Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Archivio per Aprile, 2007

Esclusiva: il nuovo album degli Afterhours!

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 3 Aprile 2007

Afterhours

Dopo lo scoop dell’ultimo album dei Subsonica, la walrus/rey è fiera di annunciare un’altra prestigiosa esclusiva: in anteprima assoluta, ecco la tracklist del nuovo doppio cd degli Afterhours, “L’estasi dei batteri lesionati”.

CD ONE

1) Vomitami addosso con ardore

2) Te che ami il muco anale

3) Desiderio d’epatite

4) Lasciami inalare la candeggina

5) Trementina Connection

6) Profanami le orecchie

7) La candida sul mio glande

8) Ti irrito la tiroide

9) Titti arrapata

10) Molly l’auto-mutilata

11) Fatti mettere le mani addosso

12) Annaspo nella mia aerofagia

13) Capillari ripieni d’avena

CD TWO

1) Sindacato/Pervertito

2) Sei bella tumefatta da sganassoni

3) C.I.R.R.O.S.I.

4) Harry il Tarzanello

5) Lapidando Lolita

6) Ti sodomizzo a passo di valzer

7) Seviziami per la rivoluzione

8) Putrefazione borghese di sanguinaccio rappreso

9) Sotto Alvaro

10) Crisantemi in fialetta

11) La pubertà dell’opossum

12) Sacrifico pus agli dei

13) Unghia incarnita tagliacarte

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Ode al cestone

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 3 Aprile 2007

Dura lex sed lex, e la legge del Cestone non perdona. Lui, l’implacabile Cestone dell’Autogrill, alfiere del gusto musicale, baluardo della meritocrazia sonora, è il più integerrimo dei legislatori.
E’ lui a sancire la fine di un artista, quando accoglie col suo abbraccio austero un disco, ivi riposto a ricordar l’imago di un rifiuto gettato in quello che costituisce un vero e proprio cassonetto per la raccolta differenziata della musica spazzatura.
Ciò che piomba – o che si adagia - nel suo paterno e severo grembo ha chiuso per sempre con gli altari del successo. Non c’è storia, nessuna possibilità d’appello, nessun diritto di replica. Non restano che l’onorevole rassegnazione e la dignitosa accettazione del verdetto di fronte al giudice dei giudici del tribunale supremo del pop.
Per il Cestone dell’Autogrill valgono i principii dell’ipse dixit, dell’insindacabilità del giudizio, dell’autorità – ed autorevolezza - decisionale massima.
Ma da buon tutore dell’ordine, egli è un gerarca amorevole: quando emette sentenza di condanna, al contempo salva l’imputato, strappandolo al baratro dell’oblio, salvandolo dalle nebbie della Storia, offrendogli un riparo sicuro dalle intemperie dello show-business che tutto fagocita e tramuta in bolo di dimenticanza, per poi non lasciare al ricordo che lo sterco informe di quel che fu.
Mentre il Cestone preserva la memoria di ciò che è stato nonostante tutto e trasmette ai posteri gli errori del passato - che è il proprio presente - affinché essi assurgano all’aristocratico rango di reperti cari ad archeologi volenterosi. Giacché è sulle storture trascorse che si impara a plasmare un futuro migliore, forti degli esempi di ieri che insegnano ad evitare gli abbagli domani. Ed in fondo anche il male si trasfigura in qualcosa di bello allorché si tinge d’antico. Perché l’età, si sa, tutto divora ma tutto nobilita.
Felici devono essere pertanto coloro i quali hanno in sorte di cadere nel Cestone, poiché quell’epilogo è invero un principio e da un secolo ingrato essi rinasceranno un giorno a museale vita, consegnati alla Storia nella nuova e smagliante veste di monumenti.
E’ per un avvenire radioso pertanto che il Cestone dell’Autogrill compie il proprio dovere con stoico spirito di servizio.

Grande è la gioia che il Cestone regala all’inquieto viandante, recante in mano un panino Fattoria ed in bocca il tormentone della gita che con ridanciana imponenza ha risuonato poco prima nel pulmino. Tra le maglie della Juve ed i pacchi di Grisbì, può il viaggiatore rovistare in quell’oceano misterioso denso di echi di stagioni remote, fitto di mostri venuti da lontano, e dal mucchio di copertine sfavillanti, che non temono l’accostamento di colori che la Regola dittatoriale vuole siano incompatibili, fa riemergere alla luce nomi ignoti o che si credeva perduti per sempre.
Alvaro Amici e la sua fisarmonica, le Oba Oba, le canzoni di Natale di Christian, scampati da morte sicura, vengono riesumati e rivivono negli occhi e nelle orecchie di chi è partito a Ferragosto all’ora di punta ed è stato premiato per questo con la Conoscenza degli Abissi dello Scibile Acustico.
Cosa saremmo noi oggi senza l’album solista di Mauro Repetto o “T’appartengo” di Ambra Angiolini od il liscio frizzante di Sonia e Raimondo nel loro indimenticato ed indimenticabile concerto alla Sagra del Budello di Porco di Montegrufolone? “Un due tre stella quant’eri bella”, “Si ‘o marito chiù carnale”, “Italia mia bella, Italia novella”, sono ancora libere di risuonare nelle cuffie per gli ascolti-prova ed ai loro autori è concessa la speranza che quei brani incontrino, chissà, le mani capaci, attente ed esperte di qualcuno di TeleA+ o di CantaItalia, magari di passaggio dopo una settimana a Castiglion della Pescaia o Montalto di Castro.

Io levo a te dunque il mio canto di lode, o, sommo, o immenso Cestone, paladino del bene, eroe della cultura con la c minuscola.
Ti raggiunga in ogni Autogrill questa mia preghiera, questo mio tributo, cosicché tu possa proseguire nel tuo alto lavoro e preservare per tutti i popoli e tutte le genti in sosta dopo la fila al casello le più ardite testimonianze del genio umano in sciopero e conservarle ad imperitura memoria del fatto che Nino D’Angelo e Mino Reitano non sono nati da nulla, ma sono debitori – come d’altronde noi tutti lo siamo - di uomini che hanno scavato impavidi negli anfratti più reconditi del perturbante e ne hanno estratto la materia dello sconcerto.
Umilmente ti saluto, o Cestone dell’Autogrill.

Collage Trash

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Notizie Ansia - Ultim’ora

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 3 Aprile 2007

- Al Politecnico di Blacksburg in Virginia, negli Stati Uniti d’America, un esaltato irrompe uccidendo trentadue studenti e ferendone una ventina a colpi d’arma da fuoco comprata al supermercato e caricata con proiettili acquistabili dal barbiere. Senz’altro la colpa è di Marilyn Manson.

- Barzelletta sul Fantasma Formaggino muore di vecchiaia. Al capezzale c’erano un Tedesco, un Francese ed un Italiano.

- Secondo le ultime statistiche, ogni volta che due omosessuali si fidanzano, a seimila chilometri di distanza una famiglia tradizionale entra in crisi per via dell’influenza nefasta della coppia di fatto. “Eravamo un famiglia serena, ci volevamo bene, tutto andava per il meglio; poi un giorno abbiamo saputo che due gay si erano sposati in Olanda e da quel momento ho cominciato a tradire mia moglie, mentre lei trascurava me ed i bambini” ha dichiarato uno dei divorziati intervistati.

- Emergenza nascite: continua a crescere vertiginosamente il numero degli affetti da esistenza. Le autorità lanciano una nuova campagna di sensibilizzazione per l’uso di anticoncezionali.

- Bush vara il piano per utilizzare i cereali come combustibile e carburante alternativi. Entusiasti gli abitanti del Terzo Mondo, particolarmente ghiotti di marmitte catalitiche.

- Base U.S.A. a Vicenza: inquinerà il doppio, ma offrirà tanti posti di lavoro. I nuovi impiegati potranno respirare l’anidride carbonica esalata dal capoufficio in sostituzione dell’ossigeno, ormai considerato retrò.

- “Il femminismo è insopportabile”, sostiene il 78% delle donne con indosso una minigonna mentre esce dal lavoro con l’ultimo dei vari partner avuti e si accinge ad andare a votare prima di una bella serata in discoteca con le amiche.

- Temperature in aumento su tutta la penisola, con picchi fino a trenta gradi del tutto insoliti per questa stagione. Gli esperti dicono: “Fa decisamente caldo”.

- Anziano muore tra le fiamme dell’incendio divampato nella propria abitazione. A nulla sono valse le grida d’aiuto all’indirizzo del vicino di casa sordo.

- Il 15% degli italiani afferma di amare lo snorkeling. Il restante 85 ignora cosa sia.

- Gabriele Muccino girerà un film sulla vita di Seneca con Stefano Accorsi nei panni del filosofo. Grande attesa per la scena della sbroccata al telefono.

- Elefantino nasce allo zoo di Berlino. Tante le persone accorse a commuoversi con la dolcezza del tenero cucciolo che la sera festeggeranno con abbacchio, bistecca, prosciutto e petto di pollo.

- Cogne: sospettato Bruno Vespa.

- Baby-boom in Inghilterra. Due morti.

- Tanti auguri a papa Benedetto XVI che compie ottant’anni e ad una delle vittime dei preti pedofili coperti dal Santo Padre che ne compie otto.

- 4392 (quattromilatrecentonovantadue) è il numero dei sacerdoti accusati di violenza su minore nei soli Stati Uniti d’America. Ma quello del prete pedofilo non è che un luogo comune.

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“Della maraviglia” 4 - La poesia dell’umorismo

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 3 Aprile 2007

Qualche post fa ho avuto modo di esprimere il mio disappunto nei confronti della critica cinematografica in mano a chi non ha adeguate competenze di analisi artistica. Ora mi accorgo con terrore che essa tende pericolosamente all’inaridimento anche quando è fatta da voci autorevoli.
Il sito Kataweb, nella sezione dedicata al Cinema, propone di ogni film indicizzato una sinteticissima recensione tratta dal prestigioso dizionario Morandini, punto di riferimento per ogni cinefilo e studioso della settima arte. Curioso, mi sono messo a cercare cosa riportasse il glorioso testo a proposito di uno dei massimi autori del nostro tempo, per il quale peraltro nutro un debole particolare: Massimo Troisi.
Decido di andare in ordine e comincio quindi dalla sua opera prima, “Romincio da tre”, commedia perfetta e rivoluzionaria che ha fatto scuola e cambiato il modo di fare comicità (Benigni, Verdone, Albanese, Veber – tanto per fare dei nomi eccellenti - sono debitori di quel capolavoro): “Raro esempio di un film che ha messo d’accordo critica e pubblico. Quello di Troisi è uno degli esordi più folgoranti nel campo della nuova commedia italiana degli anni ‘80. Bravo non solo come attore.” Un po’ limitante e superficiale sull’importanza del film, ma in fondo il parere è positivo. Fin qui tutto bene, mi dico.
A proposito di “Scusate il ritardo” i redattori del Morandini si mostrano anche più generosi: “Nella sua apparente e un po’ ripetitiva staticità la commedia è costruita con tranquilla sapienza che attinge linfa, aggiornandola, dalla tradizione del teatro napoletano. Da antologia il dialogo sulla Madonna che piange.”. Quell’apparente mi fa tirare un sospiro di sollievo.
I dolori cominciano quando si arriva a “Non ci resta che piangere”, realizzato insieme all’amico Roberto Benigni: “Semplice, divertente, anemico, senza spessore, mette a frutto tutta la simpatia e l’estro dei due protagonisti”. Ora, passi il semplice (era ciò che volevano); il divertente è scontato; passi pure il senza spessore (l’intento di Troisi e Benigni infatti non era certo quello di affrontare tematiche profonde); ma quell’anemico è una vera bestemmia. Non so come sia venuto in mente a chi di dovere di scrivere quell’aggettivo. Sicuramente volevano dire qualcos’altro ed hanno sbagliato attributo, altrimenti non si spiega come sia possibile definire anemico un film così frizzante, vitale, che gioca con un’alta cultura umanistica tenendola celata e facendone satira giullaresca.
E’ riguardo a “Le vie del Signore sono finite” ad avere la quasi certezza che Morandini&Co. abbiano visto un altro film: “Ambizioni di romanzo, ma riuscito soltanto a metà. Sul versante del costume non manca d’eleganza né di misura, su quello politico inciampa negli stereotipi demagogici.”. Sorvolando su ambizioni di romanzo (direbbe il mio barbiere: “Ma che cazzo ne sai che ambizioni c’aveva Troisi?!”), è quantomai difficile capire dove abbiano notato stereotipi politici demagogici. “Le vie del Signore sono finite” è ambientato nel Ventennio, ma la politica vi entra solo per un istante, con insolita efficacia: senza nessuna retorica precedente, Troisi mostra un breve pestaggio squadrista ai danni del protagonista, reo di una battuta di spirito nei confronti del Duce. Sono solo due o tre minuti che valgono da soli più di qualsiasi “Schindler’s list”, “La vita è bella” ed “Il Pianista” messi insieme, carichi di metafore e densi di garbo e brutalità nel contempo. Poi si vede, di nuovo per pochissimo, il personaggio nelle carceri fasciste, dopodiché la vicenda rientra nei suoi ranghi di storia d’amore. Tutto qua. Ditemi voi dove sta la demagogia stereotipata.
“Pensavo fosse amore…invece era un calesse” viene bistrattato: “E’ il più ambizioso ma anche il meno riuscito dei film di M. Troisi che dà il meglio di sé nei lunghi monologhi. Brava e bella F. Neri, tutti bravi i comprimari cui, caso raro, Troisi concede il giusto spazio.”. E’ una novità per me sapere che Troisi sovente emargini dal racconto gli altri attori. Eppure mi sembrava che nei precedenti film le figure femminili e le spalle storiche Lello Arena e Marco Messeri interpretassero personaggi tanto di primo piano da apparire praticamente co-protagonisti, ma evidentemente mi sbagliavo. I morandinisti sembrano però avere un moto di semi-pentimento ed aggiungono: “Film d’amore, sull’amore, intorno e dentro l’amore, ha avuto i suoi sostenitori: ‘Piccolo piccolo e anarchico… uniforme e imprendibile, fluidissimo e singhiozzante, febbricitante e dolcissimo’ (Gariazzo & Chiacchiari).”
De “Il postino” parlano diffusamente e mi procurano diversi sussulti: “Approssimativo e oleografico nell’ambientazione; sforzato nel discorso politico; troppo sbilanciato a sfavore di Neruda; incerto nelle figure di contorno”. Al baretto direbbero: “Oleografico che vor di’?!”. L’ambientazione è costituita da pochi set volutamente il più semplici possibile (la spiaggia, la casa di Neruda, l’osteria) che fungano da scenografia scarna per esaltare i dialoghi tra Mario ed il poeta. La politica anche qui entra sempre di soppiatto, con estrema discrezione. Persino della grande manifestazione finale del PCI lo spettatore non vede che pochi fotogrammi. Il resto si perde nel ricordo suggestivo. Neruda incarna il ruolo del maestro quasi mitico, del totem che piano piano si umanizza: non è un film biografico su Neruda, quindi Troisi e Radford sono stati molto attenti a far percepire la sua presenza senza imporla, come una grande ombra che tutto domina tacitamente. Le figure di contorno sono appunto figure di contorno: servono alla sceneggiatura come strumento narrativo al servizio dell’atmosfera temporale-culturale. Mah.
Ci sono quindi i film che Troisi ha interpretato con Marcello Mastroianni per il regista Ettore Scola.
Con “Splendor” ci vanno giù pesanti: “Fiacco come amarcord, inattendibile sul piano rievocativo, moscio nell’intreccio degli affetti privati, lamentoso e contraddittorio.”. Sarà la mia impressione, ma mi sembrano più pareri personali che tentativi ermeneutici ed analitici.
“Il viaggio di Capitan Fracassa” viene trattato con sufficienza: “Definito da Laura Novati ‘favola teatrale in forma di romanzo’, girato interamente in studio, il film di E. Scola non si discosta da una barocca dimensione scenografica: tutto qui è teatro. Bello, ma senza cuore. Elegante, ma senza energia e, in fondo, senza una vera ragion d’essere.” Qualcuno doveva spiegare a chi ha scritto il pezzo che Scola voleva che qui, appunto, tutto fosse teatro. Essendo una sperimentazione estetica, non voleva certo essere appassionato ed energico, considerando anche il fatto che la pellicola è tratta da Gautier, fiero sostenitore della bella forma e disinteressato al contenuto emotivo. Mi chiedo poi quale sia la ragion d’essere di ogni film se non quella della volontà creativa di un artista.
Se nei due precedenti casi nessuna critica coinvolgeva direttamente Troisi, praticamente perfetto, è in “Che ora è” che la banda di stroncatori si attacca all’inaudito fino a rasentare l’assurdo ed il ridicolo. Il film è retto magistralmente dall’inizio alla fine dai soli Mastroianni e Troisi - tanto che la loro interpretazione valse ad entrambi la Coppa Volpi 1989, uno dei massimi riconoscimenti per la recitazione - con qualche sporadica apparizione di personaggi di sfondo, ma il Morandini riporta: “Sul tema della difficoltà di comunicazione tra due generazioni è un veicolo per due prove di attore a confronto, indebolito da un improbabile M. Troisi, troppo anziano e – udite udite – TROPPO NAPOLETANO (stampatello ed inciso miei, N.d.R.) per la parte”. Quando si dice non sapere proprio dove andare a parare. Ora, per il ruolo di un ragazzo nato e cresciuto a Napoli, ritagliato da Scola su misura per lui, Troisi è troppo napoletano. Come a dire che Stallone è troppo muscoloso per fare Rambo o Sharon Stone troppo bella per fare la parte della femme fatale.

A me di Troisi viene da dire solo che è uno dei massimi autori ed attori comici di sempre, l’unico italiano che regga il confronto alla pari con i giganti internazionali – anzi, gli dei – Woody Allen e Groucho Marx. Ha portato la poesia nell’arte dell’umorismo ed ha dimostrato come un genio possa affrontare tematiche enormi come la politica, il viaggio, la religione, l’amore, la crescita personale, il tabù, con una delicatezza che diviene forza grazie all’intensità del silenzio e della parola arguta. Ha mutato e arricchito il linguaggio artistico cinematografico, ha modernizzato un genere guardando al passato, ha riformato i tempi comici e reso la satira tanto più tagliente quanto più pacata. Quando pur ostentando con saggezza e piena coscienza una territorialità provinciale si perviene all’universalità artistica (et ergo filosofica), ebbene, credo che in quel caso si abbia a che fare con un Sommo Maestro.

La mia sconfinata ammirazione per Massimo Troisi mi porta ad inserire, a differenza dei precedenti numeri della rubrica, ben due perle. Se le merita, alla faccia di Morandini.

Questo dunque - che per me rappresenta la vetta massima ed insuperabile della comicità in assoluto - è un chiaro esempio di “anemia”

E questo un estratto “approssimativo e oleografico nell’ambientazione, sforzato nel discorso politico, troppo sbilanciato a sfavore di Neruda”

Ah Morandi’: mavvaffanculo, va’.

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“La vita può essere meglio di così” 11

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 2 Aprile 2007

Donne sottomesse

Il guaio è che molte di queste donne sanno che la vita può essere meglio di così.

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Dal consumatore al produttore

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Aprile 2007

Salame Negroni

Facciamo un passo indietro

Maiale torturato

A chi non farebbe gola?

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“La vita può essere meglio di così” 10

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 2 Aprile 2007

Pasqua filippina

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Qualcuno non muore a caso

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Aprile 2007

Tempo fa fui autore di questo post mooolto politicamente scorretto che attirò parecchie critiche e mi valse la nomina a Somaro Ontologico. Lo avevo realizzato in un periodo di intenso dibattito sull’eutanasia e con la mia satira nera e pesante volevo sfogarmi, esprimere rabbia -  attraverso il mezzo dell’ironia - per la condizione di tanti malati terminali che gridavano (e gridano tuttora) vendetta, costretti a patire le pene di un inferno che per loro si è materializzato in terra a causa dell’oltranzismo oscurantista delle alte sfere religiose e dei loro affiliati.
Oggi, a distanza di tre mesi e passa da quell’“I have a dream”, leggo di un sedicenne suicida a causa di bullismo ed omofobia e capisco tante cose in più.
C’è chi si sdegna con chi scherza sui propri desideri di morte per personalità che con il loro potere sono state - e sono - causa di barbarie e regresso, ma coloro i quali hanno dato del gretto e del violento a me non si scompongono con chi, tramite le sue influenti predicazioni, provoca, più o meno indirettamente, la rovina vera di innocenti.
Sì, perché quel suicidio non nasce dal nulla: esso è figlio di una temperie di intolleranza gestita e manovrata da soggetti ben precisi.
Laddove le autorità clericali e politiche, che si propongono – o meglio, pongono – deliberatamente come guide della società (sic!), creano un clima di discriminazione nei confronti di alcune categorie di persone - in questo caso gli omosessuali - è del tutto normale e, ahimé, naturale che gli individui più giovani recepiscano insegnamenti disastrosi da quel degenerato apparato educativo.
Eguagliando gli appartenenti alla comunità GLBTQ ai pedofili, impedendo loro di acquisire la totale parità di diritti con i cittadini eterosessuali, li si declassa ad esseri umani di serie B, a dei mostri, a dei subnormali, ed un ragazzino impara a trattarli da, appunto, inferiori, ad irriderli e tormentarli con disprezzo.
Privando un uomo della sua legittima umanità in base ai suoi gusti - che siano sessuali, culturali, esistenziali - lo si espone alla mercè di qualsivoglia angheria.
Ecco perché Wojtyla (santo suBBito!), Ratzinger, i loro predecessori, i loro colleghi di altre fedi, più i vari Mastella, Casini, Calderoli, Bush, Ahmadinejad e così via sono i diretti responsabili di innumerevoli tragedie come quella dell’adolescente di Torino.
I danni dei loro perversi principii non sono solo ideali, bensì fattuali: le campagne di Giovanni Paolo II (ari santo suBBito!) e del Vaticano tutto contro l’uso del preservativo o contro l’eutanasia, ad esempio, comportano l’acuirsi della catastrofe dell’AIDS nei paesi poveri (e non solo) e le sofferenze di migliaia di infermi. In poche parole, morte e dolore.
Quello studente che si è ammazzato, arrivato com’era al limite estremo di sopportazione, ha dovuto subire il frutto di valori negativi, fondati sulla totale mancanza di rispetto per l’alterità, sulla dittatura teocratica, sulla repressione ed emarginazione del diverso, sulla fede cieca in un dio terribile, superbo, capriccioso, assetato di dominio, che non ammette disobbedienza, sulla demonizzazione del piacere, sulla sottomissione ed automazione dell’individuo. Un robot pieno di viscidume e risentimento è una macchina omicida senza pari, sebbene non ne sia cosciente.
Quindi voi maschilisti omofobi demonizzatori dei DICO, integralisti sostenitori della famiglia tradizionale, sappiate che per me valete meno di un comune assassino. Già, perché un assassino ha almeno il fegato di compiere delitti in prima persona, rischia e si sporca le mani, mentre voi siete anche vigliacchi, mandanti senza coscienza di crimini contro degli indifesi.
La differenza tra Ali Agca e quel maledetto finanziatore della dittatura di Pinochet sta solo nel coraggio dello sparo.
Quel ragazzino lo avete ammazzato voi, Ratzinger, Bagnasco, Mastella, e tutti voialtri che pendete dalle labbra di questa feccia.
Rinnovo il mio sogno: spero che tutto il male di cui siete artefici vi ritorni indietro con un cospicuo incremento.
Dunque, nell’ordine, auguro: ai sessisti razzisti di vedersi privare anche del diritto a nutrirsi; ai sessuofobi di ammalarsi di AIDS e subire la caduta dei propri organi genitali; agli oppositori dell’eutanasia di venir colpiti insieme a tutti i loro cari da un morbo incurabile che li costringa ad una lunghissima vita tra atroci tormenti, indicibili patimenti, che strazino le carni e la mente oltre la soglia di tolleranza.
Nei secoli dei secoli amen.

Avvertenza: mi prenderò la libertà di insultare ulteriormente cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, animisti, raeliani, credenti vari e tutti coloro i quali avranno da ridire su questo articolo.

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300 motivi di meraviglia

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 2 Aprile 2007

Purtroppo numerose testate giornalistiche incaricano di redigere recensioni cinematografiche penne che sarebbero più adatte ad occuparsi di economia od enogastronomia. Per questo capita sovente di vedere scrivere di arte giornalisti del tutto digiuni di estetica, teoria della letteratura, storia della critica, assolutamente privi di conoscenze, competenze e sensibilità necessarie per poter comprendere ed analizzare un film. Risultato: ottime pellicole ignominiosamente maltrattate da immeritevoli spettatori con diritto di parola su quotidiani, riviste, siti internet.
Recentemente è accaduto ad un’opera perfetta o quasi: il chiacchieratissimo “300”. Basti pensare che perfino un insospettabile come Michele Serra, notoriamente arguto e profondo, si è vantato di non averlo neppure visto. Sono sempre i migliori che danno le delusioni più cocenti.
Ma in “300Frank Miller prima e Snyder, Johnstad e Gordon poi hanno saputo restituire lo spirito del poema epico come mai prima d’ora era stato fatto al cinema. Con molta umiltà hanno lasciato le ricostruzioni storiche agli esperti, agli archeologi, e loro, da artisti, hanno ricreato una battaglia come l’avrebbero cantata gli aedi e come l’avrebbero recepita i greci.
Perché sia chiaro: “300non è e non vuole essere un film storico e denuncia il proprio carattere di finzione immaginifica attraverso una visionarietà fantastica supportata da scenografie che si mostrano trasparentemente come fittizie ed una fotografia che immerge lo spazio in un’atmosfera onirica per mezzo di colori irrealmente opacizzati che riprendono il fumetto originale. Ed ecco quindi che i persiani sono esseri mostruosi e corrotti, proprio come li concepiva il popolo ellenico; Serse, dio-re, è elegante fino al parossismo e gigantesco, in quanto nella mitologia classica gli dei erano considerati molto più alti rispetto agli uomini; gli spartani sono eroi devoti alla propria terra; etc.
Denotano pertanto un’ignoranza sconcertante le accuse di razzismo rivolte agli autori del film: se si intende infatti tentare di riprodurre l’essenza dell’epica greca, sarebbe un errore grossolano non considerare il fatto che la cultura ellenica era una delle più razziste che la storia ricordi. Alcuni scritti di Aristotele, ad esempio, farebbero impallidire qualsiasi Evola o altro teorico del nazismo. Barbari venivano chiamati gli appartenenti alle popolazioni straniere rispetto a quella greca e se anche oggi molte persone cresciute nell’epoca dei media sono scosse dalla fisionomia africana o asiatica, figurarsi come un abitante del Peloponneso o della Macedonia nel 191 a.C. avrebbe potuto reagire di fronte ad un mulatto o ad un mongolo.
Peraltro seppure fosse vero che il film è pro-Bush, ciò non toglierebbe alcunché al suo valore. Qualcuno oserebbe affermare che le poesie di Ezra Pound od i romanzi di Céline siano di scarsa qualità letteraria in virtù della vicinanza degli autori agli ideali fascisti?
Il colto sa che l’arte non può essere indagata con le categorie della vita e la vita non può essere letta con quelle dell’arte, poiché, seppure godano di influenze reciproche, costituiscono due mondi completamente diversi. L’arte va interpretata innanzitutto in senso extramorale, al di là del bene e del male. La confusione tra arte e vita è colpa del lettore non istruito alla cultura. Madame Bovary rimane intrappolata nei romanzetti rosa che confonde con l’esistenza vera. Se all’uscita dalla sala qualcuno andasse ad arruolarsi per combattere contro gli islamici (per di più chi fa la parte del perverso nel racconto sono soprattutto i sacerdoti occidentali), ciò sancirebbe il fallimento del sistema educativo e non sarebbe certo colpa degli autori del film.
Ciò che l’artista mostra nell’opera appartiene ad un universo che inizia e finisce nei confini dell’opera stessa. Dialoga con la vita, con la politica (intesa in senso lato), ma non la determina né vuole determinarla. Se l’artista ricerca il bello anche in argomenti scabrosi, ad esempio la pedofilia, questo va preso come puro esperimento artistico e non certo come esortazione all’abuso su minore. Ogni travisamento è da imputarsi sempre e comunque al fruitore dell’opera.
E lo spettatore di “300” ha tanti altri aspetti su cui concentrarsi.
Innanzitutto sulle figure retoriche visive, la più frequente delle quali è senza dubbio l’iperbole, propria delle narrazioni omeriche e post-omeriche. I poemi dell’antichità dovevano infatti esprimersi nella maniera più chiara e coinvolgente possibile, facendo immaginare nitidamente la scena ad un uditorio vasto per estrazione culturale. Ed ecco che allo stesso modo il film mostra montagne di cadaveri nel vero senso della parola, elefanti quintuplicati nelle loro dimensioni, l’accampamento dell’esercito persiano sterminato oltremisura, giacché così un greco avrebbe percepito un animale gigantesco del quale neppure aveva mai sentito parlare od un assembramento di soldati cento volte superiore al numero complessivo dei cittadini di qualunque città attica. Non è un caso che agli storici del tempo un’armata di duecentomila uomini sia sembrata di due milioni…
Tipica dell’epos è poi la caratterizzazione dei personaggi. Nei loro studi in merito, Lukàcs e Bachtin hanno rilevato come il personaggio dell’epica sia perfettamente uguale a se stesso, al suo destino, alla sua predestinazione. In uno spazio-tempo ancora governato dagli dei (che nella modernità di “Don Quijote” abbandoneranno il mondo), e quindi in cui il Senso è dato, Achille, Aiace, Ulisse, Agamennone sono poco più che tipi fissi, lontani anni luce dalla complessità abissale di un Ivan Karamazov o di un Joseph K. Ugualmente, il Serse milleriano è tutta superbia e sete di potere, Leonida tutto orgoglio e valore, Stelio tutto sprezzo e abilità, e così via. I primi piani sono assai distanti da quelli bergmaniani: non scavano, bensì si limitano ad evidenziare. Maschere magistralmente ritagliate su un orizzonte di certezze.
Propria della visione ellenica è poi la figura di Efialte: laddove vige il principio della kalokagathìa, il traditore non può che essere brutto e deforme, mentre l’onore è prerogativa dei belli.
Degna di nota è l’attenzione alle pose degli attori - scelti con estrema cura e selezionati in base alla loro credibilità fisica - che non si fermano mai in gesti casuali, ma ricordano statue scolpite secondo il canone di Policleto; Serse invece siede sul trono a guisa di una divinità indiana, in una posizione simile a quella di Shiva nelle raffigurazioni arcaiche.
Da rilevare la sublime ricostruzione della falange, ogni movimento della quale è evidenziato con estremo dettaglio.
D’altronde la cura del particolare e delle sfumature risulta evidente in ogni singola scena ed inquadratura, ognuna delle quali è un quadro pittorico, fedelissime al romanzo grafico di Frank Miller.
I movimenti della colonna sonora accompagnano ed esaltano ogni momento di particolare pathos o tensione della vicenda ed il montaggio concorre ad evocare la concitazione dello scontro. Tecnicamente, un gioiello - basti pensare alla trovata che ha avuto il regista di girare la danza dell’oracolo sott’acqua per offrire l’effetto della levitazione.
Insomma, l’epos classico rivive aggiornato. Peccato che molti non l’abbiano capito.
Un errore nel film c’è: la parola Agoghè (il periodo di addestramento dei giovani spartani) viene pronunciata Agogè. Ma si può perdonare.

300, fotogramma

N.B. Un doveroso ringraziamento va al compare Publio, le cui acute osservazioni sono state necessarie per la stesura di questo tributo ad un film che abbiamo entrambi follemente amato.

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“I have a dream” 2

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 2 Aprile 2007

Sagra dell'Uomo

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