Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Pubblicato da sdrammaturgo su 2 Luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato ha passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

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Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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Il Principe e le minorenni

Pubblicato da sdrammaturgo su 4 Maggio 2009

La vicenda di Berlusconi e la minorenne offre più di un limpido insegnamento sui meccanismi della schiavitù e sulla dialettica servo-padrone (non tanto in senso hegeliano quanto foucaultiano-zimbardiano-milgramiano), costituendo un chiaro esempio delle dinamiche di assoggettamento ed autoassoggettamento dell’individuo ad un capo.
Innanzitutto, uno spunto di riflessione si impone immediamente all’attenzione: se mio zio scopasse una minorenne, non solo andrebbe in galera, ma dovrebbe barricarsi in casa sperando che la polizia lo salvi dal linciaggio; verrebbe additato come porco maniaco pedofilo, emarginato e schifato da tutti; per lui sarebbe la fine sociale, non troverebbe più lavoro, dovrebbe andarsene, avrebbe chiuso con amici e parenti, nessuno vorrebbe avere più niente a che fare con lui, la sua vita diventerebbe una perpetua fuga nella speranza di non essere riconosciuto altrove, lontano dalla sua casa, dal suo paese, dai suoi affetti.
Se lo fa un potente, si dice al massimo che non sta bene. Qualche articolo sul giornale in cui si scrive che insomma, non è mica correttissimo a settantatré anni fottere una minorenne. Qualche complimento alla moglie che chiede il divorzio, santa donna, persona di grande intelligenza, anche se ci ha messo trent’anni per capire di essere sposata ad un uomo non proprio eticamente impeccabile. Che poi va bene tutto: va bene la corruzione, va bene la mafia, va bene la dittatura, ma andare con le minorenni, insomma, non lo può mica accettare. Mica che è una cosa disgustosa, nauseante, agghiacciante, niente di tutto questo, per carità, non siamo certo estremisti: giusto un tantino inaccettabile. Lei poi aveva anche cercato di aiutarlo: “Dai, Silvio, non trombarti le minorenni, ti aiuto io a smettere!”. Ma quando il marito è di coccio, che devi fare? Pure io a Pacciani glielo dicevo sempre: “E dai, Pie’, non massacrare ’ste coppiette, non è bello. Quantomeno non asportare la vagina alle ragazze con un coltellaccio, ti aiuto io, magari ci dedichiamo alle ottuagenarie, eh, che ne dici?”. Ma quello niente, proprio testardo.
Un vecchio che scopa una minorenne non è dunque un’aberrazione: è una cosa poco carina, se il vecchio è presidente.
Ma c’è un punto ancora più interessante. Nell’intervista di Repubblica a Noemi, la ragazzina che affolla i desideri senili del premier, si legge: “E’ un mito, non sapevo che sarebbe apparso così, dal buio della sala. Ci sono state urla. Ho guardato mia madre, che è sbiancata, tesa ma felice”.
Capite? La madre era felice. Un settantenne viene al diciottesimo di tua figlia perché vuole farsela e tu sei felice, perché si tratta di una persona importante, uno che conta. Addirittura il capo dei capi, quello che comanda la nazione!
Subito il mio pensiero è corso ai tempi in cui i signori dei regni, dei principati, dei ducati o delle contee si recavano a cavallo nei villaggi a fare incetta di giovini donzelle ed i sudditi eran ben contenti se il favore del padrone ricadeva sulla loro figlia.
La storia è sempre la stessa: cambiano i dettagli, avanza la tecnologia, mutano le forme, ma l’essere umano è sempre lo stesso e sempre uguali sono i suoi rapporti con il potere. La sostanza è la medesima: c’è un capo, ci sono pochi che gli si oppongono e ci sono tanti che gli si inchinano davanti con isterica e pavida gioia.
Se fosse stato l’anziano netturbino del paese a presentarsi al diciottesimo di Noemi, i genitori lo avrebbero mandato via dopo averlo malmenato a bastonate, coadiuvati da passanti e conoscenti.
Ma quello era il Presidente del Consiglio e non è fantastico se il Presidente del Consiglio vuole ingropparsi tua figlia?
“Caro, ma ti rendi conto? Il Principe vuole sfondare la nostra figlioletta! Tra tutte le giovinette che ci sono nel feudo, egli brama proprio la nostra! Poteva legare ad un colonna, frustare e sodomizzare chiunque, ma il Sire vuole proprio lei! Come siamo fortunati! Oh, che benedizione è scesa sulla nostra umile casa!
Maestà, prendetela e disponetene nella vostra nobile dimora come più vi aggrada. E’ con sommo giubilo che ve la consegno. Io che son sua madre vi bacio il manto e vi ringrazio per l’onore che ci state concedendo. Spero che troverete il suo foro anale sufficientemente elastico e la sua tenera vulva adatta al vostro aristocratico pen grinzoso, che ella mi ha assicurato si prodigherà a lustrarvi con ampie, frequenti, certosine, giudiziose e doviziose pompone.
Non siam degni di ricevere cotanto favore, ma se vorrete abusar anco di me o della madre mia o perfin del mio cagionevole nonnino, non avete che da bussare alla nostra porta: noi saremo lieti di prestarci al libidico sollazzo di colui che ci governa”.
Il padrone è niente senza lo schiavo beota.

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Le tre prove dell’idiozia umana

Pubblicato da sdrammaturgo su 19 Febbraio 2009

1) Il nudo-solo-in-spiaggia

Tra tutti i retaggi più insulsi di matrice religiosa che l’essere umano civilizzato si porta appresso merita senza dubbio un posto di riguardo la ridicola ed inspiegabile vergogna per il nudo.
Perché mai infatti dovremmo vergognarci di mostrare il pene, la vagina, il seno, il sedere e non il mignolo, il mento, il polso, il ginocchio? Non sono forse tutte ugualmente parti del medesimo corpo?
E’ buffo pensare che se fondassi un credo che considerasse peccaminosa l’esposizione solo del collo e della fronte e la mia confessione prendesse piede conquistando buona parte del mondo, tra qualche centinaio di anni sarebbe possibile vedere in giro tutta gente ignuda con la sciarpa e la bandana, mentre chi si mettesse una maglietta lasciando la testa a prendere aria verrebbe considerato un matto, un insolente, uno svergognato.
Basta, da oggi ho deciso che il gomito mi offende non poco, quindi esigerò la pudicizia da chiunque imponesse alla mia vista quello spregevole osso spigoloso e proporrò un disegno di legge che punisca severamente per atti osceni tutti quelli che se ne vadano in giro con il gomito scoperto. E che è, non se ne può più con questi gomiti di fuori.
Dove però l’assurda imbecillità di tale convenzione sociale del buon costume tocca vette sconvolgenti è in quello che chiameremo il fenomeno della spiaggia.
Non ho mai capito infatti perché se sto in mutande in spiaggia va bene, è tutto normale, ci stanno tutti e nessuno ti guarda male; se esco in piazza in mutande, mi arrestano. Addirittura, l’essere umano, per ingannare se stesso, sulla spiaggia chiama mutande e reggiseno con un altro nome: costume. Strano, eppure a me sono sempre sembrati i medesimi indumenti atti a coprire zinne, cazzo, fica e culo.
Non solo: in spiaggia anche il topless è accettato come naturale. Ma appena una ragazza senza il pezzo di sopra mette un piede fuori dal perimetro che delimita la spiaggia, si entra nell’ambito del reato contro la pubblica moralità. Il tutto nello spazio di cinque centimetri, quelli in cui finisce la sabbia e comincia la strada. Inoltre, nessuno fa troppo caso all’eventuale passerona a tette al vento. Sì, magari qualche sguardo interessato lo attira, ma è niente in confronto agli occhi tra lo sbalordito e l’allupato che le si appiccicherebbero addosso qualora lasciasse intravedere anche solo un quarto dell’aureola del capezzolo in un locale od al supermercato.
Mi chiedo: che cambia? Non sono sempre poppe? Per di più, non sempre le stesse poppe?
L’imperativo della variazione di tolleranza e dell’adeguamento a seconda del contesto (dal “c’è modo e modo” al “c’è luogo e luogo”) manca quindi totalmente di razionalità, non ha alcun pro ma soltanto contro, poiché fomenta pure valori pregiudiziali e repressione.
Eppure è largamente condiviso e sono in pochissimi a farci caso. Ergo, l’essere umano è in vasta maggioranza idiota.
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2) L’abito adatto

Strettissimamente connessa alla prima prova è quella dell’abito adatto. Indescrivibile è lo smarrimento e la tristezza che l’intelligente prova di fronte alla deprimente regola prettamente formalista per cui “bisogna indossare l’abito adeguato ad ogni determinata occasione”. Che se alle poste l’impiegato che mi mette il timbro ha un kimono invece che giacca e cravatta, il timbro non si imprime ed il bollettino non parte.  Che cambia se a teatro vado in ciabatte invece che in frac? La musica non la sento uguale? Non v’è alcuna logica, nessuna funzionalità.
I più accettano tranquillamente come legge non scritta normale ed anzi buona e giusta la famigerata tiritera per cui “se vai ad un colloquio di lavoro, devi vestirti in un certo modo, altrimenti fai una brutta impressione”, permettendo in siffatta maniera che tale aberrazione della ragione perduri e si fortifichi.
In che modo infatti una maglietta od una giacca od un par de carzoni possono apparire sconvenienti? “La tua camicia rappresenta una mancanza di rispetto nei miei confronti”; “che screanzato, presentarsi qui con le scarpe azzurre invece che marroni!”; “mi sono sentito ingiuriato da quel cappotto”.
Una specie che ha partorito una simile gabbia dell’apparire merita senza dubbio l’estinzione per manifesta cretineria.
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3) I gioielli

Una volta, uno, ha preso un sasso più lucido degli altri, lo ha portato ad alcune persone ed ha detto loro: “Ecco, ho deciso che questo sasso vale molto, se lo possiedi diventi qualcuno, quindi se mi date molti beni e molto denaro io vi do questo sasso che non serve a niente, non si mangia, non funge da utensile, non riscalda, non protegge”. Le altre persone non si sono lasciate sfuggire l’affarone ed hanno coperto di ricchezza il paraculo in cambio del sercio. E’ così che sono nate le pietre preziose.
Cosa c’è di più stupido del concetto stesso di gioiello? Quale convenzione più disarmante di quella che ha conferito del tutto arbitrariamente altissimo valore ad oro, argento, platino, diamanti?
Ogni signorotta che sfoggia fiera la collana di brillanti, ogni signorotto che porta con orgoglio un orologio d’oro, costituiscono per me un insondabile mistero.
Praticamente alcuni poveracci vessati vanno a cercare dei sassi. Altri altrettanto poveracci prendono quei sassi e li lavorano sgrezzandoli, pulendoli e dando loro una qualche forma ed uno stuolo di benestanti li brama. Perché vuoi mettere, un sasso in tasca o sul comò ti cambia la vita. E non è finita qui: chi è meno benestante, finisce per invidiare sperticatamente i possessori di quei sassi ripuliti. “Uff, beati loro, anch’io vorrei qualche sasso”. D’altronde, questo fenomeno sconcertante si sposa con il concetto altrettanto desolante di status symbol.
Ho deciso di svoltare: spargerò in giro la voce che il brecciolino è una cosa sublime e se ce l’hai sei qualcuno. Quindi andrò a farne incetta nelle buche della strada e lo rivenderò “a peso d’oro”, giustappunto. Qualcuno avrà certamente da obiettare: “Eh, ma il valore delle pietre preziose dipende dalla loro rarità e soprattutto dalla difficoltà di reperirle”. Benissimo, vorrà dire che getterò il brecciolino in un canyon, dopodiché manderò una squadra di specialisti a recuperarlo e, quando con fatica lo avranno riportato, sarò miliardario. Poi mi butterò sul nascente mercato della ghiaia di lusso e su quello fiorente dei sampietrini eleganti.
Immagino già il successone: “Cara, per il nostro anniversario ti ho regalato questa collana di brecciolino” “Ommiddio, non ci posso credere! Grazie, chissà quanto ti sarà costata! La sognavo da sempre! Ti amo”; “Capirai, quello è ricco sfondato. Hai visto che anello di sampietrino che c’ha?”; “Sei davvero una persona impagabile, un uomo eccezionale, un ragazzo di ghiaia, guarda”; “Non puoi capire, mi ha regalato l’anello di fidanzamento! Tutto tempestato di sassetti di brecciolino!”; “Primo premio, una parure di sampietrini con collier di ghiaietta da giardino dal costo di centocinquantamila dobloni”. Nel Klondike partirebbe una forsennata corsa al brecciolino.
Talvolta, un sasso da riporre in un cassetto di un mobile della casa ha un prezzo superiore a quello della casa. Curioso, no?
Un’umanità per cui un sasso giallo vale più di una zucchina è un’umanità oggettivamente deficiente.

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Io, favoreggiatore di democrazia

Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Dicembre 2008

Di Tommaso Nicola Di Fonzo (uno dei miei migliori amici, N.d.R.)
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La differenza fondamentale fra il sistema dittatoriale e quello democratico può essere desunta dal diverso ruolo rivestito dalla legge al loro interno: mentre in un regime totalitario essa è lo strumento attraverso il quale il singolo detentore del potere manifesta lo stesso e cura i propri interessi, in una democrazia, essa serve, o dovrebbe servire, a regolamentare la convivenza dei cittadini, del popolo “sovrano”, facendo sì che i diritti e la libertà di ognuno vengano rispettati.

Dopo aver fatto questa premessa per rendere chiaro cosa significa vivere in una democrazia, io, Tommaso Nicola Di Fonzo, cosiddetto “esperto informatico”, ho deciso di rendere pubblica la mia vicenda attraverso la presente lettera.

Il 16 gennaio 2008 mi sono visto, reo di aver inserito, col consenso degli interessati, annunci a sfondo erotico in un sito internet (www.universoescort.com), uno come ce ne sono tanti, accusato di favoreggiamento aggravato della prostituzione, in seguito a mesi di indagine da parte della polizia postale di Viterbo, in un operazione denominata grandiosamente Red Lights Web e che ha portato al mio arresto.

Dopo circa quattro mesi di pedinamenti ed intercettazioni, la polizia è piombata in casa mia verso le 7 di mattina a notificarmi lo stato di arresto, sequestrandomi computer e altro materiale informatico, cellulare, e condurmi in questura dove il mio sito è stato oscurato. Un trattamento da vero malvivente, quindi, quello riservatomi: dopo il blitz mattutino sono stato costretto agli arresti domiciliari per ben 24 giorni, dei quali i primi 9 trascorsi a razionare il cibo, in una sorta di isolamento dato che vivo da solo  – come se la mia pericolosità pubblica fosse estremamente elevata, nonostante fossi incensurato -  prima dell’intervento del tribunale del riesame di Roma, che , in seguito alle richieste del mio legale  (ovviamente d’ufficio), mi ha accordato tre ore di libertà giornaliere per consentirmi di comprare da mangiare.
Trascorsi i tempi dovuti, in attesa di processo, sono potuto tornare in libertà, non senza però l’obbligo di firma in caserma, ogni giorno fino alla fine del mese di Maggio.

Una delle prove a mio carico sembra essere una mia risposta data al telefono ad una agente di P.G. simulatasi inserzionista, alla cui domanda su un possibile guadagno risposi, come da atto, “…la mia parte è solo praticamente di mettere l’annuncio, perché faccio pubblicità e basta…“; bene, questa risposta sarebbe ritenuta “falsamente neutra”.
Sì, avete capito bene: non un fatto, ma un pregiudizio come capo d’accusa, quasi una dichiarazione di malafede nei miei confronti. Perché, se affermando e ammettendo di commettere un qualcosa sono punibile e, al contrario, non facendolo,  mi si può comunque accusare di mentire, sulla base di un’idea che appare piuttosto preconcetta, significa che, in quanto accusato,  non ho via d’uscita, e questo è inammissibile in uno stato considerato democratico e basato quindi sul diritto.

Secondo gli atti e secondo quanto affermato nel corso di una conferenza stampa in questura, l’imputato, cioè io, per contattare nuovi inserzionisti si serviva di annunci presenti su quotidiani e riviste; gli annunci, insomma, che leggiamo da sempre sulle varie testate d’informazione o su quelle apposite, e sulle quali nessuno sembrava aver mai espresso lamentele o portato avanti indagini.
Il perché lo stesso annuncio di un “accompagnatore” sulla carta stampata appaia accettato e legale e sul web sia “favoreggiamento” rimane un mistero. Se sono le foto di nudo a fare la differenza – pornografia è, per definizione, tutto ciò che sia ritenuto osceno secondo il comune senso del pudore – allora ritengo che si dovrebbero oscurare milioni di siti, così come anche i calendari delle veline, ovviamente, e personalmente allargherei, per logica, l’”accusa” al nudo “artistico” ( e è un organo genitale ad offendere la morale, non dovrebbe bastare un bianco e nero ed una firma illustre per renderlo accettabile). Deve comunque essere dimostrato che, al momento dei contatti pubblicitari, fossi a conoscenza delle reali attività dei miei clienti, dei quali non facevo che pubblicare foto, con il loro consenso, e testi di annunci secondo le loro richieste; una probabilità non è un fatto, e l’unico fatto è che sul sito incriminato, era scritto chiaramente, nel regolamento, che annunci riguardanti sesso mercenario non sarebbero stati accettati e pubblicati.

Forse tutti sanno che in Italia prostituirsi è legale, suppongo di sì; forse non tutti però sanno che in Italia il favoreggiamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione. Così come non tutti sanno che per favoreggiamento si intende il favorire qualcuno, in qualsiasi modo, nel prostituirsi, cioè il consentirgli di svolgere la sua attività in un dato momento attraverso un favore, come, ad esempio, anche il semplice andare a fargli la spesa.
Non tutti sanno che in Italia, quindi, il favorire un “non reato” è illegale.
Inoltre, in Italia, lo sfruttamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione, la stessa applicata nei casi di favoreggiamento, che tradotto significa che affittare una stanza ad una prostituta o badare al suo bambino e schiavizzarla, penalmente parlando, sono la stessa cosa.
Come può essere considerata reato l’attività che sia atta a favorirne un’altra considerata non reato? Ecco, di questo assurdo paradosso giuridico, sono stato vittima in prima persona.

Giustamente e per mia fortuna,  la mia cerchia di amici si è mostrata del tutto comprensiva e solidale sin da subito, ritenendomi vittima di una palese ingiustizia, perché, anche ammesso che io avessi saputo con certezza matematica che gli uomini e le donne fossero effettivamente dei mercenari, secondo la logica ed il buon senso, non può sussistere reato, essendo il sesso mercenario non classificato né come reato, né come professione, ed essendo quindi il reato di “favoreggiamento di qualcosa di legale” un perfetto assurdo, una ipocrita contraddizione che non può che esprimere chiaramente la volontà di far prevalere la morale sull’etica e sulla legalità. Tutto questo senza contare i papponi che liberamente fanno affari sul corpo di povere ragazze ridotte in schiavitù, i quali, se arrestati, non rischierebbero una pena maggiore della mia.

Tuttavia, lungi dal cercare consensi e volermi autoassolvere, ci tengo a sollevare le seguenti questioni: a cosa serve la legislatura, che dovrebbe essere quantomeno sensata e coerente, se a dettare legge è comunque ancora la morale? Perché la chiamiamo democrazia se si tratta in realtà di una criptodittatura o di una teocrazia anche poco velata?
Vale la pena interrogarsi, prima di tutto, sul significato della stessa parola “legge”, giacché qualcuno potrebbe facilmente obiettare che “se è legge un motivo ci sarà e bisogna rispettarla”; bene, cosa dovrebbe rappresentare la legge, concetto relativo ed umano,  se non l’espressione della giustizia, concetto assoluto? Una norma comportamentale dovrebbe essere legge in quanto giusta, e non, viceversa, giusta in quanto legge; ma purtroppo, si commette troppo spesso l’errore di identificare la legalità con la giustizia, concetti che non viaggiano certo su binari paralleli.

A tutti coloro i quali non fossero del tutto convinti di ciò, vorrei far notare che, parlando sempre di paesi democratici, tipo gli USA, “la più grande democrazia del mondo”, possiamo individuare atrocità legislative risalenti solo a 50 anni fa, tipo la discriminazione e la segregazione razziale, un qualcosa che oggi è unanimemente condannato ma che, prima che la regola venisse in qualche modo infranta, quasi tutti consideravano “normale”, o giusta, in quanto legge.
E gli esempi in tal senso potrebbero essere innumerevoli: dalla vivisezione, legale pressoché ovunque ancora oggi, al “delitto passionale”, l’attenuante concessa fino a pochi decenni fa agli uomini colpevoli di omicidio ai danni di una donna, qui, nel nostro paese. Per i più, tristemente, è tutto normale, finché è la legge a garantirlo e a coprirlo, ma non può e non deve essere così, non in un sistema politico che dica di fondarsi sul diritto e non sul potere.
E’ facile, però, individuare l’aberrazione nel passato, in un tempo superato sul quale la Storia si sia già espressa, e quindi distante; più arduo è farlo sul periodo storico in cui si vive, perché significherebbe schierarsi contro il sistema attuale e la cultura dominante, e un po’, in fondo, contro noi stessi.

E’ chiaro, tuttavia, che se le cose cambiano, e se le civiltà si evolvono in meglio è perché le leggi sbagliate vengono infrante e si modificano, è perché si agisce sul presente e non sul passato.

Di certo oggi anche chi non se ne rende conto, beneficia di diritti conquistati attraverso l’illegalità, perché “non bisogna chiedere un cambiamento, ma essere il cambiamento”.
C’è chi ha rischiato in prima persona per dimostrare l’ingiustizia di una legge, e c’è anche chi ha pagato, più o meno duramente.
Nel 1846 il filosofo Henry David Thoreau rifiutò di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra schiavista al Messico, da lui giudicata moralmente ingiusta e contraria ai principi di libertà, dignità e uguaglianza degli Stati Uniti. Per questo, in seguito, fu incarcerato per una notte (e liberato il giorno successivo quando, tra le sue vibrate proteste, sua zia pagò la tassa per lui). Dopo qualche anno, nel 1849, scrisse il saggio “Disobbedienza Civile”.

Questo il senso di questo mio piccolo ma deciso J’accuse.

Un processo, il mio, che è costruito su un paradosso lampante e che sembra dunque rifarsi direttamente a quello kafkiano,  con la differenza che io, diversamente dall’imputato del celebre romanzo so per quale reato sono processato, ma ignoro, o non comprendo su che base esso venga considerato tale. Se le leggi hanno un senso e quindi un motivo d’esistere, esso dovrebbe consistere nel regolamentare la vita sociale difendendo la libertà di ogni cittadino, con i suoi diritti; invece in questa situazione, paradossalmente, sono io, l’accusato, l’unica vittima e l’unico ad aver subito un danno, come in precedenza fatto presente.
E’ come se, essendo legale vendere le patate, venisse arrestato chi promuovesse la loro vendita al mercato. Ma le patate non sono “sesso”, non sono quindi “il male”.
Volendo, invece, identificare un “male” in un’analogia, potremmo fare l’esempio dei venditori di armi: essendo inequivocabilmente esse produttrici di morte, ed essendo l’omicidio un reato punibile per legge, a differenza del sesso, per logica, non andrebbe forse ritenuta grave favoreggiamento la loro messa in commercio? Non mi risulta però esistano norme legali in merito.
Del resto, se la mia libertà è definita dai limiti della legge ed entro questi ci si può muovere, significa che è mio diritto fare tutto ciò che la stessa legge considera legalmente fattibile; ora, partendo da questo presupposto, come posso io prostituirmi o contattare prostitute (attività legali) se questi atti, nelle loro diramazioni pratiche, costituiscono illegalità? non è forse un finto diritto, questo? come pure lo stesso esempio potrebbe essere fatto con la droga: se drogarsi è legale, significa che è per forza di cose anche un diritto, in quanto mia libertà, e perché allora impedire lo spaccio, dato che il rifornirmi della droga necessaria ad espletare un mio diritto è anch’esso un diritto che dovrebbe essermi garantito? Su quest’ultimo esempio, tuttavia, si potrebbe obiettare che le sostanze stupefacenti siano dannose per la salute e che la loro assunzione può anche arrecare danni a terzi, ma per quale motivo disincentivare la prostituzione volontaria e senza sfruttamento dato che essa non causa danni fisici o psicologici a nessuno, se non per accontentare la morale religiosa che troppo spesso ha la meglio sulla laicità formale di questo paese?

Un altro aspetto che mi preme far presente è senz’altro il vero e proprio linciaggio mediatico, attuato ai miei danni dalla stampa locale, durante i giorni della mia detenzione: la mia foto sbattuta in prima pagina e toni diffamatori che alludevano palesemente, ma furbamente, alla mia attività di pubblicitario online come a quella di uno sfruttatore di povere ragazze versanti in cattive condizioni economiche, di un traviatore di giovani menti di studenti e studentesse; una sorta di “protettore” con introiti di decine di migliaia di euro al mese, un depravato che avrebbe pubblicato “pornografia” in rete “facilmente visibile anche da bambini”.
Il tutto mettendomi in bocca frasi mai pronunciate come “vuoi allargare il tuo giro d’affari ed aumentare i tuoi introiti? ci penso io!”, ripreso anche da un noto settimanale a tiratura nazionale.
Tutte affermazioni, queste, chiaramente tendenziose, atte a creare un “mostro” per far notizia e colpire l’immaginario collettivo, ma attente a mettere la pulce nell’orecchio dei lettori senza però dire nulla di “netto” e quindi di concretamente passibile di denuncia, esempio:” non è escluso che tra gli inserzionisti vi fossero anche giovani studenti vittime di ristrettezze economiche che quindi avrebbero potuto accettare la proposta del D.F. di entrare in affari sul suo sito”. Vere e proprie invenzioni con l’intento di mettermi in cattiva luce senza diffamarmi. Una forma di  giornalismo del tutto scorretta.
Questa strategia, atta a far leva sulla morale comune, comporta ovviamente ai miei danni una forma di emarginazione sociale da parte della comunità che genera forti ripercussioni sia a livello di contatti umani che professionali, compromettendo le mie possibilità lavorative e remunerative, e gettandomi di fatto in una situazione di vero disagio, anche economico, dunque.

Come già accennato, per quanto mi riguarda, sarei anche pronto a subire una condanna, purché si riesca a dimostrarmi la natura del reato da me commesso, o, in alternativa, purché si ammetta che il cittadino, l’essere umano, in questo paese, non gode di piena libertà, ma è suo malgrado vittima di un totalitarismo bello e buono, che fa sì che si debba pagare non già per aver attentato alla libertà altrui, ma per aver esercitato la sua, laddove essa non sia compatibile con la “morale di stato”.

In conclusione, il sesso si può fare, ma è meglio non parlarne; la prostituzione è consentita, ma guai ad avere contatti diretti con codesti “intoccabili” esseri umani, i quali devono rimanere in una sorta di limbo, ghettizzati non ufficialmente, affinché la rispettabilità di tanti perbenisti venga salvaguardata.

(Si invita alla massima diffusione)


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Fili rossi

Pubblicato da sdrammaturgo su 30 Settembre 2008

Questa vignetta di Mauro Biani, pubblicata su Emme, supplemento satirico de L’Unità, ha suscitato le solite polemiche che seguono ogni qualvolta un artista, un intellettuale, un semplice cittadino, si discostano dal comune imperativo perbenista borghese delle “buone maniere” e rompono i limiti angusti ed ottusi del formalismo che possono appartenere solo ad un pensiero castrato e ad una morale servile.
Perfino Altan e Vauro hanno dichiarato che a loro quella vignetta non è piaciuta, sebbene il secondo ne abbia difeso l’autore con l’argomentazione “sempre meglio di Bossi che minaccia di armare i suoi elettori”.
Io, personalmente, l’ho trovata una grande vignetta. Ritengo sia un interessantissimo esperimento di “satira senza umorismo”, di satira tragica. Solo uno stupido potrebbe leggerci un’esortazione a sparare a Brunetta. Un intelligente non può che vederci un raffinato e crudo tentativo di sintetizzare ed illuminare uno stato di cose, fotografare un disagio sociale, comprendere e spiegare come in un sistema socio-economico irrazionale ed irragionevole vi sia uno stretto collegamento tra i mostri e chi li genera e nutre.
Il riferimento alla recente strage in una scuola finlandese è evidente e particolarmente acuto.
Certo, fa comodo pensare che vada tutto bene e sia tutto bello però ogni tanto esca fuori un pazzo e cominci a sparare a casaccio. Ma quando i pazzi iniziano a moltiplicarsi, allora forse c’è dell’altro, molto altro. Dal liceo di Columbine al Polytechnic Institute della Virgina, la lista è spaventosamente lunga. Come dice Umberto Galimberti, noi non nasciamo dal nulla e non viviamo nel vuoto. L’ambiente ci influenza, l’io e l’altro sono strettamente connessi. Un ecosistema sociale insano non può che creare una collettività insana e di conseguenza individualità insane.
Naturalmente, il nostro corpo è una macchina e la mente, il cervello, una parte di questa macchina; e capita che talvolta qualcosa nella macchina non funzioni ed è un bel guaio. Ci scatta il tilt, ci scatta la follia, ci scattano i morti. Insomma, pazzi e cattivi, probabilmente, si nasce. Ma vero è che, altrettanto probabilmente, se un baby killer di Scampia dall’indole eccezionalmente sprezzante e crudele fosse nato in un casale della Toscana, sarebbe diventato al massimo, che so, un giocatore di tennis magari troppo arrogante e prepotente. Si tratta di ovvietà.
Mauro Biani nella sua vignetta racconta il punto di rottura nella psiche di un precario, un lavoratore più fragile degli altri, interiormente e per condizione di classe. Adorno affermava che l’arte fosse sviluppo di possibilità inespresse nella realtà. Bene, Mauro Biani sviluppa questa possibilità: un uomo che non ce la fa più, perde il senno e scarica le proprie frustrazioni, accumulate in anni di bocconi amari ingeriti a forza, contro un potente da cui si sente offeso e deriso.
Cosa significa essere “in mobilità”? Al di là degli arzigogolati tecnicismi del burocratese tanto caro agli economisti ed ai giuristi alfieri del Principe, essere “in mobilità” significa “sei a mia disposizione, la tua esistenza e la tua forza appartengono a me, non hai diritto a stabilità e sicurezza, lavori quando te lo dico io, quindi mangi quando te lo dico io”.
Quello che i più chiamano lavoro, io preferisco chiamarlo schiavitù. Non sei padrone di te stesso, non sei padrone neppure del tuo corpo: sei una macchina organica produttiva che deve faticare per far arricchire il padrone, affinché egli possa comprarsi un’auto in più, una casa in più, una piscina in più. In cambio, ti lancia un tozzo di pane, affinché tu possa rifocillarti ed essere nel pieno delle energie per essere sempre pronto al suo servizio.
Sebbene ai più vada bene così, si sentano perfettamente liberi ed addirittura fieri di lavorare, cioè di essere schiavi, talvolta qualche schiavo si incazza.
E’ successo in India, dove un gruppo di operai prima sfruttati e sottopagati, poi licenziati quando ormai non servivano più agli interessi dell’industria, ha linciato il proprietario della fabbrica.
Senz’altro un gesto preferibile e più dignitoso rispetto a quello degli operai degli stabilimenti dell’amianto che, pur sapendo che stavano lentamente morendo, loro e le loro famiglie, continuavano a testa bassa a lavorare invece di ribellarsi e pretendere i soldi del padrone estorto loro al prezzo della loro salute, della loro vita.
Che errore hanno fatto storicamente i movimenti della mia parte politica, l’estrema sinistra, a santificare il popolo: il popolo non è tutto buono e tutto innocente; il popolo, o almeno la maggioranza del popolo, è quello che accetta ogni abuso, si adegua ad ogni privazione, giustifica ogni angheria del potere, bacia il mantello del papa, del re e del capitano. La gran parte delle persone, ergo del popolo, sovente vuole obbedire, così tanto che spesso sembra che non aspetti altro che eseguire passivamente gli ordini che vengono dall’alto. Lo schiavo che abbassa la testa quasi con orgoglio non merita la libertà e sputa sul sangue versato da chi nel corso dei secoli si è ribellato ed ha lottato anche per chi si accontenta delle briciole che cadono dalla tavola del ricco epulone.
E che rabbia, che senso di sconforto e disgusto, vedere poveri che muovono guerra ad altri poveri invece di rivolgere la loro ira verso il ricco. E’ successo a Pianura, vicino Napoli: la gente del posto si è scagliata contro una comunità di africani, rei di chiedere con un corteo un posto più decente in cui abitare. Si tratta di immigrati che lavorano nei cantieri per una paga da fame e dormono in una struttura fatiscente, pericolante dal terremoto dell’Irpinia. “Si sono allacciati abusivamente alla condotta idrica!”, tuonano le rozza matrone campane. E poi sono pur sempre negri, suvvia. Grazie a voi posso ristrutturami la casa, ma abbiate la decenza di non mostrarmi la vostra faccia scura che spaventa gli anziani ad i bambini. Non sta bene che l’operaio sporco macchi la scrivania dei dirigenti.
I cittadini di Pianura sono sudditi: sudditi di una camorra che li strozza e li governa, che fa affari con l’alta finanza lasciando la popolazione nella miseria; sudditi di uno Stato che li spreme e non restituisce niente. Ma rivoltarsi agli Jovine ed agli Zagaria non si può: quelli hanno le pistole, quelli comandano. Ed allora mi rifaccio su chi è ancor più debole di me. Scarico su questi extracomunitari la mia viltà e la mia bile, così per un giorno sarò io a sentirmi padrone. Potrò sentirmi anch’io un po’ Sandokan, un po’ Bidognetti. Noi siamo occidentali. Schiavi, ma pur sempre occidentali. I nostri capi, occidentali come noi, a questi qua hanno preso la terra; per cui, quelli costretti a scappare dal luogo dove sono nati e si rifugiano in mezzo a noi, un po’ appartengono anche a noi, che siamo bianchi come i dirigenti della Nike, della Esso e della De Beers. Dunque, quando passa il boss per strada, io mi devo inchinare, ma quando passo io, si deve inchinare ’sto negro di merda. E’ così che funziona, no? D’altronde è sempre stato così, quindi deve essere così.
Già, è sempre stato così. Ed ora c’è anche la tecnologia che concorre a perfezionare l’addomesticamento e la robotizzazione degli automi umani. Nello stabilimento della Ducati di Bologna, il consiglio d’amministrazione ha pensato bene di mettere il timer nelle macchinetta per il caffè. Gli operai hanno dieci minuti per prendere il caffè, dopodiché la macchinetta si spegne. Chi ce l’ha fatta, bene; per quelli che erano in fila, peccato, sarà per un’altra volta. Si torna a lavorare senza caffè, sperando che la prossima volta si sia più fortunati e si esca trionfanti dalla corsa alle macchinette. Pare che questa misura sia stata dettata da esigenze di produttività: gli operai si perdono in chiacchiere durante la pausa, mentre qui bisogna tirare fuori motociclette a manetta, mica si gioca! Non sia mai che il mondo resti con un numero poco rispettabile di moto, le quali, si sa, sono necessarie per vivere. Ottimizzando e suddividendo rigidamente i tempi delle pause, si incrementa la produttività. E la produttività è tutto. Il mercato è dio e la produttività è lo spirito santo. Ho fatto una vita di merda, lavorando otto ore al giorno tutti i giorni sei giorni a settimana, però cavolo se sono stato produttivo! Sono soddisfazioni.
Ecco, se un giorno ad uno degli operai della Ducati dall’emotività estremamente labile roderà il culo per non essersi potuto godere il suo caffè dopo otto ore di sudore in catena di montaggio e pianterà una gragnuola di proiettili in testa al primo esponente della classe dominante che incontrerà per strada, non lo biasimerò affatto.

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Pillole di quarta pagina

Pubblicato da sdrammaturgo su 11 Settembre 2008

Vietato dire le parolacce al padrone

Sabina Guzzanti indagata per vilipendio contro il papa. La procura di Roma chiederà al ministro della Giustizia di procedere contro l’attrice per le parole su Benedetto XVI pronunciate l’8 luglio scorso durante il ‘No Cav Day’ in Piazza Navona. [...] Il reato ipotizzato nei suoi confronti è sempre quello disciplinato dall’articolo 278 del codice penale [...] che si estende alle offese rivolte al Pontefice sulla base del Trattato Lateranense” (da qui).
Mi sento particolarmente solo, distante, diverso, estraneo e disadattato rispetto al consorzio umano in cui sono stato cacato: quelle che per me erano amenità da moderato, sono per i più gravissime ingiurie.
Questa è l’ennesima prova che la democrazia (e specialmente questa democrazia) non è altro che una dittatura aggiornata, riveduta e corretta. Perché in fondo cos’altro è il reato di vilipendio se non il divieto di attaccare il padrone guardandolo negli occhi?
Gli egizi avevano il faraone, noi abbiamo il papa. Cinquemila anni e non sentirli.

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Pari calamità

Colpo di genio del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna per risolvere il problema della prostituzione in strada: d’ora in poi non saranno puniti solo sfruttatori e clienti, ma anche le prostitute stesse, che rischiano da cinque a quindici giorni di arresto ed una multa da duecento a tremila euro (proprio così).
La quasi totalità delle lucciole che battono i marciapiedi non lo fa certo per scelta (se di scelta si può parlare per le donne che decidono di vendere il proprio corpo in casa spinte dalla necessità economica): si tratta di ragazze sequestrate, picchiate, stuprate e costrette a prostituirsi sotto continue minacce di morte. Come se non bastasse, adesso saranno anche multate ed arrestate.
Suppongo che il reato a loro contestato sia “scarsa resistenza alle botte di papponi nerboruti”.
La Carfagna ha comunque aggiunto un comma speciale: sarà possibile prostituirsi solo per le vallette televisive che abbiano partecipato al concorso di Miss Italia e solo con il Presidente del Consiglio al fine ottenere un ministero.
Un segnale decisamente importante per le pari opportunità: non verranno più prese in considerazione la tua provenienza territoriale, le tue conoscenze, la tua estrazione sociale: se sei figa e vuoi fare strada nella politica, ti basta fare le pompe a gente che conta e c’è speranza anche per te.

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Animalismo integralista politicamente scorretto

Il morbo della mucca pazza può colpire anche gli esseri umani che si nutrano della carne dei bovini infetti.
C’è chi la chiama malattia, chi la chiama sciagura, chi la chiama disgrazia.
Io la chiamo vendetta.

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Ariè l’undici settembre

Oggi è un giorno molto importante: ho trovato il succo di pera in offerta al Todis.

P.S. Non è vero che il Governo americano si è dimenticato del primo undici settembre, quello che ha appoggiato e finanziato in Cile: per commemorare il golpe ed il genocidio del 1973 perpetrato dall’amico di Kissinger e Wojtyla, Augusto Pinochet, si è fatto da solo un gigantesco, spettacolare e disastroso attentato in casa propria.
Si sa, agli americani piace fare le cose in grande.

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Italian Hostel

Pubblicato da sdrammaturgo su 28 Luglio 2008

A Bolzaneto, quarantacinque uomini dello Stato, al riparo in una caserma (“Tutto questo palazzo è una grande tomba”, cit.), hanno torturato per ore ed ore decine di ragazzi e ragazze.
La sentenza ha assolto trenta carnefici e ne ha condannati solo quindici, peraltro con pene minime.
La cosa curiosa è il risarcimento: i ministeri degli Interni e della Giustizia dovranno versare quindici milioni di euro totali per i danni morali e materiali subiti dalle vittime.
Praticamente è come se gli aguzzini avessero pagato per poter torturare a piacere ed in piena impunita libertà.
Questo mi ricorda qualcosa.
Nel film Hostel di Eli Roth, dei ricconi sborsano grosse cifre di denaro per torturare ed uccidere ragazzi e ragazze appositamente rapiti e segregati nel chiuso di un enorme stabilimento isolato.
Nella realtà democratica italiana si è fatto addirittura un passo avanti rispetto alla finzione cinematografica: ci pensa lo Stato a pagare per permettere anche agli uomini del suo braccio armato – i quali non possono contare su grandi disponibilità finanziarie, ché lo stipendio di un poliziotto o di un carabiniere non è poi un granché – di divertirsi con spassose e ricreative torture.
Immaginate il vantaggio: è sufficiente arruolarsi e qualcun altro paga al tuo posto affinché tu possa godere delle attrazioni dell’Italian Hostel.
Il solito assistenzialismo del Belpaese.

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L’Apocalisse della Bellezza

Pubblicato da sdrammaturgo su 25 Maggio 2008

Guardate bene quello che sta succedendo in Campania. Prestate attenzione all’aria fetida, agli animali che muoiono per strada, alle persone che si ammalano di tumore, ai cumuli di spazzatura che sommergono il verde, al cibo trasformato in veleno, alla terra che affonda nel liquame. Guardatelo bene, perché è quello che accadrà al mondo intero. E’ il destino che attende tutti noi.
Perché accadrà, accadrà. Oh, se accadrà.
Giorgio Bocca ha detto che “Napoli siamo noi”, che Napoli è l’Italia al quadrato. Ha ragione. Io dico che l’Italia è il mondo al quadrato. Ho ragione anch’io. L’essere umano è fondamentalmente lo stesso dovunque ed in qualsiasi era. Cambiano i suoi metodi, ma non muta la sua essenza guasta.
Dove tutto è elevato a potenza, amplificato, estremizzato, le cose, semplicemente, succedono prima e rimbombano più fragorosamente. Basterà aspettare, avere un po’ di pazienza (e ne basterà davvero poca, pochissima, di pazienza), per assistere agli stessi sfaceli ovunque.
Guardate bene Napoli, imprimetevi bene nella mente le prime immagini del mondo che va in rovina e ricordatevene.
Ogni sisma deve avere un epicentro da cui il terremoto si innesca e si propaga. Ogni epidemia deve avere un focolaio da cui si irraggia ed espande.
I processi di distruzione iniziano sempre da un punto, anche piccolo – ché da qualche parte bisogna pure cominciare. E poi, piano piano, o velocemente, il perimetro si dilata: la peste contagia via via un numero sempre maggiore di villaggi, la piena del fiume travolge aree sempre più di distanti.
Noi abbiamo avuto la tremenda fortuna di assistere alla caduta del primo argine. Ora non resta che ammirare le nostre vergognose e grottesche facce nelle acque dell’esondazione.
Vista dall’alto, l’esplosione di una bomba deve apparire come un puntino che subito si gonfia e sale, diventa un grosso cono che ti viene incontro e, prima che tu te ne renda conto, te ne ritrovi avvolto. Quando l’hai sganciata, non avevi badato al fatto che sopra al tuo aereo c’era il soffitto.
Sarebbe affascinante la questione per cui è dal minuscolo che si arriva al macroscopico, se non fosse la più terribile ed inesorabile delle verità.
Guardate bene la Campania felix divenuta triste, ampliatene l’orizzonte fino a comprendere con gli occhi della vostra immaginazione i confini dell’intero pianeta e, dopo aver compiuto questa facile quanto frastornante proiezione, tornate con la mente alle pareti della vostra casa, così modesta ed insignificante in confronto a ciò che avete visto con il pensiero. Riflettete quindi su quante volte avete lasciato l’acqua scorrere mentre vi stavate lavando i denti, quante volte avete lasciato la luce accesa senza che nessuno fosse nella stanza, quante volte avete trascurato la raccolta differenziata “perché tanto va be’, sarà mica tutto lì il problema?”.
Ognuno danneggia il prossimo e l’ambiente secondo le proprie possibilità. Chi possiede mezzi ingenti, grandi industrie e macchinari per miliardi, può permettersi di radere al suolo le foreste. Chi non ha che una bottiglietta ed uno spazzolino, si limita a fare la sua parte sprecando un paio di litri d’acqua e sporcando almeno un minimo la strada.
Guardate Napoli e le case e gli alberi ricoperti dall’immondizia e siate fieri del parvo contributo personale che state dando affinché presto o tardi – ma più presto che tardi – un pianeta rigoglioso si tramuti in una landa desolata popolata da rifiuti.
Se c’è una cosa che è imperdonabile è la mancanza di sensibilità per la bellezza. Lo sprezzo per la propria salute, il disinteresse per la qualità della vita, l’egoismo che se ne infischia dell’esistenza altrui e dell’altrui dolore, sono cose certo inconcepibili nella loro idiozia. Ma la trascuratezza per la bellezza, l’incapacità di meravigliarsi, il deterioramento dello splendore, l’ottundimento dell’incanto, la totale assenza di piacere di fronte allo spettacolo del mondo e della natura, quello è qualcosa di più, qualcosa che va oltre; più che deprecabile, più che disgustoso, più che miserabile. E’ osceno.
Quando l’aria sarà diventata completamente marcia e la consunzione del mondo inghiottirà anche il mio corpo nella postrema putrescenza, la mia ira per ciò che andrò perdendo sarà ripagata dal sudicio show dell’agonia di chi ha cementificato i boschi fruscianti, ucciso potenti animali dall’elegante corsa per farne rozzi orpelli da volgari salotti cupi, annerito le distese azzurre del mare immenso e gorgogliante, reso grigio e vuoto un cielo popoloso e fresco.
Quando avrò sputato l’ultima saliva gialla e vedrò l’ombra di una squallida morte farsi largo tra le discariche e l’asfalto, riderò pieno di bile per la sofferenza di chi commise il crimine più atroce: uccidere lo stupore. Misera consolazione.

Le città dei palazzoni, della speculazione edilizia, delle colate di catrame, non sono soltanto malsane: sono innanzitutto brutte.

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Sopruso padronale, altrimenti detto Mercato

Pubblicato da sdrammaturgo su 18 Aprile 2008

Da cinque anni vivo in un appartamento a Roma nei pressi della Stazione Termini, in condivisione con altri ragazzi. L’affitto complessivo della casa è di 920 euro al mese. A me è sempre sembrato uno sproposito – nonostante il mondo che mi circonda voglia convincermi che in virtù della zona è un prezzo normale – ma sono sempre riuscito a sostenere la mia quota, con un po’ d’aiuto di nonni e genitori e lavori part-time che mi consentissero anche di portare avanti gli studi universitari.
A giugno i coinquilini se ne andranno e fino a l’altro ieri ero certo che io sarei rimasto e li avrei rimpiazzati con due conoscenti. Invece dovrò lasciare anch’io la mia stanza. Perché?
Il proprietario dell’abitazione, o meglio il padrone (adeguiamoci alla terminologia di un sistema ingiusto fondato sul possesso e lo sfruttamento), mi ha comunicato che alzerà l’affitto a 1400 euro. Di colpo, un aumento di 480 euro al mese e ripeto QUATTROCENTOTTANTA euro. Non me lo posso permettere, né io né le ragazze che erano interessate alla stanza che si sarebbe liberata, dunque dovremo cercare un’altra sistemazione, nella vana speranza di trovare qualcosa che sia alla portata delle nostre esigue finanze in una selva di prezzi da strozzinaggio che crescono senza controllo.
Un’ira funesta degna di Achille con una pruriginosa escrescenza cutanea mi è spuntata allorché mi sono anche visto preso in giro: “Sa, abbiamo sentito in giro ed abbiamo deciso di adeguarci. E poi con questi prezzi, con quest’euro, le tasse, non possiamo fare diversamente”. Insomma, una speculazione padronale compiuta sulla vita e sui bisogni delle persone fatta passare per una scelta obbligata.
“Sa, io non volevo stuprare quella ragazza, ma ho visto che in giro la tendenza comune era quella, e così mi è toccato stuprarla”.
Avrei preferito un sincero: “Tu sei un poveraccio, io voglio fare più soldi visto che alla gente una casa serve per forza ed io ho in mano un prodotto necessario che posso gestire secondo il mio arbitrio come meglio mi conviene, dunque o mi dai di più o poco importa se te ne vai sotto un ponte. Anzi, compro anche il ponte e ti sfratto pure da lì”.
Signor Volpe (è il nome del padrone): so che lei ha diverse proprietà ed una fabbrica. Le auguro tutto il male possibile, ma, ovviamente, qualora scoppiasse un incendio in qualcuno dei suoi stabili e lei ci si trovasse coinvolto, mi dispiacerebbe se morisse in tempi troppo brevi e senza un’agonia sufficientemente dolorosa.
Ciò che più mi indigna però è lo spirito di rassegnazione che si respira persino tra chi è vittima di un simile meccanismo di profonda ingiustizia. Invece di riconoscere in chi si trova nella mia stessa condizione di classe una rabbia pari alla mia, riscontro un ottuso giustificazionismo da schiavo con la sindrome di Stoccolma: “E che ci vuoi fare, d’altronde è il mercato che va così: domanda ed offerta”. Il Mercato. Ma che cazzo significa? Che cazzo è ’sto mercato de mmerda?
Quando si parla di mercato, sembra quasi che ci si riferisca ad un’entità autonoma e divina che aleggia, decide ed ordina ed alla quale bisogna sottomettersi ed obbedire ciecamente.
Una buco di 50 metri quadrati viene venduto a 550000 euro? Eh beh, ma è vicino a Termini, il mercato lo richiede. Seguendo questo ragionamento, immagino che la fogna che passa sotto la Stazione Termini debba costare come minimo 800000 euro, piscio incluso, doppi ratti.
Una stanza singola viene affittata a 500 euro quando lo stipendio base è di 800 e ti restano 300 per nutrirti, vestirti, spostarti, pagare le bollette, curarti, nella speranza che non ti si fulmini nessuna lampadina? Ma è il mercato, cosa ci possiamo fare?
Ora, il mercato è composto dai singoli individui e dai loro scambi in qualità di soggetti economici. Ergo, essendo in questo caso una somma di delinquenti, questa figura mitologica del mercato deve essere contestata senza soggiacerne. Accettare tutto in nome del mercato, a meno che non si abbia un tornaconto personale (cioè, a meno che non si appartenga al ceto ricco dominante), è da servi idioti che baciano il mantello di chi li frusta.
In fondo, perché condannare Giovanni Brusca se ha ordinato di sciogliere un bambino nell’acido? Era il mercato che lo richiedeva: io faccio affari; se un pentito parla, mi rovina la piazza; dunque, devo pensare ai miei interessi finanziari e correre ai ripari, facendogli squagliare il figlio.
Accogliere passivamente le soverchierie dei padroni che decidono i prezzi a proprio piacimento per ingrassarsi sulla pelle dei più deboli è da imbecilli. Chi ha stabilito che questo mercato debba essere legge assoluta ed indiscutibile? Se vogliono farvi credere che il mercato sia dio, non dimenticate mai due cose: sono gli uomini ad inventare gli dei; gli dei possono essere bestemmiati e detronizzati.

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Una sofferta testimonianza insulsa di vita vissuta mio malgrado

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Aprile 2008

Sottotitolo: perché guardi la pagliuzza nel mio occhio e non ti accorgi che ti stanno rubando la macchina?

Voglio fare una denuncia di alto contenuto sociale. Devo farla. Gli abusi al di G8 di Genova, vi starete chiedendo? Torture sugli animali? Fame nel mondo? Guerra in Iraq? Siete completamente fuori strada. Di più, molto di più: telefonia mobile. E va be’, mica posso sempre occuparmi di massimi sistemi. Ah, perché, quando mai mi ci sono occupato, dite voi? Beh, a parte che quella volta in cui ho raccontato la mia torbida storia di sesso bollente con una sordocieca, la portata filosofica dell’argomento era di notevole rilevanza. Ma comunque, non è importante come abbia fatto ad abbordare la sordocieca: ciò che conta è che non ho dovuto pagarle la cena. Aveva pure un’allergia alimentare. Ma sto andando fuori tema.
Dunque, molti di voi, eccettuati i lettori, si staranno interrogando sul motivo per cui un rispettabile venticinquenne (la relazione con la sordocieca mi rende rispettabilissimo senz’appello!) senta l’esigenza di dissipare la sua reputazione di intellettuale impegnato, faticosamente costruita con abili menzogne, dedicando un articolo ad una questione tanto faceta. Rispondo volentieri a questa domanda che nessuno mi ha posto: primo, perché devo cercare di distrarmi dal dolore lacerante che la sordocieca ha suscitato in me lasciandomi; secondo, perché è dalle inezie della quotidianità che si capisce meglio il nonsenso dell’intera esistenza. E poi che cazzo, avrò pure il diritto di scrivere un post inutile, no? Ok, ok, “particolarmente inutile”. Uff, e va bene, preciso: più inutile degli altri. Inoltre la vicenda che mi accingo a raccontare mi ha scosso fin nel profondo dell’animo
Allora, i fatti sono questi: giovedì sera mi si rompe il caricabatteria del cellulare. “Ohibò, mi si è rotto il caricabatteria del cellulare”, esclamo, dicendo proprio “ohibò”. L’indomani mattina mi reco bel bello al più vicino centro Euronics (mi pagano per fare il loro nome. Sì, sono un finto sinistroide venduto figlio di papà pieno di soldi che in Italia ovunque è andato ha sempre mangiato bene); dopo un rapido esame dei prezzi dei caricabatteria, mi rendo conto che quindici euro per un adattatore con un filo sono un po’ eccessivi. Quindi mi volto e, meraviglia delle meraviglie, scorgo sul bancone un fantastico cellulare di ultima generazione: non fa le foto, non ha giochi, non ha il cavo per il computer, non ha un cazzo, ma costa 29.99 euro. “E’ il prodotto che fa per me”, mi dico subito. Motorola Motofone F3, tecnologia ClearVision, ultrasottile, massima durabilità, serve per telefonare. “Tanto vale comprare un nuovo cellulare per quindici euro in più”, rifletto con estremo acume lungimirante. Procedo all’acquisto, guardato come un pezzente dalla commessa. Ti guardano sempre male quando compri l’oggetto meno costoso, specie dopo che hai chiesto se per caso ce ne sia uno che costi ancora meno.
Una volta a casa, arriva il grande momento: l’inaugurazione. Trepidante ed emozionato come un’adolescente che sta per essere stuprata da Riccardo Scamarcio, ma non l’attore, bensì l’omonimo perito agrario, mi accingo a comporre il primo sms. E qui mi blocco quasi subito: non trovo le lettere accentate. Spingo qualsiasi tasto, digito ogni combinazione possibile, mi lancio disperatamente sul libretto delle istruzioni, ma non risolvo l’arcano. E va bene, niente lettere accentate, per ora. Ci penserò dopo. Proseguo con la scrittura del messaggio. Occacchio, non trovo nemmeno il punto. E nemmeno il punto e virgola. E nemmeno i due punti. E nemmeno l’apostrofo, né le parentesi, l’underscore, il punto esclamativo, la barra e qualsiasi altro segno di interpunzione (qualora prima della conclusione di questa frase fossero stati inventati degli altri). Posso disporre solo di trattino, virgola, punto interrogativo e chiocciola. “Come cazzo si aggiunge ’sta merda de punteggiatura, mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio”, sussurro con garbo.
Con l’autostima che subisce atti di bullismo da un tafano (“nemmeno so mettere la punteggiatura su uno stupido cellulare!”), contatto per email l’assistenza della Motorola, affinché mi illuminino su quale formula magica debba recitare in sanscrito per sbloccare certe funzioni. Illustro il problema pieno di vergogna, immaginandomi una strafiga italo-svedese (non so perché me la immaginassi italo-svedese, ma me la immaginavo così) responsabile del servizio clienti alle prese con la mia lettera a ridere di me con tutte le sue amiche modelle che a turno fanno a gara su quale di loro sia quella che provi il minore desiderio di venire a letto con un inetto mio pari.
Due giorni dopo giunge la pronta risposta: “Ci dispiace, il modello a cui fa riferimento non prevede i caratteri a cui lei è interessato”.
Capite?! No, non so se vi è chiara l’assurdità che fa bagnare le mutande ad Albert Camus: quel cellulare è un modello speciale progettato APPOSITAMENTE senza punteggiatura ed accenti!
“I caratteri a cui lei è interessato”. Eh già, sa, ho questa passione particolare per il punto e virgola, sono un collezionista.
Ho avuto la dimostrazione inconfutabile che il meccanismo produttivo capitalistico sia una stronzata mahabaratesca: un ingegnere pagato profumatamente per progettare nuovi sistemi di comunicazione propone un cellulare senza punteggiatura e la proposta viene accolta e lanciata sul mercato come una mirabile innovazione.
Nella mia mente mi figuro uno di quei lunghissimi tavoli ellittici di legno pregiato che si vedono sui film americani in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo che procura orgasmi a Bin Laden con intorno (intorno al tavolo, non intorno a Bin Laden) tutte le alte sfere della Motorola, il consiglio supremo incravattato al completo, per una riunione di lavoro. Si alza in piedi uno: “Mi è balenata un’idea brillante. Aprite bene le orecchie: un cellulare SENZA PUNTEGGIATURA”. “Geniale!” “Straordinario” “Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!”. Coro di approvazione, tutti si alzano in piedi, standing ovation, applausi scroscianti, pacche sulla spalla e strette di mano al vulcanico inventore, milioni di dollari che piovono dal cielo. “Complimenti, lei avrà quella promozione, Giuffolotti!”. Me lo immagino con questo cognome, perché uno che inventa un cellulare senza punteggiatura può chiamarsi solo Giuffolotti.
La disavventura però mi ha riempito di ottimismo, perciò ho deciso di propormi alla Motorola come addetto al settore creativo. Ho già pronte tre idee sbalorditive da presentare: un cellulare senza schermo, un cellulare senza chiamate e, per finire, udite udite, un cellulare senza cellulare.
Pregusto già il successo, la carriera luminosa nell’alta finanza, la scalata fino alle più alte cariche di potere, le orge naziste diffuse su internet, Mike Tyson che mi intenta un processo tarocco per molestie sessuali per rifarsi dei tanti subiti, viene pure creduto e lo vince.
Lunedì torno all’Euronics. “Vorrei cambiare questo cellulare con un altro” “Non si è trovato bene?” “No, sa, è che ho la fissa per l’accento acuto”. Vedo un altro telefono piuttosto economico, 34.90. Lo prendo.
E così ho pagato 4.91 euro la punteggiatura.

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Panegirico della bestemmia – Blasfemia è libertà

Pubblicato da sdrammaturgo su 19 Marzo 2008

“Per carità, io sono ateo e di certo non ho in simpatia la chiesa, ma la bestemmia proprio non la tollero, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede”.
Questa frase perseguita da sempre ogni antiteista attivo, tanto da essere diventata una sorta di mantra da democrazia da asporto, un motto di civiltà a misura di supermercato, ammantato di verità, equità, giustizia, saggezza. Altresì, un luogo comune.
Il termine rispetto è notoriamente già di per sé quantomai delicato e labile; sovente, poi, viene confuso pericolosamente con una fattuale disparità di trattamento tra posizioni equivalenti nella loro legittimità benché opposte nelle concezioni.
La bestemmia cade appieno nel secondo caso (laddove per bestemmia intendo la blasfemia nel senso più lato possibile, dalla semplice imprecazione al raffinato attacco colto contro il divino).
L’equivoco parte probabilmente dal pregiudizio nei confronti del sentimento dell’odio. Lungi dall’essere considerato normale o financo sano e nobile, l’imperativo assolutista della moderazione impone che l’odio venga caricato soltanto di connotazioni negative. L’odio è il negativo per eccellenza ed in virtù di ciò va respinto in ogni caso. Dunque esprimere amore è sempre cosa buona e giusta, mentre esprimere odio disdicevole ed inopportuno.
Eppure dovrebbe essere evidente come non ci possa essere amore sincero e sentito per qualsiasi cosa senza una profonda controparte di odio consapevole. Qualche esempio facile facile: non ci può essere amore per la pace senza odio viscerale per la guerra. L’alternativa sarebbe: “Amo la pace, desidero la pace, ma siccome non odio la guerra, se proprio volete bombardare, abbiate almeno l’accortezza di farlo pacatamente. Massimo rispetto, comunque”. E via dicendo: non ci può essere amore per la solidarietà senza odio per il menefreghismo; non ci può essere amore per la natura senza odio per chi inquina, etc.
L’odio si configura allora come il moto d’animo cardinale in un individuo socialmente costruttivo.
L’atto di stabilire una volta per tutte quali valori siano consentiti e quali ripudiati porta un solo nome: totalitarismo.
Sotto il fascismo, chi manifestava il proprio amore per Mussolini era nel giusto e benvoluto; chi al contrario mostrava il proprio odio, a qualunque livello, subiva pesanti punizioni.
Il meccanismo è il medesimo di quello che si riproduce nella diffusa repulsione nei confronti della bestemmia.
Perché mai l’espressione d’amore per dio (tramite preghiera o quant’altro) viene accettata e la manifestazione di odio (attraverso la bestemmia) scandalizza ed indigna?
“Beh, in quel caso si offende qualcosa di molto importante per tantissime persone”. E non si pensa mai al fatto che la preghiera offende allo stesso modo un ateo, o perlomeno offende chi come me si sente ferito dalla sospensione del giudizio critico e dalla superstiziosa credulità che trasforma il pensiero magico e la mitologia in sapere certo ed assodato con il risultato di conseguenti crimini ed abusi di cui la storia è pregna.
“Ma se tu bestemmi dio, per un credente è come se ingiuriassi una persona a lui cara”. Ma se un credente nelle sue preghiere afferma l’esistenza di un capellone vergine palestinese che cammina sull’acqua, tramuta una materia in un’altra e guarisce i malati con la sola imposizione delle mani, per me è come se ingiuriasse, che so, Bertrand Russell od altri grandi ed infangasse la memoria di quelle persone che hanno dato la vita per la ricerca e per me hanno l’identico valore affettivo e di “autorità” che può avere dio per un religioso.
“Non è precisamente la stessa cosa. Che fastidio ti dà se uno prega e tesse le lodi della divinità?”. Mi dà molto fastidio se qualcuno inneggia all’abbrutimento ed all’inebetimento. Ma potrei rigirare la domanda: “Che fastidio dà ad un religioso se io bestemmio e denigro Cristo o chi per lui? In fondo non faccio che enunciare la mia opionione discordante e non posso farci alcunché se la mia opinione comporta un assalto verbale diretto dai toni anche volgari”.
Dunque il presunto rispetto che verrebbe violato dal bestemmiatore si rivela piuttosto a senso unico: io devo consentire ad un religioso di esternare la natura del proprio credo, mentre il religioso può permettersi di riprendermi qualora io esterni la natura del mio. E per me, antiteista, la blasfemia è uno degli aspetti principali del mio sistema di pensiero.
Ricapitolando: se io bestemmio, manco di rispetto al credo di un fedele; ma se a me viene impedito di bestemmiare, si manca di rispetto al mio credo ateo antiteista che si esplicita anche per mezzo della blasfemia; se io dico: “Sia maledetto iddio”, un religioso si sente offeso; ma se un religioso dice: “Sia benedetto iddio” mi sento offeso io. Ostacolare il mio atto di bestemmiare è sicché una mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di quello in cui credo io. Allora come la mettiamo?
“Ma se credi non devi bestemmiare proprio perché credi e se non credi non ha senso che tu bestemmi. Dunque perché bestemmi?”. Tralasciando l’acutissima risposta: “Pe’ datte fastidio” che lessi su una vignetta tempo fa, rispondo: l’ateo antiteista blasfemo non bestemmia tanto dio, quanto l’idea di dio in quanto cristallizzazione di aberrazioni della ragione quali schiavitù, sottomissione, dogma, fede cieca nell’indimostrabile, sonno narcolettico indotto ed autoindotto dello spirito analitico, obbedienza priva di riflessione indipendente, impulso congenito alla sopraffazione.
Certo, con l’odio da solo non ci si fa alcunché. Va elaborato alla luce di una piena coscienza oppure non è che vuoto livore senza obiettivo. La bestemmia da sola, insomma, serve a poco, altrimenti un avventore a caso di un baretto a caso della Tuscia potrebbe essere reputato un campione della filosofia d’opposizione contro l’ultraterreno. Però, la bestemmia, al suo stato più basso e basilare, è l’equivalente del primario impulso di disprezzo nei confronti di un’autorità dispotica ed illogica, il grido istintuale del popolano stanco delle angherie del sovrano.
La scusa della maleducazione, della sconvenienza, dell’indecenza del turpiloquio, non è che una trappola con cui il pensiero dominante ed i suoi sostenitori tentano – riuscendoci – di ingannare i loro avversari dissidenti rendendoli censori di loro stessi.
Io rivendico quindi il mio diritto ad odiare, a dare sfogo all’essenza delle mie convinzioni fondate sul disprezzo verso la dittatura del sovrannaturale, esattamente come lascio che qualcun altro levi a dio il proprio canto d’amore, caposaldo del proprio essere.

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All’italiano non far sapere

Pubblicato da sdrammaturgo su 15 Maggio 2007

In Italia tutti sapevano che il dodici maggio duemilasette sarebbe stato il Family Day (agli esterofili non piace “Giorno della Famiglia”. Sono convinti che l’inglese faccia più figo. Pardon, cool). Molti meno erano al corrente dell’altra manifestazione per l’Orgoglio Laico in contemporanea.
In Italia tutti sanno che il principino William si è lasciato e che suo fratello Harry è proprio uno scavezzacollo. Quasi nessuno conosce i crimini della monarchia inglese commessi nelle colonie in giro per il mondo in circa cinque secoli di Commonwealth.
In Italia tutti sanno tutto sul tempo meteorologico. Un po’ meno sul tempo storico nel quale vivono.
In Italia tutti sanno tutto quello che dice il Papa. Ah, no. Ecco, questo non è esatto. Effettivamente in Italia quasi nessuno è sufficientemente informato sui più rilevanti atti e parole del Pontefice. Quando il Santo Padre fa o dice qualcosa di veramente cruciale, i media genuflessi e conniventi tacciono strategicamente.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno ad esempio che Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Tarcisio Bertone e tutte le alte sfere vaticane (sì, pure il santo suBBito Wojtyla, che sapeva, eccome se sapeva) hanno coperto, coprono e continueranno a coprire i preti pedofili, sottraendoli alla magistratura.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno che nei soli Stati Uniti d’America sono 4392 (quattromilatrecentonovantadue) i preti pedofili scoperti dal millenovecentocinquanta ad oggi. Chissà in Italia quanti saranno, considerando che qui c’è invece chi sostiene che quello del prete pedofilo sia soltanto uno squallido luogo comune; sicché il cittadino medio, mentre è pronto ad invocare la forca non appena sente parlare di abuso su minore commesso da qualche extracomunitario od altro comune mortale, appare incredulo allorché è un uomo di chiesa a venire accusato del peggiore dei crimini e subito si erge in sua difesa (con l’aiuto di politici che si indignano se si solleva il problema, magari per mezzo della satira, questa somma nemica del potere oscurantista), prodigandosi per tutelarlo da qualsiasi eventuale rischio di linciaggio mediatico e strapparlo alla mano troppo secolare della Giustizia.
Ma cosa ci si aspetta da persone cresciute in parrocchia?
D’altronde in Italia la triade Dio-Patria-Famiglia ha sempre riscosso un notevole successo. E se si pensa che il 70% delle violenze sessuali sui bambini avviene tra le pareti domestiche e che quella dei ministri di dio è la categoria più soggetta ad accuse di questo genere (anzi, l’unico caso al mondo in cui si fa riferimento ad un’intera specifica categoria per un simile reato, tanto vasto è il numero di appartenenti che si sono macchiati del crimine di stupro su minore), esce fuori un gran bel quadretto dell’italica patria.
E’ davvero un Belpaese, questo Stivale sporco di merda e profumato d’incenso.
Fortunatamente – o sfortunatamente che sia – chi ha accesso alla rete può venire a conoscenza di notizie di capitale importanza, ovviamente tenute nascoste da televisione e giornali (sarà per questo che qualcuno sta tentando di operare una sorta di censura su internet?). Capita allora che persino visitando un sito – peraltro abbastanza commerciale – come Libero.it ci si imbatta in una vicenda agghiacciante: la BBC, il primo ottobre duemilasei, ha trasmesso un documentario sui preti pedofili in cui si fa diretto riferimento a Benedetto XVI, il quale ha rinnovato il divieto di testimoniare – pena la scomunica – in tribunali civili per reati di abusi sessuali che avessero coinvolto religiosi.
Naturalmente nell’Italietta non lo trasmette nessuno, ma grazie all’ammirevole lavoro di sottotitolatura compiuto dallo staff di Bispensiero, il video in cinque parti è reperibile su Youtube.
Aspettando pazientemente il giorno in cui una mano santa divinamente ispirata lo toglierà pure da lì, nel frattempo cerco di fare la mia parte nella campagna di doverosa diffusione del filmato, onde per cui non posso che postare il documentario qui di seguito nel mio blog, affinché quanta più gente possibile veda e sappia cosa nascondono i preziosi paramenti sacri baciati da un popolo di pecore ammaestrate altrimenti chiamate fedeli.

Aggiunta del 26 maggio 2007

Com’era prevedibile, il documentario “Sex Crimes and Vatican” è stato oscurato su Youtube, ma per ora è ancora visibile sottotitolato qui ed in lingua originale qui.
E giovedì 31 maggio alle ore 21.00 tutti davanti alla televisione per vedere Annozero: sì, salvo censure all’ultimo momento, Santoro lo trasmetterà nella prossima puntata del suo programma.
Non resta che sperare, miseramente.

Altri link utili

Video di come il clero agisce per proteggere se stesso a discapito dei bambini e bambine abusati: http://www.bispensiero.it/index.php?option=com_content&task=view&id=199&Itemid=6

Intervista esclusiva a Giuseppe Nicotri sul Vaticano ed i preti pedofili sul canale MyNews di MyVide: http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=65
http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=63

I dettagli sul coinvolgimento del Vaticano e di Ratzinger:
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8777
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8953

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Qualcuno non muore a caso

Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Aprile 2007

Tempo fa fui autore di questo post mooolto politicamente scorretto che attirò parecchie critiche e mi valse la nomina a Somaro Ontologico. Lo avevo realizzato in un periodo di intenso dibattito sull’eutanasia e con la mia satira nera e pesante volevo sfogarmi, esprimere rabbia -  attraverso il mezzo dell’ironia – per la condizione di tanti malati terminali che gridavano (e gridano tuttora) vendetta, costretti a patire le pene di un inferno che per loro si è materializzato in terra a causa dell’oltranzismo oscurantista delle alte sfere religiose e dei loro affiliati.
Oggi, a distanza di tre mesi e passa da quell’“I have a dream”, leggo di un sedicenne suicida a causa di bullismo ed omofobia e capisco tante cose in più.
C’è chi si sdegna con chi scherza sui propri desideri di morte per personalità che con il loro potere sono state – e sono – causa di barbarie e regresso, ma coloro i quali hanno dato del gretto e del violento a me non si scompongono con chi, tramite le sue influenti predicazioni, provoca, più o meno indirettamente, la rovina vera di innocenti.
Sì, perché quel suicidio non nasce dal nulla: esso è figlio di una temperie di intolleranza gestita e manovrata da soggetti ben precisi.
Laddove le autorità clericali e politiche, che si propongono – o meglio, pongono – deliberatamente come guide della società (sic!), creano un clima di discriminazione nei confronti di alcune categorie di persone – in questo caso gli omosessuali – è del tutto normale e, ahimé, naturale che gli individui più giovani recepiscano insegnamenti disastrosi da quel degenerato apparato educativo.
Eguagliando gli appartenenti alla comunità GLBTQ ai pedofili, impedendo loro di acquisire la totale parità di diritti con i cittadini eterosessuali, li si declassa ad esseri umani di serie B, a dei mostri, a dei subnormali, ed un ragazzino impara a trattarli da, appunto, inferiori, ad irriderli e tormentarli con disprezzo.
Privando un uomo della sua legittima umanità in base ai suoi gusti – che siano sessuali, culturali, esistenziali – lo si espone alla mercè di qualsivoglia angheria.
Ecco perché Wojtyla (santo suBBito!), Ratzinger, i loro predecessori, i loro colleghi di altre fedi, più i vari Mastella, Casini, Calderoli, Bush, Ahmadinejad e così via sono i diretti responsabili di innumerevoli tragedie come quella dell’adolescente di Torino.
I danni dei loro perversi principii non sono solo ideali, bensì fattuali: le campagne di Giovanni Paolo II (ari santo suBBito!) e del Vaticano tutto contro l’uso del preservativo o contro l’eutanasia, ad esempio, comportano l’acuirsi della catastrofe dell’AIDS nei paesi poveri (e non solo) e le sofferenze di migliaia di infermi. In poche parole, morte e dolore.
Quello studente che si è ammazzato, arrivato com’era al limite estremo di sopportazione, ha dovuto subire il frutto di valori negativi, fondati sulla totale mancanza di rispetto per l’alterità, sulla dittatura teocratica, sulla repressione ed emarginazione del diverso, sulla fede cieca in un dio terribile, superbo, capriccioso, assetato di dominio, che non ammette disobbedienza, sulla demonizzazione del piacere, sulla sottomissione ed automazione dell’individuo. Un robot pieno di viscidume e risentimento è una macchina omicida senza pari, sebbene non ne sia cosciente.
Quindi voi maschilisti omofobi demonizzatori dei DICO, integralisti sostenitori della famiglia tradizionale, sappiate che per me valete meno di un comune assassino. Già, perché un assassino ha almeno il fegato di compiere delitti in prima persona, rischia e si sporca le mani, mentre voi siete anche vigliacchi, mandanti senza coscienza di crimini contro degli indifesi.
La differenza tra Ali Agca e quel maledetto finanziatore della dittatura di Pinochet sta solo nel coraggio dello sparo.
Quel ragazzino lo avete ammazzato voi, Ratzinger, Bagnasco, Mastella, e tutti voialtri che pendete dalle labbra di questa feccia.
Rinnovo il mio sogno: spero che tutto il male di cui siete artefici vi ritorni indietro con un cospicuo incremento.
Dunque, nell’ordine, auguro: ai sessisti razzisti di vedersi privare anche del diritto a nutrirsi; ai sessuofobi di ammalarsi di AIDS e subire la caduta dei propri organi genitali; agli oppositori dell’eutanasia di venir colpiti insieme a tutti i loro cari da un morbo incurabile che li costringa ad una lunghissima vita tra atroci tormenti, indicibili patimenti, che strazino le carni e la mente oltre la soglia di tolleranza.
Nei secoli dei secoli amen.

Avvertenza: mi prenderò la libertà di insultare ulteriormente cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, animisti, raeliani, credenti vari e tutti coloro i quali avranno da ridire su questo articolo.

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