Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

“Sonetti del barbiere libertario” 1

Pubblicato da sdrammaturgo su 1 Novembre 2009

So’ la rovina de ’sto monno qua
mica la guerra, la fame, la stalla,
ma l’omo che nun je piace leccalla,
la donna che nun je piace succhià.

Si nun te piace lavatte de sborro
o infradiciatte la faccia de fregna,
pe’ forza te piace spaccà la legna
e accade ’sta cosa: «Cucina!» «Corro!».

Si nun te piaciono le cose belle
vor di’ che te piaciono le cazzate:
marcette, machine, cristi, corone,

le cose che arricchiscono ‘l padrone.
Libbertà passa pe’ pompe e leccate:
pe’ incarceratte te levano quelle.

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“Della maraviglia” 13 – Il clown è una cosa seria

Pubblicato da sdrammaturgo su 27 Ottobre 2009

Antonio Albanese forse più di ogni altro incarna la quintessenza del Comico. In lui vivono le due componenti fondamentali del comico, le stesse che Lina Wertmuller scorge e riconosce al loro massimo grado in Massimo Troisi: il Pulcinella ed il Pierrot, vale a dire la dissacrazione e la malinconia. Ecco perché Antonio Albanese rappresenta il comico al quadrato: egli ha la ferocia e la compassionevole goffaggine di Paolo Villaggio (che tanto piacevano al circense Federico Fellini), l’arguzia delicata e poetica di Massimo Troisi, l’estro pagliaccesco di Antonio Rezza.
Antonio Albanese è, in una parola (la più grande, per un comico), un clown. E’ il clown. La sua è una clownerie moderna, modernissima, che guarda all’antico: riportando il gesto comico alla sua più pura, assoluta, arcaica natura, ne fa strumento di satira contemporanea, di umorismo all’avanguardia. Il suo lavoro minuzioso e colossale sulla fisicità pone il corpo al centro della scena comica. Lavora per sottrazione, togliendo tutto ciò che c’è di troppo o di superfluo nella trovata, nella gag, fino a che l’idea non arriva a coincidere con il semplice gesto corporeo o moto fisico. Procede, insomma, per rarefazione, secondo la più squisita tradizione europea (basti pensare a Beckett ed ai suoi tropi).
Particolarmente esplicativa ed esemplare è la scena ne La fame e la sete in cui, nel ruolo di Pacifico, suona alla porta dell’amata: inquadratura fissa sul volto, nessuna parola, solo espressioni che si susseguono impercettibili nei loro repentini mutamenti e movimenti della testa meccanici e buffoneschi; una manciata di secondi, nulla più; un vero e proprio manuale lampo dell’arte del clown.
In Antonio Albanese il virtuosismo non è vacuo orpello o sfoggio spettacolare di bravura fine a se stesso, ma si fa comunicazione essenziale ed “essenzializzata”, caricandosi di valore narrativo.
Se come autore è grandissimo, eccelso, secondo solo – tra i comici della sua generazione – a Corrado Guzzanti, come attore è probabilmente il migliore, inarrivabile. Nessuno ha la stessa capacità d’interpretazione, la stessa padronanza scenica, la stessa tecnica, la stessa abilità istrionica e soprattutto la stessa versatilità. Nessuno è infatti in grado come lui di calarsi con la medesima bravura in ruoli drammatici e tragici. Si veda a tal proposito Tu ridi dei fratelli Taviani. Si tratta di un film in due episodi tratto da due novelle di Pirandello, in cui i due illustrissimi registi hanno compiuto un’interessantissima e riuscitissima operazione: affidare ruoli tremendamente drammatici a due comici particolarmente “spensierati”, Antonio Albanese e Lello Arena (il quale, ad esempio, interpreta un camorrista shakespeariano, oscuro, grottesco, dilaniato e spaventoso. Una prova mirabile e destabilizzante). Antonio Albanese scandaglia il fondale tragico proprio del Comico, su cui il Comico poggia e di cui il Comico è ad un tempo derivazione ed approfondimento, e riesce con stupefacente maestria ad attingerne riportando il Tragico in superficie pur conservando sempre la componente comica. Una fusione sottile e difficile che riesce solo ai più grandi. La tematizzazione dei due “universali opposti interdipendenti” crea un intreccio che giunge al cuore del segreto dell’identità, dell’Io, dell’Umano, che ne lascia trasparire l’insondabile mistero.
Albanese sa immergersi nel personaggio, plasmarlo a sua immagine ed insieme scomparire. In questo egli è la perfetta controparte dell’altro immenso clown Antonio Rezza: laddove Rezza annulla per demolire, affinché nulla più resti del concetto stesso di personaggio storicamente, tradizionalmente e culturalmente inteso, Albanese cancella per evidenziare. Se i personaggi di Rezza sono marionette inumane, quelli di Albanese sono uomini-burattini; se Rezza mostra l’essere umano come maschera e la maschera come unico essere umano possibile, Albanese offre lo spettacolo di maschere da essere umani e gli esseri umani come congerie di maschere; se Rezza mette in scena l’esistenza come forma informe, Albanese allestisce lo spettacolo delle forme informi dell’esistenza. L’opera di osservazione diventa centrale. Non è un caso se il personaggio di Epifanio, che lancia baci ovunque nelle maniere più fantasiose, gli sia stato ispirato da un clochard parigino.
Realismo e surrealtà, dolore e gioco, si mescolano e si confondono, dialogano e litigano, confliggono e si armonizzano. Quel che resta è il ricordo dolceamaro e sempre caro della performance.
Antonio Albanese conduce l’arte alle sue origini: figlia di meraviglia, madre di stupore. E viceversa e tutt’e due. Ed è dallo stupore e dalla meraviglia che nasce il sapere.
La risata è la vetta più alta della cultura.

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Contra Iaquinta, o del bel calcio e del cattivo

Pubblicato da sdrammaturgo su 20 Ottobre 2009

Telecronacami, Musa tosattica,
le gesta incresciose del bufalo
di bianco e di nero bardato,
e ancor l’inspiegabile gloria
e l’onor giammai meritato,
giacché i’ voglio oggi parlare
di quello che niuno s’aspetta;
non da me, che d’uom contro ho fallace
fama. Intendo adunque mostrare
lo Buono, lo Iusto e lo Vero
in ciò che nel Pallon par difettare
appresso a chi el Pallon suol venerare.
Intendo presentare la cagione
poiché si debbe odiar la trista pippa
che d’orso ha le movenze, suino il pie’,
eppur nell’oppenione
pare un’aquila real.

Patrona di sfere, su, spirami:
chi fu a coronare d’alloro
chi arebbe più proprie le rape?
Chi fu a vestire d’azzurro
e a cignere d’oro lo capo
a chi saria equa la paglia
e molto più retto el forcon?
E invece li scettri ei tiene,
e sol par possibile qui.

Ahi maclavellica Italia
per che non conta il com’è et il s’è giusto,
ma bene è il trionfo rubato,
el giubilo infame e meschin.
Stival sanza coscienza, sporco spirto,
la tua peregrina morale
fe’ grande el crucco Oliverio
- che mai toccò palla di pie’ -
e celebra ancor l’inimico
di quella che tèchne è nomata
(per non della classe parlar),
l’Inzago sì goffo e gaglioffo.

Deh, sordo restò el Belpaese
al Sacco, profeta immortal.
Ei certo divide una macchia
col freddo fiammingo Vangallo,
poich’essi non capiro cosa una:
lo schema serve all’uom,
non già l’uomo allo schema.
E non di soli muscoli l’uom vive.
Ma pure è certo el verbo
e delizioso puro
che inascoltato giace,
ma ancor nel petto mio
lo sento rimbombar:
“Vincer non si deve
se convincer non si pote”.

Sì alto documento,
sì nobile e imperial,
potea non ben trovare
né braccia spalancate
né terra a seminar
in chi del giuoco è morte,
in chi del giuoco è mal:
l’italico tifoso,
di lui vo favellando.
Ben strano è costui:
preferirebbe infatti
lo grigio prevalere
della squadra sua del core
che veder dello megliore
lo trionfo reboante.
Tant’è – ch’el cielo me ne scampi -
a chi mi chiede: “Di chi se’?”
i’ rispondo: “Son del giuoco”.

Chi fu, dimando ancora,
allora, o Diva di stadi,
che fe’ di tanta suola
inarrestabil morbo?
Omai peste dilaga
e niuno ferma più.
Tu dici: “Scarso e bue l’è isto Iaquinta!”
e subito ribatte el defensor: “
“Macché, l’è bono assai!”.

Ti riconosco i meriti,
meridional muflone:
l’impegno, la passione,
l’indomito trottar,
financo il forte balzo,
financo lo segnar;
ma per chi come te
fu inviso alli celesti
li più pietosi fero
diverse attività:
v’è la corsa campestre, la miniera
od il cantier.
Oppure v’è del pari
ch’io non staria scrivenno
se tu, calàbro brocco,
giocassi nella Spal.

Io so che per exemplo,
al fin d’edificare,
non solo l’architetto,
ma pure el manovale
è all’uopo parimente.
Ma è altrettanto limpido,
lampante e cristallin
che mal giovano zappe
di membra al limitare
in chi arebbe da essere
lo pungolo e lo strale.
E non si dee confondere
li fanti e i cavalieri.

Natura, la matrigna,
t’ha privo del talento:
la colpa non è tua,
ma quale colpa è mia?
Ohi me lasso, quando sgroppar te veggo,
sì turpe e sanza grazia e sanza dote,
negato con la palla infra li piedi
che pare malferma la sfera,
sovente el rotolante ad inseguir
come fusse leprotto fuggitivo
lo cuoio rotondo e sincer.
Aresti esser negletto
e invece se’ ammirato;
non se’ tu rio,
sed è chi a te s’affida.
Primieramente el Tosco,
vessillo de li patrii somari,
che fe’ del cul stromento
di contro al gran talento
de la genia dei Galli
sì fiera e micidial.

Così or te s’incensa
e ti s’espone al mondo
opposto alli Torresi, alli Runi,
alli Luìs.
E intanto in panca aspetta
l’ermo Rosso, d’ispanica adozione,
e a casa sta el Pugliese
che fe’ Genova magna.
D’altronde lo sapemmo da li tempi
del Codino: l’ingrato Tricolore
non perdona la bravura.

Io non disprezzo te,
segone temerario,
ma questo almen concedi
a me che ti sopporto
e lasciatelo dir:
dacché se’ ben robusto,
va’ pure, scendi in campo,
ma il sia di pumidor.

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“Universi microscopici” 7 – Predatori

Pubblicato da sdrammaturgo su 13 Ottobre 2009

Treno Roma Tiburtina-Orte. Sereno pomeriggio autunnale

PENDOLARE Ce stai annà a caccia?

FERROVIERE Sìsì, sempre. E tu?

PENDOLARE Pur’io, pur’io, ce mancherebbe. Se becca?

FERROVIERE Se becca, se becca. Ché poi, pure si nun se becca, io nun so’ come quelli che s’addannano si nun pijano gnente. A me me frega poco

PENDOLARE Ah beh, manco a me, figurate

FERROVIERE Tanto la carne da magnà ce l’ho uguale e tanta

PENDOLARE Ma infatti, ce se va giusto pe’ passatempo

FERROVIERE Do’ sei stato ultimamente?

PENDOLARE Da le parti del Lamone, era pieno de starne

FERROVIERE Ah! Quelle so’ proprio belle. E so’ pure bbone da magnà

PENDOLARE Uno spettacolo, guarda

FERROVIERE Hai preso gnente?

PENDOLARE ‘Na starna, ‘na fagiana femmina e ‘n piccionciaccio.

FERROVIERE T’è annata bene, allora

PENDOLARE Ma me poteva annà pure mejo, si nun me s’era inceppato ‘l fucile

FERROVIERE Ma daje?

PENDOLARE E no? Avevo puntato ‘n’altra starna, te giuro che era le sette meraviglie, bella come ‘l sole, vo a tirà e nun me rimane incastrato ‘l grilletto?

FERROVIERE Ma pensa ‘n po’… Tu che c’hai, ‘l Bettarelli, ve’?

PENDOLARE Eh, e come te sbaji

FERROVIERE Capirai, c’avrei scommesso. Io ce l’avevo, m’è toccato buttallo pe’ la disperazione. Mo’ me so’ fatto ‘l Cicalini. Hai da vede come va… Certe schioppettate…! ‘No spettacolo, proprio

PENDOLARE E che nu’ lo so’? Quello è ‘l mejo. Ce sto a fa’ ‘n pensiero pure io. Ché si ripenso a quella starna… Quanto m’è dispiaciuto, era proprio ‘na bellezza

FERROVIERE Ce credo, ce credo. Succede sempre così. ‘N peccato proprio

PENDOLARE Via, semo arrivati

FERROVIERE Allora se vedemo!

PENDOLARE Te saluto!

FERROVIERE Stamme bene!

PENDOLARE Ciao!
*
*
*
*

Appendice – L’acrobatica logica del cacciatore medio

“Stavo passeggiando su un prato fiorito, circondato dalla musica soave della natura vergine. Mi sentivo in armonia con il creato, ebbro del respiro tenue del mondo al suo stato puro e primigenio, quando, dal sentiero che scende morbido verso il torrente mormorante, è apparsa una fanciulla. Impossibile descriverne la bellezza. Era la ragazza più bella che avessi mai visto, una gemma sì rara e preziosa da mozzare il fiato. Il suo volto emanava una luce irraggiante, il suo crine lambito dal vento leggero e la sua pelle di candida seta custodivano il segreto della Vita. Ella era la meraviglia incarnata. Così le ho sparato.
Poi sono andato alla Cappella Sistina. Uno spettacolo unico al mondo che sempre mi emoziona, sempre mi commuove. Poi l’ho fatta saltare in aria: mi serviva qualche calcinaccio per il viottolo del giardino.”

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“Della maraviglia” 12 – Elogio delle ombre

Pubblicato da sdrammaturgo su 8 Settembre 2009

Se tutto il sapere moderno non è che un tentativo di comprendere i miti greci e se i miti greci hanno detto tutto ciò che c’era da dire sull’essere umano, il mondo, l’esistenza, allora la continua e costante riflessione sulla mitologia classica è necessaria e fondamentale. Così, sovente, le rivisitazioni delle leggende archetipiche dello sterminato universo del sapere greco antico offrono punti di vista ora nuovi, ora insoliti, talvolta rivoluzionari, aggiungendo sempre qualcosa in più che mancava e che era sfuggito al lavoro ermeneutico, spalancando l’orizzonte infinito delle possibili interpretazioni (o meglio, mostrando l’orizzonte spalancato).
E’ il caso di James Gray, genio dell’attuale cinema indipendente statunitense.
Nelle sue opere filmiche, Gray ripropone schemi, strutture, τόποι (tòpoi), temi della tragedia attica, riveduti e corretti per adattarli ai nostri tempi e soprattutto al mezzo cinematografico. I suoi drammi famigliari, come nella migliore tradizione di Eschilo, Sofocle ed Euripide, esplorano il segreto del legame di sangue, che è il mistero primigenio, ultimo, essenziale di tutto ciò che è umano. Le passioni, i conflitti, l’amore e la morte passano attraverso il sangue. La frattura del più sacro e più insondabile dei vincoli rappresenta la frattura fra l’Io e la Natura.
Ma James Gray è un regista cinematografico, dunque è ben cosciente di essere innanzitutto un creatore di visioni. Le immagini sono insieme gli strumenti ed i fini primari della sua arte, la fotografia è il suo pennello ed il suo inchiostro. Cura per le soluzioni visive e laconicità diventano pertanto i suoi tratti distintivi. E poi c’è la musica, per inseguire quel sogno di arte totale lungamente agognato da centinaia d’anni di cultura occidentale.
Era il millenovecentonovantaquattro ed aveva solo venticinque anni quando propose la sua prima sceneggiatura. Tim Roth e Vanessa Redgrave se ne innamorarono, e così il giovanissimo James si trovò a dirigere al suo esordio due giganti della recitazione. Capita a pochi, soltanto agli eletti. A Little Odessa seguirono The Yards nel duemila, We own the night nel duemilasette e Two lovers nel duemilaotto, tutti e tre con il suo attore feticcio Joaquim Phoenix. Una parsimoniosa condensazione creativa che ricorda quella dell’enorme Terrence Malick.
Il suo capolavoro assoluto resta forse proprio l’acerbo eppure così potentemente maturo Little Odessa, in cui si avverte l’influenza principalmente di Sofocle e Dostoevskij.
Tim Roth, il quale in questo meraviglioso monumento della letteratura recente che merita l’immortalità ha probabilmente offerto la sua migliore performance, è Joshua Shapira, un sicario che anni prima è stato costretto ad andarsene dal proprio quartiere a causa dell’odio del boss locale. Dal suo fugace ritorno nella breve illusione di potersi ribellare al destino impugnandolo ed indirizzandolo prenderà le mosse l’inesorabile catastrofe.
Josh è un personaggio edipico. Il violento e veemente contrasto con il padre è infatti una delle chiavi del film. C’è in lui inoltre qualcosa del Meursault de Lo straniero Camus: egli è estraneo alla vita, un forestiero dell’essere.
E c’è una scena in particolare in Little Odessa che racchiude in sé tutta la poetica e la grandezza di James Gray. Una scena perfetta.
Josh, accompagnato da alcuni sgherri assoldati per l’occasione, conduce in una discarica abbandonata del sobborgo la vittima per la cui esecuzione è stato pagato.
Non sono che ombre, la loro umanità è ridotta e stilizzata in sagome di tenebra, goffe marionette oscure pervase di stasi e silenzio.
L’unica figura in luce, distinguibile nella penombra, è Reuben, fratello di Josh, che ricorda Alëša Karamàzov sporcato di Ivan, poiché dal profondo della propria malinconia conserva ancora un barlume di speranza ed è ancora capace di provare sentimenti puri. L’obiettivo va a cercare il suo volto, l’unico volto che vediamo. Egli assisterà allo spettacolo spietato ed impietoso di suo fratello, il suo eroe, che commette il crimine più grande, il più divino e il più diabolico: l’omicidio. Sarà Reuben l’agnello sacrificale della Colpa, della ὓβρις (hybris).
L’interpretazione di Tim Roth è magistrale: tiene le braccia lungo il corpo, quasi stanco, quasi svogliato; se ne sta leggermente curvo, molle, ingobbito, poiché non arde, non gli è proprio il furore, ma risponde solo al volere del proprio destino. Non c’è fierezza in lui, ma passività lucida e piegata: agisce adeguandosi al fato, accetta la sorte. Non è arido, ma ha dovuto inaridirsi per sopravvivere al deserto gelato e raggelante dell’esistenza.
La telecamera compie un impercettibile movimento. Ora le ombre sono statue scolpite nel buio, cartoni massicci neri come la notte che si stagliano tetri su una terra desolata, stretta, schiacciata, senza via d’uscita; sembrano i residui d’un’apocalisse elementare, uno scenario di Beckett, con quei rami secchi dalla forte carica simbolica, oppure un quadro di Kubin o di Grünewald o di Zurbarán.
Ed è beckettiano il piagnucolio balbettato del condannato a morte.
Ecco che emerge con disincantata rabbia sopita e trattenuta una fiamma fatua di umanità di Josh. Benché sia solo un sussulto d’automa, poco più di una pratica liturgica da recitare svogliatamente, è la più terrificante delle sfide per l’uomo, la sfida suprema: l’appello al silenzio di dio. Josh sfida dio. Il suo è un sadismo senza slancio, svuotato dal suo interno, di chi sa cosa lo aspetta e cosa non lo aspetta e vuole mostrarlo a se stesso e agli altri, all’altro, all’Altro.
“Credi in dio? Aspetta dieci secondi, vedi se dio ti salva”.
E dio non lo salva.
Nel successivo secco, sublime, lapidario e terribile: “Prendete la lingua” si avverte un’eco che ricorda la frase conclusiva della Fedra di Seneca: “Lei gettatela in una fossa. Sull’empio capo gravi la terra con tutto il suo peso”. Un istante di esitazione, quasi un singulto, l’inganno di un tremito rapido ed esce di scena.
Il peccato della nascita viene scontato con la consunzione di ogni moto vitale.
Infine si muovono pesanti gli scagnozzi, a guisa di scimmioni malfermi. Nello sputo c’è l’abisso del disprezzo, il mutismo dell’anima. E non resta altro.
Siamo fortunati ad essere nati nella stessa epoca di James Gray.

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Fabrizio De André a Montefiascone

Pubblicato da sdrammaturgo su 4 Settembre 2009

E’ facile diventare Fabrizio De André quando si nasce a Genova! Sono capaci tutti con il mare davanti con i suoi scambi centenari e gli scopritori di mondi, la Francia estrosa, filosofa e battagliera accanto, perfino due squadre in serie A.
Ma soprattutto, bella forza scrivere un capolavoro come
Creuza de mä quando il tuo dialetto sa essere ad un tempo così terrigeno e così delicato, aspro eppure musicale, un cantato popolare e poetico!
Il linguaggio, si sa, è tutto il nostro mondo. La lingua, dunque, è il modo in cui noi vediamo il mondo. Da essa dipende la percezione e non già viceversa, poiché “il pensiero si dà nel linguaggio”. E’ stato Wittgenstein il primo a capire che il linguaggio non ha funzione descrittiva, bensì espressiva. Le parole non procedono dalle cose, come inerti segnaletiche per referenti esterni, ma anzi dal raffinarsi del linguaggio con-segue la crescita del nostro pensiero, che si fa più complesso. Il significante diventa centrale nel suo dire se stesso, non è più un mero indice del significato. Ogni lemma, con la sua morfologia unica e la sua particolare sonorità, ha una storia vasta e misteriosa e dischiude una serie infinita di relazioni e possibilità. Ogni parola, ogni lingua,
ha in sé ed è un universo che comunica con ogni altro universo linguistico possibile.
Ecco perché ad ogni lingua corrisponde un carattere sociale e culturale diverso, tante innumerevoli piccole sfumature per ogni termine-suono simile ma non identico.
Uno dei pochi luoghi comuni veridici afferma che i dialetti italiani sono piuttosto delle vere e proprie lingue. E’ esatto. Tante lingue per tanti mondi differenti.
Delle persone che stanno guardando una
una donna, una une femme, una ‘na guagliona, una a woman non stanno vedendo la stessa cosa.
Heidegger dice: “Siamo parlati dal linguaggio”. In noi, attraverso di noi, si agita un fiume sterminato di elementi e di influenze inconsapevoli, una sedimentazione-stratificazione di infinite forme ed infiniti contenuti che produce ciò che siamo ed al quale attingiamo per produrre il nostro essere.
Ogni individuo è strettamente, indissolubilmente legato alla propria lingua, che è il proprio linguaggio, che è il proprio pensiero, che è il proprio modus pensandi, che è il proprio modus videndi, che è la propria azione. Carlo Verdone se non fosse nato e cresciuto a Roma sarebbe stato un altro Carlo Verdone. Federigo Tozzi se non fosse nato e cresciuto a Siena sarebbe stato un altro Federigo Tozzi. E così via.
Tutto questo pippone per dire cosa? Che se Fabrizio De André invece di nascere a Genova fosse nato nel mio paese, Montefiascone, nell’ingrato pieno della Tuscia viterbese, innanzitutto non si sarebbe chiamato Fabrizio De André detto Faber, bensì Settimio Bracoloni detto Sartafosse. E non sarebbe mai andato in Via del Campo, ma tutt’al più al night de Brachino.
Ho pensato quindi di tradurre la canzone
Creuza de mä in dialetto montefiasconese. Nelle locuzioni “neutre” mi sono attenuto ad una traduzione il più letterale possibile, altrimenti ho prediletto un adattamento territorialmente caratterizzante. Ad esempio: quando nel testo si legge/sente lùnn-a (luna), ho sostituito radicalmente la parola, mutando dunque il senso, poiché luna è parola fin troppo poetica per il montefiasconese, troppo suggestiva, troppo melensa per suono ed evocazioni: in ventisei anni non l’ho mai sentita pronunciare. Dalle mie parti si usano solo termini pragmatici, ché nella tradizione contadina dura e pura c’è poco spazio per femminee vezzosità! Lo stesso vale per l’immagine metaforica del mattino che cresce o per il vino di Portofino ed altri punti che il lettore può confrontare con il testo originale e la traduzione a fronte qui.
A Montefiascone li fiori de zucca crescono, non il mattino! Che vor di’ che la mattina cresce? Che so’ ’sti stronzate? E Portofino si è sentito nominare solo a partire dagli anni ‘80 grazie alla mondanità mostrata da Canale5. ‘L vino bbono è quello del zi’ Lole, e abbasta.
Bene, dopo aver offerto la versione realista di
Impressioni di settembre, ora tocca alla falischizzazione di Creuza de mä. Capirete tutti perché io non sono De André e non potrò esserlo mai. D’altronde sarebbe arduo anche essere Sergio Vastano. Ed inoltre faccio già fatica ad essere me.
*
*
*

La strada che va giù pe’ ‘l lago

Ombre de facce facce de gente che c’hanno la barca
de che razza sete do’ cazzo ite
da ‘n posto do’ le bagasce de Muntijugo se fanno veda gnude
e ‘l buiaro ce mette ‘l curtello ma la gola
e a monta’ la somara c’adè resto ‘l porcaccio del Signore
e quel paraculo del Ghiaolo adè su mal cielo e ce s’è fatto ‘l nido
uscimo dal lago p’asciugà l’ossa da Dandolino
al cannaccio de le puppete ma la casa de sasse.
E me lì ma la casa de sasse chi ce sarà
ma la casa de Dandolino che nun c’ha la barca
gente de la Sguizzara facce da birbaccione
quelle che del coricone je piaciono l’ale
mastiotte de famije che manco puzzono
che le poe guardà senza metta l’ucello mal fodoro.
E ma ’sti panze vote che je darà
‘che cosa da bea, ‘che cosa de magnardo
‘na frittata coll’anguilla, ‘n vinello normale
‘l cervelletto d’agnello mal vino del suo
lansagne da tajà co’ la costoliccia e le viarelle
un lepre co’ le funghe e le patate de Morano.
E ma la barca del vino c’annaremo su le scoje avant’a Corrado
a rida su ’sto cazzo co’ le chiode ma l’occhie
poe ‘l sole sarà venuto su e ce toccarà ariccoja le zucchette
parente de le fiore e de le bardasciotte
padrone de la corda marcia fatta coll’acqua e cor sale
che ce lega e ce porta via ma la strada che va giù pe’ ‘l lago.

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Un assaggio disgustibustoso

Pubblicato da sdrammaturgo su 4 Agosto 2009

La comicità può essere uno stimolante od un sedativo. Da qualche anno a questa parte la satira è stata spazzata via dai media di massa in favore di un umorismo tranquillante. Modelli imperanti sono ormai i ridicoli ed imbarazzanti Zelig e Colorado Café, in cui l’invenzione artistica corroborante è stata soppiantata dal tormentone ebete soporifero per l’intelletto.
Contro la diffusione di simili narcotici sociali e per chi sentisse il bisogno di un’alternativa, io e lui abbiamo ideato Disgustibus, un format satirico interamente autoprodotto di cui abbiamo realizzato la puntata pilota dalla durata di un’ora circa. Farlo è stato per noi un piacevole dovere nonché un doveroso piacere, una divertente necessità. Lavorare, si sa, non c’è mai piaciuto.
Si tratta di un progetto indipendente che più indipendente non si può, realizzato praticamente a costo zero ed in assoluta autonomia; Disgustibus è una sorta di meta-trasmissione, un viaggio nello squallore quotidiano televisivo, politico, umano attraverso un percorso nei vari e molteplici generi del Comico.
Abbiamo deciso di renderne pubblico un breve estratto.

SE siete curiosi di vedere il resto; SE come noi non avete soldi ed entusiasmo per prestarvi al delirio vacanziero; SE non siete stati risucchiati dallo squallore familista cedendo al tradizionale ritorno estivo presso i vostri procreatori; SE la vostra vita è decisamente insoddisfacente; ALLORA potrebbe interessarvi venire MERCOLEDI’ 12 AGOSTO ALLE ORE 21 al REWILD VEGAN CLUB, Via Giovannipoli 18 (zona Garbatella), Roma, ad assistere alla PROIEZIONE dell’opera nella sua intierezza.
E’ una replica: la prima volta non avevamo promosso l’evento per imbarazzo, incapacità manageriale e refrattarietà al marketing, specialmente autoreferenziale. Ma siccome ha riscosso un successo tale da richiedere una ripetizione, pensiamo che stavolta potrebbe farvi piacere assistere a cinquantanove minuti e venti secondi di satira che in televisione non vedrete mai.
Inoltre è una buona occasione per mangiare e bere vivande che non sono state precedentemente schiavizzate, torturate e uccise.

Dunque, ricapitolando:

MERCOLEDI’ 12 AGOSTO
ORE 21
REWILD VEGAN CLUB (http://www.rewild.it/)
VIA GIOVANNIPOLI 18 (ZONA GARBATELLA)
ROMA

proiezione puntata pilota di

DISGUSTIBUS

programma autoprodotto di satira indipendente ma così indipendente che al confronto *inserisci un paragone a scelta*

Astenersi giocatori di Fantacalcio

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Attuttattualità

Pubblicato da sdrammaturgo su 29 Luglio 2009


- Scandalo nell’industria dei fumetti. Hobbes accusato di molestie su Calvin.

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- Sarà vero? Fantasie ufologiche o incredibile verità? Sembra infatti che sia stato avvistato in un piccolo centro della Versilia un lettore de Il Foglio. L’opinione pubblica e la comunità scientifica locale e nazionale gridano alla solita invenzione allucinata, ma l’avvistatore, un distinto signore sulla cinquantina, conferma ed insiste: “Non bevo, non faccio uso di droghe ed ho una specchiata reputazione. So cos’ho visto: quell’essere stava leggendo il fondo di Ferrara. E’ stata per me un’emozione fortissima”. Eppure, dubbi ed incredulità permangono.
Siamo riusciti a rintracciare il giornalaio di Frosinone che anni fa denunciò molteplici avvistamenti del genere, ma venne preso per pazzo e bugiardo. Oggi, quest’edicolante – che chiameremo per comodità Hydeshakivatsyayana Kirieliceskerkerkov Salihamarisdizic – non vuole essere inquadrato in volto, perché non è per niente fotogenico. Ecco cosa ha detto alle nostre telecamere: “Esistono, esistono eccome, anche se il governo ce lo tiene nascosto. Parlare di questa vicenda mi ha fatto perdere il lavoro, la famiglia, gli amici. Intorno a me si è creato il vuoto. Adesso sono una persona sola, vivo di espedienti, non ho più niente da perdere e non mi rimangio nulla: più volte sono venute nel mio chiosco di giornali queste creature ad acquistare una copia de Il Foglio. Si tratta peraltro di clienti eccezionali che farebbero la fortuna di qualsiasi edicolante. Ognuno di loro infatti compra sempre due giornali in più: uno per nascondere Il Foglio, uno per coprirsi la faccia”.
Incontri ravvicinati del terzo tipo? I want to believe.

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- Il Ministero per le Pari Opportunità delle Fighe ha distribuito un opuscolo contro la violenza domestica. Si tratta di un test di autovalutazione per le donne intitolato Verifica se il tuo uomo potrebbe arrivare a picchiarti. Ecco alcuni estratti dal questionario.

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Parte A – Domande generiche

1) Ti lascia mai intendere velatamente che vuole impiccarti al davanzale della finestra del cesso per poi rovesciarti addosso una ghirba di olio bollente e farti quindi scarnificare da un avvoltoio ammaestrato?
2) Ti chiede mai di fare sesso tenendo in mano una clava?
3) Ti rivolge mai gesti offensivi e subito dopo ti bersaglia con una balestra?
4) Ti dice mai che va a mignotte ed invece va a giocare a calcetto?
5) Ti dice mai che va a giocare a calcetto ed invece va veramente a giocare a calcetto?

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Parte B – Griglia di possibilità

1) Se gioca al Fantacalcio, non può in alcun caso diventare violento.
2) Se gioca al Fantacalcio e litiga al telefono con un amico per ottenere Ibrahimovic, potrebbe diventare violento.
3) Se gioca al Fantacalcio e pesta l’amico per ottenere Iaquinta, diventerà sicuramente violento.
4) Se cerca frequentemente di farti sentire in colpa, ti rimprovera con durezza o ti minaccia mettendoti contro i figli, potrebbe arrivare a picchiarti
5) Se ti mena, potrebbe arrivare a picchiarti.

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Abbiamo intervistato alcune ragazze a cui è stato consegnato l’opuscolo. Sentiamo una delle persone interpellate: “Purtroppo non sono riuscita a scoprire il risultato, perché il mio ragazzo ha iniziato a pestarmi ed ho dovuto interrompere”.

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- Si è aperto ad Udine il Primo Congresso Interrionale di Storia della Medicina. Nella prima giornata è stato affrontato un quesito che da decenni attanaglia gli studiosi di tutto il mondo: Puzzava di più un morto di peste del 1348 o del 1630? L’annosa domanda resta insoluta, ma si aggiungono ulteriori prospettive: e se l’appestato aveva anche la dissenteria?.

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Ed ora, spazio ai più piccoli con la rubrica creativa per l’infanzia Patatrack.

- Ciao bimbi! Avete mai costruito una bella lavanderina di cartone? Prendete un foglio di cartoncino colorato e della colla vinilica. Piegate il cartoncino e con della segatura fatele il viso. Fatto? Chiedete a vostra mamma della carta crespata, con la quale potrete realizzare il vestitino della bella lavanderina, mentre con dei gessetti gialli ed arancioni confezioneremo il cappellino. Fatto? Bene, ora non vi resta che ripararvi il viso ed attendere i bulli.

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Linea adesso alla rubrica culturale.

- Eccezionale scoperta in campo storico: è stato ritrovato negli archivi di Palazzo Vecchio a Firenze un video risalente al 1498 che testimonia come andarono realmente le cose nella morte di Savonarola. Le riprese vennero realizzate da un videoamatore, tale Duccio da Nebrasca, che si era appostato dietro ad una carrozza Audi parcheggiata in Piazza della Signoria, ma il filmato andò perduto. Ma finalmente possiamo vedere lo straordinario documento e sapere con certezza che Girolamo Savonarola andò incontro alla morte in questo modo:

Che bello, avete organizzato un barbecue per me! Grazie mille, non dovevate, siete fantastici.

Ma-ma-ma…Bastardi!”

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- Esce in libreria la ristampa de L’italiano, manuale di scrittura di Beppe Severgnini che ha una marcia in più rispetto alle solite guide grazie al tipico irresistibile umorismo dell’autore. Interessante anche Il Giuoco, videocorso di scuola calcio di Stephen Hawking impreziosito dal suo tipico atletismo.
Pensate che bello sarebbe un mondo in cui tutti scrivessero come Beppe Severgnini. Basterebbe pubblicare libri di ricette per diffondere rabbia sociale. Noi dobbiamo essere grati a Beppe Severgnini: grazie al suo esempio ora la scienza sa cosa succede se un ragioniere si imbatte in una biblioteca. Povero Beppe, chissà quanti schiaffi dai bulli deve aver preso. Da quelli non troppo annoiati, si intende.

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- Letteratura italiana. Alla luce delle ultimissime ricerche filologiche, dovremo rivedere completamente l’idea che abbiamo di Alessandro Manzoni. Di contro all’immagine dell’autore iperclassicista ed ultratradizionalista che la storia e le sue opere ci hanno consegnato, spunta una nuova stesura de I promessi sposi, rinvenuta per caso in mezzo ad una serie di carte inedite del Nostro, iniziata in tarda età e mai portata a compimento. Il progetto di revisione totale sul suo lavoro più importante a cui il Manzoni aveva intenzione di accingersi a coronamento della sua prestigiosa carriera ci offrono uno scrittore sperimentale, visionario e rivoluzionario, nettamente in anticipo sui tempi, dalle soluzioni addirittura novecentesche. Questo l’incipit della nuova versione del romanzo che egli avrebbe voluto dare alle stampe prima di morire:

Una mattina, destandosi da sogni inquieti, Renzo Tramaglino si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante”.

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- Cinema. Nelle sale Il curioso caso di Beniamino Buttoni, la vita di merda di un uomo che nasce vecchio, invecchia ulteriormente, muore vecchissimo.

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- Torna in auge la commedia trash erotica all’italiana e si carica di tinte ancor più hard core nel nuovissimo La veterinaria se la fa con i pazienti, con Alvaro Vitali nel ruolo di un cinghiale, e viceversa.

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Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, in cui Dino Campana si comporta come Stefano Accorsi.

Buona visione e buone vacanze da Cocapabana, mentre voi siete a Tarquinia Lido.

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“Della maraviglia” 11 – Farsi beffe della fisica, scherzare con la gravità

Pubblicato da sdrammaturgo su 11 Luglio 2009

“Alle volte immagino di dividere le cose tra quelle umane e quelle sovrumane. Borges e Cervantes: avevano qualche cosa di indefinibile che li poneva al di là, ed è per questo che perdoniamo loro un sacco di cose… Maradona è così: non è di questo mondo… Io l’ho incontrato una sola volta in vita mia… Sì, Maradona è così: esiste per la gloria di Dio”

OSVALDO SORIANO

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“Se Andy Warhol avesse vissuto nella nostra era, avrebbe dipinto Diego invece di Marilyn”

EMIR KUSTURICA

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“Quello che Zidane fa con il pallone, Maradona lo faceva con un’arancia”

MICHEL PLATINI

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“Noi organizzavamo i pullman per andare a vedere gli allenamenti di Maradona. Non era mai successa una cosa simile e mai più succederà: i pullman si organizzano per andare a vedere le partite, invece noialtri facevamo centinaia di chilometri tutti insieme per andare a vedere un solo giocatore palleggiare per una ventina di minuti. E non eravamo gli unici: lì era sempre pieno di gente, ci venivano da tutta Italia, incontravamo altre decine e decine di gruppi che avevano organizzato un pullman come noi ed erano venuti in gita a vedere Maradona. Dal Nord, dal Centro, dal Sud, perfino dall’estero. Che spettacolo che era…
Per lui il pallone era un prolungamento dell’arto e quello che riusciva a farci andava contro ogni legge della fisica”

MIO ZIO MAURIZIO

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Le forze dell’ordine in breve

Pubblicato da sdrammaturgo su 7 Luglio 2009

Sottotitolo: il potere è un abuso

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Ho deciso di entrare in polizia: voglio ammazzare uno che mi sta sul cazzo ma non mi va di fare troppa galera.

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Federico Aldrovandi

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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Pubblicato da sdrammaturgo su 2 Luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato ha passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

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Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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La zattera Medusa – Scene alla deriva

Pubblicato da sdrammaturgo su 28 Giugno 2009

Scritto su commissione per il Festival Internazionale di Bracciano, evento contro il razzismo ed a sostegno dei migranti. Interpretato non so da chi, non me ne sono interessato.

Il due luglio milleottocentosedici, la Méduse, una fregata della marina francese in navigazione verso il Senegal, si incagliò su un banco di sabbia al largo dell’attuale Mauritania, probabilmente a causa dell’inettitudine del comandante de Chaumaray. I passeggeri vennero imbarcati su sei scialuppe, mentre l’equipaggio si sistemò su una zattera di venti metri per dieci legata alle altre imbarcazioni, ma la cima si ruppe (o, probabilmente, venne tagliata per risparmiare la fatica di trascinarla) e la zattera con centotrentanove uomini a bordo fu abbandonata alla deriva.
Su quella zattera, i cui sventurati marinai si trovarono ben presto stremati dal sole, dalla fame, dalla sete, dalla disperazione, si verificarono gli eventi più disumani: suicidi, violenze, sopraffazioni, omicidi, torture, cannibalismo.
La zattera della Medusa rappresentò il naufragio dell’Occidente e del colonialismo, tanto che il grande pittore francese Théodore Géricault immortalò nel suo dipinto più celebre quella che resta una delle pagine più tremende della storia europea e dell’umanità tutta.
Circa duecento anni più tardi, il colonialismo raccoglie i suoi frutti ed una zattera compie il percorso inverso…

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Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Ah, che sole! E che mare! Quarantasei gradi in pieno Mediterraneo e senza neanche una pensilina. Sento il mio spirito temprarsi e le mie spalle sfrigolare. Ho qui con me un mozzo pellerossa che prima di partire era albino. Son cose da uomini, queste!
Siamo salpati dalla Libia che ormai son venti giorni. Stavolta ho avuto in sorte una ciurma troppo molle. Già tutti stanchi, tutti spauriti! Eppure quel che hanno affrontato è un viaggio ameno e innocuo! Lo dicono tutti i sopravvissuti! Qual fortuna è lor toccata e non se ne rendono conto! Voglio dire, innanzitutto una bella cammellata senza cammello attraverso il Sahara. Tutto. Con pranzo al sacco (infatti molti di loro per la fame si son mangiati la bisaccia. Eh, quanta ingordigia di questi tempi). Poi tutti insieme sulla mia salda e bella imbarcazione, che questo femmineo ed ignorante mozzo s’ostina a chiamare canotto. Oh, quanta insipienza delle cose marinare! E’ essa infatti ciò che vien più propriamente detta fregata, avendola io sottratta con indomito coraggio e ben esperta astuzia in una darsena mal custodita. Ci si sta comodi come si conviene ad animi virili e camerateschi ed è accogliente come il grembo d’una madre nana. In centotrentanove in venti metri per dieci: come possono non amare tutto codesto calore umano?! E il tutto al modico prezzo di quattromila euro. Oggigiorno gli africani son diventati incontentabili.
Spetta a me condurli a riva nella suola distaccata dello Stivale dirimpetto. Costoro hanno affidato la loro vita al loro capitano, che taluni nel mio ingrato suol natio suole ancora appellare erroneamente scafista. Ma deh, io non mi curo degli invertebrati per nulla avvezzi ai flutti ed ai marosi.
Io bado alle mie ossa dure, al mio timone, alla mia rotta ed alla mia gamba di legno. Come l’ho persa, qualcun si chiederà. Come si conviene ad uno strenuo cuor filibustiere! Mi ci è caduto sopra il lampadario mentre stavo leggendo Moby Dick. Il destino mi ha voluto come il valoroso Achab ed io non tradirò la mia oceanica missione.
Alla mia fedele chiatta ho apposto il nome assai propizio di Medusa, affinché fosse di buon auspicio. Ed infatti la navigazione procede serena e senza sorprese, a parte qualche trascurabile intoppo, come quando ci siamo arenati o siamo stati cannoneggiati o abbiamo dovuto otturare una falla con un neonato. Ma a parte ciò, tutto il resto è una placida e sicura deriva.
D’altronde non mi perdo un’edizione del bollettino nautico Naufragare informati.
Accanto a noi nuotano beati ed amichevoli i delfini ed a volte qualche squalo, ma giusto quando cade qualcuno in mare.
Unico elemento di disturbo è un tale di nome Teodoro che se ne va sempre in giro con un foglio ed una matita in mano a condire con del sale ogni passeggero dicendo agli altri: “Sicuri che nessuno vuole assaggiare?”.
“Terra! Terra!”, grida di tanto in tanto la vedetta, un vecchio sciamano nigeriano cieco. Sta venendo in Italia per essere assunto come caporedattore del TG1.
Tutto il resto, è una congerie di nazionalità diverse unite però da un unico sacro vincolo: l’austera povertà.

*

Dialogo geopolitico tra un congolese ed un marocchino, con varie intromissioni

Un marocchino ed un congolese si svegliarono appoggiati uno addosso all’altro.
“Buongiorno”, esordì il marocchino.
“Buongiorno”, rispose cordiale il congolese.
“Dormito bene?”
“Pensavo di essere morto. Che delusione”
“Dai, che ci siamo quasi”
“Ora ti riconosco: non eri tu che hai detto la stessa cosa quindici giorni fa?”
“No, quello è morto”
“Dove sarà l’Italia? Di qua o di là?”
“Boh, la bussola se l’è mangiata il capitano da un bel pezzo”
“D’altro canto la fame è fame”
“A proposito, non mangio da giorni”
“Io non mangio da anni”
“Di dove sei?”
“Congo”
“Repubblica del Congo o Repubblica Democratica del Congo?”
“Fa differenza?”, intervenne un kenyota, così chiamato per gentile eufemismo.
“Repubblica Democratica. O almeno, quando sono partito era ancora Repubblica Democratica del Congo. Ma a quest’ora potrebbero essersi scambiate: facile che adesso la Repubblica del Congo è la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo è la Repubblica del Congo, quella semplice, quella senza il Democratica
“Guarda che adesso si chiama di nuovo Zaire”, si intromise opportunamente un liberiano.
“Macché, quello fino a dieci minuti fa. Adesso si chiama di nuovo Repubblica Democratica del Congo”, corresse un ivoriano ben informato che aveva con sé una radiolina.
“Eh, mi pareva infatti”, aggiunse un valdostano.
“E tu che cazzo ci fai qui?!” chiesero e pensarono più o meno tutti.
“Non mi è mai piaciuta la montagna”, rispose il valdostano.
“Complimenti, avete trovato l’intruso”, disse felice l’enigmista di bordo. Quindi il discorso riprese.
“Sì, ma cinque minuti fa è diventato il Principato di Un Po’ Di Gente Nera e tre minuti fa c’è stato un colpo di Stato, così adesso si chiama Principato Democratico Di Un Po’ Di Gente Nera Del Congo e comprende la vecchia Repubblica Democratica del Congo più parte della Repubblica del Congo. La parte restante è suddivisa a sua volta in Congo Fate Voi e Congo a Piacere, al cui interno coesistono due stati separati, il Congo Opzione Golpe ed il Trallallero. Ma negli ultimi quarantacinque secondi sono scoppiate sei guerre civili, quindi è ancora tutto da vedere”, rettificò un sudafricano che aveva un’altra radiolina. Non è un caso se la zattera Medusa divenne celebre accedendo al Guinness dei Primati come barcone di clandestini con la maggiore densità di radioline.
“Che poi non ho mai capito perché ci tengano tanto a metterci in mezzo la parola Democratica“, riprese il marocchino.
“Beh, studi psicologici hanno dimostrato che se uno sganassone lo chiami buffetto ti fai menare più volentieri”, sentenziò il congolese.
“Cavolo, ma sei acculturato!”, esclamò stupito ed entusiasta il marocchino.
“Non è merito mio, ma di mio fratello. Lui è laureato in medicina e psichiatria con un master in neurologia. Tutto quello che so l’ho imparato da lui. E’ emigrato tempo fa ed infatti grazie ai suoi titoli prestigiosi ha trovato subito lavoro: trasporta cassette di frutta all’Ortomercato di Milano. Lo pagano in nero, ma si sa, all’inizio devi fare la gavetta. Facendo carriera, presto lo pagheranno in nero per trasportare cassette di verdura”
“E tu come mai te ne sei andato?”
“Sto scappando dalle autorità”
“Ti sei messo nei guai?”
“Ma sai, nella mia nazione ti ammazzano per mille motivi. Sulla mia testa ad esempio pende una condanna a morte per divieto di sosta. Ti salvi solo se sei straniero. Se sei europeo o americano non ti possono ammazzare. Mio zio quando lo hanno arrestato per detenzione illegale di acqua ha provato a fingersi svedese, ma gli è andata male”
“E cosa vuoi fare in Italia?”
“Il calciatore!”
“Ma hai una gamba sola!”
“Ah, già… Oh, comunque c’è da dire che i bianchi avranno pure parecchi difetti, ma le mine antiuomo le sanno fare davvero bene. Certo, magari hanno un po’ esagerato nella distribuzione. Io sono saltato in aria nel cesso di casa mia. Conservo ancora l’altra gamba. Con quella conto di diventare un rivoluzionario giocatore di cricket. O anche di golf, se riesco ad entrare nei salotti buoni”
“Laggiù! Soffia!”, interruppe un ghanese.
“La Balena Bianca???”, chiesero stupefatti alcuni.
“No, Bongo che sta annegando”.
“Ci penso io!”, si propose baldanzoso ed intrepido il capitano. Si sporse e gridò all’indirizzo di Bongo, impacciato ciccione del Burkina Faso che si stava sbracciando. “Allungami la mano!”. Bongo, annaspando forsennatamente, riuscì a porgere il braccio al capitano Edaddo Mani, il quale gli sfilò l’orologio, prima di vedere l’altro colare a picco. “Peccato”, proferì il capitano “non si era mai visto un ciccione in Burkina Faso. Ci avrei potuto alzare bei dobloni”. E si rimise al comando della nave.
“Dicevamo?”, ricominciò il congolese, troppo stanco per incazzarsi.
“Mi parlavi di golf e salotti buoni”
“Ah, sì. Conto di fare un salto nell’alta società. Ci capisco di diamanti e so che ai ricchi piacciono. Capirai, ne ho raccolti per anni. Pare che faccia molto chic dell’altra parte del mare avere addosso qualche sasso. Chi ha tanta ghiaia o parecchio brecciolino deve sentirsi molto fortunato, da quelle parti.
Una volta stavo sfogliando una rivista americana ed ho visto la pubblicità di un diamante. L’ho riconosciuto subito: ero presente quando mio cugino lo trovò. Ci si è spezzato la schiena per raccogliere diamanti. Letteralmente”
“Toglimi una curiosità” domandò il marocchino “Ma come mai ti manca anche una mano?”
“Mentre lavoravo come cercatore di diamanti, ho chiesto al capo se ne potevo tenere uno”.
“Mi sa che niente golf”.
“Va be’, cercherò di diventare il miglior autostoppista del mondo”.
“Terra! Terra!”, urlò all’improvviso la vedetta cieca, con lo sguardo fisso sulle ciabatte di un algerino.

*

Intanto, in una ricca città del Nord Italia, due signore benestanti conversano amabilmente

“Ammore!”
“Tesoro! Come stai?”
“Non c’è male, non c’è male. Diciamo che sta peggio chi è povero”
“Ohohohohohohoh”
“E tu invece?”
“Bene anch’io. Son benestante”
“Io vengo ora da una passeggiata sul lungolago e…”
“Ma hai sentito cos’è successo al lago??? Un ragazzo è morto annegato! Pare che avesse anche moglie e figli. Poverino, così giovane…”
“Sì, ho sentito. Era africano”
“Ah be’, allora…”
“Ora che ci penso, tu sei tornata da poco da Parigi! Dimmi un po’, com’è stato, com’è stato?”
“Ah guarda, siamo stati benissimo. Albergo bello, con piscina, colazione abbondante, ma proprio che poi non dovevi nemmeno pranzare. La città è bellissima, ma sai che è? Troppi negri. Io per carità, niente in contrario, ma quando è troppo è troppo. Voglio dire, un negro va bene, due negri vanno bene, pure tre o quattro, voglio essere di manica larga, proprio perché io per carità niente in contrario. Ma quando cominciano ad essere decine e decine, allora no, non mi sta più bene. A tutto c’è un limite!”
“Eh, come ti capisco. Pure qui capirai, un’invasione. Esci di casa e li vedi che stanno lì, tutti insieme, ti mettono a disagio”
“Delinquono?”
“No, per fortuna no”
“Fanno baccano?”
“No, neanche”
“Sporcano, imbrattano?”
“Nemmeno”
“Cosa fanno?”
“Stanno lì! Chi chiacchiera, chi gioca a carte, chi sente la musica. Una vergogna, guarda. Io non mi sento più sicura. Non vedi mai un bianco, sembra di essere in vacanza! Qui i negri siamo diventati noi! Bisogna proprio fare qualcosa. Per fortuna adesso organizzano queste ronde. Non se ne può proprio più con questi negri che giocano a carte. Che poi si sa, da un tressette ad arrivare ad uno stupro di gruppo è un attimo”
“E stanno diventando sempre più impertinenti! Ma io dico, appena arrivi ti mettiamo in uno di quei confortevolissimi CPT con camera vista fogna e bagno vista sbarre. Esci, vieni su e, come ha fatto mio marito ad esempio, ti faccio raccogliere pomodori per sedici ore al giorno a sette euro al mese, ti  do persino una baracca in cui dormire con tutti e novantuno i tuoi connazionali per farti sentire più a tuo agio e ti lamenti pure! Io non lo so cosa pretendono questi qui! Prima abitavi in una capanna di foglie, ora dormi in una capanna di eternit ed invece di essere contento tieni sempre quel muso lungo e magari vai pure a rubare!”
“Non conoscono proprio il senso del lavoro e del sacrificio. In più hanno credenze strampalate, le donne sono sottomesse, mettono il burqa, mangiano gli scorpioni, spacciano la droga e comandano il giro della prostituzione”
“Sono proprio arretrati. Uh, si è fatto tardi. Vado ché mi comincia il rosario e dopo devo cucinare l’aragosta per mio marito e mio figlio”
“Attenta, ti si sta sciogliendo il fazzoletto. Tuo figlio sta bene?”
“Eh, purtroppo sempre tossicodipendente. Mi fa dannare”
“Oggigiorno non ci si capisce più niente. Vado anche io, devo portare la macchina a mio marito, che dopo va a puttane”
“E che ci vuoi fare, sono uomini. Si sa, l’uomo è uomo. Facile che si incontra con mio marito, pure lui ci va sempre”
“Che zone frequenta?”
“Quella dove ci sono le nigeriane, ché costano di meno”
“Che coincidenza, pure il mio!”
“Terra! Terra!”, grida un bambino, lanciando manciate di pozzolana contro le due donne imbellettate. L’autore del presente scritto ne gioisce.

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Mi sento ribollire l’animo fin dal profondo delle viscere! E non solo per l’infezione intestinale che mi accompagna come farebbe appunto un’infezione intestinale! Ogni giorno che trascorre mi pervade una crescente esaltazione, giacché avverto chiaramente che attraverso di me fluiscono secoli e secoli di progresso dell’Occidente.
Oh, avevi ragione, oh sommo, oh divino, oh magnifico Rudyard Kipling! Quel che portiamo è ciò che tu chiamavi il nobile fardello dell’uomo bianco. E non intendo con esso la fiera panzetta che ogn’uom del Vecchio Continente reca avanti, bensì l’onere e l’onore (ovvero il dovere sacro) che tutti noi, genti che qualcuno chiamò ariane, abbiamo di diffondere il nostro più alto sapere e più alti valori alle popolazioni retrograde e neglette.
Quante, quante buone cose abbiamo insegnato noi del Primo al Terzo Mondo! Eh, quante, quante… Quante… Al momento non me ne sovviene neppure una, ma ce ne sono certo a iosa!
Ah, ecco, me n’è balzata in mente una: Dio. E quale idea maggior di questa?
A coloro i quali vivevano ignudi e selvaggi senza vera religione abbiamo insegnato a coprire le pudenda per non offendere il Celeste Padre. Ecco, noialtri, bianca stirpe eletta, abbiamo insegnato ai popoli dell’equatore a mettere il cappotto. Ora sudano il triplo, ma amano Dio.

*

Storia del giovane sudanese e della bella somala

A bordo nascevano gli amori. Vi erano sulla Medusa un giovane profugo del Sudan, tutto percorso da giovanili ardori, ed una ragazza somala di rara bellezza. Lui scappava dal Darfur, lei fuggiva dai parenti. Il giovane sudanese, che aveva lo stomaco vuoto ma l’occhio attento (e soprattutto altri vitali organi pieni) non poté non notare quella perla che gli appariva tanto preziosa. Certo, dopo settimane di deriva sotto al sole tra omaccioni maleodoranti anche la carcassa di un’antilope avrebbe esercitato un discreto fascino su di lui, ma di sicuro il ragazzone fu fortunato, tant’è che dopo una trentina di giorni di navigazione prese coraggio e le si avvicinò.
“Bella giornata oggi, vero?”, fece il giovane sudanese.
“Di’ un po’, ci stai provando?”, rispose la bella ragazza somala, sepolta sotto tre egiziani che pregavano in direzione di una Mecca arbitraria.
“Beh, sì”, ammise sincero il sudanese.
“Fa’ pure, tanto l’alternativa a te era restare nella periferia di Mogadiscio e sposare l’ottuagenario aerofagico che mio padre aveva scelto per me”.
Il giovane sudanese trovò dunque tutta la sicurezza che gli mancava e divenne addirittura sfacciato.
“Allora vengo subito al punto, senza giri di parole e senza infingimenti: ti ho visto, mi sei piaciuta subito e smanio di desiderio per te. Brucio!”
“Per forza, hai la febbre da colera”
“Ma a parte quello, ti bramo con tutto me stesso – o con quel che ne rimane. Sai, le mine…”
“Me lo farò bastare”
“Io…io…io voglio…voglio leccare il tuo clitoride!”
“Prego, fa’ pure, eccolo”, invitò lasciva la bella somala, estraendolo dalla tasca.
I due si amarono con passione travolgente tra un etiope e due del Ciad.
“Ho fame”, disse lui, subito dopo esser riemerso da quel meraviglioso amplesso.
“Anch’io”, fece eco un Hutu, sorridendo maliziosamente all’indirizzo di un Tutsi.
Teodoro si illuminò in volto.
“Il mozzo è ben cotto”, notificò il capitano.
“Io posso resistere. Noi soffriamo per tradizione”, disse la bella somala.
“Noi per tradizione moriamo”, replicò il giovane sudanese.
“Terra! Terra!”, strillò lo sciamano. E stavolta aveva ragione, ma del tutto casualmente, visto che stava voltato da tutt’altra parte.
Tutti, fino ad un istante prima stremati, si sentirono mossi da un rinnovato vigore e nascondendo alle proprie membra la spossatezza si ammassarono a prua a rimirare le sponde di quella che doveva apparir loro come la Terra Promessa. Quel genere di promessa che non viene mantenuta.
Chiunque si fosse trovato sulla piccola Medusa avrebbe visto a riva una schiera di persone che sembravano aspettar la barca.
“Guardateli, ci attendono!”.
“Evviva! Evviva!”.
Quell’arcobaleno di miseria e umanità era tutto un vociare di colori, sbiaditi ma vividi e vivi, come di chi resiste e non si arrende.
“Ci accoglieranno con benevolenza! Guardate, sono pronti a riceverci a braccia aperte! Tengon tutti nelle mani una fiaccola e un bastone, probabilmente strumenti di un rituale dell’amicizia, e tutti quanti indossano una camicia del color della speranza con all’occhiello un fazzoletto della medesima tinta!”
“Sì, camicie verdi! Oh, che calda accoglienza ci aspetta!”
“Incandescente”, sussurrò lo sciamano, che non aveva vista, ma qualche potere di veggenza lo conservava ancora.
In quel festante strepito, la bella ragazza somala avvertì un’impercettibile sensazione agitarlesi nel ventre, come un trambusto delicato. Restò un secondo muta, dubbiosa o imbambolata, poi si mise in disparte per ascoltar meglio il proprio corpo. Si posò una mano in grembo, sorrise esitando un poco e sospirò tremante. Guardò quel caro ragazzo sudanese, così magro eppure tanto forte, che ancora si perdeva con lo sguardo sulla costa che si avvicinava lentamente sempre di più.
Ella comprese allora che avevano concepito. Ormai ne era sicura, il corpo di una donna non può sbagliare. Si avvicinò al suo uomo, lo cinse con le braccia e mormorò al suo orecchio. Egli sembrò spaesato, ma felice, e la baciò. Decisero che se fosse stata una femmina l’avrebbero chiamata Speranza. Perché certo, la speranza è degli stronzi, ma se la vita è una chiavica, non resta che tentar di galleggiare, veleggiando verso terraferma.

*

*

Appendice – Le dieci cose da non dire mai ad una ragazza africana se si ha intenzione di rimorchiarla

*

1) Hai fatto una buona traversata?

2) Posso farti un cunnilingus in tua assenza?

3) Ehi baby, pure a te il clitoride lo hanno segato o ce lo hai ancora?

4) Mi regali il clitoride?

5) E’ vero che le negre ce l’hanno più capiente?

6) Facciamo un gioco: io mi metto un cappuccio bianco ed isso una croce in camera da letto…

7) Ciao, mi chiamo Mario Borghezio.

8) Sì, lo so, sono bianco, ma l’importante è come si usa!

9) Gradisci una banana?

10) Interessa una cittadinanza? No, perché sai, ti amo e vorrei sposarti.

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“Diario simulato” 24 – Coccodrillo per una brava persona

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Giugno 2009

Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come una febbre tropicale.
La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo.
Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio; così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava voltata di spalle a pregar la Vergine Maria.
S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente protettivi – famigliari.
Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao.
Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava.
Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo sterminato amore per il prossimo.
Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai cavartela da sola”.
Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute.
La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse, affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal suo corpo.
Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro Anziani.
Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a tutti i grassi del mondo”.
Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore di alcune prostitute minorenni.
Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo smaltimento dei poveri.
Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo, calpestare i più deboli”.
Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per distrarli”.
Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà, della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove, stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato: “Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla fratellanza di compiere il proprio corso.
Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio nella panza.
Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di Johnny Miciomiao.
Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto.
Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.

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