Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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Elogio del suicida

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 12 Maggio 2006

In una poesia giovanile Cesare Pavese scrive:

“[...]
Così, andando
tra gli alberi spogliati, immaginavo
quando afferrando quella rivoltella,
nella notte che l’ultima illusione
e i terrori mi avranno abbandonato,
io me l’appoggerò contro una tempia,
il sussulto tremendo che darà,
spaccandomi il cervello.”

Fa impressione pensare che il componimento è datato “gennaio 1927″, ovvero quando l’autore non aveva ancora compiuto diciannove anni, essendo nato il nove settembre millenovecentootto.
Fa impressione se si pensa che quel componimento risulterà un presagio tristemente avveratosi la notte tra il ventisei ed il ventisette agosto del millenovecentocinquanta: Cesare Pavese infatti si sparò in una camera dell’Albergo Roma a Torino, nello stesso anno in cui aveva ricevuto il Premio Strega, che aveva sancito il suo ingresso ufficiale nell’Olimpo letterario, la piena consacrazione di un gigante della parola.
Si scopre allora come da sempre il grande scrittore avesse covato dentro di sé il germe del suicidio.
In un’altra pagina datata “21 ottobre 1927″ si legge:

“Ma perché prendersela tanto coi poveri suicidi?
Li trattate da stupidi, da imbecilli, da vili, come se ciascuno di essi non avesse le sue ragioni terribili ed immense. [...] Ebbene io vi dico che il suicida è un martire, martire tanto degno quanto i martiri di tutte le religioni. [...]
Se martire è colui che testimonia colle sue sofferenze e il suo sangue la sincerità del suo pensiero e dei suoi sentimenti, fusi, la sincerità della sua anima non più volgare, perché non ha da essere un martire anche un suicida che, piuttosto di mentire (a se stesso e quindi agli altri), di costringersi con uno sforzo che sente inutile, a un assestamento diverso che tanto sente inutile e non suo, preferisce uccidersi, darsi quel grande dolore, il supremo di tutti i dolori?”

Già, “il supremo di tutti i dolori”: il basso pensare comune vuole che un suicida sia un vigliacco perché non affronta indomitamente la vita, si arrende, abbandona la battaglia per la sopravvivenza. Ma guarda caso è proprio la morte lo spettro più temuto dai detrattori dei suicidi. La vita viene difesa con i denti e si fa di tutto per tenere lontana la Nera Signora.
Dunque a chi appartiene il vero animo coraggioso?
Il suicida, travolto da dolori insostenibili, è pronto ad affrontare l’abisso, l’ignoto. Lascia il certo per l’incerto e già questo mi sembra l’atto impavido per eccellenza.
Si dice anche che il suicida compia un gesto di puro egoismo: per liberarsi dalle proprie sofferenze, non bada a quelle che susciterà nei cari che gli sopravviveranno e passeranno il resto dei loro giorni a tormentarsi sul perché, afflitti da un’incolmabile mancanza.
Ma questo è un rispetto unilaterale: si chiede infatti al suicida di continuare a condurre controvoglia la propria esistenza infelice per non arrecare dolore ad altri, mentre questi altri non accettano che egli trovi requie da affanni intollerabili. Quindi si pretende che egli si immoli per il bene altrui senza che nessuno badi al suo vero bene. E talvolta l’unico bene possibile è costituito dalla liberazione nella morte.
Famigerato è l’incipit de “Il mito di Sisifo” di Albert Camus:

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”

Per il suicida la vita non vale più la pena di essere vissuta. Il suicida è colui il quale ha esperito l’assenza di un senso in tutto ciò che si fa. Ha perso le motivazioni, gli sono sfuggiti le cause e gli scopi e, stanco di essere un agonizzante, supera la codardia di cui è impregnato l’istinto all’autoconservazione e sceglie quello che vede essere l’unico rimedio ai propri mali.
Laddove prima egli diceva sconsolato:

“L’ira ancora spera:
non resta altro di me.”

ora fa un passo avanti, il passo avanti, e mestamente esclama:

“Da solo
mi benedico.”

Il suicida non ha quindi solo la mia comprensione, ma anche la mia stima. Sì, io ammiro il suicida, perché egli trova la forza per il gesto netto che spazzi via il patimento.
Pavese lo sapeva già quando non era che uno studente universitario dal futuro promettente: c’è una vasta componente d’eroismo sottesa a quell’atto di pietà per se stessi.
Il suicida si trova a fare i conti con la propria intera esistenza: il passato, il presente, l’avvenire. E’ costretto a guardare negli occhi la più tremenda delle gorgoni: il baluginare della propria totalità. Ma egli non diventa pietra: al grigiore preferisce l’”anti-luogo” dove l’immensa luce e l’immensa oscurità coincidono, sfaldandosi entrambe: il non-essere.
In un empito di folle ragionevolezza o di lucida irrazionalità, egli arriva a forzare la propria stessa natura che lo porterebbe a difendere il battito del cuore ed il ritmo del respiro con le unghie e con i denti e spezza la schopenhaueriana legge della vita che vuole vivere.
Il suicida è solo di fronte alla più terribile delle paure e la supera dicendo addio a se stesso ed al mondo
.

A volte la vita tradisce e non c’è successo che tenga al buio del non-senso che inghiotte ogni cosa, facendo passare tutto in secondo piano.
Pavese, Hemingway, Virginia Woolf: a loro non bastava essere leggende viventi. Spesso per fare di un essere umano un individuo realizzato basta molto poco ed è proprio quel poco ad essere sovente così irraggiungibile. E di fronte all’assenza di quel poco necessario, tutto scivola via e diviene vano.
Quando pure inseguendo il poco si ottiene il nulla, l’angoscia diventa insopportabile.
Tra il poco ed il nulla risiede il confine labile tra la ricchezza e la miseria della vita umana. E una vita senza bussola è a volte troppo faticosa.
L’unico ristoro possibile richiede l’ultimo atto di volontà, il più difficile, il più eroico.
Un suicida in fondo ha solo bisogno di un po’ di riposo.

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Gli agonizzanti

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 11 Aprile 2006

Voi li vedete, ogni giorno.
Sono i vostri amici, i vostri famigliari, i vostri conoscenti, gli sconosciuti che urtate sull’autobus, che incrociate per la strada senza badarvi.
Voi vedete i loro sguardi, ora assorti, ora dispersi, ora languenti, ora frementi. Ma non sapete cosa si agita oltre quegli sguardi.
Voi non sapete cosa celano.
Voi non sapete.
Essi sono coloro i quali hanno avuto in sorte di patire la fine della vita nel prosieguo dell’esistenza.
Essi hanno conosciuto il dolore della morte, ma sono condannati a sopravvivere.
Essi attendono ed agonizzano.
Essi sono gli agonizzanti.
Essi sopportano il peso della coscienza dell’assenza di un senso, poiché ciò che per loro costituiva motivo di tirare avanti è andato irrimediabilmente perduto.
Voi non sapete riconoscerli perché voi siete i fortunati: grande è la sciagura per chi possiede il triste dono della percezione degli abissi ineffabili.
Voi siete ciechi e vorrebbero esserlo anche loro.
Ma essi sono gli eletti, eletti da nessuno, e nessun premio li attende per il loro dolore.
Essi sanno soffrire ed è una capacità della quale farebbero volentieri a meno.
Essi sono vittime, ma hanno in spregio il vittimismo.
Non si gloriano della loro sventurata profondità.
Essi tacciono e fingono per non costringervi a condividere ben misero tesoro.
Essi si immolano loro malgrado.
Dunque non compatiteli, giacché la vostra pietà li mortificherebbe come nient’altro e qualificherebbe voi come vili e stolti.
Non prodigatevi a confortarli con le sciocche formule “la vita continua” od “il tempo guarisce ogni cosa” alle quali voi semplici vi sforzate di credere: essi discernono nitidamente gli inganni della retorica e la vanità delle consolazioni. Essi sanno fin troppo bene che la vita finisce anche prima della morte e che il tempo è un farmaco inefficace, impotente.
Essi sanno che non c’è sollievo.
Rispettateli: questo è sufficiente.
Rispettate quelli che hanno inseguito la felicità, assaporandola talvolta, ma hanno subito l’indicibile sofferenza del fallimento e della piena comprensione della sua atrocità.
Tenetevi stretta la vostra superficialità, siatene gelosi.
Siate gelosi delle vostre illusioni di poveri di spirito.
Essi scambierebbero in un attimo la loro sensibilità con la vostra.
Essi in un istante rinuncerebbero alla loro anima ricettiva, giacché ciò che essa avverte è un tormento insostenibile di cui neppure potreste sospettare l’inanità.
Essi sentono che in quella che per voi è brezza spirano le lame di un uragano.
Essi sentono, odono, vedono, gustano, odorano, saggiano ciò che voi neanche riuscireste a pensare.
I vostri sentimenti sono fiacchi, i loro poderosi.
Non v’è alcuna voluttà o compiacenza nella loro malinconica consapevolezza: essi detestano la loro facoltà, mai voluta e mai cercata, invano evitata.
Ma non possono farci niente, niente.
L’unica cosa che resta loro è portare la muta testimonianza delle proprie piaghe.
Le loro parole sanguinanti suonerebbero per voi come note di melodramma.
Essi scontano una colpa mai commessa.
Essi sono condannati a vivere.
Voi vivete: essi sono gli agonizzanti. Amateli, se sapete farlo.

Cristo di Duhrer

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