Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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“Disordine disciplinato” 16 - Mediterraneo

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 9 Settembre 2007

Insondabile è il mistero del Mediterraneo. Sulle coste brulle o tra i pini a picco sulle acque dalla quiete turbolenta si respira un tempo diverso da quello geologico: sono le ere mitiche che scolpiscono le rocce ed imprimono il fluire degli istanti nella terra.
La sabbia e gli scogli, la salsedine e le onde, sembrano riposare lì da sempre, vivere di vita propria, abisso di enigmi per se stesso eppure posto alla mercé dell’umana indagine, ricerca destinata allo scorno ed alla beatitudine della fascinazione; è l’eternità che si riverbera negli anfratti marini, laddove non pare esserci traccia alcuna del freddo susseguirsi dei moti tettonici di erosione e mutamente fisico. Tutto ciò che c’è,
è.
Il Mediterraneo, abisso ed arcipelago, specchio del meriggio e culla del vespro, sfugge alla volontà analitica della Scienza. Esso appartiene ad una categoria altra. Il mare solcato da navi di evi remoti, i paesaggi ora irti ora dolceamari, spalancano uno scenario di duro incanto, impermeabile agli accidenti del tempo che scorre e però attraversato e segnato dalla mano dell’uomo.
Il Mediterraneo è il territorio del Mito, trasfigurato nell’intreccio di Storia e Natura: Natura primigenia che trasuda Storia e Storia illuminata dal contatto con la purezza della Natura.
I ricordi di battaglie, di pellegrinaggi, di fermenti, scoperte, conquiste, sono inghiottiti dalle profondità azzurre. Tutto è passato in uno sterminato presente.
Il sole che picchia, il vento che batte, oppure la notte inclemente, o ancora l’aurora silente: il Mediterraneo parla attraverso il tramestio del mutismo ancestrale. Come di fronte ad uno sconfinato altare di un dio che si annida nelle cose, religiosamente, e magicamente, si tace. Mormora lo Scirocco, oppure sussurra il Maestrale, brontolano i flutti esperti, magari gli arbusti friniscono: la voce del Mediterraneo ne rivela l’essenza, giammai intelligibile, chiara allo sguardo e buia al pensiero, sempre e per sempre ascosa nel tutto.
L’anima del Mediterraneo è una ciclicità petrosa.


Stilistica

Metro novenario. L’assenza di rima ed il periodare breve conferiscono al componimento un ritmo serrato, immagine “prosodica” di spazi irti e foriera di laconicità, che si snoda in una musicalità quasi liquida generante insieme contrasto ed armonia.
Frequenti allitterazioni “lucreziane”, ovvero atte ad evocare il fenomeno naturale suggerito dal verso.

Le onde contano i passi
che recano orme d’istanti
bevuti da spruzzi di sale.
Precipitano all’orizzonte
i dubbi e le esitazioni.
Laggiù l’orizzonte precipita.
L’aria squassata di quiete
snocciola in tenue respiro
il canto del Sempre e del Dopo.
S’involtola il vento e arroventa
le acque di brezza e burrasca.
Il Tempo s’avvampa in bonaccia.
Risale le coste scoscese
l’odore di alghe arenate.
Varchiamo il pertugio dell’Ora
e non c’abbandona e permane
l’aroma di nulla e pienezza,
quell’eco di sole e d’arcano.

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“Disordine disciplinato” 15 - Signora delle Stragi

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 4 Maggio 2007

La figura della femme fatale è, nella sua oscurità, la più cristallina allegoria del sapere artistico. Apollinea maschera di bellezza elegante, ella cela il dionisiaco orrore dell’esistenza, manifestato con la crudeltà delle sue pulsioni più terribili.
Il Bello non è/che la prima nota del tremendo“. Poi viene il dolore, che turbina sotto la superficie sfavillante. E questo “eterno femminino” che “trae al superno” lo fa scandagliando le profondità del male, mostrando come il cielo coincida con l’abisso ed entrambi si fondano in un informe che è sofferenza in quanto non-senso (e viceversa).
Ma oltre la quieta grazia ed il titanico abbandono al fluire delle cose, la reboante tormenta dei tormenti rivela la sua essenza asostanziale: squarciato il velo dell’apparenza e penetrata la crosta lavica del terrore sotteso alla vita, non restano che le ceneri del silenzio e del Nulla, polveri prodotte dalle fiamme gelide del Tempo.
Poiché se si è inghiottiti dal perenne avanzare della morte, ogni vertigine e ogni urlo sono vani.

Stilistica

Quattro quartine composte da due settenari, un senario ed un novenario, questi ultimi legati tramite episinalefe in un sorta di “enjambement ritmico” a creare un doppio settenario che “continua” il metro dei primi due versi.
I versi 2 e 4 di ogni quartina sono legati da rima - nella seconda quartina si ha una
quasi rima (assonanza).
Frequenti allitterazioni in r, s e t che sembrano cozzare tra loro per poi risolversi nella dura musicalità delle vocali, ad evocare la funesta melodia delle tempeste.

*

Signora delle stragi
agli uragani affine
piove calda ombra
al principiar della tua fine.

Al tempo che percuote
la nostra storia in fuga
chiedi che t’incendi
a te si prostri e ti seduca.

Sirena dei marosi
ascoso nel tuo canto
spinge i fortunali
il miserevole tuo pianto.

Le maschere si bruciano
al nulla del tuo inferno:
cenere è la veste
inghirlandata del tuo inverno.

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“Disordine disciplinato” 14

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Marzo 2007

Malta è la terra. Brulla, bollente, ventosa. Quasi spaurita, silente, smarrita. Eppure sicura e ben salda nel mare. Il mare…Già, e poi c’è il mare. Brontolante di quiete, avaro di approdi.
Cosa sarebbe senza il mare l’assolata Malta? Malta la docile e dura, esperta ed esposta alle intemperanze della luce di lava. Esso la culla, vivifica, scioglie, ed essa lo accoglie, lo incendia, lo nutre. Scogli come seni, anfratti come amplessi. Senza Malta il mare sarebbe acqua, libera, sussultante, placida, ma giammai Mediterraneo.
Malta conosce il mare che la conosce. La roccia si adagia e riverbera il tacito trepidare del suolo.
Ci sono dei pini ritorti nella costa a sud, quella odorosa di Africa. I rami ossuti sembrano indicare lo spazio aperto gorgogliante di dinamica stasi. Le onde ora austere, ora civettuole, porgono il loro bacio di salsedine alle guance petrose dell’isola. I pini sembrano sorridere, loro, così seriosi e morbidi, e lo stormire a bassa voce degli aghi frondosi si mescola all’aria immobile, in un intreccio percorso dai raggi, rincorso dalle nuvole.
Ed il mare non è solo mare e quasi non più mare. E la terra non è solo terra e quasi non più terra.
Lo sposalizio è una trasfigurazione.
E tutto è pace, tutto è pace.

*

Abbandonati ai miei mormorii,
veglia oppure riposa,
come Malta languida e nuda
giacente sul ventre del mare,
perché è dalle nozze tra l’acqua e la roccia
che sorge alla vita il Mediterraneo.

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“Disordine disciplinato” 13 - La carne del tempo

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 2 Dicembre 2006

Otto terzine di endecasillabi in schema di rima imperfetta baciata (AAB BCC) fondata su consonanze, in cui il primo verso della seconda e della terza coppia riprende il primo della terzina precedente e vi si lega in un intreccio formale e concettuale, tranne nell’ultima coppia, stilisticamente disgiunta dal resto (rima baciata propriamente detta nei primi e negli ultimi versi e quasi-rima nei versi centrali, penultima terzina non conclusa dal punto) per evidenziarne lo stacco conclusivo e la quasi autosufficienza enfatica.
Il Tempo d’altronde è rigoroso ma disordinato, martellante ma labile, sempre sul crinale del precipizio, saldo ed incerto.
La Donna come incarnazione di Spazio, Tempo, Mondo, Storia: il macrocosmo cristallizzato in un microcosmo.
L’immensità come figura umana, come “eterno femminino”, anima e corpo.
Il Tutto contenuto in un Tutto, come in uno scrigno magico da cui scaturiscono visioni d’infinito. Occhi come specchi dell’universo.
La Totalità prende forma e si fa carne viva.

*

In te si incarnarono le ere,
le calde melodie che soffia il mare,
le sabbie, le sorgenti, le canzoni.

Trasuda la tua pelle suoni arcani,
arcana terra fertile di luce,
di luce primigenia, redentrice.

Il tempo confluisce alle tue mani:
ne plasmi la fragranza di lontano,
la sua carne di burro e di granito.

Porti il Marchio suggello del passato,
hai impresso il sigillo delle ore.
In te si incarnarono le ere.

Disegni contorni vivi, remoti,
la forma degli attimi smarriti,
le fughe inattese dei ritorni.

Fintanto che l’eterno muove il giorno
la sera scava il solco lungo gli anni,
la neve si rammemora perenne.

Ti scivola il sipario tra le dita
e languido il pulsare della vita
riverbera ai tuoi occhi e non trattieni

la linfa degli istanti nelle vene,
la traccia degli indugi sul tuo viso
che sgorga come sangue, come riso.

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“Disordine disciplinato” 12 - Life-in-Death (Mors Poetae)

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 1 Dicembre 2006

L’artista si trova ad un bivio, novello Eracle senza forza e senza divinità benevole o avverse sopra di lui, solo: Vita o Opera. La scelta che gli si pone non ammette esitazioni: dovrà decidere se abbandonarsi alla fragorosa cascata della Vita oppure se intraprendere il tortuoso cammino dell’Opera.
Entrambe le decisioni comportano una grande rinuncia: la rinuncia alla comprensione della vita o quella alla vita della comprensione.
Questo è il tema centrale di tanta letteratura, da Thomas Mann a Gesuado Bufalino, da Marcel Proust a Sergio Corazzini.
L’artista si risolve ad osservare lo scorrere dell’esistenza per cercare di carpirne il Senso, un Senso che gli sfugge senza sosta, la Totalità, una Totalità che non riuscirà mai ad abbracciare, per via dell’incontrovertibile e inclemente finitezza del proprio essere. Si condanna a tentare di capire e per farlo è costretto ad abbandonare il fremito del Tempo e dello Spazio sulla pelle, l’urto degli istanti contro l’anima esposta come corpo nudo alle intemperie.
La costruzione della memoria si nutre di dimenticanza.
L’artista deve saper inaridire per cogliere con sguardo freddo quello che gli eroi patiscono col cuore caldo.
“Vivere per raccontarla”, secondo la definizione di Gabriel Garcia Marquez, e quindi raccontarla per vivere.
La sua diventa dunque una vita-non-vita, un’esistenza che deve castrarsi per poter rifiorire in una nuova fertilità.
La Vita-nella-Morte di cui parla Samuel Taylor Coleridge nel “La Ballata del Vecchio Marinaio” è proprio questo: l’inerzia perennemente agonica dedita al divenire della conoscenza.
“Essa era l’Incubo Vita-in-Morte,/ che congela il sangue dell’uomo.”
Osservare dall’alto le rapide del fiume e mai bagnarsi nelle acque vorticose.
Ma un’esistenza condotta con lo sguardo immerso nell’abisso, in apnea nelle profondità sulfuree della sapienza, rivolto al magma ribollente del mondo, non può che accumulare una carica di vitalità inespressa al di sopra delle capacità umane. Per questo l’artista sogna il suo ultimo sospiro come un boato, come una gloriosa liberazione di energie “subnaturali”. Un’esalazione titanica, cosicché il significato di Vita-nella-Morte subisca un rovesciamento ed un estensione concettuale: non più una vita mortifera, bensì una morte vitale.

Stilistica

Due versi in ottonario ad emulazione della tradizione epigrammatica greca e latina rivisitata alla luce dell’ermetismo di Giuseppe Ungaretti e della semplicità cantabile, multiforme, densa ed intensa di Sandro Penna.
Allitterazioni in r, l e v, ad evocare suoni e rumori a guisa di gorgoglii dalle viscere della terra.

*

Erutterò la mia vita
come la lava un vulcano.

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“Disordine disciplinato” 11

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 3 Ottobre 2006

Tu puoi anche chiudere con il passato, ma è il passato che non chiuderà mai con te.
Il passato pesa, ed i ricordi belli sono quelli più insostenibili. La memoria è una terribile sgualdrina e ciò che è piacevole rimembranza, proprio in virtù di questo diviene insopportabile ossessione. Giacché si tratta ormai di cose svanite nel tempo, irrecuperabili, eppure così veementi nella loro assidua presenza d’immodificabile assenza.
Laddove nulla ha un senso sono necessari punti saldi di approdo. Ma se una volta trovati essi cedono, si resta in balia del tempo che tutto travolge e tutto annienta.
Nulla si crea, tutto si distrugge. La trasformazione è il nome edulcorato che è stato conferito da un’umanità pavida e vigliacca alla perenne devastazione operata dallo scorrere del tempo.
L’essere umano ha bisogno di speranza, anche se in cuor suo sa di essere destinato al fallimento. Ecco perché teme la parola fine. La evita, la scansa, cerca di illudersi di poter eluderla chiamandola in altro modo. La fine diventa quindi un inizio simulato.
Ci si sforza di fingere tranquillità, o meglio di cercare di tirare fuori risvolti positivi nelle tragedie – anzi, nella tragedia - del mondo per sopravvivere e non essere schiacciati dall’inanità del destino ineluttabile.
Ma quale ancora di salvezza può esistere in un fiume turbolento di istanti che si divorano per sempre, inesorabilmente? Se il passato sommerge il presente e cancella le tracce su cui battere il sentiero verso il futuro, l’uomo non può che perdersi nella propria sconfitta, esacerbata dal riflesso dello specchio dei ricordi.
E’ la rabbia l’unica facoltà che rimane al termine di tutto.
In una congerie di menzogne e simulacri, l’amnesia non è tinta di tenebra, ma risplendente di luce.

Stilistica

Metro novenario a rime alternate nella prima strofa, incrociate nella seconda. Ritmo rigido ed incalzante rigorosamente controllato, giacché solo attraverso l’ordine è dato conoscere la turbolenza. Il tono è pertanto pacato ed il lessico semplice e piano. Varie allitterazioni, specie in m, s e t, per offrire un senso ora di silenzio, ora di profondità, ora di scorrevolezza, ora di fluente durezza.

*

Mi chiedi parole serene
che siano un commiato ridente
al nostro passato cocente,
che siano conchiglie o falene.
Notturno è il nostro presente
e il buio ha un suo peso di ore
e rotola, rotola e muore
nel muto avvenire che mente.

Mi chiedi parole tranquille
che tessano un quieto riposo,
ma il tempo così burrascoso
confonde parole e scintille.
Il nostro futuro è bruciato
nel tremulo istante vivente,
solo, in balia del presente
sommerso dal nostro passato.

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“Disordine disciplinato” 10

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 3 Settembre 2006

*

Alla tua sorte rimetto il mio bisogno
come rimetterei i peccati,
se non ne avessi.
Ma ne ho, ne abbiamo,
e ogni giorno fingiamo
e ogni giorno fuggiamo,
per non avere di che fingere
dopo essere fuggiti.

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“Disordine disciplinato” 9

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 2 Agosto 2006

Giacomo Leopardi nel canto “La sera del di’ di festa” scrive:”[...] E fieramente mi si stringe il core, / A pensar come tutto al mondo passa, / E quasi orma non lascia. [...]“.
Ho sempre riflettuto molto su questi versi, così semplici e così densi ed abissali.
E’ vero, il tempo sgattaiola, rotola, e soffia via gli istanti, i pensieri, le cose. Eppure…Eppure non tutto cede al vento cosmico che spira e spazza. Tracce profonde rimangono eccome. I ricordi incarnati in sensazioni e le sensazioni trasudate dai ricordi restano impressi in profondità.
Si tratta di una memoria tramandata dalle cose stesse, conservata negli odori delle vecchie abitazioni, nei mobili decrepiti, negli oggetti usurati, nelle parole e negli sguardi catturati distrattamente, e quindi con maggiore cura.
Ricordo la casa di mia nonna: la stufa sempre accesa, il pestello di marmo, le salsicce e l’aglio appesi al soffitto, i fiori secchi, la pentola con la zuppa. Mi sedevo dopo una giornata passata a rubare ciliegie dall’albero di contadini poco accorti e guardavo il lago che dalla finestra si adagiava ai piedi dei monti.
Leopardi immaginava l’infinito oltre la siepe. Io non osavo superare la vetta dell’Amiata. Percepivo come un brivido la vastità raccolta intorno a me, nello specchio dell’acqua lontana, impregnata nel legno delle seggiole tremolanti. L’universo in un fazzoletto di piccole cose di ogni giorno.
E mi sentivo erede di un’eternità che avevo il dovere di custodire. Ero il custode dell’immobilità al cui interno scorre la lava delle ore, il guardiano dell’immutabilità che dovrà pur mutare, prima o poi, restando sempre uguale, perciò radicalmente diversa.
L’illimitato è affidato al perituro.

Stilistica

Metro novenario sciolto, labile, a tratti incerto, che scivola a volte in un ottonario da ritmo popolare, come un balbettio per lo stupore consapevole del minimo e dell’immenso.
Il registro non può che essere basso, sovente patetico, con picchi di vertigine trattenuta a fatica, come un sospiro profondo.

*

Sul vetro appannato compare
il volto di vecchio ragazzo,
ma è un apparire distratto
- i vetri talvolta son pigri.

Anziane nella credenza
le pentole ascoltano il legno
che carico d’anni e di pace
racconta la sua giovinezza.

Gli oggetti mi parlano e sento
le storie dei giorni fuggiti
che vivono morti da un pezzo.
Origlio i tramonti perduti.

Siedo e dalla finestra
indugio sull’acqua silente.
Taccio, tremo ed abbraccio
le antiche stagioni e le nuove.

Questo è dunque il mio tempo,
raccolto vicino alla stufa,
giovane e già così caduco,
crepitante nei memori tizzi.

Qui il mio presente si bagna
nel mare del tempo passato
e il lago tra i monti e la valle
è fiume nelle mie vene.

Il bacio degli anni trascorsi
è un’orma indelebile e grave,
seppure non duri un istante,
ché il tempo ha labbra di vento.

Mi sembra di avere vissuto
ancor prima di essere nato,
di avere con gli occhi dei cari
già visto le età delle nebbie.

Fatica il mio debole sguardo,
desidera eppure non osa:
la mia vastità sta raccolta
laggiù sotto al colle sul lago.

Sono io dunque quel lago,
questa stanza, immobili e muti:
abbiamo un principio e una fine,
ma ci inonda l’eternità.

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“Disordine disciplinato” 8 - Giuda

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 2 Agosto 2006

La crudeltà e la cecità sottese alla religione cristiana traspaiono emblematicamente nel trattamento riservato dalla tradizione dell’ortodossia all’apostolo Giuda Iscariota. Giuda l’infame, Giuda il traditore. Dante lo colloca nella Giudecca in bocca a Satana in persona, dove viene masticato in eterno insieme a Bruto e Cassio, gli altri due passati alla storia come traditori per antonomasia. Ma come per Bruto e Cassio il destino per la propria reputazione è stato ingiusto (tant’è che infatti macchiandosi di un grave crimine salvarono Roma dalle mire dittatoriali di Cesare), così Giuda ha dovuto subire la condanna senz’appello da parte della Chiesa e di conseguenza dei fedeli tutti.
Eppure Giuda non è che una vittima. Egli infatti non è stato che una pedina nelle mani di Dio affinché fosse realizzato il suo piano celeste. Era scritto che Cristo dovesse essere crocifisso, morire carico dei peccati dell’umanità per poi poter resuscitare testimoniando l’avvento del Regno dei Cieli. Giuda dunque era necessario: il suo tradimento è stato il tramite essenziale per la consegna del figlio di Dio alla Storia.
Giuda è stato sacrificato alla causa, povero insignificante burattino nelle mani di una divinità indifferente. Trenta denari sono stati il prezzo iniquo per una vita umana data in pasto al Cielo.
Se un Giuda ed un Cristo sono mai davvero esistiti, io voglio dare un piccolo, miserrimo anzi, risarcimento per più di duemila anni di disprezzo ad un innocente succube del controllo spietato di un Dio terribile.
Io Giuda me lo immagino così, a fare i conti con la propria immolazione ed accettare stoicamente la tragica sorte per amore verso un uomo, Gesù, che ha seguito fino in fondo, fino a rinunciare al proprio buon nome, al bel ricordo di sé tra le generazione avvenire, alla propria vita passata, presente e futura.

Senza essere un prediletto od un privilegiato, Giuda è stato un eroe.
Ovunque tu sia, Giuda, il tuo Ecce Homo ti spetta di diritto
.

*

Ti seguii dal primo giorno,
cieco,
tutt’orecchi,
brancolante nel tuo verbo,
o Signore.
Ti amai d’un amore sanguinario,
sanguinante di sciagura
come ogni vero amore.
Mi volesti assassino, Signore, ed obbedii:
m’immolai per la tua immolazione,
affinché tutto fosse compiuto.
Perdonami, Signore, se ora mi maledico,
poiché maledetto sarò per l’eternità.
Nel mio nome le genti vedranno
la carne dell’onta e del disonore.
Ma quello che per gli altri è tradimento
è l’atto estremo di fedeltà.
Se solo sapessero, o Signore,
che più di tutti t’adorai,
benché non fossi il tuo prediletto!
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Spero che almeno questi rami biforcuti
non si spezzino per farmi torto.
Continuerò a pregarti e ad amarti
tra le mascelle impietose di Satana.

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“Disordine disciplinato” 7 - Salomè

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 1 Luglio 2006

La ballerina fatale fa i conti col tempo. Anch’ella, dunque, avvizzisce. Salomé è già invecchiata. Assisa su un pouf, tutt’intorno i suoi trucchi, la cipria, il belletto, osserva i suoi anni e mastica ore. Un’attrice della vita, per lo spettacolo muto d’un’anima nuda.

La linea allo specchio
rincorre la pupilla
che rincorri e che ti schiva,
che ti fiuta e abbuieresti.

Un rantolo curvo,
nottambulo ed ocra,
estenuato si leva
e indignato ricade.

Nel tuo ventre non c’è pace,
così vorace
e così indifeso.

E’ stato un tumulto
a scovarti morente,
avida danni
e bagnata di fine.

Un sobbalzo t’aveva
già colto terrena,
smorzato negli occhi
il baluginare divino.

Vorresti saper dimenticare a comando
e spezzare lo sguardo
col tuo volere essiccato.

Sei veli affonderesti in uno sputo
affinché il settimo
ti mummifichi
e ti divori.

Giacente e gemente,
sibilla percossa,
accogli quest’ombra
e annegala in te.

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“Disordine disciplinato” 6 - I danzatori

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 1 Giugno 2006

La Danza è tra le Arti la più “metafisica” pur nel suo carattere massimamente terreno e corporeo. Essa infatti tematizza il Tempo attraverso l’immagine che più gli è propria: quella dello scorrere, del divenire, del moto incessante.
La sua nobiltà era dai greci tenuta in gran conto; tant’è che secondo la Cosmogonia Pelasgica (che si affiancava e/o contrapponeva a quella orfica ed a quella omerica) il mondo fu creato dalla ballerina Eurinome (“colei che abita le ampiezze”, “colei che distribuisce gli spazi”), la quale, emersa nuda dal Caos, produsse con i suoi movimenti coreutici il vento Borea, che si avvolse intorno a lei in sette spire tramutandosi nel serpente Ofione. Dall’unione tra Eurinome ed Ofione fu generato l’Uovo Cosmico, da cui derivarono tutte le cose. Importante notare che il serpente è simbolo arcaico dell’infinità del tempo.
E non è un caso che Shiva, massima divinità della Trimurti induista, costruttore benefico e terribile distruttore al tempo stesso, sia un dio danzante.
Anche Salomé, poi, femme fatale per eccellenza, è una ballerina, e la femme fatale è la figura privilegiata della Bellezza che rivela il Terribile. Tutta l’arte, in fondo, non è altro che un’estetizzazione del dolore connesso alla vita, lo specchio con cui
Perseo può guardare la Gorgone Medusa senza venire trasformato in pietra, nel quale vediamo riflesso, in un aspetto accettabile, l’orrore impossibile da fissare dritto negli occhi.
Tutte e nove le Muse danzano, guidate da
Tersicore che detta i passi.
La danza, prima fra le arti, era originariamente praticata come dimostrazione di vigore e vitalità. E da Nietzsche abbiamo appreso come al vitalismo sia sottesa anche sempre la presenza necessaria della morte. Attraverso le belle forme assunte dai ballerini - e solo attraverso di esse - è possibile scorgere il magma che ribolle negli abissi dell’esistenza. Perché è solo grazie alla maschera apollinea che il dionisiaco si mostra.
Esclusivamente nel trionfo della vita portato in scena dai danzatori è dato scorgere la morte. Poiché il Tempo è morte. Ogni attimo inghiotte il precedente ed è inghiottito dal successivo, sempre, eternamente.
Il fluire si dà nella labilità. Non esistono passato, presente, futuro, dal momento che il passato è estinto, il futuro non è ancora ed il presente si riduce ad una superficie instabile, traballante, in cui nessun istante concede una pausa per coglierne l’essenza.
E’ questa labilità estrema che la danza esprime, unica tra tutte le arti. Non intrappola il tempo, ma vi si abbandona creandolo.
Tutto è labile. Incerto è persino cosa debba essere considerato l’opera d’arte prodotta dalla danza e nella danza, se la coreografia, per la quale peraltro non esiste una scrittura come lo spartito nella musica (sicché risulta arduo persino stabilire il quid della coreografia); oppure i movimenti dei
ballerini; o ancora i ballerini stessi.
La danza incarna il tempo; conferisce ad esso una forma riconoscibile
, però una forma effimera, che si disintegra nel suo farsi.
Nella danza lo spazio diviene il palcoscenico del tempo
, mentre tutto diviene e muore, giacché la danza rivela la morte, l’eternità dello scorrere, l’imperituro scomparire.
La danza è caducità in quanto la vita è caduca. La danza è vita, ergo palesa la morte.

Stilistica

Metro decasillabo sciolto, costruito affinché l’enjambement sia la figura retorica dominante, in modo tale da rendere la composizione fluida e continua a guisa di spirale.
Iterazione del termine “cara” per rendere il ritmo ossessivo e martellante. Lo stesso vale per le altre ripetizioni, poste in doppia funzione musicale e concettuale, laddove musica e concetto sono fusi indissolubilmente.
Frequenti allitterazioni, principalmente in S, sibilante che suggerisce uno scivolare, un defluire, come delle acque che scorrono in insenature di roccia, o come il vento che passa tra rami carichi di foglie.

Cara, noi non apparteniamo
all’essere. Ne fummo estromessi
in principio, benché non ci sia alcun
principio. Eppure fatalmente
vi abitiamo, estroflessi, glissati,
tessuti e tirati in tela di chiodi.
Noi, cara, invecchiamo. E tutto, tutto
procede, procede e va come deve
andare. Noi obbediamo all’eterno
ed all’eterno, cara, soccombiamo.
Ci nutriamo dei baci perituri
e di noi che ci baciamo la vita
si nutre. Nello spazio divoriamo
il tempo che ci divora. E, cara,
noi continuiamo a scivolare
e mai siamo sazi, cara, mai sazi.

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“Disordine disciplinato” 5

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 12 Maggio 2006

Albeggia.

Destati un poco,
piano piano,
non del tutto.

Appena appena rimani sopita.

Plasma la tua bocca
al fiorire della veglia,
quando le labbra sbocciano
roride di torpore.

Placa il tatto ed il gusto,
tacciano gli occhi nel buio.
Sia dissipata la nebbia
dei suoni e dei profumi.

Lascia ch’io ti possieda
mentre il sonno ti trattiene,
sì che memore del sogno
nel sogno mi trasfiguri.

Ché io non voglio per te essere materia bruta.

Liquida sia la tua voce,
d’onirici gemiti, tesa.

Scorgimi in lontananza,
brivido del mattino,
mendace come un ricordo,
verace come un’assenza.

Sarò una fragranza ignota,
un sibilo non umano.

Sarai una visione dolce
nel palmo della mia mano.

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“Disordine disciplinato” 4

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 1 Maggio 2006

La metrica è uno schema, una griglia, in cui vengono “imprigionate” le parole per liberarle in uno snodo musicale attraverso un annodamento ferreo.
Un ritmo esterno, dunque, a cui le frasi vengono adeguate, assoggettate. Un ritmo che quindi precede la parola (logicamente e non cronologicamente) costringendola a farsi melodia.
Per una nuova poesia (in senso lato) è invece auspicabile un ritmo interno, suscitato dalle parole stesse. La musica non più come prigione, bensì sprigionata dai versi. Non più una rigida applicazione di regole fisse stabilite una volta per tutte, bensì frasi che si autoimpongono una propria cadenza melodica durante il loro stesso farsi suono.
La gabbia si apre, senza compromettere il dialogo con la tradizione. I metri classici vengono ripensati, rielaborati ed intrecciati fra di loro. Anche il verso libero viene superato: né la parola è al servizio della metrica né la metrica si fa ancella della parola. Scaturendo il ritmo dal verso stesso, si forma uno stretto legame di interdipendenza (ovvero di “interlibertà”).
E’ l’occhio del lettore che deve saper cogliere l’armonia, ora soltanto “suggerita” dall’autore e non più palesata in piena luce.

Senti risuona la notte
nelle tue stanze sopite
attraverso il nostro buio
il dubbio di volere e non volere.
Cammino nella matassa di ombra
nell’intrico di passi e di silenzio
nel dedalo di ciò che ci tacciamo
per mano lontani camminiamo.
E’ caldo mi pare eppure
stai ravvolta nelle lenzuola.
Le tende svolazzano stanche
e l’afa dall’alto languente
scivola sulla tua pelle
intrisa di cielo e di gelo.
Senza parlare od udire
confessiamo la nostra distanza
insieme sospesi in quel vuoto
che ancora c’incanta e ci meraviglia.

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