Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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“Diario simulato” 17 - L’irresistibile discesa di Artura Ua

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 2 Maggio 2008

Eccomi qua, seduta a questa scricchiolante scrivania intenta a tracciare (io, non la scrivania) il bilancio della mia vita, immersa in una tremolante penombra rischiarata solo dalla fioca luce di una candela. E non già per ottenere un’atmosfera romanzesca, ma perché non ho pagato le ultime due bollette.
Mentre il sipario sta per chiudersi sul palcoscenico della mia esistenza e gli spettatori vanno a chiedere indietro i soldi del biglietto, ripenso ai miei anni andati e mi commuovo piena d’orgoglio mettendoli a paragone con quelli di Michele Cucuzza.
Ma procediamo per gradi.
Giovane ed ambiziosa, lavoravo nel mondo dello spettacolo, ma il mio sogno era diventare operatrice di call center per prendere ordinazioni in un fast food.
Era sempre stato quello l’obiettivo che coccolavo fin dalla mia difficile infanzia. Già, da piccola non me la passavo bene. Non voglio dire che ero povera, ma Edmondo De Amicis mi pedinava e prendeva appunti su un taccuino.
Costantemente alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di non rubare il miglio ai piccioni, partecipai ad un provino e venni selezionata come protagonista nel videoclip di Labbro leporino, il singolo che lanciò l’astro nascente del pop Ootcho e ne sancì la definitiva consacrazione nell’universo degli imbianchini. Lo struggente ritornello segnò generazioni su generazioni di innamorati: “Ma hai il labbro leporino/non va bene per un pompino”.
Rimbalzavo da un’occupazione all’altra, senza smettere mai di inseguire il mio obiettivo. Sentire l’ebbrezza della scrivania, assaporare l’adrenalina delle ferie non pagate, respirare l’emozione del turno di notte: era questo tutto ciò che volevo.
Ero disposta a tutto pur di raggiungere i miei scopi e capii ben presto qual era la strada più agevole - e forse l’unica praticabile - per realizzare i miei propositi: offrire il mio corpo per ottenere favori che mi spianassero il cammino e la carriera. Si sa, il mondo dei call center che prendono ordinazioni per i fast food è arduo e ricco di insidie, pieno di pizzaioli senza scrupoli; la concorrenza è tanta, e, se si vuole andare avanti, bisogna sapere accettare i compromessi e sporcarsi un po’.
Cominciò quindi la lunga trafila di uomini di potere attraverso i quali speravo di poter giungere all’agognata meta.
Il primo fu Dandolo, buttafuori sensibile. Avevo saputo che conosceva uno che una volta era passato davanti ad un ristorante e mi sembrò un ottimo aggancio. Mi piacque inizialmente la sua tenerezza e successivamente la sua capacità di comprendere quando ero stremata dagli sganassoni. Grosso e villoso, era però un egoista. Pensava solo a se stesso. Gli dissi: “Prova a metterti nei miei panni, ogni tanto!” “Lo faccio spesso” mi rispose “Ci ballo Like a virgin davanti allo specchio”. Lo lasciai.
Poi conobbi un gran bastardo. Una volta ci fu una discussione lunghissima in cui gli feci una gran predica: “Josh, così non va. Mi trascuri, non sei abbastanza presente, Josh. Lo capisci che ho bisogno di te, Josh?”. Tutto quello che seppe rispondermi fu: “Ma perché cazzo mi chiami Josh?”. Armandino era un vero stronzo.
Fu quindi la volta di Ermengardo. Lo vidi ad un evento mondano organizzato dalla norcineria Cacalloro e mi colpì subito quella sua abilità di grattarsi le palle sottocoscia. Inizialmente lo abbordai per arrivare al signor Cacalloro in persona, ma finii presto per innamorarmi di lui, della sua indole poetica. Mi disse parole che nessuno mi aveva mai detto: transustanziazione, stafilococco, anadiplosi.
Di fronte al cielo stellato mi sussurrò: “Guarda l’immensità dell’universo…A volte mi sento così piccolo…Cosa siamo, noi, in confronto a Michael Jordan?”.
Sulla scia de L’odore dell’India di Pasolini, aveva anche scritto un libro: La puzza dell’Abruzzo.
Fu una relazione dolce ed intensa, ma qualcosa non funzionava. Il suo pene, ad esempio. Il nostro rapporto si interruppe bruscamente quando Ermengardo morì fulminato.
Cercai allora conforto in Oristano. Non so perché mi piacesse e cosa trovassi in lui. Di lui sapevo poco o nulla. Sapevo solo che Konrad Lorenz aveva scritto un libro sul suo pene. Fu la mia storia più appagante. Ma per nulla pagante, visto che sperperava tutti i suoi soldi a pittolo, così cambiai aria.
Frequentai per diverso tempo un pianista. Suonava come piano bar in diverse trattorie e poteva mettermi in contatto con vari gestori di call center che prendono ordinazioni per fast food, quindi lo reputai un buon partito. Era bellissimo farlo con lui sul suo pianoforte. Poi lo lasciai per un muratore, con cui lo facevo spesso sulla molazza.
Stavo collezionando uomini su uomini, ma ancora non ero riuscita ad ottenere alcunché, a parte la candida. Nonostante non mi fossi ancora persa d’animo, i periodi di sconforto non mancavano. Fu proprio in uno dei momenti più neri che incontrai Erasmo. Erasmo faceva il lavavetri sui grattacieli. Mi aggrappai a lui, alla sua solidità, mentre stavo precipitando dal settantacinquesimo piano. Fu il destino a salvarmi, ma soprattutto le sue braghe.
La nostra fu una frequentazione burrascosa. Avevamo stili di vita differenti: lui amava le feste e le macchine sportive, io avevo la lebbra. Talvolta risultava però persino conveniente: se prima di un appuntamento mi spuntava un brufolo sul naso, mi toglievo il naso.
Erasmo era tuttavia una persona piacevole, sebbene il confronto con la lebbra lo facilitasse.
Ad ogni modo, tra noi non durò molto. Io avevo bisogno di sentirmi amata, di avvertire il calore di sentimenti forti ed impavidi, mentre lui era freddo, distaccato, quasi disinteressato a me.
E poi, una sera, all’improvviso, quella telefonata inaspettata: le parole piene di passione, i “ti amo” sussurrati tra lacrime e sospiri, le promesse di eternità, la voce rotta dalla commozione, la mia mano che tremava nel reggere la cornetta. Peccato solo per il “mi scusi, ho sbagliato numero”.
Erasmo passò, la lebbra passò. Devo ammettere che talvolta la lebbra mi manca.
Entrai in una spirale di disperazione, in un’ellisse di afflizione, in un trapezio isoscele di struggimento. Cominciai a temere di non farcela, vedevo i miei sogni allontanarsi sempre più inesorabilmente. Alla soglia della maturità, non avevo ancora ottenuto ciò che volevo con tutte le mie forze e con quelle di uno schiavo che utilizzavo appositamente. In un simile stato d’animo, di certo non mi fece bene legarmi a Goffredo. Nel frangente in cui avrei avuto maggiore bisogno di ottimismo e di essere incoraggiata, incappai nel più grande pessimista che mi sia mai capitato di incrociare.
Ogni volta che cercavo di farmi ritirare su da una condizione di prostrazione, lui mi affossava ulteriormente. “Io sogno un mondo migliore, Goffredo!” “Sognare un mondo migliore va bene, se intendi trasferirti su Urano”.
E non è facile gustarsi un pranzo quando uno ti dice: “Butta giù la pasta, prima che sia troppo tardi”.
Finché un giorno decisi di riprendere in mano la mia vita e lo piantai. Suppongo sia ancora intrappolato in quell’orto.
Alla fine…ebbene sì, alla fine ce la feci. Passò un altro po’ di tempo, mi diedi da fare sotto numerosi fornelli e venni scritturata come operatrice in un call center che prende ordinazioni per un fast food.
Ricordo ancora con commozione la mia prima telefonata: “Pronto, sono Ugo Picozzi, ho già ordinato altre volte da voi. Vorrei una diavola ed una marinara per le otto. Mi raccomando, la marinara con poco aglio, ché è per mia moglie ed ha i giorni contati. Cerchiamo almeno di farla morire profumata”.
Perché vi ho narrato la mia storia? Perché la mia esperienza dimostra che se hai un sogno e ci credi veramente, puoi farcela. E dalle mie vicende si impara anche un’altra grande lezione: Ugo Picozzi ha un enorme rispetto per i becchini.

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“Diario simulato” 16 - Telecronaca di un amore

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 1 Aprile 2008

Ricordo ancora quando vidi Elettra per la prima volta: era così bella ed elegante, discinta, e si muoveva languida tra le tende scosse dalla brezza mattutina. Io me ne stavo lì, inebriato e come inebetito, immobile, distante, con il mio binocolo. Fu amore a prima vista. Ma non me la diede manco per sbaglio, così ripiegai su Cinzia.
Cinzia era un tipo piuttosto giovanile. Almeno per gli standard della Prima Rivoluzione Industriale. Non dico che fosse brutta, ma ogni volta che usciva di casa aveva quattro o cinque gabbiani che le svolazzavano intorno.
Ad ogni modo, la sua appartenenza alla famiglia dei mammiferi risultava facilmente riconoscibile dopo una breve analisi che non richiedeva esagerati sforzi d’indagine scientifica.
Era una donna molto formosa. O meglio, piuttosto in carne. Ma diciamo pure una cicciona che sarebbe stata una grande attrazione in un circo diretto da Tod Browning. Però aveva una spiccatissima sensibilità, un cuore d’oro proporzionato alla sua stazza. “Sono piena d’amore” - mi disse un giorno - “Ah, allora non è grasso”, risposi sollevato.
Aveva la vitalità di Giuseppe Mazzini nel biennio 1997/1998. Eppure a letto era estremamente passionale, vogliosa fino all’eccesso, ed aveva un mucchio di strane perversioni. Spesso era davvero troppo anche per me, così una volta dovetti mettere in chiaro alcune cose: “Non voglio criticare i tuoi gusti erotici, la pioggia dorata piace anche a me, la trovo una variante interessante e fantasiosa, ma non capisco perché tu debba lanciarti tra le gambe dei barboni che pisciano agli angoli della strada”.
Andammo subito a convivere, vuoi perché provavamo fortissimi sentimenti l’uno per l’altro e la profonda convinzione dettata dal nostro amore non ci faceva affatto temere e dubitare un solo istante di compiere un passo affrettato, vuoi perché mi avevano sfrattato.
In casa teneva un cane, un alano di grosse dimensioni. Dormiva in camera sua e quando facevamo sesso mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché l’alano ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage, lo investii con il motorino. E con la moto. E con l’apetto. E con la macchina. E con il furgone. E con un blindato militare che avevo noleggiato a prezzo vantaggioso. Così, purtroppo, morì.
Cinzia prese allora un pastore maremmano. Si chiamava Bastiano Fora, aveva un piccolo casale nelle campagne di Montalto di Castro e sembrò entusiasta di trasferirsi da noi.
Si dimostrò un integerrimo guardiano dell’abitazione: la sua puzza scoraggiava i ladri e teneva lontane le piattole. O quantomeno quelle nemiche delle sue.
Non era una spiacevole compagnia, ma quando facevo sesso con Cinzia mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage con il motorino, gli sparai.
Quel periodo con il pastore Bastiano mi arricchì molto, specie sotto il profilo immunitario: la sua vicinanza tonificò a tal punto i miei anticorpi che non avrei preso l’AIDS neppure se avessi sodomizzato Freddie Mercury da morto. E adesso posso anche confermare prove alla mano.
La nostra bella storia fatta di passeggiate romantiche al chiaro di luna, viaggi in paesi esotici, concerti, teatro, il tutto mentre lei restava a casa a girare la zuppa, si interruppe bruscamente quando soppressi il nostro figlioletto. Ho sempre reputato che si debba rivalutare l’infanticidio: da piccoli sono tutti carini e da grandi diventano dei bifolchi. Voglio dire, ti prendi il meglio della vita di un essere umano e, fermandolo in tempo, eviti all’umanità un peggioramento. Ma tant’è, lei non accettò mai il fatto che non l’avessi aspettata per partecipare e mi lasciò.
Di quella relazione conservo tuttavia ottimi ricordi: il nostro primo orgasmo simultaneo, ottenuto in due stanze e con due partner differenti; la gita in barca durante la quale Cinzia venne arpionata da un peschereccio giapponese; il reportage che il National Geographic venne a raccogliere nella nostra camera da letto. Inoltre la nostra relazione affettiva finì sulla British Review of Science, subito dopo un articolo sull’accoppiamento dei ratti ed appena prima di una ricerca sulla mungitura dei transessuali idrocefali.
Ah, l’amour, l’amour. Cosa saremmo noi tutti senza l’amore? Perché l’amore è un vento leggero, è un bacio rubato, è un incrocio di sguardi. Tutti concentrati sul pacco.

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Carteggio d’amore e d’avventura

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 11 Gennaio 2008

Cadice, il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Amore mio,

stella che mi illumina il mattino, sole che riscalda le mie notti in seguito ad un incredibile fenomeno di rovesciamento astronomico, foro che torna utile quando nessun chiodo è dato da conficcare pur bramando malleabili superfici, sono adunque giunto al porto e mi accingo a salpare l’indomani, allorché l’alba avrà sorpreso i maschi e corpulenti marinai che approfittano dell’oscurità costiera per far del lor didietro attracco di solerti brigantini.
La ciurma è completata, solida e robusta. Miei uomini di fiducia sono: il cuoco Ramòn Ramirez Carbòn, che nutrirà di vigore le nostre membra con le sue pietanze saporite e sostanziose, il cui gusto corroborante è noto financo negli approdi del Nuovo Mondo (sebbene, secondo alcuni, i piatti di Carbòn risulterebbero ancor più gradevoli, s’egli non solesse lavarsi le mani con la sua stessa urina); Alejandro Belgioioso De La Serna, vedetta morigerata, che al posto di “cazzate la randa” esclama con rossore “augellate la gomena”; ed infine lo scrivano Pedro Aranzàbal, omuncolo di brutto aspetto e di cattivo odore, insignificante nella figura e d’intelletto non brillante, facile inoltre alla mestizia e alla malinconia, oltremodo irritante nella sua penosa mediocrità – come per esempio adesso: non capisco proprio perché mi stia guardando affranto e rattristato mentre gli sto dettando questa lettera.
Avevo chiesto poi un mozzo di bordo, ma mi hanno dato un giovinotto senza un braccio.
Per lenir la noia della traversata e recar sollazzo all’equipaggio, ho chiamato a bordo tre fenomeni da baraccone: un ciccione che arriva a toccarsi le orecchie con la lingua, uno che si infila palline nel culo e poi le spara dal ponte in bocca ai delfini, uno che crede in dio.
Tutto è pronto, moglie mia, per consegnarmi alla storia, alla leggenda. Le gesta del tuo nobile marito saranno ricordate dai posteri per secoli e secoli ancora ed il nome del capitano e timoniere Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, esploratore, gentiluomo e coltivatore diretto, rimbomberà in ogni angolo dei sette mari e verrà impresso sopra ogni cesso delle cambuse.
L’impresa che mi appresto a compiere è seconda solo a quella di quel fiero genovese, il quale, contro tutto e contro tutti, dimostrò che in India si può arrivare anche passando da Occidente: basta solo scavalcare le Americhe, oltrepassare il Giappone, attraversare la Cina, scalare l’Himalaya e ci sei.
Scarsa fiducia ripongono gli inetti ed i miserabili nel mio titanico progetto. Ma essi sono destinati all’oblio dei tempi o al massimo a sposarsi uno scorfano possidente di un orto coltivato a rape. Invece io so, io so che le mappe del cartografo valdostano Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta dicono il vero e non possono mentire, benché le previsioni di quel montano genio godano di ben parca stima nell’ambiente incipriato dei parrucconi del cannocchiale, e solo perché quando egli disegnò la pianta del suo monolocale omise di riportare qualche stanza!
Ah, schioccante sarà lo schiaffo per gli increduli, dopo che per primo avrò posato il piede sulle terre sconosciute di un continente ignoto dove scarpa umana giammai lasciò impronta e puzzo.
Una volta arrivati in quei luoghi misteriosi sarà assai dura muoverci e orientarci, ma la Compagnia mi ha assicurato che troverò una guida sul posto.
Or ti saluto e ti bacio, consorte, e mi accingo agli ultimi preparativi prima della partenza.
Sei sempre nel mio cuore e talvolta nei miei testicoli.

Tuo,

Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn

P.S. Oggi è il primo aprile. Hai già ricevuto il pesce che ho fatto lasciare per te?

 



Siviglia, qualche giorno dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Quando torni, ricordati di passare a prendere un fustino di detersivo per il bucato in lavatrice. Per la lavatrice, mi raccomando, non fare come l’altra volta che mi hai portato quello per il lavaggio a mano.

P.S. Appena sei uscito di casa, ho preso puntualmente il pesce.

 

 

 

 

 

 

Mare aperto, qualche settimana dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

 

Tesoro mio,

la tua lettera aveva un che di anacronistico. D’altronde siamo sempre stati una coppia piuttosto metanarrativa.
Questi ultimi giorni sono stati munifici di traversie: prima siamo incappati in una colonia di sirene, ma per fortuna avevano la raucedine (beate influenze mitologiche primaverili); quindi la vedetta morigerata non ci ha avvertito di un pericolo a poppa poiché si vergognava a dire poppa e non ha trovato sinonimi non disdicevoli, così non siamo riusciti ad evitare la collisione con un banco di coralli. Fortunatamente avevo fatto fare il tagliando al vascello prima di lasciare Cadice e Guido il Meccanico aveva rattoppato la scocca rinforzandola con laureati in filosofia che hanno un contratto da assi a tempo determinato.
Tra poco entreremo in acque che si dicono infestate dai pirati. Se ci capiterà di scontrarci con loro, proporrò una constatazione amichevole.

In mezzo a nerboruti bifolchi avvezzi più alla sciabola che all’igiene intima, ti penso spesso, soprattutto a pecora.

 

 

 

 

 

 

Locale di spogliarello maschile, una notte qualsiasi del 1700, anno più, anno meno

 

 

Marito mio,

flagello della floridezza femminina, totano surgelato che annaspa negli oceani, griderei al mondo quanto mi manchi, se solo non avessi la bocca occupata.

 

 

 

 

 

 

Da qualche parte in qualche mare, presumibilmente qualche mese dopo il primo aprile del 1700,

anno più, anno meno

 

Mia trota salmonata,

non noti da parte mia un certo abuso dell’aggettivo indefinito “qualche”? La fatica del viaggio è sfibrante, ma il mio spirto indomito trova requie al sol pensiero di ciò che l’attende!
Le onde cullano la nave e sembrano sussurrarmi il tuo nome. Se porgo l’orecchio, mi par di udirle mormorare: “Amore, amore, amore”. Lo scrivano sostiene che il loro suono sia molto più simile a: “Cornuto, cornuto, cornuto”, ma proprio non riesco a spiegarmi questo scarto di ricezione uditiva, se non riconducendolo alla sua bassezza umana per nulla abituata al sublime.
Deh, come soffro, povera stella mia, sapendoti lontana leghe e leghe a penare per la lontananza del tuo prode sposo!

Ma presto sarò di ritorno, gioia mia, te lo prometto solennemente.

 

 

 

 

 

 

Gigolò Club di Granada, sempre 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio disorientato coniuge,

in effetti, da quando te ne sei andato, pene non manca. Mancano, pardon. Ma resisto. Eccome se resisto. La tua ultima lettera suonava quasi minacciosa, mio diletto. Non temere di star via troppo a lungo e prenditela pure comoda, valoroso finanziatore dei miei piaceri.

 

 

 

 

 

 

Pieno oceano, ho perso il conto, XVIII secolo (e non ve l’aspettavate)

 

Davanti a me, il mare. Dietro di me, il mare. Intorno a me, gli squali. Sopra di me, la ciurma.
Mentre davo prova di solerzia e gagliardia grattando via i fasolari dalle travi di prua con veementi fendenti di saponetta, un flutto beffardo mi ha catapultato nella bocca salina di Poseidone, il quale a quanto pare aveva messo a dieta i suoi fedeli pinnati predatori.
Oh, quale prova di affetto ed ammirazione stanno dando i miei uomini al loro capitano! Sicuri dell’abilità del loro condottiero, non osano scostar falange alcuna ad aiutarmi per non offendere il mio animo orgoglioso ed anzi si divertono e si sbellicano nel presagir la sorte che toccherà agli ingordi ittici dopo la gladiatoria tenzone. Persino la vedetta morigerata sembra aver abbandonato il suo solito fanciullesco pudore ed incita accaloratamente il proprio duce a guisa di preghiera fescennina, portando entrambe le mani sulla patta a mescolare gli attributi al mio indirizzo, probabilmente per accattivare in mio favore la potenza del sì caro dio Priapo.
Scamperò anche questa insidia? Darò prova di forza, questo è sicuro; certo è che la lotta mi verrebbe più agevole, se non avessi tutto questo peso nelle mutande.

Dettando in diretta questa testimonianza con la bocca piena d’acqua al mio fido scrivano, pure lui incendiato dall’evento, ti bacio, tentando di disincastrare lo stivale dagli incisivi del primo squalo.

 

 

 

 

 

 

Festa con trenino, naturalmente un po’ di tempo dopo, di nuovo 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio consorte in via d’estinzione,

spesso sono stata una compagna assente, lo ammetto; più di una volta, pur di non stare con te, avrei preferito la compagnia dei piranha ed assai frequentemente ti ho privato della mia presenza intrattenendomi con erculei filibustieri assoldati nelle regioni del Nilo. Ma non dubitare stavolta se ti dico che pagherei qualsiasi somma di dobloni pur di poter assistere alla scena. Lo giuro, credimi.

Augurando buon appetito alle dolci creature del mare, ti dico addio, bel pasto della mia vita.

 

 

 

 

 

 

Continente sconosciuto, calendario volato in acqua, 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio ripieno di ostrica,

mia ostrica ripiena, mi sono eroicamente salvato! Quelle popolane emissioni gassose che in me tanto biasimavi ed al suon sulfureo d’olezzante profondità delle quali solevo invece io trastullarmi nella tinozza producendo gorgoglianti bolle con viril soddisfazione, si sono alfin rivelate utili e le tue supposizioni secondo cui avrebbero fatto fuggire anche i pescecani si sono dimostrate esatte.
Saggia è stata la mia scelta di volere come cuoco il glorioso Ramòn Ramirez Carbòn, famigerato per la sua frittura di fagioli al cacao cucinati con i broccoli al peperoncino.
E non son già qui finite le mirabili novelle! Avevo ragione, amor mio! Le carte di Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta non difettavano di veridicità! Come un’armoniosa sinfonia ha risuonato alle mie orecchie il grido: “Terra, terra!” che la vedetta morigerata ha proferito a pieni polmoni stamattina. Unica nota stonata è stato il suo seguente urlo mentre precipitava dalla cima dell’albero maestro, ma la dissonanza non arricchisce forse uno spartito? Specialmente se prodotta dal lavoro d’orchestra di cera fresca, buccia di banana, gabbiano guercio che si schianta in faccia, marinaio poco accorto sofferente di vertigini.
Abbiamo perciò attraccato e ci siamo inoltrati in un territorio che si dice abitato da indigeni antropofagi. Però non abbiamo paura: non conosciamo il significato delle parole “indigeno” ed “antropofago”.
La regione appare oltremodo frastagliata e montuosa, densa di picchi rocciosi tra cui sprofondano abissi petrosi di cui non si vede la fine. Farci strada ci costa sicché sudore della fronte e diarrea degli intestini.
E’ un luogo così scosceso ed impervio che non c’è arrivata neanche la peste. Durante la scalata, i bacilli si sono detti: “Ah rega’, ma chi ce lo fa fa’?” e sono tornati indietro.
Mi sento insicuro come un chierichetto alla Conferenza Episcopale. Ma non mi arrenderò e conquisterò queste lande, soprattutto dopo aver fallito la presa della Kamchatka.

Sarai fiera di me!

P.S. Mi chiedevo: ma come fanno ad arrivarci le rispettive lettere, visto che prima ero in alto mare ed ora sono disperso in un continente sconosciuto?

 

 

 

 

 

 

Casa listata a lutto, non è così importante quando, basti sapere che si tratta del 1700, anno più,

anno meno

 

 

Sei dunque sopravvissuto agli squali. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire.

 

 

 

 

 

 

Boh, ‘700, stavolta con l’apostrofo

 

 

Mio bene,

è finita. Siamo stati catturati da una tribù spietata, i cui costumi barbari e cruenti hanno scosso la mia anima imperturbabile: vivono in capanne vicine l’una all’altra sulla sponda di un’insenatura ed i più baldi tra gli abitanti, preposti ad animare la comunità, coinvolgono tutti gli altri in danze di gruppo con macabro sorriso fisso in faccia e si accoppiano freneticamente con le più avvenenti tra le mogli altrui quando i mariti se ne vanno a gareggiar tra loro.
Lo scrivano mi dice che non tutto è perduto, che c’è ancora possibilità di salvezza dalla prigionia, ma gli faccio notare che gli sto dettando la lettera da dentro un pentolone mentre lui scrive adagiato in un’ampia casseruola.
Se è questa dunque la fine che spetta all’intrepido Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, il pianeta intero sappia che me ne andrò con sommo onore ed a tal regal proposito incido sulla carta un giuramento: non renderò la vita facile al prezzemolo.
Così sia scritto, così sia cotto.
Addio, Deborah Samantha Jessica Moana. Percepisco da qui i tuoi influssi che mi accompagnano verso l’estremo soffritto e mi sembra di sentire la tua mano sulla testa, anche se non mi spiego questa sensazione di pressione verso il basso.

So che saprai cavartela da sola, ma se un giorno avvertirai il morso della solitudine con insopportabile intensità, va’ in cucina e guarda un piatto di minestra: io sarò lì con te.

 

 

 

 

 

 

Rito dionisiaco, un bel giorno del 1700, anno più, anno meno

 

 

Oh capitone,

mio capitone, sono senza parole: hai saputo rendermi felice.
D’altro canto, come si dice: oggi a te, domani a me. Ma ciò che conta è che oggi a te.
E mentre il vino scorre a fiumi, secondo solo alla quantità di verghe, penso a te che ti accingi a bollire tra esotiche spezie in un trionfo di sapori celestiali e la mia mente si fa più leggera, seguendo il corpo sollevato da muscolosi cavalieri ben forniti.
Io credo in te: so che saprai diventare una zuppa che non teme rivali.

Con il viso bagnato e non di lacrime, intono un requiem di fragorosi rutti.

 

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“Diario simulato” 14 - Bar Poets Society

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 11 Dicembre 2007

Ci sono momenti nella vita di un uomo che restano indelebilmente impressi nella carne: una cinghiata sui reni, una chiodata del dodici, uno sganassone dato da un energumeno con le emorroidi; periodi impossibili da dimenticare – come quella volta che rimasi chiuso per sette giorni in una cella frigorifera con cinque ottuagenarie ninfomani.
E nella mia memoria resterà per sempre vivo il ricordo degli anni nella Bar Poets Society, almeno fino a quando l’Alzheimer non mi avrà dato il colpo di grazia.
Erano quelli tempi di grandi fermenti culturali. O comunque tali mi apparivano da dentro all’autofficina.
L’Esistenzialismo era al tramonto, il Gruppo ‘63 aveva perso la sua spinta propulsiva, a mio nonno non tirava più da un pezzo.
Si respirava aria di catastrofe, specie quando il Loffio ne sganciava una delle sue.
A noi giovani di bombabili speranze risultava chiara la necessità di una rifondazione del pensiero speculativo, di una radicale rivoluzione artistico-filosofica. Tanto non si batteva un chiodo.
E’ dunque in questa temperie culturale che si colloca la nascita della Bar Poets Society.
Noi esponenti del nucleo originario cominciammo a frequentarci al Café de François, meglio noto come Baretto de Cecco. Ci riunivamo ogni giorno per discutere di filologia, metafisica, retorica, stilistica, fregna. L’altare del nostro cenacolo era il tavolo grande intarsiato vicino al finestrone, attraverso cui il nostro sguardo poteva indugiare sulla frenesia del mondo moderno che brulicava all’esterno e sui culi delle passanti.
Nei primi tempi il nostro mentore fu niente poco di meno che il sommo poeta uzbeko Tepiass Encorpo, spentosi qualche mese fa. Inizialmente lo si vedeva di rado tra i tavoli del Café, ma cominciò a venire quotidianamente dopo che fu assunto.
Benché presto si andarono formando due distinte ed inconciliabili correnti di pensiero in seguito ad una frattura insanabile apertasi tra una parte di noi e lui ed i suoi più stretti seguaci sulla questione se nell’amatriciana ci stia meglio la pancetta od il guanciale, io – come tutti gli altri – devo moltissimo ai suoi insegnamenti. E’ dalle sue massime che ho appreso l’alto valore dell’ottimismo (“Tutto passa, anche il 37 barrato”), imparando al contempo a covare un costruttivo e salvifico dubbio metodico (“Non dobbiamo temere la morte. Io comunque mi gratto le palle”).
E’ sulla scorta dell’attenzione che Encorpo prestava alle vite dei grandi della letteratura, spiandoli con il binocolo, che Guarrasio Flanagan Callaghan Giuseppetti – uno dei fondatori della Bar Poets Society - redasse il discusso testo biografico che andava ad indagare sull’intimità di Gabriele D’Annunzio, con un interesse profondo ed accurato per i momenti massimamente privati e sulla fisiologia del poeta come specchio della sua burrascosa esistenza. Titolo dell’opera: “Il Vate sul Water”.
Alla classicità ed all’epos omerico erano invece rivolti gli studi di Edoardo De Burris De Falcettis De Is, le cui ricerche erano volte a dimostrare come l’Odissea non sia in fondo che un puttan-tour ad ostacoli.
Carlo De Bellis, il sociologo ed antropologo del movimento, fu tanto brillante quanto sfortunato. Rampollo di un’antica famiglia nobile decaduta, si sentì sempre in uno stato di minorità rispetto ad Edoardo, essendo rimasto con un solo De in seguito alla perdita delle fortune avite. Riuscì con fatica a comprarsi un appartamento al piano terra in centro, ma, quando gli si fulminò una lampadina, gli saccheggiarono la casa. Dopo questo evento prese ad occuparsi dei fenomeni di isteria collettiva letti attraverso la legge delle reazioni a catena ed il suo lavoro culminò nel testo: “Se una farfalla batte le sue ali in Asia, a mio nonno si ingolfa il trattore a Piacenza ed i rumeni gli svuotano la cascina”.
Maturando via via una crescente misantropia, lasciò in eredità il testo fondamentale del pensiero contemporaneo: “Come utilizzare la blasfemia per scoraggiare i tuoi vicini dall’invitarti a giocare a scala quaranta”, prima di morire di colera giovane. Giovane lui: il colera era piuttosto maturo.
Ma il nome più illustre della Bar Poets Society resta senz’altro Cencio Sguappa, nonostante il nome.
Per lui non servono presentazioni, tanto nessuno lo conosce ed a nessuno frega niente.
Cencio si rivelò fin da subito lo scrittore più talentuoso tra noi, il più ispirato, il più colto. Ed aveva pure il pollice verde.
Vero artista della parola, scolpì versi memorabili quali: “La tua bocca è come il Mar Tirreno: maleodorante e piena di alghe”, contenuto nella sua opera prima “Utero a metano”.
Il suo fu un esordio folgorante, a cui seguì la pubblicazione della raccolta “Poesie erotiche ad una ragazza non consenziente”, che andrà a costituire la famosa “Trilogia del Cefalo in Amore” insieme ai successivi “Se non puzzo, perché mi trombi in apnea?” e “Va bene che ti sei innamorata del mio cervello, ma devi per forza trascurare così il mio cazzo?”.
Il suo libro più struggente rimane però il romanzo autobiografico che narra gli affanni della sua vecchiaia, “Le Cronache dell’Ernia”.
E’ stato bello vivere in prima persona quella gloriosa stagione. Grazie alla Bar Poest Society ho avuto la possibilità di conoscere alcuni tra i personaggi più importanti del Novecento: Gabriel Garcia Marquez, Claude Lévi-Strauss, Ingeborg Bachmann, Nicola Berti.
E ricordo bene il mio incontro con Borges. Si accomodò e mi disse: “All’aeroporto, per favore”.
Non mi fece tenere il resto: un po’ la storia della mia vita.

 

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“Diario simulato” 13 - Se fossi una rockstar

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 10 Dicembre 2007

La rivista Agricoltura Mancata mi chiede di ripercorrere le tappe che mi hanno portato al successo nel campo della musica e degli infissi in alluminio. Lo faccio volentieri per due motivi: primo, perché è una bella occasione per immergermi in piacevoli ricordi; secondo, perché mi preme smentire le malelingue secondo cui arrotonderei spalando merda di vacche in allevamenti clandestini. Questa è una grande falsità: sono pecore.
Ma cominciamo dall’inizio, altrimenti devo pagare i diritti a Quentin Tarantino.
La mia passione per il canto risale all’infanzia: bambino prodigio, come Mozart compose la sua prima sonata a quattro anni, così io intonai a cinque il mio primo Nel blu dipinto di blu sotto la doccia. E non si era mai visto fino ad allora un bambino di cinque anni fare la doccia senza tappetino anti-scivolo. Mia madre rimase sbigottita nell’udire i miei acuti portentosi e notando come fossi riuscito a conservare l’equilibrio nonostante avessi cagato nella doccia.
Crescendo cominciai ad interessarmi alla musica d’autore, poiché quella autogenerantesi non mi aveva mai fatto impazzire.
Poi un giorno scoprii il rock. Devo tutto al mio barbiere. Già, fu lui a spalancarmi quest’orizzonte nuovo ed inebriante, allorché mi illuminò dicendomi: “’Sti rockettari s’ingroppano le mejo fiche”. Decisi che quella sarebbe stata la mia strada, anche perché sulla Salaria ormai me le ero fatte tutte e ci avevo speso tutti i miei risparmi.
Mi prodigai dunque subito a formare il mio gruppo. Misi annunci in tutti i cessi degli autogrill della zona ed il primo componente che trovai fu il batterista. Nando Sparagnozzi, qualche precedente penale per boccata sciacquadenti, era l’ideale per il sound duro che avevo in mente di realizzare con la mia band. Era un tipo così violento che al posto della vaselina usava la segatura. Picchiava le percussioni come se fossero state degli sfigati in discoteca. Prima di ogni pezzo fissava il rullante e gli diceva: “Che c’hai qualche problema?”.
Fu la volta quindi del bassista, Ciro Cirò. Quando venne a fare il provino, sembrò piuttosto stralunato nel momento in cui si vide mettere in mano il basso. Si guardò intorno smarrito, non sapeva proprio cosa fare con lo strumento. La cosa mi spiazzò non poco, ma poi compresi: era un tassista che aveva letto male l’annuncio. L’intesa tra noi però apparve subito così buona che non potei non prenderlo a bordo. E poi un autista esperto e navigato mi sarebbe tornato utile in tournée.
Ma l’incontro che mi cambiò la vita fu quello con lui, l’uomo che si sarebbe presto rivelato il mio complemento creativo perfetto, il mio lato oscuro, il cerchione della mia vita pneumatica: Bruce Jenkins, detto Gigetto, o viceversa.
Gigetto era un ragazzo povero. Molto povero. Poverissimo. Proveniva da una famiglia così povera da non potersi permettere la formula eufemistica “non abbiente”. Faticava ad arrivare alla fine del mese, un po’ per le malattie dovute alla malnutrizione, un po’ a causa dei sicari che gli stavano alle calcagna a titolo di allenamento, un po’ perché, non avendo potuto studiare a causa della sua indigenza, non sapeva contare neanche fino a ventotto. Eppure era un chitarrista molto dotato, talentuoso ed originale. Però ai suoi assoli mancava sempre qualcosa: la chitarra.
Fece qualche sacrificio (umano. E per sfizio) ed infine riuscì a comprarsi una Fender di trecentonovemilasettecentosessantaquattresima mano - appartenuta al lustrascarpe del bisnipote della sguattera dello spazzacamino di un ragioniere vissuto al tempo di Enrico VIII - vendendo il suo corpo. La presenza della chitarra si rivelò piuttosto inutile in assenza di un corpo con il quale suonarla, ma dopo aver recuperato il corpo di Bruce (facemmo un affare con il compratore: noi ci prendevamo il corpo ed a lui restava l’anima. Lo fregammo ben benino, quel tale Mefistofele o come diavolo si chiamava), tutto si risolse per il meglio.
Il gruppo era dunque completo. Non mancava che il nome. Avevamo bisogno di un nome breve ma potente, di forte impatto ma nel quale molta gente avesse potuto riconoscersi, semplice ma che rappresentasse qualcosa di grande, una meta ideale, un luogo dello spirito eppure familiare, commerciale ma di rottura, accattivante e noto al tempo stesso. Optammo allora per F.I.G.A.
Come ogni gruppo rock agli esordi che si rispetti, muovemmo i nostri primi passi provando in una cantina e, tra un’intossicazione di metanolo e qualche screzio con gli imbottigliatori, iniziammo a farci conoscere in giro. Fu il responsabile della vendemmia a proporci il primo tour della nostra carriera. Si adoperò con tutto se stesso pur di vederci fuori dal posto adibito alle barrique.
Partecipammo così ai maggiori eventi rock della frazione, presenziando inoltre alla Sagra della Patata Scondita di Corchiano nonché alla gara di minimoto sponsorizzata dal Bar Pelandroni.
Fu allora che ci venne offerto il primo vero contratto, ma rifiutammo: quel posto da netturbini a tempo determinato non faceva per noi. Ma la seconda occasione per sfondare non tardò a venire: uscimmo di strada con il nostro furgone e buttammo giù l’ingresso dell’abitazione di quello che scoprimmo essere il vicino di casa di un produttore a cui il confinante stava parecchio sul cazzo, il quale (il produttore, non il cazzo) volle ricompensarci lanciando il nostro primo disco. Prima contro il vicino, così, tanto per infierire, poi nel mondo della musica.
Il nostro primo singolo, Baby, quanto vuoi?, risultò subito il più venduto nelle campagne della periferia di Isernia ed il più trasmesso da Radio Mario Rossi tra le 4.05 e le 4.09.
Ottenemmo subito recensioni lusinghiere: “Ricordatevi le loro facce, perché le ritroverete dietro al bancone di un autogrill” (Lavoro facile); “La musica ed i testi dei F.I.G.A. ci danno una grande lezione di vita, rammentandoci che non tutto è meglio di un calcio nelle palle” (Pentagramma piatto).
Dell’album che seguì, ispirato a Jack Kerouac, On the road by an Apecross, ormai pietra miliare dei recinti di sassi per pascoli appenninici, la stampa specializzata parlò in lungo e in largo (ma mai di traverso. Mi interrogo tuttora sul perché): “Il miglior album degli ultimi cinque giorni” (L’ottimista sordo); “Un disco che permette di rivalutare il martello pneumatico degli operai che ti lavorano sotto casa” (Essere una rockstar senza farlo pesare agli altri).
La mia voce fece subito il giro del mondo, passando per i sentieri montani.
La rivista Forbes mi definì “uno degli uomini più sexy di Via Sgarruppi 34”; Beccacce che passione invece “un nuovo efficacissimo richiamo per le anatre”.
Dopo il duetto con la lapide di Pavarotti, ricordo con particolare commozione la mia collaborazione con Bob Dylan: lui suonava la chitarra, io gli verniciavo lo steccato.
Ben presto ebbi la conferma che il mio barbiere parlava con cognizione di causa: la fama ci procurò ragazze a non finire e la fame fece il resto.
Con le ragazze ero sempre stato un po’ impacciato. Ricordo ancora quando, dopo una festa, una ragazza che mi piaceva molto si offrì di darmi un passaggio; salii sulla sua macchina, lei mise un cd nell’autoradio e partì una canzone che adoravo. Così le dissi: “Ehi, abbiamo una cosa in comune: anch’io ho un’autoradio”.
Ma una volta famoso non era più necessario ingegnare sottili strategie di seduzione: erano le donne a volere che saltassi loro addosso, al fine di montare un processo per stupro e spillarmi qualche soldo.
Poi c’erano le immancabili groupie. A noi spettavano quelle che avanzavano ai Righeira. Con una di loro vissi la più importante ed intensa storia d’amore della mia vita. Era una ragazza dark, di quelle donne forti, decise, ma estremamente problematiche. Fare sesso con lei era come scopare con Giovanna D’Arco. Dopo il rogo. Scoprii che la nuova frontiera della autolesioni erano le bruciature, che ormai avevano surclassato i sorpassatissimi tagli.
Il resto è storia nota: l’alcool, la droga, gli eccessi, la perdizione. Questo almeno per quanto riguarda i Led Zeppelin. Per noi la calce, la molazza, la cazzuola.
Voglio chiudere lanciando un appello ai giovani che coltivano il sogno di vivere di musica: se trovate una sciarpa di lana bianca con i bordi neri, è la mia.

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“Diario simulato” 12 - Dongel Mini: una vita al minimo

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 9 Settembre 2007

Avara di gioie, munifica di dolori fu la vita del povero Dongel Mini. Quando gli chiedevano: “Ué, Dongel, com’è che è stata la tua vita?” rispondeva: “Avara di gioie, munifica di dolori. I testi me li scrive Claudio Gianvincenzi”.
La sua esistenza si rivelò da subito tutta in salita. Neonato, fu trovato in un cassonetto da un attivista ecologista e venne subito spostato nella raccolta differenziata di materiale organico.
Nella discarica venne accudito da una colonia di ratti, fino a quando fu portato da alcuni netturbini in un brefotrofio cattolico. Rimpianse sempre quel periodo trascorso nelle fogne con i topi.
Passò dunque i primi anni della propria vita tra gli orfanelli come lui che lo sfottevano per il fatto di essere più orfano di loro, allevato da una balia che lo crebbe e lo educò in una maniera…in un modo…come dire…beh, avete presenti le mani amorevoli di una madre premurosa che coccolano il frugoletto? Bene, ora pensate a Mengele.
Poi arrivò nella mia famiglia. Ricordo ancora quella fredda notte in cui bussò alla mia porta con ancora quel pitbull attaccato ai coglioni. I miei genitori lo accolsero da subito come un secondo figlio. Mia madre mi picchiava, mio padre abusava di me. Furono molto contenti di prenderlo in casa. Io, poi, tirai un sospiro di sollievo. Poi però scoprii che mio padre amava i ménage a trois, ma questa è un’altra storia.
A scuola soffrì molto. Mentre i suoi compagni collezionavano amori e fidanzamenti, tutti i suoi foglietti con su scritto: “Ti vuoi mettere con me? SI NO FORSE. Barrare la casella desiderata” destinati alle ragazze che avevano catturato il suo interesse, tornavano indietro con la risposta: “Sì, ma fanno tre merendine ed otto figurine. E senza bocca”.
Amava il basket, ma la natura non aveva voluto gratificarlo con una statura adeguata: il suo sogno nel cassetto era coprire la visuale ad uno più basso di lui.
La sua popolarità peraltro non era aiutata dalle sue discutibili scelte in materia di giocattoli: fu l’unico ad acquistare la versione afroamericana di Ken, prima che questi venisse incriminato per un reato commesso in realtà dal caucasico W.A.S.P. Big Jim e ritirato dal mercato.
La sua reputazione era inoltre ulteriormente incrinata dagli attacchi di labirintite che lo coglievano mentre giocava a nascondino.
Arrancando tra sconfitte e malattie generiche, arrivò comunque al diploma e giunse il fatidico momento in cui dovette affacciarsi al duro mondo del lavoro.
Fece domanda per entrare a far parte del libro Cuore di Edmondo De Amicis, ma venne scartato perché demoralizzava gli altri personaggi.
Scoprì quindi di avere un talento innato per il commercio: riuscì a vendere forni nel deserto e frigoriferi agli eschimesi, ma gli fregarono l’incasso.
Scoraggiato ed amareggiato, subì una profonda influenza del film Forrest Gump e decise di emularne il protagonista: una mattina uscì di casa e prese a correre, correre, correre. Inseguito dal pitbull che non si era dimenticato di lui.
“Vedi, Claudio” mi disse un giorno “A me la vita piace. Perché io non piaccio a lei?” “Beh, comincia intanto con lo sbarazzarti di quel pitbull, innanzitutto”, risposi.
Era un caro ragazzo, Dongel. Al mercato degli schiavi non costava affatto poco.
Oh, come mi manca, ora che non c’è più. Chissà dove sarà finito. E’ scomparso ormai da mesi. Se n’è uscito di casa un giorno pronunciando una frase enigmatica: “Ciao, sto andando ad impiccarmi con le vene tagliate dentro ad un garage in cui ho lasciato la macchina accesa ed intendo spararmi alla tempia destra non appena l’acqua avrà riempito il locale. Potrai trovare il mio cadavere in Via Alibrando Ildebrandi 79, la strada che incrocia con Viale Ildebrando Alibrandi, proprio accanto all’alimentari di Sergio il Vicinoalgarageincuisisuicidadongelmini. Ma non il portone grande in ferro battuto: la porticina di legno di lato, quella bassa e verde scuro. La puoi riconoscere anche dal cartello che ho già provveduto ad affiggerci: ‘Qui dentro potete trovare il cadavere di Dongel Mini’. Mi raccomando: sono stato ignorato tutta la vita, abbiate cura di me almeno da morto. Desidero una degna sepoltura ed una bella cerimonia funebre. Non voglio decompormi dimenticato da tutti in uno squallido garage insonorizzato. No, non piangete per me. Tanto col cazzo che lo farete”.
Da allora non ho più avuto sue notizie. Ma ora devo andare: Sergio dell’alimentari mi ha chiesto di portargli un buon deodorante ambientale, poiché da un po’ di tempo nel suo negozio arriva una strana puzza. Va’ a capire cosa sarà…Mah, ’sti cazzi.

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“Diario simulato” 11 - Se fossi una ragazza emo

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 9 Settembre 2007

Tempo fa conobbi un ragazzo. Stavo tornando dal mio solito giretto in auto alla disperata ricerca di sassi dal cavalcavia quando lo vidi in lontananza, tra la nebbia che io mi sforzavo di immaginare, poiché c’erano trentasei gradi all’ombra. Se ne stava lì, a piangere davanti ad una locandina dell’ultimo film di Leonardo Pieraccioni e compresi al volo che tutto quello che cercava era un’ustione solare. Me ne innamorai subito.
Mi accostai con la macchina, tamponandogli il femore, sicura di incontrare il suo favore. Lui gradì, mi guardò negli occhi e mi ci mise due dita dentro. La scintilla era scoccata. Quella della centralina, che facendo esplodere il serbatoio dell’automobile ci arrecò danni permanenti alla colonna vertebrale. La sera stessa andammo a festeggiare fingendoci omosessuali in una sezione di Forza Nuova.
Le giornate con lui trascorrevano avvolte in un’atmosfera magica. Avevo riscoperto il gusto di piantare chiodi martellandomi il dito, la gioia di mandare di traverso le noccioline, nonché la mia vecchia passione per il phon in bilico sulla vasca da bagno.
Facevamo sempre lunghe passeggiate sull’autostrada. Ci piaceva correre intorno al cratere dell’Etna, sventolare fogli da cento euro nei Quartieri Spagnoli, farci arrestare nei pressi di Bolzaneto.
Viaggiammo molto. Visitammo parecchi paesi a rischio tsunami e ricordo con particolare commozione quel favoloso fine settimana a Falluja.
Nel tempo libero, soffrivamo. Era stupendo: ogni giorno un nuovo infortunio, ogni sera un nuovo prurito dovuto a sempre più spassose infezioni; vivevamo in una costante sorpresa: non sapevamo mai quale spalla ci si sarebbe lussata, da quale orecchio avremmo perso l’udito, quale pitbull senza guinzaglio avremmo stuzzicato.
Io lo adoravo. Lo adoravo come si può adorare un ciccione che ti pesta il piede in autobus, come un ferro da stiro lanciato energicamente sulla tua fronte, come una zip che ti tira i peli pubici. Adoravo quella sua bocca con la quale si insultava e si diceva i morti; adoravo quei suoi alluci sempre così vicini agli spigoli del divano; adoravo quel suo principio di rachitismo che lo costringeva ad accartocciarsi ad ogni starnuto.
Neppure la febbre in sua compagnia era più la stessa cosa. Ogni lineetta si ammantava di un’aura luminosa ed il raffreddore veniva accolto dalle mie mucose con rinnovato entusiasmo.
Ed il sesso, poi…Divino. Impazzivo quando ci prendevamo le dita nella portiera; l’eccitazione saliva alle stelle non appena lo vedevo alle prese con quel frullino; la mia libidine assumeva le dimensioni ed il peso di Pavarotti da morto ogni volta che ci davamo calde dentate.
Ma un giorno tutto, improvvisamente, finì. Stavamo troppo bene insieme. Era ora di darci un taglio. Ci segammo l’ultimo pollice, poi ci dicemmo addio. Non coronammo mai il nostro sogno di tumore. Le mie ghiandole ne patirono, tornate com’erano ad un’oscena regolarità. E pensare che fino a poco prima mi bastava un frutto un po’ più maturo per avere in dono dal destino una struggente scarica di diarrea!
Gli altri non possono capire. Gli altri hanno il loro triste materasso senza acari, il loro miserabile impianto a metano senza perdite, la loro squallida assistenza sanitaria gratuita.
Noi…noi eravamo diversi. Noi siamo diversi. Avevamo i nostri sgambetti sui letti da fachiro, le nostre sciatiche, i nostri aerosol all’alito di barbone di Termini.
Ripenso alle sue mani tremanti per via di quell’adorabile parkinson indotto, alla sua aorta occlusa, al suo rene mal funzionante. Quando prendo la scossa con le lucette dell’albero di Natale mi sembra di sentire ancora la sua voce che implora quel luogotenente di Augusto Pinochet di non smettere mai.
Ho saputo che ora si è fatto assumere come esca da safari. Ha conosciuto alcune parti di cadavere di una collega sbranata da un leone ed ora sono fidanzati. Hanno avuto due aborti, sono molto felici.
La mia vita, invece, nonostante io remi contro, continua ad andare avanti.
Lui mi manca. Faccio di tutto per distrarmi: sono diventata un arbitro di calcio, ma quei cori di vaffanculo allo stadio non mi bastano; neppure ricevere sòle da cartomanti su Rete Oro mi appaga più.
Ora, mi lascio cullare dai rutti di questi camionisti mentre mi stuprano in gruppo all’Autogrill.
Quanto all’amore, aspetto che il mio Romeo si arrampichi da un momento all’altro sul mio balcone, ma abito al piano terra.

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“Diario simulato” 10 - Se fossi un Pincipe Azzurro

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 7 Agosto 2007

Mica è facile la vita del Principe Azzurro. Innanzitutto gli orari sono impossibili; la divisa è ridicola e lederebbe anche l’autostima di Romualdo di Fantaghirò; poi la paga è una merda e quando ti tocca andare in qualche foresta sperduta nemmeno ti rimborsano le spese di viaggio. Ma quello che nessuno sa è che per ogni Bella Addormentata ti capitano almeno dieci cozze (ed anche baciare una bonazza morta da qualche giorno non è il massimo: avete idea di come sia l’alito?). E non si batte chiodo. Sissignore: tu devi fare la parte dell’Uomo Ideale, mica di quello che le tromba. Sei pagato per fare il romantico: cavallo bianco, serenata, cena a lume di candele e bla bla bla, ma poi il lavoro se lo gode Arduino il manovale.
Il sindacato se ne sbatte le palle e per il rinnovo del contratto è un casino. Nessuno ti tutela. Una volta ad esempio dovevo salvare Biancaneve. La Strega Cattiva aveva mandato un cacciatore per ammazzarla (sapete, ’ste solite faide fiabesche) e voleva che le fosse portato il suo cuore come prova del regolamento di conti avvenuto. Al che io ho escogitato un piano. Vabbè, sapete com’è andata: mi sono messo d’accordo con il sicario (che peraltro mi ha spillato qualche migliaia di euri per tenere l’acqua in bocca, e naturalmente col cavolo che l’azienda sborsa una lira) per mandarle un altro cuore al posto di quello della cacacazzi (eh, lasciatemelo dire! Con tutto quello che m’è costata!); ho quindi pensato di prendere quello di un animale del bosco senza stare troppo a cercare qualche bottega di macellaio nei paraggi (tanto si sa che nelle favole non si trovano mai, ed era pure domenica), così ho visto un cerbiatto non troppo lontano e l’ho ammazzato. Era Bambi. Alla Disney si sono incazzati ed ora pretendono un risarcimento. Ho ancora la causa in corso e mi faranno il culo, già lo so: l’azienda non mi copre (non vuole intaccare il suo prestigio nell’ambiente inimicandosi la major del settore) e l’avvocato che mi ha consigliato la Piccola Fiammiferaia è una pippa. ‘Sta bastarda morta di fame.
Già: gira tanta, troppa disinformazione su noi Principi Azzurri.
Con Cenerentola, ad esempio, non è andata come raccontano. L’azienda diffonde ai media sempre notizie falsate per motivi di immagine, ma in realtà è stato un inferno. C’era questa ragazza vessata da matrigna e sorellastre che doveva andare a ’sto benedetto ballo per rifarsi e prendersi una soddisfazione e di turno c’ero io. Entra in sala e la noto subito. Gran pezzo di fica. Le offro da bere e se la tira di brutto. Quando finalmente riesco ad abbordarla ed iniziamo a ballare, a mezzanotte se ne va e mi lascia come un coglione in mezzo alla pista. Dico io, a mezzanotte! Manco a tredici anni. Mentre corre via, perde la scarpetta. Non si ferma mica: pur di ignorarmi, scappa con una scarpa sì ed una no. La raccolgo e l’indomani comincio le ricerche. Quando ti assegnano una che non è niente male, ti ci metti d’impegno. Insomma inizio a girare ogni città, paese, villaggio, frazione, da nord a sud, da est a ovest, finché, dopo giorni e giorni, finalmente la ritrovo. E’ lì, bellissima, in quella casa umile che nella luce del suo sguardo sembra quasi una reggia. Mi avvicino tremante, mi chino di fronte a lei, le faccio indossare la scarpetta pervaso da un’emozione che quasi mi porta alle lacrime e lei non me la dà uguale. Fanculo.
Tempo dopo ho saputo che se l’è fatta pure Pollicino. Ed ora non vi mettete pure voi a dire: “Sì, però guarda che Pollicino sotto sotto…”. L’ho sentita troppe volte ’sta storia. ‘Ste cazzo di leggende. La regola della L è una puttanata, ecco!
Cenerentola stronza…Ma sto preparando la mia vendetta: sto convincendo Barbablù a provarci. Ogni sera al baretto gli ripeto: “Guarda che quella la dà via, fidati. E’ ‘na bombata sicura, vai liscio. Me l’ha detto pure il Gatto con gli stivali che gliel’ha detto il Lupo di Cappucetto Rosso che quella lì è un bel boccone. E si sa che lui di donne ne capisce. Lascia perdere che ogni tanto si fa pure le vecchie…che c’entra…”.
Che fatica la vita. Dovevo ascoltare i consigli di mio padre che mi voleva tastierista nei Bee Hive. Mia madre invece sognava per me un futuro da agente immobiliare per i Tre Porcellini: “Vedrai che il lavoro non ti mancherà mai. Almeno ti metti via un po’ di soldini e ti fai una famiglia come si deve. Raperonzolo mi chiede sempre di te…”. Ma io niente. E Raperonzolo crescendo s’è fatta pure una passera che manco la Principessa sul Pisello. E pensare che era talmente un cesso da ridare morale al Brutto Anatroccolo. Che sfiga.
Però guardate, ho deciso: se non ingrano quest’anno, mi butto su Uomini&Donne. Alla fine ho un curriculum di tutto rispetto ed è sempre meglio che andare a fare l’operaio con i Sette Nani.

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“Diario simulato” 9 - La mia famiglia

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 7 Luglio 2007

La mia famiglia somiglia a quella di “Cent’anni di solitudine”, ma narrato da Edmondo De Amicis.
E’ sempre stata molto forte l’influenza del pensiero pragmatista ed utilitarista sulla nostra stirpe. Le prime parole dei miei genitori che io ricordi sono state: “Ma perché non lo mettiamo in orfanotrofio!?” “Scherzi?! Hai idea di quanto ci potrebbe fruttare nel mercato degli organi?!”. Sono cresciuto con l’impressione che mi sia mancato qualcosa tra le mura avite: un rene, la milza, un polmone.
Viviamo in una confortevole casa occupata. Dai topi. Prima c’erano le blatte, ma gli affitti oggigiorno sono troppo cari per gli insetti senza contratto a tempo indeterminato.
Mio padre è sempre assente, per via dell’autismo, quindi ci pensa mia madre a tirare avanti la baracca, sebbene non passi giorno che io non mi chieda se sia veramente necessario trascinare un appartamento con una corda e a forza di braccia.
Mia sorella prima batteva, ma ha cambiato mestiere per evitarmi di scrivere il più abusato dei luoghi comuni di bassa comicità da situazione sociale disastrata. Ora lavora alle pompe funebri. No, non è mai riuscita a strapparmi dal mio destino fatto di trite e ritrite battute da baretto.
Con noi vivono anche altre persone, che nutrono il focolare domestico con resti umani di scarto.
C’è mio zio, uno di quei tipi per i quali non vedi l’ora di commettere omissione di soccorso. Però mi vuole bene – o per lo meno questo è ciò che mi dice fin da quando sono piccolo ogni volta dopo aver fatto sesso.
Mio cugino è un artista nettamente in anticipo sui tempi. E’ per questo che non è mai riuscito a soddisfare una donna.
Suo fratello spaccia la droga. Degli altri. E’ misteriosamente scomparso.
La zia invece era assai più pigra di loro, tutti attivissimi nei loro interessi (ricapitolando: pedofilia, pittura, narcotraffico parassitario): si è suicidata perché non aveva voglia di preparare la colazione.
Poi c’è il nonno, una di quelle persone per cui stenti a credere che abbiano il pollice opponibile. Da piccolo mi prendeva sulle ginocchia e mi raccontava della guerra, solo che era muto e così per anni ho creduto che il secondo conflitto mondiale consistesse in gemiti gutturali. Fortuna che conserviamo ancora le sue lettere dal fronte: tutte quelle struggenti X…
Dicono che io gli somigli. Si sa, la genetica non mente. A me ha sempre detto la verità sghignazzandoci sopra.
Il nostro è un vero nido d’amore. Quando Giovanni Pascoli è stato nostro ospite per qualche giorno, abbiamo dovuto cacciarlo con la forza.
Si respira sempre un’aria festosa, di vitalità e creatività. Ogni giorno è una sorpresa: non sai mai quale componente della famiglia sarà sacrificato al santo quotidiano ed in quale modo.
Sì, i miei parenti sono molto religiosi. Quanto ferventi? Beh, non saprei come misurare il livello di fede, ma Madre Teresa di Calcutta dopo aver conversato con la mia povera nonna si sentì una puttana. Eh, la buonanima della nonna… Santa donna, devota a dio come un coatto a Vasco. Cadde in depressione poiché durante una funzione a S.Giovanni Rotondo il suo sguardo era scivolato sul pacco di Padre Pio e non si riprese mai più. Ci ha lasciato tanti preziosi insegnamenti. E manco una lira. Possa bruciare in eterno tra le fiamme dell’inferno.
Mentre scrivo queste parole commosse ed entusiaste, sento provenire dall’altra stanza l’amorevole voce di mia madre che gode con il postino e l’idraulico contemporaneamente; nel mentre, mio padre fissa il vuoto e sbava, mio zio tenta di cancellarsi la M scritta con il gesso sulla spalla destra della propria giacca, mio cugino accoglie teneramente le lamentele della sua bambola gonfiabile, l’altro è sempre scomparso, mia zia e mia nonna sempre morte, mio nonno sempre rincoglionito.
Oh che dolce cosa sentirsi parte di qualcosa! L’avranno pensato anche i deportati ad Auschwitz.
Cosa c’è di peggio della solitudine? Cos’è più triste di non avere una famiglia che ti vuole bene? Ok, ok, posso convenire che magari avere Pacciani per padre ed Anna Maria Franzoni come madre può far rivalutare l’essere orfano, ma in fondo non cerchiamo tutti delle persone care che ci stiano alle spalle? Alessandro Cecchi Paone senza dubbio. Ma anch’io, cosa sarei adesso senza l’affetto dei miei parenti? Cosa ne sarebbe stato di me? Non sarei diventato che un avvenente multimiliardario in un mondo di piaceri falsi: nulla a che vedere con la sincerità del mio posto di netturbino in una baraccopoli costruita sui valori della cordialità e dello stupro di gruppo ai danni di minorenni.

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“Diario simulato” 8 - In morte di Tepiass Encorpo

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 4 Maggio 2007

Si è spento questa mattina nella sua casa in subaffitto il grande scrittore, saggista e cavadenti Tepiass Encorpo. E’ stato il maggiore poeta uzbeko del suo tempo, fino a quando tutti gli altri suoi connazionali non hanno imparato a leggere e scrivere.
Gli studiosi lo piangono, i baristi lo ignorano; è un giorno di lutto per tutti gli umanisti – tranne che per Gervaso Sfrangiabbuttoni, al quale non è mai stato troppo simpatico. Rolando il vetraio pare invece che non ne abbia mai sentito parlare.
Il mondo perde oggi il suo massimo artista quanto a spessore del pollice.
Traccio questo suo estremo ricordo con gli occhi gonfi di lacrime ed un discreto prurito al polpaccio destro dovuto ad una leggera irritazione cutanea.
Tepiass Encorpo è stato infatti per me ben più di un maestro: guida, modello, padre, fratello, zio di secondo grado per parte di madre, spalla su cui piangere, punching-ball sul quale sfogarmi.
Encorpo nacque nella capitale dell’Uzbekistan, della quale ignorò sempre il nome. “Dov’è nato lei?” “Nella capitale dell’Uzbekistan” “Qual è la capitale dell’Uzbekistan?” “Boh” era una scena che si ripeteva assai frequentemente.
Seguì la madre a Parigi, dove frequentò un cenacolo di artisti e letterati; mise in scena la sua prima tragedia, che però non ottenne il successo sperato, prima di essere denunciato da Alessandro Manzoni per plagio di biografia.
Era un uomo di poche parole: ne conosceva giusto una trentina, quelle sufficienti per fare la spesa o chiedere informazioni, ma aveva imparato a mescolarle magistralmente tanto da riuscire a scriverci le sue personalissime poesie, impreziosite da un paio di termini pregiati, che facevano la loro porca figura, come transustanziazione o metempsicosi, fortuitamente presenti e capitati per caso nel suo lessico rarefatto e campobasseggiante. Qualche esempio del suo stile unico: “Che ore sono?/L’ora della transustanziazione”; “Mi faccia un etto e mezzo di metempsicosi, per favore/Mi è venuto un etto e quaranta: lascio?/Lasci”.
La sua prima raccolta di componimenti, il cui titolo “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace” metteva le mani avanti, attirò la curiosità delle principali riviste letterarie di Isernia: “Encorpo dimostra che la Poesia ha ancora qualcosa da dire e molto di cui vergognarsi” (Letteratura Domani - Per Ora l’Agricoltura); “A me Encorpo mi piace molto” (Il mentecatto alfabetizzato); “Chi cazzo è?” (Il barbiere camionista); “Tutto sommato Encorpo è un bel ragazzo” (Luigina la figlia del povero Armandino).
Con “Il sospiro del serpente – Disquisizione sull’alito degli animali”, il secondo libro, ottenne un eccellente riscontro di pubblico e vendette entrambe le copie.
Sulla sua terza opera, “L’amore artigiano”, difficilmente collocabile entro i rigidi confini di un genere ben definito, si catalizzò una notevole attenzione allorché venne collocata nello scaffale delle riviste pornografiche a coprire parzialmente Penthouse. Quando fu spostata nel reparto Gastronomia, cadde ingiustamente nel dimenticatoio.
Ma fu il trattato sul rapporto tra meditazione ed aerofagia, “Speculazioni a naso chiuso”, a costituire uno spartiacque della cultura moderna: da quel momento in poi, ci sarebbe stato chi avrebbe letto Encorpo e chi avrebbe optato per l’erudizione.
Il “Manuale di istruzioni del Pinguino De Longhi” ed il libello ad esso collegato, “La decisiva influenza dei condizionatori nel ‘900 relativamente ai reumatismi”, chiusero il suo tormentato percorso di ricerca e sancirono il suo ingresso tra i nomi eccellenti del ventesimo secolo della provincia di Vicenza, consacrandolo caporeparto della catena di montaggio.
Memorabile rimase il proprio intervento al Congresso Annuale di Filosofia Teoretica Applicata ai Beni Immobili, dove era stato invitato in qualità di insigne letterato nonché illustre galoppino della Tecnocasa: interrogato sul tramonto dell’umanesimo postmoderno ereditato dallo strutturalismo di matrice esistenzialista, rispose: “Non lo so. Io parlo solo di figa”.
Gli venne quindi offerta la prestigiosa Cattedra di Linguistica e Filologia ad Harvard: se la portasse pure a casa, aveva stabilito il Consiglio, purché la smettesse di pranzare a scrocco nella mensa dell’università adducendo la motivazione di essere privo di un tavolo su cui mangiare.
Ripenso con commozione alle massime che dispensava a noi allievi raccolti intorno a lui sotto il cielo stellato d’agosto per riflettere e discorrere, insieme ad una mente sempre attenta e mai quando serviva, sul concetto d’Infinito e sul rincaro dei prezzi dovuto all’euro. Perle di saggezza senza eguali erano quelle che proferiva con voce tonante eppur gentile: “L’universo intero grava sulle nostre spalle, ma ciò non giustifica la mia scoliosi”, “Laddove l’uomo si ferma, lì fanno un’ottima carbonara”, “La fregna è fregna e non è legna”, “Ricordatevi sempre che lo stracchino da Sandro costa di meno”.
Era fatto così Tepiass Encorpo: sapeva vedere sempre la parte bella delle cose, estrarne il buono anche quando tutti disperavano, notare il lato B ruotando la musicassetta. Quando ad un convivio gli servirono un modestissimo rosso barriccato, alla domanda: “Com’è?”, con la sua proverbiale austera pacatezza grondante titanica sapienza, rispose: “Sempre meglio di un calcio nelle palle”.
Ostile ad ogni schema, nemico del congiuntivo, fu illuminante la sua interpretazione della Divina Commedia, che usò per accendere il fuoco.
Tra le sue pagine ho sovente trovato nutrimento, specie quando ci incartavo le uova.
Con lui non servivano parole: bisognava passare direttamente agli schiaffi. Aveva una scorza dura, in particolar modo nei calli ascellari. Spesso bastava uno sguardo per intenderci e segnalare l’uno all’altro la presenza od il passaggio di una bella strappona a pochi metri.
Se ne stava ore ed ore assorto in contemplazione dell’immensità del cosmo e delle misure della vicina di casa che eccedevano i parametri imposti dall’Unione Europea. Con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto, era invero concentrato sulle bocce.
Egli non pensava ciò che scriveva: lo vedeva, nitidamente impresso a lettere di fuoco davanti a sé, ma faceva finta di niente.
Grazie a lui ho imparato ad apprezzare l’endecasillabo sciolto e ad usare semplice scotch al posto del nastro isolante.
Di lui, custode della conoscenza e del capannone di Cecco il fabbro, voglio conservare gelosamente nella memoria soprattutto quella volta in cui gli chiesi delucidazioni su una questione di fondamentale interesse all’interno del pensiero contemporaneo: “Professore” domandai “Lei ha mai capito il significato più profondo dell’epifania del senso in Joyce?” “No”.
Tepiass Encorpo è stato un intellettuale di prim’ordine in serie C2 che ha dato tanto all’umanità tutta, senza che nessuno gli abbia mai chiesto niente. Ha rappresentato il prototipo dell’esteta strappato alla pastorizia ed è grazie a lui se oggi possiamo rivalutare chi sceglie gli istituti professionali o smette in terza media ed inizia a lavorare come manovale utile al progresso generale.
Ci mancherà, mancherà a tutti, specie a coloro ai quali doveva dei soldi.

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“Diario simulato” 7 - Se fossi un sommelier

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 2 Marzo 2007

Tavernel de Carlòn … “Quest’oggi andiamo a parlare di un vino dalla gloriosa tradizione, grande protagonista della  post-modernità, alfiere della stagione tardo-neorealista, al quale vanno molti dei meriti per la risoluzione del secondo conflitto bellico mondiale.
Dagli imperiosi vitigni che si accoccolano dolci e virili alle materne colline del Cipollone e riecheggiano dei tiepidi suoni d’autunno e delle bestemmie del fattore sul trattore (specie nelle note di “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e “madonna vituperata”), che sembra quasi di udire accostando il bicchiere all’orecchio, vitrea conchiglia di burineo oceano, nasce “Le Tavernel” de Carlòn, annata 2007 – ‘na settimana fa.
Il colore è rosso nella sua versione rossa, a ricordare sangue di vergine-a-cerniera mestruata consacrata al culto di Padre Pio, mentre il bianco assume magicamente una tinta più chiara, trasparente, a guisa di orina di istrice che abbia bevuto Sprite. Può presentare venature grigiastre, che a ben vedere possono essere i capelli dell’enologo, il cui crine va diradando facendo assumere alla testa del prode le caratteristiche maschie sembianze di un vero discendente della stirpe dei cesari.
All’olfatto offre un inconfondibile aroma musicale e suggerisce la soave melodia “Lo vedi ecco Marino la sagra c’è dell’uva”. Ci si sente dentro tutta la macchia mediterranea: la salsedine del respiro del dio Poseidone, la bacche degli arbusti, il pelo del cinghiale, gli stivali dei fungaroli, la cacata de Gigetto che ‘na vorta era annato a caccia e j’è scappato d’anna’ ar bagno e allora j’è toccato nasconnese dietro a ‘na quercia e ha scaricato pesantemente.
Al gusto è fruttato, con note di pesco, carrubo e dattero che da ’ste parti nun c’è mai cresciuto però ce se sente uguale; si avvertono il cuoio, la segatura, il bue muschiato, lo stabio, la marmitta modificata della trebbiatrice, grasso della catena della mountain-bike di Felicetto il figlio di Ignazio er Vaccaro che je s’è levata mentre giocava a smorghina’ la maggese con potenti sgommate, il sudore freddo di Ignazio stesso quanno l’ha puntato er somaro, talvolta anche del succo di uva fermentato.
Un vino insomma dalla forte e decisa struttura, buono e caro ma che se je prendono i cinque minuti so’ cazzi. Un vino sincero ed amabile, tutto sommato estroverso a tratti, che sa il fatto suo e non le manda a dire e ‘na vorta ha fatto a botte in discoteca perché uno j’ha guardato la ragazza e lui j’ha detto ahò ma come te permetti e quello ha tirato fòri er cortello ma lui j’ha dato ‘na bottijata e allora quell’altro j’ha promesso li schiaffi e ha detto che chiamava l’amici sua e lui j’ha risposto chiama chi te pare io intanto te meno e tu te le tieni pure. Un vino sapido e spavaldo che però sovente a forza de fa’ così il primo sganassone che vola è er suo e anzi je va pure incontro. A moderata gradazione e lento impatto, ‘na vorta m’ha fatto ‘n pezzaccio perché m’ha detto tu m’hai guardato male e io j’ho risposto ma guarda che te sbaji allora lui m’ha fatto allora dico le cazzate me stai a di’ che dico le cazzate allora me stai a di’ che so’ ‘n cazzaro avete sentito tutti che m’ha detto che so’ ‘n cazzaro ma poi avemo fatto pace perché ha saputo che conosco su’ cuggino.
Si accompagna bene con piatti di carne, specie animale, e si adatta anche a molluschi, crostacei e pesce di lago, mare, fiume, torrente, stagno, pozza, pesca sportiva, piaga d’Egitto; ideale se servito con verdure, ortaggi, frutta, muschi, licheni e/o derivati vegetali; l’abbinamento più diffuso è con formaggi di mucca, pecora, capra, asina, procione, mammifero generico; squisito con dolci, caramelle, confetti e gelati – compresi ghiacciolo e calippo - risulta eccellente anche associato al panino de lo zozzone; si sposa ottimamente con radici, bacche, frutta secca, manna, bambù, plastilina commestibile, dentifricio.
Va conservato e bevuto a temperatura ambiente (vale sia per l’Alaska che per il Botswana) e versato possibilmente in contenitori senza fori.
E’ consigliabile l’utilizzo di tovaglia scura e va evitata la camicia nuova.
Perfetto per serate eleganti da Gioacchino lo Sfonnato, pranzi e cene di lavoro, colazioni der muratore, merende solitarie o con amici, momenti intimi a prezzi stradali vantaggiosi.
Lascia un alito salubre che ricorda la vitalità di un muflone o la tempra di un carburatore del camion.
La sua straordinaria malleabilità lo rende inoltre particolarmente propenso alla transustanziazione”.

“Le Tavernel” de Carlòn: prezzo à la carte 2 euro/5 litri.

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“Diario simulato” 6 - Se lavorassi nel mondo dello spettacolo

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 2 Marzo 2007

Fin da piccolo avevo sempre sognato di calcare le scene, sentire l’ebbrezza del palcoscenico, diventare una star dello spettacolo come il mio mito e modello: Mauro Repetto.
Dopo faticosi inizi come siparista al circolo bocciofilo ed una lunga gavetta da pianobar nella fraschetta di Serafino il Flatulente, dove il mio repertorio spaziava da “My heart will go on – DJ Tufello Remix” a “La società dei magnaccioni” con arrangiamento di archi, un impresario mi scritturò, colpito dalla mia esecuzione di “Carburatore Psicosomatico” dei Subsonica. Quella sera invero avevo beneficiato dell’amichevole partecipazione di Alessandro Canino, che serviva ai tavoli.
Cominciai così a comporre i brani del mio primo album, ideati per voce e pianoforte. Tutti pezzi molto intimisti, quali “Mutande in saldo” o “Cucimi i calzettoni”.
Purtroppo il mio pianista aveva delle difficoltà ermeneutiche. I suoi problemi nell’interpretare correttamente le frasi avevano sempre rappresentato per lui un ostacolo non da poco in qualsiasi mestiere aveva tentato di intraprendere. La sua esperienza da barista, ad esempio, si interruppe già al primo giorno di lavoro, quando il primo cliente gli aveva chiesto: “Scusi, mi dà un’aranciata?” e lui lo aveva colpito violentemente con una grossa e succosa arancia sanguinella.
Ogni volta che andavamo a fare un’escursione in montagna e gli dicevo: “Mi raccomando, vestiti a cipolla”, si presentava mascherato da ortaggio.
Queste sue lacune nei meccanismi della comprensione linguistica gli costarono anche una denuncia per tentato stupro: una volta infatti saltò addosso alla propria insegnante di solfeggio con foga bestiale, ferinamente infoiato allorché l’aveva sentita pronunciare: “LA DO SI SI LA DO”.
Quando finalmente era riuscito a diventare un musicista professionista, la sua carriera finì bruscamente: vittima del gioco burlone “tirami il dito”, si mozzò l’indice per scagliarlo contro il simpatico buontempone che aveva tentato di coinvolgerlo nel ridanciano scherzetto.
Senza più un pianista – dal momento che la mutua non me ne avrebbe passato un altro – si concluse anche la mia carriera di cantante ed iniziò un periodo di perdizione in cui caddi preda dell’alcool.
Mi avevano sempre detto che bere, tra i tanti guai che comporta, almeno facilita i rapporti con l’altro sesso, soprattutto perché da sbronzo anche i peggiori cessi sembrano delle dee, ma francamente alla cosa dell’occhio di Bacco non ho mai creduto. L’unica differenza nelle mie relazioni con le donne tra quando sono sobrio e quando sono ubriaco è che da sobrio penso che siano brutte, mentre da ciucco glielo dico.
E fu proprio a causa di un momento di scarsa lucidità che persi la possibilità di un contratto vantaggioso: durante una festa mondana ero andato a chiedere un autografo ad Al Bano, prima di scoprire che si trattava della poco avvenente figlia del produttore più influente in circolazione.
Decisi così di lasciare definitivamente la musica e dedicarmi al teatro: avrei recitato le mie stesse pièce, redatte sotto gli effetti allucinogeni del nuovo minestrone fucsia della Findus.
Il mio agente riuscì ad organizzarmi alcune date, ma il tour in Molise col mio monologo in lingua Navajo non riscosse il successo sperato.
Tentai allora di fare lo sceneggiatore e proposi a Federico Moccia un soggetto per il terzo capitolo dell’appassionante saga di Step e Babi, dopo il commovente “Io e te tre metri sopra il cielo” ed il disarmante “Ho voglia di te”.
Innanzitutto, per rendere più credibile la storia, influenzato dalla grande stagione del neorealismo, pensai di mutare i nomi dei protagonisti in Arvaro ed Assuntina (chissà Moccia dove avrà sentito in giro per Roma gente chiamarsi Step e Babi…Lo invidio). Lei avrebbe dovuto essere originaria della Basilicata, così da aggiungere un pizzico di esotismo al personaggio ed arricchire la vicenda di tematiche razziali. Avrebbe poi fatto la sua comparsa Nando, rivale in amore di Arvaro.
Lo avrei intitolato “Tu e lui due metri sotto terra”.
Purtroppo il mio scritto non fu accolto con favore, nonostante l’avvincente scena finale: sul romantico Ponte Milvio, Nando ci prova con Assuntina, ma lei non gliela fa manco immaginare e con grazia gli dice che pò pure slogasse er polso a forza de seghe; Nando allora rosica e je tira ‘na lucchettata; a quel punto sopraggiunge di gran carriera Arvaro, che si lancia con un tuffo plastico gridando: “NOOO!” (notare la colta citazione da “Trappola di cristallo”) e si becca la lucchettata al posto di Assuntina; Nando capisce che non c’è trippa pe’ gatti e si butta su Debborah (la mocciosa Gin), che alla fine è sempre un bel boccone de fregna; il film si conclude con le pinne acrobatiche dei ragazzi di Tor Bella Monaca, sulle note delle sgassate firmate Malossi modificata.
Dopo che la Dreamworks ebbe rifiutato la mia sceneggiatura per il sequel di “Giù per il tubo”, “Su per il culo”, venni contattato dai Blind Guardian in occasione di un progetto congiunto con i Rhapsody e gli Stratovarius per firmare uno dei loro grandi video fantasy a basso costo. Visto il budget ristretto, proposi la storia di uno basso grasso e povero che rimorchia Naomi Campbell, ma l’idea fu bocciata.
Ormai avevo perso del tutto le speranze di sfondare nel mondo dello spettacolo, ma un giorno il direttore artistico della Scala notò le mie movenze leggiadre mentre sgambettavo su un ponteggio di un cantiere in cui mi avevano assunto come manovale a tempo determinato e mi offrì un impiego nella gloriosa compagnia di danza da lui gestita.
A tutt’oggi lavoro come imbianchino ufficiale della sala-prove dei ballerini.

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“Diario simulato” 5 - Pongo Guggenheim

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

Pongo Guggenheim è sempre stato un personaggio scomodo. La sua carriera come uomo-poltrona non decollò mai. Tentò allora la strada di sensitivo. “Vedo la gente morta”, disse un giorno. Ma quando si seppe che lavorava all’obitorio, nessuno gli diede più peso.
Pongo Guggenheim mi ha arricchito in quanto persona, ma soprattutto in quanto ladro.
Eh, ne sapeva una più del diavolo, il buon vecchio Pongo. Satana ci restò di merda quando arrivò secondo alla gara di barzellette. A nulla gli servì avvalersi del Fantasma Formaggino. Come spalla.
Ah, quanti ricordi, quante storie da raccontare del mio periodo in cui vissi spalla a spalla con Pongo Guggenheim. Lo vidi sempre di profilo, con quella guancia destra che aveva un che di sinistro e quel suo naso importante: era ministro degli esteri. Ogni volta che aveva il raffreddore, si sfiorava una crisi internazionale. Quando gettava via un fazzolettino, personalità di spicco da tutto il mondo partecipavano alle esequie delle caccole.
Invidioso del proprio naso, decise di buttarsi in politica. Il candidato avversario però rifiutò sempre il faccia a faccia con lui a causa del suo alito pesante. L’altro vinse a mani basse: nessuno lo rapinò durante lo spoglio e non c’erano altri motivi per cui dovesse andarsene in giro con le braccia alzate.
Il successo era diventato una vera ossessione: sarebbe stato disposto a tutto pur di essere riconosciuto per strada, almeno dai suoi parenti stretti. D’altronde era un tipo che era sempre passato inosservato. Il guaio di crescere in un centro di riabilitazione per non vedenti, dove lavorava il padre, un tipo piuttosto insicuro, praticamente paranoico sul proprio aspetto fisico, che solo lì si sentiva protetto dall’altrui giudizio negativo. La moglie cercava sempre di rassicurarlo: “Sono brutto?” “Ma certo”. I coniugi Guggenheim non si sono mai capiti.
Certe cose da piccolo ti traumatizzano e ti segnano, così crebbe con uno smanioso desiderio di protagonismo ai limiti del bisogno fisico. Dovette partecipare al Grande Fratello per superare la propria stitichezza. Gli fece bene: da quel momento in poi, se quando parlava si accorgeva di essere ascoltato da più di tre persone, si cagava addosso. Ecco perché i suoi liberatori sorrisi di paciosa ed estatica soddisfazione si accompagnavano sempre ad un fetore nauseabondo. Divennero davvero famigerati: quando entrava sull’autobus, non capitava di rado che qualche passeggero storcesse la bocca in un’espressione di disgusto ed annusando l’aria esclamasse: “Sniff sniff…Ehi, ma chi cazzo è che ha sorriso