
Questa vignetta di Mauro Biani, pubblicata su Emme, supplemento satirico de L’Unità, ha suscitato le solite polemiche che seguono ogni qualvolta un artista, un intellettuale, un semplice cittadino, si discostano dal comune imperativo perbenista borghese delle “buone maniere” e rompono i limiti angusti ed ottusi del formalismo che possono appartenere solo ad un pensiero castrato e ad una morale servile.
Perfino Altan e Vauro hanno dichiarato che a loro quella vignetta non è piaciuta, sebbene il secondo ne abbia difeso l’autore con l’argomentazione “sempre meglio di Bossi che minaccia di armare i suoi elettori”.
Io, personalmente, l’ho trovata una grande vignetta. Ritengo sia un interessantissimo esperimento di “satira senza umorismo”, di satira tragica. Solo uno stupido potrebbe leggerci un’esortazione a sparare a Brunetta. Un intelligente non può che vederci un raffinato e crudo tentativo di sintetizzare ed illuminare uno stato di cose, fotografare un disagio sociale, comprendere e spiegare come in un sistema socio-economico irrazionale ed irragionevole vi sia uno stretto collegamento tra i mostri e chi li genera e nutre.
Il riferimento alla recente strage in una scuola finlandese è evidente e particolarmente acuto.
Certo, fa comodo pensare che vada tutto bene e sia tutto bello però ogni tanto esca fuori un pazzo e cominci a sparare a casaccio. Ma quando i pazzi iniziano a moltiplicarsi, allora forse c’è dell’altro, molto altro. Dal liceo di Columbine al Polytechnic Institute della Virgina, la lista è spaventosamente lunga. Come dice Umberto Galimberti, noi non nasciamo dal nulla e non viviamo nel vuoto. L’ambiente ci influenza, l’io e l’altro sono strettamente connessi. Un ecosistema sociale insano non può che creare una collettività insana e di conseguenza individualità insane.
Naturalmente, il nostro corpo è una macchina e la mente, il cervello, una parte di questa macchina; e capita che talvolta qualcosa nella macchina non funzioni ed è un bel guaio. Ci scatta il tilt, ci scatta la follia, ci scattano i morti. Insomma, pazzi e cattivi, probabilmente, si nasce. Ma vero è che, altrettanto probabilmente, se un baby killer di Scampia dall’indole eccezionalmente sprezzante e crudele fosse nato in un casale della Toscana, sarebbe diventato al massimo, che so, un giocatore di tennis magari troppo arrogante e prepotente. Si tratta di ovvietà.
Mauro Biani nella sua vignetta racconta il punto di rottura nella psiche di un precario, un lavoratore più fragile degli altri, interiormente e per condizione di classe. Adorno affermava che l’arte fosse sviluppo di possibilità inespresse nella realtà. Bene, Mauro Biani sviluppa questa possibilità: un uomo che non ce la fa più, perde il senno e scarica le proprie frustrazioni, accumulate in anni di bocconi amari ingeriti a forza, contro un potente da cui si sente offeso e deriso.
Cosa significa essere “in mobilità”? Al di là degli arzigogolati tecnicismi del burocratese tanto caro agli economisti ed ai giuristi alfieri del Principe, essere “in mobilità” significa “sei a mia disposizione, la tua esistenza e la tua forza appartengono a me, non hai diritto a stabilità e sicurezza, lavori quando te lo dico io, quindi mangi quando te lo dico io”.
Quello che i più chiamano lavoro, io preferisco chiamarlo schiavitù. Non sei padrone di te stesso, non sei padrone neppure del tuo corpo: sei una macchina organica produttiva che deve faticare per far arricchire il padrone, affinché egli possa comprarsi un’auto in più, una casa in più, una piscina in più. In cambio, ti lancia un tozzo di pane, affinché tu possa rifocillarti ed essere nel pieno delle energie per essere sempre pronto al suo servizio.
Sebbene ai più vada bene così, si sentano perfettamente liberi ed addirittura fieri di lavorare, cioè di essere schiavi, talvolta qualche schiavo si incazza.
E’ successo in India, dove un gruppo di operai prima sfruttati e sottopagati, poi licenziati quando ormai non servivano più agli interessi dell’industria, ha linciato il proprietario della fabbrica.
Senz’altro un gesto preferibile e più dignitoso rispetto a quello degli operai degli stabilimenti dell’amianto che, pur sapendo che stavano lentamente morendo, loro e le loro famiglie, continuavano a testa bassa a lavorare invece di ribellarsi e pretendere i soldi del padrone estorto loro al prezzo della loro salute, della loro vita.
Che errore hanno fatto storicamente i movimenti della mia parte politica, l’estrema sinistra, a santificare il popolo: il popolo non è tutto buono e tutto innocente; il popolo, o almeno la maggioranza del popolo, è quello che accetta ogni abuso, si adegua ad ogni privazione, giustifica ogni angheria del potere, bacia il mantello del papa, del re e del capitano. La gran parte delle persone, ergo del popolo, sovente vuole obbedire, così tanto che spesso sembra che non aspetti altro che eseguire passivamente gli ordini che vengono dall’alto. Lo schiavo che abbassa la testa quasi con orgoglio non merita la libertà e sputa sul sangue versato da chi nel corso dei secoli si è ribellato ed ha lottato anche per chi si accontenta delle briciole che cadono dalla tavola del ricco epulone.
E che rabbia, che senso di sconforto e disgusto, vedere poveri che muovono guerra ad altri poveri invece di rivolgere la loro ira verso il ricco. E’ successo a Pianura, vicino Napoli: la gente del posto si è scagliata contro una comunità di africani, rei di chiedere con un corteo un posto più decente in cui abitare. Si tratta di immigrati che lavorano nei cantieri per una paga da fame e dormono in una struttura fatiscente, pericolante dal terremoto dell’Irpinia. “Si sono allacciati abusivamente alla condotta idrica!”, tuonano le rozza matrone campane. E poi sono pur sempre negri, suvvia. Grazie a voi posso ristrutturami la casa, ma abbiate la decenza di non mostrarmi la vostra faccia scura che spaventa gli anziani ad i bambini. Non sta bene che l’operaio sporco macchi la scrivania dei dirigenti.
I cittadini di Pianura sono sudditi: sudditi di una camorra che li strozza e li governa, che fa affari con l’alta finanza lasciando la popolazione nella miseria; sudditi di uno Stato che li spreme e non restituisce niente. Ma rivoltarsi agli Jovine ed agli Zagaria non si può: quelli hanno le pistole, quelli comandano. Ed allora mi rifaccio su chi è ancor più debole di me. Scarico su questi extracomunitari la mia viltà e la mia bile, così per un giorno sarò io a sentirmi padrone. Potrò sentirmi anch’io un po’ Sandokan, un po’ Bidognetti. Noi siamo occidentali. Schiavi, ma pur sempre occidentali. I nostri capi, occidentali come noi, a questi qua hanno preso la terra; per cui, quelli costretti a scappare dal luogo dove sono nati e si rifugiano in mezzo a noi, un po’ appartengono anche a noi, che siamo bianchi come i dirigenti della Nike, della Esso e della De Beers. Dunque, quando passa il boss per strada, io mi devo inchinare, ma quando passo io, si deve inchinare ’sto negro di merda. E’ così che funziona, no? D’altronde è sempre stato così, quindi deve essere così.
Già, è sempre stato così. Ed ora c’è anche la tecnologia che concorre a perfezionare l’addomesticamento e la robotizzazione degli automi umani. Nello stabilimento della Ducati di Bologna, il consiglio d’amministrazione ha pensato bene di mettere il timer nelle macchinetta per il caffè. Gli operai hanno dieci minuti per prendere il caffè, dopodiché la macchinetta si spegne. Chi ce l’ha fatta, bene; per quelli che erano in fila, peccato, sarà per un’altra volta. Si torna a lavorare senza caffè, sperando che la prossima volta si sia più fortunati e si esca trionfanti dalla corsa alle macchinette. Pare che questa misura sia stata dettata da esigenze di produttività: gli operai si perdono in chiacchiere durante la pausa, mentre qui bisogna tirare fuori motociclette a manetta, mica si gioca! Non sia mai che il mondo resti con un numero poco rispettabile di moto, le quali, si sa, sono necessarie per vivere. Ottimizzando e suddividendo rigidamente i tempi delle pause, si incrementa la produttività. E la produttività è tutto. Il mercato è dio e la produttività è lo spirito santo. Ho fatto una vita di merda, lavorando otto ore al giorno tutti i giorni sei giorni a settimana, però cavolo se sono stato produttivo! Sono soddisfazioni.
Ecco, se un giorno ad uno degli operai della Ducati dall’emotività estremamente labile roderà il culo per non essersi potuto godere il suo caffè dopo otto ore di sudore in catena di montaggio e pianterà una gragnuola di proiettili in testa al primo esponente della classe dominante che incontrerà per strada, non lo biasimerò affatto.
