. Ciò era rassicurante.

Giuseppe aveva le spalle larghe e gli occhi stanchi, il viso dalle proporzioni armoniche ed i vestiti consunti. I muscoli possenti trascinavano pigramente il suo disincanto. Era alto e triste, aitante eppur malridotto, insomma un gran bel frusto.
Puzzava di morto. Normale, essendo vivo.
Non aveva molta autostima. Dopo aver cacato, si sentiva svuotato di significato.
Faceva continui soliloqui con se stesso, venendo fischiato dal pubblico.
Aveva smarrito se stesso, aveva fatto fare l’annuncio e si aspettava alle casse. Ma niente.

L’uomo con la blusa azzurra lavorava nei cantieri navali ed era stato al varo. In precedenza era già stato al berto. Al momento era ar mando, e probabilmente lo sarebbe stato fino alla fine dei suoi giorni. Svolta romanesca? Forse. Tanto non faceva differenza. Una congiunzione raramente fa la differenza.
Disistimava metanarrativamente chi si serviva di facili giochi di parole a scopo umoristico.
Ma soprattutto, non sapeva che l’indumento che indossava fosse una blusa. Avesse immaginato, si sarebbe sentito profondamente a disagio.

Alessio si chiamava Marco.
Abitava nell’Illinois. Anzi no, a Mestre.
L’inquinamento di Porto Marghera stava diventando un cliché della comicità, dunque meglio soprassedere.
Una ragazza lo aveva notato: era l’unico essere umano tra tutti vasi di genziane.
“Come ti chiami?”
“Alessio”
“Piacere, Monica”
“Volevo dire Marco”
“Uau, origini evangeliche”
“Sì”
“Cosa si prova?”
“E’ comunque peggio che chiamarsi Alessio”
“Perché?”
“Boh”
“Cosa fai nella vita?”
“Sono primario all’ospedale nel reparto di ortopedia. Ah, no, scusa, mi sono sbagliato: sono tornitore disoccupato”.
Così Monica uscì con uno dei vasi di genziane.

Fabio continuava a fissare il cappio. La corda non era cambiata. Non era cambiato il soffitto, non era cambiata la sedia, non era cambiato l’universo. Ciò era rassicurante.

Arrigo era largamente riconosciuto come uno dei migliori giornalai della provincia.
Pensava in piccolo anche quando pensava in grande. Una volta si era candidato alle elezioni comunali.
Aveva avuto una relazione con Priscilla, il cui sogno segreto era quello di fare la fluffer.
Timido e riservato, appassionato spettatore di parcheggi, aveva esitato a lungo prima di lanciarle il primo invito: “Ho due biglietti per l’ultima manovra…”.
Poi si erano messi insieme, ma lei si dimenticò che si erano fidanzati e non si videro mai più.

Il torneo di ping pong a quattro era sempre più vicino.
Franco e Carlo avrebbero dovuto affrontare al primo turno i gemelli Affinati, del tutto identici, ambedue Gelsomino.
Non avevano speranze, né contro i gemelli Affinati né in generale.

Ilario credeva nel libero mercato. Per questo faceva il fruttarolo.
Sapeva il fatto suo. Sapeva che non bisogna mai fare inviti, domande o proposte alle donne. Così diceva: “Io stasera scopo a casa mia. Se vuoi venire…”.
Era un tipo risoluto. Quando una donna gli piaceva in modo particolare, non si faceva problemi a mettere le cose in chiaro: “O me la dai o me la prendo”.
Era una persona rispettosa delle idee altrui solo in apparenza. Quando diceva: “Puoi essere d’accordo o meno”, meno era predicato verbale.
Rimpiangeva i bei tempi andati. “Ormai i bambini non percuotono più i mendicanti”, sospirava.
Abbandonava i cani sull’autostrada, ma si giustificava dicendo che non faceva discriminazioni di specie, visto che ci abbandonava anche le fidanzate.
Tipo scrupoloso, spaccava i secondi. Venne arrestato per strage di medaglie d’argento.

Fabio fissava ancora il cappio. Aveva preparato il nodo con cura. Pensò che quelli della marina militare sono avvantaggiati nel suicidio, ma se ne servono troppo poco.

Donato era un medico traumatologo specialista in cadute da Vespa S 150 i.e.
Una volta arrivò un paziente grave che aveva avuto un incidente con la propria Vespa S 125 i.e. Quei 25 cc gli furono fatali.

Glauco aveva deciso che sarebbe andato ogni giorno ad aspettarla nel luogo dove si erano incontrati. Prima o poi lei sarebbe di nuovo passata di lì e sarebbe tornata da lui.
Lui l’aspettava. Ogni giorno, rassegnato alla pazienza.
Erano passati i secondi ed i minuti e le ore ed i giorni e le settimane ed i mesi e gli anni su quella panchina, ma lei non passava.
Quel lungomare desolante e desolato aveva il languore opprimente di dodici pasquette.
Eppure in qualche modo gli sembrava bello. Anzi no.
Di certo il mondo era ancora pieno di bellezza e di poesia, ma pensarlo mentre qualcun altro stava sbattendo la donna che amava era più difficile.
Non provava una così grigia melancolia da quando era stato schierato terzino destro in Terza Categoria, ruolo notoriamente ingrato nel calcio di provincia, in cui venivano relegati i ciccioni di difficile collocazione tattica.
Non si meritava quel male, considerando che non era neppure grasso.

Giuseppe aveva perso il lavoro, ma gli erano capitate anche cose brutte.
Forse gli eventi erano precipitati in seguito all’ultima non-storia di quasi-amore.
Si erano conosciuti, si erano presentati. Insomma niente di originale.
“Piacere, io sono Martina”.
Lui non aveva avuto niente in contrario.
Gli era piaciuta subito, nonostante facesse la cantante in un gruppo metal che aveva lo stesso sound dei lavori stradali.
Giuseppe aveva sempre pensato che il metal potesse essere valutato con parametri motoristici: “Il batterista va a 170 km/h”.
Era stata subito passione ed avevano trascorso una notte di ardori quasi guerrieri.
Lei voleva tatuarsi sulla schiena il simbolo del proprio gruppo preferito. Lui l’aveva minacciata di tatuarsi sul basso ventre la formazione dell’Inter campione d’Italia 1988/1989 con un ritratto di Andrea Mandorlini sullo sfondo.
La mattina dopo lei si era alzata, aveva preso un libro dalla sua libreria, “così ho una scusa per tornare da te, visto che dovrò riportartelo”, lo aveva abbracciato, baciato maliziosamente sul collo e se n’era andata. E da quella volta era scomparsa. Nessun messaggio, nessuna telefonata, niente. Sparita.
Lui aveva provato a chiamarla, ma niente, nessuna risposta. Aveva provato a cercarla anche via sms ed msn e Skype, poiché, nonostante tutto, si era nell’epoca del massimo progresso tecnologico.
Ma il silenzio prevale sull’elettronica.
Giuseppe aveva infine scoperto che Martina usava quel sistema con tutti gli uomini e si era aperta una bancarella di libri.
Giuseppe vide un ragazzino che prendeva a calci il cadavere di un piccione. Pensò che essere morti è una condizione svantaggiosa.

L’uomo con la blusa azzurra andò a casa e niente.

Alessio decise di rimanere in mezzo alle genziane fino a sera. A fare cosa? Perché, lontano dalle genziane cosa sarebbe cambiato?

Arrigo stava per morire, come fin da piccolo aveva sempre sognato.
Aveva un tumore, ma tanto era pelato già da prima.
Era così sfortunato che quando ebbe bisogno di una ditta per traslochi, non trovò un solo annuncio su nessun cassonetto.

Franco e Carlo erano due brave persone. Schietto l’uno, fedele l’altro.
Su queste qualità si doveva contare: la franchezza di Franco, la carlezza di Carlo.
Comunque persero.

Ilario si trovava in carcere.
Avere un alto senso civico lo aveva penalizzato quando aveva commesso l’ultimo omicidio. Era infatti stato preso perché aveva chiamato la nettezza urbana per far ritirare il cadavere come rifiuto ingombrante.
C’era una telefonata della massima urgenza per lui. Venne condotto fuori dalla cella, rispose, poche parole, riagganciò, il secondino lo riaccompagnò.
“Cos’è successo?” “No, niente, è morta mia madre”.

Donato venne bocciato al corso d’aggiornamento sui cinquantini smarmittati.

Glauco amava Pavese, del quale ammirava soprattutto il suicidio.
Quel libro che si erano regalati a vicenda del tutto involontariamente, il loro libro, ora riempiva le conversazioni di lei con un ricco uomo di successo prestante e dotto ed era diventato anche il loro libro. From C. to C., aveva scritto Pavese, e mentre Cesare stava componendo quei versi immortali (senz’altro più di lui), Constance Dowling giaceva alternatamente sotto e sopra a qualcun altro.
Hai voglia a scrivere, Cesarì.
E cosa dunque poteva mai aspettarsi Glauco, che manco poeta famoso era, ma operaio in una catena di montaggio del Terziario? Perfino la beffa dei paradossi della new economy gravava sul poco abbiente Glauco.
Lo consolava il pensiero che le lettere che le aveva mandato dopo nel tentativo di riconciliarsi erano diventate un buon combustibile per il termocamino.
Aveva perso del tutto le speranze – esigue già in partenza – quando si sentì picchiettare delicatamente sulla spalla. Si voltò tremando e la persona dietro di lui disse: “Sono Godot, qualcuno ha chiesto di me?”.

Fabio se ne stava sempre lì a fissare il cappio quando ebbe un’illuminazione improvvisa: “Ma perché devo suicidarmi? Ho un sacco di soldi, mi vogliono tutti bene, sono felice, trovo che la vita sia una cosa meravigliosa, ho pure successo con le donne!”.
Staccò il cappio e andò ad una festa esclusiva piena di modelle.

Erano tanti gli interrogativi sull’esistenza ancora irrisolti. Perché ai vecchi si rompe sempre il femore? Perché mai un braccio? Visto che per la produzione industriale si usano i macchinari, anche i macchinari per la produzione industriale vengono costruiti con dei macchinari, e dunque quali macchinari costruiscono i macchinari per la produzione industriale? E quali macchinari costruiscono i macchinari per la costruzione di macchinari per la produzione industriale? Perché la Briscola viene considerata più rispettabile del Rubamazzo?

Giuseppe, Armando, Alessio, Arrigo, Franco e Carlo, Ilario, Donato, Glauco: la disillusione li condannava alla vita.
Ammazzarsi richiede un atto di volontà di cui loro non erano all’altezza.
Non restava altra scelta che esistere, speranzosi nella profezia: il Signore verrà, assiso sulle nubi, separerà i buoni dai cattivi, si leverà sui cori angelici e parlerà alle genti con voce piena. Ma avrà l’accento ternano.

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Da quando mi hai lasciato

Pubblicato da sdrammaturgo su 3 giugno 2011

Versi struggenti per gli innamorati urbani

*

Da quando mi hai lasciato
non ho più trovato la verza ripiena
dal kebabbaro,
quella con il riso,
che costa pure poco.
Da quando mi hai lasciato
gli adeguamenti Istat
sono stati più salati del previsto.
Da quando mi hai lasciato
la situazione motoristica è precipitata:
il Free mi ha abbandonato,
ho comprato un Sym
ed ignoti me l’han fatto cadere
dopo due settimane.
Da quando mi hai lasciato
tutto ciò che cerco nella vita
son fellatio per dimenticare,
poiché bere fa ingrassare
e l’addome merita rispetto.
Dunque l’alcool no
perché fa venire la panza
e l’alito cattivo;
la droga no
perché non finanzio multinazionali;
il bricolage no
perché ho una dignità.
Da quando mi hai lasciato
la prosa è faticosa;
invece con la poesia
ogni tanto vai a capo
e ti riposi.
Da quando mi hai lasciato
Roma puzza di più,
i barboni pisciano con maggiore ostinazione,
i cani cacano
che sembran quasi nutriti a prugne.
O forse puzza uguale,
ma senza un buon collo da sniffare
il ciccion sudato che sale in autobus
con la Peroni da sessantasei
è più difficile da neutralizzare.
Da quando mi hai lasciato
mi servo delle anafore senza pudore
perché dispensano dall’eccessivo escogitare
e danno ritmo risolvendo grattacapi.
Da quando mi hai lasciato
l’amore tra Shakira e Piqué
è la cosa più bella che mi sia capitata.
L’altra è il mondiale vinto dalla Spagna.
Ci giocava Piqué,
la sigla era di Shakira.
Ma Shakira e Piqué non sapranno mai
di essere così importanti nella mia vita.
E cosa ne sarebbe stato di me
senza Xavi
e senza Iniesta?
Il calcio molce le cure
poiché fa pensar solo a se stesso.
Da quando mi hai lasciato
hanno arrestato pure Beppe Signori.
Da quando mi hai lasciato
il 4-2-3-1 sembra già superato:
tutti vogliono il 4-3-3,
sia nel calcio
che nella vita.
Ma non quello di Zeman,
che prendi ottanta gol a stagione;
no: quello di Guardiola,
ché tutti vogliono essere
belli e vincenti.
E però stan tutti in coda
per via del traffico deviato.
Da quando mi hai lasciato
i lavori alla Tiburtina sono rallentati.
Da quando mi hai lasciato
non è di maggio questa impura aria.
Ah, no, questa è di Pasolini.
Da quando mi hai lasciato
sono diventato un po’ peggiore
e un po’ migliore,
faccio ridere di meno,
ma faccio ridere meglio.
Da quando mi hai lasciato
mi piacciono le minorenni,
lepri metropolitane,
così perverse e rassicuranti
e sode.
Mi piacciono per suggerne la giovinezza,
tanto la mia statura morale
si è adeguata a quella misera del corpo.
Che poi non me la danno neanche loro.
Da quando mi hai lasciato
lo spam è peggiorato,
il fornaio di fiducia
mette la mozzarella nella pizza coi peperoni
e trovo salsicce subdole
sotto lo strato di patate.
Da quando mi hai lasciato
le sorprese non son mai belle,
le notizie tutte cattive,
il tempo così così.
Da quando mi hai lasciato
ho sviluppato un’insana passione
per le commedie romantiche
americane,
quelle in cui alla fine tutti si sposano
e sono felici
poiché si sono adeguati
al modello culturale dominante.
Dacché l’arte è figlia del dolore,
ma se la gode solo chi è felice.
Altrimenti mica hai voglia di guardare
Il settimo sigillo,
perché poi pensi:
“Non solo sono stato lasciato,
ma devo anche morire
e non sono manco bello come Max Von Sydow.
E sono per giunta una pippa a giocare a scacchi”.
Da quando mi hai lasciato
il punto più basso l’ho toccato
guardando Appuntamento con l’amore.
Oppure mi vedo i film d’azione,
dove tutti sparano a tutti
e alla fine vincono i marines
perché sono delle bravissime persone.
Da quando mi hai lasciato
ho rispolverato il vecchio amore
per Jerry Calà,
che sulle donne fa lo stesso effetto
dell’Ittiosi di Arlecchino.
Una donna accetta tutto di te,
ma non ti perdona
Jerry Calà.
Però ha interpretato
due commedie eccellenti:
Sottozero
con Angelo Infanti
e
soprattutto
Un ragazzo e una ragazza
di Marco Risi,
scritto con Furio Scarpelli,
mica cazzi.
E ha fatto anche
Diario di un vizio,
drammatico grottesco
di Marco Ferreri,
d’un’inquietudine sublime.
E pure Colpo di fulmine
sempre di Marco Risi
non è male.
Ma questo non tutti lo sanno
perché son troppo presi
a salvare le apparenze.
E a me preme sì la reputazione,
ma l’apparenza no
perché da quando mi hai lasciato
…ok, basta, se no viene troppo lunga.

 

 

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Le ragazze che raccolgono la merda del cane

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 maggio 2011

Le ragazze che raccolgono
la merda del cane
sono d’una grazia inaspettata.
La loro bellezza è una sorpresa,
un regalo del piano regolatore,
un’epifania tra i cassonetti.

Non sono principesse, per fortuna,
perché l’aristocratico belletto
e i pizzi pregiati e gli ori preziosi
son rozzi, son volgari e senza garbo,
imago non di stil ma di protervia,

giacché il Poter giammai è elegante;

ma per portare a spasso l’animale
- gradito certo più d’ogni altro uomo -
rimangono così, come lì in casa,
magari un po’ assestandosi i capelli,
perché non si sa mai: può comparire
quel figo del vicino, messo bene.
E allora a far cacare il cucciolotto
è meglio andarci almeno un poco a modo.
Oppure son in abito da sera,
ma, prima di sortir, natura clamat
e un cane non aspetta il fio mondano.

Le ragazze che raccolgono
la merda del cane
si chinano quando il cane ha fatto;

un po’ nella maglietta il seno dondola,
il jeans incontinente dona abbagli,
miraggi sul bitum dei marciapiedi,
che quasi centra il palo con lo scooter
colui che il torcicollo a mirar sfida.
E intanto il cane abbaia e vien sgridato
con ferma dolcezza, dolce fermezza.

La busta di plastica, il guanto alla buona
sono meglio di uno scettro o di un ventaglio.

E quanta leggiadria nel civil gesto!

Plebeo, solerte, tenero, schietto,
voluttuoso!

Non pesta il passante dispiaceri
e in luogo dello stronzo riposa
tenue scalpiccio d’asfalto lustro,
lascito gentile e rimembroso
d’un’autentica pleiade urbana.

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Saggezza pontificia

Pubblicato da sdrammaturgo su 17 maggio 2011

Per la beatificazione di JPII, Roma è stata tappezzata di frasi del festeggiato, che campeggiano tuttora dopo l’indimenticabile orgia di preghiera.

Il Premio Perplessità va sicuramente a questa:

Che frasona!

Tralasciando l’espressione facciale dell’autore della sentenza che ne evidenzia l’indubbia sapienza, non posso fare a meno di osservare: ma che aforisma è?!

Gli alunni di tutte le elementari del mondo sono in trepidazione: una nuova frontiera si apre per i pensierini a piacere.

Ora ho capito davvero cosa significhi pontificare.

Ho deciso di iscrivermi al seminario e studiare per diventare papa, cosicché ogni mia proposizione di senso compiuto venga salutata come una massima indimenticabile.

Per portarmi avanti con il lavoro, ho già preparato il mio repertorio:

*

«Io vi ho chiesto: “Che ore sono?”. Voi mi avete risposto: “Le sette meno un quarto”. E ciò mi è stato utile.»

«Ho sofferto per la sciatica, ma ora va molto meglio.»

«Va’ sempre dritto fino all’incrocio ed al primo semaforo chiedi di nuovo: qualcuno saprà darti le indicazioni che cerchi.»

«Quando ci sarà una serie di rimpalli nella vostra area, non abbiate paura di spazzare.»

«Rimbocchiamoci le maniche: la casa non si pulirà da sola.»

*

Crepi l’avarizia, qui non si bada ad enfasi.

Ma poi tutto ‘sto casino per la beatificazione quando bastava un giro di telefonate: “Pronto? Allora siamo d’accordo, facciamo che da oggi è beato”.

Beatificazione mi fa pensare a panificazione.

Che poi si tratta di questo: un anziano vestito in modo bislacco recita delle formule magiche e cambia il titolo professionale ad un morto.

E comunque a Roma esiste il pub GP2, locale cattolico dedicato a Wojtyla. Chissà se ci si rimorchia.

*

*

Appendice – Un altro aforisma sopravvalutato

“Nulla si costruisce sulla sabbia, tutto sulla pietra, ma noi dobbiamo costruire come se la sabbia fosse pietra”, Jorge Luis Borges, Frammenti di un vangelo apocrifo in Elogio dell’ombra.

Se fosse di Paulo Coelho sarebbe giustamente deriso, ma siccome è di Borges siamo costretti a dire che è grandioso.

*

Chiudo dunque con un mio imperdibile componimento poetico in linea con i sommi esempi di nobiltà dello spirito appena citati.

*

Noi come la pioggia

Senti la pioggia che batte contro le finestre.
Anche noi siamo come la pioggia.
Anche noi battiamo contro le finestre.

*

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Bambini, oggi vi insegniamo ad ammazzare il più debole

Pubblicato da sdrammaturgo su 16 maggio 2011

Dal Corriere dell'Umbria di oggi

*

Domani invece la giornata contro il bullismo.

*

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Logica vs. Legge – Lotta di classe in treno

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 maggio 2011

Treno Orte-Roma Tiburtina.
Il Passeggero Razionale constata che la seconda classe è piena. Va avanti ed arriva al vagone di prima classe, completamente vuoto, fatta eccezione per quattro o cinque posti occupati.
Si siede ed inizia a leggere un libro.
Arriva il Controllore.

CONTROLLORE Biglietto prego.

Il Passeggero Razionale mostra il biglietto.

CONTROLLORE Questo però è di seconda classe, qui siamo in prima.

PASSEGGERO Lo so, ma in seconda classe era tutto pieno, ho visto che questo vagone era vuoto e mi sono messo qui.

CONTROLLORE Ma lei qui non può stare.

PASSEGGERO Ma non c’è nessuno.

CONTROLLORE O paga il supplemento o se ne va.

PASSEGGERO Visto che mancano venti minuti all’arrivo, non potrei restare?

CONTROLLORE No, non può. Ci sono delle regole da rispettare.

PASSEGGERO Ma non ho tolto il posto a nessuno che abbia legittimamente diritto. Per dire, se arrivasse un passeggero con il biglietto di prima classe e reclamasse il mio posto, proprio questo nonostante tutti gli altri siano liberi, lo cederei, naturalmente. Ma questa è una tratta breve di appena mezz’ora, non ci sono fermate intermedie, chi doveva salire è già salito, quindi non solo non ho danneggiato nessuno, ma non c’è neppure la possibilità che io possa danneggiare qualcuno da qui a fine corsa. E, ripeto, anche se dovesse materializzarsi dal nulla un passeggero di prima classe che volesse il mio posto, me ne andrei. Ma ci sono solo quelle quattro persone laggiù.

CONTROLLORE Mi sta prendendo in giro?

PASSEGGERO No. Sto solo dicendo che non ho di fatto rubato niente a nessuno.

CONTROLLORE Insomma, le regole sono regole. I passeggeri di prima classe hanno diritto alla loro privacy.

PASSEGGERO (sbigottito) Ma non sto mica in braccio a loro! Né li sto importunando o ascoltando i loro discorsi!

CONTROLLORE Queste battute non le sopporto. I passeggeri di prima classe devono avere la loro tranquillità.

PASSEGGERO Ma quali battute?! Potrei capire se stessi ascoltando musica a tutto volume. Ma sto leggendo un libro in silenzio, non do fastidio a nessuno. Mi scusi, ma se sale un passeggero del tutto identico a me con un biglietto di prima classe, si siede qui e si mette a leggere un libro come sto facendo io, cosa cambia ai fini della tranquillità dei passeggeri là in fondo? Dubito che percepiscano nell’aria la presenza di un povero. Oppure se io stesso ora tiro fuori un biglietto di prima classe o pago il supplemento e poi continuo a fare le stesse cose che stavo facendo prima, cosa muta nella loro condizione? In che modo posso ledere la loro privacy o la loro tranquillità ora e smettere di farlo automaticamente non appena estraggo un biglietto più costoso di quello che ho?

CONTROLLORE Non faccia lo spiritoso. Ecco, vede? Laggiù nel vagone di seconda classe ci sono due o tre posti liberi.

PASSEGGERO Sì, ma ci sono di mezzo borsoni e valigie, per sedermi dovrei scavalcare alcuni passeggeri, farne scansare degli altri, far spostare le cose a qualcuno. Così facendo sì che disturberei la quiete di alcune persone. Mentre se rimango qui, nessuno viene turbato dalla mia presenza.

CONTROLLORE E se tutti facessero come lei? Se tutti quelli di seconda classe si mettessero in prima perché è vuoto?

PASSEGGERO Beh, a parte che è un problema che non si pone vista l’improbabilità dell’evenienza, ma va bene, radicalizziamo la questione: seppure tutti quelli in possesso di un biglietto di seconda classe si sedessero in prima e si alzassero qualora salissero passeggeri di prima classe lasciando loro il posto che spetta di diritto a chi ha pagato di più, andrebbe più che bene, direi.

CONTROLLORE Ah ecco, quindi facciamo che ognuno fa come gli pare e non conta più la differenza tra prima e seconda classe. Questa è una sua idea, però!

PASSEGGERO Ma non sto facendo un discorso politico sull’abolizione delle classi e l’uguaglianza. Il mio è un ragionamento puramente logico e pragmatico. Ecco, vede? Ora che io mi sono alzato, non è che al mio posto si è seduto un passeggero con un biglietto di prima classe, visto che non ce ne sono ed il vagone è completamente sgombro: è rimasto vuoto. Dunque, vuoto per vuoto, non è meglio che ci si sieda qualcuno?

CONTROLLORE No!

PASSEGGERO Ma scusi, i sedili sono fatti per le persone. Così stiamo facendo fare un viaggetto a delle poltrone vuote! Che senso ha?! Guardi, il vagone è vuoto, ci sono solo quattro o cinque persone per una cinquantina di posti!

CONTROLLORE C’è una regola e va rispettata.

PASSEGGERO Ma la regola deve essere tale in quanto giusta, non è che è giusta in quanto regola. Poi esistono anche il buonsenso, l’applicazione e l’interpretazione volta per volta.

CONTROLLORE La legge è la legge.

PASSEGGERO Ho appena capito che la legge serve a dare un motivo di vita a chi non ne ha di migliori.

CONTROLLORE Lei ha un motivo di vita?

PASSEGGERO Migliore di questo.

CONTROLLORE Arrivederci.

PASSEGGERO Arrivederci.

Pubblicato in: Tu' Zio, Vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 20 Commenti »

 
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