Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Archivio per Aprile, 2006

“Disordine disciplinato” 3 - Tantalo

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 12 Aprile 2006

Tantalo sfida gli dei: dà loro in pasto suo figlio Pelope, ciò che ha di più prezioso, soltanto per scoprire se la divina sapienza saprà individuare l’origine di quelle carni, se la celeste onnisicenza è davvero illimitata. O che il suo sia stato un atto estremo di devozione? Non è dato conoscere.
Fatto sta che gli dei capiscono tutto ed egli viene punito severamente: gettato in una palude nel profondo degli inferi, è condannato alla fame eterna. Vicino a lui è una fonte d’acqua e sopra di lui un ramo carico di frutti, ma ogniqualvolta tenti di sporgere il viso per bere o allunghi le braccia per cogliere i pomi, l’acqua si ritira, i rami si alzano. Non ci arriverà mai.
Tantalo è l’artista e l’artista è come Tantalo: egli dà in pasto alle potenze della natura ciò che ha di più caro, la sua stessa vita; si immola per cercare il Senso, l’Assoluto, la Bellezza. Non li troverà mai.
C’è una voluttà in questo desiderio che non verrà mai appagato, in questa sconfitta perenne: è nella ricerca che l’artista trova la propria identità, il fondamento del proprio essere, il vero scopo.
E’ nel dolore inesauribile, nell’impossibilità di una comprensione definitiva del Tutto che egli raccoglie il materiale per la propria opera.
Date all’artista la soluzione, la conclusione delle storture del mondo nella definitiva sistemazione dei punti oscuri, ed egli la rifiuterà per continuare a creare.
All’artista è invisa l’insensatezza della sofferenza almeno quanto gli è cara e necessaria.

Col tuo silenzio profani
il brusio della vita,
ma non sa di morte
il tuo mutismo blasfemo.
E’ vegeto, vigile, vivo,
scavato in una voce d’aldilà
- non in questo limbo, il nostro limbo,
più in là,
al di là di questo limbo,
il nostro limbo.
Pure, il tuo verbo è altrove, ma c’è,
c’è ma è altrove,
non certo in quest’Ade,
forse nell’Ade vero.

All’avidità del mio udito
la tua voce arretra,
si rintana nell’erebo
o in paradiso
o che so.
Se protendo la mano
anche tu tutt’intera indietreggi.
Ti nascondi
oppure
scompari.
Ma non ti biasimo per la tua fuga
giacché la fuga della bellezza
è bellezza essa stessa
e se tu scappi posso inseguirti
e nell’inseguirti, finalmente,
essere.

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“La vita può essere meglio di così” 5

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 12 Aprile 2006

Investitura di sacerdoti

Investitura di sacerdoti

Indubbiamente la religione valorizza l’individuo.

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La puzza del popolaccio - Uno sfogo

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 12 Aprile 2006

L’uomo di Sinistra ama il popolo. Lo si può dire così, come un assioma populista e demagogico quanto si voglia, e tuttavia piuttosto esatto. L’apparente qualunquismo di tale affermazione dice in fondo una verità largamente dimostrabile. E’ infatti un grande altruismo alla base dell’individuo che spinge ad abbracciare gli ideali storicamente riconosciuti come di Sinistra, quali l’eguaglianza economica e sociale, la parità dei diritti, l’aiuto agli strati più deboli della popolazione.
Nobile è il moto d’animo di colui il quale sente che la propria felicità non può sussistere senza la felicità di tutti e si impegna affinché il benessere sia comune e condiviso, subordinando magari l’interesse personale a quello della collettività.
Così l’uomo di Sinistra si prodiga per il prossimo suo, affinché la partecipazione alla prosperità ed alla vita pubblica non sia ad uso esclusivo di pochi privilegiati, bensì estesa a ciascun elemento della società.
L’uomo di Sinistra si batte per tutti coloro che i poteri forti vorrebbero lasciare ai margini: ai margini della ricchezza, ai margini delle scelte, ai margini della libertà d’espressione.
L’uomo di Sinistra sogna l’emancipazione della massa in popolo, anzi in Popolo, con la P maiuscola, e spende tutto se stesso per far uscire la stragrande maggioranza dei cittadini da quello stato di minorità in cui neppure sa di essere.
Nella sua speranza di elevazione di tutti per il bene di tutti, però, l’uomo di Sinistra viene tradito proprio dal popolo, da quel popolo che è sempre stato al centro delle sue filantropiche attenzioni.
L’uomo di Sinistra è un amante deluso, tradito, non corrisposto.
Già, perché quel popolo è ignorante, razzista, omofobo, gretto, avido. Il popolo è attento solo al proprio campicello; non sa guardare oltre il proprio naso; chiama “froci” gli omosessuali, teme e disprezza ogni diversità, qualsiasi costume che non corrisponda a quelle becere tradizioni conformistiche accettate ciecamente e strenuamente difese nella loro totale rozzezza.
Il popolo si prostra al primo divo mediatico, affolla Piazza Venezia in attesa che si affacci un dittatore a cui levare sciocchi inni.
Il popolo somiglia troppo spesso ad un gregge di pecore e guarda con diffidenza ed acrimonia chi vorrebbe trasformare i belati in parole consapevoli.
Il popolo si inginocchia in chiesa davanti a chi lo stordisce con tabù ed esaltazioni del dolore e della schiavitù; si esalta con veemenza e reclama la pena di morte non appena la TV gli imponga di indignarsi; cade invece nel torpore più assoluto di fronte agli ipnotizzatori di folle, senza opporre resistenza, senza voler opporre resistenza.
Il popolo non è quello de Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, ma piuttosto quello meschino e crudele spietatamente, quindi realisticamente, descritto in “Dogville” di Lars Von Trier.
Rare sono state le volte in cui il popolo si è dimostrato degno della rappresentazione che ne ha dato Eugène Delacroix ne “La Libertà che guida il popolo”; assai di più invece si è palesato quale un coacervo di brutalità e decadenza come ne “La zattera della Medusa” di Géricault.
Quel popolo che l’uomo di Sinistra vorrebbe pacifico, rispettoso, solidale in favore del popolo stesso, appare violento, corrotto, egoista.
Tristemente l’uomo di Sinistra è costretto sovente a riconoscere che il popolo puzza.

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Se mi voti ti compro il gelato

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Aprile 2006

L’avvento di Berlusconi nella politica italiana dodici anni or sono (sembra ieri e non passa mai) ha provocato un terremoto nella cosa pubblica.
Si sa, il cosiddetto berlusconismo rappresenta un’anomalia nel panorama socio-politico mondiale, unica nella storia: mai si era vista infatti una cripto dittatura mediatica finalizzata esclusivamente all’ampliamento del potere economico personale e non supportata da alcun principio filosofico, modello culturale, concezione dello Stato, ideale politico, spirito etico. Sì, anche nell’ultima trovata propagandistica dello staff di Silvio, quella rivista che è arrivata pressoché in tutte le case degli italiani - in cui si narrano le imprese del Premier, lasciando credere che anche la santificazione di Padre Pio e la vittoria del motomondiale da parte di Valentino Rossi sono meriti da ascrivere all’operato del Presidente del Consiglio - si mostrano riferimenti a Locke, Mill, Smith, insomma alla corrente del liberalismo, ma in verità nulla di tutto questo appartiene davvero al patrimonio intellettuale di Forza Italia, per il quale mai definizione fu più appropriata di “partito di plastica”. D’altronde cosa ci si aspetta da un apparato costituito in tre mesi per sfruttare al meglio la tempesta di Mani Pulite - mentre i partiti veri hanno decenni se non secoli di storia - sotto la supervisione di un condannato in primo grado a nove anni con l’accusa di essere l’ambasciatore di Cosa Nostra a Milano, tale Marcello Dell’Utri? Sentenza simile a quella che colpì un certo Vito Ciancimino
Il fatto è che Berlusconi e la sua creatura, Forza Italia, composta da indagati ed avvocati degli indagati, non hanno alcun patrimonio intellettuale, politico, culturale. Neppure il suo sbandierato ed ossessivo anticomunismo è frutto di profonde convinzioni ideologiche: non si tratta altro che di uno spauracchio mediatico da cavalcare per sfruttare al meglio la politica a scopo di lucro.
Se Berlusconi valutasse che i propri guadagni troverebbero giovamento da un Governo di matrice leninista, non avrebbe scrupoli nel lanciarsi a capofitto nell’apologia di Marx e Mao, decantando la saggezza del Capitale e la squisitezza di personalità come Gramsci e Togliatti.
Il far politica di Berlusconi è un non far politica; è la degenerazione e lo svilimento del vero significato del termine politica , che nobilmente indica la teoria e la pratica dell’organizzazione della società.
La politica secondo Berlusconi è il trionfo dell’interesse personale, l’inasprimento dei metodi democristiani, quelli del do ut des scevro da precisi ideali. Quello che Pasolini definiva “un nulla ideologico mafioso”.
Prova ne è la sparata di ieri sull’abolizione dell’I.C.I. durante il confronto con Prodi. Dopo aver più volte attaccato con disgusto l’intento della “Sinistra massimalista” di redistribuire i redditi, come se fosse un male alleviare la forbice tra ricchi e poveri, Berlusconi nell’appello non dice “se vi riconoscete in questi valori votate per me”, bensì “se votate per me vi faccio un regalino”. Il livello ricorda pericolosamente quello delle becere amministrazioni dei paesini rurali in cui candidati sindaci od assessori vanno nelle campagne e promettono carburante per il trattore in cambio del voto. Oppure una scena del film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi in cui un sindaco distribuisce banconote a dei cittadini ed esclama al collega dell’Opposizione:”Lo vede come si fa la democrazia?”.
Tuttavia la sparata del Premier è perfettamente in linea con quanto aveva detto durante un meeting dei Giovani di Forza Italia, sostenendo che il cittadino elettore medio è come un bambino di dieci anni, per cui aveva suggerito ai rampolli dell’intrallazzo di trattarlo come si conviene ad un preadolescente: promettere, ripetere sempre la stessa cosa fino a farcelo credere, tenerlo nel suo stato di minorità.
Dunque, “se mi voti ti compro il gelato”. Poco importa se per un cono cioccolato e panna dovrai rinunciare ai servizi pubblici, alla libera informazione, ad avere una tua coscienza critica.
Quindi se la DC aveva ancora delle fondamenta etico-culturali, seppure quantomeno discutibili, Forza Italia è andata oltre ed ha addirittura compromesso la sana attenzione alle idee persino di tutti gli altri schieramenti. Prima del ‘94 sarebbero state infatti impensabili alleanze tra UDEUR e PRC, tra Margherita e Rosa nel Pugno, tra Lega ed AN. Il dibattito si è spostato dai principii di ogni singolo partito al pro o contro Berlusconi e quel che è peggio è che ciò è inevitabile: questione di priorità.
Qualora vincesse Prodi, il suo non sarebbe certo un Governo esaltante. Anzi, sarebbe strano il contrario, giacché se ad esempio Bertinotti e Mastella andassero d’amore e d’accordo per cinque anni significherebbe che c’è qualcosa di losco sotto - molto più facile è invece l’armonia tra leghisti ed ex fascisti della compagine di Fini, dal momento che quelli di Alleanza Nazionale sono riusciti perfino a far rimpiangere i loro trascorsi da “duri e puri”, quando erano più interessati alle manifestazioni a Predappio che al potere effettivo, prima di moderarsi ed apprendere le tecniche democristiane affinate dalla vicinanza berlusconiana, quelle per cui “si sta con tutti purché comodamente in poltrona” - però purtroppo non ci sono alternative possibili se non si desidera un altro quinquennio di indecenza berlusconiana, di un sistema sul quale un certo Licio Gelli, l’ex Gran Maestro della P2, alla quale Berlusconi era tesserato, ha rilasciato:“Avevo già scritto tutto trent’anni fa”.
Nella speranza di lasciarsi alle spalle strategie di controllo da spot pubblicitario e fare dell’italiano medio un animale politico adulto.

Le mani sulla città

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Ci piace ricordarlo così

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Aprile 2006

Wojtyla e Pinochet

Wojtyla e Pinochet 2

Wojtyla e Pinochet 3

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Gli agonizzanti

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 11 Aprile 2006

Voi li vedete, ogni giorno.
Sono i vostri amici, i vostri famigliari, i vostri conoscenti, gli sconosciuti che urtate sull’autobus, che incrociate per la strada senza badarvi.
Voi vedete i loro sguardi, ora assorti, ora dispersi, ora languenti, ora frementi. Ma non sapete cosa si agita oltre quegli sguardi.
Voi non sapete cosa celano.
Voi non sapete.
Essi sono coloro i quali hanno avuto in sorte di patire la fine della vita nel prosieguo dell’esistenza.
Essi hanno conosciuto il dolore della morte, ma sono condannati a sopravvivere.
Essi attendono ed agonizzano.
Essi sono gli agonizzanti.
Essi sopportano il peso della coscienza dell’assenza di un senso, poiché ciò che per loro costituiva motivo di tirare avanti è andato irrimediabilmente perduto.
Voi non sapete riconoscerli perché voi siete i fortunati: grande è la sciagura per chi possiede il triste dono della percezione degli abissi ineffabili.
Voi siete ciechi e vorrebbero esserlo anche loro.
Ma essi sono gli eletti, eletti da nessuno, e nessun premio li attende per il loro dolore.
Essi sanno soffrire ed è una capacità della quale farebbero volentieri a meno.
Essi sono vittime, ma hanno in spregio il vittimismo.
Non si gloriano della loro sventurata profondità.
Essi tacciono e fingono per non costringervi a condividere ben misero tesoro.
Essi si immolano loro malgrado.
Dunque non compatiteli, giacché la vostra pietà li mortificherebbe come nient’altro e qualificherebbe voi come vili e stolti.
Non prodigatevi a confortarli con le sciocche formule “la vita continua” od “il tempo guarisce ogni cosa” alle quali voi semplici vi sforzate di credere: essi discernono nitidamente gli inganni della retorica e la vanità delle consolazioni. Essi sanno fin troppo bene che la vita finisce anche prima della morte e che il tempo è un farmaco inefficace, impotente.
Essi sanno che non c’è sollievo.
Rispettateli: questo è sufficiente.
Rispettate quelli che hanno inseguito la felicità, assaporandola talvolta, ma hanno subito l’indicibile sofferenza del fallimento e della piena comprensione della sua atrocità.
Tenetevi stretta la vostra superficialità, siatene gelosi.
Siate gelosi delle vostre illusioni di poveri di spirito.
Essi scambierebbero in un attimo la loro sensibilità con la vostra.
Essi in un istante rinuncerebbero alla loro anima ricettiva, giacché ciò che essa avverte è un tormento insostenibile di cui neppure potreste sospettare l’inanità.
Essi sentono che in quella che per voi è brezza spirano le lame di un uragano.
Essi sentono, odono, vedono, gustano, odorano, saggiano ciò che voi neanche riuscireste a pensare.
I vostri sentimenti sono fiacchi, i loro poderosi.
Non v’è alcuna voluttà o compiacenza nella loro malinconica consapevolezza: essi detestano la loro facoltà, mai voluta e mai cercata, invano evitata.
Ma non possono farci niente, niente.
L’unica cosa che resta loro è portare la muta testimonianza delle proprie piaghe.
Le loro parole sanguinanti suonerebbero per voi come note di melodramma.
Essi scontano una colpa mai commessa.
Essi sono condannati a vivere.
Voi vivete: essi sono gli agonizzanti. Amateli, se sapete farlo.

Cristo di Duhrer

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