Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Alcune osservazioni intorno al problema dell’aborto

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 12 Marzo 2008

Probabilmente nella mente ottusa e perversa - anzi, ottusamente perversa nonché perversamente ottusa - dell’antiabortista, in special modo quello di stampo religioso e maschilista (ed i tre fenomeni coincidono pressoché sempre), una donna ci si diverte proprio ad abortire.

“Ragazze, stasera se le famo du’ belle botte d’aborto?”
“Sì sì, magari! C’avevo giusto una voglia matta!”
“Io me so’ sparata ‘n par d’aborti la settimana scorsa”
“Beata te…!”
“Ma dove andiamo a spruzza’ ’sti feti?”
“Ha aperto un locale da poco e conosco il DJ, in più il PR è un amico mio. Ci ho fatto mettere in lista ed ho preso un tavolo”
“Bottiglia di vodka, cesto di frutta e raschiamento tutto compreso, no?”
“Chiaro!”
“Iuppi!”.

Poche cose mi risultano maggiormente insopportabili della brutale stupidità di chi non comprende che l’aborto per una donna costituisce un trauma, una tragedia, una scelta sofferta. O meglio: la più sofferta delle scelte. Nel momento in cui pertanto una donna decide di compiere quel passo, l’aborto si configura come un dolore necessario. Si tratta dunque di tentare di lenirlo o quantomeno renderlo minimamente sostenibile. Ed invece la prevaricante invadenza del maschio dominante, il quale pretende di decidere persino su ciò che riguarda esclusivamente le donne nella loro più intima corporeità e nella più profonda sensibilità psichica ed emotiva, tramuta una condizione di estremo disagio in un inferno intollerabile.
Un corpo ed una mente invasi, quelli della donna. E come ogni colonizzatore cruento che si rispetti, il maschio ha bisogno di collaborazionisti interni alla terra di conquista: altre donne diventano sue alleate. Ed eccole, codeste kapò riunite in associazioni che abusano di lemmi sommamente delicati come vita, rispetto, diritto, pronte a pedinare la ragazza che si reca in ospedale o nei consultori a chiedere aiuto, a colpevolizzarla, a torturarla, riempiendola di falsità scientifiche ed aberrazioni etiche. Perché la vita va tutelata in ogni caso e ad ogni costo, anche al prezzo del benessere, anche senza le condizioni per un’esistenza dignitosa, perché la vita è un bene assoluto.
Ma chi l’ha detto che la vita sia un bene assoluto?
Soltanto in un’ottica religiosa - ergo irrazionale, acritica, totalitaristica e cieca - venire al mondo può essere considerato un bene assoluto; solamente presupponendo l’esistenza di un dio creatore, legislatore e governatore, nascere può essere reputato una letizia senza possibilità di dubbio, un imperativo a cui sacrificare il buonsenso. Poiché per il credente la vita non appartiene che a dio, il quale, nella sua infinita bontà, ce ne fa dono, o, più correttamente, ce la dà in prestito, in affitto, e, benché tempestata di miserie, dobbiamo tenerla in gran conto e ringraziarlo, giacché “a caval donato non si guarda in bocca”, ed alla fine dovremo riconsegnargliela in buono stato, tenendola fino a quando vorrà lui e nella situazione in cui a lui sarà piaciuto offrircela in sorte. Uno scomodo regalo non richiesto, dunque. Un leasing con inghippo bancario. Se dio lo vuole, allora non può essere che un bene indiscutibile. Ma non sempre “è il pensiero che conta”: in certi casi è la sostanza a fare la differenza. Ed un presente può pure essere orribile. Ma le imposizioni del supremo dominatore dell’universo non possono venire contestate con leggerezza senza tema di ritorsioni. Di qui, il percorso di pena che si spalanca davanti alla donna intenzionata ad abortire: desideri interrompere la gravidanza? E sia, visto che non posso impedirtelo con la forza come vorrei, ma te lo farò pesare quant’è nelle mie capacità, facendoti sentire sporca, perseguitandoti con le ombre della macchia e del pentimento e proibendo la diffusione di tecniche mediche abortive indolori al fine di inasprire la difficoltà del tuo gesto ed acuire il tuo flagello imprimendoti nella memoria tremendi ricordi incancellabili. In sintesi, sconterai amaramente la tua disobbedienza tramite la costrizione a pensarci con ancor più dura afflizione. Servi che non possiedono alcunché, ma che si limitano ad amministrare i possedimenti concentrati nelle mani di un unico padrone: tali sono gli esseri umani per una pecora inebetita dalla metafisica che ha smarrito il senso del suolo.

Al fedele non interessa il bene dell’uomo, né quello di questo o di quell’uomo: il fedele ha a cuore esclusivamente il bene di dio, questo grande dittatore - il più grande dittatore - da ingraziarsi ed a cui sottomettersi per guadagnare l’eterno favore del paradiso. Ecco perché poco importa all’antiabortista che una donna non sia in grado di mettere alla luce un figlio: ciò che conta è sfornare nuove anime da dare in pasto a dio affinché venga appagata la sua insaziabile ed immonda fame.

“Nessuno può permettersi di decidere al posto di un’altra persona, soprattutto se più debole ed indifesa; un’embrione è una persona debole ed indifesa; perciò la madre non può arrogarsi l’arbitrio di porre fine alla vita dell’embrione-individuo”, affermano i sostenitori del peccato e del pensiero magico-mitologico. Ora, tralasciando complesse discussioni sull’identità di un grumo di cellule, al di fuori di qualsiasi ingiunzione di matrice sovrannaturale, ad una donna che porta dentro di sé il germe di una nuova esistenza che è parte della propria carne, è dato eccome decidere se interrompere lo sviluppo di una massa biologica informe al fine di scongiurare qualunque rischio di un’esistenza potenzialmente frustrante costellata di incertezze e patimenti. Una donna, insomma, ha eccome tutto il diritto di rifiutare il “divino omaggio” per il bene suo e del nascituro.
Nascere non è affatto un bene assoluto. Venire al mondo e vivere può essere un enorme male, anche al di là di malattie incurabili e menomazioni limitanti. Non è vero che la vita vale sempre la pena di essere vissuta: esistere può essere invece un inconveniente, come lo definiva Cioran, e niente è peggiore di una vita segnata dal rimpianto di non essere morti in tempo o di non avere potuto evitare di uscire dal ventre.
Una vita degna e meritevole di essere vissuta deve godere di sufficienti garanzie, tanto fragile è la scorza dello sconforto.
Gli antiabortisti però continuano imperterriti nella loro violenta idiozia a cercare di guastare lo spirito di madri e figli, avvelenare la solitudine di ragazze spaurite e disorientate in nome di un’entità onnipotente che nessuno ha mai visto, seguendo i dettami di un testo letterario, anteponendo le esigenze di un’astratta fantasia fanciullesca e terribile ai bisogni concreti di persone disarmate.
Ultima penosa iniziativa atta a tormentare donne in cerca di un disperato equilibrio, la proposta di seppellire non solo i feti, ma persino gli embrioni abortiti. Una pretesa equivalenza perfetta tra materia cellulare - vita in potenza - ed individuo che sogna, trema, gioisce e si strugge - vita in atto. Si spalanca allora una questione non da poco: ad ogni persona viene dato un nome; se l’embrione abortito viene ritenuto persona uccisa ed inumato come tale, sulla lapide dovrà essere apposto un nome. Ieri ho fatto una sborrata sul tappetino del cesso. L’ho chiamata Alfredo.

10 Risposte a “Alcune osservazioni intorno al problema dell’aborto”

  1. Ines Dice:

    Avresti dovuto chiamarlo “Alfredo all’infinito” date le infinite possibilità di procreazione contenute in una singola eiaculazione.

    Ora mi chiedo: dovremmo piangere la morte degli spermatozoi che non riesco a fecondare l’uovo?

  2. Ines Dice:

    non riescono*

  3. sdrammaturgo Dice:

    No, quelli sono dei perdenti!

  4. Ines Dice:

    A maggior ragione bisognerebbe piangerli, la gloria non andrà ai perdenti?!

    Almeno così insegnano al catechismo.

  5. poverobucharin Dice:

    Bello bello bello.
    Però Cladiù, va letto declamando. E’ quasi un testo teatrale.
    Ora, entrando nel merito, un rilievo te lo faccio, perché sono chimicamente, geneticamente, culturalmente stronzo, è risaputo.
    Questo dire, da parte di noi prochoice (e io prochoice me lo farei pure tautare in fronte), che l’aborto è una tragedia l’aborto è un dolore, ecc. ecc. non sarà mica un mettere le mani avanti, un concedere ai prolife(provita di merda sarebbe più opportuno chiamarli) una confidenza che non si meritano?
    Spiegare è importante, gistificarsi lo trovo inutile econtroproducente.
    Quello a cui loro danno un nome è materia biologica esattamente come le cellule di qualunque altra arte del corpo, che nascono e muoiono in noi ogni secondo. “Può diventare un bambino”, vero, ma può pure evolversi in un tumore, è spesso succede. Fa parte pure questo del disegno creaturale? Cavolo che disegnatore di merda che è sto dio. E poi, diventa un bambino solo per effetto di una serie di circostanze che la maggior parte delle volte non si verificano, è una lotteria, e comunque l’ingrediente più importante è il tempo. Se si agisce prima che una cosa succeda, la cosa non succede, punto. Ma i teisti hanno col tempo un rapporto stranissimo, secondo me non ci hanno capito gran che di come funzioni. A questo punto, tantao vale chiamare assassino anche chi prima pensa di fare un figlio, e poi cambia idea (magari perché si fa monaco). Sai le risate?
    Allora non gistifichiamoci, mandiamoli a fare in culo e basta, sti psicopatici ossessivo complulsivi.

  6. sdrammaturgo Dice:

    Deformazione professionale: d’altronde sono praticamente uno “scrittore d’arte” che interviene con qualche articolo sull’attualità e la politica.
    Non confondere però quelle che sono registrazioni di uno stato di fatto, e dunque spiegazioni, con giustificazioni: è pacifico che per una donna l’aborto sia un evento tragico e doloroso, o quantomeno si tratta di una decisione che non si prende a cuor leggero.
    Ho insistito sulla questione della sofferenza proprio perché mi indigna l’egoismo teistico degli “avvitati”. Nessuna confidenza, quindi. Semmai, accusa e condanna.

  7. poverobucharin Dice:

    Però le orecchie del teista prolife leggono un cedimento in queste parole, e provano a insinuarsi nella crepa. Siccome mi hanno scassato veramente le scatole, io preferirei non dar loro appigli nessun tio, neanche affimeri.
    Solo calci in culo.
    (io ho uno stile un po’ più asciuttino)

  8. sdrammaturgo Dice:

    Io la vedo più come un combatterlo con armi che crede di suo esclusivo appannaggio, quando invece la sensibilità per il dolore e la morte è presente con maggior acutezza nell’ateo.

    (Io ho deciso di combattere lo strapotere della brevitas paratattica hemingwayana: voglio recuperare il gusto per la complessità sintattica tipica del panorama latino e mitteleuropeo. Bufalino contra Bukowski!).

  9. Ines Dice:

    Mi piacerebbe intervenire in quest’appassionata discussione con qualcosa di inutile.

    \/\/\/\_____________________________
    Fatto.

  10. poverobucharin Dice:

    Nè Bufalino nè Bukowsky (anche se a tutti e due Vincenzo vuole bene assai): dlle mie parti si tiene in gran considerazione Raymond Carver.

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