Si è spento questa mattina nella sua casa in subaffitto il grande scrittore, saggista e cavadenti Tepiass Encorpo. E’ stato il maggiore poeta uzbeko del suo tempo, fino a quando tutti gli altri suoi connazionali non hanno imparato a leggere e scrivere.
Gli studiosi lo piangono, i baristi lo ignorano; è un giorno di lutto per tutti gli umanisti – tranne che per Gervaso Sfrangiabbuttoni, al quale non è mai stato troppo simpatico. Rolando il vetraio pare invece che non ne abbia mai sentito parlare.
Il mondo perde oggi il suo massimo artista quanto a spessore del pollice.
Traccio questo suo estremo ricordo con gli occhi gonfi di lacrime ed un discreto prurito al polpaccio destro dovuto ad una leggera irritazione cutanea.
Tepiass Encorpo è stato infatti per me ben più di un maestro: guida, modello, padre, fratello, zio di secondo grado per parte di madre, spalla su cui piangere, punching-ball sul quale sfogarmi.
Encorpo nacque nella capitale dell’Uzbekistan, della quale ignorò sempre il nome. “Dov’è nato lei?” “Nella capitale dell’Uzbekistan” “Qual è la capitale dell’Uzbekistan?” “Boh” era una scena che si ripeteva assai frequentemente.
Seguì la madre a Parigi, dove frequentò un cenacolo di artisti e letterati; mise in scena la sua prima tragedia, che però non ottenne il successo sperato, prima di essere denunciato da Alessandro Manzoni per plagio di biografia.
Era un uomo di poche parole: ne conosceva giusto una trentina, quelle sufficienti per fare la spesa o chiedere informazioni, ma aveva imparato a mescolarle magistralmente tanto da riuscire a scriverci le sue personalissime poesie, impreziosite da un paio di termini pregiati, che facevano la loro porca figura, come transustanziazione o metempsicosi, fortuitamente presenti e capitati per caso nel suo lessico rarefatto e campobasseggiante. Qualche esempio del suo stile unico: “Che ore sono?/L’ora della transustanziazione”; “Mi faccia un etto e mezzo di metempsicosi, per favore/Mi è venuto un etto e quaranta: lascio?/Lasci”.
La sua prima raccolta di componimenti, il cui titolo “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace” metteva le mani avanti, attirò la curiosità delle principali riviste letterarie di Isernia: “Encorpo dimostra che la Poesia ha ancora qualcosa da dire e molto di cui vergognarsi” (Letteratura Domani – Per Ora l’Agricoltura); “A me Encorpo mi piace molto” (Il mentecatto alfabetizzato); “Chi cazzo è?” (Il barbiere camionista); “Tutto sommato Encorpo è un bel ragazzo” (Luigina la figlia del povero Armandino).
Con “Il sospiro del serpente – Disquisizione sull’alito degli animali”, il secondo libro, ottenne un eccellente riscontro di pubblico e vendette entrambe le copie.
Sulla sua terza opera, “L’amore artigiano”, difficilmente collocabile entro i rigidi confini di un genere ben definito, si catalizzò una notevole attenzione allorché venne collocata nello scaffale delle riviste pornografiche a coprire parzialmente Penthouse. Quando fu spostata nel reparto Gastronomia, cadde ingiustamente nel dimenticatoio.
Ma fu il trattato sul rapporto tra meditazione ed aerofagia, “Speculazioni a naso chiuso”, a costituire uno spartiacque della cultura moderna: da quel momento in poi, ci sarebbe stato chi avrebbe letto Encorpo e chi avrebbe optato per l’erudizione.
Il “Manuale di istruzioni del Pinguino De Longhi” ed il libello ad esso collegato, “La decisiva influenza dei condizionatori nel ‘900 relativamente ai reumatismi”, chiusero il suo tormentato percorso di ricerca e sancirono il suo ingresso tra i nomi eccellenti del ventesimo secolo della provincia di Vicenza, consacrandolo caporeparto della catena di montaggio.
Memorabile rimase il proprio intervento al Congresso Annuale di Filosofia Teoretica Applicata ai Beni Immobili, dove era stato invitato in qualità di insigne letterato nonché illustre galoppino della Tecnocasa: interrogato sul tramonto dell’umanesimo postmoderno ereditato dallo strutturalismo di matrice esistenzialista, rispose: “Non lo so. Io parlo solo di figa”.
Gli venne quindi offerta la prestigiosa Cattedra di Linguistica e Filologia ad Harvard: se la portasse pure a casa, aveva stabilito il Consiglio, purché la smettesse di pranzare a scrocco nella mensa dell’università adducendo la motivazione di essere privo di un tavolo su cui mangiare.
Ripenso con commozione alle massime che dispensava a noi allievi raccolti intorno a lui sotto il cielo stellato d’agosto per riflettere e discorrere, insieme ad una mente sempre attenta e mai quando serviva, sul concetto d’Infinito e sul rincaro dei prezzi dovuto all’euro. Perle di saggezza senza eguali erano quelle che proferiva con voce tonante eppur gentile: “L’universo intero grava sulle nostre spalle, ma ciò non giustifica la mia scoliosi”, “Laddove l’uomo si ferma, lì fanno un’ottima carbonara”, “La fregna è fregna e non è legna”, “Ricordatevi sempre che lo stracchino da Sandro costa di meno”.
Era fatto così Tepiass Encorpo: sapeva vedere sempre la parte bella delle cose, estrarne il buono anche quando tutti disperavano, notare il lato B ruotando la musicassetta. Quando ad un convivio gli servirono un modestissimo rosso barriccato, alla domanda: “Com’è?”, con la sua proverbiale austera pacatezza grondante titanica sapienza, rispose: “Sempre meglio di un calcio nelle palle”.
Ostile ad ogni schema, nemico del congiuntivo, fu illuminante la sua interpretazione della Divina Commedia, che usò per accendere il fuoco.
Tra le sue pagine ho sovente trovato nutrimento, specie quando ci incartavo le uova.
Con lui non servivano parole: bisognava passare direttamente agli schiaffi. Aveva una scorza dura, in particolar modo nei calli ascellari. Spesso bastava uno sguardo per intenderci e segnalare l’uno all’altro la presenza od il passaggio di una bella strappona a pochi metri.
Se ne stava ore ed ore assorto in contemplazione dell’immensità del cosmo e delle misure della vicina di casa che eccedevano i parametri imposti dall’Unione Europea. Con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto, era invero concentrato sulle bocce.
Egli non pensava ciò che scriveva: lo vedeva, nitidamente impresso a lettere di fuoco davanti a sé, ma faceva finta di niente.
Grazie a lui ho imparato ad apprezzare l’endecasillabo sciolto e ad usare semplice scotch al posto del nastro isolante.
Di lui, custode della conoscenza e del capannone di Cecco il fabbro, voglio conservare gelosamente nella memoria soprattutto quella volta in cui gli chiesi delucidazioni su una questione di fondamentale interesse all’interno del pensiero contemporaneo: “Professore” domandai “Lei ha mai capito il significato più profondo dell’epifania del senso in Joyce?” “No”.
Tepiass Encorpo è stato un intellettuale di prim’ordine in serie C2 che ha dato tanto all’umanità tutta, senza che nessuno gli abbia mai chiesto niente. Ha rappresentato il prototipo dell’esteta strappato alla pastorizia ed è grazie a lui se oggi possiamo rivalutare chi sceglie gli istituti professionali o smette in terza media ed inizia a lavorare come manovale utile al progresso generale.
Ci mancherà, mancherà a tutti, specie a coloro ai quali doveva dei soldi.
Archivio per Maggio 2007
“Diario simulato” 8 – In morte di Tepiass Encorpo
Pubblicato da sdrammaturgo su 26 Maggio 2007
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All’italiano non far sapere
Pubblicato da sdrammaturgo su 15 Maggio 2007
In Italia tutti sapevano che il dodici maggio duemilasette sarebbe stato il Family Day (agli esterofili non piace “Giorno della Famiglia”. Sono convinti che l’inglese faccia più figo. Pardon, cool). Molti meno erano al corrente dell’altra manifestazione per l’Orgoglio Laico in contemporanea.
In Italia tutti sanno che il principino William si è lasciato e che suo fratello Harry è proprio uno scavezzacollo. Quasi nessuno conosce i crimini della monarchia inglese commessi nelle colonie in giro per il mondo in circa cinque secoli di Commonwealth.
In Italia tutti sanno tutto sul tempo meteorologico. Un po’ meno sul tempo storico nel quale vivono.
In Italia tutti sanno tutto quello che dice il Papa. Ah, no. Ecco, questo non è esatto. Effettivamente in Italia quasi nessuno è sufficientemente informato sui più rilevanti atti e parole del Pontefice. Quando il Santo Padre fa o dice qualcosa di veramente cruciale, i media genuflessi e conniventi tacciono strategicamente.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno ad esempio che Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Tarcisio Bertone e tutte le alte sfere vaticane (sì, pure il santo suBBito Wojtyla, che sapeva, eccome se sapeva) hanno coperto, coprono e continueranno a coprire i preti pedofili, sottraendoli alla magistratura.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno che nei soli Stati Uniti d’America sono 4392 (quattromilatrecentonovantadue) i preti pedofili scoperti dal millenovecentocinquanta ad oggi. Chissà in Italia quanti saranno, considerando che qui c’è invece chi sostiene che quello del prete pedofilo sia soltanto uno squallido luogo comune; sicché il cittadino medio, mentre è pronto ad invocare la forca non appena sente parlare di abuso su minore commesso da qualche extracomunitario od altro comune mortale, appare incredulo allorché è un uomo di chiesa a venire accusato del peggiore dei crimini e subito si erge in sua difesa (con l’aiuto di politici che si indignano se si solleva il problema, magari per mezzo della satira, questa somma nemica del potere oscurantista), prodigandosi per tutelarlo da qualsiasi eventuale rischio di linciaggio mediatico e strapparlo alla mano troppo secolare della Giustizia.
Ma cosa ci si aspetta da persone cresciute in parrocchia?
D’altronde in Italia la triade Dio-Patria-Famiglia ha sempre riscosso un notevole successo. E se si pensa che il 70% delle violenze sessuali sui bambini avviene tra le pareti domestiche e che quella dei ministri di dio è la categoria più soggetta ad accuse di questo genere (anzi, l’unico caso al mondo in cui si fa riferimento ad un’intera specifica categoria per un simile reato, tanto vasto è il numero di appartenenti che si sono macchiati del crimine di stupro su minore), esce fuori un gran bel quadretto dell’italica patria.
E’ davvero un Belpaese, questo Stivale sporco di merda e profumato d’incenso.
Fortunatamente – o sfortunatamente che sia – chi ha accesso alla rete può venire a conoscenza di notizie di capitale importanza, ovviamente tenute nascoste da televisione e giornali (sarà per questo che qualcuno sta tentando di operare una sorta di censura su internet?). Capita allora che persino visitando un sito – peraltro abbastanza commerciale – come Libero.it ci si imbatta in una vicenda agghiacciante: la BBC, il primo ottobre duemilasei, ha trasmesso un documentario sui preti pedofili in cui si fa diretto riferimento a Benedetto XVI, il quale ha rinnovato il divieto di testimoniare – pena la scomunica – in tribunali civili per reati di abusi sessuali che avessero coinvolto religiosi.
Naturalmente nell’Italietta non lo trasmette nessuno, ma grazie all’ammirevole lavoro di sottotitolatura compiuto dallo staff di Bispensiero, il video in cinque parti è reperibile su Youtube.
Aspettando pazientemente il giorno in cui una mano santa divinamente ispirata lo toglierà pure da lì, nel frattempo cerco di fare la mia parte nella campagna di doverosa diffusione del filmato, onde per cui non posso che postare il documentario qui di seguito nel mio blog, affinché quanta più gente possibile veda e sappia cosa nascondono i preziosi paramenti sacri baciati da un popolo di pecore ammaestrate altrimenti chiamate fedeli.
Aggiunta del 26 maggio 2007
Com’era prevedibile, il documentario “Sex Crimes and Vatican” è stato oscurato su Youtube, ma per ora è ancora visibile sottotitolato qui ed in lingua originale qui.
E giovedì 31 maggio alle ore 21.00 tutti davanti alla televisione per vedere Annozero: sì, salvo censure all’ultimo momento, Santoro lo trasmetterà nella prossima puntata del suo programma.
Non resta che sperare, miseramente.
Altri link utili
Video di come il clero agisce per proteggere se stesso a discapito dei bambini e bambine abusati: http://www.bispensiero.it/index.php?option=com_content&task=view&id=199&Itemid=6
Intervista esclusiva a Giuseppe Nicotri sul Vaticano ed i preti pedofili sul canale MyNews di MyVide: http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=65
http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=63
I dettagli sul coinvolgimento del Vaticano e di Ratzinger:
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8777
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8953
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Dettagli semantici
Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Maggio 2007
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“Disordine disciplinato” 15 – Signora delle Stragi
Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Maggio 2007
La figura della femme fatale è, nella sua oscurità, la più cristallina allegoria del sapere artistico. Apollinea maschera di bellezza elegante, ella cela il dionisiaco orrore dell’esistenza, manifestato con la crudeltà delle sue pulsioni più terribili.
“Il Bello non è/che la prima nota del tremendo“. Poi viene il dolore, che turbina sotto la superficie sfavillante. E questo “eterno femminino” che “trae al superno” lo fa scandagliando le profondità del male, mostrando come il cielo coincida con l’abisso ed entrambi si fondano in un informe che è sofferenza in quanto non-senso (e viceversa).
Ma oltre la quieta grazia ed il titanico abbandono al fluire delle cose, la reboante tormenta dei tormenti rivela la sua essenza asostanziale: squarciato il velo dell’apparenza e penetrata la crosta lavica del terrore sotteso alla vita, non restano che le ceneri del silenzio e del Nulla, polveri prodotte dalle fiamme gelide del Tempo.
Poiché se si è inghiottiti dal perenne avanzare della morte, ogni vertigine e ogni urlo sono vani.
Stilistica
Quattro quartine composte da due settenari, un senario ed un novenario, questi ultimi legati tramite episinalefe in un sorta di “enjambement ritmico” a creare un doppio settenario che “continua” il metro dei primi due versi.
I versi 2 e 4 di ogni quartina sono legati da rima – nella seconda quartina si ha una quasi rima (assonanza).
Frequenti allitterazioni in r, s e t che sembrano cozzare tra loro per poi risolversi nella dura musicalità delle vocali, ad evocare la funesta melodia delle tempeste.
*
Signora delle stragi
agli uragani affine
piove calda ombra
al principiar della tua fine.
Al tempo che percuote
la nostra storia in fuga
chiedi che t’incendi
a te si prostri e ti seduca.
Sirena dei marosi
ascoso nel tuo canto
spinge i fortunali
il miserevole tuo pianto.
Le maschere si bruciano
al nulla del tuo inferno:
cenere è la veste
inghirlandata del tuo inverno.
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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 7
Pubblicato da sdrammaturgo su 3 Maggio 2007

Un enorme grazie a Publio per avere scovato ed immortalato la vetrina con i Gesucristini tra i negozi di quel paradiso del kitsch qual è Via della Conciliazione.
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