Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

Perché la Sinistra ha dimenticato Allende?

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 Ottobre 2007

Quand’è che la Sinistra si è dimenticata di Salvador Allende? Deve pur esserci una data, certa od approssimativa che sia, a partire dalla quale le sinistre di tutto il mondo hanno iniziato a smarrire la memoria del loro più nobile e prestigioso rappresentante.
Quand’è successo? Com’è potuto succedere? E perché?
In anni ed anni di manifestazioni mi è capitato di vedere impressi su striscioni, cartelli, manifesti, i volti di tutti i simboli dei movimenti di sinistra, specialmente i più sciagurati. Mi sono sempre chiesto il motivo di portare in gloria le facce di coloro i quali si sono indebitamente appropriati dell’Idea di uguaglianza e libertà per poi distorcerla, infangarla, tradirla: Lenin, Stalin, Mao Tse Tung, Fidel Castro, andrebbero rinnegati e respinti proprio a partire dalla Sinistra, giacché è nei gulag russi, nella scia di sangue della Lunga Marcia, nelle carceri cubane che si è sputato su quel grande progetto marxista di giustizia sociale ed equità economica.
Le uniche cause che ho potuto e saputo individuare nella grottesca conservazione di tanto macabri monumenti credo siano riconducibili alla più o meno consapevole volontà di suicidio etico e politico se non ad una più semplice e disarmante idiozia.
Accanto all’immancabile Che Guevara (che comunque vicino alla Mostra dei Mostri ci fa un figurone, sia chiaro), dunque, e perfino ai riferimenti a Tito, non ho mai, e dico mai, e sottolineo mai, avvistato alcunché che riportasse alla mente la figura di Salvador Allende.
Eppure Allende è l’emblema della grandezza della filosofia comunista, l’unico caso di vittoria del pensiero socialista. Sì, perché nonostante la breve, brevissima esperienza di Unidad Popular, quel periodo è stato e resta un vero trionfo.
Su quella rivoluzione intrapresa senza l’uso delle armi, bensì combattuta con gli strumenti democratici della presa di coscienza e dell’elezione popolare, si concentrò l’attenzione dell’intero pianeta. Mai si era visto – e mai si sarebbe più visto – un tale radicale mutamento socio-economico dalle mire collettivistiche avviato in via assolutamente pacifica e sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il riscatto del proletariato senza passare per la guerra e la dittatura: un capolavoro politico.

Allende nel 1970 era già assai più moderno delle odierne sinistre: di tendenze fortemente libertarie, aveva rifiutato l’allineamento con l’Unione Sovietica, nazionalizzato le miniere cilene strappandole al controllo di aziende statunitensi, consegnato le terre ai contadini, varato un piano nazionale di istruzione gratuita per tutti, previsto un reddito sicuro per ogni famiglia di qualsiasi fascia sociale; tutti insomma avrebbero partecipato al lavoro ed alle risorse del Paese. Ma cosa ancora più importante fu la denuncia che espose nel 1972 alle Nazioni Unite contro il pericoloso strapotere imperialista che stavano via via assumendo le multinazionali. Quando neppure era ancora chiaro cosa fossero le Corporation, egli aveva già capito tutto il male che da esse sarebbe provenuto. Il dono della lucida e razionale profezia è proprio dei giganti dell’umanità.
Fu probabilmente soprattutto questo a convincere gli U.S.A. che quel sogno che Allende andava costruendo in uno Stato povero ma insospettabilmente adulto andasse stroncato il più in fretta e nella maniera più aspra possibile, al fine di dare un segnale intimidatorio duro e chiaro a chiunque avesse voluto emulare le gesta di quel medico occhialuto ed impavido.
Salvador Allende si era attirato fin dalla campagna elettorale le ire di Nixon e Kissinger, i due veri diavoli del Novecento, che poco o nulla hanno da invidiare al più temuto collega Adolf Hitler. Basta sostituire “Razza” con “Denaro” per comprendere la portata devastatrice di quei due assassini senza pistola. Il sistema capitalista che grazie a loro decollò e si fortificò fino a diventare inarrestabile ha mietuto infatti un numero di vittime assai maggiore e rovinato la Terra assai più del Nazismo, anche solo in virtù della sua ben più lunga permanenza rispetto al delirio ariano.
La tragica fine dell’Era Allende ne conferma ed aumenta il valore: le atrocità a cui fu sottoposto il Cile dall’esercito guidato da Augusto Pinochet e sostenuto dalla C.I.A. sono un segno evidente della bontà dell’apparato strutturato dal leader di Unidad Popular. Il Potere si prodiga quando si sente minacciato; più la minaccia è grande, più le forze repressive si danno da fare; e più qualcosa minaccia il Potere, più alta è la sua qualità. Inoltre, se qualcosa mina i vantaggi di una ristretta élite, significa che va incontro ai bisogni della popolazione.
L’establishment borghese capitalista ed i rapporti di forza sociali furono ripristinati con i bombardamenti e le torture. Perché il popolo non deve essere emancipato se deve essere controllato.
I poveri tornarono poveri ed i ricchi tornarono ricchi.

Salvador Allende va recuperato dalla Sinistra. Va recuperato il suo personaggio, vanno recuperate le sue parole, va recuperata la sua lezione.
Senza di lui, siamo passati dal disumano stalinismo all’agghiacciante riformismo, che altro non è se non l’arte di cambiare il nome dei servi in consumatori, dare ad alcuni di loro una casa, una macchina, la possibilità di tracciare una crocetta ogni cinque anni e continuare a schiavizzarli per gli interessi di pochi senza che essi se ne accorgano, storditi da media e benessere sufficiente.
Quando non si ha nulla, non si ha nulla da perdere; quando si ha poco, si ha paura anche di perdere quel poco. Il riformismo ha fatto sì che in Occidente le persone ottenessero quel poco che impedisse loro di esigere di più. E’ la società dei consumi di cui parlava Pasolini contemporaneamente ad Allende. Ad immobilizzare chi non ha nulla in uno status di impossibilità di reazione ci hanno pensato le multinazionali.
Dimenticando Allende, si è dimenticato che esiste una terza via rispetto al capitalismo di matrice statunitense ed al comunismo alla russa.
Il riformismo si è dimostrato quietistico nei confronti del Sistema Imperialista delle Multinazionali. Il riformismo è un fallimento che interpreta la parte del successo.
Dimenticare Allende ha fatto comodo agli eredi dei partiti comunisti in frantumi che hanno in tal modo potuto trasformarsi in socialdemocratici ed ascendere a posizioni di comando grazie all’americanizzazione della politica (subita e cavalcata ben volentieri e con somma gioia), ovvero la corsa al centro, all’imperativo della moderazione, al consenso che attira voti e permette di diventare padroni godendo della divisione in classi – anzi, in caste.
E’ necessario quindi ripartire da Allende, a meno di non cedere definitivamente il passo al miserabile modello americano, modello che invero appare sovente invincibile, tanto sembra essere penetrato nell’anima degli individui.
Il meraviglioso documentario di Patricio Guzmàn su Salvador Allende – dall’omonimo titolo – mostra sul finale quanto l’americanismo abbia intaccato lo spirito dei cittadini e sia attecchito nel loro midollo morale. L’autore se ne va in giro per Santiago ad intervistare persone casa per casa a proposito del loro passato tutt’altro che remoto facendo domande sul Governo Allende e sul totalitarismo neoliberista di Pinochet. Niente di strano, insomma; eppure pressoché la totalità degli intervistati si mostra recalcitrante a rispondere, molti si innervosiscono, alcuni si tappano in casa.
Mi sono interrogato a lungo sul perché di quelle insolite reazioni. Dopo parecchie riflessioni, ho capito cos’è che crea disagio in quegli uomini: è la vergogna. Già: la vergogna per non riuscire più ad essere ciò che una volta sono stati, la semi-consapevole incapacità di esserlo di nuovo, l’abbrutimento che ha stroncato la loro volontà di tornare ad essere liberi ed eguali.
Nell’eccelso cortometraggio di Ken Loach sull’undici settembre, in un frammento televisivo risalente al triennio allendiano, una donna lavoratrice in un’industria cilena dice: “Il popolo organizzato è intelligente”. Un’affermazione bella come un mare forte e calmo, pesante come un macigno spigoloso.
Quel popolo oggi è regredito: è diventato massa. E la massa è inevitabilmente stupida e scomposta.

Io ho la fortuna ed il privilegio di vantare tra le mie amicizie un esule della dittatura di Pinochet. Rodrigo, si chiama, ed al tempo del Golpe era un giovane attivista del Partito Socialista Cileno. Oggi, anziano ed esperto della vita, quando parla del Cile, di quel Cile, del suo Cile, fatica ancora a trattenere le lacrime.
I reduci dell’esperienza allendista hanno tutti un’espressione malinconica propria di chi ha visto davanti ai propri occhi infrangersi il più grande dei sogni dopo averlo accarezzato con le dita. Portano nella carne il marchio del dolore, un dolore indicibile, che ha segnato loro il volto e si riverbera in ogni piega della pelle. Non riescono nemmeno a pronunciare il nome di Augusto Pinochet. “Hijo de puta”, esclamano, e non lo chiamano in altro modo. Non ho mai sentito Rodrigo od Emilio, suo amico e compagno di esilio, chiamare in altra maniera colui che ha demolito le loro vite. Ognuno di loro porta su di sé l’aureo fardello della sofferenza di una nazione intera. Ma non c’è traccia di frustrazione nei loro visi: essi hanno quella placida tristezza propria di chi è in pace e di chi continua ad ardere con disincanto ma non per questo con minor passione, poiché sanno di aver realizzato qualcosa di unico, di aver assistito ad uno spettacolo senza pari. E nessuna fine, per quanto tremenda essa sia, può cancellare la meraviglia di ciò che c’è stato prima. E ciò che c’è stato una volta, può ripetersi, accadere di nuovo: è questa speranza – o meglio, questa consapevolezza – che essi negano a loro stessi a velare di serenità il loro dolore.

 

 

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