A buon intenditor
Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 4 Giugno 2007

La frenologia è una scienza esatta.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 4 Giugno 2007

La frenologia è una scienza esatta.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 4 Giugno 2007
Giovanni Falcone ha detto: “La Mafia non è invincibile. Essa è una cosa umana e come ogni cosa umana ha avuto un inizio ed avrà una fine”. Una frase quantomai veritiera che dà per questo senza dubbio speranza, ma che risulta fin troppo ottimistica se si considera un altro principio non solo fisico e biologico, ma che può essere esteso ad ogni realtà umana (l’Iconologia ed Adorno insegnano): “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” (e nell’accezione più precisa del lemma, cioè trans-formo, oltrepasso – o meglio, attraverso - la tale forma – formo attraverso - verso un’altra nutrita dalla sedimentazione e stratificazione delle precedenti). Proprio riguardo la Mafia, ad esempio, basti notare come essa sia il risultato dell’incontro, della fusione e dello sviluppo del sistema feudale e del brigantaggio tradizionale; una sorta di sintesi insomma tra la tesi del potere imperiale accentratore dislocato sul territorio (è facile scorgere nel Padrino, nel Boss dei Boss, un’icona del sovrano e nei vari capi-mandamento una rivisitazione attualizzata ad un determinato ambiente delle figure del vassallo, valvassino, valvassore) e l’antitesi dell’Anti-Stato (tant’è che così vengono spesso chiamate le organizzazione mafiose) criminale. In altre parole: è cambiata la forma dell’usurpazione, ma la sostanza dell’abuso è rimasta immutata. La Mafia per come la conosciamo oggi avrà dunque senz’altro un termine presto o tardi, ma è facile intuire che la sua anima nera fatta di sopraffazione si incarnerà in nuovi corpi ed assumerà altri aspetti.
D’altronde l’essere umano, con tutti i suoi comportamenti e le sue strutture sociali (in senso lato) non è cambiato granché dagli albori dell’evoluzione, per non dire che non è cambiato affatto. I rapporti di forza che regolano l’ecosistema da esso stesso costruito ed in cui si muove appaiono infatti pressoché immutati da sempre: il più debole soccombe e l’individuo (o meglio, la classe di individui) che trionfa nella lotta per la supremazia si prodiga per imporre il proprio dominio e conservare i propri privilegi. L’hobbesiano “homo homini lupus”, confermato più di quanto non sembri dalle teorie di Michel Foucault, vale anche per le microscopiche quanto vivide trame del potere che viene esercitato in ogni scambio interpersonale.
Alla luce di ciò non è peregrino supporre che continuerà ad essere così nei secoli dei secoli. La finitezza è tale solo all’interno di un continuum di infinite metamorfosi.
Ma allora, se tutte le storture dell’esistente sono destinate a permanere (come risulta lampante) ed ogni tentativo di miglioramento è vacuo e tutto è vano (la tremenda verità del Qoèlet), bisogna dunque lasciar correre, accettando quietisticamente una ben misera sorte? No: proprio perché ogni componente dannosa del mondo si rinnova di continuo, incessantemente, senza mai perire, è necessario non abbassare mai la guardia. Dal momento che si delineano costantemente porzioni di abominio da assaltare in un’opera di lotta perenne e rivolta senza requie, l’attività di impegno ed opposizione si configura quindi come argine indispensabile contro lo straripamento delle dittature dei poteri forti, le quali altrimenti avrebbero campo libero per esercitare il più bieco arbitrio. Si badi bene: questo lavoro di tappabuchi, di guastafeste, compiuto da chi sceglie la via dell’impegno riveste un’importanza di proporzioni macroscopiche, praticamente fondamentale. E’ la strenua resistenza dal basso contro la violenza dall’alto a permettere la conquista delle sporadiche oasi di pace essenziali all’autoconservazione umana. Detto prosaicamente: salvare il salvabile è tutt’altro che secondario.
Chi si sottomette, chi decide di subire passivamente il corso degli eventi dettato dall’élite egemone, chi abbassa il capo e tira dritto, rompe la dialettica del contrasto e presta il fianco all’inondazione del dispotismo.
La disperazione di cui parla Sartre è sì la coscienza che l’abolizione del male, della sofferenza, è mera utopia (e tuttavia il sogno del mondo migliore – ormai luogo comune e nulla più - e dell’avvento del bene assoluto è utile a livello di meta ideale, come tendere verso, kantianamente), ma essa non giustifica la rinuncia: è proprio dalla consapevolezza dell’impossibilità di una redenzione totale e completa che prende le mosse quella responsabilità che ogni essere umano ha nei confronti dell’intera sua specie, dal momento che la pluralità è fatta dall’insieme dei singoli, per cui ogni scelta dell’individuo si ripercuote necessariamente sull’altro, sugli altri. Per questo valgono e devono valere sempre la massima kantiana “agisci sempre come se la tua massima morale valesse come criterio di legislazione universale” e quella gandhiana “sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. La soggettività è al contempo sempre e mai riflessa nella comunità.
Pertanto guai ai moderati, guai a chi non si indigna, guai a chi non odia e a chi non anela ad un miglioramento della propria condizione. Sicché massimamente deleterio per l’intera umanità è chi non fa alcunché per testimoniare il proprio disagio attraverso l’azione, l’attività (nel senso da cui deriva attivismo). Bisogna dunque guardarsi da chi dice “seppure iniziassi io a fare questa o quella cosa, nessuno mi seguirebbe”: egli sa che può essere utile, solo che non vuole; preferisce restare a sguazzare in una schiavitù senza problemi, essendo la vita in catene triste ma comoda (e purtroppo raramente ci si ricorda che vale anche il viceversa). Ovviamente sono da considerare tutte le attenuanti del caso, riassumibili sotto il termine collettivo di ignoranza, la quale talvolta può essere – ed è – sì una colpa; ma altre volte viene invece subdolamente indotta dall’alto - e meschinamente accolta in pompa magna; cosicché più la popolazione viene lasciata nell’insipienza, meno si sviluppano quelle facoltà critiche di comprensione ed interpretazione indispensabili per elevare la propria posizione; e meno le persone sanno, più accolgono con gioia il dono della gabbia dell’idiozia, in una perversa logica della spirale che si chiude in cerchio.
L’essere umano è di gran lunga il meno intelligente tra gli animali. Se osserviamo l’etimologia del verbo latino intelligere notiamo come esso derivi dalla preposizione inter più lego (cogliere, ma anche raccogliere, scegliere), cioè correlo, trovo correlazioni tra il particolare e l’universale, tra l’unico ed il molteplice. Lo sguardo perspicuo di Wittgenstein, per intenderci. Alla luce di ciò, l’uomo sembra ben poco pratico di questa visione profonda che conduce alla lungimiranza: egli è infatti l’unico tra tutti gli esemplari zoologici a devastare se stesso ed il proprio habitat, ragionando solo nell’attimo, nell’hic et nunc, qui ed ora, per effimeri vantaggi immediati e per pochi eletti ed a scapito di benefici diffusi e futuri. Praticamente il progresso senza sviluppo su cui si è concentrato Pasolini ed alla cui utilità Thomas Mann ha chiesto di rendere conto se non produce benessere. Giacché serve a poco sapere scindere le particelle elementari della materia e trattare con dimestichezza i concetti sommamente complessi di zero, vuoto, totalità, infinito, se poi si sgancia la bomba atomica.
L’uomo è l’unico animale ad uccidere e mangiare altri esseri viventi e senzienti per puro sfizio senza averne una reale esigenza a livello di organismo e metabolismo; è l’unico in natura a creare rifiuti (la natura, si sa, non crea immondizia, ma tutto ciò che da essa proviene torna in circolo e si reinserisce nel meccanismo consequenziale della vita); è l’unico ad interrompere la legge della trasformazione universale proprio laddove essa gli tornerebbe più utile. Si obietterà che, in virtù del relativismo, chiunque pensasse che secondo la propria sensibilità sia cosa buona e vantaggiosa incentivare il sempre meno lento processo di distruzione della Terra, sarebbe legittimato ad agire in piena libertà secondo le proprie convinzioni; ma non va dimenticato che il pianeta non appartiene solo a noi, bensì abbiamo il dovere di preservarlo per tutte quelle specie animali che hanno il nostro medesimo diritto – nonché la stessa identica voglia – di vivere.
E’ allora su questo scenario sempre ad un passo dalla desolazione che si colloca il capitale contributo dell’individuo engagé: chi adotta la Resistenza come perenne status personale (alla Pavese, per intenderci) deve imparare ad essere un equilibrista sul crinale dell’abisso per frenare il più possibile la caduta nel baratro di quel patrimonio scomodo e prezioso che ha ereditato dal passato.
Alle religioni, innesto basilare di quell’ordigno composto da Dio-Patria-Famiglia, strumento ad uso dei potenti innescato nella notte dell’umanità e pronto ad esplodere da un momento all’altro in tutta la sua autentica veemenza, fa comodo che i poveri restino sempre e per sempre poveri, che i sottomessi annaspino sempre e per sempre nella loro minorità (“Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”, dice l’assai poco rivoluzionario Cristo – o semmai rivoluzionario nel senso che conferisce Camus alla parola – in Matteo 5,17. Gesù predica non già l’emancipazione sociale ed esistenziale, bensì il mantenimento e la sopportazione della propria sventura, che soli possono aprire i cancelli del paradiso – il regalo è sempre promesso per domani, mentre oggi si soffra e zitti, ed addirittura si renda grazie per quel dolore. Insomma, il terribile Antico Testamento ad uso dei timorosi, affinché diventino timorati. Un po’ di zucchero su qualcosa di tremendo), ma a colui il quale mal tollera quest’ingiustizia si spalanca un nuovo sentiero: probabilmente ci saranno sempre e per sempre gli sfruttatori e gli sfruttati, ma facciamo almeno in modo che i ricchi debbano sudarsi il più possibile il loro cocktail in piscina.
Uova e paniere sono sì nelle mani del tiranno (qualunque esso sia di epoca in epoca: il monarca di ieri, il capitalista di oggi, il papa di sempre), ma noi possiamo appunto rompergli le uova proprio nel suo paniere (che è anche nostro, ci spetta) e – esattamente - quantomeno rompergli le palle. E magari una frittata per tutti ci scappa pure.
Aggiunta posteriore alla stesura dell’articolo
L’autore si dissocia da quanto scritto finora in quanto esso ha perso qualsiasi valore alla luce della scoperta che Iva Zanicchi ha un Fan Club giovanile.
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