Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Ma pensa…

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 12 Maggio 2008

“Il problema di Napoli sono i rom che tolgono il lavoro agli onesti camorristi”

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Controllori controllati, o della pericolosità di tuo zio

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 6 Maggio 2008

Sottotitolo: il mondo si divide in due categorie: chi ha una dignità e chi fa il controllore.

Come espresso più volte in molti altri scritti, sono sempre stato convinto che i grandi problemi del mondo siano ravvisabili già a partire dalle piccole vicende della quotidianità, che fungono da miniatura esemplificativa di temi ben più vasti.
La mia condanna è un’accresciuta percezione delle cose che mi porta a scorgere continuamente mali enormi in ogni facezia in cui mi capita di incappare, risalendo subito, con un’occhiata ed un rapido volo pindarico, dal minuscolo all’enorme. I guai di nascere pessimista cronico con una spiccata sensibilità associata ad un furore politico ai limiti del parossismo. Risultato: un incessante rodimento di fegato senza la speranza nell’esaurimento delle viscere. Una sorta di supplizio di Prometeo riveduto e corretto a misura di studente spiantato, insomma.
Come se non bastasse, in inezie ad alto tasso di amplificabilità mi ci imbatto costantemente. Quando la sfiga si aggiunge a tutto il resto, cosa può un iracondo particolarmente portato alla rassegnazione?
L’ultima parva ma di riflesso macroscopica disavventura occorsami è fresca di giornata. Scenario: il treno. Già, sono reduce recente da uno scontro con il mio nemico naturale: Trenitalia, nella persona di tal Granito Michele, controllore.
La storia è questa: prendo il treno da Montefiascone per tornare a Roma; ad Attigliano dovrei prendere la coincidenza, ma il convoglio su cui viaggio è in ritardo e la perdo; devo quindi arrivare fino ad Orte e vedere se ce n’è un’altra; il mio biglietto è valido per i regionali, ma per il primo regionale per Roma dovrei aspettare due ore in stazione; vedo che c’è un intercity entro venti minuti e decido di salire su quello; peraltro tarda di quindici minuti anche l’intercity; onde evitare noie, neppure mi siedo e decido di fare il viaggio in piedi tra uno scompartimento e l’altro; arriva il controllore.

CONTROLLORE “Biglietto prego”

INTELLIGENTE “Ecco a lei. So che non è valido per l’intercity, ma purtroppo non è colpa mia: avrei dovuto prendere il regionale, ma a causa di un ritardo l’ho perso ed ho dovuto ripiegare su questo”

CONTROLLORE “Ora però deve pagare il supplemento”

INTELLIGENTE “Ma scusi, non posso mica pagare io per un disservizio vostro che mi ha danneggiato”

CONTROLLORE “Eh, lo so, ma è il regolamento”

INTELLIGENTE “Sì, ma se i treni fossero stati puntuali, io avrei viaggiato in regola”

CONTROLLORE “Purtroppo la coincidenza che lei ha perso non è ufficiale, quindi non può valere”

INTELLIGENTE “Sì, vero, ma siccome ci sono pochissimi collegamenti tra quella zona e Roma, è pratica abituale e favorita dallo stesso personale ferroviario considerare quella coincidenza al pari delle altre”

CONTROLLORE “Capisco, ma tra l’arrivo ad Attigliano del treno da Montefiascone e la partenza del treno da Attigliano a Roma Termini intercorrono solo tre minuti, mentre per essere coincidenza ufficiale ne servono cinque. Se fosse stata coincidenza ufficiale, il suo biglietto sarebbe stato valido anche su questo treno, poiché in quel caso sarebbe scattato il rimborso. In questo caso però la legge mi dice…”

INTELLIGENTE “Certo, c’è la legge, ma poi c’è anche il buonsenso. Lei dunque riconosce che io ho ragione, ma ha deciso lo stesso di applicare un regolamento assurdo ed iniquo quando invece potrebbe lasciar perdere”

CONTROLLORE “Ma questo è il mio lavoro”

INTELLIGENTE “Qualcuno sta forse sorvegliando il suo operato?”

CONTROLLORE “No, ma devo comportarmi per forza così. E’ sufficiente che lei mi paghi il supplemento”

INTELLIGENTE “Fosse anche un solo euro di più, non ho alcuna intenzione di pagare”

CONTROLLORE “Allora mi tocca farle la multa”

INTELLIGENTE “Bene, vedrò di contestarla domani stesso, rendendo noto all’azienda che non intendo assolutamente pagare neanche un centesimo per qualcosa che dipende da un disservizio dell’azienda medesima e di cui sono stato vittima”

CONTROLLORE “Prenda la multa, mi dispiace”

INTELLIGENTE “Arrivederci”

Ora, dov’è la questione di carattere generale e ben più grave desumibile da quella che risulterebbe altrimenti una trascurabile sciocchezzuola? Il controllore Granito Michele (è bene fare i nomi dei vili) si è comportato da perfetto schiavo che sospende il proprio giudizio per attenersi ciecamente a quello che gli hanno detto di fare. In questa occasione, infatti, egli avrebbe potuto benissimo affidarsi al proprio criterio, ed invece, pur comprendendo che a rigor di logica non ero io ad essere in torto, non è riuscito a far altro che attenersi ad un copione prestabilito, impostogli ed autoimpostosi, applicando pedissequamente un regolamento che egli stesso reputa sciocco e tralasciando il quale non sarebbe incappato in alcun tipo di guaio.
Quel controllore non era un mostro, non era un arrogante presuntuoso fanatico: era un ragazzo gentile ed educato, che mi è sembrato persino sinceramente rammaricato per il fatto di dovermi muovere una sanzione; era però così intrappolato nel suo ruolo da non riuscire ad immaginare una soluzione diversa, una via alternativa e personale rispetto a quella prevista dalla veste appiccicatagli addosso ed accettata passivamente senza porsi dubbi.
Ecco, guardando quel controllore incapace di utilizzare la propria facoltà di discernimento, io ho visto tutte le aberrazioni del genere umano. Ho visto i totalitarismi, ho visto gli stupri di gruppo, ho visto Auschwitz. Esagerato? Forse. Ma forse no. Mi spiego. In fondo, la sottomissione e l’adeguamento sono i presupposti per ogni infamia. Quel semplice controllore, un ragazzo come tanti, un uomo qualunque, obbediva a quanto gli era stato detto, anche quando poteva e magari voleva fare diversamente senza tema di effetti collaterali. Ebbene, è grazie a persone come quella che i dittatori trovano terreno fertile e campo agevole; è grazie a chi non si pone domande ma si limita ad eseguire che vengono perpetrati i più efferati abusi.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto quel tale se fosse nato in un’altra epoca, avesse trovato lavoro come sentinella su una torretta di un lager e, invece di riflettere in maniera indipendente e secondo senno, si fosse limitato ad eseguire gli ordini.
Non c’è peggiore aguzzino di un servo. Hitler è niente senza i kapò. In ogni situazione limite di crudeltà, sono sempre in pochi quelli veramente coscienti di ciò che succede, alcuni dei quali guidano la sopraffazione a loro vantaggio, mentre gli altri la combattono. I più, soggiacciono al determinato stato di potere in cui hanno in sorte di ritrovarsi.
Tra quelli che sono soliti chinare il capo e conformarsi esistono ovviamente vari gradi di violenza ed aggressività. La personalità ed il carattere contano, non tutti possono essere egualmente feroci. Ci sarà così chi materialmente spargerà il sangue, chi sarà addetto a sistemare gli elenchi dei deportati nei fascicoli e chi si limiterà ad occultare e negare.
Ma gli ultimi non sono meno colpevoli e meno pericolosi dei primi: i loro rapporti sono di interdipendenza. Non può esistere alcun carnefice senza un comune cittadino che gli cucia o gli lavi i vestiti. Non c’è differenza tra un boia ed il suo sarto.
Ecco, io in quel mite controllore ligio al dovere, incapace senz’altro di fare del male e nuocere fisicamente ad alcuno, non ho visto altro che un potenziale collaborazionista di un regime, un complice di una possibile barbarie.
Il male è banale. I nemici ce li abbiamo intorno. Non hanno i denti aguzzi, non sono perversi o sadici, non sono genii del crimine. Sono i nostri zii, i nostri cugini, i nostri conoscenti. Sono quelli che fanno sempre e solo ciò che viene loro imposto, che si adattano, che smarriscono il loro Io nella massa informe.
Credo sia fondamentale imparare a badare di meno ad Hitler e concentrare una maggior attenzione sul cameriere che gli rassettava la camera.

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Contro controinformazione

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 11 Maggio 2008

- A Bucarest le donne hanno organizzato una manifestazione per protestare contro la violenza domestica. Grande impegno da parte della polizia per portare la violenza anche all’aria aperta.

Sull’emergenza stupri, parole dure da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “La violenza sulle donne è inaccettabile”. Ancora più estrema la sua dichiarazione sulla crisi dei cereali: “Il cibo è importante per vivere”.

Alemanno ha invece varato il piano contro gli abusi sessuali: le stazioni sono troppo insicure e piene di stranieri, quindi si potrà essere stuprate solo sui vagoni e solo da italiani.

- Tragedia famigliare. Un anziano è morto fulminato mentre cercava di rianimare la moglie ottantenne con un defibrillatore. Stasera tutti a cena a casa mia.

- Esposta al pubblico la salma di Padre Pio. Un po’ deludente l’abbronzatura.

- Nuova apparizione della madonna, e stavolta il gruppo spalla non era male.

Anche in questa occasione ha messo in guardia gli astanti dal peccato ed ha detto di pregare per la salvezza degli uomini, prima di reclamare la padella antiaderente con i punti del supermercato.

- Secondo recenti ricerche scientifiche, è vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma grattarsi le palle lo gratifica di più.

- Cambiamo decisamente argomento: Marica, sei una troia.

- Cronaca giudiziaria. Un mafioso si è infuriato quando gli hanno dato del medico.

- Storia. Risolto equivoco millenario: Attila non era che un trebbiatore.

- Moda. Le sfilate parigine propongono una donna forte e sicura di sé che però non te la dà.

- Esce nelle sale l’attesissimo film d’avventura Sopravvivere con i lupi, ma poi morire per un’appendicite.

- Si è svolta ieri la finale di Missidaglia. Ripercorriamo i momenti salienti del concorso di bellezza.

PRESENTATORE Signore e signori, apriamo la busta con il verdetto. Dunque, la più figa è…la più figa è…la numero 72 Nora Baccagna!

Grida di giubilo e tripudio, amichevole cappottone alla vincitrice in lacrime

PRESENTATORE Allora, Nora, cosa si prova ad essere la più figa?

MISSIDAGLIA Sono commossa, ho sempre desiderato di essere la più figa. E’ veramente un sogno che si realizza, un’emozione unica. Una sensazione indescrivibile: la più figa, ancora non mi sembra vero, quasi non ci credo.

PRESENTATORE Eh già, effettivamente essere la più figa è una bella soddisfazione.

MISSIDAGLIA Ringrazio i miei genitori che mi hanno fatto così figa e tutti gli amici, i parenti ed i telespettatori che votandomi hanno contribuito a farmi essere la più figa di tutti.

PRESENTATORE Progetti per il futuro?

MISSIDAGLIA Beh, essere la più figa comporta delle responsabilità e molti impegni. Immagino che dovrò andare parecchio in giro a rappresentare la figa nel mondo e questo mi porterà via gran parte del tempo.

PRESENTATORE E’ stata dura essere così figa?

MISSIDAGLIA Di certo essere la più figa non è affatto facile. La concorrenza è dura, in giro c’è tanta figa, ma ho dimostrato che con dedizione e sacrificio e soprattutto credendoci fino in fondo si può arrivare ad essere davvero una gran figa. Anzi, ne approfitto per ringraziare i parrucchieri, i truccatori ed i personal trainer che mi hanno aiutato a diventare ancor più figa.

PRESENTATORE Qualche rimpianto?

MISSIDAGLIA Mi sarebbe piaciuto fare il ministro, ma quello spetta solo alla seconda classificata.

- Sport. Dopo il caso Pistorius, il comitato olimpico ha deciso di ammettere a Pechino 2008 gli atleti disabili con protesi alle gambe, purché dimostrino di saper ballare il tip-tap.

Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire lo Speciale Cultura, dedicato quest’oggi ad Henry Miller ed Anais Nin. Titolo della puntata Una pompa vale più di mille parole.
Ospite in studio, una prostituta muta.

Buona serata.

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Paradossi di Cojone

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 1 Maggio 2008

La mafia è meglio della polizia

Dopo le violenze del G8 di Genova, il massacro della scuola Diaz e soprattutto le torture nella caserma di Bolzaneto - che rappresenta l’Auschwitz della Repubblica italiana, il crinale sull’abisso della democrazia, il punto cruciale dopo il quale nulla può più essere lo stesso e dal quale non ci può più essere ritorno se non se ne affronta e risolve il nero problema - non si è sentito un solo esponente delle forze dell’ordine denunciare e condannare gli abusi dei propri colleghi, ed anzi gli interi corpi di polizia e carabinieri si sono stretti a cerchio intorno agli aguzzini, secondo l’untuoso e squallido principio del senso di appartenenza, padre di ogni infamia. Un simile atteggiamento di spirito cameratesco ha un nome ben preciso: si chiama omertà. E l’omertà, è ben noto, sta alla base delle organizzazioni mafiose, è proprio della (in)cultura mafiosa, ne costituisce la linfa vitale, il fondamento essenziale, ne rappresenta la natura stessa.
Tuttavia, tra i mafiosi, non capita di rado che qualcuno trasgredisca la legge ferrea del silenzio e venga meno all’imperativo della meschina solidarietà volta a nascondere le colpe degli affiliati per salvaguardare interessi comuni.
Nessun pentito è invece pervenuto dalle file delle forze armate; nessuno sbirro ha deciso di collaborare con quella giustizia di cui ogni uomo in divisa dovrebbe invece essere foriero e depositario; nessun tutore della legge ha parlato prendendo le distanze ed opponendosi con decisione alle efferatezze compiute dai propri colleghi, a differenza dei diavoli del crimine, molti dei quali hanno contribuito a scardinare i loro stessi gruppi malavitosi d’origine. E chi copre, occulta o nega è complice di chi sevizia e pertanto non meno colpevole. Dunque, in questo caso, è possibile eccome generalizzare, visto che nessuno si è scagliato contro un simile meccanismo perverso: le forze armate sono un’associazione a delinquere che pratica regolarmente il sopruso e, in virtù della sua ben più ostinata tendenza all’omertà, risulta peggiore della mafia stessa.

Ne consegue che

Le forze dell’ordine tutelano il delinquente e colpiscono l’onesto

Nel pomeriggio di ieri i lavoratori migranti hanno manifestato lungo le strade di Roma per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. Tra camionette ed agenti in tenuta antisommossa, il dispiegamento di forze era davvero ingente. Numerosissimi uomini e mezzi impiegati per sorvegliare una delle manifestazioni più pacate mai viste, in cui i dimostranti sfilavano in fila indiana, lasciando la parola ad un solo rappresentante con il megafono. Mentre i poliziotti erano così impegnati a tenere sotto controllo cuochi, camerieri, fiorai e manovali, in una via parallela, nei pressi della Stazione Termini, ho visto un altro immigrato, ubriaco fradicio, infastidire ogni donna alla fermata del tram, sbottonandosi i pantaloni e mettendo le mani addosso a chiunque. Il cittadino medio massificato e dunque non pensante cosa coglie da due eventi in concomitanza come quelli? Da un parte vede tanti poliziotti che circondando numerosi immigrati che rumoreggiano e pensa: “Questi immigrati sono proprio una piaga”. Poi fa due passi ed incappa in un altro straniero di colore che molesta donne per strada: “Ecco, vedi? Avevo ragione! Sempre i soliti, bisognerebbe rispedirli a casa loro!”. Per evitare tutto ciò, sarebbe bastato mandare qualche uomo a pattugliare i quartieri invece di tenerne così tanti a fare da cane da guardia ad onesti cittadini, che poi altri non sono se non quelli che preparano la tua pizza, lavano la tua macchina, spazzano il tuo cortile.
D’altronde è tipico essere fermati la sera quando si esce con gli amici, venire perquisiti, subire battutine e sfoggi di nauseante quanto infantile autorità mentre in zone come le stazioni Termini, Tiburtina, Ostiense, di notte non si vede mai una macchina di polizia o carabinieri e le ragazze devono essere scortate anche solo per attraversare un piazzale.
Quindi, è evidente come le forze dell’ordine alimentino un clima di insicurezza, rivestendo il ruolo di ingranaggi in una sorta di semi-volontaria strategia della tensione aggiornata, riveduta e corretta.
Per la cronaca, ad importunare le ragazze alla fermata del tram c’era anche un italianissimo bulletto che assillava ognuna con degli insopportabili: “Ammazza quanto sei bella. Me lo fai ‘n soriso? Sei popo bbona, ahò. Vieni a letto co’ me, no?”. Però era vestito meglio dell’immigrato, era sobrio ed aveva i capelli a posto. Essere stuprata da uno così deve essere tutto un altro vivere.

Alla luce del coattello de mmerda, ne consegue che

In una strage di civili, non tutti sono vittime innocenti

Giorni fa ero sempre a Termini e sempre alla fermata dell’autobus. Già, è il luogo ideale per avere un nitido spaccato del mondo e sì, mi ci trovo spesso per forza di cose.
Vicino a me c’era un ragazzo piuttosto effeminato, sia nel look che nelle movenze. In quel momento sono passati lì di fronte tre controllori dell’ATAC dalle facce viscide, grottesche, lombrosiane, con i capelli impomatati e l’espressione di chi cammina a testa alta fiero della propria ignoranza e grettezza d’animo. Uno di loro indica ai compagni il ragazzo effeminato e gli sento dire: “Ahò, que’ è dichiarato”, suscitando l’ilarità degli altri. Subito mi è balenato in testa uno strano pensiero: “Se ci fosse un attentato qui, in questo istante, se una bomba ci spazzasse via tutti, l’indomani si parlerebbe di strage di civili, inermi cittadini innocenti. Ma persone come questa schifezza omofoba qua davanti, che con una sola battuta ed un solo sguardo ha rivelato tutto il proprio microscopico universo marcio, biecamente razzista, rozzo e senza umanità né sensibilità, possono essere considerate innocenti, anche se non hanno compiuto malefatte? In fondo ogni loro atto ed ogni loro parola è una malefatta, poiché tutto ciò che fanno o dicono è sordido e miserabile, e, in qualità di componenti della comunità, fanno la loro parte nel processo di abbrutimento collettivo. E quante persone così ci saranno, adesso, su questa stessa piazza? E quante ce ne saranno state nelle Torri Gemelle, alla Stazione di Bologna, sotto al bombardamento di Dresda? Quanti non-innocenti avranno ricevuto una lustrata al loro nome grazie al loro omicidio?”.
Non ci si riflette mai, ma anche le teste di cazzo possono diventare bersagli sommari di terrorismo o venire travolti da sciagure letali. Anche i semplici stronzi, la cui mediocrità aggressiva concorre alla violenza prevaricante su cui è basata una società lercia, muoiono.
Posto che non è giusto in alcun caso venire uccisi, credo che molta gente, anche se neppure lo sospettiamo, meriti talvolta di morire. O comunque, il pianeta non ne sentirebbe la mancanza. Ne gioverebbe.
Ecco, se quel controllore fosse saltato in aria, non lo avrei mai pianto.

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Merende traumatiche

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 7 Maggio 2008

Sottotitolo: Carlo Lucarelli a Blu Notte la racconterebbe così.

Questa è una storia d’altri tempi. Certe storie siamo abituati a sentirle ambientate lontane nel tempo e nello spazio, in luoghi ed ere remoti. Una storia così incredibile e spaventosa non può accadere da queste parti. Non qui, non da noi. Ed invece questa storia è accaduta davvero e proprio a due passi da noi, nella campagne dell’Alto Lazio, tra le colline che svettano sul Lago di Bolsena, e soltanto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta.
Se questo fosse un film od un romanzo, la scena si aprirebbe con un bambino un po’ sudato - sta tornando a casa da un pomeriggio di gioco - che sta salendo le scale in pietra di una vecchia casa a ridosso dei castagneti. E’ stanco, forse, ma ha l’aria luminosa e vitale tipica dell’infanzia spensierata. Eppure, guardandolo più attentamente, si nota un velo di dubbio e timore sul suo viso, come se sospettasse - o meglio, sapesse già - quello che lo aspetta dentro quell’abitazione apparentemente tanto accogliente. Ma chi è quel bambino?
Come ogni film o romanzo che si rispetti, è bene presentare prima i personaggi. Quel bambino che sta salendo le scale si chiama Claudio. E’ un ragazzino sognatore che ama lasciar viaggiare la fantasia. Adora le favole e la mitologia, grande appassionato di cartoni animati, è nato e cresciuto nell’epoca della cultura televisiva, di Howard e il destino del mondo, delle pubblicità accattivanti dei giocattoli, ma soprattutto è nato e cresciuto nel pieno del grande boom delle merendine. Merendine. Mettiamole da parte senza dimenticarcele. Un ragazzino come tanti, a cui piace leggere, giocare, guardare la tv.
Ora però sta salendo quelle scale ed in cuor suo sa bene cosa lo attende all’interno. La casa in cui si sta recando è la casa della nonna. A Claudio piace molto stare dai propri nonni, perché, rispetto ai suoi genitori, abitano più vicino ai campi ed egli va pazzo per le arrampicate sugli alberi e le corse nella boscaglia. Eppure in quel momento non è completamente tranquillo e sereno. Perché?
Facciamo un passo indietro. Claudio, com’è solito fare, ha giocato tutto il pomeriggio con il suo amichetto Giorgio. Giorgio appartiene ad una famiglia ricca, diversa dalle altre famiglie di quella frazione rurale; padre avvocato e mamma dottoressa, coccolato e vezzeggiato dalla nonna e dalla zia, il compagno di giochi di Claudio nella sua casa ha praticamente tutto: Tartarughe Ninja, G.I. Joe, Combattini, Masters; ma soprattutto, merendine. Tante merendine. Di ogni genere. Quando Claudio passa davanti alla credenza, vede ogni ben di dio: tegolini, kinder delice, crostatine - e non già quelle con la marmellata, bensì quelle con il cioccolato - e specialmente lui, il sogno proibito, la merendina-chimera: il soldino. No, quelle meraviglie non sono solo in tv: quelle meraviglie esistono davvero e proprio ad un passo da lui.
Ma riprendiamo Claudio dove lo abbiamo lasciato, sulle scale della casa dei nonni. Dicevamo che Claudio sa cosa lo aspetta, perché è successo altre volte, perché succede sempre; ma il suo mondo libresco e catodico non gli ha ancora permesso di rinunciare alle sue speranze. Ed anche quel giorno, l’illusione che le cose possano andar meglio si scontra con la tacita rassegnazione che egli nasconde a se stesso. Claudio sa che lui e Giorgio non saranno mai compagni di merende.
Quando il piccolo Claudio apre la porta ed entra in cucina, lo spettacolo che si para di fronte ai suoi innocenti occhi di fanciullo è sconvolgente, raccapricciante: c’è la nonna, accanto alla stufa costantemente accesa, che lo attende con una mela in mano. Balbettando atterrito, Claudio sussurra scosso, quasi a voler grattare nel fondo della sua fiducia in frantumi: “Ho fame” “C’è la mela” “Ma la mela non mi va” “Allora nun c’hai fame”.
E poi, se possibile, la nonna fa ancora di peggio: estrae da un cassetto una grattugia, gratta la mela in un piattino e la porge al nipote. Sì, la mela grattata. Con ancora negli occhi le merendine affollate negli scaffali del suo amichetto, Claudio è costretto a mangiare la mela grattata.
In fondo quella non è neppure la cosa più terribile a cui è stato costretto ad assistere alla sua tenera età. Non di rado i suoi pomeriggi erano infatti già stati segnati dalla mela cotta.
Quelli sono gli anni del calippo, ma a lui tocca al massimo la banana. Vero è che si era bruciato tempo addietro la sua occasione: nello scolare il succo rimasto nel tubo del Calippo Fizz alla Coca Cola, se lo era rovesciato sulla camicia attirandosi le ire materne.
Mela cotta, mela grattata, banana. Sarebbero già sufficienti per far tremare dalla paura. Ma non è ancora finita.
A segnare i suoi pomeriggi di fanciullo c’è anche il pan bagnato con lo zucchero: una fetta di pane - non quello fresco, ma quello de casa, “perché dura di più ed è più buono”, almeno secondo nonni e genitori. Dunque dopo quattro giorni si può mangiare eccome, a meno che non serva come materiale edile. E poi il pane fresco è per viziati - una fetta di pane, dicevamo, umidificato con dell’acqua del rubinetto ed insaporito con un po’ di zucchero.
Quando Claudio chiede qualcosa di dolce, gli vengono date le fette biscottate accompagnate da del caffè d’orzo, o al massimo da un po’ di thè, rigorosamente non passato, perché “mica farai lo schizzinoso per un po’ di residuo sul fondo?!”. Claudio scola dunque quella tazza di thè con sedimentazioni etrusche che gli permettono di intuire il sapore dell’argilla.
E poi, il culmine della perversione: Claudio vede la nonna affettare il pane tra il gommoso ed il marmoreo e quindi afferrare un pomodoro. Pane e pomodoro: lungi dall’essere il massimo, ma poteva andare peggio, si dice il pargolo. Ingenuo. La nonna taglia a metà il pomodoro, ne prende una parte e la strofina sulla fetta di pane. Già, pomodoro strofinato sul pane. Non spezzettato sopra, non a bruschetta, non financo spremuto, bensì strofinato.
Estenuato da quella interminabile sequenza di orrore, Claudio implora nonni e genitori, i quali, per una volta, mostrano pietà e sembrano fare un passo indietro rispetto alle loro posizioni. Accantonano l’imperativo della merenda naturale e salutare e comprano al piccolo una merendina. Ma è il kinder brioss.
Dopo di quella, arriveranno anche l’uovo sbattuto, la macedonia, il sedano crudo, quando va bene le carote od i finocchi con il pinzimonio, quando va male la camomilla con i biscotti del discount.
Tali mostruosità durano ancora alcuni anni, poi si interrompono bruscamente. Indipendenza adolescenziale, storia finita, caso chiuso.
Ma che ne è stato del pan bagnato con lo zucchero o del pomodoro strofinato sul pane? Esistono ancora quelle merende ispirate alle novelle di Verga?
Misteri. Fitti misteri, che forse non troveranno mai una soluzione, ma che - da quando li abbiamo saputi - non potremo più toglierci dalla mente.
Queste cose accadono, sono accadute, e proprio a due passi da noi. Che accadano di nuovo o no, non possiamo saperlo. Forse sono state inghiottite per sempre dalle nebbie del tempo o forse, certi spettri, sono sempre pronti a riaffiorare, non appena distogliamo lo sguardo e lasciamo calare l’attenzione.
Ad ogni modo, una cosa, al termine di questo viaggio nella ferocia più inaudita ed impensabile, la abbiamo capita: i cavoli a merenda non sono poi così assurdi.

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“Pedanteria politicizzata” 7 - La mela

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 7 Aprile 2008

L’immobilismo ha un sapore neutro ma dolciastro, gradevole senza particolari impennate di gusto, di una delicatezza che scorre via in fretta senza lasciare traccia.
Già, perché in fondo l’adeguamento passivo alla tradizione può non essere così male. Sopportabile, financo piacevole, che smorza piano piano ogni entusiasmo e lascia che ci si adagi in una condizione di torpore abitudinario, di inerzia servile senza slanci ma senza traumi, senza il peso fragile della libertà e della responsabilità.
La descrizione di un simile sapore corrisponde perfettamente a quello della mela.
La mela, il più sopravvalutato degli alimenti, il più inutile dei frutti, il pomo con cui la Natura è stata più avara ma che dalla Storia ha ricevuto di più. Un successo millenario dunque immeritato su cui nessuno ha mai riflettuto abbastanza. Ma questa rubrica è nata apposta per far luce sugli aspetti apparentemente più insignificanti e trascurati della quotidianità, con l’obiettivo di sviscerarne la nascosta e sottile portata simbolica etico-politica; quindi un’analisi del carattere sociale della mela e della sua rilevanza culturale costituisce una tappa imprescindibile nella ricerca del Male annidato negli anfratti della vita di tutti i giorni.
E la mela rappresenta la faccia meno rumorosa e proprio per questo più temibile del Male: la sua capacità di insinuarsi strisciando e venire accolto assumendo un aspetto familiare ed innocuo, persino buono, zuccherando il veleno. Perciò la mela si configura come il Male stesso. La mela è il Male, e nella sua forma più subdola. Non è un caso se in latino il termine malus significa sia male che mela.
Fin da piccolo mi sono sempre interrogato sul motivo per cui la mela non manchi mai in alcuna abitazione. E pensare che quando tornavo a casa affamato e chiedevo: “Cosa c’è da mangiare”, al sentirmi rispondere: “Le mele” mi veniva automatico replicare fra me e me: “Ah, ok, allora non c’è niente”. Sì, perché la mela è il cibo che mangi quando proprio non c’è nient’altro, è niente, l’ultima spiaggia della nutrizione, che addenti quando l’istinto di autoconservazione te lo impone. Se il frigorifero langue ed il tuo bisogno di sostentamento scalpita, ti butti sui sottaceti; se sono finiti pure quelli, ripieghi mestamente sulla mela. Ebbene sì, la mela viene persino dopo i sottoceti.
Eppure, in ogni cesta di ogni cucina la mela la fa da padrone, è presenza costante in ogni lista della spesa, è l’ospite fisso che non riesci ad evitare, è l’Alba Parietti del settore ortofrutticolo.
Perché? Perché la mela è la fruttificazione della sottomissione alla tradizione, della schiavitù alla routine soverchiante. Il rapporto dell’essere umano con la mela è l’immagine precisa della sua tendenza ad abbassare la testa e subire per pigrizia, mancanza di volontà, ottusa convenienza pavida.
Frutto preferito da mamme e nonne, la mela incarna quella morigeratezza dei costumi - espansa addirittura sino ai territori della gastronomia nella sua opera di conquista della totalità del vissuto - che è l’imperativo categorico dello schiavo provetto. La mela è sobria, austera e l’individuo deve essere educato alla continenza, gli deve essere imposta la moderazione affinché diventi un corpo docile succube del potere. Il sapore né pessimo né delizioso della mela, né esaltante né avvilente, trasmette alle papille quella medietas, quella mediocrità, quell’equilibrio abulico ed apatico appropriati ad uno stato di obbedienza senza pretese.
La mela è misura di tutte le cose.
La mela si mangia “perché fa bene”, perché “una mela al giorno toglie il medico di torno”, senza indagare veramente sui suoi benefici e sulle sue qualità, “perché è così”, perché “è sempre stato così” e si è sempre fatto così.
Alla fine di una parca cena, dopo un modesto cucchiaio di minestra e prima di filare a dormire - con estrema umiltà, onde non sollecitare troppo le possibili corde peccaminose e viziose del nostro animo, ché l’indomani si deve andare a lavorare - si mangia una mela, senza troppa gioia né fastidio, senza vera voglia ma neanche sincera refrattarietà, così, come un gesto automatico di un robot avvezzo ai rituali quotidiani devitalizzanti della tradizione.
In anni ed anni di intensa lotta convintamente antimelista, ho sviluppato una prova oggettiva con cui incalzare i sostenitori della mela, che fa cadere inesorabilmente i tipici argomenti dello sciagurato melista (”suvvia, la mela è buona! A me piace!”) e non lascia spazio ad obiezioni di fronte al suo carattere di inconfutabile certezza: lo scontro diretto. Per dimostrare l’insulsaggine della mela è sufficiente infatti metterla a paragone con qualsiasi altro frutto: “Ah, dici che ami la mela? Ok, allora se ti dico di scegliere tra mela e pesca, quale dei due frutti preferisci? Oppure, mela o albicocca? Mela od anguria? Mela o prugna? Mela o ciliegia? Mela o fragole?” e così via. Da quando ho ingegnato e strutturato questo insuperabile nonché infallibile test, la mela ne è uscita sempre inevitabilmente sconfitta. Di fronte a tale strumento maieutico, ogni sprovveduto difensore della pochezza meliana si è visto puntualmente costretto a riconoscere l’assoluta inferiorità della mela, ammettendo che la sua melofilia non era supportata da altre basi oltre quella della consuetudine alimentare tramandata di padre in figlio.
Un mondo più razionale, passionale e saporito è possibile: diciamo tutti insieme il nostro secco e fermo no alla mela, affinché possiamo finalmente vivere e non semplicemente - e brutalmente - esistere.

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Letteratezza

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 1 Aprile 2008

Lettera a un bambino mai nato

Non ti sei perso niente.

*

Le affinità elettive

“Ah bbona, t’arisulto?”
“Dipende…Che me proponi?”
“C’ho ‘na siusta pressoché equina”
“Maddai? Io ho sempre avuto un debole per gli uomini con il membro ingombrante!”
“Sono commosso. Ingoi?”
“Oh sì, lo berrei pure in lattina, guarda!”
“Sei la donna per me”
“Ti amo”

*

Una vita violenta

“Ciao Tomma’, come stai?”
“Regolare, incazzato nero”
“Che hai fatto oggi?”
“Mah, niente di particolare, ho pestato tutti come al solito”

*

Ultime lettere di Jacopo Ortis

Caro Lorenzo, spiacente, ma ho finito i francobolli.

*

Opinioni di un clown

Sia chiaro fin dall’incipit: io non seguo la chiesa, ma credo in dio a modo mio. Mi serve credere in un essere superiore che è cristallizzazione dell’armonia universale; mi è utile soprattutto in questi giorni di elezioni amministrative, e si sa, al comune uno vota più la persona che il partito. Tanto alla fine destra e sinistra non vuol dire niente, l’importante è avere la testa sulle spalle e portare rispetto agli anziani. Ciò che conta davvero è l’amore, che è un sentimento irrazionale, quindi poco importa che io sia anarchico e vegano e lei fascista e macellara. Non ho certo i paraocchi per queste cose. Nelle questioni sentimentali conta ben altro: contano i piccoli momenti della quotidianità, i piccoli gesti che ti fanno capire che non dovrai farti le pippe almeno stasera, l’odore del pane appena sfornato, perché ci sta bene sempre. E poi lei mi piace perché dice sempre quello che pensa. E poco importa se pensa solo cazzate.

*

Finale di partita

Crotone - Ascoli 2 a 2.

*


Alla ricerca del tempo perduto

Do’ cazzo l’ho messo ’st’orologio de mmerda?!


*


Cent’anni di solitudine

Mi sarei quasi rotto le palle.

*


Memorie dal sottosuolo

“Gi’, ha’ finito co’ ’ste tubature?”
“Quasi, quasi”
“Daje, ‘namo, che mica potemo sta’ tutto ‘l giorno ne ’sto tombino, pe’ du’ sòrdi che ce danno”
“Mica se sa quanto cacano questi. ‘Ste fogne sempre intasate, so’”
“Sta’ attento, ché c’hai ‘na sorca che te ciancica li stivali”
“Eh, magara fosse ‘na sorca come dico io che me ciancicasse quarch’antra cosa”
“Hehe, daje che quest’anno ritornamo a Cuba. T’aricordi quanto avemo scopato tre anni fa?”
“E come nu’ me ricordo…Capirai, du’ euro a bocchino. Qui manco co’ le slave tumefatte”
“Qui pe’ du’ euro te piji al massimo ‘na nigeriana co’ la diarrea e te lavora solo de mano”
“Invece lì è ‘n artra cosa…Ma te ricordi a quella moretta come je spigneva mar culo?”
“Ah, e quella ce l’aveva come la conca do’ ce lavava li panni la mi’ pòra ma’”
“Comunque ‘l mejo scosciacapretto lo faceva quell’altra, cosa, come se chiamava…”
“Dolore, Doloresse, ‘na cosa del genere”
“Altro che dolore: quella come m’alzavo la mattina, era ‘no scantarone”
“J’emo dato giù, avoja si j’emo dato giù”
“Nun ce pensamo, va’. Daje, svotamo ’sto filtro che è pieno de piscio e poi annamo a casa”
“Passame la pinza”
“Eh, come je l’appinzavo ma ’ste cubane…”
“Daje, nun esse malinconico”

*

I dolori del giovane Werther

Guglielmo, amico mio, sono settimane ormai che la sciatica non mi dà tregua. Potrei sopportare virilmente, è vero, invece di lamentarmi come una donzella di Toscana, ma ti prego di essere clemente con la mia femminea mollezza, poiché ci si è messa anche la solita gastrite. Oh, soffro così tanto, Guglielmo mio! Certo, avere l’ernia al disco non aiuta la mia tendinite, ma speravo almeno in questi mesi di evitare il mal di gola. E invece niente: il fato si è accanito su questo povero cuore che deve certo aver peccato di tracotanza, quando si è illuso di poter sconfiggere le emorroidi che il potente Iddio aveva voluto mandarmi in sorte. Non è tanto l’ardore dello spirto che mi affligge, quindi, quanto il bruciore delle chiappe. Ci sono giorni in cui il mio patimento si fa sì acuto che quasi bramerei di porre fine ai miei tormenti con il più estremo dei gesti. Ma poi mi rammento che devo ancora saldare il conto con il dentista - sai, per quel molare che mai mi ha dato tregua in tutta la mia sciagurata vita - e così arresto la mano, lasso e straziato dai sempiterni reumatismi. Ti saluto e ti abbraccio, sodale adorato, almeno idealmente, cosicché tu non abbia a temere ch’io ti attacchi codesta tosse che mai non accenna a dipartire.

*

I viaggi di Gulliver

Mah, a me Sharm el-Sheikh nun m’è saputo niente de che. A parte ‘l fatto che se magna male, ma poi la gente se veste come le statuette del presepio.

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Constatazioni&Confutazioni

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 12 Aprile 2008

“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 27)

Dio è brutto, stupido e cattivo.

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Sopruso padronale, altrimenti detto Mercato

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 10 Aprile 2008

Da cinque anni vivo in un appartamento a Roma nei pressi della Stazione Termini, in condivisione con altri ragazzi. L’affitto complessivo della casa è di 920 euro al mese. A me è sempre sembrato uno sproposito - nonostante il mondo che mi circonda voglia convincermi che in virtù della zona è un prezzo normale - ma sono sempre riuscito a sostenere la mia quota, con un po’ d’aiuto di nonni e genitori e lavori part-time che mi consentissero anche di portare avanti gli studi universitari.
A giugno i coinquilini se ne andranno e fino a l’altro ieri ero certo che io sarei rimasto e li avrei rimpiazzati con due conoscenti. Invece dovrò lasciare anch’io la mia stanza. Perché?
Il proprietario dell’abitazione, o meglio il padrone (adeguiamoci alla terminologia di un sistema ingiusto fondato sul possesso e lo sfruttamento), mi ha comunicato che alzerà l’affitto a 1400 euro. Di colpo, un aumento di 480 euro al mese e ripeto QUATTROCENTOTTANTA euro. Non me lo posso permettere, né io né le ragazze che erano interessate alla stanza che si sarebbe liberata, dunque dovremo cercare un’altra sistemazione, nella vana speranza di trovare qualcosa che sia alla portata delle nostre esigue finanze in una selva di prezzi da strozzinaggio che crescono senza controllo.
Un’ira funesta degna di Achille con una pruriginosa escrescenza cutanea mi è spuntata allorché mi sono anche visto preso in giro: “Sa, abbiamo sentito in giro ed abbiamo deciso di adeguarci. E poi con questi prezzi, con quest’euro, le tasse, non possiamo fare diversamente”. Insomma, una speculazione padronale compiuta sulla vita e sui bisogni delle persone fatta passare per una scelta obbligata.
“Sa, io non volevo stuprare quella ragazza, ma ho visto che in giro la tendenza comune era quella, e così mi è toccato stuprarla”.
Avrei preferito un sincero: “Tu sei un poveraccio, io voglio fare più soldi visto che alla gente una casa serve per forza ed io ho in mano un prodotto necessario che posso gestire secondo il mio arbitrio come meglio mi conviene, dunque o mi dai di più o poco importa se te ne vai sotto un ponte. Anzi, compro anche il ponte e ti sfratto pure da lì”.
Signor Volpe (è il nome del padrone): so che lei ha diverse proprietà ed una fabbrica. Le auguro tutto il male possibile, ma, ovviamente, qualora scoppiasse un incendio in qualcuno dei suoi stabili e lei ci si trovasse coinvolto, mi dispiacerebbe se morisse in tempi troppo brevi e senza un’agonia sufficientemente dolorosa.
Ciò che più mi indigna però è lo spirito di rassegnazione che si respira persino tra chi è vittima di un simile meccanismo di profonda ingiustizia. Invece di riconoscere in chi si trova nella mia stessa condizione di classe una rabbia pari alla mia, riscontro un ottuso giustificazionismo da schiavo con la sindrome di Stoccolma: “E che ci vuoi fare, d’altronde è il mercato che va così: domanda ed offerta”. Il Mercato. Ma che cazzo significa? Che cazzo è ’sto mercato de mmerda?
Quando si parla di mercato, sembra quasi che ci si riferisca ad un’entità autonoma e divina che aleggia, decide ed ordina ed alla quale bisogna sottomettersi ed obbedire ciecamente.
Una buco di 50 metri quadrati viene venduto a 550000 euro? Eh beh, ma è vicino a Termini, il mercato lo richiede. Seguendo questo ragionamento, immagino che la fogna che passa sotto la Stazione Termini debba costare come minimo 800000 euro, piscio incluso, doppi ratti.
Una stanza singola viene affittata a 500 euro quando lo stipendio base è di 800 e ti restano 300 per nutrirti, vestirti, spostarti, pagare le bollette, curarti, nella speranza che non ti si fulmini nessuna lampadina? Ma è il mercato, cosa ci possiamo fare?
Ora, il mercato è composto dai singoli individui e dai loro scambi in qualità di soggetti economici. Ergo, essendo in questo caso una somma di delinquenti, questa figura mitologica del mercato deve essere contestata senza soggiacerne. Accettare tutto in nome del mercato, a meno che non si abbia un tornaconto personale (cioè, a meno che non si appartenga al ceto ricco dominante), è da servi idioti che baciano il mantello di chi li frusta.
In fondo, perché condannare Giovanni Brusca se ha ordinato di sciogliere un bambino nell’acido? Era il mercato che lo richiedeva: io faccio affari; se un pentito parla, mi rovina la piazza; dunque, devo pensare ai miei interessi finanziari e correre ai ripari, facendogli squagliare il figlio.
Accogliere passivamente le soverchierie dei padroni che decidono i prezzi a proprio piacimento per ingrassarsi sulla pelle dei più deboli è da imbecilli. Chi ha stabilito che questo mercato debba essere legge assoluta ed indiscutibile? Se vogliono farvi credere che il mercato sia dio, non dimenticate mai due cose: sono gli uomini ad inventare gli dei; gli dei possono essere bestemmiati e detronizzati.

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Brevi dal tondo

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Aprile 2008

- Olimpiadi. Atleta si prepara tutta una vita per la maratona, ma quella mattina non gli suona la sveglia.

- Fame nel mondo. Il rincaro dei cereali mette in ginocchio il Terzo Mondo. Si rischia una crisi di fame e povertà epocale. La Chiesa cattolica prevede un boom di vocazioni.

- Cinema. Esce nelle sale Amore, bugie e calcetto. Un film che vi terrà incollati alla poltrona, a meno che non venga qualcuno a svegliarvi.

In lavorazione il nuovo film con Patrick Swayze: Patrick Swayze muore, ma il suo fantasma torna sulla terra per insegnare a ballare ad una ragazza insicura.

- Letteratura. Dopo l’esperimento dell’Iliade, Baricco traduce l’Eneide. E prende 4.

Variantistica. Ritrovato il manoscritto originale di Traversando la maremma toscana di Giosuè Carducci, che nella prima stesura recita: “Traversando la maremma toscana/si pestano vieppiù merde”.

- Apocalisse. La fine del mondo, prevista per il 2012, verrà spostata per una diatriba sui diritti televisivi. Sarà sponsorizzata dalla Coca-Cola Company.

- Cosmetici. Stilista lancia sul mercato un profumo speciale per persone particolarmente maleodoranti. Si chiamerà Cif Multiuso.

- Show business. Serata d’onore al Billionaire per Flavio Briatore. E’ stata una bella occasione per l’imprenditore icona della mondanità per ripercorrere le tappe della propria vita: la figa, la figa, la formula uno, la figa.

- Televisione. Nuova fiction per la Rai: un prete giovanile e fuori dagli schemi aiuta un carabiniere eroico e senza macchia a salvare una ragazza da un amplesso soddisfacente, fino a che interviene Beppe Fiorello che sacrifica la propria vita senza motivo.

Peccato per il finale neorealista cambiato in fase di produzione: il carabiniere porta la ragazza a Bolzaneto e la stupra mentre il prete lo deride per i suoi gusti sessuali accarezzando un chierichetto, fino a che interviene Beppe Fiorello che sacrifica la propria vita per liberare l’umanità dalla sua presenza.

- Arte. Dopo il ritrovamento di documenti eccezionali, è stato appurato che in realtà Michelangelo di fronte al suo Mosè non esclamò: “Deh, perché non parli?!”, bensì: “Giove suino, i’ mi die’ una sonora martellata sul dito!”.

- Cronaca. Adolescente tenta il suicidio. E ci riesce.

- Avventura. Giovane del Centro Italia parte per un giro del mondo a bordo di una vettura Fiat, ma la macchina gli si ferma a Velletri.

- Stati Uniti d’America. Si è scaricato all’età di ottantaquattro anni il celebre attore Charlton Heston.

Al leader della National Rifle Association sono state tributate solenni esequie con tutti gli onori e le sue spoglie sono state salutate dai tradizionali colpi di fucile. Sparati da uno studente sui propri compagni di classe.

- Strade. E’ allarme investimenti: a causa della scarsa segnaletica e delle cattive condizioni di visibilità, ogni giorno centinaia di anziani, nell’attraversare, rischiano di venire messi sotto dalle auto in corsa. Ma purtroppo il più delle volte si salvano.

- Statistiche. Secondo un recente sondaggio, il 75% degli italiani ama riunirsi periodicamente con i parenti. Il restante 25 tromba.

- Ricerca medica. Scoperto un nuovo tipo di irritazione cutanea a forma di gruppo musicale. Ecco alcune immagini.

- Cedo la linea a Calogera Seppialamenti che ci presenterà il nuovo gioco della nostra rete. Allora, Calogera, dicci, di cosa si tratta?

PRESENTATRICE Salve a tutti. La nostra è una trasmissione rivoluzionaria, originale ed innovativa. Pensate: chiameremo un numero telefonico estratto a sorte dagli elenchi di tutta Italia, chiederemo all’ignaro cittadino quale sia il suo mito assoluto ed a sorpresa manderemo a casa sua una squadra di truccatori, esperti del look e financo chirurghi plastici che lo trasformeranno nel suo personaggio preferito, rendendolo uguale, identico!

GIORNALISTA Ma è fantastico! Un’idea geniale, straordinaria!

PRESENTATRICE Grazie, carissimo, speriamo di fare moltissimi ascolti. Anzi, per ringraziare la redazione del TG che ci ha offerto ampio spazio, faremo la prima telefonata subito, qui, in diretta. Dunque, via con la prima telefonata!

Driiin driiin

PRESENTATRICE Benissimo, squilla

CITTADINO Pronto?

PRESENTATRICE Ciao, sei in diretta in televisione. Se accendi la TV puoi vederci. Devi rispondere solo ad una piccola domanda: chi è il tuo mito assoluto, il personaggio che stimi ed ammiri di più?

CITTADINO Stephen Hawking.

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Spunti&Sputi

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 12 Aprile 2008

Simpatia per il fascio

Sta succedendo qualcosa di strano. Guardo in televisione Roberto Fiore e sento di non provare più per lui e per le idee di cui si fa foriero l’odio ed il disprezzo di un tempo. Lo percepisco come un nemico anche più nitidamente e con maggiore consapevolezza di prima, ma proprio quell’astio viscerale, che ti morde dentro…Quello no, non ci riesco. Mi sono interrogato a lungo su questo fenomeno ed ho compreso: ho deviato tutta la gamma dei sentimenti più negativi sui moderati.
Certo, tra un Veltroni ed un Fiore preferirei il primo, perché, del secondo, la xenofobia, il razzismo, l’omofobia, il nazionalismo, l’ideale gerarchico, il tradizionalismo, l’impianto dittatoriale-censorio mi fanno rabbrividire ed agghiacciano. Ma ho notato che l’estrema destra, con la propria vocazione sociale ed il pirotecnico tentativo di desumere istanze politiche dal marxismo cercando di farle conciliare a forza in una prospettiva opposta, qualcosa di buono è riuscita a proporlo. Altresì, tra le tante posizioni nette dettate da principii poco inclini al compromesso, qualcuna che ha incontrato le mie simpatie l’ho trovata. Per esempio, lotta alla mafia, diritto alla casa, sovranità monetaria, abbattimento dei privilegi di casta.
La moderazione, invece, è madre di ogni infamia. E’ nel segno della moderazione che si conserva l’establishment fondato sulla prevaricazione della classe dominante.
Naturalmente trovo le ricette dell’estrema destra aberranti e financo risibili: al capitalismo vorrebbero sostituire il corporativismo, e questo mi fa sorridere; per evitare che la mafia si inserisca nei vuoti di potere della democrazia, sostengono un pieno di potere totalitario ed asfissiante; io, da buon nemico della proprietà privata, sono per le case pubbliche, mentre i destrorsi per una cementificazione del diritto alla proprietà della casa. E così via.
Ma, ecco, per fare un paragone epico-guerresco che renda l’idea: per me un fascista è il nemico il cui corpo esanime viene riconsegnato al termine della battaglia affinché gli siano tributati i giusti onori; un moderato, l’avversario del cui cadavere fare scempio sotto le mura.

*

Negrieri ben vestiti

Al pari dei razzisti xenofobi, mi fa schifo chi sbandiera politiche di accoglienza per i migranti “perché se no nei campi chi ti ci lavora, la badante chi te la fa, nelle miniere chi ti ci spiccona”. Esseri umani che scappano da una situazione di insostenibile povertà visti come mere macchine produttive da sfruttare a basso costo. Questa è la moderna schiavitù.
Io non credo nei confini, non credo nelle frontiere, non credo nella patria, non credo nel senso di appartenenza. Il mio orizzonte arriva un po’ più in là della Valle d’Aosta.
Credo in quest’unico grande sasso che è di tutti e di nessuno, in cui tutti siamo egualmente responsabili e liberi, ogni porzione del quale merita l’attenzione non esclusiva di ognuno, dal frammento di brecciolino di Rieti al picco dell’Himalaya. La mia terra è tanto l’Italia quanto l’Islanda. Una volta il mio barbiere proferì una massima stupenda e veemente nella sua semplicità e schiettezza che farebbe impallidire ogni grande filosofo: “Er monno è de tutti”.
Per questo mi è inviso pure chi maschera il proprio ributtante sciovinismo campanilistico con la tipica squallida frase: “Gli extracomunitari vanno aiutati a casa loro”. Primo, perché non esiste “casa mia” o “casa tua”; secondo, perché non c’è alcuna volontà umanitaria e solidale in quella che è solamente lercia tutela ottusa del proprio misero campicello.

*

Sintassi dei casi

Ultimamente ho notato che va di moda tra i politici dire “noi siamo quelli che facciamo”, “noi siamo quelli che vogliamo”. Si dice “noi siamo quelli che vogliono”, “noi siamo quelli che fanno”, per dio a cui non credo e l’idea del quale aborro!

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Incasinato e perseguitato

Pranzo, accendo la TV e c’è Casini. Torno a casa, passo davanti alla TV e becco Casini. Guardo un programma a caso e spunta Casini. Una volta sono andato a vedere AnnoZero in studio. Indovinate chi ho trovato come ospite?

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Voglio fare il giornalista sportivo

Guardando la partita PSV Eindhoven-Fiorentina (ebbene sì, embè?), il telecronista mi ha sbalordito con queste scoppiettanti soluzioni linguistiche:
“…è un giocatore estemporaneo, dalle caratteristiche somatiche estreme…”
“…sfrutta la sua sagacia per captare il pallone…”
“…ha traslocato il pallone dall’altra parte del campo…”
“…replicano il tema aereo…”
“…arriva a rimorchio dietro di lui…”

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Sacrificio

E’ vero, l’essere umano ha fatto la Cappella Sistina, ma ha anche fatto Auschwitz.
Le arti sono la mia vita, ad esse ho dedicato le mie energie, la mia passione, i miei studi, vorrei che diventassero il mio mestiere. Eppure, dolorosamente, avrei rinunciato a Leonardo, Dante, Mozart se questo avesse permesso di evitare anche Cortés, Pinochet, Eichmann.

*

Hemingway, croce di una delizia

Ernest Hemingway è uno dei più grandi scrittori della storia, senz’altro uno dei miei preferiti. I quarantanove racconti mi hanno cambiato la vita, mi hanno spalancato nuove possibilità per la letteratura. Ho amato alla follia anche Il vecchio e il mare, ma quel romanzo, ad Hemingway, non lo perdonerò mai, come non gli perdonerò mai la sua passione per caccia, pesca, corrida. L’intellettuale ha la più nobile delle missioni, la più delicata delle responsabilità, il più alto ed oneroso dei doveri: deve essere la coscienza critica della Storia. Quel suo glorificare nel libro la sopraffazione dell’animale, benché con tutte le elevate tematiche annesse e connesse del rapporto uomo-natura, non può essere giustificato in alcun caso, neppure dalla statura culturale dell’autore e dell’argomento.
Ben altra cosa ha saputo fare ad esempio Luis Sepùlveda ne Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, in cui il protagonista arriva a percepire l’uccisione del tigrillo, che gli viene commissionata per salvare vite umane, come l’ennesima follia dell’uomo che diviene vittima della natura solo dopo averla colpevolmente invasa ed averne abusato secondo il proprio sprezzante arbitrio.
Il tema de Il vecchio e il mare rimane intatto, ma, rivisitato, la caratura etica si ammanta di maggior pregio.

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Paolo Uccello, l’anima pura dell’arte

Nelle meravigliose Vite, Giorgio Vasari racconta che la moglie di Paolo Uccello dovesse chiamare il marito tutte le sere più e più volte per farlo andare a dormire, poiché egli si attardava allo scrittoio, tutto preso nel suo lavoro, nei suoi studi, nelle sue ricerche, e sospirosamente esclamava all’indirizzo della consorte: “Oh che dolce cosa è questa prospettiva!”.
Questo aneddoto così tenero e commovente nella sua grandezza ed unicità, che rivela l’entusiasmo quasi fanciullesco ed insieme lo straordinario spessore filosofico di uno dei massimi pittori di tutti i tempi, racchiude per me tutta la poesia dell’arte e dell’artista.

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Una sofferta testimonianza insulsa di vita vissuta mio malgrado

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Aprile 2008

Sottotitolo: perché guardi la pagliuzza nel mio occhio e non ti accorgi che ti stanno rubando la macchina?

Voglio fare una denuncia di alto contenuto sociale. Devo farla. Gli abusi al di G8 di Genova, vi starete chiedendo? Torture sugli animali? Fame nel mondo? Guerra in Iraq? Siete completamente fuori strada. Di più, molto di più: telefonia mobile. E va be’, mica posso sempre occuparmi di massimi sistemi. Ah, perché, quando mai mi ci sono occupato, dite voi? Beh, a parte che quella volta in cui ho raccontato la mia torbida storia di sesso bollente con una sordocieca, la portata filosofica dell’argomento era di notevole rilevanza. Ma comunque, non è importante come abbia fatto ad abbordare la sordocieca: ciò che conta è che non ho dovuto pagarle la cena. Aveva pure un’allergia alimentare. Ma sto andando fuori tema.
Dunque, molti di voi, eccettuati i lettori, si staranno interrogando sul motivo per cui un rispettabile venticinquenne (la relazione con la sordocieca mi rende rispettabilissimo senz’appello!) senta l’esigenza di dissipare la sua reputazione di intellettuale impegnato, faticosamente costruita con abili menzogne, dedicando un articolo ad una questione tanto faceta. Rispondo volentieri a questa domanda che nessuno mi ha posto: primo, perché devo cercare di distrarmi dal dolore lacerante che la sordocieca ha suscitato in me lasciandomi; secondo, perché è dalle inezie della quotidianità che si capisce meglio il nonsenso dell’intera esistenza. E poi che cazzo, avrò pure il diritto di scrivere un post inutile, no? Ok, ok, “particolarmente inutile”. Uff, e va bene, preciso: più inutile degli altri. Inoltre la vicenda che mi accingo a raccontare mi ha scosso fin nel profondo dell’animo
Allora, i fatti sono questi: giovedì sera mi si rompe il caricabatteria del cellulare. “Ohibò, mi si è rotto il caricabatteria del cellulare”, esclamo, dicendo proprio “ohibò”. L’indomani mattina mi reco bel bello al più vicino centro Euronics (mi pagano per fare il loro nome. Sì, sono un finto sinistroide venduto figlio di papà pieno di soldi che in Italia ovunque è andato ha sempre mangiato bene); dopo un rapido esame dei prezzi dei caricabatteria, mi rendo conto che quindici euro per un adattatore con un filo sono un po’ eccessivi. Quindi mi volto e, meraviglia delle meraviglie, scorgo sul bancone un fantastico cellulare di ultima generazione: non fa le foto, non ha giochi, non ha il cavo per il computer, non ha un cazzo, ma costa 29.99 euro. “E’ il prodotto che fa per me”, mi dico subito. Motorola Motofone F3, tecnologia ClearVision, ultrasottile, massima durabilità, serve per telefonare. “Tanto vale comprare un nuovo cellulare per quindici euro in più”, rifletto con estremo acume lungimirante. Procedo all’acquisto, guardato come un pezzente dalla commessa. Ti guardano sempre male quando compri l’oggetto meno costoso, specie dopo che hai chiesto se per caso ce ne fosse uno che costasse ancora meno.
Una volta a casa, arriva il grande momento: l’inaugurazione. Trepidante ed emozionato come un’adolescente che sta per essere stuprata da Riccardo Scamarcio, ma non l’attore, bensì l’omonimo perito agrario, mi accingo a comporre il primo sms. E qui mi blocco quasi subito: non trovo le lettere accentate. Spingo qualsiasi tasto, digito ogni combinazione possibile, mi lancio disperatamente sul libretto delle istruzioni, ma non risolvo l’arcano. E va bene, niente lettere accentate, per ora. Ci penserò dopo. Proseguo con la scrittura del messaggio. Occacchio, non trovo nemmeno il punto. E nemmeno il punto e virgola. E nemmeno i due punti. E nemmeno l’apostrofo, né le parentesi, l’underscore, il punto esclamativo, la barra e qualsiasi altro segno di interpunzione (qualora prima della conclusione di questa frase fossero stati inventati degli altri). Posso disporre solo di trattino, virgola, punto interrogativo e chiocciola. “Come cazzo si aggiunge ’sta merda de punteggiatura, mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio”, sussurro con garbo.
Con l’autostima che subisce atti di bullismo da un tafano (“nemmeno so mettere la punteggiatura su uno stupido cellulare!”), contatto per email l’assistenza della Motorola, affinché mi illuminino su quale formula magica debba recitare in sanscrito per sbloccare certe funzioni. Illustro il problema pieno di vergogna, immaginandomi una strafiga italo-svedese (non so perché me la immaginavo italo-svedese, ma me la immaginavo così) responsabile del servizio clienti alle prese con la mia lettera a ridere di me con tutte le sue amiche modelle che a turno fanno a gara su quale di loro sia quella che provi il minore desiderio di venire a letto con un inetto mio pari.
Due giorni dopo giunge la pronta risposta: “Ci dispiace, il modello a cui fa riferimento non prevede i caratteri a cui lei è interessato”.
Capite?! No, non so se vi è chiara l’assurdità che fa bagnare le mutande ad Albert Camus: quel cellulare è un modello speciale progettato APPOSITAMENTE senza punteggiatura ed accenti!
“I caratteri a cui lei è interessato”. Eh già, sa, ho questa passione particolare per il punto e virgola, sono un collezionista.
Ho avuto la dimostrazione inconfutabile che il meccanismo produttivo capitalistico sia una stronzata mahabaratesca: un ingegnere pagato profumatamente per progettare nuovi sistemi di comunicazione propone un cellulare senza punteggiatura e la proposta viene accolta e lanciata sul mercato come una mirabile innovazione.
Nella mia mente mi figuro uno di quei lunghissimi tavoli ellittici di legno pregiato che si vedono sui film americani in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo che procura orgasmi a Bin Laden con intorno (intorno al tavolo, non intorno a Bin Laden) tutte le alte sfere della Motorola, il consiglio supremo incravattato al completo, per una riunione di lavoro. Si alza in piedi uno: “Mi è balenata un’idea brillante. Aprite bene le orecchie: un cellulare SENZA PUNTEGGIATURA”. “Geniale!” “Straordinario” “Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!”. Coro di approvazione, tutti si alzano in piedi, standing ovation, applausi scroscianti, pacche sulla spalla e strette di mano al vulcanico inventore, milioni di dollari che piovono dal cielo. “Complimenti, lei avrà quella promozione, Giuffolotti!”. Me lo immagino con questo cognome, perché uno che inventa un cellulare senza punteggiatura può chiamarsi solo Giuffolotti.
La disavventura però mi ha riempito di ottimismo, perciò ho deciso di propormi alla Motorola come addetto al settore creativo. Ho già pronte tre idee sbalorditive da presentare: un cellulare senza schermo, un cellulare senza chiamate e, per finire, udite udite, un cellulare senza cellulare.
Pregusto già il successo, la carriera luminosa nell’alta finanza, la scalata fino alle più alte cariche di potere, le orge naziste diffuse su internet, Mike Tyson che mi intenta un processo tarocco per molestie sessuali per rifarsi dei tanti subiti, viene pure creduto e lo vince.
Lunedì torno all’Euronics. “Vorrei cambiare questo cellulare con un altro” “Non si è trovato bene?” “No, sa, è che ho la fissa per l’accento acuto”. Vedo un altro telefono piuttosto economico, 34.90. Lo prendo.
E così ho pagato 4.91 euro la punteggiatura.

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“Diario simulato” 16 - Telecronaca di un amore

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 1 Aprile 2008

Ricordo ancora quando vidi Elettra per la prima volta: era così bella ed elegante, discinta, e si muoveva languida tra le tende scosse dalla brezza mattutina. Io me ne stavo lì, inebriato e come inebetito, immobile, distante, con il mio binocolo. Fu amore a prima vista. Ma non me la diede manco per sbaglio, così ripiegai su Cinzia.
Cinzia era un tipo piuttosto giovanile. Almeno per gli standard della Prima Rivoluzione Industriale. Non dico che fosse brutta, ma ogni volta che usciva di casa aveva quattro o cinque gabbiani che le svolazzavano intorno.
Ad ogni modo, la sua appartenenza alla famiglia dei mammiferi risultava facilmente riconoscibile dopo una breve analisi che non richiedeva esagerati sforzi d’indagine scientifica.
Era una donna molto formosa. O meglio, piuttosto in carne. Ma diciamo pure una cicciona che sarebbe stata una grande attrazione in un circo diretto da Tod Browning. Però aveva una spiccatissima sensibilità, un cuore d’oro proporzionato alla sua stazza. “Sono piena d’amore” - mi disse un giorno - “Ah, allora non è grasso”, risposi sollevato.
Aveva la vitalità di Giuseppe Mazzini nel biennio 1997/1998. Eppure a letto era estremamente passionale, vogliosa fino all’eccesso, ed aveva un mucchio di strane perversioni. Spesso era davvero troppo anche per me, così una volta dovetti mettere in chiaro alcune cose: “Non voglio criticare i tuoi gusti erotici, la pioggia dorata piace anche a me, la trovo una variante interessante e fantasiosa, ma non capisco perché tu debba lanciarti tra le gambe dei barboni che pisciano agli angoli della strada”.
Andammo subito a convivere, vuoi perché provavamo fortissimi sentimenti l’uno per l’altro e la profonda convinzione dettata dal nostro amore non ci faceva affatto temere e dubitare un solo istante di compiere un passo affrettato, vuoi perché mi avevano sfrattato.
In casa teneva un cane, un alano di grosse dimensioni. Dormiva in camera sua e quando facevamo sesso mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché l’alano ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage, lo investii con il motorino. E con la moto. E con l’apetto. E con la macchina. E con il furgone. E con un blindato militare che avevo noleggiato a prezzo vantaggioso. Così, purtroppo, morì.
Cinzia prese allora un pastore maremmano. Si chiamava Bastiano Fora, aveva un piccolo casale nelle campagne di Montalto di Castro e sembrò entusiasta di trasferirsi da noi.
Si dimostrò un integerrimo guardiano dell’abitazione: la sua puzza scoraggiava i ladri e teneva lontane le piattole. O quantomeno quelle nemiche delle sue.
Non era una spiacevole compagnia, ma quando facevo sesso con Cinzia mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage con il motorino, gli sparai.
Quel periodo con il pastore Bastiano mi arricchì molto, specie sotto il profilo immunitario: la sua vicinanza tonificò a tal punto i miei anticorpi che non avrei preso l’AIDS neppure se avessi sodomizzato Freddie Mercury da morto. E adesso posso anche confermare prove alla mano.
La nostra bella storia fatta di passeggiate romantiche al chiaro di luna, viaggi in paesi esotici, concerti, teatro, il tutto mentre lei restava a casa a girare la zuppa, si interruppe bruscamente quando soppressi il nostro figlioletto. Ho sempre reputato che si debba rivalutare l’infanticidio: da piccoli sono tutti carini e da grandi diventano dei bifolchi. Voglio dire, ti prendi il meglio della vita di un essere umano e, fermandolo in tempo, eviti all’umanità un peggioramento. Ma tant’è, lei non accettò mai il fatto che non l’avessi aspettata per partecipare e mi lasciò.
Di quella relazione conservo tuttavia ottimi ricordi: il nostro primo orgasmo simultaneo, ottenuto in due stanze e con due partner differenti; la gita in barca durante la quale Cinzia venne arpionata da un peschereccio giapponese; il reportage che il National Geographic venne a raccogliere nella nostra camera da letto. Inoltre la nostra relazione affettiva finì sulla British Review of Science, subito dopo un articolo sull’accoppiamento dei ratti ed appena prima di una ricerca sulla mungitura dei transessuali idrocefali.
Ah, l’amour, l’amour. Cosa saremmo noi tutti senza l’amore? Perché l’amore è un vento leggero, è un bacio rubato, è un incrocio di sguardi. Tutti concentrati sul pacco.

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