Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Dicembre 2007



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Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Dicembre 2007



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Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 11 Dicembre 2007
Ci sono momenti nella vita di un uomo che restano indelebilmente impressi nella carne: una cinghiata sui reni, una chiodata del dodici, uno sganassone dato da un energumeno con le emorroidi; periodi impossibili da dimenticare – come quella volta che rimasi chiuso per sette giorni in una cella frigorifera con cinque ottuagenarie ninfomani.
E nella mia memoria resterà per sempre vivo il ricordo degli anni nella Bar Poets Society, almeno fino a quando l’Alzheimer non mi avrà dato il colpo di grazia.
Erano quelli tempi di grandi fermenti culturali. O comunque tali mi apparivano da dentro all’autofficina.
L’Esistenzialismo era al tramonto, il Gruppo ‘63 aveva perso la sua spinta propulsiva, a mio nonno non tirava più da un pezzo.
Si respirava aria di catastrofe, specie quando il Loffio ne sganciava una delle sue.
A noi giovani di bombabili speranze risultava chiara la necessità di una rifondazione del pensiero speculativo, di una radicale rivoluzione artistico-filosofica. Tanto non si batteva un chiodo.
E’ dunque in questa temperie culturale che si colloca la nascita della Bar Poets Society.
Noi esponenti del nucleo originario cominciammo a frequentarci al Café de François, meglio noto come Baretto de Cecco. Ci riunivamo ogni giorno per discutere di filologia, metafisica, retorica, stilistica, fregna. L’altare del nostro cenacolo era il tavolo grande intarsiato vicino al finestrone, attraverso cui il nostro sguardo poteva indugiare sulla frenesia del mondo moderno che brulicava all’esterno e sui culi delle passanti.
Nei primi tempi il nostro mentore fu niente poco di meno che il sommo poeta uzbeko Tepiass Encorpo, spentosi qualche mese fa. Inizialmente lo si vedeva di rado tra i tavoli del Café, ma cominciò a venire quotidianamente dopo che fu assunto.
Benché presto si andarono formando due distinte ed inconciliabili correnti di pensiero in seguito ad una frattura insanabile apertasi tra una parte di noi e lui ed i suoi più stretti seguaci sulla questione se nell’amatriciana ci stia meglio la pancetta od il guanciale, io – come tutti gli altri – devo moltissimo ai suoi insegnamenti. E’ dalle sue massime che ho appreso l’alto valore dell’ottimismo (“Tutto passa, anche il 37 barrato”), imparando al contempo a covare un costruttivo e salvifico dubbio metodico (“Non dobbiamo temere la morte. Io comunque mi gratto le palle”).
E’ sulla scorta dell’attenzione che Encorpo prestava alle vite dei grandi della letteratura, spiandoli con il binocolo, che Guarrasio Flanagan Callaghan Giuseppetti – uno dei fondatori della Bar Poets Society - redasse il discusso testo biografico che andava ad indagare sull’intimità di Gabriele D’Annunzio, con un interesse profondo ed accurato per i momenti massimamente privati e sulla fisiologia del poeta come specchio della sua burrascosa esistenza. Titolo dell’opera: “Il Vate sul Water”.
Alla classicità ed all’epos omerico erano invece rivolti gli studi di Edoardo De Burris De Falcettis De Is, le cui ricerche erano volte a dimostrare come l’Odissea non sia in fondo che un puttan-tour ad ostacoli.
Carlo De Bellis, il sociologo ed antropologo del movimento, fu tanto brillante quanto sfortunato. Rampollo di un’antica famiglia nobile decaduta, si sentì sempre in uno stato di minorità rispetto ad Edoardo, essendo rimasto con un solo De in seguito alla perdita delle fortune avite. Riuscì con fatica a comprarsi un appartamento al piano terra in centro, ma, quando gli si fulminò una lampadina, gli saccheggiarono la casa. Dopo questo evento prese ad occuparsi dei fenomeni di isteria collettiva letti attraverso la legge delle reazioni a catena ed il suo lavoro culminò nel testo: “Se una farfalla batte le sue ali in Asia, a mio nonno si ingolfa il trattore a Piacenza ed i rumeni gli svuotano la cascina”.
Maturando via via una crescente misantropia, lasciò in eredità il testo fondamentale del pensiero contemporaneo: “Come utilizzare la blasfemia per scoraggiare i tuoi vicini dall’invitarti a giocare a scala quaranta”, prima di morire di colera giovane. Giovane lui: il colera era piuttosto maturo.
Ma il nome più illustre della Bar Poets Society resta senz’altro Cencio Sguappa, nonostante il nome.
Per lui non servono presentazioni, tanto nessuno lo conosce ed a nessuno frega niente.
Cencio si rivelò fin da subito lo scrittore più talentuoso tra noi, il più ispirato, il più colto. Ed aveva pure il pollice verde.
Vero artista della parola, scolpì versi memorabili quali: “La tua bocca è come il Mar Tirreno: maleodorante e piena di alghe”, contenuto nella sua opera prima “Utero a metano”.
Il suo fu un esordio folgorante, a cui seguì la pubblicazione della raccolta “Poesie erotiche ad una ragazza non consenziente”, che andrà a costituire la famosa “Trilogia del Cefalo in Amore” insieme ai successivi “Se non puzzo, perché mi trombi in apnea?” e “Va bene che ti sei innamorata del mio cervello, ma devi per forza trascurare così il mio cazzo?”.
Il suo libro più struggente rimane però il romanzo autobiografico che narra gli affanni della sua vecchiaia, “Le Cronache dell’Ernia”.
E’ stato bello vivere in prima persona quella gloriosa stagione. Grazie alla Bar Poest Society ho avuto la possibilità di conoscere alcuni tra i personaggi più importanti del Novecento: Gabriel Garcia Marquez, Claude Lévi-Strauss, Ingeborg Bachmann, Nicola Berti.
E ricordo bene il mio incontro con Borges. Si accomodò e mi disse: “All’aeroporto, per favore”.
Non mi fece tenere il resto: un po’ la storia della mia vita.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Dicembre 2007
Ricordati sempre che

Lui è l’esecutore materiale

Lui è il mandante interno

Ma TU sei il mandante esterno
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Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 11 Dicembre 2007
Il S.U.V. è un test di intelligenza: se lo compri, sei stupido.
Se ti reputi intelligente e credi in dio, ti sbagli su una delle due cose.
Ogni volta che un magistrato arriva a toccare i politici, subito le lobby dei poteri forti cercano di screditarlo, tacciandolo di protagonismo, scorrettezza e quant’altro. E’ storia nota, una storia che si ripete sempre uguale: Terranova, Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino, Palermo, Borrelli, Colombo, Boccassini, eccetera eccetera eccetera. Dunque se ancora cadi nella trappola ordita dalla casta, o sei un coglione o sei in malafede.
De Magistris e la Forleo sono due animi nobili. Mastella e D’Alema due metastasi di un cancro civile.
Quando vengono pubblicate delle intercettazioni telefoniche in cui emergono fatti gravissimi riguardanti un potente, se ti scandalizza la presunta violazione della privacy invece del contenuto delle conversazioni, fai schifo e devi perire.
L’inconveniente della pecora è che in assenza di specchio ti perdi le espressioni del viso. Sovente però l’assenza di specchio ti evita di sapere la tremenda verità.
Se sei fidanzata con un ignobile pezzo di merda che ti sottomette e magari ti picchia pure e continui a starci insieme invece di lasciarlo e denunciarlo “perché io lo amo”, meriti ogni singolo sganassone che ti arriverà dal bruto che ti sei scelta come compagno per la vita. L’amore non è una giustificazione e l’amore verso una persona brutale non è mai comprensibile né accettabile, tantomeno giustificabile. Ninetta Bagarella non è un buon esempio da seguire.
Le suffragette e le coraggiose esponenti del movimento femminista non si sono fatte sparare addosso dall’esercito affinché tu potessi fare la serva vessata di un bifolco. Se non ti importa della tua dignità, pensa almeno alle donne che hanno dato la vita per la parità dei diritti, per l’indipendenza e per la liberazione sessuale. E vergognati un po’, anche.
Se non hai ancora capito la differenza tra Partito Democratico e Forza Italia, sappi che siamo almeno in due.
Sopra il ponte di Baracca c’è Mimì che fa la cacca e sotto un barbone che si prende gli stronzi addosso.
Non si sono mai visti trentatré trentini che entrano a Trento tutti e trentatré trotterellando.
La capra sopra la panca è decisamente più fortunata della capra sotto la panca.
Il capitalismo è la riproposizione della legge della giungla - ovvero la legge del più forte – con l’aggiunta della tecnica. La preda, invece di essere divorata, viene assunta.
Quando sono privo di ispirazione, mi produco in post astiosi.
Le battute sulle canne non fanno ridere.
Lavorare fa schifo.
Se mandi tuo figlio a catechismo, non lamentarti se torna a casa con qualche nozione di troppo sul coito anale.
Dato un gruppo di ragazze, la più brutta sarà anche inevitabilmente la più stupida (cit.).
Il Consiglio Superiore della Magistratura è una masnada di farabutti politicamente manovrati tra cui talvolta spunta qualche grande uomo.
Andreotti e Berlusconi sono colpevoli di ogni capo d’imputazione a loro ascritto.
I fascisti hanno delle grane irrisolte con la propria virilità.
Se ancora credi che una decina di musulmani invasati abbiano preso possesso di tre aerei dirottandoli non visti e precipitando sui punti più sorvegliati al mondo senza aiuti governativi, o sei un ragazzino, o sei cretino, o hai un interesse personale nel berti certe cazzate.
Chi parla di dietrologia o teoria del complotto non fa che gettare subdolamente fango su quella che è al contrario una realtà palese, cristallina, quantomai nitida. Un esempio su tutti: non c’è bisogno di parlare di complotto a proposito delle stragi negli Anni di Piombo, giacché è fin troppo facile capire come la strategia della tensione tornasse comoda agli incroci ed agli intrecci che si erano creati tra poteri politici ed economici. C’è tutt’altro che dietrologia nella comprensione dei modi con cui la classe dominante si prodiga per conservare ed espandere il proprio potere.
Jessica Alba sarebbe considerata una fica spaziale anche su un altro pianeta.
Le pellicce, al di là di questioni etiche ed animaliste, sono veramente brutte.
Se questo scritto ha urtato la tua suscettibilità, hai la coda di paglia.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 11 Dicembre 2007
101 - Un rospo con un groppo in gola che deve ingoiare amaro
100 - Un monco che fa l’autostop con l’alluce
99 - Il musical
98 - La Libreria dell’Automobile
97 - Una monografia sulle betoniere
96 - Tiberio Timperi e Fabrizio Frizzi che cantano “E la vita l’è bela” di Cochi e Renato
95 - Tozzi canta Masini
94 - Masini canta Tozzi
93 - Manuela Villa canta Masini e Tozzi
92 - Una sirena con la raucedine
91 - La Sirenetta ingroppata da Giancarlo Magalli, che non riesce a trovare il buco
90 - Giancarlo Magalli che tenta di ingroppare la statua della Sirenetta di Copenaghen
89 - Una favola di Hans Christian Andersen su Giancarlo Magalli
88 - Giancarlo Magalli
87 - Un camorrista con la erre moscia
86 - Il Discobolo con la Diarrea
85 - Un ingegnere mascherato da Robocop che balla la salsa
84 - Un ingegnere
83 - Un sessantanove tra due gobbi
82 - Tullio De Mauro rimproverato dal mio barbiere per aver sbagliato un congiuntivo
81 - Justin Timberlake che canta in playback un’aria di Puccini
80 - Un rave di non vedenti
79 - Un pipparolo con un letto a due piazze
78 - Un pompino con il torcicollo
77 - Un porno con attori impotenti
76 - Il remake di “Zabriskie Point” girato da Carlo Vanzina
75 - Dichiarare una scoreggia e poi fallirla
74 - Un microdotato che tenta di fare l’elicottero sotto la doccia
73 - Una suora baffuta spogliarellista
72 - Un balbuziente appassionato di scioglilingua
71 - Un barbone con la puzza sotto il naso
70 - Calarsi le braghe per essere licenziato
69 - Una ninfomane monogama
68 - Un banchiere sensibile
67 - Mettersi le dita nel naso mentre lei ti sta baciando
66 - Un malato di Alzheimer che si dimentica di avere anche il Parkinson e si rovescia sempre il caffè addosso
65 - Essere menati dal can per l’aia
64 - Aristofane che scrive la sceneggiatura di “Natale in Attica”
63 - Il piccolo Tommaso che dà una badilata a Bruno Vespa
62 - Gasparri ministro
61 - Gasparri
60 - Il torneo di calcetto tra gli dei dell’Olimpo
59 - Barare a Forza Quattro
58 - Il Festival del Cinema di Frosinone
57 - Frosinone
56 - Un tappo pelato panzone narcisista
55 - Una lettera d’amore scritta ad un analfabeta
54 - Una lettera d’amore scritta ad un ingegnere
53 - Un ragioniere fiero del proprio lavoro
52 - Un muto logorroico
51 - Don Bosco con una chiazza sospetta sulla patta
50 - George W. Bush che scrive sul diario segreto
49 - Dick Cheney che legge di nascosto il diario segreto di Bush
48 - Alessandro Magno che perde a Risiko
47 - Un elenco delle cento cose più ridicole concepibili
46 - Il Dottor Spock che sfotte uno con le orecchie a sventola
45 - Il bue e l’asinello con l’alito cattivo
44 - Far mettere il burqa ad un pezzo di fica
43 - Il raffreddore ai tempi del colera
42 - Avere il colera e non battere un chiodo
41 - La Befana indagata per falso in bilancio
40 - Un sodomita con le emorroidi
39 - Giuliano Ferrara in tutù
38 - Rosy Bindi favorevole all’eugenetica
37 - Mara Carfagna deputato
36 - Andreotti innocente
35 - Putin con la coscienza pulita
34 - Lo Stato di Israele che si impegna per la pace
33 - Un imprenditore sinceramente convinto di pagare gli operai con un salario adeguato
32 - Romano Prodi vestito da Zorro
31 - Hugh Hefner annoiato e insoddisfatto
30 - Gigi D’Agostino che fa una serata al Centro Anziani
29 - Mia nonna che balla la break dance
28 - Io che ballo la break dance
27 - Un gallo dormiglione
26 - I re magi che chiedono informazioni
25 - La psicanalisi freudiana applicata ad una mucca pazza
24 - Shiva che tocca otto culi contemporaneamente
23 - Un autista dell’ATAC in smoking che fa il baciamano e parla francese
22 - Una cubista che suona il triangolo
21 - Un ottuagenario che dopo aver parlato con un roveto ardente decide che bisogna alzarsi presto la domenica mattina per andare a Messa ed è vietato farsi le pippe
20 - Chi si alza presto la domenica mattina per andare a Messa e considera peccato farsi le pippe perché glielo ha detto un ottuagenario che sostiene di aver parlato con un roveto ardente
19 - Un roveto ardente che dice cazzate
18 - Gli Inti Illimani che si fanno quattro risate
17 - L’elettorato di Veltroni
16 - Veltroni
15 - Saddam Hussein vestito da Babbo Natale
14 - Babbo Natale leader di Baath
13 - Una pecora a pecora
12 - S.Giuseppe che scopre la Madonna a letto con lo Spirito Santo
11 - Lo Spirito Santo che scopre la Madonna a letto con l’idraulico
10 - Madre Teresa di Calcutta su Pornotube
9 - I puffi che giocano a pallacanestro nelle stimmate di Padre Pio
8 - Padre Pio
7 - Un capellone palestinese vergine che cammina sulle acque
6 - La Madonna con i guanti da portiere che si tuffa a parare il proiettile di Ali Agca
5 - Un vecchietto vestito di bianco che ti dice di non trombare perché così facendo, dopo morto, potrai diventare un satellite che gira intorno al dominatore dell’universo
4 - Dare ascolto a quel vecchietto
3 - Uno che crede in dio
2 - La religione
1 - Un culturista con la cuffia
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Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 10 Dicembre 2007
Tra i libri necessari, quelli a cui andrebbe associata la rinomata formula “da leggere nelle scuole”, si colloca senza alcun dubbio “Ho ucciso Giovanni Falcone”, la confessione di Giovanni Brusca curata da Saverio Lodato, uscito nel 1999.
Un titolo che fa tremare, un monologo che sconvolge e costringe ad aprire gli occhi, senza possibilità di volgerli altrove, senza edulcorazioni, come un padre severo che educa il figlio insegnandogli a guardare i suoi errori, riconoscerli ed affrontarli, impedendogli di eludere i problemi.
Per chi non lo sapesse, Giovanni Brusca è l’uomo che premette il pulsante del telecomando dell’esplosivo nella Strage di Capaci, nonché quello che fece uccidere e sciogliere nell’acido il quattordicenne Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo.
Uno dei più prolifici e spietati sicari di Cosa Nostra (“ho ammazzato più di centocinquanta persone, ma meno di duecento”), dopo la sua cattura Brusca ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia e le sue rivelazioni si sono dimostrate decisive per le indagini degli ultimi anni.
Il suo pentimento, sorprendentemente sincero, assume un’importanza capitale: Giovanni Brusca è stato infatti il primo – e resta finora l’unico – boss della “mafia vincente” (ovvero quella dei Corleonesi) ad offrire il proprio contributo allo Stato nella lotta alla criminalità organizzata.
Ecco perché leggere, spulciare, studiare approfonditamente un testo in cui la cupa ed intrigata Storia Contemporanea italiana viene raccontata da un protagonista d’eccezione, che su questa Storia ha inciso profondamente in prima persona, diviene un’occasione irripetibile, irrinunciabile, quasi un dovere civico.
Le vicende narrate da Brusca appartengono alla nostra Storia più recente. Recentissima. Fin troppo recente. Già, perché Brusca, nelle sue preziosissime pagine, parla diffusamente di una figura in particolare che in questa Italia bella fuori e brutta dentro ha fatto sempre il brutto ed il bruttissimo tempo per più di cinquant’anni e continua a rivestire a tutt’oggi una carica istituzionale di primo piano. Sì, sto parlando naturalmente del senatore a vita Giulio Andreotti, l’anima nera dello Stivale, che ancora appena l’anno scorso ha rischiato di diventare Presidente del Senato.
“Andreotti non c’entra nulla con la Mafia”, ha gridato la stampa ufficiale. La voce delle carte processuali è stata invece coperta da un fastidioso ronzare di vespe.
Ho deciso quindi di riportare tutti i passi in cui Giovanni Brusca cita il nome di Giulio Andreotti.
Qui non si parla del passato: si parla del presente (specie in un periodo in cui di nuovo vengono screditati magistrati che fanno bene il loro lavoro e vanno a toccare i potenti), di un presente che pesa come un macigno, un macigno grande quanto una Balena Bianca.
Quanto c’entra Andreotti con la Mafia? Tanto così:
“[...] All’epoca ero in buoni rapporti con Paolo Rabito, uomo d’onore della famiglia di Salemi. Fu lui quello che, secondo il racconto del pentito Baldassarre Di Maggio, aprì la porta ad Andreotti il giorno dell’incontro con Ignazio Salvo e Salvatore Riina; per capirci, il giorno del presunto bacio tra il senatore e Riina. [...]”
“[...] Tocca proprio a me, quando scoppia la terza guerra di mafia, portare un messaggio degli esattori (i fratelli Salvo, che riscuotevano le tasse per la regione Sicilia N.d.R.) a Riina e a mio padre. Il messaggio viene da Andreotti: ‘Manda a dire di darci tutti una calmata perché diversamente lui non è più in grado di coprirci’. Cosa che io faccio. [...]”
“[...] Ma non tramontò mai il progetto di uccidere Giovanni Falcone. Di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che prima erano stati amici e ora erano diventati nemici, quelli che ci avevano dato tanto fastidio. E mi riferisco in particolar modo agli uomini politici che spesso, pur di coprire i loro affari illeciti che non avevano nulla a che vedere con la mafia, si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio tutti coloro che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi proprio per questo.
Se si vuole capire infatti la strage di Capaci, nel 1992, bisogna tornare indietro di otto anni. Al 1984, quando cominciò a collaborare Buscetta e tutti si resero conto che poteva accadere qualcosa. Quella rivelazioni, anche per noi, rappresentarono un fatto imprevisto. E modificarono ancora di più lo scenario.
Attenzione: nelle confessioni iniziali il nome di Andreotti non c’è. E non c’è neppure quello dei Salvo, né di Salvo Lima e di Ciancimino. Ma Cosa Nostra è consapevole che Buscetta sa che quelli sono i nostri canali politici. Lo sa troppo bene. Ma lo sanno anche loro, gli uomini politici, che Buscetta sa. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che mentre Cosa Nostra viene investita in pieno dalla valanga delle rivelazioni del grande pentito, gli uomini politici hanno il tempo e la possibilità di preparasi per parare eventuali colpi futuri.
Il passaggio successivo di quelle rivelazioni porterà Buscetta – in qualche modo costretto da Falcone – a svelare un’altra parte della verità: e i Salvo e Ciancimino finiranno dentro con accuse pesantissime. E’ proprio in questo momento che l’onorevole Andreotti gira definitivamente le spalle a Cosa Nostra, anche sacrificando qualche suo amico. [...]
Andreotti ci girò le spalle all’indomani delle prime dichiarazioni di Buscetta. Continuerà infatti a mantenere i suoi rapporti con Ignazio Salvo, proprio nella fase in cui questo chiude le porte a Cosa Nostra.
Che il senatore e i cugini Salvo avessero rapporti di lunga data a me risulta personalmente. Ricordo alcuni episodi: per esempio, quando Nino Salvo mi disse che per aggiustare il processo Rimi era intervenuto Andreotti in prima persona. Ho già ricordato di quando Ignazio Salvo mi mandò da Riina in veste di ambasciatore per conto di Andreotti.
Non mi risulta, invece, che Andreotti e Riina si siano mai incontrati personalmente. Questi rapporti tra Andreotti e Salvo dureranno nel tempo. E lo scoprimmo nel 1988, quando Falcone era in corsa per la poltrona di capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Andai a trovare Ignazio: motivo della visita, ancora una volta, le nostre richieste di intervenire sul maxiprocesso.
Lui se ne uscì con uno strano discorso: ‘Sai, qualche amico ce lo abbiamo ancora, siamo ancora capaci di condizionare le cose. Falcone non diventerà capo dell’ufficio istruzione’. Mi fece il nome di Claudio Vitalone e di Andreotti per spiegarmi che, in seguito al loro intervento, alcuni magistrati avrebbero lasciato Falcone solo e quindi votato contro la sua nomina. Ma non è tutto.
Mi disse anche di riferire a Riina che ‘ormai non c’era più bisogno di uccidere Falcone, perché ci avrebbero pensato loro a delegittimare Falcone’. E aggiunse: ‘E’ inutile ucciderlo perché al suo posto ci metterebbero un altro’, lasciandomi intendere che avremmo provocato inutilmente una reazione dello Stato che, a quel punto, sarebbe stata incontrollabile.
Quando esposi questo ragionamento a Totò Riina, la sua risposta fu: ‘Mi vogliono vendere fumo? A Falcone lo devo uccidere ugualmente. I politici si stanno aggiustando le loro cose e a noi ci stanno lasciando con i piedi di fuori, allo sbando. Come se fossimo carne da macello’.
E aggiunse: ‘Li devo ammazzare tutti. E’ giunto il momento di ammazzarli’. E’ in quel momento che decise di aggiungere nella lista dei bersagli da colpire sia Ignazio Salvo che Salvo Lima. Di quest’ultimo non mi fece il nome, ma era abbondantemente sottinteso.
Ho voluto ripercorrere a grandi linee questo scenario per spiegare che, mentre la decisione di uccidere Falcone era stata presa di comune accordo, negli anni successivi i Salvo si erano tirati indietro, volendosi defilare. Serve anche a capire – almeno è questa la mia opinione – perché oggi il senatore Andreotti continua a ripetere che lui aveva preso provvedimenti duri contro la mafia.
Lo aveva fatto, ripeto, perché terrorizzato da quanto avrebbe potuto dire in futuro Buscetta. Tanto che proprio il senatore accettò, inspiegabilmente per chi non conosce i fatti, di accogliere quelle richieste contro di noi che in passato Falcone si era sempre visto respingere.
E’ allora che Andreotti volta le spalle a Cosa Nostra. ‘Il figlio di buona madre’, che il pelo sullo stomaco lo ha sempre avuto, comincia a sostenere le proposte di legge contro la mafia. Sono infatti gli anni in cui i giudici Chinnici e Falcone attaccano fortemente proprio lui, Lima e i Salvo. Questo ci dava molto fastidio. [...]”
“[...] Che effetto ebbe l’uccisione di Falcone? Nel periodo precedente all’attentato, si doveva fare il nuovo presidente della Repubblica e si parlava di Andreotti come uno dei candidati più forti. Noi volevamo che l’attentato avvenisse prima della nomina, in modo che il senatore non venisse eletto. Tanto che Riina disse: ‘Glielo faccio fare io il presidente della Repubblica…’.
Noi pensavamo: ‘A cu fannu fannu, a noi non ci interessa. Basta che non è Andreotti’. E così accadde. Anche un bambino capisce che in quel periodo, con le voci che giravano su Andreotti, con la strage di Falcone, lui era spacciato. Completamente tagliato fuori. [...]”
“[...] Uno dei primi argomenti che ho voluto toccare quel giorno (27 luglio 1996, data del primo interrogatorio da collaboratore di giustizia, N.d.R.) riguardava Andreotti e il bacio con Riina. Ma, per capire come andò l’interrogatorio, devo dire che ero ancora letteralmente accecato nei confronti di Balduccio Di Maggio. Ecco perché ho minimizzato sul senatore e ho cercato appositamente di portare il discorso sulla vicenda. Ho tirato in ballo i Salvo, Salvo Lima, Claudio Vitalone, questo sì. Ma ho fatto il possibile per sganciare Andreotti da quel contesto. Volevo anche salvare qualche mafioso, povero cristo, coinvolto nel processo Agrigento che Di Maggio aveva tirato in ballo.
Se mi fossi limitato a parlare del processo Agrigento non avrei ottenuto alcun risultato, mi sembrava più facile dire bianco dove Di Maggio diceva nero e viceversa. Pensavo, dentro di me: se lo attacco su un punto forte, di interesse mondiale, riesco a screditarlo tutto. Per questo, poi, i giornali se uscirono dicendo: ‘Brusca scagiona Andreotti’, ma a me non interessava la politica, mi interessavano solo i miei amici finiti sotto processo. [...]
Il 28 agosto, a peggiorare la situazione, si aggiunsero in televisione le dichiarazioni del mio avvocato Vito Ganci.
Devo aprire una parentesi: quando ero ancora un cittadino libero, dunque siamo agli inizi degli anni Novanta, avevo viaggiato da Palermo a Roma a bordo di un aereo sul quale c’era l’onorevole Luciano Violante. Era un ricordo che mi tornava spesso in mente durante la latitanza.
Pensavo: se un giorno dovessero arrestarmi, invento di avere avuto un colloquio con lui e di avere ricevuto proposte di agevolazioni al processo in cambio di accuse contro Andreotti e informazioni su Riina. Ne parlai con Ganci e ci era sembrata un’idea intelligente. Ma, allora, non gli dissi che il fatto era inventato, gli feci capire che era vero.
Tutto potevo pensare tranne che l’avvocato se ne andasse in televisione a tirare fuori quella storia. Ganci non è mafioso…gli manca solo la ritualità… Vennero immediatamente i magistrati a trovarmi: ‘Cosa voleva dire l’avvocato ganci?’.
Vuotai il sacco: queste cose le pensavo da latitante, ho volutamente minimizzato su Andreotti, ho tirato in ballo Violante che non c’entrava niente. [...]”
“Nel processo Andreotti le mie dichiarazioni hanno permesso di trovare finalmente il piatto d’argento regalato dal senatore in occasione del matrimonio di Gaetano Sangiorgi (genero di Nino Salvo, mafioso, oggi in carcere, N.d.R.), anche se lui nega. [...]”.
Una riflessione facile facile: quando è stata diffusa la falsa notizia che Andreotti fosse stato assolto - mentre invece era stato riconosciuto colpevole del reato di associazione mafiosa commesso fino al 1980, ma caduto in prescrizione (e da Brusca abbiamo appreso che i legami del Gobbo con la Piovra si sono protratti invero almeno fino al 1992) - nessun politico si è esposto per smentire la gravissima menzogna ed anzi, da destra a sinistra, tutti hanno espresso solidarietà e stima per il disonorevole senatore a vita.
Non capisco dunque perché debba essere tacciato di qualunquismo chi abbia il desiderio di spazzare via questa classe politica nella sua interezza e si prodighi per cercare di farlo.

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Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 10 Dicembre 2007
A tutti gli altri ci pensa il demonio
Post Scriptum
Non c’è stato il tempo neppure per illuderci: Daniele Luttazzi è stato di nuovo epurato, stavolta dall’emittente La7, i cui dirigenti avevano firmato con lui un contratto che - a detta delle alte sfere dell’emittente - gli lasciava massima libertà. Si è scoperto poi che i dirigenti intendevano “massima libertà previa concessione e revocabile arbitrariamente in qualsiasi momento”.
Stavolta la scusa impugnata per censurare il grande autore satirico è stata quella dell’offesa ai danni di Giuliano Ferrara. E di nuovo la solita solfa sulla volgarità, su cosa è e cosa non è satira, sulla legittimità di alcune battute.
Insomma, un copione già visto: ignoranti in malafede al soldo di potenti che diseducano artatamente il pubblico su questioni culturali per poter punire ogni “abuso di libertà di espressione”.
“Parole forti, certo”, si legge sull’articolo di Repubblica.it, il quotidiano che ti fa rimpiangere l’informazione fatta dal tuo barbiere.
Il talento e la verità non te li perdona nessuno.
Poverino, Ferrara si è offeso. Pensa come ci saranno rimaste l’Urina e le Feci.
Per protestare contro La7, firmiamo questa petizione e mandiamo alla redazione dell’emittente questa lettera, da inviare in questa pagina.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 10 Dicembre 2007
La rivista Agricoltura Mancata mi chiede di ripercorrere le tappe che mi hanno portato al successo nel campo della musica e degli infissi in alluminio. Lo faccio volentieri per due motivi: primo, perché è una bella occasione per immergermi in piacevoli ricordi; secondo, perché mi preme smentire le malelingue secondo cui arrotonderei spalando merda di vacche in allevamenti clandestini. Questa è una grande falsità: sono pecore.
Ma cominciamo dall’inizio, altrimenti devo pagare i diritti a Quentin Tarantino.
La mia passione per il canto risale all’infanzia: bambino prodigio, come Mozart compose la sua prima sonata a quattro anni, così io intonai a cinque il mio primo Nel blu dipinto di blu sotto la doccia. E non si era mai visto fino ad allora un bambino di cinque anni fare la doccia senza tappetino anti-scivolo. Mia madre rimase sbigottita nell’udire i miei acuti portentosi e notando come fossi riuscito a conservare l’equilibrio nonostante avessi cagato nella doccia.
Crescendo cominciai ad interessarmi alla musica d’autore, poiché quella autogenerantesi non mi aveva mai fatto impazzire.
Poi un giorno scoprii il rock. Devo tutto al mio barbiere. Già, fu lui a spalancarmi quest’orizzonte nuovo ed inebriante, allorché mi illuminò dicendomi: “’Sti rockettari s’ingroppano le mejo fiche”. Decisi che quella sarebbe stata la mia strada, anche perché sulla Salaria ormai me le ero fatte tutte e ci avevo speso tutti i miei risparmi.
Mi prodigai dunque subito a formare il mio gruppo. Misi annunci in tutti i cessi degli autogrill della zona ed il primo componente che trovai fu il batterista. Nando Sparagnozzi, qualche precedente penale per boccata sciacquadenti, era l’ideale per il sound duro che avevo in mente di realizzare con la mia band. Era un tipo così violento che al posto della vaselina usava la segatura. Picchiava le percussioni come se fossero state degli sfigati in discoteca. Prima di ogni pezzo fissava il rullante e gli diceva: “Che c’hai qualche problema?”.
Fu la volta quindi del bassista, Ciro Cirò. Quando venne a fare il provino, sembrò piuttosto stralunato nel momento in cui si vide mettere in mano il basso. Si guardò intorno smarrito, non sapeva proprio cosa fare con lo strumento. La cosa mi spiazzò non poco, ma poi compresi: era un tassista che aveva letto male l’annuncio. L’intesa tra noi però apparve subito così buona che non potei non prenderlo a bordo. E poi un autista esperto e navigato mi sarebbe tornato utile in tournée.
Ma l’incontro che mi cambiò la vita fu quello con lui, l’uomo che si sarebbe presto rivelato il mio complemento creativo perfetto, il mio lato oscuro, il cerchione della mia vita pneumatica: Bruce Jenkins, detto Gigetto, o viceversa.
Gigetto era un ragazzo povero. Molto povero. Poverissimo. Proveniva da una famiglia così povera da non potersi permettere la formula eufemistica “non abbiente”. Faticava ad arrivare alla fine del mese, un po’ per le malattie dovute alla malnutrizione, un po’ a causa dei sicari che gli stavano alle calcagna a titolo di allenamento, un po’ perché, non avendo potuto studiare a causa della sua indigenza, non sapeva contare neanche fino a ventotto. Eppure era un chitarrista molto dotato, talentuoso ed originale. Però ai suoi assoli mancava sempre qualcosa: la chitarra.
Fece qualche sacrificio (umano. E per sfizio) ed infine riuscì a comprarsi una Fender di trecentonovemilasettecentosessantaquattresima mano - appartenuta al lustrascarpe del bisnipote della sguattera dello spazzacamino di un ragioniere vissuto al tempo di Enrico VIII - vendendo il suo corpo. La presenza della chitarra si rivelò piuttosto inutile in assenza di un corpo con il quale suonarla, ma dopo aver recuperato il corpo di Bruce (facemmo un affare con il compratore: noi ci prendevamo il corpo ed a lui restava l’anima. Lo fregammo ben benino, quel tale Mefistofele o come diavolo si chiamava), tutto si risolse per il meglio.
Il gruppo era dunque completo. Non mancava che il nome. Avevamo bisogno di un nome breve ma potente, di forte impatto ma nel quale molta gente avesse potuto riconoscersi, semplice ma che rappresentasse qualcosa di grande, una meta ideale, un luogo dello spirito eppure familiare, commerciale ma di rottura, accattivante e noto al tempo stesso. Optammo allora per F.I.G.A.
Come ogni gruppo rock agli esordi che si rispetti, muovemmo i nostri primi passi provando in una cantina e, tra un’intossicazione di metanolo e qualche screzio con gli imbottigliatori, iniziammo a farci conoscere in giro. Fu il responsabile della vendemmia a proporci il primo tour della nostra carriera. Si adoperò con tutto se stesso pur di vederci fuori dal posto adibito alle barrique.
Partecipammo così ai maggiori eventi rock della frazione, presenziando inoltre alla Sagra della Patata Scondita di Corchiano nonché alla gara di minimoto sponsorizzata dal Bar Pelandroni.
Fu allora che ci venne offerto il primo vero contratto, ma rifiutammo: quel posto da netturbini a tempo determinato non faceva per noi. Ma la seconda occasione per sfondare non tardò a venire: uscimmo di strada con il nostro furgone e buttammo giù l’ingresso dell’abitazione di quello che scoprimmo essere il vicino di casa di un produttore a cui il confinante stava parecchio sul cazzo, il quale (il produttore, non il cazzo) volle ricompensarci lanciando il nostro primo disco. Prima contro il vicino, così, tanto per infierire, poi nel mondo della musica.
Il nostro primo singolo, Baby, quanto vuoi?, risultò subito il più venduto nelle campagne della periferia di Isernia ed il più trasmesso da Radio Mario Rossi tra le 4.05 e le 4.09.
Ottenemmo subito recensioni lusinghiere: “Ricordatevi le loro facce, perché le ritroverete dietro al bancone di un autogrill” (Lavoro facile); “La musica ed i testi dei F.I.G.A. ci danno una grande lezione di vita, rammentandoci che non tutto è meglio di un calcio nelle palle” (Pentagramma piatto).
Dell’album che seguì, ispirato a Jack Kerouac, On the road by an Apecross, ormai pietra miliare dei recinti di sassi per pascoli appenninici, la stampa specializzata parlò in lungo e in largo (ma mai di traverso. Mi interrogo tuttora sul perché): “Il miglior album degli ultimi cinque giorni” (L’ottimista sordo); “Un disco che permette di rivalutare il martello pneumatico degli operai che ti lavorano sotto casa” (Essere una rockstar senza farlo pesare agli altri).
La mia voce fece subito il giro del mondo, passando per i sentieri montani.
La rivista Forbes mi definì “uno degli uomini più sexy di Via Sgarruppi 34”; Beccacce che passione invece “un nuovo efficacissimo richiamo per le anatre”.
Dopo il duetto con la lapide di Pavarotti, ricordo con particolare commozione la mia collaborazione con Bob Dylan: lui suonava la chitarra, io gli verniciavo lo steccato.
Ben presto ebbi la conferma che il mio barbiere parlava con cognizione di causa: la fama ci procurò ragazze a non finire e la fame fece il resto.
Con le ragazze ero sempre stato un po’ impacciato. Ricordo ancora quando, dopo una festa, una ragazza che mi piaceva molto si offrì di darmi un passaggio; salii sulla sua macchina, lei mise un cd nell’autoradio e partì una canzone che adoravo. Così le dissi: “Ehi, abbiamo una cosa in comune: anch’io ho un’autoradio”.
Ma una volta famoso non era più necessario ingegnare sottili strategie di seduzione: erano le donne a volere che saltassi loro addosso, al fine di montare un processo per stupro e spillarmi qualche soldo.
Poi c’erano le immancabili groupie. A noi spettavano quelle che avanzavano ai Righeira. Con una di loro vissi la più importante ed intensa storia d’amore della mia vita. Era una ragazza dark, di quelle donne forti, decise, ma estremamente problematiche. Fare sesso con lei era come scopare con Giovanna D’Arco. Dopo il rogo. Scoprii che la nuova frontiera della autolesioni erano le bruciature, che ormai avevano surclassato i sorpassatissimi tagli.
Il resto è storia nota: l’alcool, la droga, gli eccessi, la perdizione. Questo almeno per quanto riguarda i Led Zeppelin. Per noi la calce, la molazza, la cazzuola.
Voglio chiudere lanciando un appello ai giovani che coltivano il sogno di vivere di musica: se trovate una sciarpa di lana bianca con i bordi neri, è la mia.
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