Antonio Albanese forse più di ogni altro incarna la quintessenza del Comico. In lui vivono le due componenti fondamentali del comico, le stesse che Lina Wertmuller scorge e riconosce al loro massimo grado in Massimo Troisi: il Pulcinella ed il Pierrot, vale a dire la dissacrazione e la malinconia. Ecco perché Antonio Albanese rappresenta il comico al quadrato: egli ha la ferocia e la compassionevole goffaggine di Paolo Villaggio (che tanto piacevano al circense Federico Fellini), l’arguzia delicata e poetica di Massimo Troisi, l’estro pagliaccesco di Antonio Rezza.
Antonio Albanese è, in una parola (la più grande, per un comico), un clown. E’ il clown. La sua è una clownerie moderna, modernissima, che guarda all’antico: riportando il gesto comico alla sua più pura, assoluta, arcaica natura, ne fa strumento di satira contemporanea, di umorismo all’avanguardia. Il suo lavoro minuzioso e colossale sulla fisicità pone il corpo al centro della scena comica. Lavora per sottrazione, togliendo tutto ciò che c’è di troppo o di superfluo nella trovata, nella gag, fino a che l’idea non arriva a coincidere con il semplice gesto corporeo o moto fisico. Procede, insomma, per rarefazione, secondo la più squisita tradizione europea (basti pensare a Beckett ed ai suoi tropi).
Particolarmente esplicativa ed esemplare è la scena ne La fame e la sete in cui, nel ruolo di Pacifico, suona alla porta dell’amata: inquadratura fissa sul volto, nessuna parola, solo espressioni che si susseguono impercettibili nei loro repentini mutamenti e movimenti della testa meccanici e buffoneschi; una manciata di secondi, nulla più; un vero e proprio manuale lampo dell’arte del clown.
In Antonio Albanese il virtuosismo non è vacuo orpello o sfoggio spettacolare di bravura fine a se stesso, ma si fa comunicazione essenziale ed “essenzializzata”, caricandosi di valore narrativo.
Se come autore è grandissimo, eccelso, secondo solo – tra i comici della sua generazione – a Corrado Guzzanti, come attore è probabilmente il migliore, inarrivabile. Nessuno ha la stessa capacità d’interpretazione, la stessa padronanza scenica, la stessa tecnica, la stessa abilità istrionica e soprattutto la stessa versatilità. Nessuno è infatti in grado come lui di calarsi con la medesima bravura in ruoli drammatici e tragici. Si veda a tal proposito Tu ridi dei fratelli Taviani. Si tratta di un film in due episodi tratto da due novelle di Pirandello, in cui i due illustrissimi registi hanno compiuto un’interessantissima e riuscitissima operazione: affidare ruoli tremendamente drammatici a due comici particolarmente “spensierati”, Antonio Albanese e Lello Arena (il quale, ad esempio, interpreta un camorrista shakespeariano, oscuro, grottesco, dilaniato e spaventoso. Una prova mirabile e destabilizzante). Antonio Albanese scandaglia il fondale tragico proprio del Comico, su cui il Comico poggia e di cui il Comico è ad un tempo derivazione ed approfondimento, e riesce con stupefacente maestria ad attingerne riportando il Tragico in superficie pur conservando sempre la componente comica. Una fusione sottile e difficile che riesce solo ai più grandi. La tematizzazione dei due “universali opposti interdipendenti” crea un intreccio che giunge al cuore del segreto dell’identità, dell’Io, dell’Umano, che ne lascia trasparire l’insondabile mistero.
Albanese sa immergersi nel personaggio, plasmarlo a sua immagine ed insieme scomparire. In questo egli è la perfetta controparte dell’altro immenso clown Antonio Rezza: laddove Rezza annulla per demolire, affinché nulla più resti del concetto stesso di personaggio storicamente, tradizionalmente e culturalmente inteso, Albanese cancella per evidenziare. Se i personaggi di Rezza sono marionette inumane, quelli di Albanese sono uomini-burattini; se Rezza mostra l’essere umano come maschera e la maschera come unico essere umano possibile, Albanese offre lo spettacolo di maschere da essere umani e gli esseri umani come congerie di maschere; se Rezza mette in scena l’esistenza come forma informe, Albanese allestisce lo spettacolo delle forme informi dell’esistenza. L’opera di osservazione diventa centrale. Non è un caso se il personaggio di Epifanio, che lancia baci ovunque nelle maniere più fantasiose, gli sia stato ispirato da un clochard parigino.
Realismo e surrealtà, dolore e gioco, si mescolano e si confondono, dialogano e litigano, confliggono e si armonizzano. Quel che resta è il ricordo dolceamaro e sempre caro della performance.
Antonio Albanese conduce l’arte alle sue origini: figlia di meraviglia, madre di stupore. E viceversa e tutt’e due. Ed è dallo stupore e dalla meraviglia che nasce il sapere.
La risata è la vetta più alta della cultura.