Questo articolo (o post, che dir si voglia) lo avevo in mente da tempo. Pressappoco da quando si seppe che l’Unione avrebbe candidato Rita Borsellino alla Regione Sicilia, mentre la Casa delle Libertà le avrebbe opposto un riconfermatissimo Totò Cuffaro. Perché in cuor mio (e molti come me, benché mentissero a se stessi forzandosi ad una fiducia di facciata, fatta di voglia di sperare più che di speranza vera e propria) sapevo già come sarebbe andata. Ed è andata come io (e con me tanti e tanti), ahimé, immaginavo: Cuffaro ha vinto e l’Italia ha perso. Già, non solo la Sicilia, ma l’Italia intera. Infatti il voto dell’isola rappresentava ben più che una semplice tornata di elezioni amministrative: si trattava di un duello diretto tra le due anime che da sempre confliggono nella più anomala delle democrazie, quella dello Stivale. Da una parte la legalità, l’anelito al miglioramento, la spinta propulsiva solidale; dall’altra la politica dell’Italietta, quella collusa con la mafia, la politica dell’intrallazzo, del favoritismo, della poltrona ad ogni costo. L’etica della polis, nella più nobile delle sue accezioni, contro l’indecenza delinquenziale degli interessi personali spacciati per cosa pubblica.
Tutta l’Italia era chiamata ad un bombardamento informativo, ad una vasta opera di sensibilizzazione per scongiurare un malcostume che sempre più sembra inesorabile e nei confronti del quale è stata superata da un pezzo la soglia della rassegnazione in malafede. Ma l’Italia ha fallito.
Avrei potuto (e voluto) riproporre un vecchio post ( “La puzza del popolaccio”), poiché in fondo i sentimenti di rabbia, indignazione, scoramento, sono gli stessi. Ma poi ho pensato che un evento del genere meritasse un discorso a parte. Un evento del genere va evidenziato con forza, per andare in controtendenza rispetto ai media ufficiali che tendono volontariamente a far prestare poca attenzione su scandali di simile portata. E la rielezione di un pluri indagato per mafia, il cui nome emerge in ogni investigazione riguardante la criminalità organizzata dell’Isola, un uomo che attaccò Falcone e Borsellino in una storica e celeberrima puntata del “Maurizio Costanzo Show” (quando Costanzo invitava Falcone e Borsellino e non Rocco del Grande Fratello), non può essere chiamata diversamente che col nome di scandalo.
Ma in Italia gli scandali durano meno di un orgasmo da invasamento sadomaso.
Ci si dimenticherà presto di chi governa in Sicilia, di chi e come ha governato l’Italia, come ci si è dimenticati della P2, delle stragi di Stato, dei tentativi di golpe, di Giulio Andreotti. L’Italia è un Paese antico dalla memoria corta.
Troppo comodo dire: “Vabbè, si sa, la Sicilia è mafiosa”. In terre come Napoli o la Sicilia non fa che emergere più nitidamente quella che è una vergogna diffusa in tutta la nazione, una nazione in cui un Partito smaccatamente, palesemente vuoto di valori e pieno di criminalità, riesce a costituirsi in tre mesi e diventare il primo per numero di elettori; una nazione che permette alla DC di governare per cinquant’anni.
A poco servono i documentari come “La mafia è bianca” di Stefano Maria Bianchi ed Alberto Nerazzini con un popolo che riesce a malapena ad essere massa; una popolazione indifferente che si fa tappare le orecchie con una facilità disarmante.
Il mio pensiero corre ad una ragazza che aveva scritto a Beppe Grillo una lettera ribollente sdegno e passione civile. Io chiedo scusa a quella ragazza che ha dovuto assistere all’ennesima riconferma dei suoi timori divenuti certezze. Chiedo scusa a nome dei copevoli, che scusa non la chiederanno mai, perché non è loro interesse la correttezza ed il bene comune.
Quando muore anche la speranza, si può solo attendere con sempre maggiore impazienza il meteorite liberatore.
Archivio per Maggio 2006
L’Italia ha perso
Pubblicato da sdrammaturgo su 31 Maggio 2006
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“Disordine disciplinato” 5
Pubblicato da sdrammaturgo su 20 Maggio 2006
Albeggia.
Destati un poco,
piano piano,
non del tutto.
Appena appena rimani sopita.
Plasma la tua bocca
al fiorire della veglia,
quando le labbra sbocciano
roride di torpore.
Placa il tatto ed il gusto,
tacciano gli occhi nel buio.
Sia dissipata la nebbia
dei suoni e dei profumi.
Lascia ch’io ti possieda
mentre il sonno ti trattiene,
sì che memore del sogno
nel sogno mi trasfiguri.
Ché io non voglio per te essere materia bruta.
Liquida sia la tua voce,
d’onirici gemiti, tesa.
Scorgimi in lontananza,
brivido del mattino,
mendace come un ricordo,
verace come un’assenza.
Sarò una fragranza ignota,
un sibilo non umano.
Sarai una visione dolce
nel palmo della mia mano.
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Elogio del suicida
Pubblicato da sdrammaturgo su 12 Maggio 2006
In una poesia giovanile Cesare Pavese scrive:
“[...]
Così, andando
tra gli alberi spogliati, immaginavo
quando afferrando quella rivoltella,
nella notte che l’ultima illusione
e i terrori mi avranno abbandonato,
io me l’appoggerò contro una tempia,
il sussulto tremendo che darà,
spaccandomi il cervello.”
Fa impressione pensare che il componimento è datato “gennaio 1927″, ovvero quando l’autore non aveva ancora compiuto diciannove anni, essendo nato il nove settembre millenovecentootto.
Fa impressione se si pensa che quel componimento risulterà un presagio tristemente avveratosi la notte tra il ventisei ed il ventisette agosto del millenovecentocinquanta: Cesare Pavese infatti si sparò in una camera dell’Albergo Roma a Torino, nello stesso anno in cui aveva ricevuto il Premio Strega, che aveva sancito il suo ingresso ufficiale nell’Olimpo letterario, la piena consacrazione di un gigante della parola.
Si scopre allora come da sempre il grande scrittore avesse covato dentro di sé il germe del suicidio.
In un’altra pagina datata “21 ottobre 1927″ si legge:
“Ma perché prendersela tanto coi poveri suicidi?
Li trattate da stupidi, da imbecilli, da vili, come se ciascuno di essi non avesse le sue ragioni terribili ed immense. [...] Ebbene io vi dico che il suicida è un martire, martire tanto degno quanto i martiri di tutte le religioni. [...]
Se martire è colui che testimonia colle sue sofferenze e il suo sangue la sincerità del suo pensiero e dei suoi sentimenti, fusi, la sincerità della sua anima non più volgare, perché non ha da essere un martire anche un suicida che, piuttosto di mentire (a se stesso e quindi agli altri), di costringersi con uno sforzo che sente inutile, a un assestamento diverso che tanto sente inutile e non suo, preferisce uccidersi, darsi quel grande dolore, il supremo di tutti i dolori?”
Già, “il supremo di tutti i dolori”: il basso pensare comune vuole che un suicida sia un vigliacco perché non affronta indomitamente la vita, si arrende, abbandona la battaglia per la sopravvivenza. Ma guarda caso è proprio la morte lo spettro più temuto dai detrattori dei suicidi. La vita viene difesa con i denti e si fa di tutto per tenere lontana la Nera Signora.
Dunque a chi appartiene il vero animo coraggioso?
Il suicida, travolto da dolori insostenibili, è pronto ad affrontare l’abisso, l’ignoto. Lascia il certo per l’incerto e già questo mi sembra l’atto impavido per eccellenza.
Si dice anche che il suicida compia un gesto di puro egoismo: per liberarsi dalle proprie sofferenze, non bada a quelle che susciterà nei cari che gli sopravviveranno e passeranno il resto dei loro giorni a tormentarsi sul perché, afflitti da un’incolmabile mancanza.
Ma questo è un rispetto unilaterale: si chiede infatti al suicida di continuare a condurre controvoglia la propria esistenza infelice per non arrecare dolore ad altri, mentre questi altri non accettano che egli trovi requie da affanni intollerabili. Quindi si pretende che egli si immoli per il bene altrui senza che nessuno badi al suo vero bene. E talvolta l’unico bene possibile è costituito dalla liberazione nella morte.
Famigerato è l’incipit de “Il mito di Sisifo” di Albert Camus:
“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”
Per il suicida la vita non vale più la pena di essere vissuta. Il suicida è colui il quale ha esperito l’assenza di un senso in tutto ciò che si fa. Ha perso le motivazioni, gli sono sfuggiti le cause e gli scopi e, stanco di essere un agonizzante, supera la codardia di cui è impregnato l’istinto all’autoconservazione e sceglie quello che vede essere l’unico rimedio ai propri mali.
Laddove prima egli diceva sconsolato:
“L’ira ancora spera:
non resta altro di me.”
ora fa un passo avanti, il passo avanti, e mestamente esclama:
“Da solo
mi benedico.”
Il suicida non ha quindi solo la mia comprensione, ma anche la mia stima. Sì, io ammiro il suicida, perché egli trova la forza per il gesto netto che spazzi via il patimento.
Pavese lo sapeva già quando non era che uno studente universitario dal futuro promettente: c’è una vasta componente d’eroismo sottesa a quell’atto di pietà per se stessi.
Il suicida si trova a fare i conti con la propria intera esistenza: il passato, il presente, l’avvenire. E’ costretto a guardare negli occhi la più tremenda delle gorgoni: il baluginare della propria totalità. Ma egli non diventa pietra: al grigiore preferisce l’”anti-luogo” dove l’immensa luce e l’immensa oscurità coincidono, sfaldandosi entrambe: il non-essere.
In un empito di folle ragionevolezza o di lucida irrazionalità, egli arriva a forzare la propria stessa natura che lo porterebbe a difendere il battito del cuore ed il ritmo del respiro con le unghie e con i denti e spezza la schopenhaueriana legge della vita che vuole vivere.
Il suicida è solo di fronte alla più terribile delle paure e la supera dicendo addio a se stesso ed al mondo.
A volte la vita tradisce e non c’è successo che tenga al buio del non-senso che inghiotte ogni cosa, facendo passare tutto in secondo piano.
Pavese, Hemingway, Virginia Woolf: a loro non bastava essere leggende viventi. Spesso per fare di un essere umano un individuo realizzato basta molto poco ed è proprio quel poco ad essere sovente così irraggiungibile. E di fronte all’assenza di quel poco necessario, tutto scivola via e diviene vano.
Quando pure inseguendo il poco si ottiene il nulla, l’angoscia diventa insopportabile.
Tra il poco ed il nulla risiede il confine labile tra la ricchezza e la miseria della vita umana. E una vita senza bussola è a volte troppo faticosa.
L’unico ristoro possibile richiede l’ultimo atto di volontà, il più difficile, il più eroico.
Un suicida in fondo ha solo bisogno di un po’ di riposo.
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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 2
Pubblicato da sdrammaturgo su 5 Maggio 2006

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“Disordine disciplinato” 4
Pubblicato da sdrammaturgo su 4 Maggio 2006
La metrica è uno schema, una griglia, in cui vengono “imprigionate” le parole per liberarle in uno snodo musicale attraverso un annodamento ferreo.
Un ritmo esterno, dunque, a cui le frasi vengono adeguate, assoggettate. Un ritmo che quindi precede la parola (logicamente e non cronologicamente) costringendola a farsi melodia.
Per una nuova poesia (in senso lato) è invece auspicabile un ritmo interno, suscitato dalle parole stesse. La musica non più come prigione, bensì sprigionata dai versi. Non più una rigida applicazione di regole fisse stabilite una volta per tutte, bensì frasi che si autoimpongono una propria cadenza melodica durante il loro stesso farsi suono.
La gabbia si apre, senza compromettere il dialogo con la tradizione. I metri classici vengono ripensati, rielaborati ed intrecciati fra di loro. Anche il verso libero viene superato: né la parola è al servizio della metrica né la metrica si fa ancella della parola. Scaturendo il ritmo dal verso stesso, si forma uno stretto legame di interdipendenza (ovvero di “interlibertà”).
E’ l’occhio del lettore che deve saper cogliere l’armonia, ora soltanto “suggerita” dall’autore e non più palesata in piena luce.
Senti risuona la notte
nelle tue stanze sopite
attraverso il nostro buio
il dubbio di volere e non volere.
Cammino nella matassa di ombra
nell’intrico di passi e di silenzio
nel dedalo di ciò che ci tacciamo
per mano lontani camminiamo.
E’ caldo mi pare eppure
stai ravvolta nelle lenzuola.
Le tende svolazzano stanche
e l’afa dall’alto languente
scivola sulla tua pelle
intrisa di cielo e di gelo.
Senza parlare od udire
confessiamo la nostra distanza
insieme sospesi in quel vuoto
che ancora c’incanta e ci meraviglia.
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“Pedanteria politicizzata” 1 – L’aperitivo
Pubblicato da sdrammaturgo su 1 Maggio 2006
La realtà in cui agiamo e che edifichiamo con le nostre azioni costituisce un insieme di segni in cui il particolare rimanda sempre al generale. Altresì, ogni singolo gesto, ogni abitudine, ogni costume, ogni usanza, ogni modo d’essere, ogni oggetto nella sua disposizione, fabbricazione, utilizzo, rappresenta un simbolo della visione del mondo di una data comunità di individui.
In ogni minima cosa è sedimentato l’intero patrimonio sociale, morale, politico, culturale, quindi, in senso lato, di un popolo.
Da come ci salutiamo, da come ci mettiamo in fila, da cosa facciamo nel tempo libero, dal modo in cui costruiamo le case, da come mangiamo e quant’altro, traspare ciò che siamo nella nostra interezza e nei confronti del mondo che ci circonda.
E siccome l’uomo, vivendo organizzandosi in società con altri uomini, è un animale politico, ogni suo gesto è un gesto politico. Tutto allora è politica, sempre e comunque.
Dunque, se si vuole essere particolarmente puntigliosi, è possibile operare una critica politica anche dei piccoli riti od avvenimenti banali che, radicalizzati nella loro carica simbolica, lasciano emergere tutto un substrato di significati notevoli per quanto sfuggenti alla nostra attenzione, essendo così impercettibili che è impossibile averli nitidamente dispiegati davanti a noi stessi.
E qui si vuole essere particolarmente puntigliosi, volutamente pedanti, anzi, magari esagerati, addirittura, politicizzando ogni minimo aspetto della quotidianità, per mostrare come, attraverso l’estremizzazione, è possibile portare alla luce da delle facezie aspetti che ignoriamo ed ai quali non facciamo caso. E’ non badando alle dimensioni macroscopiche delle inezie che in fondo conduciamo una vita più serena. “Non stare a guardare il capello”, dice il proverbio. La saggezza popolare la sa lunga sulla comodità. In questa sede però si cercherà il pelo nell’uovo con insopportabile e quasi ridicola pignoleria, in barba all’imperativo del quieto vivere. Sempre con ironia, ovviamente, che è la forma più consona per esprimere una massima serietà.
Il primo caso che esaminerò è l’aperitivo. Una pratica apparentemente innocua ed innocente, un momento di gioiosa, spensierata socialità, ma che invero riassume in sé tutti i caratteri del consumismo, palesando tacitamente il divario che vige tra Occidente industrializzato e Terzo Mondo.
Già, perché se da una parte si muore di fame, dall’altra c’è bisogno di stimolarsi l’appetito solleticando il palato e stuzzicando lo stomaco.
Si tratta perciò di una moda prettamente da ricchi, fiorita guarda caso (benché nata molto tempo prima) negli anni ottanta tra gli yuppie, i rampanti esponenti del capitalismo moderno.
Subito l’aperitivo è diventato il momento di aggregazione per eccellenza di una ben determinata categoria sociale: la media ed alta borghesia, che né si nutre né mangia, bensì al massimo degusta. Tanto la pancia sarà sempre piena. Sicché patecipare ad un aperitivo equivale a mostrarsi quali appartenenti alle fasce più agiate della popolazione. Io prendo un aperitivo, dunque sono un benestante, sono uno di voi, fortunato tra i fortunati.
L’usanza si è gradualmente diffusa a macchia d’olio, evento inevitabile nell’era del trionfo dell’omologazione imposta dai mass-media. L’aperitivo non è più così solo espressione di una categoria sociale, ma di uno status personale: se prendo un aperitivo, sono trendy e cool, frequento la gente giusta e sono parecchio gggiovane.
Da nord a sud, da destra a sinistra l’aperitivo impazza. La cena è divenuta banale, volgarmente proletaria. Un invito a cena piuttosto che ad un aperitivo pone subito in cattiva luce chi lo fa. “Sarai mica vetero-comunista anti-borghese?”. “Com’era quel ragazzo che hai conosciuto?” “Un rozzo matusa: mi ha invitato a cena”.
Già: se si esce da un ufficio climatizzato dei Lloyds, si va a prendere un aperitivo. Ma di ritorno dal cantiere si sogna solo una bella, abbondante, arcaica cena.
E se in Africa c’è chi non mangia mai, si facesse un aperitivo: l’appetito vien mangiando.
Ergo, ad essere pedanti fino al parossismo ed integralisti nel proprio credo politico, l’aperitivo è di destra, onde per cui io dichiaro guerra all’Happy Hour in nome della buona vecchia rustica cena.
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