“La vita può essere meglio di così” 4
Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 11 Marzo 2006



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Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 11 Marzo 2006
In barba alla becera superstizione popolare, il venerdì 17 sa essere tutt’altro che infausto. Capita infatti che il Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università “La Sapienza” di Roma inviti nel tanto temuto giorno Edoardo Sanguineti a tenere una conferenza dal titolo “Avanguardia e Rivoluzione”, offrendo un’occasione di una preziosità straordinaria che sarà ricordata a lungo da chi ha avuto la fortuna di prendervi parte. E’ stato uno di quei momenti di crescita culturale e maturazione politica (nel senso sia corrente sia classico e più nobile della parola) che, come sottolineato dall’intervento di una studentessa, l’ambiente accademico nazionale dovrebbe favorire in un maggior numero alle nuove leve del pensiero umanistico.
Col suo solito sorriso placido ed arguto ed il tono di voce basso, roco, calmo ed appassionato, Sanguineti ha rovesciato sull’uditorio un quantitativo esorbitante di spunti di riflessione, restituendo ad un’aula universitaria quella dignità di luogo atto al far pensare troppo spesso aggredita dalla cieca malafede delle istituzioni governative.
Sanguineti, in poco più di un’oretta, ha attraversato tutto il ‘900 italiano in relazione al resto del mondo, al fine di pervenire analiticamente a quei due termini-chiave del XX secolo che a quanto pare suonerebbero ormai piuttosto desueti, scivolati piano piano nello scaffale degli indumenti teoretici fuori moda: avanguardia e rivoluzione.
Il primo dei due in effetti è ultimamente ribaluginato mestamente solo nel nome della Transavanguardia e quanto al secondo…beh, sono ben lontani i tempi del “proletarii di tutto il mondo unitevi”: il “Capitale” è stato superato dai tempi perché il capitalismo stesso è cambiato, l’economia e la società sono mutate profondamente, le masse si sono ulteriormente intorpidite grazie a quel tanto di benessere bastevole ad infondere la paura di perdere quel poco che si ha ed il sogno di un sovvertimento radicale del Sistema appare come una risibile chimera.
Eppure… eppure è proprio oggi, ci dice Sanguineti, che sarebbe possibile quella rivoluzione tanto agognata in passato. Mai come ora infatti i mezzi di comunicazione hanno permesso un’adeguata circolazione di informazioni. Nell’epoca dell’alfabetizzazione, della televisione, del telefonino e soprattutto di internet è possibile “far prendere coscienza del proprio stato di proletarii a coloro i quali non sanno di esserlo”. Il progresso tecnologico voluto in primis dalla borghesia permetterebbe dunque di organizzare le masse per reagire ad un disagio socio-economico che non si è alleviato affatto. Anzi, il fallimento del capitalismo lo ha inasprito: molte grandi aziende sono sull’orlo del fallimento, investire in Borsa equivale troppo spesso a giocare d’azzardo, l’arricchimento dei pochi è direttamente proporzionale all’impoverimento di molti.
Però, nota e fa notare Sanguineti, l’era della comunicazione coincide con quella della solitudine. La logica del consumismo borghese ha portato infatti al mirato scompaginamento della comunità allo scopo di isolare l’individuo per renderlo maggiormente esposto alla pubblicità generatrice di bisogni indotti, cosicché egli si trova costretto a sopperire alle mancanze dovute alla solitudine tramite l’acquisto di merci. Il cittadino è stato tramutato in consumatore. Ognuno è solo e, non riconoscendo l’altro come parte essenziale del suo mondo, si realizza l’hobbesiano homo homini lupus, con conseguente status di bellum omnium contra omnes.
E che cos’è in fondo l’imperante precariato del licenziamento facile contro cui si sta rivoltando la gioventù di Francia se non il trionfo del mors tua vita mea?
Dunque una rivoluzione, ovviamente attualizzata, adeguata ai tempi, sarebbe quantomai auspicabile, anche perché, citando Adorno, “non si può più essere cortesi”: non si può essere cortesi con le multinazionali che spremono fino al midollo i paesi poveri, finanziano dittature, avvelenano l’aria e devastano l’ambiente; non si può essere cortesi con chi si ingrassa grazie ad uno scenario di guerra permanente; non si può essere cortesi con le mafie che si nutrono dei poteri corrotti; non si può essere cortesi con chi imbavaglia la libertà di espressione e di ricerca scientifica.
Avanguardia e Rivoluzione diventano quindi adesso più che mai, se non due imperativi, almeno, come dire, due scelte di buonsenso per la propria autoconservazione.
Vero è che la rivoluzione ha bisogno di quella spinta propulsiva che non può non venire dal mondo del sapere artistico, filosofico, letterario (tant’è che l’incontro con Sanguineti fa pate di un progetto chiamato Arte e Politica), dal momento che è impensabile un miglioramento delle condizioni di vita senza un incremento del sapere.
Se manca l’avanguardia manca la rivoluzione e se non c’è anelito di rivoluzione, l’avanguardia poltrisce fino a morire nel sonno. E per avanguardia si intende la volontà dell’arte di agire sul reale per migliorarlo con l’apporto culturale.
Grazie a personaggi quali Sanguineti si impara parecchio e si riflette. Ma Sanguineti parla solo ad un centinaio di persone in un’aula universitaria: fuori rimangono milioni di persone che neppure vengono raggiunte dalle sue parole. E la questione dell’assenza dell’intellighenzia dai mass-media emerge in tutta la sua gravità. La presenza in TV o sulle pagine dei quotidiani o delle riviste anche commerciali di scrittori, artisti e filosofi infatti è andata via via scemando sempre più e se ne sente la mancanza (no, quelli intervistati da Costanzo non sono scrittori). Perfino nell’Italietta democristiana la Rai era permeata da personalità quali quella di Umberto Eco e Furio Colombo; sui giornali, Calvino, Moravia, Pavese, ingaggiavano dispute in materia di attualità; dalle colonne del Corriere della Sera Pasolini processava apertamente la D.C. in maniera tutt’altro che edulcorata.
Poi, con l’avvento del berlusconismo, gli intellettuali sono stati o epurati o si sono autoesialiati in torri d’un avorio peraltro sempre meno pregiato, lontano da mezzi di comunicazione che tendono a fornire al grande pubblico prodotti sempre più semplici, dal momento che la gente meno pensa e meno è consapevole, e meno è consapevole e meglio è pilotabile, in politica e nel mercato.
C’è quindi bisogno che gli uomini di cultura si riprendano i giusti spazi per il bene di tutti: devono - giacché hanno il dovere di essere la coscienza critica del proprio tempo - rivolgersi anche e soprattutto alla massa ignorante poiché solo loro possono insegnare alla popolazione ad acquisire quegli strumenti di indagine che soli consentono di avere quell’autocoscienza e quell’autonomia interpretativa fondamentali per lo sviluppo sociale, sciolto dalle briglie dei poteri forti. Altrimenti si può far credere alla gente che par condico significhi censurare i nomi dei politici su Blob, mentre i nomi vanno fatti e ad alta voce; altrimenti Berlusconi passerà, ma resterà il berlusconismo, riassumibile nel motto “non chiedere la rotta al pilota”. Gli intellettuali sono indispensabili per guidare le persone ad osservare e capire invece ogni centimetro della rotta ed aiutarle a valutare se il percorso è opportuno oppure no.
C’è ancora bisogno di pedagoghi di massa: quando la zattera va alla deriva, servono nocchieri abili.

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Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 11 Marzo 2006
“Noi dimoriamo nel linguaggio”. “I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo”. Da Heidegger a Benjamin, da Wittgenstein a Rorty, la ricerca filosofica del ‘900 ha concentrato notevole attenzione alla centralità del linguaggio nell’infinita gamma dei problemi teoretici. Si è riconoscuto il nostro carattere di “esseri linguistici”: attraverso il linguaggio e solo per mezzo di esso noi veicoliamo i nostri pensieri e, di conseguenza, il nostro agire. Per dirla con Wittgenstein, il pensiero si dà nel linguaggio: la parola è pregna del suo significato, non rimanda ad un referente esterno ad essa, ma esprime dal suo stesso interno. Di qui l’assoluta rilevanza dell’attenzone all’ortografia: la parola, scritta diversamente, in modo erroneo, è un’altra parola, perciò richiama una serie completamente diversa di tessuti semantici.
E’ attraverso le parole che noi delineiamo il nostro spazio interiore, il quale a sua volta edifica la realtà esterna. Le parole dunque sono i tasselli per la costruzione del nostro mondo. Dunque, “le parole sono pietre”.
Ma la parola non ha un solo significato rigido. Sempre Wittgenstein insegna che “il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”. Non esiste la possibilità di una definizione ostensiva che sia il principio del linguaggio: la parola assume connotazioni, sfumature diverse, a secondo del contesto in cui viene posta.
Ciò non toglie però che vi siano significati più propri di altri. Non è escluso quindi che, seppure è possibile utilizzare una determinata parola facendole suscitare una rete di sensi del tutto nuovi, essa possa essere adoperata del tutto impropriamente, al di fuori di quella che, non senza dare adito ad equivoci, chiamerei correttezza. O meglio: proprio perché le nostre parole sono i mattoni della nostra esistenza, un eventuale uso arbitrario, cioè non supportato da logicità o buonsenso semantico, comporta necessariamente uno stravolgimento della trama del linguaggio, e di conseguenza del nostro rapporto con il reale.
Ecco perché la grammatica va trattata con la massima cura: le parole siamo noi; noi siamo fatti di parole.
Accade però fin troppo frequentemente che si diffondano nel parlar comune usi, se non ingiustificati, quatomeno inadeguati di alcune parole, che possono portare piccoli grandi sfaceli. I politici lo sanno bene e puntano molto sulla revisione del lessico a scopo propagandistico: basti pensare all’insistenza di Berlusconi sul termine “comunista” o quella delle destre in generale sul termine “no-global” al fine di trasformarli in aggettivi puramente dispregiativi facendone smarrire la definizione originaria ed il senso storicamente più proprio.
I danni prodotti da tali storture linguistiche sul patrimonio lessico-culturale della popolazione non vanno sottovalutati.
C’è una parola che mi preme analizzare a tal proposito poiché emblematica della confusione concettuale che sovente il senso corrente presenta rispetto al senso proprio: si tratta del termine V.I.P..
L’abbreviazione puntata V.I.P., più frequentemente scritta senza punti (il che non è un aspetto secondario del problema) sta per “Very Important person”, “Persona Molto Importante”. Il dizionario Treccani riporta questa definizione del lemma importante:”Agg. [propriam., part. pres. di importare1]. – 1. Di cosa, che per sé stessa o in rapporto a determinate circostanze, a determinati fini, è di gran conto o rilievo e deve essere tenuta nella dovuta e seria considerazione: un affare, una questione i.; notizia, lettera, avviso i.; un importantissimo documento; gli avvenimenti più i. del secolo; fare i. considerazioni; avere una parte i. in un’impresa; scordavo di dirti la cosa più i.; precisando: è i. per me, per voi tutti; è i. agli effetti giuridici. Di persona, che ha autorità, influenza, prestigio: un personaggio i. (talora iron.); un i. funzionario del ministero; fare l’i., darsi arie di persona di gran conto. Sostantivato, con valore neutro e in funzione di predicato, ciò che più importa o preme, la cosa essenziale: l’i. è di riuscire; l’i. è che il progetto sia approvato; trovare i capitali: questo è l’importante! 2. Con sign. e uso più recenti, di un certo tono, che si distingue per aspetto, qualità, stile, e sim.: un arredamento per un salotto i.; una festa i., di tono elegante e raffinato; un abito i., d’aspetto e fattura particolarmente curati, per circostanze speciali.”
Sorvolando sulla trascrizione delle definizioni di molto e di persona (sarebbe una pedanteria senza limiti - non che finora abbia lesinato a riguardo…), mi pare chiaro in che senso sia più giusto parlare di “persona molto importante”.
Attingendo ad una personale scala di valori (mi assumo tutte le responsabilità in caso di opinabili scelte dettate dalla potenziale fallacia della soggettività), ritengo che alcuni esempi di V.I.P. possano essere rappresentati da persone come queste (importanti perché preziose):

o financo - purtroppo - queste (importanti perché potenti):

Ma quando dalla comunità vengono riconosciuti quali V.I.P. questi qua

sinceramente comincio a preoccuparmi.
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