


Pubblicato da sdrammaturgo su 24 Marzo 2006



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Pubblicato da sdrammaturgo su 16 Marzo 2006
“Noi dimoriamo nel linguaggio”. “I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo”. Da Heidegger a Benjamin, da Wittgenstein a Rorty, la ricerca filosofica del ‘900 ha concentrato notevole attenzione alla centralità del linguaggio nell’infinita gamma dei problemi teoretici. Si è riconoscuto il nostro carattere di “esseri linguistici”: attraverso il linguaggio e solo per mezzo di esso noi veicoliamo i nostri pensieri e, di conseguenza, il nostro agire. Per dirla con Wittgenstein, il pensiero si dà nel linguaggio: la parola è pregna del suo significato, non rimanda ad un referente esterno ad essa, ma esprime dal suo stesso interno. Di qui l’assoluta rilevanza dell’attenzone all’ortografia: la parola, scritta diversamente, in modo erroneo, è un’altra parola, perciò richiama una serie completamente diversa di tessuti semantici.
E’ attraverso le parole che noi delineiamo il nostro spazio interiore, il quale a sua volta edifica la realtà esterna. Le parole dunque sono i tasselli per la costruzione del nostro mondo. Dunque, “le parole sono pietre”.
Ma la parola non ha un solo significato rigido. Sempre Wittgenstein insegna che “il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”. Non esiste la possibilità di una definizione ostensiva che sia il principio del linguaggio: la parola assume connotazioni, sfumature diverse, a secondo del contesto in cui viene posta.
Ciò non toglie però che vi siano significati più propri di altri. Non è escluso quindi che, seppure è possibile utilizzare una determinata parola facendole suscitare una rete di sensi del tutto nuovi, essa possa essere adoperata del tutto impropriamente, al di fuori di quella che, non senza dare adito ad equivoci, chiamerei correttezza. O meglio: proprio perché le nostre parole sono i mattoni della nostra esistenza, un eventuale uso arbitrario, cioè non supportato da logicità o buonsenso semantico, comporta necessariamente uno stravolgimento della trama del linguaggio, e di conseguenza del nostro rapporto con il reale.
Ecco perché la grammatica va trattata con la massima cura: le parole siamo noi; noi siamo fatti di parole.
Accade però fin troppo frequentemente che si diffondano nel parlar comune usi, se non ingiustificati, quatomeno inadeguati di alcune parole, che possono portare piccoli grandi sfaceli. I politici lo sanno bene e puntano molto sulla revisione del lessico a scopo propagandistico: basti pensare all’insistenza di Berlusconi sul termine “comunista” o quella delle destre in generale sul termine “no-global” al fine di trasformarli in aggettivi puramente dispregiativi facendone smarrire la definizione originaria ed il senso storicamente più proprio.
I danni prodotti da tali storture linguistiche sul patrimonio lessico-culturale della popolazione non vanno sottovalutati.
C’è una parola che mi preme analizzare a tal proposito poiché emblematica della confusione concettuale che sovente il senso corrente presenta rispetto al senso proprio: si tratta del termine V.I.P..
L’abbreviazione puntata V.I.P., più frequentemente scritta senza punti (il che non è un aspetto secondario del problema) sta per “Very Important person”, “Persona Molto Importante”. Il dizionario Treccani riporta questa definizione del lemma importante:”Agg. [propriam., part. pres. di importare1]. – 1. Di cosa, che per sé stessa o in rapporto a determinate circostanze, a determinati fini, è di gran conto o rilievo e deve essere tenuta nella dovuta e seria considerazione: un affare, una questione i.; notizia, lettera, avviso i.; un importantissimo documento; gli avvenimenti più i. del secolo; fare i. considerazioni; avere una parte i. in un’impresa; scordavo di dirti la cosa più i.; precisando: è i. per me, per voi tutti; è i. agli effetti giuridici. Di persona, che ha autorità, influenza, prestigio: un personaggio i. (talora iron.); un i. funzionario del ministero; fare l’i., darsi arie di persona di gran conto. Sostantivato, con valore neutro e in funzione di predicato, ciò che più importa o preme, la cosa essenziale: l’i. è di riuscire; l’i. è che il progetto sia approvato; trovare i capitali: questo è l’importante! 2. Con sign. e uso più recenti, di un certo tono, che si distingue per aspetto, qualità, stile, e sim.: un arredamento per un salotto i.; una festa i., di tono elegante e raffinato; un abito i., d’aspetto e fattura particolarmente curati, per circostanze speciali.”
Sorvolando sulla trascrizione delle definizioni di molto e di persona (sarebbe una pedanteria senza limiti – non che finora abbia lesinato a riguardo…), mi pare chiaro in che senso sia più giusto parlare di “persona molto importante”.
Attingendo ad una personale scala di valori (mi assumo tutte le responsabilità in caso di opinabili scelte dettate dalla potenziale fallacia della soggettività), ritengo che alcuni esempi di V.I.P. possano essere rappresentati da persone come queste (importanti perché preziose):

o financo – purtroppo – queste (importanti perché potenti):

Ma quando dalla comunità vengono riconosciuti quali V.I.P. questi qua

sinceramente comincio a preoccuparmi.
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