Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Archivio per Giugno, 2006

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 1 Giugno 2006

Anche quest’anno, grazie a tante multinazionali, milioni di bambini hanno trovato un posto di lavoro.

Bambino sfruttato

SI alle corporation
NO alla disoccupazione minorile

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Arrivano i rinforzi

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 1 Giugno 2006

Articolo scritto da me e Fulvio per la rivista “Aut” in occasione del Roma Pride 2006 (la cui parata sarà domani, sabato 24 giugno, alle 16, partenza da Piazza della Repubblica) al fine di presentare ExO - Comitato Etero Pro Omo alle altre realtà che parteciperanno alla manifestazione.

Ebbene sì, quest’anno anche noi eterosessuali (praticanti e non) abbiamo deciso di scendere in campo (che suona molto berlusconiano, ma nulla a che vedere) in quel del Pride. E sarà solo la prima di una – speriamo – lunga serie di manifestazioni che ci vedranno sfilare nelle strade al fianco dei compagni gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e varie ed eventuali.
Già, perché in materia di diritti la fame degli stessi dovrebbe essere sempre e comunque condivisa, senza lasciare che la pancia già piena di alcuni trascuri od ignori lo stomaco di gran lunga meno sazio di altri.
Ecco dunque il motivo per cui si è costituito - “dal basso” - ExO, il primo Comitato Etero Pro Omo, associazione spontanea a-gerarchica ed egualitaria di cittadini eterosessuali, che si propone un sostegno attivo in favore della comunità GLBTQ, troppo spesso lasciata sola a se stessa nelle sacrosante battaglie contro le discriminazioni.
ExO nasce da un interrogativo semplice, una curiosità tra l’antropologico e l’etologico: ci siamo chiesti infatti come l’ ormai famigerato italiano medio, figura abusata ma quantomai calzante, avrebbe potuto recepire la presenza di suoi “simili” ad eventi che egli tende a deridere e/o disprezzare quali il Pride.
Abbiamo provato ad immaginare codesto mediocre figlio della pizza-spaghetti-mafia-calcio-mamma connection davanti alla televisione, immancabile compagna di vita nonché guida spirituale per il suddetto, che trasmette immagini di uomini che si baciano, donne mano nella mano, ragazze che però hanno un che disospetto mascolino e viceversa, drag-queen, slogan con richieste composte da parole delle quali egli ignora il significato ma al cui mancato soddisfacimento egli contribuisce dal basso della propria grettezza. Ebbene, è facile supporre le sue espressioni di stupito disgusto, ma anche il sincero entusiasmo che lo pervade allorché pregusta le esilaranti battute omofobe che potrà sfoggiare al baretto, amplificando in tal modo la propria popolarità tra i compari ditresette.
“Io li chiuderei all’Isola d’Elba con un panino al giorno”, “Andate a lavorare, culattoni”, “Ma guarda tu che s’ha da vede”, “Ammazza quante checche ci stanno al mondo” “Che schifo”. Oppure le versioni nazi-dal-cuore-d’oro, protagoniste delle chiacchiere da supermercato o da parrucchiere: “Io non dico che bisogna ammazzarli, ma almeno abbiano la decenza di farlo di nascosto”, “Per carità, ognuno faccia quel che vuole, ma, signora mia, non sta bene”. Per finire conle più drammatiche, quelle del razzismo rovesciato: “I gay sono tanto simpatici”, “I gay fanno ammazza’ da le risate”, “Vorrei avere un amico gay e/o un gatto”.
Dunque il nostro buon vecchio italiano medio ha sempre finora visto alla TV individui che egli considera di tutt’altra specie rispetto a lui, persone che egli identifica come anormali, malate, contro natura, aliene, ed è fin troppo facile dare del pagliaccio al diverso per eccellenza. Ma come potrebbe reagire costuise nota tra la folla di froci e pervertiti alcuni soggetti che è costretto a riconoscere come suoi pari? Sì, uomini che hanno i suoi stessi gusti in fatto di donne (magari un po’ più raffinati e ricercati), che magari hanno appeso in camera il calendario di Max, proprio come lui; donne accompagnate da marito e figli o che sperano in un comunissimo compagno “maschio al 100%”; insomma, persone con le quali si confronta ogni giorno senza problemi, alle quali dà un colpetto col gomito per far notare la presenza del bonazzo o della bonazza di turno che sta facendo voltare tutti con le sue falcate ammiccanti e sensualmente etero doc.
Bene, egli quantomeno ne sarà scosso, sarà portato a porsi un interrogativo, chiedersi il perché di “gente normale” nel nugolo degli “strani”: come mai costoro non hanno paura di infettarsi con i germi dell’omosessualità? Come fanno asalutare amichevolmente e chiacchierare amabilmente con un ricchione? Hey, addirittura con un trans! Cosa hanno da spartire queste tenere ragazze con quelle diaboliche lesbiche? Perché mai gridano slogan in favore di quelli là? Ma soprattutto: non si vergognano del rischio di vedere compromessa la propria reputazione ed intaccate la propria virilità e femminilità?
La nostra speranza risiede nel fatto che questi dubbi rimangano nella sua testa il più a lungo e con la maggiore insistenza possibile, per poi, chissà, venire dissolti, per una volta, con una presa di coscienza dettata, finalmente, dalla ragione e non dall’intestino tenue.
Speranza vana? Forse, ma le grandi conquiste cominciano sempre come utopie.
I membri di ExO – Comitato Etero Pro Omo sono fermamente convinti del fatto che avere gusti sessuali condivisi dalla maggioranza non è e non può essere motivo di vanto; ritengono che una decisa e trasparente partecipazione di una rappresentanza di eterosessuali, riconoscibili in quanto tali, accanto ai non-eterosessuali a manifestazioni quali il Pride aumenti il peso delle rivendicazioni puntualmente calpestate dalla società clericale, sessista, razzista, intollerante o falsamente tollerante; per questo, chi aderisce ad ExO va oltre il concetto stesso di tolleranza e ne rifiuta la valenza semantica che qualifica uno stato di superiore accettazione nei confronti di un qualcuno od un qualcosa che viene comunque lasciato nella considerazione di inferiore: non c’è alcunché da tollerare quando c’è una totale e completa eguaglianza che non conosce falle o limiti dettati da pregiudizio o dogma.
Noi di ExO abbiamo un sogno (per dirla alla Martin Luther King, pensando in grande – suvvia, concedeteci delle iperboli sull’onda dell’euforia. E della rabbia, anche): ci piacerebbe che un bel giorno si potesse leggere sul giornale “Mario Rossi vince la lotteria” e non “Gay vince la lotteria”. Oppure “Morto autista sull’autostrada” e non “Morto omosessuale sull’autostrada”. O ancora “Giovane deruba negozio” e non “Giovane deruba negozio. Era gay”. Abbondiamo: “Uccide vicino di casa” e non “Uccide vicino di casa. Forse l’assassino era gay”.
Perché diciamocelo – benché sottovoce: uno, in fondo, eterosessuale, omosessuale, bisessuale, lo è in quella mezz’ora, due ore, tre ore o anche più (per i più fortunati) in cui esprime appieno, diciamo così, le proprie preferenze erotiche. L’impiegato delle poste mentre timbra la pratica, la professoressa mentre spiega la lezione, l’operaio mentre svita i bulloni, non risentono del proprio status sessuale. Quindi che istituzioni perbenistiche e bigotte pretendano di entrare nelle camere da letto e sulla base di quelle compromettere l’intera esistenza di un essere umano è inaccettabile, retrogrado, criminale e qualsiasi altro aggettivo dispregiativo vi si voglia aggiungere.
Di qui il nostro massimo supporto affinché gli appartenenti alla comunità GLBTQ possano formare una famiglia, qualora lo desiderino, adottare un figlio, trovare un lavoro gratificante, vivere ed esprimere liberamente la propria sessualità, in sintesi fare tutte quelle cose che a noi eterosessuali sono permesse come privilegi.
Perciò quello che ora è privilegio per alcuni deve diventare diritto per tutti.
Il 24 saremo al Pride, speriamo in tanti, speriamo volta in volta sempre di più, con il nostro bello striscione, i cartelli, gli slogan: le nostre voci per amplificare le voci di altri. Vuoi vedere che qualcuno si stura le orecchie?

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“La vita può essere meglio di così” 6

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 1 Giugno 2006

Boy Scout

Propongo di depenalizzare le percosse ai danni dei boy scout.

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“Disordine disciplinato” 6 - I danzatori

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 1 Giugno 2006

La Danza è tra le Arti la più “metafisica” pur nel suo carattere massimamente terreno e corporeo. Essa infatti tematizza il Tempo attraverso l’immagine che più gli è propria: quella dello scorrere, del divenire, del moto incessante.
La sua nobiltà era dai greci tenuta in gran conto; tant’è che secondo la Cosmogonia Pelasgica (che si affiancava e/o contrapponeva a quella orfica ed a quella omerica) il mondo fu creato dalla ballerina Eurinome (“colei che abita le ampiezze”, “colei che distribuisce gli spazi”), la quale, emersa nuda dal Caos, produsse con i suoi movimenti coreutici il vento Borea, che si avvolse intorno a lei in sette spire tramutandosi nel serpente Ofione. Dall’unione tra Eurinome ed Ofione fu generato l’Uovo Cosmico, da cui derivarono tutte le cose. Importante notare che il serpente è simbolo arcaico dell’infinità del tempo.
E non è un caso che Shiva, massima divinità della Trimurti induista, costruttore benefico e terribile distruttore al tempo stesso, sia un dio danzante.
Anche Salomé, poi, femme fatale per eccellenza, è una ballerina, e la femme fatale è la figura privilegiata della Bellezza che rivela il Terribile. Tutta l’arte, in fondo, non è altro che un’estetizzazione del dolore connesso alla vita, lo specchio con cui
Perseo può guardare la Gorgone Medusa senza venire trasformato in pietra, nel quale vediamo riflesso, in un aspetto accettabile, l’orrore impossibile da fissare dritto negli occhi.
Tutte e nove le Muse danzano, guidate da
Tersicore che detta i passi.
La danza, prima fra le arti, era originariamente praticata come dimostrazione di vigore e vitalità. E da Nietzsche abbiamo appreso come al vitalismo sia sottesa anche sempre la presenza necessaria della morte. Attraverso le belle forme assunte dai ballerini - e solo attraverso di esse - è possibile scorgere il magma che ribolle negli abissi dell’esistenza. Perché è solo grazie alla maschera apollinea che il dionisiaco si mostra.
Esclusivamente nel trionfo della vita portato in scena dai danzatori è dato scorgere la morte. Poiché il Tempo è morte. Ogni attimo inghiotte il precedente ed è inghiottito dal successivo, sempre, eternamente.
Il fluire si dà nella labilità. Non esistono passato, presente, futuro, dal momento che il passato è estinto, il futuro non è ancora ed il presente si riduce ad una superficie instabile, traballante, in cui nessun istante concede una pausa per coglierne l’essenza.
E’ questa labilità estrema che la danza esprime, unica tra tutte le arti. Non intrappola il tempo, ma vi si abbandona creandolo.
Tutto è labile. Incerto è persino cosa debba essere considerato l’opera d’arte prodotta dalla danza e nella danza, se la coreografia, per la quale peraltro non esiste una scrittura come lo spartito nella musica (sicché risulta arduo persino stabilire il quid della coreografia); oppure i movimenti dei
ballerini; o ancora i ballerini stessi.
La danza incarna il tempo; conferisce ad esso una forma riconoscibile
, però una forma effimera, che si disintegra nel suo farsi.
Nella danza lo spazio diviene il palcoscenico del tempo
, mentre tutto diviene e muore, giacché la danza rivela la morte, l’eternità dello scorrere, l’imperituro scomparire.
La danza è caducità in quanto la vita è caduca. La danza è vita, ergo palesa la morte.

Stilistica

Metro decasillabo sciolto, costruito affinché l’enjambement sia la figura retorica dominante, in modo tale da rendere la composizione fluida e continua a guisa di spirale.
Iterazione del termine “cara” per rendere il ritmo ossessivo e martellante. Lo stesso vale per le altre ripetizioni, poste in doppia funzione musicale e concettuale, laddove musica e concetto sono fusi indissolubilmente.
Frequenti allitterazioni, principalmente in S, sibilante che suggerisce uno scivolare, un defluire, come delle acque che scorrono in insenature di roccia, o come il vento che passa tra rami carichi di foglie.

Cara, noi non apparteniamo
all’essere. Ne fummo estromessi
in principio, benché non ci sia alcun
principio. Eppure fatalmente
vi abitiamo, estroflessi, glissati,
tessuti e tirati in tela di chiodi.
Noi, cara, invecchiamo. E tutto, tutto
procede, procede e va come deve
andare. Noi obbediamo all’eterno
ed all’eterno, cara, soccombiamo.
Ci nutriamo dei baci perituri
e di noi che ci baciamo la vita
si nutre. Nello spazio divoriamo
il tempo che ci divora. E, cara,
noi continuiamo a scivolare
e mai siamo sazi, cara, mai sazi.

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Sull’innocenza o colpevolezza di Aldo Moro

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 12 Giugno 2006

Prima di accingermi alla stesura dell’articolo (perché di questo si tratta, ma se vogliamo chiamarlo post, fa lo stesso), desidero premettere, al fine di evitare possibili critiche, che io aborro la pena di morte. Lo ritengo uno strumento indegno ed abominevole, tipico dei regimi totalitari e delle criptodittature del capitale quale ad esempio gli U.S.A., in teoria una democrazia, nei fatti un’oligarchia. Non esistono motivazioni valide che giustifichino la soppressione della vita altrui, diritto che nessun uomo può arrogarsi nei confronti di un altro. Quindi, ribadisco, verso la pena di morte nutro tutto il disprezzo di cui sono capace.
Detto ciò, posso passare alle riflessioni ispiratemi dalla visione di “Buongiorno,notte” di Marco Bellocchio, pellicola che non vinse il Leone d’oro al Festival di Venezia tra le polemiche (per lo più del regista stesso, in naturale disaccordo con la giuria presieduta da Mario Monicelli che preferì “Ilritorno”), andato in onda ieri sera su Rai 3.
Il film riporta all’attenzione (mai sopita, in verità) la questione del rapimento di Aldo Moro perpetrato dalle Brigate Rosse, un evento che sancisce la fine di un’epoca e rappresenta lo spartiacque tra gli anni dei bollenti spiriti e dell’attivismo sulla scorta dei valori della Resistenza e quelli del torpore consumistico e del trionfo della televisione.
Naturale dunque che il Caso Moro sia tuttora argomento di forte interesse e protagonista di dibattiti che non si esauriranno mai. L’Italia legge in esso tutti i propri inconciliabili conflitti, le insanabili contraddizioni. L’affaire Moro segna l’emersione delle ambiguità storiche del Sistema Italia, ma, cosa ancor più importante, costituisce l’evento principale cavalcato da media e classe politica per trovare un punto d’accordo, l’unico momento di vera (cioè, tradotto, siccome siamo in Italia, apparente) unità nell’opinione pubblica nostrana storicamente ed inesorabilmente divisa su tutto.
Da destra a sinistra, atei e cattolici, intellettuali e bulli, c’è massima concordia: Aldo Moro era un grande statista rimasto vittima innocente di una banda di assassini senza scrupoli. Questo è quanto. Nessuna possibilità di replica, nessuno spazio lasciato ad eventuale dissenso. Chiunque si azzardasse a discostarsi dall’opinione ufficiale sarebbe additato come nemico del popolo, come folle, come terrorista, qualunque fosse la sua idea, giacché sarebbe comunque differente dall’unica verità consentita. La doxa divenuta aletheia.
Potendo essere tranquillamente d’accordo sul valore politico del personaggio e le povere qualità umane dei brigatisti, è l’insistenza sull’innocenza di Moro che “mi fa problema” (per usare una brutta formula del gergo filosofico).
Sull’innocenza di Aldo Moro sembra non esserci possibilità di appello, ancor meno che sull’insensata crudeltà dei suoi rapitori. Eppure…Eppure c’è un “eppure”. O un “ma”,che dir si voglia. Già, perché bisogna tenere presente che egli era uno degli esponenti di spicco della Democrazia Cristiana e ci si dimentica troppo spesso cos’è stata la Balena Bianca per il povero Stivale.
A tal proposito voglio riportare un passo, già citato in un altro post, di Pier Paolo Pasolini, in cui il massimo critico del proprio tempo, che definiva la DC “un nulla ideologico mafioso”, un ceto politico “clerico-fascista, incapace e meschino”, invoca un processo contro quel partito teocratico e borghesemente ottuso, reo di:

“[...]indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazone del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono selvaggio delle campagne, responsabilità dell’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.[...](da Il Mondo, 28 agosto 1975; raccolto in “Lettere Luterane”, Einaudi).

Pasolini ha sempre sostenuto essere la DC la prosecuzione di fatto del regime fascista, con altre forme ma con i medesimi valori. In effetti la triade Dio-Patria-Famiglia ha imperato in Italia per i cinquant’anni del regime democristiano e gli effetti sono visibili tuttora. Se pensiamo ad esempio che in Spagna i roghi della Santa Inquisizione bruciavano ancora nel XIX secolo, cioè mentre da noi si diffondeva il pensiero di Giuseppe Mazzini, e la dittatura di Francisco Franco è finita solo nel 1975, ovvero ben trent’anni dopo la caduta del Fascismo, risulta chiaro quanto miseri siano stati i progressi del Belpaese, terra in cui ristagnano ancora pregiudizi arcaici ed il costume perbenista-cattolico sembra invincibile.
La DC ha sbandierato i successi dell’aleatorio boom economico - merito (se di merito si può parlare) peraltro da ascrivere ben più al Piano Marshall che alla classe dirigente italiana - nascondendo la profonda arretratezza in cui continuavano (e continuano) a versare le periferie; ha tenuto sotto scacco un’intera popolazione, con il beneplacito della popolazione stessa, grazie all’arma dell’incremento dell’ignoranza attraverso lo stordimento mediatico ed il controllo dell’istruzione; si è distinta per un’amministrazione dello Stato particolarmente truffaldina, fatta di tangenti, appalti truccati, lavori pubblici inutili al solo scopo di “mangiarci sopra” (dighe senza fiume, parcheggi senza strada, porti senza mare, sono una peculiarità italiota); in mezzo secolo di governo democristiano gli scandali sono stati all’ordine del giorno: Gladio, P2, tentativi di golpe, Ustica e, come dice Giorgio Gaber in “Qualcuno era comunista”, “eccetera eccetera eccetera”.
Insomma, la DC si è macchiata dei crimini più gravi nei confronti dell’intero popolo italiano (ma d’altronde il popolo italiano è, in fondo, democristiano nel midollo), riassumibili sotto la famigerata definizione di Pasolini, al quale è pressoché impossibile non dare ragione: progresso senza sviluppo.
La cellula romana delle BR, nel suo invasamento ideologico frutto di una pessima lettura di Marx e di una scarsa o nulla attenzione prestata a Sartre, per fare un nome eccellente, o men che meno a Camus, quel processo lo condusse nella persona di Aldo Moro e condannò l’imputato.
Ribadisco quanto espresso nell’introduzione, semmai non fosse ancora ben chiaro: la mia avversione per simili metodi di “giustizia” è totale. Massima deprecazione per chi si arroga il potere di privare l’altro del diritto di esistere, tanto più se lo fa in nome di un’intera classe senza che gli esponenti della stessa gli abbiano mai peraltro conferito simili poteri.
Ma ritengo che vada ridimensionato il preteso candore di Aldo Moro, dal momento che nessun democristiano è da considerarsi completamente innocente, neppure il più piccolo dei semplici elettori, in quanto connivente con un apparato governativo sciagurato e indecente. Figuriamoci quindi un uomo che di quel partito fu una guida, un leader, nonostante l’apertura verso le sinistre attraverso il “compromesso storico”, nonostante l’alta caratura politica e culturale, magari anche morale ed umana. In qualità di uomo simbolo della DC, egli si configura come uno dei massimi responsabili di cinque decadi di danni sul territorio e nell’animo italiani, poiché fu un sommo rappresentante di un determinato pensiero massimamente deleterio.
Per la terza volta rinnovo l’esecrazione nei confronti delle esecuzioni compiute da dei terroristi che tradirono i propri stessi ideali nel momento in cui abbracciarono un modus operandi tipicamente fascista, infangando ed offendendo tutti coloro i quali, come me, in quei principii di uguaglianza credono fortemente. Sarebbe però più giusto dire non che è stato brutalmente ed ignominiosamente ucciso un innocente, bensì che è stato altrettanto brutalmente ed ignominiosamente ucciso un colpevole. E questo, si badi ancora una volta, non per giustificare un delitto, che mai e poi mai deve trovare legittimità; ma solamente per onestà intellettuale e “correttezza storico-politica”.
Le Brigate Rosse avevano ragione a scagliarsi contro il partito dell’asfalto, della mafia e del moralismo oscurantista, ma ebbero altrettanto torto quando iniziarono a puzzare di strategie fasciste e servizi segreti, facendosi imbrigliare nelle dinamiche di potere e divenendo in tal modo la necessaria altra faccia della medaglia, necessaria al dominio democristiano stesso, che del terrorismo rosso e nero si servì senza alcuno scrupolo, mietendo vittime tra la società civile.
I protagonisti degli “anni di piombo” furono dei criminali contrapposti ad altri criminali, tutti egualmente armati, benché in maniere diverse.

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“Trova le differenze” 2

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 12 Giugno 2006

Lavoro minorile

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Altro che “Codice da Vinci”!

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 12 Giugno 2006

In un periodo in cui tutta l’attenzione dei media (e di conseguenza delle persone) sembra dominata esclusivamente da “Il Codice Da Vinci”, è bene non dimenticarsi di un’altra opera che sta invece subendo un accurato insabbiamento, vista la sua enorme portata antireligiosa di gran lunga superiore a quella del libro - ora anche film - di Dan Brown: parlo de La favola di Cristo” di Luigi Cascioli, testo in confronto al quale le fantasiose teorie dell’astuto scrittore americano non sono che catechismo da convento alternativo.
Già, perché Cascioli, dopo anni di studi approfonditi, è giunto alla conclusione che Gesù non è mai esistito.
Tesi sconvolgente, un argomento più che scottante, dal momento che, qualora venisse comprovato inoppugnabilmente, sancirebbe la fine di due millenni di istituzioni religiose, segnando il crollo del cristianesimo in toto.
Per ora la Chiesa non è ancora riuscita a fornire una confutazione valida alle documentatissime argomentazioni dell’autore del libro. O non ha volute darle - ma questa sembrerebbe una mossa quantomai suicida - o più probabilmente non ha saputo darle, dal momento che la figura di Cristo è sempre stata tutt’altro che chiara.
Chiunque si sia interessato di storia delle religioni e di mitologia (materie che, in fondo, coincidono) sa infatti che la figura del Salvatore, specie per le caratteristiche fisiche, è stata presa da (costruita su) quella di Serapide ed “addolcita” nelle espressioni per venire incontro alle esigenze della nuova dottrina che predicava mitezza, passività, mentre le religioni il cui predominio si era succeduto fino a quel momento pretendevano immagini di divinità austere, forti, imponenti. Serapide stesso peraltro era già un dio in leggera controtendenza per le proprie caratteristiche molto più umane rispetto ai vari Zeus, Osiride, Baal.
La confessione predicata da questo ipotetico Cristo, poi, ha molti, moltissimi spunti simili al Mitraismo, che concorrono a gettare dei dubbi sull’autenticità del Messia e della sua parola.
Cascioli sostiene che dietro Gesù di Nazareth si celi invero tale Giovanni di Gamala detto il Nazoreo, mentre gli Apostoli corrispondono ai membri della sua banda essena, antiromana e “separatista” (tant’è che anche l’appellativo “Nazareno” può essere fatto derivare da “nizar”, ovvero “separato”, N.d.R.).
Insomma, Dan Brown impallidisce e le alte sfere della Chiesa tremano. Di qui il totale, colpevole silenzio di televisioni e giornali, conniventi con il potere ecclesiastico, decisamente influente specialmente in Italia. E pensare che perfino la CNN si è interessata al caso
E’ possibile comunque scaricare un’interessante intervista allo studioso pubblicata dal sito www.namir.it: basta cliccare QUI (ovviamente invito tutti a farlo).
Nel frattempo il processo per la denuncia mossa da Cascioli alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, nella persona del parroco di Bagnoregio Don Luigi Righi, per abuso di credulità popolare è all’attenzione del tribunale di Strasburgo.
I giudici italiani hanno fatto di tutto per boicottarlo. Probabilmente le lobby religiose si faranno sentire anche presso le autorità giudiziarie europee, ma l’importante per ora è che la questione emerga il più possibile e sia posta all’attenzione del pubblico, il quale sarà libero in seguito di continuare a credere a ciò che vuole, ma, appunto, almeno dopo aver avuto l’opportunità di valutare in prima persona.
Non va mai dimenticato che l’informazione è la linfa vitale di una civiltà matura composta da individui consapevoli del proprio status sì di animali bipedi, ma anche e soprattutto razionali.

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Questo pazzo pazzo articolo 11

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 12 Giugno 2006


“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Parata militare

Se proprio bisogna avere delle forze armate a scopo (remoto, remotissimo) di eventuale difesa, quantomeno sarebbe opportuno non celebrarle con orgoglio.
Un male che si vuole far passare per necessario va nascosto con vergogna, altro che esibito. Oppure mostrato con sconforto a titolo di esempio negativo.

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