Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Archivio per Febbraio, 2007

“Universi Microscopici” 1 - Intervista con il fiGo

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 2 Febbraio 2007

Intervistatore: “Benvenuti signore e signori telespettatori. Questa sera abbiamo con noi Giampaolo Viviani, l’uomo che ha stabilito il record mondiale di superamenti di selezioni all’entrata. Pensate: questo ragazzo è sempre, e dico sempre, riuscito ad accedere a tutti i locali più cool d’Italia. Allora Giampaolo, un grande traguardo…”

Giampaolo: “Sì, questo risultato mi riempie d’orgoglio, soprattutto perché anni di duro impegno sono stati ripagati. Si sa, quello della discoteca è un impegno difficile. Insomma, uno in discoteca non ci va per divertirsi: la discoteca è una cosa seria e richiede tanta, tanta applicazione. Ma se tu le dai tanto, lei ti dà tanto. Nulla sa gratificarti quanto la pista di un locale davvero ggiusto”

Intervistatore: “Dunque non è stato facile arrivare a questi livelli…”

Giampaolo: “Esattamente. La discoteca sa essere un ambiente molto ostico. Le selezioni sono aspre e devi essere sempre al meglio, pronto, in forma. Questo richiede una grande attenzione nella scelta dell’abbigliamento, della posa, delle espressioni. Inoltre bisogna essere sempre molto accorti e circondarsi di bella ggente, di ggente veramente ggiusta. Mai mischiarsi con degli sfigati che ti facciano sfigurare. Si comincia dalla base, dai PR, e, se lavori sodo, in poco tempo non è improbabile riuscire a diventare amici anche di un vocalist, ad esempio”

Intervistatore: “Addirittura?!”

Giampaolo: “Sìsì, giuro. E con un po’ di sacrificio, si arriva anche al DJ. Certo, per riuscire ad avere un DJ come amico bisogna avere pazienza, non demordere mai. Ma se non ti lasci mai scoraggiare, poi vedrai che la soddisfazione di poter vantare la conoscenza di un DJ è impareggiabile. Nulla eguaglia l’emozione di mettere piede in un privé: lì capisci che sei arrivato, che sei qualcuno”

Intervistatore: “A quel punto, si può dire che si è ormai ufficialmente un fiGo?”

Giampaolo: “Proprio così. Quando vedi le ragazze che ti guardano con ammirazione, quando capisci di essere divenuto un modello per gli altri ragazzi, allora comprendi di essere davvero uno che conta, il più fiGo della discoteca, e tocchi il cielo con un dito”

Intervistatore: “Giampaolo, ci dica la verità: è mai stato sul punto di vedersi sbarrare la strada all’ingresso di un locale?”

Giampaolo: “Confesso che una volta ho vacillato. Ero andato al Bue Muschiato, uno dei posti più trendy della post-modernità, un luogo giustamente piuttosto arduo, particolarmente ostile se non sei di un certo livello. Dopo due ore di fila – e quando fai due ore di fila è segno che il posto è veramente ggiusto, ti senti davvero parte di una categoria di eletti – mi ritrovai di fronte al buttafuori, l’arbiter elegantiae per eccellenza. Analizzò i miei capi di vestiario come si conviene ad un professionista serio di una discoteca non certo alla portata di tutti. Mi squadrò ben bene. Sembrò apprezzare molto il cappello AJ, la camicia Gucci, la cintura Calvin Klein ed i pantaloni D&G, e ciò mi riempì di fierezza. Ma sulle scarpe il suo volto lasciò trapelare una nota di dubbio. In cuor mio sapevo già prima di recarmi lì che sarebbero state più opportune le Prada, ma avevo commesso un errore di ingenuità: avevo peccato di trascuratezza scegliendo con poca accortezza le Cavalli, che erano passate di moda da un paio di settimane. E si sa che il mondo della disco è spietato, non tollera distrazioni. Il buttafuori mi disse con sguardo pietoso, scuotendo la testa con solidale rassegnazione, che non poteva farci niente: le mie scarpe erano out, benché di gusto. Sembrò comprensivo e dispiaciuto, giacché aveva intuito dal resto dell’abbigliamento che ero un tipo a posto, altrimenti mi avrebbe trattato con giusta arroganza, perché mica si scherza con certe cose!”

Intervistatore: “E come se l’è cavata???”

Giampaolo: “Mi salvò la giacca: mi ricordai che avevo lasciato nella Mini una giacca troppo fiGa della Yell, una roba di tendenza fresca fresca di quel giorno che ancora avevano in pochissimi – io fortunatamente ero riuscito a correre a comprarla quello stesso pomeriggio liberandomi da tutti i miei impegni. MI affrettai allora alla macchina, presi l’indumento e mi rimisi in fila, con umiltà, come qualunque morto di fame. Già: qualche volta la discoteca richiede di scendere a compromessi, di ingoiare amaro. Non è semplice agli inizi, quando non sei nessuno. Comunque dicevo: rifeci tutta la fila, per un’ora e passa (gran locale, quello: per i comuni mortali ci sono sempre minimo due ore di attesa prima di entrare) e quando mi ritrovai davanti al colosso del gusto estetico, mostrai la giacca. Egli si dimostrò particolarmente generoso: ‘Per stavolta passi, ma che non si ripeta più, eh?’, dandomi pure una lezione di vita notturna”

Intervistatore: “Se l’è vista brutta, dunque, hehehe”

Giampaolo: “Bruttissima! Per un momento, mi era caduto il mondo addosso. Tutti i miei sogni, tutti i miei obiettivi in fumo, e per colpa mia! Se penso all’infamia che sarebbe precipitata sul mio nome, sulla mia immagine, mi vengono i brividi. Con quale faccia avrei potuto ripresentarmi in una discoteca?! Ricordo ancora i ghigni di disprezzo delle persone che erano in fila con me. Che vergogna…”

Intervistatore: “Ma da quel giorno ne ha fatta di strada! Oh, se ne ha fatta!”

Giampaolo: “Eh sì, hehehe. Ora sono sempre in lista, ovviamente al tavolo. Conosco molto bene parecchi proprietari di discoteche, l’organizzatore delle feste al Bue Muschiato mi telefona personalmente per inviti e riduzioni, sono presenza fissa nei privé. Ogni volta che entro in un privé, è come se fosse sempre la prima volta. Sono sensazioni uniche. Quasi non mi sembra vero. Non so se ti rendi conto cosa significhi stare in un privé: ti senti in pace con te stesso e con il mondo; puoi finalmente sorseggiare cocktail da venti euro l’uno con aria di sfida, tenendo sulla bocca quel sorriso malandrino che hai sempre visto stampato su persone che fino a poco prima avresti reputato irraggiungibili. Un sogno continuo, costante, che si avvera e rinnova ogni sabato sera”

Intervistatore: “Può considerarsi dunque un uomo realizzato”

Giampaolo: “Decisamente sì. Ma si badi bene: a grandi poteri, corrispondono grandi responsabilità. Non basta essere arrivati in alto: bisogna saper mantenere la propria posizione. E’ necessario essere ben consapevoli del ruolo che si riveste ed interpretarlo sempre nel migliore dei modi. Ecco perché serve essere sempre al passo, aggiornatissimi e curati: se ci si lascia andare, se ci si culla sugli allori, ci vuole un attimo per non passare la prossima selezione all’entrata e perdere tutto quello che si è conquistato con tenacia ed abnegazione”

Intervistatore: “Lei costituisce un nobile esempio per le generazioni future. Prendete appunti, ragazzi e ragazze a casa. Anzi, Giampaolo, faccia un appello ai giovani che ci stanno seguendo”

Giampaolo: “Vi dico solo una cosa: non prendete mai sotto gamba la discoteca, non affrontatela mai con superficialità. Se non incapperete in questo sbaglio, sarete davvero ggiusti, nessun locale avrà più segreti per voi ed il privé sarà vostro. Essere fiGhi è fatica dura, costa sudore, ma sarete ripagati”

Intervistatore: “Progetti per il futuro?”

Giampaolo: “Mi sto preparando per il ferragosto al Billionaire, poi si vedrà”

Intervistatore: “Noi faremo tutti il tifo per lei, naturalmente. E come dicevano gli antichi greci, onore e gloria ai fiGhi”

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“Pedanteria politicizzata” 4 - Il tappeto

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Febbraio 2007

Il Male si annida ovunque. Esso si nasconde negli anfratti più segreti ed insospettati dell’universo. Il Male è protagonista della nostra quotidianità, ma noi non ce ne accorgiamo. Ogni giorno, senza saperlo, ci stiamo addirittura sopra. Sì, noi sul Male ci camminiamo. Già, da tempo immemorabile il Male è entrato anche nella nostra vita domestica ed assumendo una delle sue forme più terribili: il tappeto.
Oscura è la funzione rivestita dal tappeto, oltre a quella ben nota di raccogliere polvere e pattume di vario genere che contribuiscano al diffondersi di epidemie. Probabilmente dietro la grande peste del 1348 c’era lui, il subdolo, spietato tappeto. Nuovi studi hanno poi stabilito che, nel suo famigerato capolavoro “La peste”, Albert Camus non si riferisse al nazismo tramite allegoria, bensì che in realtà sia il tappeto il vero protagonista occulto del romanzo.
Il Male è astuto: ha saputo farci accogliere la morte e la distruzione di nostra spontanea ed entusiastica volontà nelle nostre case, mascherando l’orrore da pezzo di tessuto di dubbio gusto e facendolo poi diventare un vuoto status symbol.
Provate a chiedere a chiunque il perché tenga un tappeto nelle proprie stanze, a cosa mai gli serva. Il vostro interlocutore resterà inizialmente attonito, scosso per un momento, e quindi se la sbrigherà con un: “Beh, un tappeto in casa ci vuole. C’è sempre stato, c’è in tutte le case. E comunque arreda.” No, il tappeto non arreda: il tappeto è una tovaglia messa per terra senza alcuno scopo benefico od opportuno.
Esso contende alla cravatta il primato di oggetto né utile né bello per eccellenza.
Cucito dalle abili mani esperte di bambini stacanovisti loro malgrado, il tappeto è ormai parte integrante di una dimora borghese. Alla classe dominante e sfruttatrice è infatti invisa la durezza del nudo pavimento che le ricorda le asperità dell’esistenza a cui è costretta la popolazione povera e la borghesia, alta o piccola che sia, non vuole certo pensarci, non vuole rammentare le condizioni in cui la maggioranza dell’umanità versa per il benessere di pochi privilegiati.
Il frutto del lavoro disagiato allieta la pianta del piede del ricco e lo stordisce come una droga ad azione particolarmente lenta. E come ogni droga, il tappeto finisce per dare assuefazione ed il suo bisogno arretra ed infine sfugge del tutto dal controllo della consapevolezza; così il possessore di tappeto per uso personale non riesce più a rinunciare al suo vezzoso quanto ridicolo e nocivo orpello, giacché fare a meno del tappeto significherebbe privarsi di un simbolo di riconoscimento della propria categoria di appartenenza, qualcosa che hanno tutti i propri simili e serve come tratto distintivo senza il quale la propria posizione identitaria vacillerebbe. L’uso personale e l’uso pubblico della narcotica stoffa dunque si fondono e confondo.
Pensate se l’avvocato De Giorgis e signora e l’ingegnere Geppetti e consorte andassero a far visita al dottor Mastrangelo e sua moglie e le estremità dei loro nobili e viziati arti non fossero accolte dal calore di un tappeto: che figura ci farebbero i coniugi Mastrangelo? Un medico così rinomato e rispettato!
Allo stesso modo, la signora Agata, fedele sposa del ragionier Balduzzi, ci tiene a fare bella figura con Pina e suo marito, il geometra Cippolini, distribuendo per casa pezzi di tessuto rifinito.
E pure Rita la moglie di Gigi er fornaro si adegua ai dettami della rispettabilità scongiurando i pettegolezzi delle comari dal parrucchiere grazie al provvidenziale intervento del tappeto. Lui, il paladino della buona facciata di cattivissimo gusto.
Ironia della sorte, l’unico elemento davvero utile della infida famiglia dei tappeti subisce le angherie del dizionario borghese venendo etichettato col plebeo nome di zerbino, evocativo di disprezzo ed alterigia da parte dei suoi superiori per diritto di nascita, e di conseguenza viene come declassato ad una sorta di proletariato dei tappeti. Lo zerbino diventa pertanto l’emblema dell’ingiustizia e dell’idiozia del sistema di non-valori formalistici borghesi, schiacciati su un imperativo di apparenza, e pure un’apparenza bruttarella. Fossero almeno esteticamente valide le soluzioni dettate dal protocollo, uno ci passerebbe sopra ed anzi riconoscerebbe il merito della bella immagine. Ma quando al superfluo ed inutile si associa anche la sgradevolezza visiva, allora cade ogni principio di legittimità di esistenza.
Il tappeto per di più aggiunge a tutto ciò persino la caratteristica di ricettacolo di immondizia, colonia di villeggiatura favorita dagli acari (e pare che ultimamente sia diventato meta ambita, molto di moda, anche tra i ratti), costituendosi in tal modo come dannoso per la salute e, necessitando perciò di continua pulizia, aumenta gli sprechi di energia elettrica (l’aspirapolvere), di acqua e di detersivi tossici per l’ambiente.
Il tappeto è il Male riassunto: di’ NO al tappeto e contribuirai al miglioramento del mondo in cui vivi, salvando per giunta la pelle a chi come me è allergico alla polvere. Ebbene sì, tra me ed il tappeto è pure una questione personale: o me o lui. Ma non mi avrai mai!

Tappeto Malefico

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“Diario simulato” 5 - Pongo Guggenheim

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

Pongo Guggenheim è sempre stato un personaggio scomodo. La sua carriera come uomo-poltrona non decollò mai. Tentò allora la strada di sensitivo. “Vedo la gente morta”, disse un giorno. Ma quando si seppe che lavorava all’obitorio, nessuno gli diede più peso.
Pongo Guggenheim mi ha arricchito in quanto persona, ma soprattutto in quanto ladro.
Eh, ne sapeva una più del diavolo, il buon vecchio Pongo. Satana ci restò di merda quando arrivò secondo alla gara di barzellette. A nulla gli servì avvalersi del Fantasma Formaggino. Come spalla.
Ah, quanti ricordi, quante storie da raccontare del mio periodo in cui vissi spalla a spalla con Pongo Guggenheim. Lo vidi sempre di profilo, con quella guancia destra che aveva un che di sinistro e quel suo naso importante: era ministro degli esteri. Ogni volta che aveva il raffreddore, si sfiorava una crisi internazionale. Quando gettava via un fazzolettino, personalità di spicco da tutto il mondo partecipavano alle esequie delle caccole.
Invidioso del proprio naso, decise di buttarsi in politica. Il candidato avversario però rifiutò sempre il faccia a faccia con lui a causa del suo alito pesante. L’altro vinse a mani basse: nessuno lo rapinò durante lo spoglio e non c’erano altri motivi per cui dovesse andarsene in giro con le braccia alzate.
Il successo era diventato una vera ossessione: sarebbe stato disposto a tutto pur di essere riconosciuto per strada, almeno dai suoi parenti stretti. D’altronde era un tipo che era sempre passato inosservato. Il guaio di crescere in un centro di riabilitazione per non vedenti, dove lavorava il padre, un tipo piuttosto insicuro, praticamente paranoico sul proprio aspetto fisico, che solo lì si sentiva protetto dall’altrui giudizio negativo. La moglie cercava sempre di rassicurarlo: “Sono brutto?” “Ma certo”. I coniugi Guggenheim non si sono mai capiti.
Certe cose da piccolo ti traumatizzano e ti segnano, così crebbe con uno smanioso desiderio di protagonismo ai limiti del bisogno fisico. Dovette partecipare al Grande Fratello per superare la propria stitichezza. Gli fece bene: da quel momento in poi, se quando parlava si accorgeva di essere ascoltato da più di tre persone, si cagava addosso. Ecco perché i suoi liberatori sorrisi di paciosa ed estatica soddisfazione si accompagnavano sempre ad un fetore nauseabondo. Divennero davvero famigerati: quando entrava sull’autobus, non capitava di rado che qualche passeggero storcesse la bocca in un’espressione di disgusto ed annusando l’aria esclamasse: “Sniff sniff…Ehi, ma chi cazzo è che ha sorriso qui dentro?!”.
Non pago dalla notorietà data dal ridente tanfo, iniziò a dedicarsi alla filologia romanza. Dopo due anni di studi intensi, abbandonò tutto, non avendo capito cosa fosse la filologia romanza.
Iniziò allora a scrivere versi. Scrisse quelli della mucca, dell’elefante e della pecora, ma si arenò su quello dell’ornitorinco, così concluse quella parentesi con il reboante “prrr” che ormai ha fatto scuola ed è entrato nella storia imbucandosi senza invito.
Quando capì che la sua vera vocazione era il canto, divenne muto.
Dovette così iniziare ad esprimersi a gesti, ma ciò si rivelò un problema ancor più grave del previsto: un giorno, mentre giocavamo a calcetto sulla spiaggia, il pallone rotolò vicino ad un gruppo di energumeni e Pongo commise il tremendo errore di chiederne la restituzione con il tipico gesto delle mani che formano un cerchio immaginario con pollici ed indici. Fu mal interpretato e perse anche l’uso delle gambe.
Muto e sulla sedia a rotelle, continuò a sfornare cazzate lasciando post-it ovunque e poggiava i piedi per terra al fine di farseli pestare in luoghi affollati. Lo faceva sentire normale, come tutti gli altri, diceva.
Quando seppe che è più corretto chiamare i disabili “diversamente abili” - così come i tappi “diversamente alti” - si convinse di essere un supereroe. L’unica impresa che portò a termine fu salvare la vita ad un malato terminale su cui stava per essere eseguita l’eutanasia.
Invecchiando, sposò la filosofia zen, ma ben presto divorziò e tornò al baretto.
In punto di morte si ricordò le parole del nonno che lo avevano accompagnato per tutto il corso della propria esistenza: “Figliolo, ricordati che i topi di fogna mangiano merda e portano parecchie malattie. Ed il posto a tavola non si cambia mai”.
Serbando questi insegnamenti nel cuore, spirò riempiendo la stanza con il suo fiato presago dell’aldilà che lo attendeva. Deduco sia andato all’inferno.

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Suggerimenti per sceneggiati televisivi di genere storico

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Febbraio 2007

Tempo fa in TV passarono una fiction su Giulio Cesare, in una scena della quale la moglie del condottiero, discutendo animatamente col marito, esclama quasi in lacrime: “Tu mi trascuri! Pensi solo alle tue legioni!”.
Non so voi, ma io vorrei conoscere lo sceneggiatore.
Ecco, questo è un esempio eccellente di come vengano realizzate produzioni appetibili per il grande pubblico: ogni sceneggiato di genere storico presenta, a grandi linee, più o meno la medesima vicenda, ambientata in epoche differenti e con personaggi diversi, ma si tratta sempre della stessa storia d’amore, che ha per protagonista ora Carlo Magno, ora Napoleone, ora Fausto Coppi, ora Enzo Ferrari, etc. Ovviamente, il tutto con un linguaggio familiare al target di spettatori a cui la fiction è rivolta. E’ allora possibile vedere Boccaccio e Petrarca che dialogano come farebbero Gino e Luigi al baretto; non è strano assistere a Lorenzo de’ Medici che si rivolge a Michelangelo come farei io con mio zio; ci è concesso assistere allo spettacolo unico di Churchill che comunica col piglio di un ragioniere di Poggio Bustone. E così via.
Insomma: la vita comune della classe media italiana di oggi trasportata nei panni delle grandi personalità della storia.
Provate ad immaginare altri possibili dialoghi popolani/piccolo-borghesi attuali recitati da eroi del passato: il mostruoso ha una nuova frontiera.

*

Giulio Cesare a Pompea: “Non aspettarmi per cena: ho una battaglia sul tardi”

Pompea: “Tesoro, l’hai messo a fare il brodo?”
Giulio Cesare: “Sìsì, il dado è tratto”

Anita: “Caro, va’ a fare la spesa, ché io ho la malaria”
Garibaldi: “Obbedisco”

Giacomo Leopardi: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male”
Pietro Giordani: “Basta la salute”

Galileo Galilei: “Eppur si muove!”
Benedetto Castelli: “Non è la stanza, Galile’: sei te che sei sbronzo”

Fulvia a Marco Antonio: “Sei un porco! Corri dietro ad ogni erede al trono di Egitto che incontri!”

Seneca: “Ogni giorno che passa ci avvicina alla morte”
Nerone: “E tra poco scade pure la bolletta del fuoco”

Alessandro Magno: “Conquisterò la Partia!”
Efestione: “Io devo distruggere le armate blu”

Napoleone: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!”
Papa Pio VII: “Mamma mia, che maleducazione! Mica c’è bisogno di scaldarsi tanto!”
Joséphine de Beauharnais: “Non ci faccia caso, Santità, fa sempre così, un po’ capriccioso, un po’ orso, ma sotto sotto è buono come il pane”
Napoleone: “Tu zitta, se no tuo fratello la provincia austro-ungarica se la scorda!”

Pablo Picasso: “Io non cerco: trovo”
Jacqueline Roque : “Sai mica dove ho messo la sciarpa rossa di lana, quella che ha fatto nonna?”

Albert Einstein: “Bel tipo quella lì, eh?”
Sigmund Freud: “Può piacere e può non piacere: a me, mi fa schifo”
Albert Einstein: “Tutto è relativo”
Sigmund Freud: “Preferisco l’amica. Sarà che mi ricorda mia madre…”

Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo”
Nehru: “Ecco, comincia a restituirmi le cinquecento rupie che t’ho prestato”

Giovanni dalla Bande Nere a Pietro Aretino: “Purtroppo domani per il calcetto non ci sono: mi hanno appena segato una gamba”

Madre greca: “O con questo o su questo!”
Soldato spartano: “Dai, mamma, non preoccuparti: alla fine si tratta solo del carburatore, Alcibiade il meccanico ci metterà un attimo a ripararmi il motorino”

Vedetta: “Terra! Terra! Sarà l’India?”
Cristoforo Colombo: “Eh, sicuro!”

Frans Burman: “Quella mi sembra propensa. Quasi quasi ci provo…Tu che dici, ci sta?”
Cartesio: “Uhm…Non so che dirti…Io dubiterei”

Marco Polo ad un viandante: “Scusi, per il Catai?”

Passante: “Sa dirmi l’ora?”
Dante Alighieri: ““Già è ‘l sole a l’orizzonte giunto/ lo cui meridïan cerchio coverchia/ Ierusalèm col suo più alto punto;/ e la notte, che opposita a lui cerchia,/ esce di Gange fuor con le Bilance,/ che la caggion di man…”
Passante: “Lascia sta’, va’, nun fa gnente”

Platone: “Maestro, cos’è la giustizia?”
Socrate: “Tu come la vedi?”

Ateo: “Dio non esiste”
Pascal: “Scommettiamo?”

Friedrich Nietzsche: “Dio è morto”
Lou Salomé: “Poverino, l’altro giorno stava ancora così bene!”

Giacomo Casanova sulla parete del bagno dei Piombi: “W la fica”

Claudia Procula a Ponzio Pilato: “Hai di nuovo finito il sapone! E poi, dico io, prendila una decisione almeno una volta in vita tua!”

Isaac Newton a William Stukeley: “Qualsiasi oggetto dell’universo attrae ogni altro oggetto con una forza diretta lungo la linea che congiunge i baricentri dei due oggetti, di intensità direttamente proprorzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza, quindi di’ a tua moglie di non mettere più i vasi in bilico sul davanzale”.

Icaro: “Ma siamo sicuri che…?”
Dedalo: “Vai tranquillo”

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All’improvviso un trafiletto

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

Da Leggo di oggi

Trafiletto Ratinger

Semmai dovessi invocare la morte ed implorare l’eutanasia per far cessare le atroci, insostenibili sofferenze causatemi da un male incurabile, datemi una pacca sulla spalla e dite una preghiera.

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Rassegnazione stampa

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

Ieri ha sfilato per le vie di Roma la manifestazione NO VAT 2007. Se non lo sapevate, non preoccupatevi: d’altronde nessuno ve l’aveva detto.
Per informazione (ah, sacra, bistrattata parola), si trattava della seconda iniziativa indetta da Facciamo Breccia per protestare contro l’ingerenza (leggi “invadenza”) del Vaticano nello Stato italiano e reclamare l’abolizione del Concordato in nome dei principii di autodeterminazione, laicità ed antifascismo, così da rendere finalmente l’Italia una nazione davvero sovrana e civile, giacché lo Stivale Bucato è l’unico tra i Paesi cosiddetti “sviluppati” in cui una confessione religiosa influenzi in maniera determinante la vita politica. Una cosa simile succede solo nelle tanto disprezzate teocrazie islamiche.
La Chiesa interviene costantemente in ogni questione riguardante l’intera società, risultando decisiva perfino nella legislazione statale grazie ai suoi tanti uomini di fiducia che occupano i posti di comando in Parlamento e rivestono le più alte cariche istituzionali.
Quello italiano è poi un caso unico: non si è mai visto uno Stato libero subire passivamente, ed anzi di buon grado, le pressioni di un’altra nazione. Perché Città del Vaticano, giova sempre ribadirlo, non è l’Italia. Un po’ come se l’Austria esercitasse dei ricatti e rivendicasse il diritto di esprimersi sulle vicende amministrative del Portogallo.
Lasciando stare l’Otto per Mille; mettendo da parte il fatto che viene insegnata la religione cattolica nella scuola pubblica e gli insegnanti di tale materia non fanno un concorso come tutti gli altri, bensì vengono nominati dai vescovi e percepiscono uno stipendio più alto; accantonando la querelle sul crocifisso negli uffici pubblici; senza badare all’esenzione dall’I.C.I. degli edifici religiosi; sorvolando sui finanziamenti statali agli istituti religiosi; tralasciando gli ostacoli alla ricerca scientifica ed alla parità di diritti in nome della morale cristiana; soprassedendo dunque su queste minuzie, chi non fosse ancora convinto sull’anormalità della situazione “libera Chiesa in servo Stato”, può compiere una breve ricognizione dei media, dalla carta stampata alla televisione passando per internet.
Nessuno dei sette telegiornali ha parlato della manifestazione di ieri (fatta eccezione per il TG3 regionale che ha dato la notizia mooolto rapidamente), mentre tutti si sono prodigati nel riferire il dissenso del clero nei confronti dei Dico (il TG1 poi, fin dalla sua nascita, ogni giorno, senza mai saltarne uno, ha sempre fatto almeno un servizio sul papa).
Lo stesso dicasi per i maggiori quotidiani nazionali.
Il sito di Repubblica, giornale che dovrebbe essere organo della cultura liberal di sinistra non fa menzione alcuna a NO VAT se non nelle pagine dell’edizione romana, mentre dedica ben tre titoli di prima pagina al no delle autorità ecclesiastiche alle coppie di fatto.
Sul Corriere della Sera, testata borghese moderata, non v’è traccia alcuna di Facciamo Breccia, però campeggiano in bella vista le parole di Ratzinger all’Angelus e l’attacco vaticano agli sceneggiati televisivi sull’amore omosessuale.
La Stampa, democratica all’americana, parla del Cardinale di Napoli che fa portare i coltelli in Parrocchia per togliere i ragazzini dal giro della Camorra. Anche qui un articolo sulle dichiarazioni di esponenti religiosi contro il matrimonio gay, ma niente sulla manifestazione.
Il Tempo, destrorso, ed Il Messaggero, centrista, entrambi cattolicissimi, non dicono alcunché neppure per criticare e demolire.
Al silenzio omertoso si uniscono ovviamente i berlusconiani Il Foglio, Libero ed Il Giornale.
Le misere speranze affidate alle testate locali, spesso sorprendenti, quali Il Mattino di Napoli, Il Piccolo di Trieste, La Nazione di Firenze, Il resto del Carlino di Bologna, subiscono prontamente una brusca delusione.
La Padania ed Il Secolo d’Italia neanche a dirlo.
Restano quindi i quotidiani di sinistra. Suvvia, lì ci saranno di certo fior fiori di appassionate invettive contro la cripto-dittatura clericale, cori di entusiasmo verso la pubblica dimostrazione anticristiana, scoppi di lucida e dotta ira per il soggiacere di un intero Paese ad un’etica parziale! Macché.
L’Unità tace strategicamente e Liberazione non si spreca più di tanto. D’altro canto cosa ci si può aspettare ormai da DS e Rifondazione, partiti che hanno visto bene di non esporsi alla manifestazione? Guai a disturbare un potere che può tornare utile in sede elettorale.
Già, nessun partito della Sinistra, eccettuati i Radicali dell’Associazione Luca Coscioni, ha aderito ufficialmente a NO VAT; nessun esponente politico, tranne Vladimir Luxuria, ha messo la propria faccia per rivendicare libertà dalle gerarchie cattoliche.
Ma finalmente ecco una luce all’orizzonte: Il Manifesto, il solito, sempre lui, solo lui, dà spazio e voce alle migliaia di persone che, secondo tutti gli altri media, non sono mai esistite. Purtroppo è uno spiraglio fin troppo flebile, considerando la condizione in cui versa il glorioso quotidiano davvero di sinistra, che non riesce più nemmeno ad assumere stagisti.
I tanti, tantissimi atei, agnostici, anticlericali, laici libertari, etc., sono condannati a rimanere fantasmi nell’oscurità. O meglio, nell’oscurantismo.
Ora, non è strano che un pontefice, capo di una monarchia assoluta (sì, Città del Vaticano è una monarchia assoluta, l’unica rimasta in tutto il resto del mondo) che fino ancora al 2001 prevedeva nella propria Costituzione la pena di morte, non solo si arroghi il diritto di intervenire sulle questioni di un altro Stato democratico ed addirittura nelle scelte personali e private dei singoli individui, ma giustifichi e legittimi perfino il proprio operare affermando che lo fa “per il bene di tutta la società ed in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere” poiché “questi valori, prima di essere cristiani, sono umani, tali perciò da non lasciare indifferente e silenziosa la Chiesa, la quale ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino”, pretendendo così di imporre una verità assoluta data una volta per tutte da un fantomatico dio a cui ognuno dovrebbe piegarsi, con buona pace del relativismo e della diversità di opinioni? Ed inoltre, non è strano che la politica, anzi, che un intero popolo, si sottometta ad un credo religioso tanto da offuscare e censurare tutte le idee che ad esso si oppongano?
Al posteriore l’ardua sentenza.

Stemma Italia + Bandiera Città del Vaticano = Italia crocifissa

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La TV proclama: W le donne all’antica!

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

La spazzatura televisiva va seguita con attenzione. Anzi, di più: va tutelata ed amata. Già, perché essa ci insegna più cose sull’animo umano di quante ce ne abbia dette Dostoevskij ed è più divertente del miglior Woody Allen. Davvero. (Puntini di sospensione, cespuglio di paglia che rotola). Ok, ok, è solo una boutade, ma un fondo di verità c’è (sulla sua incommensurabile portata comica resto però inamovibile).
La TV in fondo dà al pubblico ciò che il pubblico vuole. Crea consenso, è vero, inculca opinioni più che registrarne, è uno strumento di controllo invece che un rilevatore di informazioni, ma per poter conservarsi tale deve far leva sui gusti dello spettatore. Per questo il prodotto è sempre più scadente: la televisione mira all’appetibilità; maggiore è la semplicità, maggiore è la diffusione; se aumenta la vendita, aumenta il guadagno. Ecco perché chi manovra i media non ha alcun interesse a fungere da educatore. Ma più i media puntano sull’ignoranza, più il fruitore rimane ignorante e più lo spettatore è retrogrado, più esige materiale elementare. Non se ne esce: un circolo vizioso. Lo schermo della televisione nostrana risulta pertanto uno specchio vivo in cui l’Italietta guarda se stessa ed è osservata a sua volta. E la perfezione del riflesso è disarmante nella sua eccellente focalizzazione sugli aspetti più scabrosi del costume italiota che non posso sfuggire ad un occhio attento.
Il trionfo della sottocultura da suola della Stivale è emblematicamente espresso dall’immagine della donna data in scampoli di due trasmissioni che ho avuto la fortuna di beccare durante un paio di fruttuosi zapping: il sempiterno Stranamore e la gloriosa Buona Domenica. Ciò a cui mi è capitato di assistere costituisce un validissimo esempio di quell’insieme di valori sgradevoli che la TV mira a conservare in quanto tanto cari ai cittadini del Belpaese.

Partiamo da Stranamore, preziosa eredità lasciataci dal Fu Alberto Castagna (c’è chi consegna ai posteri “Il dottor Stranamore” e chi “Stranamore”, che volete farci).
Quest’anno c’è un nuovo gustosissimo gioco: in studio una mamma sceglie tra tre pretendenti quella che diverrà la compagna del figlio. Le ragazze vengono fatte entrare dalla famigerata porta e si mettono in riga. La futura acidissima suocera inizia a fare loro domande sotto lo sguardo del figlio che segue tutto dall’esterno e si fida ciecamente di quella che sarà la scelta, perché “la mamma è sempre la mamma”, “guai a chi mi tocca la mamma”, “mia mamma è la migliore di tutte”, “mamma solo per te la mia canzone vola”. “Vediamo…Cosa ti piace fare nella vita?” “A me piace sedurre gli uomini”. “Buuuu! Buuuu!”, rumoreggia il pubblico indignato. “Eh, no, non ci siamo proprio”, fa l’italica genitrice, con la presentatrice che annuisce (pia donna, la Folliero). “E tu?”, passando in rassegna la seconda. “Io amo andare a ballare con le amiche”. Di nuovo cori di disapprovazione. “Mmm, non va mica bene. Sentiamo la terza” “Io adoro cucinare ed accudire i bambini”. Grida di giubilo, il pubblico in delirio, occhi ridenti e commossi della madre, un tripudio di esaltata euforia.
Manco a dirlo, è quest’ultima ad essere eletta come futura amorevole sposa nonché affidabile ed ineccepibile nuora.
Badate bene il meccanismo perverso: due stereotipi di donna emancipata (la libertina e l’indipendente) vengono messi alla gogna in favore dell’avita figura della regina del focolare, la nobile mater di una volta, tutta casa e famiglia, che volontariamente fa delle pareti domestiche il proprio habitat e lascia al maschio il mondo esterno, perché insomma, una donna in giro, che esce, lavora e si diverte, non sta bene.

Buona Domenica, apoteosi del trash (resteranno scolpiti nel tempo ad imperitura memoria i giochi del salto in alto - “Salto per i bambini dell’Africa!”, e giù il VIP di serie B che cade sul materasso - e quello a chi fa arrapare di più Bettarini), vero e proprio metatrash, dove c’è tutto il meglio del meglio (leggi “peggio del peggio”), contenitore per la raccolta mista degli altri rifiuti del palinsesto, inscena una simile gogna mediatica: Diana, concorrente del Grande Fratello, ragazza sessualmente esuberante uscita dalla Casa con un plebiscito delle casalinghe, inferocite dagli atteggiamenti disinibiti dalla ventiseienne italo-russa (“Pure mezza extracomunitaria!”) identificata come icona della ruba-mariti, viene esposta alle critiche di Raffaello Tonon, Pasquale Laricchia ed altri insigni esponenti della sobria virilità nazional-popolare, strenui difensori dei buoni costumi italici tra gli scroscianti applausi di un pubblico perbene, ammodo, di sani principii. “Va bene vivere la propria vita come meglio si crede, ma sempre nel rispetto della decenza” “C’è un limite agli atteggiamenti che si confanno ad una donna” “Non è bello che una ragazza si mostri in un certo modo”.
Poiché i pompini fatti ai fini del successo, quando suppliscono a carenze di meriti e capacità personali che ostacolerebbero la carriera, come quelli di Elisabetta Gregoraci, che a Buona Domenica è la diva assoluta ed indiscussa, vanno bene, ma quelli fatti per piacere personale, non sia mai! Sono sconvenienti! Giacché l’uomo è cacciatore e la donna è preda, l’uomo è Don Giovanni e la donna mignotta, l’uomo tromba per necessità e la donna per far contento l’uomo.
Passi la valletta-oggetto, puro corpus eroticus per le brame del consumatore, ma giammai queste svergognate moderne gratuitamente disonorate!
Il popolo non merita quel briciolo di progresso sociale che ha ottenuto grazie ad una minoranza di persone affamate di libertà: merita il grigiore predicato dagli indomiti cavalieri della moralità. Il bigottismo democristiano non è mai stato un caso. La mamma, la parrocchia, la famiglia, lo stadio, la caserma, e poi gli uomini al bar o a puttane e le donne a curare i fornelli e la prole. Contenti loro…
Quando una trucida misconosciuta partecipante ad un reality di basso profilo risulta il massimo del femminismo passato in televisione, tanto da fare quasi la parte dell’illuminata davanti ad una platea di indubbi bifolchi di vastissime proporzioni, c’è da preoccuparsi non poco.

Per coronare tali esempi della recente ondata di repressione sessuale (come dimenticare i casi umani del “Silver Ring”, l’anello della castità?), leggo oggi un trafiletto su City: “Un consiglio del papa: ‘Fidanzati, siate casti!”.
Un consiglio di Claudio: “Religiosi, datevi fuoco!”.
Non so voi, ma io temo molto di più i sessuofobi rispetto che so, ai terroristi islamici, giacché questi ultimi offrono una morte rapida ed immediata, mentre i primi propongono una lunga vita di merda.

Marge&Marilyn

P.S. Sabato 10 febbraio a Roma, ore 14.00, Piazzale Ostiense, manifestazione NO VAT 2007, casomai foste stufi dell’invadenza della Chiesa nello Stato italiano.

Aggiornamento del 12 Febbraio 2007

Su Leggo di oggi compare questo trafiletto

Trafiletto Buona Domenica

Qui c’è l’intervista incriminata.

Il mito che non ti aspetti.

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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 5

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 2 Febbraio 2007

Pupazzi sacri

Santi giocattolo

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