Il Male non solo lo ingurgitiamo, lo respiriamo, lo indossiamo, lo calpestiamo: addirittura lo pronunciamo. Dire il Male è una pratica più diffusa di quanto pensiamo. Anzi, inevitabile e quotidiana. Ogni giorno noi proferiamo il suono del Male, ne scriviamo le lettere specchio della sua essenza, lo ripetiamo continuamente e costantemente. Ne abbiamo talmente interiorizzato l’uso da non accorgerci più della sua presenza fissa nelle nostre bocche. E nella sua forma linguistico-verbale il Male si presenta sotto le temibili spoglie del “Lei”.
Sì, il “Lei”, la formula di cortesia della terza persona femminile singolare, uno dei picchi massimi, insuperati ed insuperabili del terrificante formalismo borghese, che nel “Lei” si rivela in tutta la sua potente, possente e veemente assurdità.
“Alle persone più grandi od agli sconosciuti va dato del “Lei”, se no non sta bene” “Sì, ma perché?” “Eh, se no è maleducazione” “Ok, ma perché?” “E’ una mancanza di rispetto” “Va bene, ma perché?”. E’ sempre la domanda “perché” la chiave per penetrare i misteri del Ridicolo e palesarne l’idiozia. Ciò che viene fatto senza motivi validi, è ben vacua e misera cosa.
Ricordo quando al liceo mi dissero che venire a scuola in pantaloncini corti era una grave mancanza di rispetto nei confronti dei compagni e dei professori. Da quella volta mi sono sempre interrogato su cosa avessero di offensivo le mie ginocchia. Probabilmente la mia fronte è una gran bastarda, ma io non lo so. Era giugno, era caldissimo. La logica mi aveva suggerito di vestirmi leggero per non patire le vampe inclementi dell’estate che si era imposta con un sole micidiale. Compresi presto che non è la ragione a guidare la vita sociale dell’essere umano e a farti fare bella figura. Quell’esperienza mi segnò nel profondo. Iniziò un periodo di intense riflessioni sui concetti di rispetto per il prossimo, buonsenso ed etichetta, antipatia dei miei gomiti. Pian piano cominciai a collegare, imparai ad individuare relazioni tra comportamenti, a racchiudere nello stesso insieme atteggiamenti di natura solo in apparenza differenti, ma invero del tutto affini, se non perfettamente identici. Dalla sconvenienza attribuita ai miei calzoni corti passai alla regola dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante e da lì arrivai alla Lex Legum, alla Formalitas Formalitatium, alla Cazzata Cazzatarum: il “Lei”.
Analizzando approfonditamente la questione del “Lei”, ottenni le risposte che cercavo sul divario conflittuale tra raziocinio e protocollo. Il primo termine ne usciva pesantemente sconfitto. Mi apparve subito chiaro che nulla di logico poteva esserci nell’etichetta. Si trattava dunque di operare una scelta cruciale: optare per le buone maniere o per l’intelligenza.
Già, non c’è scampo: poiché dove sta la logica nel “Lei”?
In questa pratica di buona creanza è contenuta tutta la stupidità del formalismo borghese.
Il formalismo non è solo sciocco, ma anche dannoso e diseducativo. Esso non fa infatti che creare confusione su cosa significhi realmente “mancare di rispetto” ed insegna non già il rispetto sincero per il prossimo, bensì un suo squallido ed insensato surrogato chiamato bon ton.
Dove sta la mancanza di rispetto nel comunicare con il proprio interlocutore con la seconda persona singolare?! Anche perché: se parliamo io e te, io sono prima persona singolare (giacché sono da solo e parlo a nome mio) e tu seconda; bene: qualcuno può spiegarmi dove cazzo se trova ’sta ricazzo de terza persona?! Io parlo con te e mi riferisco linguisticamente e grammaticalmente ad un altro! Anzi, ad un’altra, dal momento che ci vuole pure rigorosamente il femminile! Ecco: il galateo pretende non soltanto che ci si rivolga ad una seconda persona come se ci fosse una fantomatica terza alle sue spalle, ma perfino che questo spettro sia donna!
“Guardi, va bene darmi dello stronzo, ma trattarmi da seconda persona e per giunta maschile proprio no!”
“Scusami, tu per caso…” “Ma come si permette?!” “Vada a fare in culo” “Oh, così va meglio”.
Vogliamo accettare il fatto che ci siano convenzioni stabilite da chissà chi che ci ammorbano l’esistenza, infarciscono la comunicazione e lo scambio umano di sovrastrutture insane ed irrazionali, rendono più complessa la convivenza, consegnano alle buone maniere ciò che tolgono al benessere ed alla naturalezza spensierata delle relazioni? Bene, allora da oggi in poi pretendo che mi si dia dell’“Io”. Perché che è questa maleducazione di darmi della terza persona?! E poi chiamare in causa terzi, proprio non sta bene! E’ da gran maleducati. Da oggi in poi esigo che mi si dica: “Prego, mi accomodo. Gradisco qualcosa da bere?”. Sì, molto meglio un umile “Io”, che denota garbo, modestia, riflessività ed ha anche un sentore di piacevole sottomissione che non guasta mai.
Personalmente, ogniqualvolta mi sento rivolgere un disarmante “Lei”, non riesco a fare a meno di chiedermi: “Lei chi?” e mi viene di guardarmi dietro ed intorno. Peraltro, incalzare il proprio urbanissimo interlocutore con la domanda: “Lei chi?” è un ottimo test per smascherare l’imbecille pochezza di tal costume: “Non è che lei…” “Lei chi?” “Lei lei” “Lei io?” “Sì, lei lei” “Ah, allora lei un’altra?” “Hem…”. La laconicità assicurata del malcapitato sarà un segnale chiaro della bestialità costituita dal “Lei” e getterà l’altrui persona in uno sconfortante ma costruttivo dubbio che la costringerà anche solo per un attimo ad interrogarsi sulle sue radicate inutili certezze.
Sarà una domanda che vi seppellirà.
Archivio per Ottobre 2007
“Pedanteria politicizzata” 5 – Il “Lei”
Pubblicato da sdrammaturgo su 30 Ottobre 2007
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Agenzia di stampa
Pubblicato da sdrammaturgo su 28 Ottobre 2007
– Dopo il tigrato, il leopardato, il muccato e lo zebrato, le case di moda lanciano sul mercato lo gnuato.
– Anche il Ministro Clemente Mastella ha ricevuto una busta da lettera con dentro un proiettile. Allegato c’era un bigliettino con scritto: “Capo, va bene se per De Magistris usiamo questo calibro?”.
Napolitano intanto è intervenuto sulla vicenda ed ha dichiarato di vigilare attentamente sulla delicata faccenda Why Not. Il portavoce del Quirinale ha risposto a tutte le critiche secondo cui il Presidente della Repubblica si stia muovendo un po’ a rilento e con fin troppa cautela in difesa delle indagini: colpa del catetere.
– Il maltempo si abbatte su tutta la Penisola, ma si accanisce su Duilio della povera Armida.
– Nuovo miracolo attribuito a Padre Pio: un bambino malato di cancro è guarito inspiegabilmente dal tumore. Ora ha la leucemia.
“Ho pregato giorno e notte per ottenere questo miracolo” ha detto mamma Carla “Peccato che ne abbia beneficiato il figlio di un’altra”.
– Cieco riacquista la vista e scopre che la moglie è un cesso. La moglie riacquista l’udito e scopre che il marito dice un sacco di cazzate. Il figlio riacquista l’olfatto e scopre che i suoi genitori puzzano. La sorella riacquista il gusto e scopre che in casa si mangia di merda. Il nonno riacquista il tatto e viene arrestato per molestie sessuali.
– Resta acceso il dibattito sulla legge 30. La tesi sostenuta dai suoi oppositori è fondamentalmente una: la legge Biagi andrebbe abolita perché la sodomia non consensuale sarebbe incostituzionale.
– Scienza. Scoperto il vero motivo per cui con il freddo gli odori si percepiscono con minore intensità: perché si ha il naso tappato dal raffreddore.
– Costume e società. Si sa, le dinamiche dei rapporti uomo/donna restano ancora sotto molti aspetti avvolte nel mistero. Uno studioso tenta oggi di fare un po’ di luce nello spinoso terreno del corteggiamento con un libro che pone un interrogativo cruciale: “Per conquistare una donna bisogna non cagarla. Ma come fa a capire che sto ignorando proprio lei e non un’altra?”. Già pronto il seguito: “Trenta euro e passa la paura”.
– Si è concluso ieri il Congresso Annuale dell’Accademia della Crusca. Titolo del convegno: “Qualcuno ha mai usato il trapassato remoto?”.
Dopo le intensissime giornate di dibattito e ricerca che hanno coinvolto i più insigni linguisti italiani, nella relazione finale si è posto l’accento sui seguenti punti: non è opportuno utilizzare la formula di cortesia “cento di questi giorni” ad un funerale; il participio presente del verbo “mangiare” non serve a un cazzo; urge stipulare un armistizio con il congiuntivo.
– Novità scottanti arrivano sul caso della morte di Giulio Cesare. Sembra infatti che il condottiero sia morto in verità per una diarrea fulminante, ma la storia aveva bisogno di un eroe e non dell’ennesima conferma sul potenziale devastante del passato di prugne in salsa piccante. La celeberrima frase: “Quoque tu, Brute, fili mi?” (“Anche tu, Bruto, figlio mio?”) pare fosse una semplice curiosità riferita al fatto che il figliastro di Cesare avesse mangiato con il patrigno la sera prima.
– Il Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Stragi ha riaperto il fascicolo riguardante l’attentato alla Stazione di Bologna. Subito richiuso al termine della cagata.
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Perché la Sinistra ha dimenticato Allende?
Pubblicato da sdrammaturgo su 23 Ottobre 2007
Quand’è che la Sinistra si è dimenticata di Salvador Allende? Deve pur esserci una data, certa od approssimativa che sia, a partire dalla quale le sinistre di tutto il mondo hanno iniziato a smarrire la memoria del loro più nobile e prestigioso rappresentante.
Quand’è successo? Com’è potuto succedere? E perché?
In anni ed anni di manifestazioni mi è capitato di vedere impressi su striscioni, cartelli, manifesti, i volti di tutti i simboli dei movimenti di sinistra, specialmente i più sciagurati. Mi sono sempre chiesto il motivo di portare in gloria le facce di coloro i quali si sono indebitamente appropriati dell’Idea di uguaglianza e libertà per poi distorcerla, infangarla, tradirla: Lenin, Stalin, Mao Tse Tung, Fidel Castro, andrebbero rinnegati e respinti proprio a partire dalla Sinistra, giacché è nei gulag russi, nella scia di sangue della Lunga Marcia, nelle carceri cubane che si è sputato su quel grande progetto marxista di giustizia sociale ed equità economica.
Le uniche cause che ho potuto e saputo individuare nella grottesca conservazione di tanto macabri monumenti credo siano riconducibili alla più o meno consapevole volontà di suicidio etico e politico se non ad una più semplice e disarmante idiozia.
Accanto all’immancabile Che Guevara (che comunque vicino alla Mostra dei Mostri ci fa un figurone, sia chiaro), dunque, e perfino ai riferimenti a Tito, non ho mai, e dico mai, e sottolineo mai, avvistato alcunché che riportasse alla mente la figura di Salvador Allende.
Eppure Allende è l’emblema della grandezza della filosofia comunista, l’unico caso di vittoria del pensiero socialista. Sì, perché nonostante la breve, brevissima esperienza di Unidad Popular, quel periodo è stato e resta un vero trionfo.
Su quella rivoluzione intrapresa senza l’uso delle armi, bensì combattuta con gli strumenti democratici della presa di coscienza e dell’elezione popolare, si concentrò l’attenzione dell’intero pianeta. Mai si era visto – e mai si sarebbe più visto – un tale radicale mutamento socio-economico dalle mire collettivistiche avviato in via assolutamente pacifica e sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il riscatto del proletariato senza passare per la guerra e la dittatura: un capolavoro politico.
Allende nel 1970 era già assai più moderno delle odierne sinistre: di tendenze fortemente libertarie, aveva rifiutato l’allineamento con l’Unione Sovietica, nazionalizzato le miniere cilene strappandole al controllo di aziende statunitensi, consegnato le terre ai contadini, varato un piano nazionale di istruzione gratuita per tutti, previsto un reddito sicuro per ogni famiglia di qualsiasi fascia sociale; tutti insomma avrebbero partecipato al lavoro ed alle risorse del Paese. Ma cosa ancora più importante fu la denuncia che espose nel 1972 alle Nazioni Unite contro il pericoloso strapotere imperialista che stavano via via assumendo le multinazionali. Quando neppure era ancora chiaro cosa fossero le Corporation, egli aveva già capito tutto il male che da esse sarebbe provenuto. Il dono della lucida e razionale profezia è proprio dei giganti dell’umanità.
Fu probabilmente soprattutto questo a convincere gli U.S.A. che quel sogno che Allende andava costruendo in uno Stato povero ma insospettabilmente adulto andasse stroncato il più in fretta e nella maniera più aspra possibile, al fine di dare un segnale intimidatorio duro e chiaro a chiunque avesse voluto emulare le gesta di quel medico occhialuto ed impavido.
Salvador Allende si era attirato fin dalla campagna elettorale le ire di Nixon e Kissinger, i due veri diavoli del Novecento, che poco o nulla hanno da invidiare al più temuto collega Adolf Hitler. Basta sostituire “Razza” con “Denaro” per comprendere la portata devastatrice di quei due assassini senza pistola. Il sistema capitalista che grazie a loro decollò e si fortificò fino a diventare inarrestabile ha mietuto infatti un numero di vittime assai maggiore e rovinato la Terra assai più del Nazismo, anche solo in virtù della sua ben più lunga permanenza rispetto al delirio ariano.
La tragica fine dell’Era Allende ne conferma ed aumenta il valore: le atrocità a cui fu sottoposto il Cile dall’esercito guidato da Augusto Pinochet e sostenuto dalla C.I.A. sono un segno evidente della bontà dell’apparato strutturato dal leader di Unidad Popular. Il Potere si prodiga quando si sente minacciato; più la minaccia è grande, più le forze repressive si danno da fare; e più qualcosa minaccia il Potere, più alta è la sua qualità. Inoltre, se qualcosa mina i vantaggi di una ristretta élite, significa che va incontro ai bisogni della popolazione.
L’establishment borghese capitalista ed i rapporti di forza sociali furono ripristinati con i bombardamenti e le torture. Perché il popolo non deve essere emancipato se deve essere controllato.
I poveri tornarono poveri ed i ricchi tornarono ricchi.
Salvador Allende va recuperato dalla Sinistra. Va recuperato il suo personaggio, vanno recuperate le sue parole, va recuperata la sua lezione.
Senza di lui, siamo passati dal disumano stalinismo all’agghiacciante riformismo, che altro non è se non l’arte di cambiare il nome dei servi in consumatori, dare ad alcuni di loro una casa, una macchina, la possibilità di tracciare una crocetta ogni cinque anni e continuare a schiavizzarli per gli interessi di pochi senza che essi se ne accorgano, storditi da media e benessere sufficiente.
Quando non si ha nulla, non si ha nulla da perdere; quando si ha poco, si ha paura anche di perdere quel poco. Il riformismo ha fatto sì che in Occidente le persone ottenessero quel poco che impedisse loro di esigere di più. E’ la società dei consumi di cui parlava Pasolini contemporaneamente ad Allende. Ad immobilizzare chi non ha nulla in uno status di impossibilità di reazione ci hanno pensato le multinazionali.
Dimenticando Allende, si è dimenticato che esiste una terza via rispetto al capitalismo di matrice statunitense ed al comunismo alla russa.
Il riformismo si è dimostrato quietistico nei confronti del Sistema Imperialista delle Multinazionali. Il riformismo è un fallimento che interpreta la parte del successo.
Dimenticare Allende ha fatto comodo agli eredi dei partiti comunisti in frantumi che hanno in tal modo potuto trasformarsi in socialdemocratici ed ascendere a posizioni di comando grazie all’americanizzazione della politica (subita e cavalcata ben volentieri e con somma gioia), ovvero la corsa al centro, all’imperativo della moderazione, al consenso che attira voti e permette di diventare padroni godendo della divisione in classi – anzi, in caste.
E’ necessario quindi ripartire da Allende, a meno di non cedere definitivamente il passo al miserabile modello americano, modello che invero appare sovente invincibile, tanto sembra essere penetrato nell’anima degli individui.
Il meraviglioso documentario di Patricio Guzmàn su Salvador Allende – dall’omonimo titolo – mostra sul finale quanto l’americanismo abbia intaccato lo spirito dei cittadini e sia attecchito nel loro midollo morale. L’autore se ne va in giro per Santiago ad intervistare persone casa per casa a proposito del loro passato tutt’altro che remoto facendo domande sul Governo Allende e sul totalitarismo neoliberista di Pinochet. Niente di strano, insomma; eppure pressoché la totalità degli intervistati si mostra recalcitrante a rispondere, molti si innervosiscono, alcuni si tappano in casa.
Mi sono interrogato a lungo sul perché di quelle insolite reazioni. Dopo parecchie riflessioni, ho capito cos’è che crea disagio in quegli uomini: è la vergogna. Già: la vergogna per non riuscire più ad essere ciò che una volta sono stati, la semi-consapevole incapacità di esserlo di nuovo, l’abbrutimento che ha stroncato la loro volontà di tornare ad essere liberi ed eguali.
Nell’eccelso cortometraggio di Ken Loach sull’undici settembre, in un frammento televisivo risalente al triennio allendiano, una donna lavoratrice in un’industria cilena dice: “Il popolo organizzato è intelligente”. Un’affermazione bella come un mare forte e calmo, pesante come un macigno spigoloso.
Quel popolo oggi è regredito: è diventato massa. E la massa è inevitabilmente stupida e scomposta.
Io ho la fortuna ed il privilegio di vantare tra le mie amicizie un esule della dittatura di Pinochet. Rodrigo, si chiama, ed al tempo del Golpe era un giovane attivista del Partito Socialista Cileno. Oggi, anziano ed esperto della vita, quando parla del Cile, di quel Cile, del suo Cile, fatica ancora a trattenere le lacrime.
I reduci dell’esperienza allendista hanno tutti un’espressione malinconica propria di chi ha visto davanti ai propri occhi infrangersi il più grande dei sogni dopo averlo accarezzato con le dita. Portano nella carne il marchio del dolore, un dolore indicibile, che ha segnato loro il volto e si riverbera in ogni piega della pelle. Non riescono nemmeno a pronunciare il nome di Augusto Pinochet. “Hijo de puta”, esclamano, e non lo chiamano in altro modo. Non ho mai sentito Rodrigo od Emilio, suo amico e compagno di esilio, chiamare in altra maniera colui che ha demolito le loro vite. Ognuno di loro porta su di sé l’aureo fardello della sofferenza di una nazione intera. Ma non c’è traccia di frustrazione nei loro visi: essi hanno quella placida tristezza propria di chi è in pace e di chi continua ad ardere con disincanto ma non per questo con minor passione, poiché sanno di aver realizzato qualcosa di unico, di aver assistito ad uno spettacolo senza pari. E nessuna fine, per quanto tremenda essa sia, può cancellare la meraviglia di ciò che c’è stato prima. E ciò che c’è stato una volta, può ripetersi, accadere di nuovo: è questa speranza – o meglio, questa consapevolezza – che essi negano a loro stessi a velare di serenità il loro dolore.
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Elogio del carcere duro
Pubblicato da sdrammaturgo su 16 Ottobre 2007
Mi sono già occupato di un argomento affine (anzi, pressoché del medesimo) tempo fa in occasione del mastelliano indulto a misura di potente, ma una notizia che viene dagli U.S.A. mi spinge (o meglio, costringe, giacché lo sento come un dovere di cittadino ed “aspirante intellettuale”, in quanto studente universitario) a tornare sul tema.
Un giudice americano ha infatti negato l’estradizione in Italia del boss Rosario Gambino poiché, secondo il magistrato, il regime di carcere duro che avrebbe atteso il mafioso nel nostro paese violerebbe la convenzione ONU sui diritti umani.
Questa vicenda è molto, molto più grave di quanto sembri, giacché rischia di alzare l’ennesimo polverone sul famigerato 41 bis, che già tanti, troppi, inutili dibattiti ha scatenato, massimamente dannosi per la tristemente minima salute etico-politica-economica della nostra terra ferita e colpita a morte dalla criminalità organizzata.
A meno che non si voglia scadere nella faciloneria ai limiti del ridicolo dei vari slogan quali “fuoco alle galere” banalmente caratteristici di diversi gruppi della mia parte politica, bisogna riconoscere che l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e la legge 416 bis del codice penale, altrimenti detta Rognoni-La Torre, sono le migliori armi che lo Stato italiano abbia messo a punto contro lo strapotere mafioso, piaga principale del Bruttopaese.
Anch’io ho fatto mia la lezione di Michel Foucault; anche per me “Sorvegliare e punire” ha quasi il valore di un testo sacro; disprezzo anch’io l’istituzione della prigione come strumento di pena e presunte rieducazione e redenzione; ma sulla questione carceraria, molta parte dell’estrema sinistra non si è mai dimostrata sufficientemente lucida, lasciandosi appannare da motti ingenui quanto insopportabilmente ciechi.
Ed ora dalla patria del capitalismo più bieco e spietato potrebbe arrivare nuova linfa per i critici della necessaria misura cautelativa – praticamente l’unica possibile – contro i padrini.
Non ho francamente mai capito l’accanimento di parecchi miei compagni ai danni del regime di carcere duro per i mafiosi. Difendere strenuamente chi sostiene – e pratica – un sistema basato su violenza, dittatura, accumulazione di denaro, religione, controllo del territorio conquistato ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo ambientale e di vite umane, sarebbe anche nobile, se non fosse tremendamente stupido nonché deleterio per gli stessi ideali di pace, uguaglianza, libertà, ecologia (ovvero gli esatti opposti) di chi va sotto le carceri ad esprimere solidarietà a coloro i quali sputano su tutto questo e ridono dei comunishta di riiniana memoria, percepiti come i principali nemici dai più fieri ingranaggi del capitalismo, veri alfieri dell’imperativo categorico della proprietà privata, quali si configurano i mafiosi.
Peraltro, se fossi nei panni di Francesco Caruso od in quelli dei ragazzi di Radio Onda Rossa (che altrimenti stimo per il loro impegno nel quale mi riconosco, sia chiaro) che lanciano l’agenda “Scarceranda”, mi preoccuperei nel trovare qualcosa che mi accomunasse a Mastella. Ma questo sia detto di passaggio.
C’è poco da fare: per scardinare l’apparato mafioso bisogna mettere le mani sul patrimonio dei clan e rompere la catena di comando delle famiglie. Non ci sono altre scelte, nessun’altra scappatoia, data la natura stessa delle organizzazioni di stampo mafioso. Sono il soldo e la gerarchia militare i materiali edili con cui è costruita la mafia; per cui, attaccando quelli, si lede il cuore stesso della mafia (tant’è che proprio all’abolizione della legge sulla confisca dei beni mafiosi e del regime di carcere duro miravano i Corleonesi con la loro impressionante campagna di fuoco che segnò la Stagione delle Stragi. Evidentemente, quando qualcosa è sgradita alla mafia, significa che è cosa buona e giusta per il benessere dei cittadini). E se il cuore non funziona bene, il sangue non scorre. Ed il sangue della mafia è l’omertà.
Il 41 bis è riuscito a rompere il muro d’omertà come mai era successo prima dell’approvazione dell’articolo, divenendo una vera e propria miniera di pentiti. Non per niente era stato fortemente voluto da Giovanni Falcone, il quale aveva ben compreso quanto essenziali fossero i collaboratori di giustizia nella lotta alla criminalità organizzata. Senza Tommaso Buscetta, la mafia sarebbe ancora “un particolare temperamento dovuto al clima caldo del Meridione” o, peggio, ancora neppure esisterebbe.
In Italia non possiamo fare a meno del 41 bis. Non possiamo permettercelo, onde non cedere definitivamente lo Stivale a Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita e Basilischi, che già dominano di fatto l’economia nazionale in qualità di lato oscuro, braccio armato, delle industrie e delle multinazionali.
Non si avvertirebbe l’esigenza del 41 bis, in Italia, se la mafia non fosse un’emergenza continua, costante, incessante.
L’alternativa al carcere duro sono nuovi Raffaele Cutolo che dal chiuso pieno di crepe della loro cella ascendono alla guida di un’organizzazione mafiosa e continuano a dirigere un impero criminale forti della connivenza di carcerieri corrotti ed intimiditi e del silenzio di affiliati che hanno ben pochi validi motivi – e soprattutto nessuna convenienza – per rinunciare al loro mutismo.
Per quanto il 41 bis possa sembrare disumano, non potrà mai esserlo quanto Francesco Schiavone, Pasquale Barra, Peppe Morabito, Giovanni Brusca, eccetera eccetera eccetera.
P.S. Sono stati chiesti otto anni di reclusione per Totò Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento a Cosa nostra e rivelazione di notizie riservate. TG1 e TG2 hanno dedicato alla notizia appena un rapidissimo cenno, parlando peraltro solo della solidarietà espressa da Berlusconi e Casini al Governatore siciliano, senza menzione alcuna ai gravissimi fatti di cui l’imputato si è reso protagonista.
Se i direttori e le redazioni delle due testate giornalistiche avessero una dignità, dovrebbero vergognarsi.
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Notiziario rapido
Pubblicato da sdrammaturgo su 10 Ottobre 2007
– Garlasco: scaricabile sul cellulare la suoneria con le grida di Chiara Poggi mentre viene accoltellata da Bruno Vespa.
– John Bobbit, il marito della famosa Lorena, dalla quale venne evirato, metterà in scena la sua prima pièce autobiografica di gusto shakespeariano: “Ho perduto il pene dell’amor”.
– Arrestato giovane nel padovano con l’accusa di essere albanese.
– Prodi dichiara: “Ora serve un grande Partito Democratico”. Sarà Forza Italia.
– Putin, non potendo più rinnovare il mandato da Presidente, si candiderà come Primo Ministro. Due le condizioni perchè questo possa accadere: “Russia Unita deve vincere le elezioni” – ha spiegato il capo del Cremlino – “e il nuovo presidente deve essere una persona decente, capace e moderna con cui io possa lavorare”. Si fanno i nomi della salma di Joseph Stalin e della sedia a dondolo della nonna di Putin.
– Eletto a S.Marino Capo dello Stato disabile. Ma non è la prima volta al mondo: gli U.S.A ce lo hanno da un pezzo.
– Uomo colpito da amnesia si dimentica di respirare e muore soffocato.
– Perugia-Assisi: in duecentomila alla marcia per la pace. Per la Questura è la Rieti-Poggio Bustone.
– Secondo un recente sondaggio, grazie a Roberto Benigni è aumentato del 5% il numero dei giovani che amano Dante. Tuttavia, l’85% continua a preferire la figa.
– L’associazione Gesù al Centro ha organizzato in Piazza del Popolo a Roma il primo torneo di “biliardino umano”, in cui sono gli stessi giocatori a fare da pedine per quest’innovativo calcio balilla gigante. I boy scout si inventerebbero qualsiasi cosa pur di non trombare.
– Arrestata la farfalla che provocò lo tsunami del 2004.
Restando in tema di reazioni a catena, ne approfitto per chiedere scusa ai famigliari delle vittime dell’undici settembre: perdonatemi, ma proprio non avrei mai pensato che si potesse arrivare a tanto, quel giorno, con quella scoreggia.
– Durante una passeggiata, un ragazzo ha avuto un’illuminazione e ha scoperto il senso della vita, ma subito dopo è stato investito ed è morto.
– Stasera scende in campo la Nazionale contro la Georgia. Occhi puntati sul fantasista Di Natale, trascinatore dell’Italia in questo suo periodo di forma smagliante, che purtroppo pochi giorni fa ha perso la madre, ma sembra che giocherà lo stesso per dare il proprio supporto alla squadra. Sentiamo le sue dichiarazioni: “Mah, sì, di mamma ce n’è una sola e perderla è sempre brutto. Comunque il Purgatorio è ancora lungo e se continuiamo a lavorare come abbiamo fatto finora, possiamo ambire ad una promozione in Paradiso. Ringrazio il mister e tutti i compagni che con le loro preghiere mi hanno aiutato molto. La squadra sta facendo bene e di sicuro i gironi sono alla nostra portata”.
– Caso De Magistris: il Guardasigilli Clemente Mastella respinge ogni accusa di voler trasferire il giudice per allontanarlo dal proprio lavoro che darebbe fastidio ai piani alti: “Non mi sono mai sognato di fare fuori un valente magistrato. Per quello semmai ci penserà la ‘Ndrangheta”.
– Secondo una recente ricerca scientifica, se si riempisse uno stadio di noccioline, sarebbe una perdita di tempo pazzesca.
– Il Premio Nobel per la Pace va ad Al Gore. Un giusto risarcimento per lui, dopo il suo immeritato fallimento nella corsa al Telegatto.
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Bifolchi ad Alta Velocità
Pubblicato da sdrammaturgo su 5 Ottobre 2007
Tempo fa pubblicai questo scritto. Molti rimasero sbigottiti, molti altri increduli di fronte allo struggente amarcord della mia prima giovinezza trascorsa nella provincia rurale della Tuscia.
Lo so, sono ben cosciente del fatto che per chi sia cresciuto negli agi della città risulti difficile comprendere certe dinamiche socio-esistenziali caratteristiche dei territori ai margini della civiltà.
Nelle selvagge lande dell’Alto Lazio, la vita è una sfida continua alla capacità di sopravvivenza dell’uomo. Si vive all’estremo, tutto viene spinto al massimo; si sta sempre sul crinale dell’abisso, sul filo dello sganassone.
Ricordo bene la mia infanzia e la mia adolescenza: misere creature eravamo noialtri che ci ritraevamo vigliaccamente dalla quotidiana battaglia per la supremazia nella mandria di ominidi ruspanti preferendo la squallida comodità dei libri e del rock al perfezionamento della forza bruta e dell’abilità motociclistica.
Già, la rispettabilità andava guadagnata sul campo, e per campo intendo risse e motorini.
I veri eroi erano coloro i quali potevano vantare un vasto curriculum di pestaggi con esito trionfale ed ineguagliabili conoscenze, competenze e capacità in ambito motoristico.
A loro spettava il ruolo di Guardiani del Senso Comune, per conservare il quale punivano severamente il peccato di ubris: fare lo sveltone costava caro, molto caro. Bastava un adesivo troppo sgargiante sulla bicicletta che non incontrasse il favore della Commissione dei Bulli per poter dire addio al proprio tanto amato mezzo di trasporto.
C’erano ferree regole non scritte e per qualsiasi cosa serviva il tacito consenso dall’alto.
E chi eri tu, con quel misero motorino dalle prestazioni scadenti, con quei modi da signorino, con quel fisico gracile, per opporti ai giganti delle due ruote, ai re del destro in bocca, agli dei del carburatore e della capocciata?!
Sì, bisogna essere adatti alle condizioni di vita estrema del paese.
Tutto avviene in un lampo e per cavalcare un fulmine bisogna essere svelti come una saetta: bisogna essere un Saettone.
E’ quando Dylan McKay ed Albano Carrisi entrano nell’Homo di Neanderthal e tutti e tre vanno alla Sagra della Ventresca che nasce il Saettone.
Per lui la boccata sciacquadenti è un credo, la modifica al motorino uno stile di vita, la piega in curva una metafora del proprio essere, Malossi e Polini i veri marchi del Potere.
Se la vita è un brivido che vola ed è tutto un equilibrio sopra la follia, se I’m blue da ba dee da ba die, se la fica è fica e non è ortica, il Saettone salta in sella al suo Booster con marmitta rigorosamente a corto e via, sfreccia verso orizzonti di gloria, verso autostrade per l’inferno, verso nuovi campi da zappare, nuovi fagioli con spuntature del maiale da divorare.
Egli si nutre di rapidità così come si ciba di porchetta; egli non teme rivali, giacché non conosce il significato della parola rivale; se egli sente parlare di rivalità, pesta chi ha proferito quel termine, perché potrebbe essere un lemma offensivo e non si sa mai.
Il vento è suo fratello, la strada sua sorella, Gigi il Carrozziere suo zio.
Ogni sua impennata è una tempesta che malmena i secoli e le ere; ogni cuo ceffone è appunto un ceffone che gonfia di legnate uno sventurato che ha osato guardare male.
Ed io, come potevo competere io con questa forza della natura, con questo corsaro dei tornanti, con questo terrorista della grammatica?!
Se non ci fossimo incontrati io e lui in quella Guantamano campagnola chiamata Liceo Classico “Leonardo da Vinci” di Montefiascone, saremmo stati entrambi due ragazzi molto soli, poiché mentre noi, poveri, vili, miserabili inetti, sognavamo Che Guevara e Kurt Cobain, il Saettone si abbatteva come un uragano sul Tempo e sullo Spazio, li dominava a suon di sgassate e sganassoni, imponeva il proprio possente Io sulla Storia e sulla Natura.
Ma le parole non bastano a rendere l’idea del titanico splendore del Saettone: servono le immagini.
Ecco, mentre io e lui strimpellavamo “Polly” su una chitarra scordata, il Saettone faceva questo
A te appartiene l’eternità, o Bifolco ad Alta Velocità!
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