Beati i poveri, perché moriranno prima

Io non faccio parte.

Archive for giugno 2008

La Nuotatrice di Francesco Canini

Posted by sdrammaturgo su 26 giugno 2008

Io ho la fortuna di avere per amico un maestro timido e geniale, un pittore schivo e brillante, tutto dedito alla sua arte che trasuda ricerca e poesia.
Francesco Canini ha voluto concedermi anche l’onore di curare l’apparato critico della sua mostra più importante, che si terrà dal 28 giugno al 6 luglio nella prestigiosa sede del Museo Emilio Greco di Sabaudia. L’esposizione raccoglie tutte le opere del ciclo della
Nuotatrice, i lavori più importanti della vita e della carriera dell’autore.
Di seguito riporto il testo di presentazione da me redatto accompagnato da alcuni esempi della creatività di Francesco Canini.
Siete tutti invitati alla mostra.
Ed ora, sorbitevi pure l’interminabile scritto.
*
*
C’è qualcosa che sembra valicare i confini segnati dagli occhi, nelle tele di Francesco Canini. Qualcosa che oltrepassa lo sguardo, che esonda dal campo visivo e sembra sfiorare la pelle, cingere, accarezzare, avvolgere. Qualcosa che irretisce il corpo, che lo risucchia delicatamente. Qualcosa che pare pervadere le carne, invaderla dolcemente. Sembra che per percepire e recepire le opere di Francesco Canini non sia più sufficiente e non venga più coinvolta soltanto la vista, senso prediletto della pittura. Già, la pittura. In un’epoca in cui l’arte è dominata da installazioni e video, fusioni ostinate di elementi figurativi disparati, scimmiottamenti del genio Duchamp, spasmodiche ricerche di interattività che sempre più si avvicinano al campo dell’ingegneria contaminando e snaturando il terreno proprio dell’arte, Francesco Canini scopre che nulla può essere più coinvolgente per tutti e cinque i sensi e per il pensiero, niente più innovativo della pittura tradizionale. Una riscoperta del passato per traghettare il presente verso il futuro, dunque. Giacché il presente ed il futuro si costruiscono sulla consapevolezza del passato. Tant’è che l’effetto conclusivo risulta quantomai moderno; senz’altro più moderno dei più moderni tra chi vuole a tutti i costi essere moderno.

Molteplici sono le influenze ed i modelli individuabili nella sua opera: il primo Rinascimento masaccesco, Giorgione e Tiziano, il Carlo Carrà metafisico, il Realismo Magico, la lezione delle correnti Novecento e Valori Plastici, fino ad arrivare a Lucio Fontana ed all’illustrazione di Lorenzo Mattotti.

Francesco Canini analizza, assorbe, poi cerca di accantonare, dimenticare, quindi elabora e rielabora.

Nuotatrice di Francesco Canini

Con un ritorno agli strumenti più semplici e gloriosi della pittura, Francesco Canini innova rinnovando: la sua è una pittura aptica, che attraverso gli occhi raggiunge il tatto e suggerisce alla mente suoni, sapori, profumi. Nell’elementare bidimensionalità della tela, egli forgia ambienti spaziali dipingendone l’atmosfera. Una vera magia, per dei quadri tradizionali.

Canini opera una revisione delle metafore e dei θ?ποι tradizionali, pur restando in costante dialogo con la tradizione. All’astrazione egli preferisce la rarefazione di una pittura figurativa forte di un rigoroso studio del nudo, di un accurato lavoro sul disegno e sul colore, di una preparazione della tela tramite strati di velature ottocentesche.

Importantissimo è proprio il lavoro che egli compie sulla tela e con la tela. Complici i suoi trascorsi di giovane raffinato corniciaio, Francesco Canini riscopre il carattere artigianale della pittura quattrocentesca, la certosina preparazione della tela, e, attraverso il contatto diretto con la materia e gli strumenti propri del pittore di bottega, egli trova l’altro del tangibile, raggiunge le vette dell’ineffabilità propria dell’arte. Il suo gesto manuale pittorico diventa speculazione filosofico-visiva.

Ad un tempo antico e moderno, Francesco Canini è artista squisitamente contemporaneo.

Prima di accingersi alla realizzazione del disegno, Canini lavora sulla base della tela, la prepara, ne saggia il legno, ne fa cosa sua; non si serve di tele già pronte: egli ha bisogno di entrare in contatto con il supporto bruto della sua arte, quello che poi, riempito di colori, sarà qualcos’altro, sarà tutt’altro che una mera tavola. Certo, in seguito quel piano ligneo non sarà più quel che era: sarà un quadro, un dipinto, un’opera d’arte. Ma la sua origine è plebea. Francesco Canini sa bene che nulla è più nobile di quella materia povera che non aspetta altro di veder zampillare dal legno grezzo le sfavillanti mirabilie patrizie di ciò che è arte.

Ciò che svetta alto nel cielo ha le radici piantate nella terra. Canini osserva come le più alte opere del genio umano siano il prodotto d’un insieme di elementi bassi: le imponenti statue sono il frutto della fatica e del sudore speso sul marmo delle cave ferito con il ferro; le cattedrali sono fatte di mattoni; gli affreschi pitturati con impasti di succhi ed essenze distesi con pennelli di setole.

E’ questa consapevolezza – il massimo della coscienza a cui un artista può arrivare, ovvero la coscienza dei suoi mezzi – che permette a Francesco Canini di conciliare nel suo fare artistico i sempiterni nemici del porre e del levare: è come se infatti la tela vissuta e sentita suggerisse alla mano le linee da seguire; è come se nel legno e nel tessuto fossero già contenuti i germi dei colori che li andranno a far fiorire di Bellezza. I quadri di Francesco Canini sbocciano.

Egli svolge appieno quello che secondo Paul Klee è il compito precipuo dell’artista: porta alla luce, rende visibile l’invisibile che si annida e s’asconde nelle pieghe di ciò che sta sotto ai nostri occhi.

Il pittore ci insegna a guardare le cose scovandone il di più, ciò che eccede la vista, l’altro del – e non dal – sensibile.

Nuotatrice di Francesco Canini 03

I suoi quadri tornano ad essere universi in sé conchiusi, rarefatti eppure densi, che proprio grazie al loro isolamento riescono a comunicare con la realtà; una realtà non più imitata, quella che Francesco Canini dipinge nelle sue opere, bensì trasfigurata: scissa dal mondo e dal tempo, la Nuotatrice ci parla della Storia e della Natura.

Oltre la μ?μησις, l’atto supremo di plasmare una nuova realtà che con la realtà comunichi, alla realtà si ispiri e che questa realtà insegni ad investigare con animo fresco e ricco d’una nuova giovinezza.

La Nuotatrice è il tema prediletto, il soggetto caratteristico dell’autore, vera e propria ossessione necessaria, da alcuni anni vocazione pressoché esclusiva della sua pittura.

Nelle grandi tele azzurre e calde della Nuotatrice, dolcemente ossimoriche nella loro avvolgente freddezza che assorbe con tepore, è racchiusa tutta la poetica di Francesco Canini. Per questo egli afferma che la Nuotatrice lo accompagnerà per tutta la vita.

La sensazione di un tuffo in un’altra dimensione aleggia sia all’esterno che all’interno della superficie pittorica, dove una giovane donna, una fanciulla senza età, nuota immersa nella propria solitudine, laddove tale condizione perde qualsiasi connotato di negatività e non somiglia più ad un oscuro abisso, bensì ad un sereno riparo luminoso.

L’autore ritaglia uno spazio protetto di quiete nel frastuono dell’esistenza: egli dipinge un corpo al di fuori della Storia pur all’interno della Storia stessa (il costume della nuotatrice è elemento temporalmente caratterizzante), al sicuro dalle turbolenze del Tempo inteso sia in senso storico-politico (gli accadimenti sociali) sia metafisico (il suo scorrere che tutto divora e distrugge).

In un tempo ed in uno spazio determinati il pittore scava un luogo ed un momento al di fuori del tempo e dello spazio.

Come in “Ode on a Grecian Urn” di John Keats, l’arte torna ad assumere una valenza eternatrice e pacificatrice: la nuotatrice avrà il privilegio di non uscire più da quel tenero limbo in cui ogni affanno è sospeso.

L’incarnato della ragazza è levigato, quasi etereo, lievemente caldo eppure raggelato da una luce propria che si mescola a quella che si propaga soffusa nelle opere; si tratta di riflessi di luce resi con pennellate leggere che ricordano l’acquerello, a rendere palpabile non tanto l’acqua, bensì il senso dell’acqua, la suggestione emozionale del colore omogeneo sfumato di celeste e bianco.

E’ proprio la ricerca sui toni la chiave del lavoro di Francesco Canini, il suo tratto peculiare e fondamentale. Molto più veneziano che toscano in questo, Canini attua e suggerisce un approccio diretto ed emozionale con il reale, il più immediato possibile (nell’accezione primaria di in-mediato, non mediato), al fine di trovare una sorta di assoluto pittorico: la pelle della nuotatrice, accarezzata dall’acqua, compenetrata dal mare e sovente fusa con esso, si fa anima incarnata, ma d’una sovrannaturalità che appartiene tutta alla sfera artistica.

Nuotatrice di Francesco Canini 08

Francesco Canini indaga sull’enigma dell’azzurro, il più ambiguo ed ammaliante tra i colori.

Tecnicamente, l’azzurro è un colore freddo. Eppure, in esso c’è un calore inusitato, che attira e sa di distanza, che seduce e respinge. Dolce e ieratico insieme, l’azzurro è un mistero che sbalordisce ed inquieta, che rapisce ed allontana.

E’ Francesco Canini stesso a dichiarare il proprio stupore allorché si trova ad impastare l’azzurro: basta un pizzico di bianco in più, oppure una goccia in meno, e quest’azzurro muta; e con il suo mutare, trascina con sé sensazioni sempre nuove e diverse, pizzica corde dello spirito mai suonate e libera nuove voci, rammentandoci che spesso un silenzio corrisponde ad un tacere e non ad un’inesistenza.

Francesco Canini conduce una vita quasi monastica, dai ritmi rigorosi, tutto dedito alla sua arte. Vive in campagna, vicino al mare, immerso in quel silenzio ed in quella solitudine che intende consegnare alle sue opere, come se volesse donare alle tele una parte della propria vita, quasi a soffiare nel tessuto e nel legno inerte un alito vitale che animi le immagini. Nei dipinti Canini restituisce le impressioni che egli attinge da ciò che lo circonda e l’ambiente diviene differente da se stesso: diviene creazione, diviene artificio, diviene arte. Cambia volto, scompare dissolvendosi nel quadro per riaffiorare sotto mentite sincere spoglie.

Francesco Canini si sveglia ogni mattina prima dell’alba e comincia a lavorare ai dipinti, proseguendo ininterrottamente fino al pomeriggio, momento in cui “rimette in discussione” – come suole dire lui stesso – tutto il lavoro svolto sino a quell’ora. Ritorna quindi sui propri passi, prende nuove decisione, cambia idea, impregnandosi delle suggestioni di quanto da lui stesso precedentemente realizzato affinché lo conducano per nuove vie inaspettate. La sua è una paziente attesa dell’inatteso.

E’ quantomai interessante sapere cosa l’artista stesso ha da dire a proposito del proprio metodo: egli confessa la meraviglia che lo invade nell’osservare l’azzurro che si trasforma ad ogni nuova pennellata. Francesco Canini in primis si sorprende ogni volta per l’inafferrabilità dell’azzurro.

Colore imperscrutabile per eccellenza, l’azzurro è la tinta dell’ossimoro. Nell’azzurro le opposizioni si amalgamano e generano quell’aura d’insolita insondabilità che conquista e fa vacillare. L’azzurro è l’ossimoro che produce ossimori. L’azzurro è l’incarnazione tonale del Mistero: il mistero del cosmo, il mistero della vita e della morte, il mistero del divino, il mistero del senso e del significato dell’esistenza. L’azzurro esprime l’assoluto, l’eterno e l’infinito; ne simboleggia la faccia mutevole.

Azzurro come essenza visibile e cangiante dell’Immutabile.

La Nuotatrice scivola languida nell’azzurro. Vi è immersa, ne è intrisa. La Nuotatrice esplora l’azzurro. Ella è dunque l’artista stesso, ogni artista e di riflesso l’uomo in generale e la sua volontà conoscitiva mista alla brama di annullarsi nel brahman. La Nuotatrice è l’allegoria dell’umano anelito verso il paradiso ed al contempo del raggiungimento del paradiso, finalmente ottenuto.

La sfera artistica è l’unico vero Eden, l’unico vero Empireo, l’unica vera Rosa dei Beati.

La Nuotatrice e l’azzurro: due simboli, due metafore, due allegorie, così semplici eppure così sterminati.

Nuotatrice di Francesco Canini 02

Immersa in un silenzio magico ed in una solitudine arcana, misteriosa, la Nuotatrice è sospesa in un vuoto che incanta e meraviglia. Al riparo dai turbamenti, dagli affanni, dai rumori dell’esistenza, questa sirena senza età fluttua in una quiete cosmica che avviluppa in un abbraccio morbido, eterno ed eternatore.

La nuotatrice è salva dalla vecchiaia, libera da ogni sforzo e tensione (come rivelano i capelli e le mani). Ha gli occhi chiusi, assorta nella propria distanza dal mondo, che pure sembra ad un passo, ma lontano ormai più dalla sua mente che dal suo corpo.

La pace, con il caos tutto intorno alla cornice, fuori, via.

Ella è in pace.

Nuotatrice di Francesco Canini 05

Il tutto sembrerebbe denotare una volontà impolitica, che però dimostra una salda consapevolezza critica: questa creazione di un non-luogo di tregua cosmica lascia supporre un profondo senso di pessimistica stanchezza verso una realtà inclemente e frenetica che intrappola l’Io nella gabbia degli schemi della quotidianità.

La pittura di Francesco Canini si configura dunque anche come politica, nel significato più elevato inteso da Theodor Adorno: l’opera d’arte, dicendo – wittgensteinianamente – se stessa e confessandosi come altro dal e del reale, denuncia dal proprio interno le storture del vigente.

Così, se l’uomo della modernità è smarrito nel marasma, la donna di Canini si perde nella pace. A volte ci mostra il volto, un viso dai tratti vaghi, giacché l’arte deve essere universale. Si lascia accarezzare dall’acqua, dalla propria vuotezza positiva: un vuoto d’accidenti riempito d’assoluto.

Il pittore esclude qualunque tipo di turbamento: la nuotatrice è pudica nella propria libertà, trasuda libertà nella totale assenza di pulsione erotica. Si tratta di esperienze sensoriali da captare puramente col pensiero sgombro.

Lo sguardo dell’osservatore scivola sulla tela ed addosso alla nuotatrice, che non vi bada. Ispira silenzio, assorbimento.

La nuotatrice di Canini è una divinità insieme degli abissi e delle altezze, delle profondità marine e dei picchi celesti del pensiero; una dea acquatica desacralizzata, terrigena e terrena, ma improfanabile nella sua impenetrabile placidità che sa d’ignoto, d’infinito e imperituro.

Nuotatrice di Francesco Canini 10

La grandezza di Francesco Canini risiede nella rara capacità di dipingere l’assenza. Dare forma al silenzio ed al vuoto è il più arduo dei cimenti per l’artista. In fondo, è la meta a cui tende ogni artista: esprimere l’infinito nulla di dio.

Quella di Francesco Canini è una pittura religiosa che santifica la religione della pittura. La sua è una visione sacra, la sua pittura è sacrale; uno sguardo sacrale per un’arte sacra, ma d’una liturgia puramente artistica. Francesco Canini celebra il miracolo dell’arte. E’ l’immensità dell’arte medesima che egli magnifica ed a cui tributa gli onori della creazione.

Di qui la sua tensione verso un misticismo artistico: è uno stato di ipnotico torpore vigile che egli vuole suscitare nell’osservatore; l’enorme vantaggio di questa sublime tipologia di culto risiede nel fatto che non c’è bisogno di attendere alcuna allucinazione: la visione trascendente è già tutta spalancata davanti al fruitore, al quale non resta che lasciarsi andare all’estasi e nell’estasi, smarrirsi in quell’”eterno femminino” che “trae al superno” rappresentato dalla Nuotratrice. Solo perdendoci ci è dato ritrovarci, ritrovare il nostro essere nella sua purezza primigenia. E solo perdendoci lucidamente nei meandri dell’arte. Questa è la lezione che Francesco Canini desidera darci.

La nuotatrice diviene dunque allegoria dell’arte stessa. La Nuotatrice è la Pittura, è la Poesia, è la πο?εσις.

Ella sopravvive al di sopra, al di sotto, al di là del perituro. Nell’al di qua ci siamo noi e le nostre miserie umane. E non possiamo avvicinarci alla Nuotatrice: se allunghiamo le dita nel tentativo di toccarla, di rubare la sua linfa d’ambrosia, di lasciarsi contagiare dalla sua vittoria sul finito, la parete della tela ci respinge. La Nuotatrice vive solo nell’Immagine e solo l’Immagine è la Verità.

Francesco Canini ci svela il segreto più grande: l’arte è il luogo eletto dell’immortalità. L’unico. E viceversa.

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Sex and the Country

Posted by sdrammaturgo su 15 giugno 2008

Sottotitolo: l’eros a misura di orto.

*

Il sesso è una cosa meravigliosa. Il sesso è una cosa bellissima. Il sesso è la cosa più bella che ci sia. Nessuno potrebbe farvi cambiare idea su questo. Chi potrebbe, d’altronde?
E invece no: il bifolco può. Il bifolco può tutto.
La presente raccolta è frutto di anni ed anni di ricerca sul campo condotta dall’equipe di studi eto-sub-antropologici
Inquietologo&Sdrammaturgo Useless Services tra la selvatica ruralità della Tuscia.
Il materiale collezionato si compone di frasi ed esternazioni varie – udite in prima persona dai due scienziati lungo tutto il corso della loro falisca vita agreste – in grado di far sembrare il sesso un qualcosa di sgradevole, raccapricciante, disgustoso.
Se ne parla il bifolco, l’erotismo diviene atroce e l’ardore si tramuta in orrore.
Pensavate che Ted Bundy e Pietro Pacciani avessero una sessualità particolarmente disturbata? Ebbene, preparatevi ad esplorare gli abissi più perversi delle pulsioni.

Avvertenza: la lettura è sconsigliata agli inguaribili romantici.

*

“‘Sta settimana hai inzeppito? Io ho dato tre inzeppite. Ma poi c’avea ‘na fica stretta! A ‘n certo punto m’è toccato rimannalla a casa. Je l’ho detto: ‘Sente, c’hae la fica troppo stretta, mica je la fo’”

“Quella che mestiere fa? L’attrice? Capirai, l’attrici lo fanno infila’ pure mal cane”

Bottega del barbiere. La radio trasmette Non va più via l’odore del sesso “Non va più via l’odore del sesso…E che je c’ha pisciato dentro?”

“Quella? E quella ce l’ha ‘na manciata de fregna!”

“Stasera la guarde Striscia la Notizia? Pe’ chi te la fae la zagana? Pe’ la bionda o pe’ la mora?”

“E ‘nsomma stavo a ingroppa’ ‘sta quarantenne e questa me fa: ‘Io però avrei bisogno anche di coccole’. Ma quali coccole: je l’ho buttato su ‘n’artra vorta e so’ annato via”

“‘Na vorta stavo a monta’ ‘na mastiotta giù pe’ ‘l lago; te do ma la fica, te do ma la fica, qua, te do mal culo. Do una o du’ briscole, dio porco tipo fòra ‘l cazzo e era ‘n cremino”

“Guarda ‘n po’ che sorca quella lì: tu nu’ je la faresti ‘na fica come la ròta de la molazza?”

“M’ea apparecchiato bene in quel modo, e che fae, nu’ je la dae?”

“A rega’, e così me fate ‘na fica come la ròta de la bicicletta: a razze”

“Toh, che bel porta-mmerda!”

“Bbona quella, eh? Che je ropperesti se dovessi sceje?”

“Adè bombareccia?”

“Me ricordo che quanno ero giovine annassimo a coja l’ua e c’adera ‘na bardassotta; a n’ certo punto s’abbassò e je se videro da la sottana quattro pele de sorca: ogni filagna ‘na pugnetta”

“Le donne so’ solo che da pisello”

“Prima o poi toccherà prova’ ‘sti transessuali: dice che fanno belle boccole”

“So’ annato co’ ‘na pornostar: cinquecento euro, ha’ da senti’ come spigneva mal culo”

“Me raccomanno, faje piano a la mi’ cuggina quanno me l’ancule”

“Mo’ vo a Cuba. Appena scenno dall’aereo, chiappo una e dico: ‘Vo’ monta’?’”

“Vene qua che te le do io ‘l tabbacco del moro!”

“Hae ‘nfilato ‘sta settimana?”

“Tu c’hae tre fije, nun poe fa’ le cazzate. Io lo so che la Luisa c’ha ‘na fica che è ‘n pezzo de pane…”

“Ricordete: le cose che se montano nun se prestano, da la bicicletta a la moje”

“Guarda che noi da giovani capitava pure che qualcuna de ‘ste tedesche in villeggiatura la sbudellavamo…”

“Nun te piace ‘l baccalà? Allora nun te piace la fica. La fica sa de baccalà”

“Quella dell’altr’anno su la barca m’ha lasciato ‘no stronzetto, dopo che me la so’ ‘nculata”

“Voi de vent’anni mica scopate: voi ve fate le pippe mal fodero de la fica”

“Da quanno esistono ‘sti bidè, la fica nun sa più de ‘n cazzo”

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Estemporaneismi

Posted by sdrammaturgo su 12 giugno 2008

Sottotitolo: Franz Kafka ha scritto gli Otto quaderni in ottavo ed io ho imballato scatoloni fino all’altro ieri. Scatoloni di libri sulle automobili, peraltro. Un titolo recitava La vendetta dell’Alfa Romeo. Quindi è giusto che io abbia speso cinquanta euro per il volume dei Meridiani in cui sono contenuti gli Otto quaderni in ottavo e solo in seguito abbia scoperto che ce n’era un’edizione a sei euro e cinquanta.

Sottosottotitolo posto all’inizio ma scritto alla fine (miracoli del montaggio dell’impaginazione consentiti dalla futuristica funzione del taglia-incolla): ultimamente sono particolarmente affezionato ai sottotitoli. Ho capito che sono un ottimo strumento da utilizzare quando non si hanno idee ma si vuole lo stesso scrivere abbastanza per riempire uno spazio sufficientemente lungo da essere meritevole di pubblicazione ed in modo tale da risultare in linea con i soliti standard di misura. Dunque, cari lettori, vi sto gabbando e voi state impiegando il vostro tempo a leggere vacue parole redatte badando più alla quantità che alla qualità. Non avete notato come cerco di allungare i periodi delle frasi con termini superflui che ne rendono prolissa la forma? E non sono ancora arrivato a due pagine word, la meta che mi sono proposto! Dunque ne avete ancora di nulla da sorbirvi!
Sì, ok, so che non dovrei farlo, sono consapevole nonché pienamente cosciente (che poi è la stessa cosa, il significato è il medesimo, sono due formule equivalenti e perfettamente interscambiabili, ma le ho utilizzate appositamente entrambe sempre per la motivazione di cui sopra – non vi accorgete che sto raddoppiando pleonasticamente ogni affermazione?) dovrei avere maggior rispetto per chi segue il mio blog, ma tanto ognuno di voi almeno una volta nella vita si sarà portato a letto un emerito coglione od una riprovevole inetta, quindi che cazzo me frega. Non ho pietà e faccio giustizia in questo modo. Inoltre è un valido metodo per dare sfoggio di buona dimestichezza con la lingua italiana, cosa che – non si sa mai – potrebbe procurarmi qualche passera particolarmente incline a lasciarsi abbindolare dall’abilità retorica. Non ci crederete, ma la superficialità non ha limiti e la sua diffusione non accenna a diminuire: probabilmente esiste più d’una vulvomunita disposta a cadere in simili inganni dell’apparenza. “Hey, scrive bene, diamogliela!”. No, ok, mi sono fatto rapire eccessivamente dai voli della fantasia. Però che volete farci, qui mancano ancora tre righe per arrivare a due pagine word pare pare. Ora due. Sempre due. Ancora due. Vai così…ci siamo quasi…l’atleta è quasi al traguardo…un ultimo sforzo…pochi metri ci separano dall’arrivo…suspence…eccolo…eccolo…Giorgiomastrotaècornuto.

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Il milite idiota

Ieri ho visto due esseri umani. Ed un militare.

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Un eroe moderno

“Qual era il tuo personaggio dei puffi preferito?”

“Quattrocchi”

“Anche il mio! E’ un vero peccato che sia morto in Iraq”

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New policy

“Certo che però in Italia siamo proprio lo zimbello d’Europa: Mara Carfagna ministro! Non si può proprio vedere una show girl rivestire cariche pubbliche di quell’importanza”

“Io invece sono contento: non capita tutti i giorni di potersi fare le pippe su un ministro”

*

Analisi di Amores Perros di Alejandro González Iñárritu, scritto da Guillermo Arriaga

Quello che gli autori intendono dirci è che se preferisci un bulletto qualunque a Gael García Bernal devi essere davvero una stupata senza speranza, per cui ti meriti una vita di merda.

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Tripartizione dei fallofori

Ora, Fiona Apple è stata violentata quando aveva dodici anni. Alla luce di ciò, gli uomini si dividono in tre categorie: chi considera Fiona Apple la Donna Ideale e Perfetta, chi non è tormentato dal mattino alla sera o comunque non è turbato più di tanto al pensiero che Fiona Apple sia stata stuprata e chi stupra Fiona Apple.

Postilla: che senso ha avere una ragazza che non sia Fiona Apple?

*

Antispecismo ziista

“Tu non mangi carne?”

“No, non mangio animali”

“Secondo me non c’è niente di male nel nutrirsi di esseri inferiori”

“Anche mio zio è un essere inferiore, ma non per questo lo squarto e lo mangio”

Sì, mio zio mi deve la vita.

*

Il borghese che la sapeva lunga

Faccio cose, vedo gente, lecco figa.

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Brecciolino di saggezza

L’intelligente si incazza, l’imbecille si scandalizza.

*

Romanticheria rusticana

“Buttemelo su! Buttemelo su!”

“Tiè, sentolo! Sentolo!”

“Ammazza, a tosì me la ruine!”

“Je fa?”

“Je fa, je fa”

“Tàn! Tàn!”

“Famme la sgassata del Califfone! Famme la sgassata del Califfone!”

“Viiim viiim!”

“Esteme! Esteme!”

“M’abbasta vedette che me sborro ma le mutanne”

“Ti amo”

“Ti amerò per sempre”

*

Il senso di nausea vi è stato offerto da un calvo intrappolato nel corpo di uno stempiato in evidente crisi creativa.

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Dello scrostare la merda e di altre delizie

Posted by sdrammaturgo su 7 giugno 2008

Sottotitolo: pedissequamente tratto da una storia vera che non sarà un granché ma è pur sempre meglio di un aneddoto a caso di un ingegnere qualsiasi.

Sottosottotitolo: Eugène Ionesco non era nessuno. Ma siccome due negazioni affermano, allora l’autore dello scritto ci sta dicendo – non volendo e quindi errando (errare nel senso di sbagliare, non nel senso di vagare, vagabondare. Bisogna essere precisi) – che Eugène Ionesco era qualcuno. In tal caso però va smarrito tutto il senso con cui l’autore intendeva la frase. Dunque sarebbe stato più opportuno scrivere “Eugène Ionesco era nessuno”. Eppure anche questa forma avrebbe dato adito a più di un equivoco, visti il suo carattere suggestivo-evocativo ed il suo rimando all’episodio di Ulisse e Polifemo. La riflessione si fa perciò sempre più spinosa…Anzi no, colpo di scena: la visione di un lettore energumeno che brandisce un pensionato a mo’ di mazza – visibilmente contrariato da prolissi arrovellamenti (l’energumeno, non il pensionato. Per quanto pure il pensionato non sembri una pasqua, ma per altri evidenti motivi, ai quali si aggiunge la morte incombente e l’impotenza senile) – convince l’autore ad interrompere qui il sottosottotitolo.

*

Interno giorno. Negozio di forniture idrauliche

STUDENTE SPIANTATO Salve, avrei bisogno di una tavoletta per il wc e di uno scopettino per la tazza. Ovviamente di entrambe le cose mi dia i pezzi che costano meno.

COMMESSO Ecco il sedile per il water. Ora le prendo lo scopettino.

STUDENTE SPERANZOSO Grazie mille.

COMMESSO Ed ecco lo scopettino. Lo guardi e mi dica se le piace.

STUDENTE SPIAZZATO Eh?! Ah…uh…uhm..ehm…sìsì, per carità, ne riconosco l’indubbio valore estetico. Quant’è?

COMMESSO Trentacinque euro.

STUDENTE SCONCERTATO Leggo che la tavoletta costa venti euro. Dunque lo scopettino viene quindici euro. Non avrebbe qualcosa da ancora meno?

COMMESSO No no, ad un prezzo inferiore è impossibile. E comunque si tratta di un ottimo prodotto.

STUDENTE SPAESATO Di sicuro è un pezzo di alta qualità, si vede ad occhio nudo, ma sa, per l’uso che devo farne, mi va bene anche uno scopettino meno pregiato.

*

E così ho scoperto che esiste tutta una branca di studi artistico-filosofici sull’Estetica delle Spazzolette per Grattare la Merda.

Immagino già il mondo in una nuova ottica alla luce del trionfo e della gloria degli scopettini per scrostare la merda. “Caro, guarda che bello quello scopettino per scrostare la merda! Ne ho sempre sognato uno così!”; “I tuoi capelli sono così belli che mi ricordano una spazzoletta per grattare la merda”; “Inaugurata oggi l’attesissima mostra Lo scopettino per scrostare la merda nei secoli. Attrazione principale dell’esposizione saranno gli scopettini disegnati da Benvenuto Cellini, il primo dei grandi progettisti di spazzolette del cesso a capire che raschiare forsennatamente mentre ancora sta scorrendo l’acqua dello sciacquone è l’unico modo per non far rimanere la merda appiccicata alle setole”.

D’un subito sono volato con la mente a quella volta in cui mi serviva un mobiletto/piano d’appoggio per la cucina.

*

STUDENTE SQUATTRINATO Quanto viene quel mobiletto verde?

COMMESSO Cinque euro. Questo rosso invece otto, perché è più bello.

STUDENTE SORPRESO Ma su che base lei afferma che questo è più bello? Sono praticamente uguali. Cambiano solo il colore ed i manici.

COMMESSO Eh, ma questo è più bello.

STUDENTE SMARRITO Va bene, mi dia quello più brutto.

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Conclusione: ho dei calzascarpe magnifici.

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Post scriptum totalmente, completamente, perfettamente, assolutamente, aggiungetepurealtrisinonimamente fuori tema rispetto al tenore delle precedenti dissestazioni (neologismo parodico di dissertazione desunto per estensione da dissesto, dissestare. Acuto, no? Eh, se si potesse ottenere vulva in questa maniera…).

Sottotitolo del post scriptum inutile: ostrica di saggezza del giorno.

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Molte darkettone, quelle più fissate con il BDSM, la sottomissione, il dolore nel sesso, la dominazione, la vessazione ed il sangue, credono di desiderare Trent Reznor, ma non sanno che il loro uomo ideale è il mio meccanico.

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“I have a dream” 3

Posted by sdrammaturgo su 1 giugno 2008

MONICA Ciao Sabrina!

SABRINA Ma ciao! Da quanto tempo!

MONICA Ti vedo in formissima, con questa scollatura provocante!

SABRINA Hehehe, è un vestitino nuovo nuovo, ti piace?

MONICA Molto, anche la minigonna.

SABRINA L’ho comprata in occasione del primo giorno in questo nuovo lavoro.

MONICA Uh, non lavori più nel solito ufficio?

SABRINA No, mi sono licenziata. Mi è capitata un’opportunità più interessante in un’altra agenzia e l’ho colta al volo.

MONICA Hai fatto bene. E sul piano sentimentale? Stai ancora con Alessandro?

SABRINA No, l’ho mollato. Il rapporto era diventato un po’ logoro, statico, noioso, ho preferito darci un taglio.

MONICA Aria di rinnovamento, insomma.

SABRINA Già. Ora sto frequentando un ragazzo conosciuto un mesetto fa in un locale. Per lo più comunque mi sto dedicando solo a brevi avventure senza impegno. Ho voglia di godermi un po’ i miei spazi e la mia libertà, tanto più ora che ho trovato un bell’appartamentino tutto per me.

MONICA Ma sai che anch’io? Tra lo studio, il lavoro, le uscite con le amiche, al momento non ho alcuna intenzione di impantanarmi in qualche relazione stabile.

SABRINA Vero, vero…Uh, ora devo scappare, se no mi chiude il seggio e non faccio in tempo a votare.

MONICA Devo andarci anch’io. Nella mia sezione peraltro c’è una mia compagna di corso che non sopporto. Ti dico solo che è una femminista, di quelle convinte.

SABRINA Capirai! Io le femministe non le sopporto proprio!

MONICA Sìsì, sono delle esaltate. Sempre a rompere le scatole su tutto, delle fissate proprio.

SABRINA Praticamente vogliono prendere il posto degli uomini e si lamentano quando ormai, parliamoci chiaro, la parità c’è.

MONICA Guarda, non le posso vedere, esagerate che non sono altro.

SABRINA Ma poi manco si fanno i peli e se mentre fanno un pompino l’uomo mette loro la mano sulla testa, si sentono sfruttate.

Entra in scena Claudio, studente spiantato

CLAUDIO Scusate ragazze, essendo l’autore di questo dialogo, non ho potuto fare a meno di udire i vostri discorsi. Se posso permettermi, secondo me siete totalmente fuori strada. Non dovete scambiare il femminismo come il perfetto contraltare del maschilismo: il femminismo nasce e si sviluppa esattamente come moto di emancipazione dall’oppressione della donna in un sistema patriarcale. Si tratta di una corrente di liberazione nata da un’esigenza di rivendicazione di parità di diritti. Voi stesse, oggi, ne beneficiate ed il vostro stile di vita ne è la dimostrazione. Non dovete farvi ingannare dai luoghi comuni della vulgata tradizionale atti a sminuire quello che è stato il movimento fondamentale del ventesimo secolo. Una donna che non si fa i peli non è una femminista, o comunque non lo è per quello ed il femminismo non lo esige: è semplicemente una donna che ha un rapporto di trascuratezza con il proprio corpo; così pure, una donna che non si lascia andare nel sesso e scambia il naturale gioco delle parti nell’erotismo per sottomissione, è soltanto una donna che vive con qualche disagio ed alcuni limiti la propria sessualità. Non dovete prestare ascolto alle voci vaghe e disinformate. Cercate di riscoprire il pensiero di Simone de Beauvoir, di Emma Goldman, di Joan Baez. Quello è il femminismo, non le macchiettistiche caricature di cui parlavate. Io ritengo che ogni donna che abbia un anelito di indipendenza debba definirsi orgogliosamente femminis…

MONICA Buhauhauhauhauhauhauha! Ma sta’ zitto, sfigato!

SABRINA Ma cosa vuoi saperne tu? Chiacchierate, chiacchierate, sempre a lamentarvi del mondo, ma cosa volete? Per me il femminismo è una cazzata. Poteva avere un senso tempo fa, ma di certo oggi non più.

Claudio esce mestamente, rassegnato e a testa bassa

MONICA Ma poi è bene che una donna faccia la donna e che l’uomo faccia l’uomo.

SABRINA Ti dirò di più: è anche bello sentirsi un po’ dominata dal proprio uomo, sentirsi sua, magari un po’ geisha, ecco. Queste cose si sono perse e sarebbe bello rispolverare certe dinamiche di una volta nel rapporto uomo-donna. Io poi credo molto nei ruoli.

Compare improvvisamente un signore con un buffo copricapo – non è importante specificarne la forma. Ognuno si formi la propria idea di buffo copricapo e la applichi al personaggio.

MAGOGENIO GIUSTIZIERE Salve, sono Magogenio Giustiziere, di professione mago genio giustiziere. Essendo stato creato dalla fantasia di Claudio appositamente per questo dialogo, non ho potuto fare a meno di udire i vostri discorsi. Sono qui per esaudire i vostri desideri. Quando schioccherò le dita, verrete catapultate in una realtà costruita sulla base delle vostre preferenze emerse dalle vostre ultime parole. Ecco qua, preparatevi a vivere nel mondo che, stando a ciò che avete detto, sognate. Spero restiate soddisfatte. Ma in fondo, non potrebbe essere diversamente.

Il mago genio schiocca le dita

ANSELMO Sabrina! Sabrina! Dio sbudellato, è pronto ‘sto cazzo de pranzo?! E’ da stamattina che sto a zappa’, vengo a casa finito e ancora manco è pronto ‘l pranzo!

SABRINA Scusami, è che stamattina sono andata al mercato e…

ANSELMO Do’ sei annata?! Al mercato?! E chi te l’ha dato ‘l permesso?!

SABRINA E’ che mi serviva la scarola…

ANSELMO Zitta, per carità!

Tan! Sganassone

ANSELMO Si te riazzardi a usci’ senza ‘l permesso, te ce do pure ‘l contributo sberle.

SABRINA Hai ragione, scusami…

ANSELMO Ho ragione che sì! Qui chi è che porta li carzoni? Io! Chi è che va a lavora’ e porta ‘l pane a casa? Io! Quindi hai da sta’ senti’ a me, no che fai de capoccia tua. Madonna scartavetrata. Invece de ringraziamme che te scarrozzo e te mantengo.

SABRINA Io però penso che potrei lavorare…

ANSELMO Oh dio mio, dio mio, che me tocca senti’!

Tan! Cotozzo de potenza

ANSELMO Il lavoro de le donne è de sta’ a casa a pensa’ al marito loro.

SABRINA Ah, al mercato ho visto tuo cugino e ti saluta.

ANSELMO Hai visto mi’ cugino? E come hai fatto a vedello? E c’hai pure parlato, poi! Vor di’ che hai alzato l’occhi! Non solo vai al mercato senza permesso, ma alzi pure l’occhi e vai pure a parla’ co’ l’antri ommini!

Tan! Sciacquadenti

ANSELMO Ma tu guarda che moje che s’ha d’ave’…Manchi pure de rispetto a tu’ padre! Si tu’ padre ha deciso che dovevi sposa’ a me, mo’ devi fa’ la moje come se deve! E gira ‘sta zuppa, ché se sta’ a appiccica’ tutta. E poi guarda come ha d’anna’ in giro ‘na madre de famija! Svergognata! Co’ ‘sto sinale te se vede tutto lo stinco e c’hai ‘l fazzoletto che scopre mezza capoccia. Coprite, avanti! Nun se sa che figure me fai fa’. E pija esempio da la mi’ pòra mamma. Oh, niente, nun c’è stato verso de trova’ ‘na moje come la mi’ ma’, santa donna. Lei sì che nun pensava altro che al marito e a noantri.

SABRINA Ma io…

ANSELMO Ma io che? Tu che? Tu hai da pensa’ solo a gira’ la zuppa e fa’ la calzetta, ché ancora manco m’hai cucito li carzoni che ce devo anna’ a vota’.

SABRINA Piacerebbe anche a me votare.

ANSELMO Hahahahahahaha! Ma sentitela! Mo’ vòle pure anna a vota’, lei! ‘Na donna che vota! Ma che ne voj sape’, tu? Tu hai da bada’ a la casa, ecco quello che te compete a te. Lassa perde le robbe da ommini.

SABRINA Vorrei anche uscire, ogni tanto, però…

ANSELMO A parte che oggi sei uscita quanno nun dovevi e te dovrebbe basta’. Ma poi te fo usci’, te fo usci’, nun te preoccupa’: domenica annamo a la messa, no? Ma quella de le dieci, però, così a le undici te riporto a casa e prepari ‘l pranzo, così io vo a gioca’ a carte al barre ‘n antro par d’orette prima de veni’ a magna’.

SABRINA Ah, la zia mi ha portato la bieta da cucinarti stasera.

ANSELMO Bene, bene, così fo ‘na cena veloce e poi vo via.

SABRINA Vai all’osteria?

ANSELMO No, vo a mignotte co’ Arduino.

SABRINA Cattivo!

ANSELMO Ahò, ma come te permetti?!

Tan! Cartone sul muso

ANSELMO Ma secondo te, si nun vo a mignotte, come fo a famme fa’ le pompe? C’avrò pure ‘l diritto de famme fa’ le pompe, no?

SABRINA Ma potrei…

ANSELMO Zitta zitta per carità! Già so do voj anna’ a para’.

Tan! Cinquina a mano piena

ANSELMO Nu’ lo di’ manco pe’ scherzo! Certe cose la moje nu’ le deve fa’. Ma te pare che pò fa’ certe cose la bocca che deve bacia’ li mi’ fiji?! Me dovresti pure ringrazia’ che te evito de fa’ certe cose. La moje serve a fa’ la prole, ecco a che serve. Anzi, vie’ qua, va’. Vedemo si je la fai a famme fa ‘sto maschio, che fino adesso sei stata bbona solo a tira’ fòra ‘n antre du’ femmine. Dimme tu che c’avrà da fa’ ‘l monno co’ tutte ‘sti femmine. Qua, scansa ‘sta sottana e piana. Ah, ah, ah, oh, oh. Oooh. Abbasta. Forza, cava ‘sta minestra, ché c’ho fame.

SABRINA La settimana prossima vorrei andare dalle suore del Divino Amore a trovare Monica, ché l’hanno mandata in convento.

ANSELMO Ah, già, ché lei è l’ultima de tre sorelle.

Entra Claudio

CLAUDIO ‘Nsomma ‘sto femminismo nun ve piaceva, eh?

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