Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

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“Diario simulato” 24 – Coccodrillo per una brava persona

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Giugno 2009

Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come una febbre tropicale.
La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo.
Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio; così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava voltata di spalle a pregar la Vergine Maria.
S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente protettivi – famigliari.
Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao.
Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava.
Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo sterminato amore per il prossimo.
Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai cavartela da sola”.
Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute.
La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse, affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal suo corpo.
Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro Anziani.
Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a tutti i grassi del mondo”.
Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore di alcune prostitute minorenni.
Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo smaltimento dei poveri.
Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo, calpestare i più deboli”.
Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per distrarli”.
Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà, della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove, stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato: “Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla fratellanza di compiere il proprio corso.
Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio nella panza.
Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di Johnny Miciomiao.
Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto.
Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.

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“Diario simulato” 23 – Il mio compagno di banco

Pubblicato da sdrammaturgo su 30 Maggio 2009

Il mio compagno di banco è morto.
Ci siamo accorti solo dopo una settimana, che era morto. Era un tipo schivo e riservato, uno di quelli che passano inosservati. Effettivamente però mi era sembrato più immobile del solito e particolarmente taciturno in quei giorni. Il cattivo odore non ci aveva sorpreso particolarmente. D’altronde, gli altri bambini a pallone non lo facevano mai giocare perché puzzava di pecora. Sapete, era il rampollo di una gloriosa stirpe di pastori. Il suo primo amore era stato una capra. Ma non funzionò.
Solo Michelino Sportelli aveva notato qualcosa di diverso nel suo fetore: “Ehi, ultimamente puzza di pecora morta”, aveva suggerito con discrezione al resto della classe. Ma l’altro niente, immobile, curvo sul banco.
Il bidello, al momento di chiudere la scuola a fine giornata in quei sette giorni, aveva pensato: “Mah, vorrà evitare di arrivare in ritardo domani”.
Quando però lo scossi strattonandolo per il braccio per chiamarlo e controllare se stesse bene ed il braccio cadde sul banco, capimmo che forse c’era qualcosa che non andava.
“Ti inventeresti di tutto per giustificarti!”, lo apostrofò la maestra. Il suo rendimento infatti era piuttosto scarso. Avete presente quelli che sono intelligenti ma non si applicano? Ecco, il mio compagno di banco studiava con dedizione monastica, ma era irrimediabilmente stupido. Non era colpa sua, è che proprio non c’arrivava, alle cose. Non conto più le volte in cui gli ho detto: “Per scendere di sotto devi fare quelle scale là. E la tua colazione è questa”. Ma lui dagli a lanciarsi dal terrazzino e ad addentare il termosifone.
Poi arrivò il medico: “Suvvia, è un mal di pancia dovuto all’agitazione per il compito in classe. Dev’essere un tipo emotivo, il ragazzo”. Ed in effetti la pancia si stava riempiendo di vermi.
Finalmente comunque i becchini arrivarono. E si scordarono la salma del mio compagno di banco nel magazzino delle pompe funebri per un mesetto almeno. Al funerale non ci andò nessuno: il comune non pensò ad attaccare le carte in giro e presto tutti si erano dimenticati che era morto. Neppure io, tant’è che una volta una zia mi chiese: “Con chi stai di banco a scuola?” “Io? Mai avuto un compagno di banco”.
Come faccio allora a scriverne adesso così diffusamente? Semplice: ieri stavo passeggiando lungo un fosso, ho guardato in basso, ho visto una merda di cane ed ho subito pensato: “Cavolo, il mio compagno di banco!”. E così la memoria ha preso involontariamente a correre: l’infanzia in paese, il tè e biscotti prima della messa, il primo amore del mio amico con i suoi tormenti, il suo matrimonio infelice, i salotti buoni, le cene dai Guermantes. Cavolo, erano i ricordi di un altro. Però mi è sovvenuto pure il mio compagno di banco: i ricordi di quell’altro erano decisamente noiosi.
Il mio compagno di banco era prodigo e disponibile con tutti. Era sempre la persona giusta al momento giusto. Quando non serviva a nessuno.
Era una sorpresa continua, quasi mai buona.
Aveva mille facce. Tutte uguali.
La sua famiglia non si curava granché di lui. Era una persona molto sola. Quando tornava a casa, al massimo trovava ad accoglierlo qualche blatta morta sul pavimento dell’ingresso.
Era messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis gli diede una pacca sulla spalla.
Però era imbattibile a nascondino. Nessuno si ricordava mai di lui e faceva sempre tana. Spesso a distanza di qualche giorno da quando si era nascosto.
Aveva un’altra dote: nuotava benissimo. Quando la scuola ci portava in piscina, era un piacere vederlo sguazzare. L’acqua era il suo vero habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarebbe stato un’ottima aringa ed invece era nato essere umano.
Aveva sogni piuttosto modesti. Sapete, tutti i bambini sognano di fare il calciatore, il detective, il pilota, l’esploratore. Lui sognava di fare quello che traccia le righe del campo con il gesso, la guardia giurata, l’insegnante di scuola guida, l’impiegato in un’agenzia di viaggi.
Nonostante tutto ciò, si salvò sempre dai bulli, perché si dimenticavano di picchiarlo.
Ora riposa in pace, da qualche parte, chissà dove.
Sulla sua lapide manca il nome, perché né noi né i genitori né nessun altro si riesce a ricordare come si chiamasse.

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“Diario simulato” 22 – Il mio amico serial killer

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 Marzo 2009

Tempi di facili mode, son questi. E forse tempi di facili mode son sempre stati. L’essere umano è un animale imitatore ed emulatore, come d’altronde ogni altro animale. Ed anzi più d’ogni altro animale: egli – l’uomo – ha avuto infatti dalla sua (o contro la sua che sia) la scrittura e le immagini, e dunque i media, ad ampliar ed amplificar il fascino e la febbre dei modelli da riprodurre.
C’era quel tale che narrò le peripezie del decaduto nobile bislacco che avendo letto troppi romanzi cavallereschi volle diventar cavaliere anche lui; o quell’altro, che raccontò della donna di poco valore rovinata da libri di nessun conto; e ci fu un tempo in cui ci si uccideva con la W impressa sul cuore, per esser più romantici di quanto fosse concesso nella vita vera, fuor della carta.
Poi venne il porno, ed i sogni mutarono, ma questa è un’altra storia.
Chissà dunque come sarebbero andate le cose se il mio amico avesse letto altri libri, visto altri film, visitato altri siti. Magari tutto sarebbe stato diverso, anche se la sua insana e monomaniaca passione non era certo un caso e prima o poi il marcio che aveva dentro sarebbe emerso, anche senza incentivi mediatici. Sì, fissato con i serial killer, Hans Burger, mio compagno d’infanzia, si dedicò per tutta la vita a diventare come i suoi malati miti, prodigandosi con inquinata perizia certosina.
C’è chi da piccolo sogna di diventare calciatore, chi vuole fare il poliziotto, chi ambisce a farsi prete. Hans Burger desiderava essere un serial killer.
Tutta la sua vita era all’insegna della perversione: la sua canzone preferita era Ciucciami le verruche di Duns Scroto, cantautore asceta con tre palle, neomelodico splatter di formazione mitteleuropea, che viveva in un eremo sulla tangenziale e dormiva in una bara piena di gorgonzola; stravedeva per il gruppo metal Anal Devastation, noti per la hit Necropedopornocoprofagia, che parla di uno che dissotterra cadaveri di bambini finiti in vita nel mercato nero degli snuff movie e che al momento della morte si sono cagati addosso, li scopa e poi li mangia con il pane in cassetta. Che schifo immondo. Voglio dire, pane in cassetta, che atrocità. Inoltre non perdeva una puntata di Scene da un matrimonio con Davide Mengacci.
Sarà perché aveva avuto un’infanzia difficile: un padre sempre presente ed affettuoso, una madre amorevole e gentile, dei fratelli giocosi, solidali e discreti. Ma il tutto si svolgeva in una buca nel terreno.
Amava moltissimo la lettura. Aveva una vera venerazione per Alice nel paese delle meraviglie, ma la sua famiglia era così povera che non poteva permettersi l’edizione originale. Nella sua versione di sottomarca, il Bianconiglio seminava Alice e durava tre pagine.
Con noialtri bambini non giocava mai. Se ne stava in disparte a sperare che qualcuno si facesse male.
Ecco cosa succede a passare nottate ad imparare a memoria le vite dei più grandi assassini seriali della storia, sui quali sapeva tutto: conosceva ogni dettaglio sconosciuto, era costantemente a caccia di aneddoti inediti o poco noti, e condivideva la sua cultura parlando diffusamente dei risultati dei suoi studi.
Devo ammettere che ho appreso diverse chicche grazie a lui. Ad esempio, molti sanno che Ted Bundy, prima di uccidere le vittime, le torturava in ogni modo possibile, addirittura infilando loro una doga del letto nella vagina, ma nessuno sospetta che il suo sadismo era capace di atrocità ancora maggiori: le costringeva a giocare a carte. Alla diciottesima mano di ramino, le ragazze imploravano la morte.
Ed era nulla in confronto al dottor H.H. Holmes, il quale straziava le prede trascinandole in una spirale di orrori inauditi: le portava ai pranzi della comunione dei cugini riboccanti di parenti che dopo la crostata ballavano il liscio con un occhio alla partenza del Gran Premio; il pomeriggio passeggiata fuoriporta sul lungolago a prendere il gelato e la sera festa gagliarda per la promozione di un collega, tra scherzi spassosi e racconti divertenti sulla vita dell’ufficio.
Ma il personaggio che ammirava di più era il tanto misconosciuto quanto terribile Joseph Sgrull, il cui passatempo era lanciare neonati dal cavalcavia sulle macchine in corsa.
Fu all’ombra di questi cattivi maestri che crebbe e se ne andò di casa, ma la miseria lo perseguitò. Lo stipendio gli bastava a malapena per l’affitto di un pulcioso buco seminterrato. Un solo pensiero continuava a ronzargli in testa: ammazzare, ammazzare, ammazzare. E per una persona costantemente bisognosa di stimoli come lui, il lavoro come custode notturno del cimitero non offriva molti spunti di realizzazione.
Aveva sempre avuto manie di grandezza, ma non riusciva neppure a pagarsi il riscaldamento. Ogni inverno si serviva di un bue e di un asinello. Probabilmente, gli aliti pesanti dei due animali concorsero a sconvolgere la sua già fragile mente. Il che spiega anche il Cristianesimo.
Divenne dunque via via sempre più malvagio, spietato, instabile.
Non si gustava nemmeno una pietanza se il cibo non era frutto della giusta sofferenza, quindi mangiava solo carne di animali morti di crepacuore per la prematura scomparsa del cucciolo. Siccome gli piaceva giocare a calcetto, per stare sicuro sull’origine dei palloni aveva schiavizzato personalmente un paio di bambini cucitori.
Era così cattivo che ne I promessi sposi tifava per la peste.
Ed era talmente paranoico che quando era solo in casa, barricato per benino, e si faceva la doccia, se gli cadeva la saponetta, si chinava con aria circospetta per paura di essere inculato dall’amico immaginario.
Secondo il parere degli psichiatri che lo avevano seguito, una delle cause principali della sua sadica pazzia era l’incapacità di accettare la sua impotenza. Egli però si ostinava a sostenere che non era impotenza: aveva solo un periodo refrattario di dodici anni.
Una volta cercò di compiere uno stupro, ma fece cilecca. La tipa ci rimase malissimo. A nulla valsero le varie rassicurazioni: “Giuro che non mi è mai successo prima, non è colpa tua, non-sei-tu-sono-io, è che ero un po’ stanco”. La ragazza, frustratissima, entrò in analisi.
Intanto, perfezionava le sue tecniche di delitto fino a che non fu pronto per il passo decisivo: l’omicidio inaugurale.
Il primo tentativo fallì per un soffio: aveva visto una donna attraente e gli era sembrato che gli avesse ammiccato; prese a pedinarla e ad ogni passo gli sembrava che la gonna dell’obiettivo designato si facesse via via più corta; giunsero in un vicolo buio, la ragazza si fermò di colpo, lui fece un balzo verso di lei ed al momento di assestare la pugnalata, scoprì di essere su una candid camera.
La seconda volta sarebbe stata un successo, se non si fosse accanito su un manichino.
La terza diede forfait per una sciolta improvvisa.
La quarta perse l’autobus.
La quinta non gli suonò la sveglia.
La sesta si dimenticò il coltello a casa.
La settima rimase sorpreso, perché la vittima gli aveva detto che avrebbe spiegato.
L’ottava, era arrivato Gianfranco Rotondi prima di lui.
La nona, andò a cercare minorenni vergini in seminario, ma erano finiti.
La decima, dovette ripassare dal via.
L’undicesima, si trovava a Bolzaneto ma non aveva una divisa.
La dodicesima, quel che volete.
La tredicesima, gli venne tagliata dal Governo.
La quattordicesima, valutò opportuno preparare il terreno con una lettera anonima, ma evidentemente non aveva ben compreso in cosa consistesse, dato che vi scrisse “tante care cose” e la firmò per poi spedirla senza apporvi indirizzo alcuno.
Insomma, stentò ad ingranare e la sua attività non decollò mai.
“Hans, Hans…”, gli ripetevo sempre. E poi basta, che vi aspettavate? Sono sempre stato una persona inconcludente. D’altro canto, lo vedete voi stessi che amici che ho avuto da piccolo. Anche questo racconto, mica so come portarlo a termine.
Va be’, comunque, fondamentalmente rimase sempre una persona sola, molto sola; così sola che prima di masturbarsi si agghindava di tutto punto.
Resta nella storia come il serial killer meno prolifico di tutti i tempi, avendo collezionato zero vittime e due multe per divieto di sosta.
Ma, da persona morbosamente credente qual era, non perse mai la speranza, sospinto da quel dolce precetto evangelico: “Gli ultimi saranno i primi, se tutti gli altri verranno squalificati”.
Infine, la sua crudeltà gli tornò utile e grazie ad essa trovò un impiego in un’agenzia pubblicitaria.
Perché vi sto parlando di lui? Perché è morto qualche giorno fa e sentivo la necessità di ricordarlo. Com’è morto? L’ha ammazzato una sua vittima.
L’epitaffio impresso sulla sua lapide recita: “Hans, Hans…”. E poi basta. L’ho scritto io.

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Il paralitico

Pubblicato da sdrammaturgo su 28 Febbraio 2009

Ha proprio ragione Vittorio Messori: la vera guarigione a Lourdes è quella spirituale.
Quella fisica non conta, è banale, è grossolana, non va più di moda. L’importante è il risveglio nel Cristo. Tu ti addormenti, poi ti risvegli e senti freddo; provi ad alzarti e batti la testa; è tutto stretto e la coperta ti raspa; ti chiedi: “Ma dove sono finito?” “Nel Cristo”. E ti rallegri di ciò.
Voglio portare quindi la mia umile testimonianza di paralitico, di chi a Lourdes c’è stato ed è guarito spiritualmente. Sì, a Lourdes ci sono stato, e mi sento un uomo nuovo.
Ammetto che inizialmente, in cuor mio, in un piccolo miglioramento di salute ci speravo. Volevo almeno recuperare l’uso del naso, in modo tale da poter tirar su quando mi cola senza dovere ogni volta sporcarmi la camicia di moccio. Ma allora non capivo, mi sfuggiva la verità, ancora schiavo com’ero di facili vanità. Il nostro corpo non è che un vuoto involucro, un vestito di poco conto (ed il mio sta agli altri corpi come la canottiera di lana di mio nonno sta all’alta moda). Ciò che deve interessarci è l’anima! L’anima, ch’è l’aria di Dio, come ci dice sempre Don Fernando in parrocchia. Mi chiedo da dove Dio abbia emesso il venticello dell’anima mia. Quest’anima che io ho percepito nitidamente a Lourdes. Sì, io, per la prima volta, ho sentito la mia anima, l’ho vista librarsi in volo, paralitica anch’essa.
Insomma, sono tuttora paralitico, ma ho fatto una bella gita.
Il viaggio era stato organizzato per noi pazienti della clinica Santa Augustina Tranciata Lessata E Come Se Non Bastasse Pure Vilipesa dalle Suore Vituperate dell’Incalcolabile Dolore della Madonna Sconfitta, che sono riuscite a mettere insieme una bella vagonata di infermi e ci hanno accompagnato festosamente con la mestizia che le contraddistingue. C’eravamo proprio tutti: io, paralizzato dalla testa ai piedi, che posso muovere solo il mignolo del piede sinistro, cosa che mi è molto utile quando ho bisogno di sgranchirmi un po’; Giuseppetto, quello senza il braccio sinistro, che ama molto il tennis, ma gli dice male perché è mancino; Antonello del terzo settore, che vive in isolamento perché è allergico a se stesso, ma questa misura sembra averlo peggiorato; Gismondo, che è nato con una grave malformazione (ha un cazzo enorme di cui però non se ne fa nulla, perché è brutto come la fame; l’altro cazzo invece è normale); Pietro, amante del jogging, a cui mancano tutti gli organi interni tranne la milza; e tanti e tanti altri ammalati. Un discreto carico di disgraziati, non c’è che dire.
I problemi si erano presentati già alla scelta del mezzo di trasporto. L’aereo era da escludere, poiché ad alta quota la testa di Sergio, l’idrocefalo dall’elevatissima temperatura corporea (raggiungeva tranquillamente gli ottanta gradi. All’ospedale scaldavamo la minestra sulle sue chiappe), aveva quello che la nella terminologia scientifica viene chiamato effetto pentola-a-pressione. Il pullman non si poteva prendere, visto che Gualtiero era nato trapezoidale e non si sarebbe riuscito ad incastrarlo bene neppure nel vano bagagli. Povero Gualtiero, detto Tetris. Le suore optarono allora per il treno. Ma Aristide, autistico, riusciva a viaggiare solo tenendo la testa fuori dal finestrino come i cani. Dopo la prima galleria, è stata una fortuna trovare nelle tasche della sua giacca un biglietto in cui tempo addietro aveva scritto con grafia tremante ed approssimativa che era stanco di vivere: ci siamo sentiti sollevati.
Alla partenza eravamo tutti felicissimi, al limite dell’euforia. Cosa che è risultata fatale al povero Nicolino, dal cuore estremamente debole.
Le suore, con amorevole severità, ci hanno prontamente proibito di essere troppo contenti, ché poteva essere peccato. Un’accortezza che ha salvato la vita a diversi altri di noi.
Comunque, siamo riusciti ad arrivare a destinazione con perdite ridotte. Ne approfitto anzi per ricordare i caduti nel cammino della speranza: Luigi, morto di piscio all’età di trentacinque anni; Massimo, ora in paradiso hai recuperato le gambe che ti sono mancate come non mai tra i gradini del vagone e la banchina; Demetrio, sopraffatto dal tumore a pochi metri dal traguardo; Gioacchino, beffato dalla cecità e dalla sordità al momento di attraversare il binario.
L’albergo era discreto ed accogliente, il servizio ottimo. Dal personale ci sentivamo trattati veramente alla pari e questo ci faceva stare bene. Nessuno si accalcava dietro la mia carrozzella per scommettere con gli amici in quanto tempo avrei percorso una ripida discesa; nessuno voleva spingermi a tutti i costi per farsi bello con le ragazze. Niente di tutto questo. Il motto della casa affisso ovunque era: “Gli infermi non se ne approfittino”.
E poi con la mezza pensione era compreso anche il pranzo: miracolo.
E non è stato l’unico evento miracoloso manifestatosi lì dentro. Un fenomeno divino ha infatti sbalordito ed emozionato tutti i clienti dell’albergo: una volta, un bambino, vedendomi mangiare con la cannuccia, ha esclamato verso la madre, con quello spirito di dolce capricciosa imitazione tipica dei frugoletti: “Anch’io voglio cenare con la cannuccia!”. Il giorno dopo era paralitico anche lui.
Eh sì, ho fatto proprio bene a seguire il consiglio del mio medico, il quale mi aveva esortato: “Ma certo, vacci, magari trovi pure qualcos…hem…qualcuna simile a te, una ragazza come te”. In effetti – Dio mi perdoni – lo ammetto: mi sono invaghito della statua di Bernadette.
Già, a Lourdes ho capito che non sono solo: il buon Dio ha visto bene di fare il mondo pieno di paralitici.
In quel santo posto, durante una veglia di preghiera, allo scoppiettante sound di un rosario bello tosto, ho potuto assistere ad una scena commoventissima che mi ha fatto comprendere tutto l’infinito splendore e l’inaudita magnificenza del Padre Celeste: un vegliardo affetto da artrosi della tipologia D.Q.I. (=Di Quella Ignorante) aveva le ossa così zeppe di grazia di Dio che non riusciva a trovare un’angolatura ottimale per bere l’acqua magica da una fontanella; sfidando i reumatismi con fede incrollabile, aveva raggiunto faticosamente i quasi novanta gradi; l’onnipotente Iddio aveva allora voluto premiarlo bloccandolo in quella posizione affinché il pio anziano potesse far scorrere il sacro liquido in entrambe le cavità della gola al fin di tossir via il diavolo che si era impadronito delle sue articolazioni. Dovevano esserci ad occhio e croce un tre o quattro chili di demonio dentro quell’eletto del Signore, vista la veemenza dei suoi spasmi. Con gli occhi di fuori, senza fiato, il vecchino si è così liberato dalla morsa di Satana correndo direttamente nelle braccia del Signore.
E’ vero, sono guarito spiritualmente: prima ero uno che dalla sorte era sempre stato bastonato, ora ne sono entusiasta. Ho capito che Dio lo fa per noi, per farci godere meglio le gioie del paradiso: se sei stato sempre bene, poi non è che ti cambi granché; ma se in vita consideravi un successone non cagarti nelle mutande appena cambiate, quando ti ritrovi in mezzo ai cori angelici ed alle band dei santi, il salto moltiplica il piacere.
Sì, sono partito paralitico per quel luogo colmo d’acqua divina e conseguentemente santa umidità, e sono tornato a casa paralitico e con il raffreddore. Ma ora l’esistenza mi sorride. Ho persino trovato subito lavoro. Adesso faccio l’accompagnatore sull’autobus nell’ambito di un progetto di benessere socio-psicologico patrocinato dal comune: vado sui mezzi pubblici insieme ai passeggeri e, se si incazzano perché è troppo affollato e sono costretti a rimanere in piedi, guardano me, pensano che poteva andare peggio e si rincuorano.
Non ho alcun dubbio, nessuna esitazione, e lo grido a gran voce (o almeno vorrei, dato che non posso muovere la bocca e la lingua): grazie Dio per avermi fatto paralitico!
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Appendice – La paraculata perfetta


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Diario simulato 20 – Il nichilismo di Andreino da Monte

Pubblicato da sdrammaturgo su 5 Gennaio 2009

Emanuele Severino scorge in Giacomo Leopardi il vero fondatore del nichilismo, ancor prima di Friedrich Nietzsche, ancor prima di Jean Paul Richter, ancor prima di Turgenev, ancor prima di un avventore a caso di un baretto qualunque del Centro Italia.
Ebbene, oggi possiamo affermare con certezza che Severino si è sbagliato, benché non per colpa sua: io, Gian Aristarco Samotraci, annuncio infatti con malcelato orgoglio il ritrovamento di un documento del tutto inedito del recanatese, di capitale importanza, che dimostra come Leopardi stesso si rifacesse in realtà alla filosofia di un altro pensatore, le uniche copie dei cui testi erano nascoste nella biblioteca del nazional gobbetto ed ivi sono rimaste nascoste fino a che non sono state rinvenute accanto a delle incisioni erotiche di gusto tardo-rococò (su cui si ipotizza che Giacomo ed il fratello abbiano passato più e più tempo negli anni della gioventù, almeno stando alle sospette incrostazioni striate visibili sulla superficie delle litografie) dall’attento lavoro di spolvero della sora Adele Marozzi.
Si tratta di una raccolta di riflessioni che va ad affiancarsi allo Zibaldone e nella quale risulta chiaro fin da una prima lettura che Leopardi ha riversato tutto il suo reale pensiero pessimista. Il tenore del tomo appare difatti ancor più cupo rispetto a quello del più celebre Zibaldone. Si intitola Il Darchettone ed alla luce delle sue pagine urgerà ripensare tutte le nostre interpretazioni di Leopardi, che non avevano potuto tenere conto di questo fondamentale volume. Sto già preparando perciò una nuova edizione aggiornata del mio saggio sugli appunti del recanatese a proposito della poesia greca e latina, il famoso trattato filologico Gli scolii dello scoliotico, celebre per l’appendice biografica sulla vita sessuale segreta di Leopardi, intitolata Lo scoliaste con lo scolo – Glosse a margine di Mosco e Boezio tra una baldracca e l’altra.

Il Darchettone è pressoché interamente dedicato alla figura di colui il quale Giacomo Leopardi considera il suo grande ed inimitabile maestro: tale Andreino da Monte, sconosciuto umanista vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, che si rivela essere il vero primo nonché massimo nichilista di tutti i tempi. Questi catalizzò, a quanto pare, tutta l’attenzione del Leopardi fin dalla più tenera età. Il resto lo copiò da un misterioso compagno di banco, Luigio Anatroccoli, il quale poi intraprese gli studi di legge, dissipando in siffatta maniera tutta la fenomenale cultura che aveva lungamente accumulato.
Come Socrate, Andreino da Monte non ha scritto alcunché, ma non già in virtù di radicate convinzioni sul valore del verbo orale, bensì perché non ne aveva voglia. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo al suo allievo – benché egli non amasse considerarlo tale, preferendo il più sobrio e meno pretenzioso appellativo di galoppino – Giovannone detto l’Ápeiron (pare per l’armonia delle sue forme fisiche non esattamente perfetta) il quale, novello Platone, ha raccolto con dedizione certosina tutto quel che riguarda la vita, gli aneddoti, le sentenze, le speculazioni e le meditazioni del suo nume tutelare nel libro dall’agile titolo Qui sto e qui resto, o del campare controvoglia dal momento che tanto ormai si è nati quindi a che pro affannarsi troppo a maledir la matre e lo patre e l’Iddio e l’universo toto, ove si narrano le vicende et si scrive lo pensiero dell’eccellentissimo Andreino da Monte, filosofo, poeta, matematico et cetera plus varie et eventuali, et spezialmente di quella volta in cui cuocendo zuppa in ampia casseruola ebbe a lamentarsi dell’assenza di scalogno onde per cui recossi da Alfiero contadino ed ivi reclamavit l’alimento et subito fue dato ed ei ringraziò lo buon Alfiero che peraltro era figlio del povero Tomaso, colui che una volta legando il cavallo scivolosse in pozza merdosa del suddetto caballo e presto irato mandò lo puledro da Pietro beccaio e del ronzino mai più s’ebbe novella.
Ciò che emerge dalle sue pagine, e che Leopardi prontamente e con enorme ammirazione rileva, è un nichilismo assoluto, una trasvalutazione e conseguente crollo di ogni valore dell’esistenza, del mondo e delle cose, l’assenza di ogni ordine e Senso, la totale rinuncia ad ogni concetto di Bene, Bello e Giusto. Cosa che risulta ancor più sconvolgente se si pensa che egli ebbe la sua acmè in un’epoca – il Rinascimento – caratterizzata da rinnovate speranze e vigorosa fiducia sulla posizione e sulla condizione dell’uomo nella Natura e nella Storia e nella quale non erano ancora stati inventati i botti di capodanno.
Andreino nacque a Padova, o a Salerno, tanto è uguale. La data è ignota, ma l’arco temporale in cui visse è ricavabile dai racconti sui suoi incontri e confronti con le più insigni personalità della sua era. Neppure a lui stava comunque a cuore saperla o scoprirla, tant’è ch’ebbe a dire in proposito: “Non è importante quando io sia nato, quanto se ciò mi sia stato utile”.
Uomo di multiforme ingegno, Giovannone scrive di lui:

[...] Si dedicò alle lettere, alla metafisica, alle scienze naturali, affrontando ogni disciplina con egual disinteresse. Ad un viandante che in vecchiaia gli dimandò cosa lo avesse spinto a tutto cognoscere e tutto indagare, prontamente l’Andreino rispose: “Sono nato nel Quattrocento: l’alternativa allo studio era passare le serate a guardare la brace nel camino. Avvincente, per carità, ma la sapevo a memoria” [...]

Dalle pagine di Giovannone l’Ingente (altro nomignolo – ci dice Leopardi – con cui era noto a causa della sua abbondanza strutturale) emerge l’immagine di un erudito ingiustamente dimenticato che incise profondamente nella cultura di quegli anni.
Un esempio è il cosiddetto Commentario di una riga a Gli asolani di Pietro Bembo, dialogo neoplatonico in cui l’illustre letterato affronta il tema dell’amore e della bellezza, chiedendosi se il vero amore e la vera bellezza risiedano nello spirituale oppure nel materiale. Andreino da Monte interviene così: “Nessuno si è mai accorto che Pietro Bembo fondamentalmente parla di figa?”.
Fu anche il primo a fornire un’interpretazione – che oggi definiremmo moderna – del Principe di Machiavelli: “Mi par claro che lo Maclavello ci dica, essendo brevi, che lo fine giustifica lo mezzo. Ergo, veggendo con nitore lo scopo della vita mea, reputo i’ essere nel giusto allorché trascorro ogni dì da mane al meriggio all’imbrunire blandendo riccamente li miei pomi della fertilità”.
Di particolare rilevanza è anche la sua critica all’Ariosto ed al suo Orlando furioso, contro cui Andreino scrisse – caso eccezionale, specie per l’inconsueta prolissità – l’Orlando savio, poema in due versi:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
tutta fatica sprecata.

Apprendiamo che questo gigante dell’incolorismo-inodorismo-insaporismo viaggiò molto ed incrociò lungo il suo cammino nientepopodimeno che Leonardo da Vinci, con il quale ebbe un fruttuoso scambio di opinioni. Andreino lo incalzò in cotal guisa: “Divin Leonardo, i’ so che voi vi siete occupato del corso delle acque e del fluir delle stagioni; avete esplorato la natura tutta esaminando le piante e le pietre e gli animali; noti vi son il sangue, le interiora, i muscoli e la mente umana; il più grande siete tra gli ingegneri e gli architetti; pintore ineguagliabile e inarrivabile, centinaia e centinaia di carte, cartoni, pale e tele avete pintato con la vostra dipintura; et ancor le matematiche avete fatto vostra scienza, e le umane littere; per voi non v’ha segreti l’alchimia e milioni e milion di fogli pieni son del vostro inchiostro e vostro genio. Or dicetemi, Leonardo: chi te lo fa fare?”.
Di passaggio a Roma, poté prendere visione degli affreschi della volta della Cappella Sistina, ultimati non da molto da Michelangelo. Ecco come Giovannone il Disomogeneo (altro suo soprannome derivato dalla grazia e dall’equilibrio del suo corpo) racconta il suggestivo evento:

[...] Introdotto nelle sante stanze dal cardinal Leonzio de’ Pedoporni, ei prese a camminar sul pavimento ove iam passaro papi e porporati e dipintori eccelsi e lo più eccelso fra tutti i dipintori. Guardava quel che Botticello e Domenico el Ghirlandaio e Perusino, Cosimo e Pier di Cosimo e Luca e Pinturicchio fecero tempo addietro. Poi, d’un tratto, s’arrestò e, volgendo il guardo verso l’alto e spalancatasi sì immensa visione ch’empieva del divino li colori, pervaso di celeste sapienza proferì: “Mah, io avrei dato una mano di bianco e via” [...]

In un’epoca in cui gli intellettuali di corte solevano destinare i propri lavori alla gloria dei propri signori e mecenati, codesta mente errabonda, trovandosi presso Isabella d’Este, che lo aveva accolto sotto la propria ala, volle dedicare alla sua amata protettrice l’unica opera che ritenne adeguata alla magnificenza di lei. Si prodigò allora in un imperioso pippone che concluse nella latrina del Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Avvenimento chiave per comprendere a dovere l’animo e la filosofia di questo imperturbabile genio è di certo il tentativo di rapina di cui fu vittima durante il suo soggiorno a Napoli. Affidiamoci un’altra volta alle parole di Giovannone il Grassone Schifoso (così detto – fa notare Leopardi – per la sua leggiadria):

[...] Similmente a come accadde al rocambolesco Benvenuto Cellino, poi che si dipartiva da Partenope con li dinari addosso, un brigante piombò sull’Andreino e sorse diverbio tra li due per la sete di ori del primo e la fame di vita del secundo:

“O la borsa o la vita!”
“Faccia lei”

Giovannone prima e Leopardi poi concordano nel reputare la seguente frase come la più indicativa, esplicativa e sintetica dell’intera filosofia di Andreino da Monte:

Tutto quel che m’è di necessitade cognoscere truovasi nello Ecclesiaste – “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Niente di nuovo sotto al sole” – e nel savio favellar di Gige carrettiere, che quando spossato giugne a casa dopo il longo jorno di travaglio, appressandosi al sudato e parco desco e’ sussurra: “Ma che campo a fa’, pe’ ‘na tazza de brodo?”.

Encomiabile ricerca ha condotto inoltre Giacomo Leopardi scovando tracce dei pensieri e delle parole di Andreino Da Monte in molti capolavori della letteratura. Leopardi, nelle lunghe dissertazioni del Darchettone, ha dimostrato incontrovertibilmente come molti dei maggiori scrittori della storia si siano serviti di Andreino, tenendo nascosta la fonte della loro ispirazione.
Basti pensare, per esempio, a Calderòn de la Barca e confrontare il suo dramma principale con un passo del Qui sto e qui resto:

[...] “La vita è sogno”, si ripeteva Andreino speranzosamente mentre svolgeva le proprie mansioni alla Locanda dell’Incontinente ove avea trovato lavoro come lucidatore di pitali. [...]

Oppure, un nome su tutti, William Shakespeare:

[...] Sostiene Andreino: “Essere o non essere, tanto che cambia?” [...]

Notevole è dunque l’eredità che questo genio ritrovato ci lascia: grazie a lui, e grazie a Leopardi che della sua voce si fece foriero e megafono, or sappiamo che il brodo è acqua calda, che Camillo Sbarbaro era un buontempone e che fregna e legna, di contro alla vulgata comune, possono essere interscambiabili. (Dubbi rimangono comunque sul binomio fica e ortica, almeno fino a quando non avrò portato a termine il saggio Come reagiva Andreino da Monte al prurito?).

Uno slancio di ottimismo, però, una volta lo ebbe: “Questo mio tempo, tutto sommato, mi piace, poiché l’aspettativa di vita media, almeno, è parecchio bassa”.
Ma il destino beffardo lo volle straordinariamente longevo: morì a centovent’anni, piuttosto annoiato.

*

*

Appendice – Dialogo tra mercante e cliente in una bottega del XIV secolo

“Bono jorno, havvi longo spago?”
“None, non havvi”
“Sei sicuro che non havvi?”
“Me cascassero le mano”
“Controlla bene”
“Sed si t’ho ditto che non havvi, non havvi”
“Oh, non c’è niente da facere: niuno havvi isto benedicto ispago”
“Tamen tengo in loco dua gomene et est offerta: capti dua, prendi tres”
“Et che ce fo cum dua gomene?”
“I’ non sapio. I’ per exemplo le reco semper meco e si necesse tosto el lego a ista gran cippa de…”
“Capio, capio. Arrimirarci”

*

*

Appendicite dell’appendice – Botta e risposta tra un liberto ed una vestale nella Roma di Traiano

“Pulchra puella, habes duo magna pira!”
“Turpis puer, habes parvam fabam, si habeas”

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“Diario simulato” 19 – Montana Smith, tombarolo

Pubblicato da sdrammaturgo su 25 Agosto 2008

Che dire della mia vita? Rocambolesca come quella di un’aquila nella tormenta, un funambolo durante un terremoto, un obeso su un ponte tibetano.
Le mie imprese sono note a tutti voi: sono state già ampiamente narrate in capolavori della cinematografia d’avventura quali Montana Smith ed il Pallone nella Casa dei Vicini, Montana Smith ed il Barattolo sullo Scaffale Altissimo, Montana Smith contro la Sciatica, Montana Smith e il Sacro Osso.
Ma pochi, anzi nessuno, tranne chi la visse in prima persona, è a conoscenza della mia più mirabolante avventura: il recupero delle Cinquecento lire dietro al Comò.
E’ giunto il momento di raccontare questa inedita storia della mia biografia, poiché farvi un sì prezioso regalo mi sembra il modo più giusto per festeggiare la mia pensione. Ed anche perché non ho altro da fare mentre aspetto la badante che venga ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Giacché, come ben sapete, le peripezie di cui fui impavido protagonista alle prese con la Sciatica ed il Sacro Osso non mi hanno lasciato indenne.

Ricordo ancora nitidamente la mattina in cui ebbe inizio la vicenda delle Cinquecento lire dietro al Comò.
Avevo appena finito la mia lezione al Centro Recupero Anni Scolastici su come riprendere un frisbee finito su un albero servendosi di un sasso, un bastone ed un ragazzino occhialuto da costringere ad arrampicarsi, quando nel mio ufficio trovai ad attendermi Nicolyn Ravensburger.
Nicolyn era un mio carissimo amico di vecchia data. Eravamo stati compagni di studi all’Istituto di Formazione Professionale per Aiuto-Elettricisti e Facchini di Idraulici, avevamo condiviso le prime esperienze di scavo in miniera ed era lui a procurarmi le dritte migliori per il mio lavoro di tombarolo dell’avventura.
Era un bel po’ di tempo che non ci vedevamo. Nicolyn aveva deciso di darci un taglio con la solita routine. Era stufo della sua vita abitudinaria fatta di impegni e scadenze fisse, così aveva deciso di mollare tutto ed andarsene. Era partito allora per un paese che non conosceva. Si perse, tornò indietro e riprese il suo posto da catalogatore di servizi da tè.
Era un vero topo d’archivio: sapeva ritrovare con una maestria impareggiabile i cucchiaini d’alluminio finiti per errore in mezzo alle tazze di coccio e rimettere tutto a posto.
Sapete, aveva avuto un’infanzia piuttosto difficile e per dimenticare si era buttato anima e corpo nella sua passione per l’attività archivistica. Non deve essere affatto facile per un bambino, specie per uno fragile e malaticcio com’era lui, vedere la propria nonna intenta in atti di zoofilia con un vitello. Ed era il vitello ad essere zoofilo.
Ad ogni modo, seppure con fatica, crescendo aveva superato il trauma ed ora era lì, seduto di fronte alla mia scrivania.
“Ciao Montana”
“Ciao Caccoletta-dalla-nonna-bovinamente-deflorata” (era questo il soprannome con cui era conosciuto fin da piccolo)
“Ho qualcosa di grosso per le mani”
“Anche tua nonna”
“Ti ricordi di Sir Roland Buzzin?”
“Chi, quello mezzo frocio?”
“Mi ha contattato l’altro giorno dicendomi che ha bisogno di noi. Gli sono rotolate cinquecento lire dietro al comò”
“Ommioddio!”
“Già”
“Ed ora scommetto che non riesce più a riprenderle”
“Si tratta di un’operazione della massima delicatezza. Solo tu sei in grado di riuscirci. Questo è un affare per te, Montana!”

L’occasione era troppo ghiotta. Una missione del genere capita una sola volta nella vita a chi fa il nostro mestiere. Avevo sete di nuove avventure.
L’indomani partimmo alla volta dell’Inghilterra. Destinazione, la tenuta di Sir Roland Buzzin nello Wiltshire.
Buzzin era un aristocratico erudito molto noto nel mondo dell’archeologia hobbistica.
Era stato l’ideatore della collana Costruisci da solo la tua collezione di farfalle da utilizzare come scusa per portare strappone in casa, era il maggior collezionista al mondo di noccioli di frutta comune ed era inoltre noto come l’uomo più bello di Malmesbury dopo Thomas Hobbes.
Persona di eccezionale sensibilità e grande animatore culturale, attento anche alla sfera ludico-folkloristico-tradizionale, a lui faceva capo il comitato organizzatore del Festival del Sollazzo Eugenetico, che prevedeva eventi sportivi di alto profilo come la corsa dei paralitici in discesa o la gara di nuoto sincronizzato per mutilati di guerra.
Amante dei motori ed interessato al misticismo, a lui si deve anche il coordinamento della Cronoscalata del Monte Athos.
Insomma, egli era la prova vivente che Darwin aveva ragione ma era stato troppo ottimista.
Ci accolse con estrema cordialità, sebbene qualche anno addietro aveva avuto un piccolo screzio con me: come la maggior parte dei ricchi mecenati, spesso anteponeva la propria egoistica e narcisistica soddisfazione di collezionista al bene comune, volendosi appropriare in maniera esclusiva di preziosi reperti. Avendo io particolarmente a cuore la causa, non transigevo facilmente su certe cose, così una volta lo incalzai: “Questa cosa dovrebbe stare in un museo!” “Ma questa è mia madre”.
La querelle sul pubblico e privato era comunque acqua passata.
“Seguitemi”, ci disse con il suo tipico modo elegante ed austero, scatarrando subito dopo.
Ci portò sul luogo del problema, in modo tale che io potessi prendere visione del Comò. Si trattava di un imponente manufatto ligneo dal peso approssimativo di duecento libbre risalente alla quinta dinastia del Mobilificio Harrison and Son and Cousin and Uncle.
“Una bella gatta da pelare”, mormorò Nicolyn sbucciando un siamese.
Compresi subito cosa avrei dovuto fare.
“C’è solo un modo per recuperare le Cinquecento lire. Avremo bisogno di un oggetto particolare. Molto particolare…”
“Stai pensando a quello che sto pensando io?”, chiese Nicolyn.
“Sì, se anche tu stai pensando alle Spogliarelliste Azteche”
“Ti riferisci dunque a…a…lui!”
“Ebbene sì: per spostare il Comò ci servirà il leggendario Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi. Solo con quello potremo avere qualche speranza”
“Ma alcuni pensano che si tratti solo di un mito, che non esista affatto”
“Mio padre non è mai stato di questo parere. Ci recheremo da lui oggi stesso. Nicolyn, prenota il primo dirigibile. E mi raccomando: che il vano bagagli sia comodo”
“Bene, conto su di lei, professor Smith”, intervenne Sir Buzzin. “Vi affiancherò una studiosa di mia fiducia. Prego, entri pure, professoressa Mypussy”.
La porta si spalancò ed apparve una donna bellissima: alta, capelli castani ed ondulati, labbra carnose, pelle serica. E dietro la professoressa. Non era malaccio. Una bellezza d’altri tempi, diciamo. Sarebbe stata un bel bocconcino, nel Paleozoico.
Mi sembrò subito che fosse attratta da me. Ogni volta che mi vedeva si bagnava. Solo in seguito scoprii che era incontinente.
“Professor Smith, le presento la professoressa Forget Mypussy. La stangona invece l’ho ordinata da una ditta di negrieri specializzati in tratta delle bianche. Bell’oggettino, non trova? Ad ogni modo, la professoressa Mypussy sarà la sua referente. Potrà chiedere a lei tutte le informazioni di cui avrà bisogno”.
Decisi di metterla subito alla prova: “Che ore sono?” “Le cinque meno un quarto” “Complimenti, lei è molto preparata. Posso chiamarla collega?” “No”. Però poi me la diede uguale. Non venni meno alla mia fama di sciupafemmine. In ambiente accademico ero noto come il Seduttore di Scorfani. Confermai la mia reputazione, il tempo di avviare una storia d’amore che ai produttori dei film su di me piace sempre, ed ero pronto per ripartire. Sarei andato da mio padre: soltanto lui avrebbe saputo dirmi qualcosa sul Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi.

Mio padre, Ohio Smith, era uno studioso schivo e riservato. Viveva appartato nella sua casa nel Minnesota circondato dai suoi libri sulle civiltà scomparse e quelle da far scomparire e qualche numero di Penthouse, ma solo quelli che avevano più di settant’anni: voleva essere certo che tutte le modelle che avevano posato nella rivista fossero morte da un pezzo. Eh, lui sì che era un vero archeologo nell’animo: nemmeno la passera gli piaceva se non era mummificata.
Da mio padre avevo ereditato tutto: la passione per l’antichità, il rigore nelle indagini, l’ernia al disco.
Sapevo di poter contare su di lui in ogni momento ed ogni situazione. I suoi consigli erano sempre assai preziosi: spaziavano dal “non ci pensare” a “la vita va avanti” ed era sempre prodigo di suggerimenti tecnici sulla nostra professione. Rammento ancora quando gli chiesi delucidazioni su come ripulire una stele incisa con scrittura cuneiforme dal nostro vicino analfabeta grafomane: “Non ci pensare, la vita va avanti”, rispose.
Appresso al Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi aveva speso tutta l’ultima parte della sua vita. Il mancato ritrovamento era rimasto il suo grande cruccio, ma seppe indicarmi la via da seguire: mi disse che l’unico che avrebbe saputo svelarmi dov’era nascosto il Piede di Porco era il vecchio saggio Nontiresiappiù, il quale però abitava in un luogo impervio e pressoché inaccessibile in cui solamente il Predestinato sarebbe riuscito ad arrivare. Mio padre ce l’aveva quasi fatta, ma gli si fermò la macchina.
Mi consegnò la mappa che lui stesso aveva disegnato e mi salutò con affetto, abbracciandomi e sussurrandomi all’orecchio: “Non ci pensare, la vita va avanti”.
Prima di uscire, mi voltai nuovamente verso di lui e proferii: “Papà, che senso ha tutto ciò se non vediamo una figa dalla prima guerra punica?” “Io ho amato una sola donna: tua madre. Era così bella quando la vidi per la prima volta durante gli scavi a Giza… Era in ottimo stato di conservazione. Dovresti farti una ragazza anche tu. Ci sarebbe la figlia della Luisa: è morta da appena tre giorni” “Ci penserò”, conclusi, e me ne andai.

“Nicolyn, ora dovrò proseguire quest’avventura da solo: dovrò dimostrare di essere il Predestinato. Solo in questo modo potrò essere ammesso al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù”
“Fai, fai, tanto io ho una cena con i parenti”
“Salutami tua nonna. Ed il vitello”
“Eeeh, il vitello è cresciuto: è una bistecca, ormai”
E ci separammo.
Mi incamminai allora verso le scoscese e misteriose Distese dell’Urìn, ove risiedeva il vecchio saggio Nontiresiappiù.
Il vecchio saggio Nontiresiappiù era un veggente non vedente che viveva appollaiato nel punto più oscuro delle Distese dell’Urìn, conosciuto come lo Scroscio Giallo dell’Urìn.
I più sapienti della regione sostenevano che il fatto di vivere isolato sopra ad una rupe rocciosa su cui l’unica donna mai avvistata per quelle lande desolate era passata di sfuggita quarant’anni prima aveva contribuito alla sua cecità.
Fu un tragitto faticoso ed irto di pericoli che mise a dura prova la mia abilità. Rischiai la morte innumerevoli volte scalando pareti franabili, addentrandomi in foreste gremite di belve feroci, o quando mi andò di traverso una nocciolina.
Attraversai il Picco della Morte, il Valico del Terrore, la Fossa del Raccapriccio, la Valle delle Mutande in Mezzo al Sedere. Incredibile cosa si è disposti a fare pur di evitare il traffico all’ora di punta.
I miei sforzi, infine, vennero premiati ed indescrivibile fu la mia emozione allorché mi trovai al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù.
Subito mi inginocchiai e recitai la formula rituale che mio padre si era premurato di insegnarmi:
“O venerabile vecchio saggio Nontiresiappiù,
con coraggio ed umiltà
ho superato le perigliose avversità,
sprezzante del dolore
ed incurante dell’odore.
Chiedo di venire ammesso alla vostra nobile e virtuosa favella
e prometto di tenere a freno le mie turbolente budella.
Lunga la foglia, stretta la via,
ponteponenteponteppì
eccomi, maestro, son io il Predestinato!”
“Ti facevo più alto”
“Ma allora lei ci vede!”
“No, ma un simile cazzone dev’essere per forza un tappo, se i detti dei nostri Padri corrispondono a verità”
“Maestro, son giunto fin qui alfin di dimandarle ov’è ubicato il loco in cui è custodito il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi”
“Perché parli in codesto modo, figliolo? Ad ogni modo, risponderò, ma dovrai decifrare l’Enigma degli Antenati.
Narra infatti l’Arcano Oracolo: ‘Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi, scettro del dominio che ha il Cielo sulla Terra, giace sul fondo del Sempre e del Mai. Là dove si addormenta il tramonto e la notte cerca il pertugio dell’alba, sul limitar della Vita ch’è fonte di Morte, lungo il crepitio della Morte che ardendo bagna di Vita.
Praticamente vai sempre dritto, allo svincolo giri a destra, fai la rotatoria ed al secondo semaforo ti tieni sulla sinistra’.
Sii forte, ragazzo”
“Lo sarò”.

Seguendo le indicazioni fornitemi dal vecchio saggio Nontiresiappiù, arrivai nella terra della tribù dei Bisfulchi.
I Bisfulchi hanno usi e costumi spaventosi: una volta a settimana, nella notte che precede il loro giorno di festa, sono soliti ammassarsi in luoghi chiusi, angusti e bui illuminati flebilmente da luci intermittenti; si abbandonano quindi a movimenti forsennati e scomposti seguendo ritmi martellanti battuti da uno sciamano posto in posizione più elevata rispetto al piano dove si svolge la disordinata danza; gli uomini accerchiano dunque le donne, strusciandosi talvolta contro le loro terga quasi a voler dar loro prova sensibile della propria virilità; ciò che li trascina e li domina è una ferina ansia dell’accoppiamento destinata a subire per la maggior parte lo smacco: solo i più valorosi, indomiti ed indefessi tra gli elementi della tribù riusciranno infatti a vincere il premio e solo ai più infaticabili Appuntatori alcune donne concederanno quella che essi chiamano Fregna Inextremis, lasciandosi trascinare nell’altrui capanna (sebbene la maggior parte degli animaleschi atti venga frettolosamente consumata dentro al carro che ogni uomo ha lasciato nella radura vicino al luogo del ballo).
Dopo giorni e giorni di appostamento, finalmente riuscii a sfruttare un momento di stasi e di assenza generale degli abitanti del villaggio. E’ consuetudine dei Bisfulchi infatti abbandonare in blocco le proprie abitazioni nel giorno che sancisce la metà della stagione estiva; in tale occasione tutti i Bisfulchi si ammassano nel sentiero che conduce al mare per recarsi sulle spiagge arse dal sole, dove, dopo ore di attesa per via del disagevole passaggio tutti insieme attraverso il sentiero, si contenderanno il poco spazio disponibile sulla sabbia rovente. Gli antropologi stanno ancora cercando di capire, con scarsi risultati, quale sia lo scopo che li spinge a fare ciò. Nessuna soluzione finora è parsa soddisfacente, neppure la teoria proposta dall’insigne Charles Spòstati-Stronz che aveva a che fare sempre con la Fregna Inextremis.
Ad ogni modo, nel silenzio del villaggio vuoto, sottrassi il famigerato Piede di Porco e ripartii in tutta fretta, desideroso di lasciare al più presto quel popolo barbaro ed inospitale.

Volai fino a Malmesbury, dove ad attendermi c’era anche il buon Nicolyn Ravensburger. Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi si rivelò uno strumento eccezionale: grazie a lui e con l’aiuto del fidato Nicolyn che ne seppe sviscerare tutto il disumano potere ripetendo le parole magiche “daje daje daje”, spostai il Comò di Sir Roland Buzzin e recuperai le Cinquecento lire rotolate dietro.
Fui pagato profumatamente dal mio committente: mi diede un fusto di lavanda e due sacchi di salvia, dopodiché ci accomiatammo.
Al mio ritorno nel mio ufficio, trovai ad attendermi una busta da lettera. La aprii. Era della professoressa Forget Mypussy che mi diceva addio: “Mi piacevano il tuo modo di camminare, il tuo sopracciglio che si alzava di scatto, il tuo picchiettare sul tavolo. Peccato per tutto il resto”.
Non me la presi. Mi dispiacque, certo, ma comprendevo benissimo i motivi che la spingevano a lasciarmi. Non è facile stare con uno come me: un giorno stai rotolando sui gradini di un tempio segreto Maya, un altro ti stai calando con una liana in una voragine dell’Africa Centrale, un altro ancora ti si toglie la catena della bicicletta e devi invocare gli Spiriti dell’Officina.
Noi avventurieri siamo fatti così: mai paghi di vita, mai sazi di esperienze, sempre in cerca di un prestito rateizzato.
Io son d’un’altra razza: son tombarolo.

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“Diario simulato” 18 – Se fossi un pessimista cronico

Pubblicato da sdrammaturgo su 15 Luglio 2008

Sottotitolo: ehi, ma io SONO un pessimista cronico!

*

Avvertenza: diario meno simulato degli altri, ma non eccessivamente. Liberamente tratto dall’inevitabile sconforto di un intelligente di fronte al tragicomico spettacolo dell’umanità.

*

La vita è bella, quando non si nasce.
Io ce l’ho messa tutta, ma niente. Quand’ero uno spermatozoo, sono finito nell’ovulo solo perché sono inciampato.
Appena uscito dal ventre di mia madre non piangevo. Ero troppo amareggiato. Così il medico mi ha schiaffeggiato. E’ stato in quell’occasione che ho imparato che quando stai male c’è sempre qualcuno pronto a dartici sopra il resto.
Nonostante tutto, in qualche modo sono cresciuto. Poco, s’intende. Ed eccomi qua, il giorno del mio compleanno. Ho ricevuto un mucchio di auguri. Ho ringraziato tutti. Mi sento piuttosto sorpreso: pensavo di morire più giovane. Infatti sono un po’ deluso.
Per festeggiare, mi sono dichiarato alla ragazza che amo in gran segreto da tanto tempo. Le ho telefonato e le ho detto: “Visto che hai sopportato la tubercolosi, perché non ti metti con me?”. Ma ha detto di no. Ha detto di aver bisogno di un uomo più vivo, più gioviale, più entusiasta della vita. “Ma io lo sono!”, ho controbattuto. “Ultimamente ho preso persino a guardare a sinistra prima di attraversare la strada e giuro che presto inizierò a controllare anche a destra”. Ma non c’è stato verso. Lei vuole adrenalina, imprevedibilità, follia, ha detto. Mentre io considero un evento mondano tutto ciò che accade fuori dalla porta del mio cesso, ha detto. Eppure tutti mi hanno sempre detto che ho la stessa energia trascinante di Gino Paoli, solo con minore grinta.
Va be’, poteva andare peggio. Potevo andare in coma e risvegliarmi a Carramba che fortuna.
L’unico guaio è che il testosterone comincia a darmi noia. Non dico che non scopo mai, ma oggi quando ho aperto il cassetto del comodino e ci ho visto dentro i preservativi sono scoppiato a ridere. Non so da quanto siano lì, ma ricordo di averli ottenuti tramite baratto. Credo siano fatti di budello di lepre.
Giusto ieri però mi sono state dedicate delle parole bellissime. “Tu sei erotismo. Quando parli, per le cose che dici e per come le dici, sei erotismo”, mi ha detto una ragazza che la dà ad un altro.
Ma d’altronde, come diceva il poeta, “la fica, se uno non ce l’ha, non se la può dare”.
Ho pure la tosse. Vivere nuoce gravemente alla salute.
E’ vero, la vita è un gioco. L’importante è ritirarsi.
Che poi, che senso ha vivere senza poter venire in faccia ad Alicia Keys?
Per fortuna c’è la musica a tirarmi su il morale. La settimana scorsa sono andato al concerto dei Radiohead. Ero tra la folla sul prato. E’ stata una bellissima nuca. Mi chiedo sempre dove sia il Direttorio quando serve. Inoltre è valsa davvero la pena spendere cento euro per sentir cantare in coro diecimila dilettanti.
La vita è un gran trambusto. Ah, quante soddisfazioni, se fossi nato paralitico.
Bah, esistere è davvero assurdo. Assurdo come avere un boy scout tra le mani e risparmiargli la vita.
Ad esempio, il mio sogno più grande è sempre stato quello di scrivere una commedia che tenesse testa a Morte di un commesso viaggiatore e domani attacco il lavoro all’ufficio postale. Da qualche parte ho letto che a Guantamano ne hanno riprodotto uno. Ci fanno mettere in fila i detenuti, li sballottolano da uno sportello all’altro e quando arrivano alle raccomandate confessano tutto.
Chissà, magari un giorno diventerò famoso. Di sicuro sarò già morto da un pezzo. Non è una vera ingiustizia che le opere postume, che sono sempre le migliori, non fruttino passera?
Sono certo che Raymond Radiguet avrebbe preferito di gran lunga essere un pastore analfabeta che si fosse inchiappettato le capre fino a novant’anni.
Che fatica, la vita. Il mito di Sisifo è veritiero, sebbene non tenga conto dei semafori.
Come se non bastasse, altre beghe sono arrivate con il trasloco. Nella nuova casa ho dovuto combattere contro gli scarafaggi. Enormi. Non voglio fare il solito esagerato che quando una cosa capita a lui è sempre apocalittica ed interstellare, ma uno si è presentato come Gregor Samsa.
Mi sono dovuto alleare con le locuste.
Dopo la battaglia ero davvero stremato. Mi sono coricato sul letto, ma nella stanza c’erano due zanzare. Così me ne sono andato per non disturbare.
Mi sono addormentato sul divano, ho fatto un sogno erotico, ma ho fatto cilecca. E’ proprio vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Un grande insegnamento rimbomba nella mia anima cassintegrata: “Beati i poveri, perché moriranno prima”.
Forse che forse, dovrei essere sulla buona strada.

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“Diario simulato” 17 – L’irresistibile discesa di Artura Ua

Pubblicato da sdrammaturgo su 20 Maggio 2008

Eccomi qua, seduta a questa scricchiolante scrivania intenta a tracciare (io, non la scrivania) il bilancio della mia vita, immersa in una tremolante penombra rischiarata solo dalla fioca luce di una candela. E non già per ottenere un’atmosfera romanzesca, ma perché non ho pagato le ultime due bollette.
Mentre il sipario sta per chiudersi sul palcoscenico della mia esistenza e gli spettatori vanno a chiedere indietro i soldi del biglietto, ripenso ai miei anni andati e mi commuovo piena d’orgoglio mettendoli a paragone con quelli di Michele Cucuzza.
Ma procediamo per gradi.
Giovane ed ambiziosa, lavoravo nel mondo dello spettacolo, ma il mio sogno era diventare operatrice di call center per prendere ordinazioni in un fast food.
Era sempre stato quello l’obiettivo che coccolavo fin dalla mia difficile infanzia. Già, da piccola non me la passavo bene. Non voglio dire che ero povera, ma Edmondo De Amicis mi pedinava e prendeva appunti su un taccuino.
Costantemente alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di non rubare il miglio ai piccioni, partecipai ad un provino e venni selezionata come protagonista nel videoclip di Labbro leporino, il singolo che lanciò l’astro nascente del pop Ootcho e ne sancì la definitiva consacrazione nell’universo degli imbianchini. Lo struggente ritornello segnò generazioni su generazioni di innamorati: “Ma hai il labbro leporino/non va bene per un pompino”.
Rimbalzavo da un’occupazione all’altra, senza smettere mai di inseguire il mio obiettivo. Sentire l’ebbrezza della scrivania, assaporare l’adrenalina delle ferie non pagate, respirare l’emozione del turno di notte: era questo tutto ciò che volevo.
Ero disposta a tutto pur di raggiungere i miei scopi e capii ben presto qual era la strada più agevole – e forse l’unica praticabile – per realizzare i miei propositi: offrire il mio corpo per ottenere favori che mi spianassero il cammino e la carriera. Si sa, il mondo dei call center che prendono ordinazioni per i fast food è arduo e ricco di insidie, pieno di pizzaioli senza scrupoli; la concorrenza è tanta, e, se si vuole andare avanti, bisogna sapere accettare i compromessi e sporcarsi un po’.
Cominciò quindi la lunga trafila di uomini di potere attraverso i quali speravo di poter giungere all’agognata meta.
Il primo fu Dandolo, buttafuori sensibile. Avevo saputo che conosceva uno che una volta era passato davanti ad un ristorante e mi sembrò un ottimo aggancio. Mi piacque inizialmente la sua tenerezza e successivamente la sua capacità di comprendere quando ero stremata dagli sganassoni. Grosso e villoso, era però un egoista. Pensava solo a se stesso. Gli dissi: “Prova a metterti nei miei panni, ogni tanto!” “Lo faccio spesso” mi rispose “Ci ballo Like a virgin davanti allo specchio”. Lo lasciai.
Poi conobbi un gran bastardo. Una volta ci fu una discussione lunghissima in cui gli feci una gran predica: “Josh, così non va. Mi trascuri, non sei abbastanza presente, Josh. Lo capisci che ho bisogno di te, Josh?”. Tutto quello che seppe rispondermi fu: “Ma perché cazzo mi chiami Josh?”. Armandino era un vero stronzo.
Fu quindi la volta di Ermengardo. Lo vidi ad un evento mondano organizzato dalla norcineria Cacalloro e mi colpì subito quella sua abilità di grattarsi le palle sottocoscia. Inizialmente lo abbordai per arrivare al signor Cacalloro in persona, ma finii presto per innamorarmi di lui, della sua indole poetica. Mi disse parole che nessuno mi aveva mai detto: transustanziazione, stafilococco, anadiplosi.
Di fronte al cielo stellato mi sussurrò: “Guarda l’immensità dell’universo…A volte mi sento così piccolo…Cosa siamo, noi, in confronto a Michael Jordan?”.
Sulla scia de L’odore dell’India di Pasolini, aveva anche scritto un libro: La puzza dell’Abruzzo.
Fu una relazione dolce ed intensa, ma qualcosa non funzionava. Il suo pene, ad esempio. Il nostro rapporto si interruppe bruscamente quando Ermengardo morì fulminato.
Cercai allora conforto in Oristano. Non so perché mi piacesse e cosa trovassi in lui. Di lui sapevo poco o nulla. Sapevo solo che Konrad Lorenz aveva scritto un libro sul suo pene. Fu la mia storia più appagante. Ma per nulla pagante, visto che sperperava tutti i suoi soldi a pittolo, così cambiai aria.
Frequentai per diverso tempo un pianista. Suonava come piano bar in diverse trattorie e poteva mettermi in contatto con vari gestori di call center che prendono ordinazioni per fast food, quindi lo reputai un buon partito. Era bellissimo farlo con lui sul suo pianoforte. Poi lo lasciai per un muratore, con cui lo facevo spesso sulla molazza.
Stavo collezionando uomini su uomini, ma ancora non ero riuscita ad ottenere alcunché, a parte la candida. Nonostante non mi fossi ancora persa d’animo, i periodi di sconforto non mancavano. Fu proprio in uno dei momenti più neri che incontrai Erasmo. Erasmo faceva il lavavetri sui grattacieli. Mi aggrappai a lui, alla sua solidità, mentre stavo precipitando dal settantacinquesimo piano. Fu il destino a salvarmi, ma soprattutto le sue braghe.
La nostra fu una frequentazione burrascosa. Avevamo stili di vita differenti: lui amava le feste e le macchine sportive, io avevo la lebbra. Talvolta risultava però persino conveniente: se prima di un appuntamento mi spuntava un brufolo sul naso, mi toglievo il naso.
Erasmo era tuttavia una persona piacevole, sebbene il confronto con la lebbra lo facilitasse.
Ad ogni modo, tra noi non durò molto. Io avevo bisogno di sentirmi amata, di avvertire il calore di sentimenti forti ed impavidi, mentre lui era freddo, distaccato, quasi disinteressato a me.
E poi, una sera, all’improvviso, quella telefonata inaspettata: le parole piene di passione, i “ti amo” sussurrati tra lacrime e sospiri, le promesse di eternità, la voce rotta dalla commozione, la mia mano che tremava nel reggere la cornetta. Peccato solo per il “mi scusi, ho sbagliato numero”.
Erasmo passò, la lebbra passò. Devo ammettere che talvolta la lebbra mi manca.
Entrai in una spirale di disperazione, in un’ellisse di afflizione, in un trapezio isoscele di struggimento. Cominciai a temere di non farcela, vedevo i miei sogni allontanarsi sempre più inesorabilmente. Alla soglia della maturità, non avevo ancora ottenuto ciò che volevo con tutte le mie forze e con quelle di uno schiavo che utilizzavo appositamente. In un simile stato d’animo, di certo non mi fece bene legarmi a Goffredo. Nel frangente in cui avrei avuto maggiore bisogno di ottimismo e di essere incoraggiata, incappai nel più grande pessimista che mi sia mai capitato di incrociare.
Ogni volta che cercavo di farmi ritirare su da una condizione di prostrazione, lui mi affossava ulteriormente. “Io sogno un mondo migliore, Goffredo!” “Sognare un mondo migliore va bene, se intendi trasferirti su Urano”.
E non è facile gustarsi un pranzo quando uno ti dice: “Butta giù la pasta, prima che sia troppo tardi”.
Finché un giorno decisi di riprendere in mano la mia vita e lo piantai. Suppongo sia ancora intrappolato in quell’orto.
Alla fine…ebbene sì, alla fine ce la feci. Passò un altro po’ di tempo, mi diedi da fare sotto numerosi fornelli e venni scritturata come operatrice in un call center che prende ordinazioni per un fast food.
Ricordo ancora con commozione la mia prima telefonata: “Pronto, sono Ugo Picozzi, ho già ordinato altre volte da voi. Vorrei una diavola ed una marinara per le otto. Mi raccomando, la marinara con poco aglio, ché è per mia moglie ed ha i giorni contati. Cerchiamo almeno di farla morire profumata”.
Perché vi ho narrato la mia storia? Perché la mia esperienza dimostra che se hai un sogno e ci credi veramente, puoi farcela. E dalle mie vicende si impara anche un’altra grande lezione: Ugo Picozzi ha un enorme rispetto per i becchini.

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“Diario simulato” 16 – Telecronaca di un amore

Pubblicato da sdrammaturgo su 5 Aprile 2008

Ricordo ancora quando vidi Elettra per la prima volta: era così bella ed elegante, discinta, e si muoveva languida tra le tende scosse dalla brezza mattutina. Io me ne stavo lì, inebriato e come inebetito, immobile, distante, con il mio binocolo. Fu amore a prima vista. Ma non me la diede manco per sbaglio, così ripiegai su Cinzia.
Cinzia era un tipo piuttosto giovanile. Almeno per gli standard della Prima Rivoluzione Industriale. Non dico che fosse brutta, ma ogni volta che usciva di casa aveva quattro o cinque gabbiani che le svolazzavano intorno.
Ad ogni modo, la sua appartenenza alla famiglia dei mammiferi risultava facilmente riconoscibile dopo una breve analisi che non richiedeva esagerati sforzi d’indagine scientifica.
Era una donna molto formosa. O meglio, piuttosto in carne. Ma diciamo pure una cicciona che sarebbe stata una grande attrazione in un circo diretto da Tod Browning. Però aveva una spiccatissima sensibilità, un cuore d’oro proporzionato alla sua stazza. “Sono piena d’amore” – mi disse un giorno – “Ah, allora non è grasso”, risposi sollevato.
Aveva la vitalità di Giuseppe Mazzini nel biennio 1997/1998. Eppure a letto era estremamente passionale, vogliosa fino all’eccesso, ed aveva un mucchio di strane perversioni. Spesso era davvero troppo anche per me, così una volta dovetti mettere in chiaro alcune cose: “Non voglio criticare i tuoi gusti erotici, la pioggia dorata piace anche a me, la trovo una variante interessante e fantasiosa, ma non capisco perché tu debba lanciarti tra le gambe dei barboni che pisciano agli angoli della strada”.
Andammo subito a convivere, vuoi perché provavamo fortissimi sentimenti l’uno per l’altro e la profonda convinzione dettata dal nostro amore non ci faceva affatto temere e dubitare un solo istante di compiere un passo affrettato, vuoi perché mi avevano sfrattato.
In casa teneva un cane, un alano di grosse dimensioni. Dormiva in camera sua e quando facevamo sesso mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché l’alano ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage, lo investii con il motorino. E con la moto. E con l’apetto. E con la macchina. E con il furgone. E con un blindato militare che avevo noleggiato a prezzo vantaggioso. Così, purtroppo, morì.
Cinzia prese allora un pastore maremmano. Si chiamava Bastiano Fora, aveva un piccolo casale nelle campagne di Montalto di Castro e sembrò entusiasta di trasferirsi da noi.
Si dimostrò un integerrimo guardiano dell’abitazione: la sua puzza scoraggiava i ladri e teneva lontane le piattole. O quantomeno quelle nemiche delle sue.
Non era una spiacevole compagnia, ma quando facevo sesso con Cinzia mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage con il motorino, gli sparai.
Quel periodo con il pastore Bastiano mi arricchì molto, specie sotto il profilo immunitario: la sua vicinanza tonificò a tal punto i miei anticorpi che non avrei preso l’AIDS neppure se avessi sodomizzato Freddie Mercury da morto. E adesso posso anche confermare prove alla mano.
La nostra bella storia fatta di passeggiate romantiche al chiaro di luna, viaggi in paesi esotici, concerti, teatro, il tutto mentre lei restava a casa a girare la zuppa, si interruppe bruscamente quando soppressi il nostro figlioletto. Ho sempre reputato che si debba rivalutare l’infanticidio: da piccoli sono tutti carini e da grandi diventano dei bifolchi. Voglio dire, ti prendi il meglio della vita di un essere umano e, fermandolo in tempo, eviti all’umanità un peggioramento. Ma tant’è, lei non accettò mai il fatto che non l’avessi aspettata per partecipare e mi lasciò.
Di quella relazione conservo tuttavia ottimi ricordi: il nostro primo orgasmo simultaneo, ottenuto in due stanze e con due partner differenti; la gita in barca durante la quale Cinzia venne arpionata da un peschereccio giapponese; il reportage che il National Geographic venne a raccogliere nella nostra camera da letto. Inoltre la nostra relazione affettiva finì sulla British Review of Science, subito dopo un articolo sull’accoppiamento dei ratti ed appena prima di una ricerca sulla mungitura dei transessuali idrocefali.
Ah, l’amour, l’amour. Cosa saremmo noi tutti senza l’amore? Perché l’amore è un vento leggero, è un bacio rubato, è un incrocio di sguardi. Tutti concentrati sul pacco.

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Carteggio d’amore e d’avventura

Pubblicato da sdrammaturgo su 31 Gennaio 2008

Cadice, il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Amore mio,

stella che mi illumina il mattino, sole che riscalda le mie notti in seguito ad un incredibile fenomeno di rovesciamento astronomico, foro che torna utile quando nessun chiodo è dato da conficcare pur bramando malleabili superfici, sono adunque giunto al porto e mi accingo a salpare l’indomani, allorché l’alba avrà sorpreso i maschi e corpulenti marinai che approfittano dell’oscurità costiera per far del lor didietro attracco di solerti brigantini.
La ciurma è completata, solida e robusta. Miei uomini di fiducia sono: il cuoco Ramòn Ramirez Carbòn, che nutrirà di vigore le nostre membra con le sue pietanze saporite e sostanziose, il cui gusto corroborante è noto financo negli approdi del Nuovo Mondo (sebbene, secondo alcuni, i piatti di Carbòn risulterebbero ancor più gradevoli, s’egli non solesse lavarsi le mani con la sua stessa urina); Alejandro Belgioioso De La Serna, vedetta morigerata, che al posto di “cazzate la randa” esclama con rossore “augellate la gomena”; ed infine lo scrivano Pedro Aranzàbal, omuncolo di brutto aspetto e di cattivo odore, insignificante nella figura e d’intelletto non brillante, facile inoltre alla mestizia e alla malinconia, oltremodo irritante nella sua penosa mediocrità – come per esempio adesso: non capisco proprio perché mi stia guardando affranto e rattristato mentre gli sto dettando questa lettera.
Avevo chiesto poi un mozzo di bordo, ma mi hanno dato un giovinotto senza un braccio.
Per lenir la noia della traversata e recar sollazzo all’equipaggio, ho chiamato a bordo tre fenomeni da baraccone: un ciccione che arriva a toccarsi le orecchie con la lingua, uno che si infila palline nel culo e poi le spara dal ponte in bocca ai delfini, uno che crede in dio.
Tutto è pronto, moglie mia, per consegnarmi alla storia, alla leggenda. Le gesta del tuo nobile marito saranno ricordate dai posteri per secoli e secoli ancora ed il nome del capitano e timoniere Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, esploratore, gentiluomo e coltivatore diretto, rimbomberà in ogni angolo dei sette mari e verrà impresso sopra ogni cesso delle cambuse.
L’impresa che mi appresto a compiere è seconda solo a quella di quel fiero genovese, il quale, contro tutto e contro tutti, dimostrò che in India si può arrivare anche passando da Occidente: basta solo scavalcare le Americhe, oltrepassare il Giappone, attraversare la Cina, scalare l’Himalaya e ci sei.
Scarsa fiducia ripongono gli inetti ed i miserabili nel mio titanico progetto. Ma essi sono destinati all’oblio dei tempi o al massimo a sposarsi uno scorfano possidente di un orto coltivato a rape. Invece io so, io so che le mappe del cartografo valdostano Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta dicono il vero e non possono mentire, benché le previsioni di quel montano genio godano di ben parca stima nell’ambiente incipriato dei parrucconi del cannocchiale, e solo perché quando egli disegnò la pianta del suo monolocale omise di riportare qualche stanza!
Ah, schioccante sarà lo schiaffo per gli increduli, dopo che per primo avrò posato il piede sulle terre sconosciute di un continente ignoto dove scarpa umana giammai lasciò impronta e puzzo.
Una volta arrivati in quei luoghi misteriosi sarà assai dura muoverci e orientarci, ma la Compagnia mi ha assicurato che troverò una guida sul posto.
Or ti saluto e ti bacio, consorte, e mi accingo agli ultimi preparativi prima della partenza.
Sei sempre nel mio cuore e talvolta nei miei testicoli.

Tuo,

Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn

P.S. Oggi è il primo aprile. Hai già ricevuto il pesce che ho fatto lasciare per te?

 



Siviglia, qualche giorno dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Quando torni, ricordati di passare a prendere un fustino di detersivo per il bucato in lavatrice. Per la lavatrice, mi raccomando, non fare come l’altra volta che mi hai portato quello per il lavaggio a mano.

P.S. Appena sei uscito di casa, ho preso puntualmente il pesce.

 

 

 

 

 

 

Mare aperto, qualche settimana dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

 

Tesoro mio,

la tua lettera aveva un che di anacronistico. D’altronde siamo sempre stati una coppia piuttosto metanarrativa.
Questi ultimi giorni sono stati munifici di traversie: prima siamo incappati in una colonia di sirene, ma per fortuna avevano la raucedine (beate influenze mitologiche primaverili); quindi la vedetta morigerata non ci ha avvertito di un pericolo a poppa poiché si vergognava a dire poppa e non ha trovato sinonimi non disdicevoli, così non siamo riusciti ad evitare la collisione con un banco di coralli. Fortunatamente avevo fatto fare il tagliando al vascello prima di lasciare Cadice e Guido il Meccanico aveva rattoppato la scocca rinforzandola con laureati in filosofia che hanno un contratto da assi a tempo determinato.
Tra poco entreremo in acque che si dicono infestate dai pirati. Se ci capiterà di scontrarci con loro, proporrò una constatazione amichevole.

In mezzo a nerboruti bifolchi avvezzi più alla sciabola che all’igiene intima, ti penso spesso, soprattutto a pecora.

 

 

 

 

 

 

Locale di spogliarello maschile, una notte qualsiasi del 1700, anno più, anno meno

 

 

Marito mio,

flagello della floridezza femminina, totano surgelato che annaspa negli oceani, griderei al mondo quanto mi manchi, se solo non avessi la bocca occupata.

 

 

 

 

 

 

Da qualche parte in qualche mare, presumibilmente qualche mese dopo il primo aprile del 1700,

anno più, anno meno

 

Mia trota salmonata,

non noti da parte mia un certo abuso dell’aggettivo indefinito “qualche”? La fatica del viaggio è sfibrante, ma il mio spirto indomito trova requie al sol pensiero di ciò che l’attende!
Le onde cullano la nave e sembrano sussurrarmi il tuo nome. Se porgo l’orecchio, mi par di udirle mormorare: “Amore, amore, amore”. Lo scrivano sostiene che il loro suono sia molto più simile a: “Cornuto, cornuto, cornuto”, ma proprio non riesco a spiegarmi questo scarto di ricezione uditiva, se non riconducendolo alla sua bassezza umana per nulla abituata al sublime.
Deh, come soffro, povera stella mia, sapendoti lontana leghe e leghe a penare per la lontananza del tuo prode sposo!

Ma presto sarò di ritorno, gioia mia, te lo prometto solennemente.

 

 

 

 

 

 

Gigolò Club di Granada, sempre 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio disorientato coniuge,

in effetti, da quando te ne sei andato, pene non manca. Mancano, pardon. Ma resisto. Eccome se resisto. La tua ultima lettera suonava quasi minacciosa, mio diletto. Non temere di star via troppo a lungo e prenditela pure comoda, valoroso finanziatore dei miei piaceri.

 

 

 

 

 

 

Pieno oceano, ho perso il conto, XVIII secolo (e non ve l’aspettavate)

 

Davanti a me, il mare. Dietro di me, il mare. Intorno a me, gli squali. Sopra di me, la ciurma.
Mentre davo prova di solerzia e gagliardia grattando via i fasolari dalle travi di prua con veementi fendenti di saponetta, un flutto beffardo mi ha catapultato nella bocca salina di Poseidone, il quale a quanto pare aveva messo a dieta i suoi fedeli pinnati predatori.
Oh, quale prova di affetto ed ammirazione stanno dando i miei uomini al loro capitano! Sicuri dell’abilità del loro condottiero, non osano scostar falange alcuna ad aiutarmi per non offendere il mio animo orgoglioso ed anzi si divertono e si sbellicano nel presagir la sorte che toccherà agli ingordi ittici dopo la gladiatoria tenzone. Persino la vedetta morigerata sembra aver abbandonato il suo solito fanciullesco pudore ed incita accaloratamente il proprio duce a guisa di preghiera fescennina, portando entrambe le mani sulla patta a mescolare gli attributi al mio indirizzo, probabilmente per accattivare in mio favore la potenza del sì caro dio Priapo.
Scamperò anche questa insidia? Darò prova di forza, questo è sicuro; certo è che la lotta mi verrebbe più agevole, se non avessi tutto questo peso nelle mutande.

Dettando in diretta questa testimonianza con la bocca piena d’acqua al mio fido scrivano, pure lui incendiato dall’evento, ti bacio, tentando di disincastrare lo stivale dagli incisivi del primo squalo.

 

 

 

 

 

 

Festa con trenino, naturalmente un po’ di tempo dopo, di nuovo 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio consorte in via d’estinzione,

spesso sono stata una compagna assente, lo ammetto; più di una volta, pur di non stare con te, avrei preferito la compagnia dei piranha ed assai frequentemente ti ho privato della mia presenza intrattenendomi con erculei filibustieri assoldati nelle regioni del Nilo. Ma non dubitare stavolta se ti dico che pagherei qualsiasi somma di dobloni pur di poter assistere alla scena. Lo giuro, credimi.

Augurando buon appetito alle dolci creature del mare, ti dico addio, bel pasto della mia vita.

 

 

 

 

 

 

Continente sconosciuto, calendario volato in acqua, 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio ripieno di ostrica,

mia ostrica ripiena, mi sono eroicamente salvato! Quelle popolane emissioni gassose che in me tanto biasimavi ed al suon sulfureo d’olezzante profondità delle quali solevo invece io trastullarmi nella tinozza producendo gorgoglianti bolle con viril soddisfazione, si sono alfin rivelate utili e le tue supposizioni secondo cui avrebbero fatto fuggire anche i pescecani si sono dimostrate esatte.
Saggia è stata la mia scelta di volere come cuoco il glorioso Ramòn Ramirez Carbòn, famigerato per la sua frittura di fagioli al cacao cucinati con i broccoli al peperoncino.
E non son già qui finite le mirabili novelle! Avevo ragione, amor mio! Le carte di Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta non difettavano di veridicità! Come un’armoniosa sinfonia ha risuonato alle mie orecchie il grido: “Terra, terra!” che la vedetta morigerata ha proferito a pieni polmoni stamattina. Unica nota stonata è stato il suo seguente urlo mentre precipitava dalla cima dell’albero maestro, ma la dissonanza non arricchisce forse uno spartito? Specialmente se prodotta dal lavoro d’orchestra di cera fresca, buccia di banana, gabbiano guercio che si schianta in faccia, marinaio poco accorto sofferente di vertigini.
Abbiamo perciò attraccato e ci siamo inoltrati in un territorio che si dice abitato da indigeni antropofagi. Però non abbiamo paura: non conosciamo il significato delle parole “indigeno” ed “antropofago”.
La regione appare oltremodo frastagliata e montuosa, densa di picchi rocciosi tra cui sprofondano abissi petrosi di cui non si vede la fine. Farci strada ci costa sicché sudore della fronte e diarrea degli intestini.
E’ un luogo così scosceso ed impervio che non c’è arrivata neanche la peste. Durante la scalata, i bacilli si sono detti: “Ah rega’, ma chi ce lo fa fa’?” e sono tornati indietro.
Mi sento insicuro come un chierichetto alla Conferenza Episcopale. Ma non mi arrenderò e conquisterò queste lande, soprattutto dopo aver fallito la presa della Kamchatka.

Sarai fiera di me!

P.S. Mi chiedevo: ma come fanno ad arrivarci le rispettive lettere, visto che prima ero in alto mare ed ora sono disperso in un continente sconosciuto?

 

 

 

 

 

 

Casa listata a lutto, non è così importante quando, basti sapere che si tratta del 1700, anno più,

anno meno

 

 

Sei dunque sopravvissuto agli squali. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire.

 

 

 

 

 

 

Boh, ‘700, stavolta con l’apostrofo

 

 

Mio bene,

è finita. Siamo stati catturati da una tribù spietata, i cui costumi barbari e cruenti hanno scosso la mia anima imperturbabile: vivono in capanne vicine l’una all’altra sulla sponda di un’insenatura ed i più baldi tra gli abitanti, preposti ad animare la comunità, coinvolgono tutti gli altri in danze di gruppo con macabro sorriso fisso in faccia e si accoppiano freneticamente con le più avvenenti tra le mogli altrui quando i mariti se ne vanno a gareggiar tra loro.
Lo scrivano mi dice che non tutto è perduto, che c’è ancora possibilità di salvezza dalla prigionia, ma gli faccio notare che gli sto dettando la lettera da dentro un pentolone mentre lui scrive adagiato in un’ampia casseruola.
Se è questa dunque la fine che spetta all’intrepido Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, il pianeta intero sappia che me ne andrò con sommo onore ed a tal regal proposito incido sulla carta un giuramento: non renderò la vita facile al prezzemolo.
Così sia scritto, così sia cotto.
Addio, Deborah Samantha Jessica Moana. Percepisco da qui i tuoi influssi che mi accompagnano verso l’estremo soffritto e mi sembra di sentire la tua mano sulla testa, anche se non mi spiego questa sensazione di pressione verso il basso.

So che saprai cavartela da sola, ma se un giorno avvertirai il morso della solitudine con insopportabile intensità, va’ in cucina e guarda un piatto di minestra: io sarò lì con te.

 

 

 

 

 

 

Rito dionisiaco, un bel giorno del 1700, anno più, anno meno

 

 

Oh capitone,

mio capitone, sono senza parole: hai saputo rendermi felice.
D’altro canto, come si dice: oggi a te, domani a me. Ma ciò che conta è che oggi a te.
E mentre il vino scorre a fiumi, secondo solo alla quantità di verghe, penso a te che ti accingi a bollire tra esotiche spezie in un trionfo di sapori celestiali e la mia mente si fa più leggera, seguendo il corpo sollevato da muscolosi cavalieri ben forniti.
Io credo in te: so che saprai diventare una zuppa che non teme rivali.

Con il viso bagnato e non di lacrime, intono un requiem di fragorosi rutti.

 

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“Diario simulato” 14 – Bar Poets Society

Pubblicato da sdrammaturgo su 26 Dicembre 2007

Ci sono momenti nella vita di un uomo che restano indelebilmente impressi nella carne: una cinghiata sui reni, una chiodata del dodici, uno sganassone dato da un energumeno con le emorroidi; periodi impossibili da dimenticare – come quella volta che rimasi chiuso per sette giorni in una cella frigorifera con cinque ottuagenarie ninfomani.
E nella mia memoria resterà per sempre vivo il ricordo degli anni nella Bar Poets Society, almeno fino a quando l’Alzheimer non mi avrà dato il colpo di grazia.
Erano quelli tempi di grandi fermenti culturali. O comunque tali mi apparivano da dentro all’autofficina.
L’Esistenzialismo era al tramonto, il Gruppo ‘63 aveva perso la sua spinta propulsiva, a mio nonno non tirava più da un pezzo.
Si respirava aria di catastrofe, specie quando il Loffio ne sganciava una delle sue.
A noi giovani di bombabili speranze risultava chiara la necessità di una rifondazione del pensiero speculativo, di una radicale rivoluzione artistico-filosofica. Tanto non si batteva un chiodo.
E’ dunque in questa temperie culturale che si colloca la nascita della Bar Poets Society.
Noi esponenti del nucleo originario cominciammo a frequentarci al Café de François, meglio noto come Baretto de Cecco. Ci riunivamo ogni giorno per discutere di filologia, metafisica, retorica, stilistica, fregna. L’altare del nostro cenacolo era il tavolo grande intarsiato vicino al finestrone, attraverso cui il nostro sguardo poteva indugiare sulla frenesia del mondo moderno che brulicava all’esterno e sui culi delle passanti.
Nei primi tempi il nostro mentore fu niente poco di meno che il sommo poeta uzbeko Tepiass Encorpo, spentosi qualche mese fa. Inizialmente lo si vedeva di rado tra i tavoli del Café, ma cominciò a venire quotidianamente dopo che fu assunto.
Benché presto si andarono formando due distinte ed inconciliabili correnti di pensiero in seguito ad una frattura insanabile apertasi tra una parte di noi e lui ed i suoi più stretti seguaci sulla questione se nell’amatriciana ci stia meglio la pancetta od il guanciale, io – come tutti gli altri – devo moltissimo ai suoi insegnamenti. E’ dalle sue massime che ho appreso l’alto valore dell’ottimismo (“Tutto passa, anche il 37 barrato”), imparando al contempo a covare un costruttivo e salvifico dubbio metodico (“Non dobbiamo temere la morte. Io comunque mi gratto le palle”).
E’ sulla scorta dell’attenzione che Encorpo prestava alle vite dei grandi della letteratura, spiandoli con il binocolo, che Guarrasio Flanagan Callaghan Giuseppetti – uno dei fondatori della Bar Poets Society – redasse il discusso testo biografico che andava ad indagare sull’intimità di Gabriele D’Annunzio, con un interesse profondo ed accurato per i momenti massimamente privati e sulla fisiologia del poeta come specchio della sua burrascosa esistenza. Titolo dell’opera: “Il Vate sul Water”.
Alla classicità ed all’epos omerico erano invece rivolti gli studi di Edoardo De Burris De Falcettis De Is, le cui ricerche erano volte a dimostrare come l’Odissea non sia in fondo che un puttan-tour ad ostacoli.
Carlo De Bellis, il sociologo ed antropologo del movimento, fu tanto brillante quanto sfortunato. Rampollo di un’antica famiglia nobile decaduta, si sentì sempre in uno stato di minorità rispetto ad Edoardo, essendo rimasto con un solo De in seguito alla perdita delle fortune avite. Riuscì con fatica a comprarsi un appartamento al piano terra in centro, ma, quando gli si fulminò una lampadina, gli saccheggiarono la casa. Dopo questo evento prese ad occuparsi dei fenomeni di isteria collettiva letti attraverso la legge delle reazioni a catena ed il suo lavoro culminò nel testo: “Se una farfalla batte le sue ali in Asia, a mio nonno si ingolfa il trattore a Piacenza ed i rumeni gli svuotano la cascina”.
Maturando via via una crescente misantropia, lasciò in eredità il testo fondamentale del pensiero contemporaneo: “Come utilizzare la blasfemia per scoraggiare i tuoi vicini dall’invitarti a giocare a scala quaranta”, prima di morire di colera giovane. Giovane lui: il colera era piuttosto maturo.
Ma il nome più illustre della Bar Poets Society resta senz’altro Cencio Sguappa, nonostante il nome.
Per lui non servono presentazioni, tanto nessuno lo conosce ed a nessuno frega niente.
Cencio si rivelò fin da subito lo scrittore più talentuoso tra noi, il più ispirato, il più colto. Ed aveva pure il pollice verde.
Vero artista della parola, scolpì versi memorabili quali: “La tua bocca è come il Mar Tirreno: maleodorante e piena di alghe”, contenuto nella sua opera prima “Utero a metano”.
Il suo fu un esordio folgorante, a cui seguì la pubblicazione della raccolta “Poesie erotiche ad una ragazza non consenziente”, che andrà a costituire la famosa “Trilogia del Cefalo in Amore” insieme ai successivi “Se non puzzo, perché mi trombi in apnea?” e “Va bene che ti sei innamorata del mio cervello, ma devi per forza trascurare così il mio cazzo?”.
Il suo libro più struggente rimane però il romanzo autobiografico che narra gli affanni della sua vecchiaia, “Le Cronache dell’Ernia”.
E’ stato bello vivere in prima persona quella gloriosa stagione. Grazie alla Bar Poest Society ho avuto la possibilità di conoscere alcuni tra i personaggi più importanti del Novecento: Gabriel Garcia Marquez, Claude Lévi-Strauss, Ingeborg Bachmann, Nicola Berti.
E ricordo bene il mio incontro con Borges. Si accomodò e mi disse: “All’aeroporto, per favore”.
Non mi fece tenere il resto: un po’ la storia della mia vita.

 

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“Diario simulato” 13 – Se fossi una rockstar

Pubblicato da sdrammaturgo su 1 Dicembre 2007

La rivista Agricoltura Mancata mi chiede di ripercorrere le tappe che mi hanno portato al successo nel campo della musica e degli infissi in alluminio. Lo faccio volentieri per due motivi: primo, perché è una bella occasione per immergermi in piacevoli ricordi; secondo, perché mi preme smentire le malelingue secondo cui arrotonderei spalando merda di vacche in allevamenti clandestini. Questa è una grande falsità: sono pecore.
Ma cominciamo dall’inizio, altrimenti devo pagare i diritti a Quentin Tarantino.
La mia passione per il canto risale all’infanzia: bambino prodigio, come Mozart compose la sua prima sonata a quattro anni, così io intonai a cinque il mio primo Nel blu dipinto di blu sotto la doccia. E non si era mai visto fino ad allora un bambino di cinque anni fare la doccia senza tappetino anti-scivolo. Mia madre rimase sbigottita nell’udire i miei acuti portentosi e notando come fossi riuscito a conservare l’equilibrio nonostante avessi cagato nella doccia.
Crescendo cominciai ad interessarmi alla musica d’autore, poiché quella autogenerantesi non mi aveva mai fatto impazzire.
Poi un giorno scoprii il rock. Devo tutto al mio barbiere. Già, fu lui a spalancarmi quest’orizzonte nuovo ed inebriante, allorché mi illuminò dicendomi: “’Sti rockettari s’ingroppano le mejo fiche”. Decisi che quella sarebbe stata la mia strada, anche perché sulla Salaria ormai me le ero fatte tutte e ci avevo speso tutti i miei risparmi.
Mi prodigai dunque subito a formare il mio gruppo. Misi annunci in tutti i cessi degli autogrill della zona ed il primo componente che trovai fu il batterista. Nando Sparagnozzi, qualche precedente penale per boccata sciacquadenti, era l’ideale per il sound duro che avevo in mente di realizzare con la mia band. Era un tipo così violento che al posto della vaselina usava la segatura. Picchiava le percussioni come se fossero state degli sfigati in discoteca. Prima di ogni pezzo fissava il rullante e gli diceva: “Che c’hai qualche problema?”.
Fu la volta quindi del bassista, Ciro Cirò. Quando venne a fare il provino, sembrò piuttosto stralunato nel momento in cui si vide mettere in mano il basso. Si guardò intorno smarrito, non sapeva proprio cosa fare con lo strumento. La cosa mi spiazzò non poco, ma poi compresi: era un tassista che aveva letto male l’annuncio. L’intesa tra noi però apparve subito così buona che non potei non prenderlo a bordo. E poi un autista esperto e navigato mi sarebbe tornato utile in tournée.
Ma l’incontro che mi cambiò la vita fu quello con lui, l’uomo che si sarebbe presto rivelato il mio complemento creativo perfetto, il mio lato oscuro, il cerchione della mia vita pneumatica: Bruce Jenkins, detto Gigetto, o viceversa.
Gigetto era un ragazzo povero. Molto povero. Poverissimo. Proveniva da una famiglia così povera da non potersi permettere la formula eufemistica “non abbiente”. Faticava ad arrivare alla fine del mese, un po’ per le malattie dovute alla malnutrizione, un po’ a causa dei sicari che gli stavano alle calcagna a titolo di allenamento, un po’ perché, non avendo potuto studiare a causa della sua indigenza, non sapeva contare neanche fino a ventotto. Eppure era un chitarrista molto dotato, talentuoso ed originale. Però ai suoi assoli mancava sempre qualcosa: la chitarra.
Fece qualche sacrificio (umano. E per sfizio) ed infine riuscì a comprarsi una Fender di trecentonovemilasettecentosessantaquattresima mano – appartenuta al lustrascarpe del bisnipote della sguattera dello spazzacamino di un ragioniere vissuto al tempo di Enrico VIII – vendendo il suo corpo. La presenza della chitarra si rivelò piuttosto inutile in assenza di un corpo con il quale suonarla, ma dopo aver recuperato il corpo di Bruce (facemmo un affare con il compratore: noi ci prendevamo il corpo ed a lui restava l’anima. Lo fregammo ben benino, quel tale Mefistofele o come diavolo si chiamava), tutto si risolse per il meglio.
Il gruppo era dunque completo. Non mancava che il nome. Avevamo bisogno di un nome breve ma potente, di forte impatto ma nel quale molta gente avesse potuto riconoscersi, semplice ma che rappresentasse qualcosa di grande, una meta ideale, un luogo dello spirito eppure familiare, commerciale ma di rottura, accattivante e noto al tempo stesso. Optammo allora per F.I.G.A.
Come ogni gruppo rock agli esordi che si rispetti, muovemmo i nostri primi passi provando in una cantina e, tra un’intossicazione di metanolo e qualche screzio con gli imbottigliatori, iniziammo a farci conoscere in giro. Fu il responsabile della vendemmia a proporci il primo tour della nostra carriera. Si adoperò con tutto se stesso pur di vederci fuori dal posto adibito alle barrique.
Partecipammo così ai maggiori eventi rock della frazione, presenziando inoltre alla Sagra della Patata Scondita di Corchiano nonché alla gara di minimoto sponsorizzata dal Bar Pelandroni.
Fu allora che ci venne offerto il primo vero contratto, ma rifiutammo: quel posto da netturbini a tempo determinato non faceva per noi. Ma la seconda occasione per sfondare non tardò a venire: uscimmo di strada con il nostro furgone e buttammo giù l’ingresso dell’abitazione di quello che scoprimmo essere il vicino di casa di un produttore a cui il confinante stava parecchio sul cazzo, il quale (il produttore, non il cazzo) volle ricompensarci lanciando il nostro primo disco. Prima contro il vicino, così, tanto per infierire, poi nel mondo della musica.
Il nostro primo singolo, Baby, quanto vuoi?, risultò subito il più venduto nelle campagne della periferia di Isernia ed il più trasmesso da Radio Mario Rossi tra le 4.05 e le 4.09.
Ottenemmo subito recensioni lusinghiere: “Ricordatevi le loro facce, perché le ritroverete dietro al bancone di un autogrill” (Lavoro facile); “La musica ed i testi dei F.I.G.A. ci danno una grande lezione di vita, rammentandoci che non tutto è meglio di un calcio nelle palle” (Pentagramma piatto).
Dell’album che seguì, ispirato a Jack Kerouac, On the road by an Apecross, ormai pietra miliare dei recinti di sassi per pascoli appenninici, la stampa specializzata parlò in lungo e in largo (ma mai di traverso. Mi interrogo tuttora sul perché): “Il miglior album degli ultimi cinque giorni” (L’ottimista sordo); “Un disco che permette di rivalutare il martello pneumatico degli operai che ti lavorano sotto casa” (Essere una rockstar senza farlo pesare agli altri).
La mia voce fece subito il giro del mondo, passando per i sentieri montani.
La rivista Forbes mi definì “uno degli uomini più sexy di Via Sgarruppi 34”; Beccacce che passione invece “un nuovo efficacissimo richiamo per le anatre”.
Dopo il duetto con la lapide di Pavarotti, ricordo con particolare commozione la mia collaborazione con Bob Dylan: lui suonava la chitarra, io gli verniciavo lo steccato.
Ben presto ebbi la conferma che il mio barbiere parlava con cognizione di causa: la fama ci procurò ragazze a non finire e la fame fece il resto.
Con le ragazze ero sempre stato un po’ impacciato. Ricordo ancora quando, dopo una festa, una ragazza che mi piaceva molto si offrì di darmi un passaggio; salii sulla sua macchina, lei mise un cd nell’autoradio e partì una canzone che adoravo. Così le dissi: “Ehi, abbiamo una cosa in comune: anch’io ho un’autoradio”.
Ma una volta famoso non era più necessario ingegnare sottili strategie di seduzione: erano le donne a volere che saltassi loro addosso, al fine di montare un processo per stupro e spillarmi qualche soldo.
Poi c’erano le immancabili groupie. A noi spettavano quelle che avanzavano ai Righeira. Con una di loro vissi la più importante ed intensa storia d’amore della mia vita. Era una ragazza dark, di quelle donne forti, decise, ma estremamente problematiche. Fare sesso con lei era come scopare con Giovanna D’Arco. Dopo il rogo. Scoprii che la nuova frontiera della autolesioni erano le bruciature, che ormai avevano surclassato i sorpassatissimi tagli.
Il resto è storia nota: l’alcool, la droga, gli eccessi, la perdizione. Questo almeno per quanto riguarda i Led Zeppelin. Per noi la calce, la molazza, la cazzuola.
Voglio chiudere lanciando un appello ai giovani che coltivano il sogno di vivere di musica: se trovate una sciarpa di lana bianca con i bordi neri, è la mia.

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“Diario simulato” 12 – Dongel Mini: una vita al minimo

Pubblicato da sdrammaturgo su 20 Settembre 2007

Avara di gioie, munifica di dolori fu la vita del povero Dongel Mini. Quando gli chiedevano: “Ué, Dongel, com’è che è stata la tua vita?” rispondeva: “Avara di gioie, munifica di dolori. I testi me li scrive Claudio Gianvincenzi”.
La sua esistenza si rivelò da subito tutta in salita. Neonato, fu trovato in un cassonetto da un attivista ecologista e venne subito spostato nella raccolta differenziata di materiale organico.
Nella discarica venne accudito da una colonia di ratti, fino a quando fu portato da alcuni netturbini in un brefotrofio cattolico. Rimpianse sempre quel periodo trascorso nelle fogne con i topi.
Passò dunque i primi anni della propria vita tra gli orfanelli come lui che lo sfottevano per il fatto di essere più orfano di loro, allevato da una balia che lo crebbe e lo educò in una maniera…in un modo…come dire…beh, avete presenti le mani amorevoli di una madre premurosa che coccolano il frugoletto? Bene, ora pensate a Mengele.
Poi arrivò nella mia famiglia. Ricordo ancora quella fredda notte in cui bussò alla mia porta con ancora quel pitbull attaccato ai coglioni. I miei genitori lo accolsero da subito come un secondo figlio. Mia madre mi picchiava, mio padre abusava di me. Furono molto contenti di prenderlo in casa. Io, poi, tirai un sospiro di sollievo. Poi però scoprii che mio padre amava i ménage a trois, ma questa è un’altra storia.
A scuola soffrì molto. Mentre i suoi compagni collezionavano amori e fidanzamenti, tutti i suoi foglietti con su scritto: “Ti vuoi mettere con me? SI NO FORSE. Barrare la casella desiderata” destinati alle ragazze che avevano catturato il suo interesse, tornavano indietro con la risposta: “Sì, ma fanno tre merendine ed otto figurine. E senza bocca”.
Amava il basket, ma la natura non aveva voluto gratificarlo con una statura adeguata: il suo sogno nel cassetto era coprire la visuale ad uno più basso di lui.
La sua popolarità peraltro non era aiutata dalle sue discutibili scelte in materia di giocattoli: fu l’unico ad acquistare la versione afroamericana di Ken, prima che questi venisse incriminato per un reato commesso in realtà dal caucasico W.A.S.P. Big Jim e ritirato dal mercato.
La sua reputazione era inoltre ulteriormente incrinata dagli attacchi di labirintite che lo coglievano mentre giocava a nascondino.
Arrancando tra sconfitte e malattie generiche, arrivò comunque al diploma e giunse il fatidico momento in cui dovette affacciarsi al duro mondo del lavoro.
Fece domanda per entrare a far parte del libro Cuore di Edmondo De Amicis, ma venne scartato perché demoralizzava gli altri personaggi.
Scoprì quindi di avere un talento innato per il commercio: riuscì a vendere forni nel deserto e frigoriferi agli eschimesi, ma gli fregarono l’incasso.
Scoraggiato ed amareggiato, subì una profonda influenza del film Forrest Gump e decise di emularne il protagonista: una mattina uscì di casa e prese a correre, correre, correre. Inseguito dal pitbull che non si era dimenticato di lui.
“Vedi, Claudio” mi disse un giorno “A me la vita piace. Perché io non piaccio a lei?” “Beh, comincia intanto con lo sbarazzarti di quel pitbull, innanzitutto”, risposi.
Era un caro ragazzo, Dongel. Al mercato degli schiavi non costava affatto poco.
Oh, come mi manca, ora che non c’è più. Chissà dove sarà finito. E’ scomparso ormai da mesi. Se n’è uscito di casa un giorno pronunciando una frase enigmatica: “Ciao, sto andando ad impiccarmi con le vene tagliate dentro ad un garage in cui ho lasciato la macchina accesa ed intendo spararmi alla tempia destra non appena l’acqua avrà riempito il locale. Potrai trovare il mio cadavere in Via Alibrando Ildebrandi 79, la strada che incrocia con Viale Ildebrando Alibrandi, proprio accanto all’alimentari di Sergio il Vicinoalgarageincuisisuicidadongelmini. Ma non il portone grande in ferro battuto: la porticina di legno di lato, quella bassa e verde scuro. La puoi riconoscere anche dal cartello che ho già provveduto ad affiggerci: ‘Qui dentro potete trovare il cadavere di Dongel Mini’. Mi raccomando: sono stato ignorato tutta la vita, abbiate cura di me almeno da morto. Desidero una degna sepoltura ed una bella cerimonia funebre. Non voglio decompormi dimenticato da tutti in uno squallido garage insonorizzato. No, non piangete per me. Tanto col cazzo che lo farete”.
Da allora non ho più avuto sue notizie. Ma ora devo andare: Sergio dell’alimentari mi ha chiesto di portargli un buon deodorante ambientale, poiché da un po’ di tempo nel suo negozio arriva una strana puzza. Va’ a capire cosa sarà…Mah, ’sti cazzi.

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