Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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L’Apocalisse della Bellezza

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 11 Maggio 2008

Guardate bene quello che sta succedendo in Campania. Prestate attenzione all’aria fetida, agli animali che muoiono per strada, alle persone che si ammalano di tumore, ai cumuli di spazzatura che sommergono il verde, al cibo trasformato in veleno, alla terra che affonda nel liquame. Guardatelo bene, perché è quello che accadrà al mondo intero. E’ il destino che attende tutti noi.
Perché accadrà, accadrà. Oh, se accadrà.
Giorgio Bocca ha detto che “Napoli siamo noi”, che Napoli è l’Italia al quadrato. Ha ragione. Io dico che l’Italia è il mondo al quadrato. Ho ragione anch’io. L’essere umano è fondamentalmente lo stesso dovunque ed in qualsiasi era. Cambiano i suoi metodi, ma non muta la sua essenza guasta.
Dove tutto è elevato a potenza, amplificato, estremizzato, le cose, semplicemente, succedono prima e rimbombano più fragorosamente. Basterà aspettare, avere un po’ di pazienza (e ne basterà davvero poca, pochissima, di pazienza), per assistere agli stessi sfaceli ovunque.
Guardate bene Napoli, imprimetevi bene nella mente le prime immagini del mondo che va in rovina e ricordatevene.
Ogni sisma deve avere un epicentro da cui il terremoto si innesca e si propaga. Ogni epidemia deve avere un focolaio da cui si irraggia ed espande.
I processi di distruzione iniziano sempre da un punto, anche piccolo - ché da qualche parte bisogna pure cominciare. E poi, piano piano, o velocemente, il perimetro si dilata: la peste contagia via via un numero sempre maggiore di villaggi, la piena del fiume travolge aree sempre più di distanti.
Noi abbiamo avuto la tremenda fortuna di assistere alla caduta del primo argine. Ora non resta che ammirare le nostre vergognose e grottesche facce nelle acque dell’esondazione.
Vista dall’alto, l’esplosione di una bomba deve apparire come un puntino che subito si gonfia e sale, diventa un grosso cono che ti viene incontro e, prima che tu te ne renda conto, te ne ritrovi avvolto. Quando l’hai sganciata, non avevi badato al fatto che sopra al tuo aereo c’era il soffitto.
Sarebbe affascinante la questione per cui è dal minuscolo che si arriva al macroscopico, se non fosse la più terribile ed inesorabile delle verità.
Guardate bene la Campania felix divenuta triste, ampliatene l’orizzonte fino a comprendere con gli occhi della vostra immaginazione i confini dell’intero pianeta e, dopo aver compiuto questa facile quanto frastornante proiezione, tornate con la mente alle pareti della vostra casa, così modesta ed insignificante in confronto a ciò che avete visto con il pensiero. Riflettete quindi su quante volte avete lasciato l’acqua scorrere mentre vi stavate lavando i denti, quante volte avete lasciato la luce accesa senza che nessuno fosse nella stanza, quante volte avete trascurato la raccolta differenziata “perché tanto va be’, sarà mica tutto lì il problema?”.
Ognuno danneggia il prossimo e l’ambiente secondo le proprie possibilità. Chi possiede mezzi ingenti, grandi industrie e macchinari per miliardi, può permettersi di radere al suolo le foreste. Chi non ha che una bottiglietta ed uno spazzolino, si limita a fare la sua parte sprecando un paio di litri d’acqua e sporcando almeno un minimo la strada.
Guardate Napoli e le case e gli alberi ricoperti dall’immondizia e siate fieri del parvo contributo personale che state dando affinché presto o tardi - ma più presto che tardi - un pianeta rigoglioso si tramuti in una landa desolata popolata da rifiuti.
Se c’è una cosa che è imperdonabile è la mancanza di sensibilità per la bellezza. Lo sprezzo per la propria salute, il disinteresse per la qualità della vita, l’egoismo che se ne infischia dell’esistenza altrui e dell’altrui dolore, sono cose certo inconcepibili nella loro idiozia. Ma la trascuratezza per la bellezza, l’incapacità di meravigliarsi, il deterioramento dello splendore, l’ottundimento dell’incanto, la totale assenza di piacere di fronte allo spettacolo del mondo e della natura, quello è qualcosa di più, qualcosa che va oltre; più che deprecabile, più che disgustoso, più che miserabile. E’ osceno.
Quando l’aria sarà diventata completamente marcia e la consunzione del mondo inghiottirà anche il mio corpo nella postrema putrescenza, la mia ira per ciò che andrò perdendo sarà ripagata dal sudicio show dell’agonia di chi ha cementificato i boschi fruscianti, ucciso potenti animali dall’elegante corsa per farne rozzi orpelli da volgari salotti cupi, annerito le distese azzurre del mare immenso e gorgogliante, reso grigio e vuoto un cielo popoloso e fresco.
Quando avrò sputato l’ultima saliva gialla e vedrò l’ombra di una squallida morte farsi largo tra le discariche e l’asfalto, riderò pieno di bile per la sofferenza di chi commise il crimine più atroce: uccidere lo stupore. Misera consolazione.

Le città dei palazzoni, della speculazione edilizia, delle colate di catrame, non sono soltanto malsane: sono innanzitutto brutte.

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Sopruso padronale, altrimenti detto Mercato

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 10 Aprile 2008

Da cinque anni vivo in un appartamento a Roma nei pressi della Stazione Termini, in condivisione con altri ragazzi. L’affitto complessivo della casa è di 920 euro al mese. A me è sempre sembrato uno sproposito - nonostante il mondo che mi circonda voglia convincermi che in virtù della zona è un prezzo normale - ma sono sempre riuscito a sostenere la mia quota, con un po’ d’aiuto di nonni e genitori e lavori part-time che mi consentissero anche di portare avanti gli studi universitari.
A giugno i coinquilini se ne andranno e fino a l’altro ieri ero certo che io sarei rimasto e li avrei rimpiazzati con due conoscenti. Invece dovrò lasciare anch’io la mia stanza. Perché?
Il proprietario dell’abitazione, o meglio il padrone (adeguiamoci alla terminologia di un sistema ingiusto fondato sul possesso e lo sfruttamento), mi ha comunicato che alzerà l’affitto a 1400 euro. Di colpo, un aumento di 480 euro al mese e ripeto QUATTROCENTOTTANTA euro. Non me lo posso permettere, né io né le ragazze che erano interessate alla stanza che si sarebbe liberata, dunque dovremo cercare un’altra sistemazione, nella vana speranza di trovare qualcosa che sia alla portata delle nostre esigue finanze in una selva di prezzi da strozzinaggio che crescono senza controllo.
Un’ira funesta degna di Achille con una pruriginosa escrescenza cutanea mi è spuntata allorché mi sono anche visto preso in giro: “Sa, abbiamo sentito in giro ed abbiamo deciso di adeguarci. E poi con questi prezzi, con quest’euro, le tasse, non possiamo fare diversamente”. Insomma, una speculazione padronale compiuta sulla vita e sui bisogni delle persone fatta passare per una scelta obbligata.
“Sa, io non volevo stuprare quella ragazza, ma ho visto che in giro la tendenza comune era quella, e così mi è toccato stuprarla”.
Avrei preferito un sincero: “Tu sei un poveraccio, io voglio fare più soldi visto che alla gente una casa serve per forza ed io ho in mano un prodotto necessario che posso gestire secondo il mio arbitrio come meglio mi conviene, dunque o mi dai di più o poco importa se te ne vai sotto un ponte. Anzi, compro anche il ponte e ti sfratto pure da lì”.
Signor Volpe (è il nome del padrone): so che lei ha diverse proprietà ed una fabbrica. Le auguro tutto il male possibile, ma, ovviamente, qualora scoppiasse un incendio in qualcuno dei suoi stabili e lei ci si trovasse coinvolto, mi dispiacerebbe se morisse in tempi troppo brevi e senza un’agonia sufficientemente dolorosa.
Ciò che più mi indigna però è lo spirito di rassegnazione che si respira persino tra chi è vittima di un simile meccanismo di profonda ingiustizia. Invece di riconoscere in chi si trova nella mia stessa condizione di classe una rabbia pari alla mia, riscontro un ottuso giustificazionismo da schiavo con la sindrome di Stoccolma: “E che ci vuoi fare, d’altronde è il mercato che va così: domanda ed offerta”. Il Mercato. Ma che cazzo significa? Che cazzo è ’sto mercato de mmerda?
Quando si parla di mercato, sembra quasi che ci si riferisca ad un’entità autonoma e divina che aleggia, decide ed ordina ed alla quale bisogna sottomettersi ed obbedire ciecamente.
Una buco di 50 metri quadrati viene venduto a 550000 euro? Eh beh, ma è vicino a Termini, il mercato lo richiede. Seguendo questo ragionamento, immagino che la fogna che passa sotto la Stazione Termini debba costare come minimo 800000 euro, piscio incluso, doppi ratti.
Una stanza singola viene affittata a 500 euro quando lo stipendio base è di 800 e ti restano 300 per nutrirti, vestirti, spostarti, pagare le bollette, curarti, nella speranza che non ti si fulmini nessuna lampadina? Ma è il mercato, cosa ci possiamo fare?
Ora, il mercato è composto dai singoli individui e dai loro scambi in qualità di soggetti economici. Ergo, essendo in questo caso una somma di delinquenti, questa figura mitologica del mercato deve essere contestata senza soggiacerne. Accettare tutto in nome del mercato, a meno che non si abbia un tornaconto personale (cioè, a meno che non si appartenga al ceto ricco dominante), è da servi idioti che baciano il mantello di chi li frusta.
In fondo, perché condannare Giovanni Brusca se ha ordinato di sciogliere un bambino nell’acido? Era il mercato che lo richiedeva: io faccio affari; se un pentito parla, mi rovina la piazza; dunque, devo pensare ai miei interessi finanziari e correre ai ripari, facendogli squagliare il figlio.
Accogliere passivamente le soverchierie dei padroni che decidono i prezzi a proprio piacimento per ingrassarsi sulla pelle dei più deboli è da imbecilli. Chi ha stabilito che questo mercato debba essere legge assoluta ed indiscutibile? Se vogliono farvi credere che il mercato sia dio, non dimenticate mai due cose: sono gli uomini ad inventare gli dei; gli dei possono essere bestemmiati e detronizzati.

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Una sofferta testimonianza insulsa di vita vissuta mio malgrado

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Aprile 2008

Sottotitolo: perché guardi la pagliuzza nel mio occhio e non ti accorgi che ti stanno rubando la macchina?

Voglio fare una denuncia di alto contenuto sociale. Devo farla. Gli abusi al di G8 di Genova, vi starete chiedendo? Torture sugli animali? Fame nel mondo? Guerra in Iraq? Siete completamente fuori strada. Di più, molto di più: telefonia mobile. E va be’, mica posso sempre occuparmi di massimi sistemi. Ah, perché, quando mai mi ci sono occupato, dite voi? Beh, a parte che quella volta in cui ho raccontato la mia torbida storia di sesso bollente con una sordocieca, la portata filosofica dell’argomento era di notevole rilevanza. Ma comunque, non è importante come abbia fatto ad abbordare la sordocieca: ciò che conta è che non ho dovuto pagarle la cena. Aveva pure un’allergia alimentare. Ma sto andando fuori tema.
Dunque, molti di voi, eccettuati i lettori, si staranno interrogando sul motivo per cui un rispettabile venticinquenne (la relazione con la sordocieca mi rende rispettabilissimo senz’appello!) senta l’esigenza di dissipare la sua reputazione di intellettuale impegnato, faticosamente costruita con abili menzogne, dedicando un articolo ad una questione tanto faceta. Rispondo volentieri a questa domanda che nessuno mi ha posto: primo, perché devo cercare di distrarmi dal dolore lacerante che la sordocieca ha suscitato in me lasciandomi; secondo, perché è dalle inezie della quotidianità che si capisce meglio il nonsenso dell’intera esistenza. E poi che cazzo, avrò pure il diritto di scrivere un post inutile, no? Ok, ok, “particolarmente inutile”. Uff, e va bene, preciso: più inutile degli altri. Inoltre la vicenda che mi accingo a raccontare mi ha scosso fin nel profondo dell’animo
Allora, i fatti sono questi: giovedì sera mi si rompe il caricabatteria del cellulare. “Ohibò, mi si è rotto il caricabatteria del cellulare”, esclamo, dicendo proprio “ohibò”. L’indomani mattina mi reco bel bello al più vicino centro Euronics (mi pagano per fare il loro nome. Sì, sono un finto sinistroide venduto figlio di papà pieno di soldi che in Italia ovunque è andato ha sempre mangiato bene); dopo un rapido esame dei prezzi dei caricabatteria, mi rendo conto che quindici euro per un adattatore con un filo sono un po’ eccessivi. Quindi mi volto e, meraviglia delle meraviglie, scorgo sul bancone un fantastico cellulare di ultima generazione: non fa le foto, non ha giochi, non ha il cavo per il computer, non ha un cazzo, ma costa 29.99 euro. “E’ il prodotto che fa per me”, mi dico subito. Motorola Motofone F3, tecnologia ClearVision, ultrasottile, massima durabilità, serve per telefonare. “Tanto vale comprare un nuovo cellulare per quindici euro in più”, rifletto con estremo acume lungimirante. Procedo all’acquisto, guardato come un pezzente dalla commessa. Ti guardano sempre male quando compri l’oggetto meno costoso, specie dopo che hai chiesto se per caso ce ne sia uno che costi ancora meno.
Una volta a casa, arriva il grande momento: l’inaugurazione. Trepidante ed emozionato come un’adolescente che sta per essere stuprata da Riccardo Scamarcio, ma non l’attore, bensì l’omonimo perito agrario, mi accingo a comporre il primo sms. E qui mi blocco quasi subito: non trovo le lettere accentate. Spingo qualsiasi tasto, digito ogni combinazione possibile, mi lancio disperatamente sul libretto delle istruzioni, ma non risolvo l’arcano. E va bene, niente lettere accentate, per ora. Ci penserò dopo. Proseguo con la scrittura del messaggio. Occacchio, non trovo nemmeno il punto. E nemmeno il punto e virgola. E nemmeno i due punti. E nemmeno l’apostrofo, né le parentesi, l’underscore, il punto esclamativo, la barra e qualsiasi altro segno di interpunzione (qualora prima della conclusione di questa frase fossero stati inventati degli altri). Posso disporre solo di trattino, virgola, punto interrogativo e chiocciola. “Come cazzo si aggiunge ’sta merda de punteggiatura, mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio”, sussurro con garbo.
Con l’autostima che subisce atti di bullismo da un tafano (“nemmeno so mettere la punteggiatura su uno stupido cellulare!”), contatto per email l’assistenza della Motorola, affinché mi illuminino su quale formula magica debba recitare in sanscrito per sbloccare certe funzioni. Illustro il problema pieno di vergogna, immaginandomi una strafiga italo-svedese (non so perché me la immaginassi italo-svedese, ma me la immaginavo così) responsabile del servizio clienti alle prese con la mia lettera a ridere di me con tutte le sue amiche modelle che a turno fanno a gara su quale di loro sia quella che provi il minore desiderio di venire a letto con un inetto mio pari.
Due giorni dopo giunge la pronta risposta: “Ci dispiace, il modello a cui fa riferimento non prevede i caratteri a cui lei è interessato”.
Capite?! No, non so se vi è chiara l’assurdità che fa bagnare le mutande ad Albert Camus: quel cellulare è un modello speciale progettato APPOSITAMENTE senza punteggiatura ed accenti!
“I caratteri a cui lei è interessato”. Eh già, sa, ho questa passione particolare per il punto e virgola, sono un collezionista.
Ho avuto la dimostrazione inconfutabile che il meccanismo produttivo capitalistico sia una stronzata mahabaratesca: un ingegnere pagato profumatamente per progettare nuovi sistemi di comunicazione propone un cellulare senza punteggiatura e la proposta viene accolta e lanciata sul mercato come una mirabile innovazione.
Nella mia mente mi figuro uno di quei lunghissimi tavoli ellittici di legno pregiato che si vedono sui film americani in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo che procura orgasmi a Bin Laden con intorno (intorno al tavolo, non intorno a Bin Laden) tutte le alte sfere della Motorola, il consiglio supremo incravattato al completo, per una riunione di lavoro. Si alza in piedi uno: “Mi è balenata un’idea brillante. Aprite bene le orecchie: un cellulare SENZA PUNTEGGIATURA”. “Geniale!” “Straordinario” “Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!”. Coro di approvazione, tutti si alzano in piedi, standing ovation, applausi scroscianti, pacche sulla spalla e strette di mano al vulcanico inventore, milioni di dollari che piovono dal cielo. “Complimenti, lei avrà quella promozione, Giuffolotti!”. Me lo immagino con questo cognome, perché uno che inventa un cellulare senza punteggiatura può chiamarsi solo Giuffolotti.
La disavventura però mi ha riempito di ottimismo, perciò ho deciso di propormi alla Motorola come addetto al settore creativo. Ho già pronte tre idee sbalorditive da presentare: un cellulare senza schermo, un cellulare senza chiamate e, per finire, udite udite, un cellulare senza cellulare.
Pregusto già il successo, la carriera luminosa nell’alta finanza, la scalata fino alle più alte cariche di potere, le orge naziste diffuse su internet, Mike Tyson che mi intenta un processo tarocco per molestie sessuali per rifarsi dei tanti subiti, viene pure creduto e lo vince.
Lunedì torno all’Euronics. “Vorrei cambiare questo cellulare con un altro” “Non si è trovato bene?” “No, sa, è che ho la fissa per l’accento acuto”. Vedo un altro telefono piuttosto economico, 34.90. Lo prendo.
E così ho pagato 4.91 euro la punteggiatura.

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Panegirico della bestemmia - Blasfemia è libertà

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 3 Marzo 2008

“Per carità, io sono ateo e di certo non ho in simpatia la chiesa, ma la bestemmia proprio non la tollero, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede”.
Questa frase perseguita da sempre ogni antiteista attivo, tanto da essere diventata una sorta di mantra da democrazia da asporto, un motto di civiltà a misura di supermercato, ammantato di verità, equità, giustizia, saggezza. Altresì, un luogo comune.
Il termine rispetto è notoriamente già di per sé quantomai delicato e labile; sovente, poi, viene confuso pericolosamente con una fattuale disparità di trattamento tra posizioni equivalenti nella loro legittimità benché opposte nelle concezioni.
La bestemmia cade appieno nel secondo caso (laddove per bestemmia intendo la blasfemia nel senso più lato possibile, dalla semplice imprecazione al raffinato attacco colto contro il divino).
L’equivoco parte probabilmente dal pregiudizio nei confronti del sentimento dell’odio. Lungi dall’essere considerato normale o financo sano e nobile, l’imperativo assolutista della moderazione impone che l’odio venga caricato soltanto di connotazioni negative. L’odio è il negativo per eccellenza ed in virtù di ciò va respinto in ogni caso. Dunque esprimere amore è sempre cosa buona e giusta, mentre esprimere odio disdicevole ed inopportuno.
Eppure dovrebbe essere evidente come non ci possa essere amore sincero e sentito per qualsiasi cosa senza una profonda controparte di odio consapevole. Qualche esempio facile facile: non ci può essere amore per la pace senza odio viscerale per la guerra. L’alternativa sarebbe: “Amo la pace, desidero la pace, ma siccome non odio la guerra, se proprio volete bombardare, abbiate almeno l’accortezza di farlo pacatamente. Massimo rispetto, comunque”. E via dicendo: non ci può essere amore per la solidarietà senza odio per il menefreghismo; non ci può essere amore per la natura senza odio per chi inquina, etc.
L’odio si configura allora come il moto d’animo cardinale in un individuo socialmente costruttivo.
L’atto di stabilire una volta per tutte quali valori siano consentiti e quali ripudiati porta un solo nome: totalitarismo.
Sotto il fascismo, chi manifestava il proprio amore per Mussolini era nel giusto e benvoluto; chi al contrario mostrava il proprio odio, a qualunque livello, subiva pesanti punizioni.
Il meccanismo è il medesimo di quello che si riproduce nella diffusa repulsione nei confronti della bestemmia.
Perché mai l’espressione d’amore per dio (tramite preghiera o quant’altro) viene accettata e la manifestazione di odio (attraverso la bestemmia) scandalizza ed indigna?
“Beh, in quel caso si offende qualcosa di molto importante per tantissime persone”. E non si pensa mai al fatto che la preghiera offende allo stesso modo un ateo, o perlomeno offende chi come me si sente ferito dalla sospensione del giudizio critico e dalla superstiziosa credulità che trasforma il pensiero magico e la mitologia in sapere certo ed assodato con il risultato di conseguenti crimini ed abusi di cui la storia è pregna.
“Ma se tu bestemmi dio, per un credente è come se ingiuriassi una persona a lui cara”. Ma se un credente nelle sue preghiere afferma l’esistenza di un capellone vergine palestinese che cammina sull’acqua, tramuta una materia in un’altra e guarisce i malati con la sola imposizione delle mani, per me è come se ingiuriasse, che so, Bertrand Russell od altri grandi ed infangasse la memoria di quelle persone che hanno dato la vita per la ricerca e per me hanno l’identico valore affettivo e di “autorità” che può avere dio per un religioso.
“Non è precisamente la stessa cosa. Che fastidio ti dà se uno prega e tesse le lodi della divinità?”. Mi dà molto fastidio se qualcuno inneggia all’abbrutimento ed all’inebetimento. Ma potrei rigirare la domanda: “Che fastidio dà ad un religioso se io bestemmio e denigro Cristo o chi per lui? In fondo non faccio che enunciare la mia opionione discordante e non pocco farci alcunché se la mia opinione comporta un assalto verbale diretto dai toni anche volgari”.
Dunque il presunto rispetto che verrebbe violato dal bestemmiatore si rivela piuttosto a senso unico: io devo consentire ad un religioso di esternare la natura del proprio credo, mentre il religioso può permettersi di riprendermi qualora io esterni la natura del mio. E per me, antiteista, la blasfemia è uno degli aspetti principali del mio sistema di pensiero.
Ricapitolando: se io bestemmio, manco di rispetto al credo di un fedele; ma se a me viene impedito di bestemmiare, si manca di rispetto al mio credo ateo antiteista che si esplicita anche per mezzo della blasfemia; se io dico: “Sia maledetto iddio”, un religioso si sente offeso; ma se un religioso dice: “Sia benedetto iddio” mi sento offeso io. Ostacolare il mio atto di bestemmiare è sicché una mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di quello in cui credo io. Allora come la mettiamo?
“Ma se credi non devi bestemmiare proprio perché credi e se non credi non ha senso che tu bestemmi. Dunque perché bestemmi?”. Tralasciando l’acutissima risposta: “Pe’ datte fastidio” che lessi su una vignetta tempo fa, rispondo: l’ateo antiteista blasfemo non bestemmia tanto dio, quanto l’idea di dio in quanto cristallizzazione di aberrazioni della ragione quali schiavitù, sottomissione, dogma, fede cieca nell’indimostrabile, sonno narcolettico indotto ed autoindotto dello spirito analitico, obbedienza priva di riflessione indipendente, impulso congenito alla sopraffazione.
Certo, con l’odio da solo non ci si fa alcunché. Va elaborato alla luce di una piena coscienza oppure non è che vuoto livore senza obiettivo. La bestemmia da sola, insomma, serve a poco, altrimenti un avventore a caso di un baretto a caso della Tuscia potrebbe essere reputato un campione della filosofia d’opposizione contro l’ultraterreno. Però, la bestemmia, al suo stato più basso e basilare, è l’equivalente del primario impulso di disprezzo nei confronti di un’autorità dispotica ed illogica, il grido istintuale del popolano stanco delle angherie del sovrano.
La scusa della maleducazione, della sconvenienza, dell’indecenza del turpiloquio, non è che una trappola con cui il pensiero dominante ed i suoi sostenitori tentano - riuscendoci - di ingannare i loro avversari dissidenti rendendoli censori di loro stessi.
Io rivendico quindi il mio diritto ad odiare, a dare sfogo all’essenza delle mie convinzioni fondate sul disprezzo verso la dittatura del sovrannaturale, esattamente come lascio che qualcun altro levi a dio il proprio canto d’amore, caposaldo del proprio essere.

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All’italiano non far sapere

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 4 Maggio 2007

In Italia tutti sapevano che il dodici maggio duemilasette sarebbe stato il Family Day (agli esterofili non piace “Giorno della Famiglia”. Sono convinti che l’inglese faccia più figo. Pardon, cool). Molti meno erano al corrente dell’altra manifestazione per l’Orgoglio Laico in contemporanea.
In Italia tutti sanno che il principino William si è lasciato e che suo fratello Harry è proprio uno scavezzacollo. Quasi nessuno conosce i crimini della monarchia inglese commessi nelle colonie in giro per il mondo in circa cinque secoli di Commonwealth.
In Italia tutti sanno tutto sul tempo meteorologico. Un po’ meno sul tempo storico nel quale vivono.
In Italia tutti sanno tutto quello che dice il Papa. Ah, no. Ecco, questo non è esatto. Effettivamente in Italia quasi nessuno è sufficientemente informato sui più rilevanti atti e parole del Pontefice. Quando il Santo Padre fa o dice qualcosa di veramente cruciale, i media genuflessi e conniventi tacciono strategicamente.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno ad esempio che Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Tarcisio Bertone e tutte le alte sfere vaticane (sì, pure il santo suBBito Wojtyla, che sapeva, eccome se sapeva) hanno coperto, coprono e continueranno a coprire i preti pedofili, sottraendoli alla magistratura.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno che nei soli Stati Uniti d’America sono 4392 (quattromilatrecentonovantadue) i preti pedofili scoperti dal millenovecentocinquanta ad oggi. Chissà in Italia quanti saranno, considerando che qui c’è invece chi sostiene che quello del prete pedofilo sia soltanto uno squallido luogo comune; sicché il cittadino medio, mentre è pronto ad invocare la forca non appena sente parlare di abuso su minore commesso da qualche extracomunitario od altro comune mortale, appare incredulo allorché è un uomo di chiesa a venire accusato del peggiore dei crimini e subito si erge in sua difesa (con l’aiuto di politici che si indignano se si solleva il problema, magari per mezzo della satira, questa somma nemica del potere oscurantista), prodigandosi per tutelarlo da qualsiasi eventuale rischio di linciaggio mediatico e strapparlo alla mano troppo secolare della Giustizia.
Ma cosa ci si aspetta da persone cresciute in parrocchia?
D’altronde in Italia la triade Dio-Patria-Famiglia ha sempre riscosso un notevole successo. E se si pensa che il 70% delle violenze sessuali sui bambini avviene tra le pareti domestiche e che quella dei ministri di dio è la categoria più soggetta ad accuse di questo genere (anzi, l’unico caso al mondo in cui si fa riferimento ad un’intera specifica categoria per un simile reato, tanto vasto è il numero di appartenenti che si sono macchiati del crimine di stupro su minore), esce fuori un gran bel quadretto dell’italica patria.
E’ davvero un Belpaese, questo Stivale sporco di merda e profumato d’incenso.
Fortunatamente – o sfortunatamente che sia – chi ha accesso alla rete può venire a conoscenza di notizie di capitale importanza, ovviamente tenute nascoste da televisione e giornali (sarà per questo che qualcuno sta tentando di operare una sorta di censura su internet?). Capita allora che persino visitando un sito - peraltro abbastanza commerciale - come Libero.it ci si imbatta in una vicenda agghiacciante: la BBC, il primo ottobre duemilasei, ha trasmesso un documentario sui preti pedofili in cui si fa diretto riferimento a Benedetto XVI, il quale ha rinnovato il divieto di testimoniare – pena la scomunica - in tribunali civili per reati di abusi sessuali che avessero coinvolto religiosi.
Naturalmente nell’Italietta non lo trasmette nessuno, ma grazie all’ammirevole lavoro di sottotitolatura compiuto dallo staff di Bispensiero, il video in cinque parti è reperibile su Youtube.
Aspettando pazientemente il giorno in cui una mano santa divinamente ispirata lo toglierà pure da lì, nel frattempo cerco di fare la mia parte nella campagna di doverosa diffusione del filmato, onde per cui non posso che postare il documentario qui di seguito nel mio blog, affinché quanta più gente possibile veda e sappia cosa nascondono i preziosi paramenti sacri baciati da un popolo di pecore ammaestrate altrimenti chiamate fedeli.

Aggiunta del 26 maggio 2007

Com’era prevedibile, il documentario “Sex Crimes and Vatican” è stato oscurato su Youtube, ma per ora è ancora visibile sottotitolato qui ed in lingua originale qui.
E giovedì 31 maggio alle ore 21.00 tutti davanti alla televisione per vedere Annozero: sì, salvo censure all’ultimo momento, Santoro lo trasmetterà nella prossima puntata del suo programma.
Non resta che sperare, miseramente.

Altri link utili

Video di come il clero agisce per proteggere se stesso a discapito dei bambini e bambine abusati: http://www.bispensiero.it/index.php?option=com_content&task=view&id=199&Itemid=6

Intervista esclusiva a Giuseppe Nicotri sul Vaticano ed i preti pedofili sul canale MyNews di MyVide: http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=65
http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=63

I dettagli sul coinvolgimento del Vaticano e di Ratzinger:
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8777
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8953

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Qualcuno non muore a caso

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Aprile 2007

Tempo fa fui autore di questo post mooolto politicamente scorretto che attirò parecchie critiche e mi valse la nomina a Somaro Ontologico. Lo avevo realizzato in un periodo di intenso dibattito sull’eutanasia e con la mia satira nera e pesante volevo sfogarmi, esprimere rabbia -  attraverso il mezzo dell’ironia - per la condizione di tanti malati terminali che gridavano (e gridano tuttora) vendetta, costretti a patire le pene di un inferno che per loro si è materializzato in terra a causa dell’oltranzismo oscurantista delle alte sfere religiose e dei loro affiliati.
Oggi, a distanza di tre mesi e passa da quell’“I have a dream”, leggo di un sedicenne suicida a causa di bullismo ed omofobia e capisco tante cose in più.
C’è chi si sdegna con chi scherza sui propri desideri di morte per personalità che con il loro potere sono state - e sono - causa di barbarie e regresso, ma coloro i quali hanno dato del gretto e del violento a me non si scompongono con chi, tramite le sue influenti predicazioni, provoca, più o meno indirettamente, la rovina vera di innocenti.
Sì, perché quel suicidio non nasce dal nulla: esso è figlio di una temperie di intolleranza gestita e manovrata da soggetti ben precisi.
Laddove le autorità clericali e politiche, che si propongono – o meglio, pongono – deliberatamente come guide della società (sic!), creano un clima di discriminazione nei confronti di alcune categorie di persone - in questo caso gli omosessuali - è del tutto normale e, ahimé, naturale che gli individui più giovani recepiscano insegnamenti disastrosi da quel degenerato apparato educativo.
Eguagliando gli appartenenti alla comunità GLBTQ ai pedofili, impedendo loro di acquisire la totale parità di diritti con i cittadini eterosessuali, li si declassa ad esseri umani di serie B, a dei mostri, a dei subnormali, ed un ragazzino impara a trattarli da, appunto, inferiori, ad irriderli e tormentarli con disprezzo.
Privando un uomo della sua legittima umanità in base ai suoi gusti - che siano sessuali, culturali, esistenziali - lo si espone alla mercè di qualsivoglia angheria.
Ecco perché Wojtyla (santo suBBito!), Ratzinger, i loro predecessori, i loro colleghi di altre fedi, più i vari Mastella, Casini, Calderoli, Bush, Ahmadinejad e così via sono i diretti responsabili di innumerevoli tragedie come quella dell’adolescente di Torino.
I danni dei loro perversi principii non sono solo ideali, bensì fattuali: le campagne di Giovanni Paolo II (ari santo suBBito!) e del Vaticano tutto contro l’uso del preservativo o contro l’eutanasia, ad esempio, comportano l’acuirsi della catastrofe dell’AIDS nei paesi poveri (e non solo) e le sofferenze di migliaia di infermi. In poche parole, morte e dolore.
Quello studente che si è ammazzato, arrivato com’era al limite estremo di sopportazione, ha dovuto subire il frutto di valori negativi, fondati sulla totale mancanza di rispetto per l’alterità, sulla dittatura teocratica, sulla repressione ed emarginazione del diverso, sulla fede cieca in un dio terribile, superbo, capriccioso, assetato di dominio, che non ammette disobbedienza, sulla demonizzazione del piacere, sulla sottomissione ed automazione dell’individuo. Un robot pieno di viscidume e risentimento è una macchina omicida senza pari, sebbene non ne sia cosciente.
Quindi voi maschilisti omofobi demonizzatori dei DICO, integralisti sostenitori della famiglia tradizionale, sappiate che per me valete meno di un comune assassino. Già, perché un assassino ha almeno il fegato di compiere delitti in prima persona, rischia e si sporca le mani, mentre voi siete anche vigliacchi, mandanti senza coscienza di crimini contro degli indifesi.
La differenza tra Ali Agca e quel maledetto finanziatore della dittatura di Pinochet sta solo nel coraggio dello sparo.
Quel ragazzino lo avete ammazzato voi, Ratzinger, Bagnasco, Mastella, e tutti voialtri che pendete dalle labbra di questa feccia.
Rinnovo il mio sogno: spero che tutto il male di cui siete artefici vi ritorni indietro con un cospicuo incremento.
Dunque, nell’ordine, auguro: ai sessisti razzisti di vedersi privare anche del diritto a nutrirsi; ai sessuofobi di ammalarsi di AIDS e subire la caduta dei propri organi genitali; agli oppositori dell’eutanasia di venir colpiti insieme a tutti i loro cari da un morbo incurabile che li costringa ad una lunghissima vita tra atroci tormenti, indicibili patimenti, che strazino le carni e la mente oltre la soglia di tolleranza.
Nei secoli dei secoli amen.

Avvertenza: mi prenderò la libertà di insultare ulteriormente cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, animisti, raeliani, credenti vari e tutti coloro i quali avranno da ridire su questo articolo.

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Rassegnazione stampa

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

Ieri ha sfilato per le vie di Roma la manifestazione NO VAT 2007. Se non lo sapevate, non preoccupatevi: d’altronde nessuno ve l’aveva detto.
Per informazione (ah, sacra, bistrattata parola), si trattava della seconda iniziativa indetta da Facciamo Breccia per protestare contro l’ingerenza (leggi “invadenza”) del Vaticano nello Stato italiano e reclamare l’abolizione del Concordato in nome dei principii di autodeterminazione, laicità ed antifascismo, così da rendere finalmente l’Italia una nazione davvero sovrana e civile, giacché lo Stivale Bucato è l’unico tra i Paesi cosiddetti “sviluppati” in cui una confessione religiosa influenzi in maniera determinante la vita politica. Una cosa simile succede solo nelle tanto disprezzate teocrazie islamiche.
La Chiesa interviene costantemente in ogni questione riguardante l’intera società, risultando decisiva perfino nella legislazione statale grazie ai suoi tanti uomini di fiducia che occupano i posti di comando in Parlamento e rivestono le più alte cariche istituzionali.
Quello italiano è poi un caso unico: non si è mai visto uno Stato libero subire passivamente, ed anzi di buon grado, le pressioni di un’altra nazione. Perché Città del Vaticano, giova sempre ribadirlo, non è l’Italia. Un po’ come se l’Austria esercitasse dei ricatti e rivendicasse il diritto di esprimersi sulle vicende amministrative del Portogallo.
Lasciando stare l’Otto per Mille; mettendo da parte il fatto che viene insegnata la religione cattolica nella scuola pubblica e gli insegnanti di tale materia non fanno un concorso come tutti gli altri, bensì vengono nominati dai vescovi e percepiscono uno stipendio più alto; accantonando la querelle sul crocifisso negli uffici pubblici; senza badare all’esenzione dall’I.C.I. degli edifici religiosi; sorvolando sui finanziamenti statali agli istituti religiosi; tralasciando gli ostacoli alla ricerca scientifica ed alla parità di diritti in nome della morale cristiana; soprassedendo dunque su queste minuzie, chi non fosse ancora convinto sull’anormalità della situazione “libera Chiesa in servo Stato”, può compiere una breve ricognizione dei media, dalla carta stampata alla televisione passando per internet.
Nessuno dei sette telegiornali ha parlato della manifestazione di ieri (fatta eccezione per il TG3 regionale che ha dato la notizia mooolto rapidamente), mentre tutti si sono prodigati nel riferire il dissenso del clero nei confronti dei Dico (il TG1 poi, fin dalla sua nascita, ogni giorno, senza mai saltarne uno, ha sempre fatto almeno un servizio sul papa).
Lo stesso dicasi per i maggiori quotidiani nazionali.
Il sito di Repubblica, giornale che dovrebbe essere organo della cultura liberal di sinistra non fa menzione alcuna a NO VAT se non nelle pagine dell’edizione romana, mentre dedica ben tre titoli di prima pagina al no delle autorità ecclesiastiche alle coppie di fatto.
Sul Corriere della Sera, testata borghese moderata, non v’è traccia alcuna di Facciamo Breccia, però campeggiano in bella vista le parole di Ratzinger all’Angelus e l’attacco vaticano agli sceneggiati televisivi sull’amore omosessuale.
La Stampa, democratica all’americana, parla del Cardinale di Napoli che fa portare i coltelli in Parrocchia per togliere i ragazzini dal giro della Camorra. Anche qui un articolo sulle dichiarazioni di esponenti religiosi contro il matrimonio gay, ma niente sulla manifestazione.
Il Tempo, destrorso, ed Il Messaggero, centrista, entrambi cattolicissimi, non dicono alcunché neppure per criticare e demolire.
Al silenzio omertoso si uniscono ovviamente i berlusconiani Il Foglio, Libero ed Il Giornale.
Le misere speranze affidate alle testate locali, spesso sorprendenti, quali Il Mattino di Napoli, Il Piccolo di Trieste, La Nazione di Firenze, Il resto del Carlino di Bologna, subiscono prontamente una brusca delusione.
La Padania ed Il Secolo d’Italia neanche a dirlo.
Restano quindi i quotidiani di sinistra. Suvvia, lì ci saranno di certo fior fiori di appassionate invettive contro la cripto-dittatura clericale, cori di entusiasmo verso la pubblica dimostrazione anticristiana, scoppi di lucida e dotta ira per il soggiacere di un intero Paese ad un’etica parziale! Macché.
L’Unità tace strategicamente e Liberazione non si spreca più di tanto. D’altro canto cosa ci si può aspettare ormai da DS e Rifondazione, partiti che hanno visto bene di non esporsi alla manifestazione? Guai a disturbare un potere che può tornare utile in sede elettorale.
Già, nessun partito della Sinistra, eccettuati i Radicali dell’Associazione Luca Coscioni, ha aderito ufficialmente a NO VAT; nessun esponente politico, tranne Vladimir Luxuria, ha messo la propria faccia per rivendicare libertà dalle gerarchie cattoliche.
Ma finalmente ecco una luce all’orizzonte: Il Manifesto, il solito, sempre lui, solo lui, dà spazio e voce alle migliaia di persone che, secondo tutti gli altri media, non sono mai esistite. Purtroppo è uno spiraglio fin troppo flebile, considerando la condizione in cui versa il glorioso quotidiano davvero di sinistra, che non riesce più nemmeno ad assumere stagisti.
I tanti, tantissimi atei, agnostici, anticlericali, laici libertari, etc., sono condannati a rimanere fantasmi nell’oscurità. O meglio, nell’oscurantismo.
Ora, non è strano che un pontefice, capo di una monarchia assoluta (sì, Città del Vaticano è una monarchia assoluta, l’unica rimasta in tutto il resto del mondo) che fino ancora al 2001 prevedeva nella propria Costituzione la pena di morte, non solo si arroghi il diritto di intervenire sulle questioni di un altro Stato democratico ed addirittura nelle scelte personali e private dei singoli individui, ma giustifichi e legittimi perfino il proprio operare affermando che lo fa “per il bene di tutta la società ed in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere” poiché “questi valori, prima di essere cristiani, sono umani, tali perciò da non lasciare indifferente e silenziosa la Chiesa, la quale ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino”, pretendendo così di imporre una verità assoluta data una volta per tutte da un fantomatico dio a cui ognuno dovrebbe piegarsi, con buona pace del relativismo e della diversità di opinioni? Ed inoltre, non è strano che la politica, anzi, che un intero popolo, si sottometta ad un credo religioso tanto da offuscare e censurare tutte le idee che ad esso si oppongano?
Al posteriore l’ardua sentenza.

Stemma Italia + Bandiera Città del Vaticano = Italia crocifissa

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La TV proclama: W le donne all’antica!

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

La spazzatura televisiva va seguita con attenzione. Anzi, di più: va tutelata ed amata. Già, perché essa ci insegna più cose sull’animo umano di quante ce ne abbia dette Dostoevskij ed è più divertente del miglior Woody Allen. Davvero. (Puntini di sospensione, cespuglio di paglia che rotola). Ok, ok, è solo una boutade, ma un fondo di verità c’è (sulla sua incommensurabile portata comica resto però inamovibile).
La TV in fondo dà al pubblico ciò che il pubblico vuole. Crea consenso, è vero, inculca opinioni più che registrarne, è uno strumento di controllo invece che un rilevatore di informazioni, ma per poter conservarsi tale deve far leva sui gusti dello spettatore. Per questo il prodotto è sempre più scadente: la televisione mira all’appetibilità; maggiore è la semplicità, maggiore è la diffusione; se aumenta la vendita, aumenta il guadagno. Ecco perché chi manovra i media non ha alcun interesse a fungere da educatore. Ma più i media puntano sull’ignoranza, più il fruitore rimane ignorante e più lo spettatore è retrogrado, più esige materiale elementare. Non se ne esce: un circolo vizioso. Lo schermo della televisione nostrana risulta pertanto uno specchio vivo in cui l’Italietta guarda se stessa ed è osservata a sua volta. E la perfezione del riflesso è disarmante nella sua eccellente focalizzazione sugli aspetti più scabrosi del costume italiota che non posso sfuggire ad un occhio attento.
Il trionfo della sottocultura da suola della Stivale è emblematicamente espresso dall’immagine della donna data in scampoli di due trasmissioni che ho avuto la fortuna di beccare durante un paio di fruttuosi zapping: il sempiterno Stranamore e la gloriosa Buona Domenica. Ciò a cui mi è capitato di assistere costituisce un validissimo esempio di quell’insieme di valori sgradevoli che la TV mira a conservare in quanto tanto cari ai cittadini del Belpaese.

Partiamo da Stranamore, preziosa eredità lasciataci dal Fu Alberto Castagna (c’è chi consegna ai posteri “Il dottor Stranamore” e chi “Stranamore”, che volete farci).
Quest’anno c’è un nuovo gustosissimo gioco: in studio una mamma sceglie tra tre pretendenti quella che diverrà la compagna del figlio. Le ragazze vengono fatte entrare dalla famigerata porta e si mettono in riga. La futura acidissima suocera inizia a fare loro domande sotto lo sguardo del figlio che segue tutto dall’esterno e si fida ciecamente di quella che sarà la scelta, perché “la mamma è sempre la mamma”, “guai a chi mi tocca la mamma”, “mia mamma è la migliore di tutte”, “mamma solo per te la mia canzone vola”. “Vediamo…Cosa ti piace fare nella vita?” “A me piace sedurre gli uomini”. “Buuuu! Buuuu!”, rumoreggia il pubblico indignato. “Eh, no, non ci siamo proprio”, fa l’italica genitrice, con la presentatrice che annuisce (pia donna, la Folliero). “E tu?”, passando in rassegna la seconda. “Io amo andare a ballare con le amiche”. Di nuovo cori di disapprovazione. “Mmm, non va mica bene. Sentiamo la terza” “Io adoro cucinare ed accudire i bambini”. Grida di giubilo, il pubblico in delirio, occhi ridenti e commossi della madre, un tripudio di esaltata euforia.
Manco a dirlo, è quest’ultima ad essere eletta come futura amorevole sposa nonché affidabile ed ineccepibile nuora.
Badate bene il meccanismo perverso: due stereotipi di donna emancipata (la libertina e l’indipendente) vengono messi alla gogna in favore dell’avita figura della regina del focolare, la nobile mater di una volta, tutta casa e famiglia, che volontariamente fa delle pareti domestiche il proprio habitat e lascia al maschio il mondo esterno, perché insomma, una donna in giro, che esce, lavora e si diverte, non sta bene.

Buona Domenica, apoteosi del trash (resteranno scolpiti nel tempo ad imperitura memoria i giochi del salto in alto - “Salto per i bambini dell’Africa!”, e giù il VIP di serie B che cade sul materasso - e quello a chi fa arrapare di più Bettarini), vero e proprio metatrash, dove c’è tutto il meglio del meglio (leggi “peggio del peggio”), contenitore per la raccolta mista degli altri rifiuti del palinsesto, inscena una simile gogna mediatica: Diana, concorrente del Grande Fratello, ragazza sessualmente esuberante uscita dalla Casa con un plebiscito delle casalinghe, inferocite dagli atteggiamenti disinibiti dalla ventiseienne italo-russa (“Pure mezza extracomunitaria!”) identificata come icona della ruba-mariti, viene esposta alle critiche di Raffaello Tonon, Pasquale Laricchia ed altri insigni esponenti della sobria virilità nazional-popolare, strenui difensori dei buoni costumi italici tra gli scroscianti applausi di un pubblico perbene, ammodo, di sani principii. “Va bene vivere la propria vita come meglio si crede, ma sempre nel rispetto della decenza” “C’è un limite agli atteggiamenti che si confanno ad una donna” “Non è bello che una ragazza si mostri in un certo modo”.
Poiché i pompini fatti ai fini del successo, quando suppliscono a carenze di meriti e capacità personali che ostacolerebbero la carriera, come quelli di Elisabetta Gregoraci, che a Buona Domenica è la diva assoluta ed indiscussa, vanno bene, ma quelli fatti per piacere personale, non sia mai! Sono sconvenienti! Giacché l’uomo è cacciatore e la donna è preda, l’uomo è Don Giovanni e la donna mignotta, l’uomo tromba per necessità e la donna per far contento l’uomo.
Passi la valletta-oggetto, puro corpus eroticus per le brame del consumatore, ma giammai queste svergognate moderne gratuitamente disonorate!
Il popolo non merita quel briciolo di progresso sociale che ha ottenuto grazie ad una minoranza di persone affamate di libertà: merita il grigiore predicato dagli indomiti cavalieri della moralità. Il bigottismo democristiano non è mai stato un caso. La mamma, la parrocchia, la famiglia, lo stadio, la caserma, e poi gli uomini al bar o a puttane e le donne a curare i fornelli e la prole. Contenti loro…
Quando una trucida misconosciuta partecipante ad un reality di basso profilo risulta il massimo del femminismo passato in televisione, tanto da fare quasi la parte dell’illuminata davanti ad una platea di indubbi bifolchi di vastissime proporzioni, c’è da preoccuparsi non poco.

Per coronare tali esempi della recente ondata di repressione sessuale (come dimenticare i casi umani del “Silver Ring”, l’anello della castità?), leggo oggi un trafiletto su City: “Un consiglio del papa: ‘Fidanzati, siate casti!”.
Un consiglio di Claudio: “Religiosi, datevi fuoco!”.
Non so voi, ma io temo molto di più i sessuofobi rispetto che so, ai terroristi islamici, giacché questi ultimi offrono una morte rapida ed immediata, mentre i primi propongono una lunga vita di merda.

Marge&Marilyn

P.S. Sabato 10 febbraio a Roma, ore 14.00, Piazzale Ostiense, manifestazione NO VAT 2007, casomai foste stufi dell’invadenza della Chiesa nello Stato italiano.

Aggiornamento del 12 Febbraio 2007

Su Leggo di oggi compare questo trafiletto

Trafiletto Buona Domenica

Qui c’è l’intervista incriminata.

Il mito che non ti aspetti.

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Giovedì 16 vs Venerdì 17

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 12 Novembre 2006

Ci sono certe giornate in cui sembra condensarsi un numero di eventi sciagurati, stranezze, atrocità, fatti sconcertanti, superiore rispetto al solito. Magari è solo il particolare stato d’animo di quel preciso giorno che porta a notare di più determinate cose, oppure dipende semplicemente dalla maggiore attenzione con cui vengono lette le fonti d’informazione. Fatto sta che il giovedì 16 novembre da poco trascorso mi è parso un tantino più sfigato in confronto agli altri giorni della settimana - tanto per sfatare la miserabile ed abominevole superstizione popolare che vuole il venerdì 17 quale giorno deputato alla sfortuna per eccellenza.
Tutto è cominciato con un’email inoltrata dal sito dei radicali in cui si informavano gli iscritti alla mailing list (io lo sono in qualità di organizzatore di ExO - Comitato Etero pro Omo - tanto per fare un po’ di pubblicità all’associazione) sulla seduta parlamentare del 15 novembre, incentrata su un emendamento proposto dalla Rosa nel Pugno che, nella persona di Maurizio Turco, chiedeva l’abrogazione dell’esenzione dal pagamento dell’ICI di cui godono le attività commerciali legate alla Chiesa cattolica.
Chiunque si ostini a sostenere che l’Italia non è un paese genuflesso al Vaticano come andiamo dicendo noialtri sporchi senzadio, può tranquillamente chiedermi il resoconto stenografico dell’interrogaizone parlamentare allegato all’email, che sarò ben lieto di fornire.
Alcuni stralci significativi: “Noi siamo sostenitori della Chiesa, che dal nostro punto di vista è un elemento fondamentale di questa civiltà” (Massimo Nardi della nuova Democrazia Cristiana - fa rabbrividire sentire ancora quel nome, eh?).
“Con questo emendamento si vuole calare la scure fiscale pure sulla Chiesa e in particolare - incredibile, ma vero -, su tutti quegli immobili, quelle strutture e quelle attività nelle quali e con le quali la Chiesa adempie alla sua missione e contribuisce al bene comune della collettività, garantendo in questo modo un particolare servizio a favore dell’intera società nazionale e rispondendo ad esigenze sociali primarie alle quali lo Stato spesso - molto spesso - non riesce a far fronte” (Riccardo Pedrizzi di AN)
“Si tratta, cioè, di penalizzare e non riconoscere una funzione civile e sociale che, invece, viene svolta.” (Luca Volonté dell’UDC)
“Rincorrendo una mentalità giacobina che mi auguravo superata, vogliono circoscrivere l’attività della Chiesa medesima entro ambiti angusti compresi nei sacri recinti.” (Fabio Garagnani di Forza Italia)
“In proposito, ricordo i santuari e i negozietti dove si vendono cose accessorie: colpire queste attività vuol dire fare un’operazione di stampo ideologico.” (Carlo Giovanardi dell’UDC)
“Perché un ospedale statale non paga l’ICI ed un ospedale convenzionato la deve pagare? Perché una scuola paritaria deve pagare l’ICI e una scuola statale no?” (Luisa Capitanio Santolini dell’UDC)
Perché magari un istituo pubblico è un servizio di tutti erogato per i cittadini, mentre una struttura privata ha comunque sempre uno scopo di lucro…
Ma ciò che più sconvolge è che l’emendamento è stato avversato anche dalla sinistra massimalista, le cui posizioni sono riassumubili nell’intervento di Vladimir Luxuria:“Voglio ricordare che è stata già ripristinata l’ICI sugli istituti privati cattolici dal decreto Visco-Bersani. Qui non faccio riferimento ai luoghi di culto, ma agli hotel e ai ristoranti per i quali, nella scorsa legislatura, si è voluto abolire l’ICI creando ingiustizia e disobbedendo alle più elementari regole della libera concorrenza.
Voterò contro l’emendamento della Rosa nel Pugno perché credo che sulla possibilità di tendere un tranello, cioè di svolgere in uno stesso edificio un’attività non di lucro insieme ad un’altra a fini di lucro, vengono già effettuati controlli sia fiscali sia sui metri quadri del locale. Ricordo, infine, che il beneficio di cui si discute va esteso a tutte le attività commerciali svolte a fini non di lucro e di alta utilità sociale, sia laiche sia cattoliche”
.
Ciò che è emerso alla fine è dunque questo: la Chiesa è un bene oggettivo per la società (e già qui se si dissente è solo perché si è che chiusi in una cecità ideologica) ed è talmente tanto importante che merita tutti i privilegi che ha, senza possibilità d’appello. Non solo: è così inattaccabile che persino i deputati della RnP hanno ribadito che è giusto esentare il Vaticano dal pagamento dell’ICI per gli edifici di culto e si sono difesi quando sono stati “accusati” di volere l’abolizione del concordato e dell’8×1000. “Non è vero, non è vero!”, perché si sa, l’8×1000 è buono e giusto, e nessuno osi affermare il contrario. Peccato però che l’8×1000 sia un furto legalizzato ai danni dello Stato, cioè di tutti noi.
Mio nonno deve pagare la tassa sulla casa che ha costruito con le sue mani (muratore volenteroso, mio nonno), mentre il Vaticano ha il diritto di non pagarla per i suoi esercizi commerciali, sottraendosi in tal modo alle naturali e normali dinamiche della concorrenza partendo già favorito.
La Chiesa quindi è il bene assoluto.
Ciò veniva sancito proprio mentre un parroco veniva arrestato per la seconda volta per violenza ai danni di una bambina.
Anche per lo stupro la Chiesa gode di privilegi: i sacerdoti non sono mai puniti come gli altri, vengono ben presto rilasciati e godono di una protezione dall’alto. No, non da dio, ma da chi dio lo crea ogni giorno ed amministra il potere che si è inventato: Benedetto XVI stesso, ad esempio, quando era solo il cardinale Joseph Ratzinger, fu responsabile dell’applicazione del documento segreto del Santo Uffizio Crimen Sollicitationis in base al quale, per prudenza e per non fare scandalo, i preti pedofili non venivano rimossi dall’incarico pastorale, ma semplicemente spostati in un’altra parrocchia.
E proprio in un giorno così nefasto come il 16 novembre Francesco Cossiga (una persona per bene, si sa. Qualche responsabilità in molteplici stragi durante gli anni di piombo, ma che vuoi che sia) interviene in difesa di quel sant’uomo del papa presentando un’interpellanza al premier Romano Prodi e al ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, in cui viene chiesto se sia “lecita e legittima” la satira su Benedetto XVI in ambito Rai, o se invece sarebbe meglio concedere “un particolare rispetto” al capo della Chiesa cattolica.
Sulla vicenda del risentimento vaticano per la parodie di Crozza e Fiorello ha già detto tutto il sommo Daniele Luttazzi ed invito tutti a leggere questo articolo, assolutamente perfetto.
Cos’altro ancora in questo 16 novembre? Ah, sì, sono stati assolti i poliziotti autori del pestaggio contro un immigrato arrestato a Sassuolo lo scorso febbraio. Erano stati anche colti in flagrante da una telecamera amatoriale. Il video era noto a tutti, ma evidentemente non ha rappresentato una prova sufficiente. Probabilmente se un poliziotto ammazza qualcuno, il morto non è una prova sufficiente. Caso archiviato.
E poi? Tre nuovi morti per la guerra di camorra, ma tanto la mafia non esiste, quindi nessun problema.
Ma la notizia più terribile resta l’ultimo calendario Pirelli con Sofia Loren come protagonista: per un soffio, invece che i gerontofili avrebbero esultato i necrofili.
Infine, pare che il Pallone d’oro quest’anno lo abbia vinto Cannavaro e considerando che non lo hanno dato neanche a Baresi e a Maldini, si tratta di un’offesa al calcio ed allo sport in generale.
Devo togliere Repubblica.it come home page del mio browser.

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La puzza del popolaccio - Uno sfogo

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 12 Aprile 2006

L’uomo di Sinistra ama il popolo. Lo si può dire così, come un assioma populista e demagogico quanto si voglia, e tuttavia piuttosto esatto. L’apparente qualunquismo di tale affermazione dice in fondo una verità largamente dimostrabile. E’ infatti un grande altruismo alla base dell’individuo che spinge ad abbracciare gli ideali storicamente riconosciuti come di Sinistra, quali l’eguaglianza economica e sociale, la parità dei diritti, l’aiuto agli strati più deboli della popolazione.
Nobile è il moto d’animo di colui il quale sente che la propria felicità non può sussistere senza la felicità di tutti e si impegna affinché il benessere sia comune e condiviso, subordinando magari l’interesse personale a quello della collettività.
Così l’uomo di Sinistra si prodiga per il prossimo suo, affinché la partecipazione alla prosperità ed alla vita pubblica non sia ad uso esclusivo di pochi privilegiati, bensì estesa a ciascun elemento della società.
L’uomo di Sinistra si batte per tutti coloro che i poteri forti vorrebbero lasciare ai margini: ai margini della ricchezza, ai margini delle scelte, ai margini della libertà d’espressione.
L’uomo di Sinistra sogna l’emancipazione della massa in popolo, anzi in Popolo, con la P maiuscola, e spende tutto se stesso per far uscire la stragrande maggioranza dei cittadini da quello stato di minorità in cui neppure sa di essere.
Nella sua speranza di elevazione di tutti per il bene di tutti, però, l’uomo di Sinistra viene tradito proprio dal popolo, da quel popolo che è sempre stato al centro delle sue filantropiche attenzioni.
L’uomo di Sinistra è un amante deluso, tradito, non corrisposto.
Già, perché quel popolo è ignorante, razzista, omofobo, gretto, avido. Il popolo è attento solo al proprio campicello; non sa guardare oltre il proprio naso; chiama “froci” gli omosessuali, teme e disprezza ogni diversità, qualsiasi costume che non corrisponda a quelle becere tradizioni conformistiche accettate ciecamente e strenuamente difese nella loro totale rozzezza.
Il popolo si prostra al primo divo mediatico, affolla Piazza Venezia in attesa che si affacci un dittatore a cui levare sciocchi inni.
Il popolo somiglia troppo spesso ad un gregge di pecore e guarda con diffidenza ed acrimonia chi vorrebbe trasformare i belati in parole consapevoli.
Il popolo si inginocchia in chiesa davanti a chi lo stordisce con tabù ed esaltazioni del dolore e della schiavitù; si esalta con veemenza e reclama la pena di morte non appena la TV gli imponga di indignarsi; cade invece nel torpore più assoluto di fronte agli ipnotizzatori di folle, senza opporre resistenza, senza voler opporre resistenza.
Il popolo non è quello de Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, ma piuttosto quello meschino e crudele spietatamente, quindi realisticamente, descritto in “Dogville” di Lars Von Trier.
Rare sono state le volte in cui il popolo si è dimostrato degno della rappresentazione che ne ha dato Eugène Delacroix ne “La Libertà che guida il popolo”; assai di più invece si è palesato quale un coacervo di brutalità e decadenza come ne “La zattera della Medusa” di Géricault.
Quel popolo che l’uomo di Sinistra vorrebbe pacifico, rispettoso, solidale in favore del popolo stesso, appare violento, corrotto, egoista.
Tristemente l’uomo di Sinistra è costretto sovente a riconoscere che il popolo puzza.

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Se mi voti ti compro il gelato

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Aprile 2006

L’avvento di Berlusconi nella politica italiana dodici anni or sono (sembra ieri e non passa mai) ha provocato un terremoto nella cosa pubblica.
Si sa, il cosiddetto berlusconismo rappresenta un’anomalia nel panorama socio-politico mondiale, unica nella storia: mai si era vista infatti una cripto dittatura mediatica finalizzata esclusivamente all’ampliamento del potere economico personale e non supportata da alcun principio filosofico, modello culturale, concezione dello Stato, ideale politico, spirito etico. Sì, anche nell’ultima trovata propagandistica dello staff di Silvio, quella rivista che è arrivata pressoché in tutte le case degli italiani - in cui si narrano le imprese del Premier, lasciando credere che anche la santificazione di Padre Pio e la vittoria del motomondiale da parte di Valentino Rossi sono meriti da ascrivere all’operato del Presidente del Consiglio - si mostrano riferimenti a Locke, Mill, Smith, insomma alla corrente del liberalismo, ma in verità nulla di tutto questo appartiene davvero al patrimonio intellettuale di Forza Italia, per il quale mai definizione fu più appropriata di “partito di plastica”. D’altronde cosa ci si aspetta da un apparato costituito in tre mesi per sfruttare al meglio la tempesta di Mani Pulite - mentre i partiti veri hanno decenni se non secoli di storia - sotto la supervisione di un condannato in primo grado a nove anni con l’accusa di essere l’ambasciatore di Cosa Nostra a Milano, tale Marcello Dell’Utri? Sentenza simile a quella che colpì un certo Vito Ciancimino
Il fatto è che Berlusconi e la sua creatura, Forza Italia, composta da indagati ed avvocati degli indagati, non hanno alcun patrimonio intellettuale, politico, culturale. Neppure il suo sbandierato ed ossessivo anticomunismo è frutto di profonde convinzioni ideologiche: non si tratta altro che di uno spauracchio mediatico da cavalcare per sfruttare al meglio la politica a scopo di lucro.
Se Berlusconi valutasse che i propri guadagni troverebbero giovamento da un Governo di matrice leninista, non avrebbe scrupoli nel lanciarsi a capofitto nell’apologia di Marx e Mao, decantando la saggezza del Capitale e la squisitezza di personalità come Gramsci e Togliatti.
Il far politica di Berlusconi è un non far politica; è la degenerazione e lo svilimento del vero significato del termine politica , che nobilmente indica la teoria e la pratica dell’organizzazione della società.
La politica secondo Berlusconi è il trionfo dell’interesse personale, l’inasprimento dei metodi democristiani, quelli del do ut des scevro da precisi ideali. Quello che Pasolini definiva “un nulla ideologico mafioso”.
Prova ne è la sparata di ieri sull’abolizione dell’I.C.I. durante il confronto con Prodi. Dopo aver più volte attaccato con disgusto l’intento della “Sinistra massimalista” di redistribuire i redditi, come se fosse un male alleviare la forbice tra ricchi e poveri, Berlusconi nell’appello non dice “se vi riconoscete in questi valori votate per me”, bensì “se votate per me vi faccio un regalino”. Il livello ricorda pericolosamente quello delle becere amministrazioni dei paesini rurali in cui candidati sindaci od assessori vanno nelle campagne e promettono carburante per il trattore in cambio del voto. Oppure una scena del film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi in cui un sindaco distribuisce banconote a dei cittadini ed esclama al collega dell’Opposizione:”Lo vede come si fa la democrazia?”.
Tuttavia la sparata del Premier è perfettamente in linea con quanto aveva detto durante un meeting dei Giovani di Forza Italia, sostenendo che il cittadino elettore medio è come un bambino di dieci anni, per cui aveva suggerito ai rampolli dell’intrallazzo di trattarlo come si conviene ad un preadolescente: promettere, ripetere sempre la stessa cosa fino a farcelo credere, tenerlo nel suo stato di minorità.
Dunque, “se mi voti ti compro il gelato”. Poco importa se per un cono cioccolato e panna dovrai rinunciare ai servizi pubblici, alla libera informazione, ad avere una tua coscienza critica.
Quindi se la DC aveva ancora delle fondamenta etico-culturali, seppure quantomeno discutibili, Forza Italia è andata oltre ed ha addirittura compromesso la sana attenzione alle idee persino di tutti gli altri schieramenti. Prima del ‘94 sarebbero state infatti impensabili alleanze tra UDEUR e PRC, tra Margherita e Rosa nel Pugno, tra Lega ed AN. Il dibattito si è spostato dai principii di ogni singolo partito al pro o contro Berlusconi e quel che è peggio è che ciò è inevitabile: questione di priorità.
Qualora vincesse Prodi, il suo non sarebbe certo un Governo esaltante. Anzi, sarebbe strano il contrario, giacché se ad esempio Bertinotti e Mastella andassero d’amore e d’accordo per cinque anni significherebbe che c’è qualcosa di losco sotto - molto più facile è invece l’armonia tra leghisti ed ex fascisti della compagine di Fini, dal momento che quelli di Alleanza Nazionale sono riusciti perfino a far rimpiangere i loro trascorsi da “duri e puri”, quando erano più interessati alle manifestazioni a Predappio che al potere effettivo, prima di moderarsi ed apprendere le tecniche democristiane affinate dalla vicinanza berlusconiana, quelle per cui “si sta con tutti purché comodamente in poltrona” - però purtroppo non ci sono alternative possibili se non si desidera un altro quinquennio di indecenza berlusconiana, di un sistema sul quale un certo Licio Gelli, l’ex Gran Maestro della P2, alla quale Berlusconi era tesserato, ha rilasciato:“Avevo già scritto tutto trent’anni fa”.
Nella speranza di lasciarsi alle spalle strategie di controllo da spot pubblicitario e fare dell’italiano medio un animale politico adulto.

Le mani sulla città

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Le parole sono pietre

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 11 Marzo 2006

“Noi dimoriamo nel linguaggio”. “I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo”. Da Heidegger a Benjamin, da Wittgenstein a Rorty, la ricerca filosofica del ‘900 ha concentrato notevole attenzione alla centralità del linguaggio nell’infinita gamma dei problemi teoretici. Si è riconoscuto il nostro carattere di “esseri linguistici”: attraverso il linguaggio e solo per mezzo di esso noi veicoliamo i nostri pensieri e, di conseguenza, il nostro agire. Per dirla con Wittgenstein, il pensiero si dà nel linguaggio: la parola è pregna del suo significato, non rimanda ad un referente esterno ad essa, ma esprime dal suo stesso interno. Di qui l’assoluta rilevanza dell’attenzone all’ortografia: la parola, scritta diversamente, in modo erroneo, è un’altra parola, perciò richiama una serie completamente diversa di tessuti semantici.
E’ attraverso le parole che noi delineiamo il nostro spazio interiore, il quale a sua volta edifica la realtà esterna. Le parole dunque sono i tasselli per la costruzione del nostro mondo. Dunque, “le parole sono pietre”.
Ma la parola non ha un solo significato rigido. Sempre Wittgenstein insegna che “il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”. Non esiste la possibilità di una definizione ostensiva che sia il principio del linguaggio: la parola assume connotazioni, sfumature diverse, a secondo del contesto in cui viene posta.
Ciò non toglie però che vi siano significati più propri di altri. Non è escluso quindi che, seppure è possibile utilizzare una determinata parola facendole suscitare una rete di sensi del tutto nuovi, essa possa essere adoperata del tutto impropriamente, al di fuori di quella che, non senza dare adito ad equivoci, chiamerei correttezza. O meglio: proprio perché le nostre parole sono i mattoni della nostra esistenza, un eventuale uso arbitrario, cioè non supportato da logicità o buonsenso semantico, comporta necessariamente uno stravolgimento della trama del linguaggio, e di conseguenza del nostro rapporto con il reale.
Ecco perché la grammatica va trattata con la massima cura: le parole siamo noi; noi siamo fatti di parole.
Accade però fin troppo frequentemente che si diffondano nel parlar comune usi, se non ingiustificati, quatomeno inadeguati di alcune parole, che possono portare piccoli grandi sfaceli. I politici lo sanno bene e puntano molto sulla revisione del lessico a scopo propagandistico: basti pensare all’insistenza di Berlusconi sul termine “comunista” o quella delle destre in generale sul termine “no-global” al fine di trasformarli in aggettivi puramente dispregiativi facendone smarrire la definizione originaria ed il senso storicamente più proprio.
I danni prodotti da tali storture linguistiche sul patrimonio lessico-culturale della popolazione non vanno sottovalutati.
C’è una parola che mi preme analizzare a tal proposito poiché emblematica della confusione concettuale che sovente il senso corrente presenta rispetto al senso proprio: si tratta del termine V.I.P..
L’abbreviazione puntata V.I.P., più frequentemente scritta senza punti (il che non è un aspetto secondario del problema) sta per “Very Important person”, “Persona Molto Importante”. Il dizionario Treccani riporta questa definizione del lemma importante:”Agg. [propriam., part. pres. di importare1]. – 1. Di cosa, che per sé stessa o in rapporto a determinate circostanze, a determinati fini, è di gran conto o rilievo e deve essere tenuta nella dovuta e seria considerazione: un affare, una questione i.; notizia, lettera, avviso i.; un importantissimo documento; gli avvenimenti più i. del secolo; fare i. considerazioni; avere una parte i. in un’impresa; scordavo di dirti la cosa più i.; precisando: è i. per me, per voi tutti; è i. agli effetti giuridici. Di persona, che ha autorità, influenza, prestigio: un personaggio i. (talora iron.); un i. funzionario del ministero; fare l’i., darsi arie di persona di gran conto. Sostantivato, con valore neutro e in funzione di predicato, ciò che più importa o preme, la cosa essenziale: l’i. è di riuscire; l’i. è che il progetto sia approvato; trovare i capitali: questo è l’importante! 2. Con sign. e uso più recenti, di un certo tono, che si distingue per aspetto, qualità, stile, e sim.: un arredamento per un salotto i.; una festa i., di tono elegante e raffinato; un abito i., d’aspetto e fattura particolarmente curati, per circostanze speciali.”
Sorvolando sulla trascrizione delle definizioni di molto e di persona (sarebbe una pedanteria senza limiti - non che finora abbia lesinato a riguardo…), mi pare chiaro in che senso sia più giusto parlare di “persona molto importante”.

Attingendo ad una personale scala di valori (mi assumo tutte le responsabilità in caso di opinabili scelte dettate dalla potenziale fallacia della soggettività), ritengo che alcuni esempi di V.I.P. possano essere rappresentati da persone come queste (importanti perché preziose):

Salman Rushdie Stephen Hawking

o financo - purtroppo - queste (importanti perché potenti):

George W. Bush Joseph Ratzinger

Ma quando dalla comunità vengono riconosciuti quali V.I.P. questi qua

Stefano Bettarini  Raffaello Tonon

sinceramente comincio a preoccuparmi.

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L’ignobile mausoleo di Berlusconi

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 11 Febbraio 2006

Silvio Berlusconi, ultimamente ospite al programma Mediaset Matrix dal sedicente sinistrorso Enrico Mentana (ebbene sì, pare si possa essere ospiti anche a casa propria), si è paragonato a Napoleone (gli era già capitato di autodefinirsi “il Gesù della politica”) : “Abbiamo lavorato molto, molto, ma molto di più di tutti gli altri governi… Solo Napoleone aveva fatto di più… ”. ”Non vorrà mica fare il confronto con Napoleone?” ha incalzato il fido padrone-di-casa-maggiordomo. Il Cavaliere ha replicato: ”Io sono sicuramente più alto”.
Sorvolando sul valore dell’irresistibile boutade (la quale non sembra necessiti di particolari commenti) dell’irresistibile Premier, solito ad irresistibili sparate di irresistibile simpatia vezzosamente autocelebrativa, tuttavia l’affermazione apre un’interessante prospettiva di indagine storico-politologica: un immaginario faccia a faccia tra l’ex cantante piduista e l’ex soldato semplice isolano, self-made man ante-litteram. Accomunati da una simile smodata ambizione personale e nulla più, ad incendiare un fantastico dibattito uno contro uno non mancherebbero motivi di attrito.
Ad esempio un’insanabile diverbio sorgerebbe in materia di sepoltura dei morti. E’ nota infatti la posizione in merito del Bonaparte: con il famigerato Editto di Saint-Cloud del 1804 egli sancì che, per motivi igienico-sanitari (nonché per concezioni egualitarie di matrice giacobina) i defunti dovessero essere tumulati fuori dalle mura delle città, in appositi cimiteri con tombe dalle lapidi uguali, e non più quindi all’interno di chiese o palazzi, onde scongiurare morbi causati dalle esalazioni dei corpi in putrefazione. Una disposizione tanto saggia da essere arrivata fino ad oggi praticamente immutata e tuttora in vigore a titolo di legge pressappoco in ogni nazione del mondo.
Legge che invece Berlusconi, guarda caso, non gradisce affatto. Se fosse accaduto che Silvio avesse letto Foscolo, si sarebbe potuto supporre che la sua antipatia verso l’editto napoleonico fosse dovuta ad un’interpretazione distorta del carme Dei Sepolcri. Già, perché quando il poeta parla dell’importanza del monumento funerario per eternare nel ricordo lo spirito dei grandi uomini, per “forti” intende i giganti delle arti e delle scienze (cita Machiavelli, Dante, Michelangelo, Galileo, Alfieri sepolti in Santa Croce a Firenze) e non certo gli abili imprenditori scesi in politica per lustrare una fedina penale tutt’altro che limpida.
Fatto sta che il Presidente del Consiglio ha in spregio l’idea di finire in un comune cimitero e condividere la terra col volgo. E’ noto infatti che all’interno della sua villa di Arcore si sia fatto costruire un vero e proprio mausoleo, astutamente registrato come “deposito di materiale inerte”, che dovrebbe accogliere le spoglie sue e degli altri componenti della famiglia. Per questo sta cercando in tutti i modi di cambiare la legge di derivazione bonapartiana al fine di essere inumato nel monumento eretto alla sua persona.

Meno noto e ben più sconvolgente però è che l’autore dell’edificio, il prestigioso scultore Pietro Cascella, lo abbia ornato con statue ispirate a Guernica di Pablo Picasso. Sì, esatto, Guernica, proprio Guernica, l’opera d’arte impegnata per eccellenza, una delle più – se non la più – pregne di significati politici di tutti i tempi.

Guernica

La storia è questa: la sera del 26 aprile 1937, in piena guerra civile spagnola, che vedeva contrapposti i fascisti golpisti alle forze di resistenza democratiche, comuniste ed anarchiche, la cittadina basca di Guernica subì il primo bombardamento aereo della storia, eseguito a mero titolo di esperimento dai tedeschi, alleati dei falangisti del generalissimo Francisco Franco. Su 10000 abitanti, in tre ore e mezza circa 2000 furono i morti ed oltre 1000 i feriti, tutti civili: la cittadina infatti non aveva avamposti militari. Appresa la notizia, Picasso, comunista e quindi antifranchista, impegnato nella realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi, dipinse in appena due mesi un pannello enorme (metri 3.5 x 8) che commemorasse la tragedia, rigorosamente in bianco e nero, dal momento che il sangue delle vittime aveva lavato via il colore.
Ecco cos’è Guernica: la testimonianza sofferta di un atroce crimine contro l’umanità. Per questo ciò che ha fatto Cascella è vergognoso, imperdonabile: utilizzare l’emblema della lotta al totalitarismo, il simbolo di ogni denuncia di sopruso ai danni del popolo, per la mera celebrazione di un uomo – peraltro alto borghese, capitalista, destroso, demonizzatore del comunis