Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Pubblicato da sdrammaturgo su 2 Luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato ha passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

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Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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La censura è ordinaria amministrazione

Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Maggio 2009

Per controllare i media, al potere basta una circolare.
Ho un conoscente che lavora in Rai. Per ovvi motivi, non farò il suo nome, né fornirò dettagli sulla sua occupazione: non vorrei avere un disoccupato sulla coscienza. Vi basti sapere che riveste un importante incarico nell’ufficio della regia di un programma di attualità piuttosto seguito.
Ebbene, giusto ieri questa persona mi ha detto che le alte sfere della Rai hanno emesso una direttiva interna che vieta categoricamente di parlare in qualsiasi trasmissione della vicenda di Silvio Berlusconi, Noemi Letizia ed il divorzio con Veronica Lario. Non solo: è assolutamente proibito trattare persino argomenti che possano ricondurre l’attenzione alla questione o che rischiano di dare adito agli ospiti in studio di menzionare quel caso specifico (ad esempio: non si può parlare di divorzio in generale, non si può parlare di sesso con minorenni, non si può parlare di diciottesimi, etc. Nulla insomma che ricordi anche da lontano la faccenda del Presidente del Consiglio).
Sono naturalmente esentati dal diktat i programmi che hanno una formula contrattuale diversa – e su cui quindi la dirigenza ha minore potere diretto – come Annozero o Report, che sono format privati in partnership con la Rai senza essere diretta proprietà dell’azienda (ma ne faranno le spese in seguito, questo è certo).
Semplificando: in alcune tribune politiche qualcosa sentirete, ma scordatevi di sentire alcunché nei telegiornali od in contenitori come Uno Mattina o Domenica In.
La mia ignara ed involontaria talpa ha inoltre aggiunto che, arrivatale per le mani la direttiva neanche venti minuti prima dall’inizio della trasmissione da lei curata, insieme allo staff ha dovuto cambiare in appena un quarto d’ora l’intera scaletta, sostituendo in fretta e furia i temi del giorno potenzialmente “pericolosi” con altri reputati innocui. La direzione stessa si è premurata di fornire un elenco di materie da trattare considerate a distanza di sicurezza dagli affari del premier.
Ora siete al corrente di come funziona di preciso l’intervento politico sui mezzi di comunicazione.
Senza il beneplacito del capo, alla massa non arriva niente. Ciò che non incontra il favore del padrone, deve restare ignoto al volgo.
Quello che mi ha maggiormente scosso nella testimonianza di questo mio conoscente è stato però proprio il modo in cui mi ha fatto tale rivelazione: non mi ha preso in disparte con l’aria di chi intende confidarti una notizia segretissima; non se l’è lasciato scappare per eccessiva loquacità e disattenzione. Niente di tutto questo: mi ha riferito l’evento con candida spontaneità, come se si trattasse di una cosa normalissima, niente di eclatante, perché quella è la regola, funziona così, accade tutti i giorni, niente di speciale.
Con la sua tremenda naturalezza mi ha lasciato intendere che quando si parla di censura, parola così imponente, atto tanto spaventoso, non è necessario pensare ai roghi: la censura non è che ordinaria amministrazione.

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Appendice – Se ti piace la carriera, ti sta bene la censura

Proseguendo la conversazione, la stessa persona mi ha offerto anche un nitido esempio dell’humus su cui può crescere e fiorire la censura, del tipo di terreno che rende fertile ogni dittatura.
Discorrendo della balordaggine del sistema clientelare ed autoritaristico, il mio prezioso informatore mi fa: “D’altronde, è facile corrompere ed essere corrotti ed io capisco pure chi cade nel meccanismo. Metti che a me proponessero la regia di una prima serata chiedendomi in cambio di spostare qualche voto, invitare chi dicono loro, seguire questa o quella linea, mica è detto che non cederei. Oppure se a te promettessero una cattedra universitaria. Siamo tutti di belle speranze, ma alla fine tutti quanti vogliamo mettere su famiglia, avere una bella macchina, fare carriera”.
Ecco, non mi è riuscito di spiegargli in alcun modo che a me, per esempio, di mettere su famiglia, avere una bella macchina e soprattutto fare carriera non me ne può fregare di meno. Quindi potrei semmai essere corruttibile qualora venissi posto di fronte all’eventualità di non dover mai più lavorare per tutta la vita senza doverne render conto a nessuno, cosa che fa estinguere da sé la possibilità di corruttela.
Bisogna capire che in una società fondata su guadagno, produttività e proprietà privata, la principale schiavitù è il lavoro ed il lavoro non può che essere schiavitù. E la carriera è soltanto la scalata verso una schiavitù dorata, addobbata e decorata, giacché neppure il padrone è esente da catene: la sua intera vita immolata ad affannarsi per conservare il bastone del comando, e poi accumulare, accumulare, accumulare con fatica, salire in cima per ritrovarsi infine ad essere un potentissimo defunto.
Aveva ragione Indro Montanelli: non bisogna temere le punizioni, ma i premi. Se il premio non ti fa gola, su di te neanche la censura funziona.
Liberarsi dal lavoro, scrollarsi di dosso la miserrima e vacua ambizione, sono le prerogative basilari.
Se la tua realizzazione consiste in una posizione sociale ed in qualche merce (in breve: se ti senti realizzato con cazzate disarmanti), sei facilmente pilotabile. Ma se ambisci solo a vivere libero ed in pace, non c’è moneta con cui possano comprarti.

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La Gaza sommersa

Pubblicato da sdrammaturgo su 14 Gennaio 2009

In un periodo in cui un popolo – quello palestinese – viene trucidato da uno Stato criminale (e quale Stato non lo è?) – quello israeliano – io voglio parlare dei pesci. Dei pesci, sì. E proprio per testimoniare la mia solidarietà nei confronti dei palestinesi (due volte vessati: dal cielo ricevono bombe e sulla terra subiscono la follia di musulmani invasati. Avere come uniche opzioni la dittatura di Israele o la legge coranica è come dire infatti: “Vuoi ricevere ripetuti calci nei coglioni oppure preferisci che ti vengano stretti in una morsa da falegname?”.
Ma anche Hamas, sia chiaro, è colpa di Israele, o sarebbe meglio dire del fantoccio degli Stati Uniti nonché loro falange armata in suoli ostili. Quando un popolo viene oppresso, cade inevitabilmente preda dei fanatismi, che nella disperazione trovano terreno fertile e sorgono malsani e robusti ch’è un [dis]piacere. Ubi tristitia, superstitio surgit. La Palestina era la terra più laica del Medio Oriente ed ora è diventata una roccaforte islamica. E’ il caso di porsi delle domande, approfittando del fatto che ci sono già le risposte.
E mi fanno un po’ ridere e un po’ piangere quei gruppi dell’estrema sinistra che attaccano il Vaticano ma simpatizzano per Hamas. Hamas è il Vaticano con il mitra. Chi desidera la libertà dei popoli e degli individui combatte sia il nazi-imperialismo che la religione).
I pesci sono gli ultimi degli ultimi. Rappresentano gli ultimi per eccellenza, i vinti tra i vinti, i reietti tra i reietti. Quando sei vegetariano o vegetaliano, puntualmente ti arriva la domanda: “Ma il pesce lo mangi?”. I pesci non vengono neppure considerati animali. Ci sono gli animali, poi ci sono i pesci. C’è il panda, poi c’è il pollo, poi c’è il pesce. Il pesce è il negro degli animali. Se qualcuno soffre per la violenza sugli animali, nessuno soffre mai per i pesci. I pesci, dunque, sono come i palestinesi: esseri di serie di C e dunque vittime di serie C e morti di serie C.
Quanti speciali in televisione per le vittime dell’undici settembre. I palestinesi, invece, “muoiono di meno”. Allo stesso modo, per salvare i koala, così carini, le campagne e le iniziative si sprecano (accompagnate dalla pubblicità di un hamburger o di una nuova marca di prosciutto cotto salutata dalle grida entusiaste dei maiali – o forse erano di dolore?). Ma i pesci muoiono in silenzio, dopo aver vissuto in silenzio. Nel silenzio ed in silenzio.
E pesci e palestinesi hanno in comune anche un’altra cosa: entrambi stanno subendo le angherie degli israeliani. Già: è di qualche giorno fa la notizia di una ricerca dell’Institute of Technology Technion di Haifa, i cui scienziati hanno scoperto che i pesci, di contro a quanto si è sempre creduto, hanno in realtà una memoria che permette loro di ricordare fino a cinque mesi. E fin qui tutto bene. Anzi, benissimo: lo studio è affascinantissimo e spalanca un orizzonte nuovo e vasto sulla conoscenza che abbiamo del mondo animale acquatico.
L’orrore sopraggiunge quando emergono le finalità della ricerca: “Lo scopo era quello di creare una valida alternativa alle gabbie: far cresce i pesci in mare aperto [...] Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono per poi farli tornare indietro quando saranno pronti per essere catturati ed immessi sul mercato per la vendita”. Capite? Un esperimento così brillante condotto sui pesci per uccidere meglio e più facilmente i pesci. Fatico a concepire qualcosa di più pererso. L’ennesima dimostrazione che gli esperimenti sugli animali servono solo ad ammazzare più animali.
Perfezionare i metodi di allevamento, dunque, ovvero raffinare l’oppressione, lo sfruttamento, la tortura..
Il mio pensiero corre ad Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato ad Auschwitz, che, ancor prima di Michel Foucault, ha scritto un testo foucaultiano che al contempo supera – se possibile – Foucault, va oltre: “[...] Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri [...]“.
La stessa mano che si allena sui pesci, fa scempio di palestinesi. Ed è spaventosamente logico: il potere, ci dice Foucault, ha bisogno di fare pratica per poter esercitare il controllo totale e totalitario sugli individui. E’ un marchingegno che va oliato. Bisogna fare pratica per praticare il potere. Ed il potere è necessariamente (in senso filosofico, ovvero di ciò che non può essere diverso da com’è) e costitutivamente coercitivo, e di conseguenza cruento (giacché la costrizione è sempre – o prevede sempre – crudeltà). E la violenza richiede freddezza e abilità. Mente e corpo devono essere ben allenate affinché l’esercizio del sopruso non abbia sbavature. Annullare il senso dell’etica e dell’umanità, poi, richiede particolare applicazione. Non si diventa impeccabili dispositivi per uccidere, mostri robotici (o robot mostruosi), da un giorno all’altro.
E’ tutto calcolato al millimetro, si tratta di una scienza esatta, sofisticatissima: “I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno abituati, all’interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime”.
Così, i missili sono sempre più precisi, sempre più scientifici, i lager sempre meglio organizzati, com’è sempre più infallibile la macchina della schiavitù e della distruzione. Alta tecnologia per la tecnologia del controllo, e cioè del potere, e cioè della devastazione, fuori e dentro l’automa-uomo reificato ed abusato.
E dire che era così bello aver scoperto la memoria dei pesci. La questione della memoria degli animali, peraltro, è un elemento chiave in sede etica, filosofica, psicologica, eto-zoologica ed antropologica, nel nostro rapporto con gli altri terrestri non umani. Inizialmente, infatti, l’uomo aveva stabilito la propria superiorità sugli animali in base alla percezione del dolore; da Cartesio in poi, si riteneva che solo l’uomo fosse in grado di provare una reale sofferenza, mentre gli animali rispondessero semplicemente a stimoli esterni, come delle “macchine organiche”. Caduta questa tesi (giacché gli animali sentono, soffrono, provano piacere, si intristiscono e gioiscono perfino), ci si era concentrati sulla memoria: “L’uomo è superiore perché la sua esistenza è nobilitata dai ricordi, mentre agli animali non è data la facoltà della memoria”, si diceva. D’ora in avanti, chi vorrà mangiare la pancetta o sogliola mantenendo la coscienza pulita, si dovrà aggrappare al microchip ed allo shopping: “Sono superiore perché grazie alla mia straordinaria intelligenza riesco a cercare sul pc dov’è situato il negozio più vicino in cui pagare duecento euro una camicia brutta”. Siamo senza dubbio la specie eletta.
Ecco, ricordare queste vittime mute e dimenticate, questa Gaza sommersa dalle acque e dall’indifferenza e destinata ad un perenne oblio che si rinnova incessantemente, è il mio modo per essere vicino ai palestinesi e a tutte le vittime dimenticate che non hanno voce, non l’hanno mai avuta e non l’avranno mai. Poiché Gaza è sulla terra, è in cielo e financo sott’acqua. Gaza è tutt’intorno a noi, ma Gaza non siamo noi: Gaza sono sempre gli altri. Gaza è l’Altro.
Infine, c’è una terza cosa che mi intristisce oltremisura in aggiunta al massacro dei palestinesi ed alla strage programmata dei pesci: il sapere che, con la scoperta della memoria dei pesci, laddove io scorgo un universo di meraviglia per il mistero della vita e dei suoi infiniti inebrianti segreti, un oceano di magia in cui la mia immaginazione nuota e vola e si perde, qualcun altro – magari anche qualche professorone – vede un centinaio di scatolette in più su uno scaffale del supermercato.
I pesci muoiono in silenzio, ma, se porgi l’orecchio con animo puro al loro malinconico boccheggiare, puoi sentire distintamente che ti stanno mandando a fanculo.

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Io, favoreggiatore di democrazia

Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Dicembre 2008

Di Tommaso Nicola Di Fonzo (uno dei miei migliori amici, N.d.R.)
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La differenza fondamentale fra il sistema dittatoriale e quello democratico può essere desunta dal diverso ruolo rivestito dalla legge al loro interno: mentre in un regime totalitario essa è lo strumento attraverso il quale il singolo detentore del potere manifesta lo stesso e cura i propri interessi, in una democrazia, essa serve, o dovrebbe servire, a regolamentare la convivenza dei cittadini, del popolo “sovrano”, facendo sì che i diritti e la libertà di ognuno vengano rispettati.

Dopo aver fatto questa premessa per rendere chiaro cosa significa vivere in una democrazia, io, Tommaso Nicola Di Fonzo, cosiddetto “esperto informatico”, ho deciso di rendere pubblica la mia vicenda attraverso la presente lettera.

Il 16 gennaio 2008 mi sono visto, reo di aver inserito, col consenso degli interessati, annunci a sfondo erotico in un sito internet (www.universoescort.com), uno come ce ne sono tanti, accusato di favoreggiamento aggravato della prostituzione, in seguito a mesi di indagine da parte della polizia postale di Viterbo, in un operazione denominata grandiosamente Red Lights Web e che ha portato al mio arresto.

Dopo circa quattro mesi di pedinamenti ed intercettazioni, la polizia è piombata in casa mia verso le 7 di mattina a notificarmi lo stato di arresto, sequestrandomi computer e altro materiale informatico, cellulare, e condurmi in questura dove il mio sito è stato oscurato. Un trattamento da vero malvivente, quindi, quello riservatomi: dopo il blitz mattutino sono stato costretto agli arresti domiciliari per ben 24 giorni, dei quali i primi 9 trascorsi a razionare il cibo, in una sorta di isolamento dato che vivo da solo  – come se la mia pericolosità pubblica fosse estremamente elevata, nonostante fossi incensurato -  prima dell’intervento del tribunale del riesame di Roma, che , in seguito alle richieste del mio legale  (ovviamente d’ufficio), mi ha accordato tre ore di libertà giornaliere per consentirmi di comprare da mangiare.
Trascorsi i tempi dovuti, in attesa di processo, sono potuto tornare in libertà, non senza però l’obbligo di firma in caserma, ogni giorno fino alla fine del mese di Maggio.

Una delle prove a mio carico sembra essere una mia risposta data al telefono ad una agente di P.G. simulatasi inserzionista, alla cui domanda su un possibile guadagno risposi, come da atto, “…la mia parte è solo praticamente di mettere l’annuncio, perché faccio pubblicità e basta…“; bene, questa risposta sarebbe ritenuta “falsamente neutra”.
Sì, avete capito bene: non un fatto, ma un pregiudizio come capo d’accusa, quasi una dichiarazione di malafede nei miei confronti. Perché, se affermando e ammettendo di commettere un qualcosa sono punibile e, al contrario, non facendolo,  mi si può comunque accusare di mentire, sulla base di un’idea che appare piuttosto preconcetta, significa che, in quanto accusato,  non ho via d’uscita, e questo è inammissibile in uno stato considerato democratico e basato quindi sul diritto.

Secondo gli atti e secondo quanto affermato nel corso di una conferenza stampa in questura, l’imputato, cioè io, per contattare nuovi inserzionisti si serviva di annunci presenti su quotidiani e riviste; gli annunci, insomma, che leggiamo da sempre sulle varie testate d’informazione o su quelle apposite, e sulle quali nessuno sembrava aver mai espresso lamentele o portato avanti indagini.
Il perché lo stesso annuncio di un “accompagnatore” sulla carta stampata appaia accettato e legale e sul web sia “favoreggiamento” rimane un mistero. Se sono le foto di nudo a fare la differenza – pornografia è, per definizione, tutto ciò che sia ritenuto osceno secondo il comune senso del pudore – allora ritengo che si dovrebbero oscurare milioni di siti, così come anche i calendari delle veline, ovviamente, e personalmente allargherei, per logica, l’”accusa” al nudo “artistico” ( e è un organo genitale ad offendere la morale, non dovrebbe bastare un bianco e nero ed una firma illustre per renderlo accettabile). Deve comunque essere dimostrato che, al momento dei contatti pubblicitari, fossi a conoscenza delle reali attività dei miei clienti, dei quali non facevo che pubblicare foto, con il loro consenso, e testi di annunci secondo le loro richieste; una probabilità non è un fatto, e l’unico fatto è che sul sito incriminato, era scritto chiaramente, nel regolamento, che annunci riguardanti sesso mercenario non sarebbero stati accettati e pubblicati.

Forse tutti sanno che in Italia prostituirsi è legale, suppongo di sì; forse non tutti però sanno che in Italia il favoreggiamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione. Così come non tutti sanno che per favoreggiamento si intende il favorire qualcuno, in qualsiasi modo, nel prostituirsi, cioè il consentirgli di svolgere la sua attività in un dato momento attraverso un favore, come, ad esempio, anche il semplice andare a fargli la spesa.
Non tutti sanno che in Italia, quindi, il favorire un “non reato” è illegale.
Inoltre, in Italia, lo sfruttamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione, la stessa applicata nei casi di favoreggiamento, che tradotto significa che affittare una stanza ad una prostituta o badare al suo bambino e schiavizzarla, penalmente parlando, sono la stessa cosa.
Come può essere considerata reato l’attività che sia atta a favorirne un’altra considerata non reato? Ecco, di questo assurdo paradosso giuridico, sono stato vittima in prima persona.

Giustamente e per mia fortuna,  la mia cerchia di amici si è mostrata del tutto comprensiva e solidale sin da subito, ritenendomi vittima di una palese ingiustizia, perché, anche ammesso che io avessi saputo con certezza matematica che gli uomini e le donne fossero effettivamente dei mercenari, secondo la logica ed il buon senso, non può sussistere reato, essendo il sesso mercenario non classificato né come reato, né come professione, ed essendo quindi il reato di “favoreggiamento di qualcosa di legale” un perfetto assurdo, una ipocrita contraddizione che non può che esprimere chiaramente la volontà di far prevalere la morale sull’etica e sulla legalità. Tutto questo senza contare i papponi che liberamente fanno affari sul corpo di povere ragazze ridotte in schiavitù, i quali, se arrestati, non rischierebbero una pena maggiore della mia.

Tuttavia, lungi dal cercare consensi e volermi autoassolvere, ci tengo a sollevare le seguenti questioni: a cosa serve la legislatura, che dovrebbe essere quantomeno sensata e coerente, se a dettare legge è comunque ancora la morale? Perché la chiamiamo democrazia se si tratta in realtà di una criptodittatura o di una teocrazia anche poco velata?
Vale la pena interrogarsi, prima di tutto, sul significato della stessa parola “legge”, giacché qualcuno potrebbe facilmente obiettare che “se è legge un motivo ci sarà e bisogna rispettarla”; bene, cosa dovrebbe rappresentare la legge, concetto relativo ed umano,  se non l’espressione della giustizia, concetto assoluto? Una norma comportamentale dovrebbe essere legge in quanto giusta, e non, viceversa, giusta in quanto legge; ma purtroppo, si commette troppo spesso l’errore di identificare la legalità con la giustizia, concetti che non viaggiano certo su binari paralleli.

A tutti coloro i quali non fossero del tutto convinti di ciò, vorrei far notare che, parlando sempre di paesi democratici, tipo gli USA, “la più grande democrazia del mondo”, possiamo individuare atrocità legislative risalenti solo a 50 anni fa, tipo la discriminazione e la segregazione razziale, un qualcosa che oggi è unanimemente condannato ma che, prima che la regola venisse in qualche modo infranta, quasi tutti consideravano “normale”, o giusta, in quanto legge.
E gli esempi in tal senso potrebbero essere innumerevoli: dalla vivisezione, legale pressoché ovunque ancora oggi, al “delitto passionale”, l’attenuante concessa fino a pochi decenni fa agli uomini colpevoli di omicidio ai danni di una donna, qui, nel nostro paese. Per i più, tristemente, è tutto normale, finché è la legge a garantirlo e a coprirlo, ma non può e non deve essere così, non in un sistema politico che dica di fondarsi sul diritto e non sul potere.
E’ facile, però, individuare l’aberrazione nel passato, in un tempo superato sul quale la Storia si sia già espressa, e quindi distante; più arduo è farlo sul periodo storico in cui si vive, perché significherebbe schierarsi contro il sistema attuale e la cultura dominante, e un po’, in fondo, contro noi stessi.

E’ chiaro, tuttavia, che se le cose cambiano, e se le civiltà si evolvono in meglio è perché le leggi sbagliate vengono infrante e si modificano, è perché si agisce sul presente e non sul passato.

Di certo oggi anche chi non se ne rende conto, beneficia di diritti conquistati attraverso l’illegalità, perché “non bisogna chiedere un cambiamento, ma essere il cambiamento”.
C’è chi ha rischiato in prima persona per dimostrare l’ingiustizia di una legge, e c’è anche chi ha pagato, più o meno duramente.
Nel 1846 il filosofo Henry David Thoreau rifiutò di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra schiavista al Messico, da lui giudicata moralmente ingiusta e contraria ai principi di libertà, dignità e uguaglianza degli Stati Uniti. Per questo, in seguito, fu incarcerato per una notte (e liberato il giorno successivo quando, tra le sue vibrate proteste, sua zia pagò la tassa per lui). Dopo qualche anno, nel 1849, scrisse il saggio “Disobbedienza Civile”.

Questo il senso di questo mio piccolo ma deciso J’accuse.

Un processo, il mio, che è costruito su un paradosso lampante e che sembra dunque rifarsi direttamente a quello kafkiano,  con la differenza che io, diversamente dall’imputato del celebre romanzo so per quale reato sono processato, ma ignoro, o non comprendo su che base esso venga considerato tale. Se le leggi hanno un senso e quindi un motivo d’esistere, esso dovrebbe consistere nel regolamentare la vita sociale difendendo la libertà di ogni cittadino, con i suoi diritti; invece in questa situazione, paradossalmente, sono io, l’accusato, l’unica vittima e l’unico ad aver subito un danno, come in precedenza fatto presente.
E’ come se, essendo legale vendere le patate, venisse arrestato chi promuovesse la loro vendita al mercato. Ma le patate non sono “sesso”, non sono quindi “il male”.
Volendo, invece, identificare un “male” in un’analogia, potremmo fare l’esempio dei venditori di armi: essendo inequivocabilmente esse produttrici di morte, ed essendo l’omicidio un reato punibile per legge, a differenza del sesso, per logica, non andrebbe forse ritenuta grave favoreggiamento la loro messa in commercio? Non mi risulta però esistano norme legali in merito.
Del resto, se la mia libertà è definita dai limiti della legge ed entro questi ci si può muovere, significa che è mio diritto fare tutto ciò che la stessa legge considera legalmente fattibile; ora, partendo da questo presupposto, come posso io prostituirmi o contattare prostitute (attività legali) se questi atti, nelle loro diramazioni pratiche, costituiscono illegalità? non è forse un finto diritto, questo? come pure lo stesso esempio potrebbe essere fatto con la droga: se drogarsi è legale, significa che è per forza di cose anche un diritto, in quanto mia libertà, e perché allora impedire lo spaccio, dato che il rifornirmi della droga necessaria ad espletare un mio diritto è anch’esso un diritto che dovrebbe essermi garantito? Su quest’ultimo esempio, tuttavia, si potrebbe obiettare che le sostanze stupefacenti siano dannose per la salute e che la loro assunzione può anche arrecare danni a terzi, ma per quale motivo disincentivare la prostituzione volontaria e senza sfruttamento dato che essa non causa danni fisici o psicologici a nessuno, se non per accontentare la morale religiosa che troppo spesso ha la meglio sulla laicità formale di questo paese?

Un altro aspetto che mi preme far presente è senz’altro il vero e proprio linciaggio mediatico, attuato ai miei danni dalla stampa locale, durante i giorni della mia detenzione: la mia foto sbattuta in prima pagina e toni diffamatori che alludevano palesemente, ma furbamente, alla mia attività di pubblicitario online come a quella di uno sfruttatore di povere ragazze versanti in cattive condizioni economiche, di un traviatore di giovani menti di studenti e studentesse; una sorta di “protettore” con introiti di decine di migliaia di euro al mese, un depravato che avrebbe pubblicato “pornografia” in rete “facilmente visibile anche da bambini”.
Il tutto mettendomi in bocca frasi mai pronunciate come “vuoi allargare il tuo giro d’affari ed aumentare i tuoi introiti? ci penso io!”, ripreso anche da un noto settimanale a tiratura nazionale.
Tutte affermazioni, queste, chiaramente tendenziose, atte a creare un “mostro” per far notizia e colpire l’immaginario collettivo, ma attente a mettere la pulce nell’orecchio dei lettori senza però dire nulla di “netto” e quindi di concretamente passibile di denuncia, esempio:” non è escluso che tra gli inserzionisti vi fossero anche giovani studenti vittime di ristrettezze economiche che quindi avrebbero potuto accettare la proposta del D.F. di entrare in affari sul suo sito”. Vere e proprie invenzioni con l’intento di mettermi in cattiva luce senza diffamarmi. Una forma di  giornalismo del tutto scorretta.
Questa strategia, atta a far leva sulla morale comune, comporta ovviamente ai miei danni una forma di emarginazione sociale da parte della comunità che genera forti ripercussioni sia a livello di contatti umani che professionali, compromettendo le mie possibilità lavorative e remunerative, e gettandomi di fatto in una situazione di vero disagio, anche economico, dunque.

Come già accennato, per quanto mi riguarda, sarei anche pronto a subire una condanna, purché si riesca a dimostrarmi la natura del reato da me commesso, o, in alternativa, purché si ammetta che il cittadino, l’essere umano, in questo paese, non gode di piena libertà, ma è suo malgrado vittima di un totalitarismo bello e buono, che fa sì che si debba pagare non già per aver attentato alla libertà altrui, ma per aver esercitato la sua, laddove essa non sia compatibile con la “morale di stato”.

In conclusione, il sesso si può fare, ma è meglio non parlarne; la prostituzione è consentita, ma guai ad avere contatti diretti con codesti “intoccabili” esseri umani, i quali devono rimanere in una sorta di limbo, ghettizzati non ufficialmente, affinché la rispettabilità di tanti perbenisti venga salvaguardata.

(Si invita alla massima diffusione)


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Non servono politologi laureati

Pubblicato da sdrammaturgo su 14 Ottobre 2008

L’uomo del baretto ha ragione. L’uomo del baretto ha sempre avuto ragione. Cosa ci dice infatti l’usitata lamentela “è tutto un magna magna” se non che il potere è corruttore e chi lo detiene baderà ai propri interessi, forte dei vantaggi che il potere procura? Non esiste un potere buono: il potere è costitutivamente marcio, giacché chi brama il potere farà di tutto per conservarlo ed ampliarlo una volta raggiunto. Il principe gode a spese dei sudditi.
Il qualunquismo da baretto ha quindi un fondo (ed anche una superficie) di verità, la stessa verità – a ben vedere – di Rousseau, di Marx e di Foucault, solo ad uno stato più grezzo e seminale.
Il problema dell’avventore del baretto risiede però nel fatto che egli, quel potere, finisce per cementificarlo, incapace di compiere il salto verso la coscienza della liberazione. Altresì: si lamenta che tutti i potenti rubano, ma puntualmente finisce per votare il più ladro di tutti.
Il potere ha a che fare con il controllo ed all’uomo del baretto non dispiace essere controllato. Non ha voglia di stare a pensare a quali scelte potrebbe compiere, alle possibilità di vita che gli si parano davanti. Preferisce fare ciò che gli viene ordinato, immolando alla comodità della schiavitù i perigli dell’indipendenza consapevole. All’uomo del baretto il fascismo non è mai dispiaciuto.
Ma l’uomo del baretto, dall’alto della sua conoscenza vera della fatica dell’esistenza osservata dal basso, sa offrire chiavi di lettura della realtà che nessun politologo saprebbe sintetizzare meglio. L’uomo del baretto è quello che si alza tutte le mattine per spaccarsi la schiena a lavoro, quindi certe cose lo sa come funzionano. L’esperienza lo rende acuto, più di quanto egli sappia di esserlo.
Penso a mio nonno. Mio nonno ha fatto la terza elementare. Legge a fatica, scrive a malapena. Ha fatto il contadino, il cuoco, il custode. Non è di sinistra, ed a ben vedere neppure di destra. Forse crede in dio, ma non si pone granché il problema. Praticamente, non ha coscienza politica e filosofica di certi temi. Vive la sua piccola quotidianità di persona umile con nessun interrogativo sul mondo e la società e tanto gli basta. E’, insomma, tutt’altro che una mente speculativa. Ma nessuno come lui ha saputo spiegare meglio i meccanismi del potere e la questione della divisione in classi sociali.
In occasione delle ultime elezioni disse: “Mica posso vota’ Berluscone. Quello è mijardario e io nun c’ho ‘na lira. Tu l’hae visto mae ‘n signore che aiuta a ‘n poaretto?”.
Serve aggiungere altro?

Ma la frase più illuminante che io abbia mai sentito la formulò mia bisnonna.
Io ho la fortuna di poter vedere in prima persona e toccare con mano il salto generazionale favorito dal progresso economico. La storia italiana recente riassunta nella mia famiglia: una bisnonna totalmente analfabeta, che firma con la X, non è mai andata a scuola ed ha iniziato a fare la bracciante a cinque anni, ed il pronipote studente universitario. E’ una bellissima cosa che insegnerebbe a chiunque ad avere la chiara misura del corso degli eventi, dello sviluppo sociale, delle radici, del benessere e della povertà.
Grazie a mia bisnonna ho capito nitidamente come il nodo fondamentale del malessere umano risieda nella differenza di possibilità economiche. Altresì: la prima piaga, a cui seguono tutte le altre, è la separazione in chi possiede e gestisce la ricchezza e chi annaspa nella miseria.
Chi è costretto a vivere del proprio sudore e deve pensare ogni giorno a mangiare, sarà sempre alieno dai temi pur rilevantissimi della libertà, dell’autodeterminazione, della propria posizione nel consorzio umano. Per dirla più semplicemente: se non è scontato che ogni giorno potrai nutrirti, non hai tempo di pensare alla tua condizione particolare in relazione al mondo in cui vivi ed alla condizione umana in generale.
Mio bisnonno, il marito di mia bisnonna, era leggermente più istruito ed era uno dei pochi in paese a professarsi comunista. Non era facile essere iscritti al sindacato in una comunità dominata dai democristiani. Tant’è che perse più volte il lavoro ed i suoi figli dovettero andare a scuola altrove poiché non venivano accettati neppure negli istituti pubblici, governati com’erano dai cattolici.
Una volta chiesi a mia bisnonna se durante il fascismo avessero avuto maggiori problemi. Serbo ancora nella memoria quasi con commozione la sua risposta: “Nonna, mi sa che durante il fascismo per voi non dev’essere stato affatto facile, eh?” “Mah, io zappavo prima de Mussolini, ho zappato co’ Mussolini e ho continuato a zappa’ pure dopo Mussolini”.
Capito?

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Fili rossi

Pubblicato da sdrammaturgo su 30 Settembre 2008

Questa vignetta di Mauro Biani, pubblicata su Emme, supplemento satirico de L’Unità, ha suscitato le solite polemiche che seguono ogni qualvolta un artista, un intellettuale, un semplice cittadino, si discostano dal comune imperativo perbenista borghese delle “buone maniere” e rompono i limiti angusti ed ottusi del formalismo che possono appartenere solo ad un pensiero castrato e ad una morale servile.
Perfino Altan e Vauro hanno dichiarato che a loro quella vignetta non è piaciuta, sebbene il secondo ne abbia difeso l’autore con l’argomentazione “sempre meglio di Bossi che minaccia di armare i suoi elettori”.
Io, personalmente, l’ho trovata una grande vignetta. Ritengo sia un interessantissimo esperimento di “satira senza umorismo”, di satira tragica. Solo uno stupido potrebbe leggerci un’esortazione a sparare a Brunetta. Un intelligente non può che vederci un raffinato e crudo tentativo di sintetizzare ed illuminare uno stato di cose, fotografare un disagio sociale, comprendere e spiegare come in un sistema socio-economico irrazionale ed irragionevole vi sia uno stretto collegamento tra i mostri e chi li genera e nutre.
Il riferimento alla recente strage in una scuola finlandese è evidente e particolarmente acuto.
Certo, fa comodo pensare che vada tutto bene e sia tutto bello però ogni tanto esca fuori un pazzo e cominci a sparare a casaccio. Ma quando i pazzi iniziano a moltiplicarsi, allora forse c’è dell’altro, molto altro. Dal liceo di Columbine al Polytechnic Institute della Virgina, la lista è spaventosamente lunga. Come dice Umberto Galimberti, noi non nasciamo dal nulla e non viviamo nel vuoto. L’ambiente ci influenza, l’io e l’altro sono strettamente connessi. Un ecosistema sociale insano non può che creare una collettività insana e di conseguenza individualità insane.
Naturalmente, il nostro corpo è una macchina e la mente, il cervello, una parte di questa macchina; e capita che talvolta qualcosa nella macchina non funzioni ed è un bel guaio. Ci scatta il tilt, ci scatta la follia, ci scattano i morti. Insomma, pazzi e cattivi, probabilmente, si nasce. Ma vero è che, altrettanto probabilmente, se un baby killer di Scampia dall’indole eccezionalmente sprezzante e crudele fosse nato in un casale della Toscana, sarebbe diventato al massimo, che so, un giocatore di tennis magari troppo arrogante e prepotente. Si tratta di ovvietà.
Mauro Biani nella sua vignetta racconta il punto di rottura nella psiche di un precario, un lavoratore più fragile degli altri, interiormente e per condizione di classe. Adorno affermava che l’arte fosse sviluppo di possibilità inespresse nella realtà. Bene, Mauro Biani sviluppa questa possibilità: un uomo che non ce la fa più, perde il senno e scarica le proprie frustrazioni, accumulate in anni di bocconi amari ingeriti a forza, contro un potente da cui si sente offeso e deriso.
Cosa significa essere “in mobilità”? Al di là degli arzigogolati tecnicismi del burocratese tanto caro agli economisti ed ai giuristi alfieri del Principe, essere “in mobilità” significa “sei a mia disposizione, la tua esistenza e la tua forza appartengono a me, non hai diritto a stabilità e sicurezza, lavori quando te lo dico io, quindi mangi quando te lo dico io”.
Quello che i più chiamano lavoro, io preferisco chiamarlo schiavitù. Non sei padrone di te stesso, non sei padrone neppure del tuo corpo: sei una macchina organica produttiva che deve faticare per far arricchire il padrone, affinché egli possa comprarsi un’auto in più, una casa in più, una piscina in più. In cambio, ti lancia un tozzo di pane, affinché tu possa rifocillarti ed essere nel pieno delle energie per essere sempre pronto al suo servizio.
Sebbene ai più vada bene così, si sentano perfettamente liberi ed addirittura fieri di lavorare, cioè di essere schiavi, talvolta qualche schiavo si incazza.
E’ successo in India, dove un gruppo di operai prima sfruttati e sottopagati, poi licenziati quando ormai non servivano più agli interessi dell’industria, ha linciato il proprietario della fabbrica.
Senz’altro un gesto preferibile e più dignitoso rispetto a quello degli operai degli stabilimenti dell’amianto che, pur sapendo che stavano lentamente morendo, loro e le loro famiglie, continuavano a testa bassa a lavorare invece di ribellarsi e pretendere i soldi del padrone estorto loro al prezzo della loro salute, della loro vita.
Che errore hanno fatto storicamente i movimenti della mia parte politica, l’estrema sinistra, a santificare il popolo: il popolo non è tutto buono e tutto innocente; il popolo, o almeno la maggioranza del popolo, è quello che accetta ogni abuso, si adegua ad ogni privazione, giustifica ogni angheria del potere, bacia il mantello del papa, del re e del capitano. La gran parte delle persone, ergo del popolo, sovente vuole obbedire, così tanto che spesso sembra che non aspetti altro che eseguire passivamente gli ordini che vengono dall’alto. Lo schiavo che abbassa la testa quasi con orgoglio non merita la libertà e sputa sul sangue versato da chi nel corso dei secoli si è ribellato ed ha lottato anche per chi si accontenta delle briciole che cadono dalla tavola del ricco epulone.
E che rabbia, che senso di sconforto e disgusto, vedere poveri che muovono guerra ad altri poveri invece di rivolgere la loro ira verso il ricco. E’ successo a Pianura, vicino Napoli: la gente del posto si è scagliata contro una comunità di africani, rei di chiedere con un corteo un posto più decente in cui abitare. Si tratta di immigrati che lavorano nei cantieri per una paga da fame e dormono in una struttura fatiscente, pericolante dal terremoto dell’Irpinia. “Si sono allacciati abusivamente alla condotta idrica!”, tuonano le rozza matrone campane. E poi sono pur sempre negri, suvvia. Grazie a voi posso ristrutturami la casa, ma abbiate la decenza di non mostrarmi la vostra faccia scura che spaventa gli anziani ad i bambini. Non sta bene che l’operaio sporco macchi la scrivania dei dirigenti.
I cittadini di Pianura sono sudditi: sudditi di una camorra che li strozza e li governa, che fa affari con l’alta finanza lasciando la popolazione nella miseria; sudditi di uno Stato che li spreme e non restituisce niente. Ma rivoltarsi agli Jovine ed agli Zagaria non si può: quelli hanno le pistole, quelli comandano. Ed allora mi rifaccio su chi è ancor più debole di me. Scarico su questi extracomunitari la mia viltà e la mia bile, così per un giorno sarò io a sentirmi padrone. Potrò sentirmi anch’io un po’ Sandokan, un po’ Bidognetti. Noi siamo occidentali. Schiavi, ma pur sempre occidentali. I nostri capi, occidentali come noi, a questi qua hanno preso la terra; per cui, quelli costretti a scappare dal luogo dove sono nati e si rifugiano in mezzo a noi, un po’ appartengono anche a noi, che siamo bianchi come i dirigenti della Nike, della Esso e della De Beers. Dunque, quando passa il boss per strada, io mi devo inchinare, ma quando passo io, si deve inchinare ’sto negro di merda. E’ così che funziona, no? D’altronde è sempre stato così, quindi deve essere così.
Già, è sempre stato così. Ed ora c’è anche la tecnologia che concorre a perfezionare l’addomesticamento e la robotizzazione degli automi umani. Nello stabilimento della Ducati di Bologna, il consiglio d’amministrazione ha pensato bene di mettere il timer nelle macchinetta per il caffè. Gli operai hanno dieci minuti per prendere il caffè, dopodiché la macchinetta si spegne. Chi ce l’ha fatta, bene; per quelli che erano in fila, peccato, sarà per un’altra volta. Si torna a lavorare senza caffè, sperando che la prossima volta si sia più fortunati e si esca trionfanti dalla corsa alle macchinette. Pare che questa misura sia stata dettata da esigenze di produttività: gli operai si perdono in chiacchiere durante la pausa, mentre qui bisogna tirare fuori motociclette a manetta, mica si gioca! Non sia mai che il mondo resti con un numero poco rispettabile di moto, le quali, si sa, sono necessarie per vivere. Ottimizzando e suddividendo rigidamente i tempi delle pause, si incrementa la produttività. E la produttività è tutto. Il mercato è dio e la produttività è lo spirito santo. Ho fatto una vita di merda, lavorando otto ore al giorno tutti i giorni sei giorni a settimana, però cavolo se sono stato produttivo! Sono soddisfazioni.
Ecco, se un giorno ad uno degli operai della Ducati dall’emotività estremamente labile roderà il culo per non essersi potuto godere il suo caffè dopo otto ore di sudore in catena di montaggio e pianterà una gragnuola di proiettili in testa al primo esponente della classe dominante che incontrerà per strada, non lo biasimerò affatto.

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Alcune osservazioni intorno al problema dell’aborto

Pubblicato da sdrammaturgo su 21 Marzo 2008

Probabilmente nella mente ottusa e perversa – anzi, ottusamente perversa nonché perversamente ottusa – dell’antiabortista, in special modo quello di stampo religioso e maschilista (ed i tre fenomeni coincidono pressoché sempre), una donna ci si diverte proprio ad abortire.

“Ragazze, stasera se le famo du’ belle botte d’aborto?”
“Sì sì, magari! C’avevo giusto una voglia matta!”
“Io me so’ sparata ‘n par d’aborti la settimana scorsa”
“Beata te…!”
“Ma dove andiamo a spruzza’ ’sti feti?”
“Ha aperto un locale da poco e conosco il DJ, in più il PR è un amico mio. Ci ho fatto mettere in lista ed ho preso un tavolo”
“Bottiglia di vodka, cesto di frutta e raschiamento tutto compreso, no?”
“Chiaro!”
“Iuppi!”.

Poche cose mi risultano maggiormente insopportabili della brutale stupidità di chi non comprende che l’aborto per una donna costituisce un trauma, una tragedia, una scelta sofferta. O meglio: la più sofferta delle scelte. Nel momento in cui pertanto una donna decide di compiere quel passo, l’aborto si configura come un dolore necessario. Si tratta dunque di tentare di lenirlo o quantomeno renderlo minimamente sostenibile. Ed invece la prevaricante invadenza del maschio dominante, il quale pretende di decidere persino su ciò che riguarda esclusivamente le donne nella loro più intima corporeità e nella più profonda sensibilità psichica ed emotiva, tramuta una condizione di estremo disagio in un inferno intollerabile.
Un corpo ed una mente invasi, quelli della donna. E come ogni colonizzatore cruento che si rispetti, il maschio ha bisogno di collaborazionisti interni alla terra di conquista: altre donne diventano sue alleate. Ed eccole, codeste kapò riunite in associazioni che abusano di lemmi sommamente delicati come vita, rispetto, diritto, pronte a pedinare la ragazza che si reca in ospedale o nei consultori a chiedere aiuto, a colpevolizzarla, a torturarla, riempiendola di falsità scientifiche ed aberrazioni etiche. Perché la vita va tutelata in ogni caso e ad ogni costo, anche al prezzo del benessere, anche senza le condizioni per un’esistenza dignitosa, perché la vita è un bene assoluto.
Ma chi l’ha detto che la vita sia un bene assoluto?
Soltanto in un’ottica religiosa – ergo irrazionale, acritica, totalitaristica e cieca – venire al mondo può essere considerato un bene assoluto; solamente presupponendo l’esistenza di un dio creatore, legislatore e governatore, nascere può essere reputato una letizia senza possibilità di dubbio, un imperativo a cui sacrificare il buonsenso. Poiché per il credente la vita non appartiene che a dio, il quale, nella sua infinita bontà, ce ne fa dono, o, più correttamente, ce la dà in prestito, in affitto, e, benché tempestata di miserie, dobbiamo tenerla in gran conto e ringraziarlo, giacché “a caval donato non si guarda in bocca”, ed alla fine dovremo riconsegnargliela in buono stato, tenendola fino a quando vorrà lui e nella situazione in cui a lui sarà piaciuto offrircela in sorte. Uno scomodo regalo non richiesto, dunque. Un leasing con inghippo bancario. Se dio lo vuole, allora non può essere che un bene indiscutibile. Ma non sempre “è il pensiero che conta”: in certi casi è la sostanza a fare la differenza. Ed un presente può pure essere orribile. Ma le imposizioni del supremo dominatore dell’universo non possono venire contestate con leggerezza senza tema di ritorsioni. Di qui, il percorso di pena che si spalanca davanti alla donna intenzionata ad abortire: desideri interrompere la gravidanza? E sia, visto che non posso impedirtelo con la forza come vorrei, ma te lo farò pesare quant’è nelle mie capacità, facendoti sentire sporca, perseguitandoti con le ombre della macchia e del pentimento e proibendo la diffusione di tecniche mediche abortive indolori al fine di inasprire la difficoltà del tuo gesto ed acuire il tuo flagello imprimendoti nella memoria tremendi ricordi incancellabili. In sintesi, sconterai amaramente la tua disobbedienza tramite la costrizione a pensarci con ancor più dura afflizione. Servi che non possiedono alcunché, ma che si limitano ad amministrare i possedimenti concentrati nelle mani di un unico padrone: tali sono gli esseri umani per una pecora inebetita dalla metafisica che ha smarrito il senso del suolo.

Al fedele non interessa il bene dell’uomo, né quello di questo o di quell’uomo: il fedele ha a cuore esclusivamente il bene di dio, questo grande dittatore – il più grande dittatore – da ingraziarsi ed a cui sottomettersi per guadagnare l’eterno favore del paradiso. Ecco perché poco importa all’antiabortista che una donna non sia in grado di mettere alla luce un figlio: ciò che conta è sfornare nuove anime da dare in pasto a dio affinché venga appagata la sua insaziabile ed immonda fame.

“Nessuno può permettersi di decidere al posto di un’altra persona, soprattutto se più debole ed indifesa; un’embrione è una persona debole ed indifesa; perciò la madre non può arrogarsi l’arbitrio di porre fine alla vita dell’embrione-individuo”, affermano i sostenitori del peccato e del pensiero magico-mitologico. Ora, tralasciando complesse discussioni sull’identità di un grumo di cellule, al di fuori di qualsiasi ingiunzione di matrice sovrannaturale, ad una donna che porta dentro di sé il germe di una nuova esistenza che è parte della propria carne, è dato eccome decidere se interrompere lo sviluppo di una massa biologica informe al fine di scongiurare qualunque rischio di un’esistenza potenzialmente frustrante costellata di incertezze e patimenti. Una donna, insomma, ha eccome tutto il diritto di rifiutare il “divino omaggio” per il bene suo e del nascituro.
Nascere non è affatto un bene assoluto. Venire al mondo e vivere può essere un enorme male, anche al di là di malattie incurabili e menomazioni limitanti. Non è vero che la vita vale sempre la pena di essere vissuta: esistere può essere invece un inconveniente, come lo definiva Cioran, e niente è peggiore di una vita segnata dal rimpianto di non essere morti in tempo o di non avere potuto evitare di uscire dal ventre.
Una vita degna e meritevole di essere vissuta deve godere di sufficienti garanzie, tanto fragile è la scorza dello sconforto.
Gli antiabortisti però continuano imperterriti nella loro violenta idiozia a cercare di guastare lo spirito di madri e figli, avvelenare la solitudine di ragazze spaurite e disorientate in nome di un’entità onnipotente che nessuno ha mai visto, seguendo i dettami di un testo letterario, anteponendo le esigenze di un’astratta fantasia fanciullesca e terribile ai bisogni concreti di persone disarmate.
Ultima penosa iniziativa atta a tormentare donne in cerca di un disperato equilibrio, la proposta di seppellire non solo i feti, ma persino gli embrioni abortiti. Una pretesa equivalenza perfetta tra materia cellulare – vita in potenza - ed individuo che sogna, trema, gioisce e si strugge – vita in atto. Si spalanca allora una questione non da poco: ad ogni persona viene dato un nome; se l’embrione abortito viene ritenuto persona uccisa ed inumato come tale, sulla lapide dovrà essere apposto un nome. Ieri ho fatto una sborrata sul tappetino del cesso. L’ho chiamata Alfredo.

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Panegirico della bestemmia – Blasfemia è libertà

Pubblicato da sdrammaturgo su 19 Marzo 2008

“Per carità, io sono ateo e di certo non ho in simpatia la chiesa, ma la bestemmia proprio non la tollero, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede”.
Questa frase perseguita da sempre ogni antiteista attivo, tanto da essere diventata una sorta di mantra da democrazia da asporto, un motto di civiltà a misura di supermercato, ammantato di verità, equità, giustizia, saggezza. Altresì, un luogo comune.
Il termine rispetto è notoriamente già di per sé quantomai delicato e labile; sovente, poi, viene confuso pericolosamente con una fattuale disparità di trattamento tra posizioni equivalenti nella loro legittimità benché opposte nelle concezioni.
La bestemmia cade appieno nel secondo caso (laddove per bestemmia intendo la blasfemia nel senso più lato possibile, dalla semplice imprecazione al raffinato attacco colto contro il divino).
L’equivoco parte probabilmente dal pregiudizio nei confronti del sentimento dell’odio. Lungi dall’essere considerato normale o financo sano e nobile, l’imperativo assolutista della moderazione impone che l’odio venga caricato soltanto di connotazioni negative. L’odio è il negativo per eccellenza ed in virtù di ciò va respinto in ogni caso. Dunque esprimere amore è sempre cosa buona e giusta, mentre esprimere odio disdicevole ed inopportuno.
Eppure dovrebbe essere evidente come non ci possa essere amore sincero e sentito per qualsiasi cosa senza una profonda controparte di odio consapevole. Qualche esempio facile facile: non ci può essere amore per la pace senza odio viscerale per la guerra. L’alternativa sarebbe: “Amo la pace, desidero la pace, ma siccome non odio la guerra, se proprio volete bombardare, abbiate almeno l’accortezza di farlo pacatamente. Massimo rispetto, comunque”. E via dicendo: non ci può essere amore per la solidarietà senza odio per il menefreghismo; non ci può essere amore per la natura senza odio per chi inquina, etc.
L’odio si configura allora come il moto d’animo cardinale in un individuo socialmente costruttivo.
L’atto di stabilire una volta per tutte quali valori siano consentiti e quali ripudiati porta un solo nome: totalitarismo.
Sotto il fascismo, chi manifestava il proprio amore per Mussolini era nel giusto e benvoluto; chi al contrario mostrava il proprio odio, a qualunque livello, subiva pesanti punizioni.
Il meccanismo è il medesimo di quello che si riproduce nella diffusa repulsione nei confronti della bestemmia.
Perché mai l’espressione d’amore per dio (tramite preghiera o quant’altro) viene accettata e la manifestazione di odio (attraverso la bestemmia) scandalizza ed indigna?
“Beh, in quel caso si offende qualcosa di molto importante per tantissime persone”. E non si pensa mai al fatto che la preghiera offende allo stesso modo un ateo, o perlomeno offende chi come me si sente ferito dalla sospensione del giudizio critico e dalla superstiziosa credulità che trasforma il pensiero magico e la mitologia in sapere certo ed assodato con il risultato di conseguenti crimini ed abusi di cui la storia è pregna.
“Ma se tu bestemmi dio, per un credente è come se ingiuriassi una persona a lui cara”. Ma se un credente nelle sue preghiere afferma l’esistenza di un capellone vergine palestinese che cammina sull’acqua, tramuta una materia in un’altra e guarisce i malati con la sola imposizione delle mani, per me è come se ingiuriasse, che so, Bertrand Russell od altri grandi ed infangasse la memoria di quelle persone che hanno dato la vita per la ricerca e per me hanno l’identico valore affettivo e di “autorità” che può avere dio per un religioso.
“Non è precisamente la stessa cosa. Che fastidio ti dà se uno prega e tesse le lodi della divinità?”. Mi dà molto fastidio se qualcuno inneggia all’abbrutimento ed all’inebetimento. Ma potrei rigirare la domanda: “Che fastidio dà ad un religioso se io bestemmio e denigro Cristo o chi per lui? In fondo non faccio che enunciare la mia opionione discordante e non posso farci alcunché se la mia opinione comporta un assalto verbale diretto dai toni anche volgari”.
Dunque il presunto rispetto che verrebbe violato dal bestemmiatore si rivela piuttosto a senso unico: io devo consentire ad un religioso di esternare la natura del proprio credo, mentre il religioso può permettersi di riprendermi qualora io esterni la natura del mio. E per me, antiteista, la blasfemia è uno degli aspetti principali del mio sistema di pensiero.
Ricapitolando: se io bestemmio, manco di rispetto al credo di un fedele; ma se a me viene impedito di bestemmiare, si manca di rispetto al mio credo ateo antiteista che si esplicita anche per mezzo della blasfemia; se io dico: “Sia maledetto iddio”, un religioso si sente offeso; ma se un religioso dice: “Sia benedetto iddio” mi sento offeso io. Ostacolare il mio atto di bestemmiare è sicché una mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di quello in cui credo io. Allora come la mettiamo?
“Ma se credi non devi bestemmiare proprio perché credi e se non credi non ha senso che tu bestemmi. Dunque perché bestemmi?”. Tralasciando l’acutissima risposta: “Pe’ datte fastidio” che lessi su una vignetta tempo fa, rispondo: l’ateo antiteista blasfemo non bestemmia tanto dio, quanto l’idea di dio in quanto cristallizzazione di aberrazioni della ragione quali schiavitù, sottomissione, dogma, fede cieca nell’indimostrabile, sonno narcolettico indotto ed autoindotto dello spirito analitico, obbedienza priva di riflessione indipendente, impulso congenito alla sopraffazione.
Certo, con l’odio da solo non ci si fa alcunché. Va elaborato alla luce di una piena coscienza oppure non è che vuoto livore senza obiettivo. La bestemmia da sola, insomma, serve a poco, altrimenti un avventore a caso di un baretto a caso della Tuscia potrebbe essere reputato un campione della filosofia d’opposizione contro l’ultraterreno. Però, la bestemmia, al suo stato più basso e basilare, è l’equivalente del primario impulso di disprezzo nei confronti di un’autorità dispotica ed illogica, il grido istintuale del popolano stanco delle angherie del sovrano.
La scusa della maleducazione, della sconvenienza, dell’indecenza del turpiloquio, non è che una trappola con cui il pensiero dominante ed i suoi sostenitori tentano – riuscendoci – di ingannare i loro avversari dissidenti rendendoli censori di loro stessi.
Io rivendico quindi il mio diritto ad odiare, a dare sfogo all’essenza delle mie convinzioni fondate sul disprezzo verso la dittatura del sovrannaturale, esattamente come lascio che qualcun altro levi a dio il proprio canto d’amore, caposaldo del proprio essere.

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Superiorità sgradita

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 Febbraio 2008

Misero è il destino dell’uomo se la vittima invidia ed imita il carnefice.
In India una tigre ha fatto irruzione in un villaggio, mettendone in subbuglio gli abitanti. Comprensibile la paura, comprensibili i tentativi di mettere in fuga un animale potenzialmente molto pericoloso. Ma le bastonate, l’isteria collettiva spinta fino al tentativo di linciaggio non trovano scuse, se non nella crudeltà dell’essere umano che non ha eguali in natura.
Non era la tigre la belva feroce.
Quello che più mi ha disturbato e sconvolto nelle immagini di un’intera comunità che scatena la sua furia insensata contro un animale notevolmente più spaventato di ogni singolo inseguitore è stato pensare che la violenza cieca del più forte sul più debole imperversava presso una porzione di una popolazione che ha sperimentato la vessazione coloniale, la frusta del padrone, l’esercizio cruento del potere.
Persone che hanno toccato con mano lo sfoggio di forza bruta del conquistatore stavano emulando il loro aguzzino; invece di far tesoro dei loro traumi e dei loro incubi reali e permanenti e rinunciare alla prevaricazione gratuita memori delle sofferenze patite, riproducevano la dialettica della sopraffazione subita su di un essere vivente considerato inferiore e funesto, nonché alla portata della loro capacità di soperchieria.
Vero è che probabilmente anche la sensibilità, come ogni altra cosa, è un fatto culturale ed in quanto tale va appresa ed affinata. Ma se neppure la diretta esperienza di dolore degli ultimi dimostra di essere in grado di insegnare il valore del rispetto per l’altro, in particolar modo per il più debole, non resta che una disperazione senza scampo.
Mi viene in mente l’epistola di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato nel campo di sterminio nazista di Dachau: “Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature. Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze”.
Cerco di immedesimarmi in chi ha subito sulla propria pelle la funesta perversione della Shoà ed è stato costretto ad assistere alla prosecuzione dell’olocausto esercitato su altri esseri, così diversi nella conformazione psicofisica, ma così simili nella capacità di provare dolore e nella volontà di vivere. Quanto devono essere stati insopportabili i tormenti di quel sopravvissuto al delirio ariano nel constatare che tutto ciò che egli ha patito è stato vano e non è servito di lezione.
Miliardi di animali torturati ed uccisi ogni anno. Miliardi. Il più mite dei carnivori non sa di essere un genocida.
E’ questa la tremenda solitudine dell’animalista (e per animalista intendo il vegetaliano, giacché chi mangia animali semplicemente non è un animalista. Altrimenti sarebbe come dire che un militare può essere anche pacifista o che non è un pedofilo chi abusa solo di bambini africani e filippini, ma non di europei ed americani).
Noi animalisti non possiamo non riconoscere di aver compiuto un passo ulteriore rispetto alla maggioranza degli individui. In questo è inevitabile non considerarci eticamente superiori alla media umana, laddove per superiorità etica si intende una sensibilità per il rispetto della vita altrui più sviluppata, un più acuto senso dell’orrore per la prepotenza su chi è indifeso.
Però di questa superiorità non ci beiamo. Anzi: la guardiamo con commiserazione, la portiamo sulle spalle come un fardello di cui faremmo volentieri a meno. E questo per un motivo elementare: il nostro unico sogno è quello di essere raggiunti da tutti gli altri nelle nostre conquiste morali. L’unica cosa che vorremmo davvero sarebbe poterci ritenere eticamente alla pari, perfettamente eguali di fronte ad ogni altro uomo quanto ad assenza di desiderio di sottomissione degli animali.
Non c’è alcun guadagno infatti nel ritenersi migliori in questo campo. Non è come sentirsi più bravi, più belli, più potenti, più intelligenti. Guardare alla propria superiorità antispecista equivale solo a prendere atto con il massimo sconforto delle atrocità commesse sugli animali senza un barlume di speranza e senza poter lenire la frustrazione contando su una larga condivisione di intenti.
L’amarezza che l’animalista prova di fronte ai mattatoi, agli allevamenti, alle pellicce, è intensificata in confronto a quella che si avverte pensando alle guerre o alle devastazioni ambientali dal fatto che sono pochi, troppo pochi, tremendamente pochi ad aver capito quanto immonda è la violenza su qualsiasi altro essere senziente.
Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”.
Il mondo animale è la palestra in cui l’uomo affina le tecniche del sopruso.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ci ha mostrato come il carcere sia il luogo in cui si perfezionano i metodi di controllo vigenti nella totalità del consorzio umano. L’allevamento, allo stesso modo, è il gradino precedente: è sugli animali che l’essere umano impara e migliora l’arte ignobile dell’assoggettamento dell’altro.
A tal proposito afferma sempre Kupfer-Koberwitz: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri”.
L’animalista ripudia la logica dell’angheria ed in questa evoluzione vede gli altri che restano indietro. Ma cosa se ne fa di questo primato? Esorta chi è rimasto indietro a raggiungerlo, si prodiga affinché tutti gli esseri umani corrano alla sua stessa velocità, poiché da questo dipende la salvezza di chi divide con noi questo grande sasso chiamato pianeta Terra.
Noi non vogliamo essere migliori, non vogliamo più sentirci tali. Non ce ne facciamo alcunché, non ci piace affatto.
Tra gli innumerevoli sgradevoli ritornelli dei carnivori atti a sminuire e gettare fango su vegani e vegetariani per scongiurare il senso di colpa e non rinunciare ai piaceri del palato, uno dei più frequenti è: “Li odio perché si sentono superiori”. Ebbene, noi non aspettiamo altro di venire sorpassati.

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Il Gobbo e la Piovra

Pubblicato da sdrammaturgo su 11 Dicembre 2007

Tra i libri necessari, quelli a cui andrebbe associata la rinomata formula “da leggere nelle scuole”, si colloca senza alcun dubbio Ho ucciso Giovanni Falcone, la confessione di Giovanni Brusca curata da Saverio Lodato, uscito nel 1999.
Un titolo che fa tremare, un monologo che sconvolge e costringe ad aprire gli occhi, senza possibilità di volgerli altrove, senza edulcorazioni, come un padre severo che educa il figlio insegnandogli a guardare i suoi errori, riconoscerli ed affrontarli, impedendogli di eludere i problemi.

Per chi non lo sapesse, Giovanni Brusca è l’uomo che premette il pulsante del telecomando dell’esplosivo nella Strage di Capaci, nonché quello che fece uccidere e sciogliere nell’acido il quattordicenne Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo.

Uno dei più prolifici e spietati sicari di Cosa Nostra (“ho ammazzato più di centocinquanta persone, ma meno di duecento”), dopo la sua cattura Brusca ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia e le sue rivelazioni si sono dimostrate decisive per le indagini degli ultimi anni.

Il suo pentimento, sorprendentemente sincero, assume un’importanza capitale: Giovanni Brusca è stato infatti il primo – e resta finora l’unico – boss della “mafia vincente” (ovvero quella dei Corleonesi) ad offrire il proprio contributo allo Stato nella lotta alla criminalità organizzata.

Ecco perché leggere, spulciare, studiare approfonditamente un testo in cui la cupa ed intrigata Storia Contemporanea italiana viene raccontata da un protagonista d’eccezione, che su questa Storia ha inciso profondamente in prima persona, diviene un’occasione irripetibile, irrinunciabile, quasi un dovere civico.

Le vicende narrate da Brusca appartengono alla nostra Storia più recente. Recentissima. Fin troppo recente. Già, perché Brusca, nelle sue preziosissime pagine, parla diffusamente di una figura in particolare che in questa Italia bella fuori e brutta dentro ha fatto sempre il brutto ed il bruttissimo tempo per più di cinquant’anni e continua a rivestire a tutt’oggi una carica istituzionale di primo piano. Sì, sto parlando naturalmente del senatore a vita Giulio Andreotti, l’anima nera dello Stivale, che ancora appena l’anno scorso ha rischiato di diventare Presidente del Senato.
Andreotti non c’entra nulla con la Mafia”, ha gridato la stampa ufficiale. La voce delle carte processuali è stata invece coperta da un fastidioso ronzare di vespe.
Ho deciso quindi di riportare tutti i passi in cui Giovanni Brusca cita il nome di Giulio Andreotti.
Qui non si parla del passato: si parla del presente (specie in un periodo in cui di nuovo vengono screditati magistrati che fanno bene il loro lavoro e vanno a toccare i potenti), di un presente che pesa come un macigno, un macigno grande quanto una Balena Bianca.
Quanto c’entra Andreotti con la Mafia? Tanto così:

 

 

“[...] All’epoca ero in buoni rapporti con Paolo Rabito, uomo d’onore della famiglia di Salemi. Fu lui quello che, secondo il racconto del pentito Baldassarre Di Maggio, aprì la porta ad Andreotti il giorno dell’incontro con Ignazio Salvo e Salvatore Riina; per capirci, il giorno del presunto bacio tra il senatore e Riina. [...]”

 

“[...] Tocca proprio a me, quando scoppia la terza guerra di mafia, portare un messaggio degli esattori (i fratelli Salvo, che riscuotevano le tasse per la regione Sicilia N.d.R.) a Riina e a mio padre. Il messaggio viene da Andreotti: ‘Manda a dire di darci tutti una calmata perché diversamente lui non è più in grado di coprirci’. Cosa che io faccio. [...]”

 

“[...] Ma non tramontò mai il progetto di uccidere Giovanni Falcone. Di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che prima erano stati amici e ora erano diventati nemici, quelli che ci avevano dato tanto fastidio. E mi riferisco in particolar modo agli uomini politici che spesso, pur di coprire i loro affari illeciti che non avevano nulla a che vedere con la mafia, si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio tutti coloro che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi proprio per questo.
Se si vuole capire infatti la strage di Capaci, nel 1992, bisogna tornare indietro di otto anni. Al 1984, quando cominciò a collaborare Buscetta e tutti si resero conto che poteva accadere qualcosa. Quella rivelazioni, anche per noi, rappresentarono un fatto imprevisto. E modificarono ancora di più lo scenario.
Attenzione: nelle confessioni iniziali il nome di Andreotti non c’è. E non c’è neppure quello dei Salvo, né di Salvo Lima e di Ciancimino. Ma Cosa Nostra è consapevole che Buscetta sa che quelli sono i nostri canali politici. Lo sa troppo bene. Ma lo sanno anche loro, gli uomini politici, che Buscetta sa. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che mentre Cosa Nostra viene investita in pieno dalla valanga delle rivelazioni del grande pentito, gli uomini politici hanno il tempo e la possibilità di preparasi per parare eventuali colpi futuri.
Il passaggio successivo di quelle rivelazioni porterà Buscetta – in qualche modo costretto da Falcone – a svelare un’altra parte della verità: e i Salvo e Ciancimino finiranno dentro con accuse pesantissime. E’ proprio in questo momento che l’onorevole Andreotti gira definitivamente le spalle a Cosa Nostra, anche sacrificando qualche suo amico. [...]
Andreotti ci girò le spalle all’indomani delle prime dichiarazioni di Buscetta. Continuerà infatti a mantenere i suoi rapporti con Ignazio Salvo, proprio nella fase in cui questo chiude le porte a Cosa Nostra.
Che il senatore e i cugini Salvo avessero rapporti di lunga data a me risulta personalmente. Ricordo alcuni episodi: per esempio, quando Nino Salvo mi disse che per aggiustare il processo Rimi era intervenuto Andreotti in prima persona. Ho già ricordato di quando Ignazio Salvo mi mandò da Riina in veste di ambasciatore per conto di Andreotti.
Non mi risulta, invece, che Andreotti e Riina si siano mai incontrati personalmente. Questi rapporti tra Andreotti e Salvo dureranno nel tempo. E lo scoprimmo nel 1988, quando Falcone era in corsa per la poltrona di capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Andai a trovare Ignazio: motivo della visita, ancora una volta, le nostre richieste di intervenire sul maxiprocesso.
Lui se ne uscì con uno strano discorso: ‘Sai, qualche amico ce lo abbiamo ancora, siamo ancora capaci di condizionare le cose. Falcone non diventerà capo dell’ufficio istruzione’. Mi fece il nome di Claudio Vitalone e di Andreotti per spiegarmi che, in seguito al loro intervento, alcuni magistrati avrebbero lasciato Falcone solo e quindi votato contro la sua nomina. Ma non è tutto.
Mi disse anche di riferire a Riina che ‘ormai non c’era più bisogno di uccidere Falcone, perché ci avrebbero pensato loro a delegittimare Falcone’. E aggiunse: ‘E’ inutile ucciderlo perché al suo posto ci metterebbero un altro’, lasciandomi intendere che avremmo provocato inutilmente una reazione dello Stato che, a quel punto, sarebbe stata incontrollabile.
Quando esposi questo ragionamento a Totò Riina, la sua risposta fu: ‘Mi vogliono vendere fumo? A Falcone lo devo uccidere ugualmente. I politici si stanno aggiustando le loro cose e a noi ci stanno lasciando con i piedi di fuori, allo sbando. Come se fossimo carne da macello’.
E aggiunse: ‘Li devo ammazzare tutti. E’ giunto il momento di ammazzarli’. E’ in quel momento che decise di aggiungere nella lista dei bersagli da colpire sia Ignazio Salvo che Salvo Lima. Di quest’ultimo non mi fece il nome, ma era abbondantemente sottinteso.
Ho voluto ripercorrere a grandi linee questo scenario per spiegare che, mentre la decisione di uccidere Falcone era stata presa di comune accordo, negli anni successivi i Salvo si erano tirati indietro, volendosi defilare. Serve anche a capire – almeno è questa la mia opinione – perché oggi il senatore Andreotti continua a ripetere che lui aveva preso provvedimenti duri contro la mafia.
Lo aveva fatto, ripeto, perché terrorizzato da quanto avrebbe potuto dire in futuro Buscetta. Tanto che proprio il senatore accettò, inspiegabilmente per chi non conosce i fatti, di accogliere quelle richieste contro di noi che in passato Falcone si era sempre visto respingere.
E’ allora che Andreotti volta le spalle a Cosa Nostra. ‘Il figlio di buona madre’, che il pelo sullo stomaco lo ha sempre avuto, comincia a sostenere le proposte di legge contro la mafia. Sono infatti gli anni in cui i giudici Chinnici e Falcone attaccano fortemente proprio lui, Lima e i Salvo. Questo ci dava molto fastidio. [...]”

 

“[...] Che effetto ebbe l’uccisione di Falcone? Nel periodo precedente all’attentato, si doveva fare il nuovo presidente della Repubblica e si parlava di Andreotti come uno dei candidati più forti. Noi volevamo che l’attentato avvenisse prima della nomina, in modo che il senatore non venisse eletto. Tanto che Riina disse: ‘Glielo faccio fare io il presidente della Repubblica…’.
Noi pensavamo: ‘A cu fannu fannu, a noi non ci interessa. Basta che non è Andreotti’. E così accadde. Anche un bambino capisce che in quel periodo, con le voci che giravano su Andreotti, con la strage di Falcone, lui era spacciato. Completamente tagliato fuori. [...]”

 

“[...] Uno dei primi argomenti che ho voluto toccare quel giorno (27 luglio 1996, data del primo interrogatorio da collaboratore di giustizia, N.d.R.) riguardava Andreotti e il bacio con Riina. Ma, per capire come andò l’interrogatorio, devo dire che ero ancora letteralmente accecato nei confronti di Balduccio Di Maggio. Ecco perché ho minimizzato sul senatore e ho cercato appositamente di portare il discorso sulla vicenda. Ho tirato in ballo i Salvo, Salvo Lima, Claudio Vitalone, questo sì. Ma ho fatto il possibile per sganciare Andreotti da quel contesto. Volevo anche salvare qualche mafioso, povero cristo, coinvolto nel processo Agrigento che Di Maggio aveva tirato in ballo.
Se mi fossi limitato a parlare del processo Agrigento non avrei ottenuto alcun risultato, mi sembrava più facile dire bianco dove Di Maggio diceva nero e viceversa. Pensavo, dentro di me: se lo attacco su un punto forte, di interesse mondiale, riesco a screditarlo tutto. Per questo, poi, i giornali se uscirono dicendo: ‘Brusca scagiona Andreotti’, ma a me non interessava la politica, mi interessavano solo i miei amici finiti sotto processo. [...]
Il 28 agosto, a peggiorare la situazione, si aggiunsero in televisione le dichiarazioni del mio avvocato Vito Ganci.
Devo aprire una parentesi: quando ero ancora un cittadino libero, dunque siamo agli inizi degli anni Novanta, avevo viaggiato da Palermo a Roma a bordo di un aereo sul quale c’era l’onorevole Luciano Violante. Era un ricordo che mi tornava spesso in mente durante la latitanza.
Pensavo: se un giorno dovessero arrestarmi, invento di avere avuto un colloquio con lui e di avere ricevuto proposte di agevolazioni al processo in cambio di accuse contro Andreotti e informazioni su Riina. Ne parlai con Ganci e ci era sembrata un’idea intelligente. Ma, allora, non gli dissi che il fatto era inventato, gli feci capire che era vero.
Tutto potevo pensare tranne che l’avvocato se ne andasse in televisione a tirare fuori quella storia. Ganci non è mafioso…gli manca solo la ritualità… Vennero immediatamente i magistrati a trovarmi: ‘Cosa voleva dire l’avvocato ganci?’.
Vuotai il sacco: queste cose le pensavo da latitante, ho volutamente minimizzato su Andreotti, ho tirato in ballo Violante che non c’entrava niente. [...]”

 

“Nel processo Andreotti le mie dichiarazioni hanno permesso di trovare finalmente il piatto d’argento regalato dal senatore in occasione del matrimonio di Gaetano Sangiorgi (genero di Nino Salvo, mafioso, oggi in carcere, N.d.R.), anche se lui nega. [...]”.

 

 

Una riflessione facile facile: quando è stata diffusa la falsa notizia che Andreotti fosse stato assolto – mentre invece era stato riconosciuto colpevole del reato di associazione mafiosa commesso fino al 1980, ma caduto in prescrizione (e da Brusca abbiamo appreso che i legami del Gobbo con la Piovra si sono protratti invero almeno fino al 1992) – nessun politico si è esposto per smentire la gravissima menzogna ed anzi, da destra a sinistra, tutti hanno espresso solidarietà e stima per il disonorevole senatore a vita.
Non capisco dunque perché debba essere tacciato di qualunquismo chi abbia il desiderio di spazzare via questa classe politica nella sua interezza e si prodighi per cercare di farlo.

 

Collage Mafioso

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Perché la Sinistra ha dimenticato Allende?

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 Ottobre 2007

Quand’è che la Sinistra si è dimenticata di Salvador Allende? Deve pur esserci una data, certa od approssimativa che sia, a partire dalla quale le sinistre di tutto il mondo hanno iniziato a smarrire la memoria del loro più nobile e prestigioso rappresentante.
Quand’è successo? Com’è potuto succedere? E perché?
In anni ed anni di manifestazioni mi è capitato di vedere impressi su striscioni, cartelli, manifesti, i volti di tutti i simboli dei movimenti di sinistra, specialmente i più sciagurati. Mi sono sempre chiesto il motivo di portare in gloria le facce di coloro i quali si sono indebitamente appropriati dell’Idea di uguaglianza e libertà per poi distorcerla, infangarla, tradirla: Lenin, Stalin, Mao Tse Tung, Fidel Castro, andrebbero rinnegati e respinti proprio a partire dalla Sinistra, giacché è nei gulag russi, nella scia di sangue della Lunga Marcia, nelle carceri cubane che si è sputato su quel grande progetto marxista di giustizia sociale ed equità economica.
Le uniche cause che ho potuto e saputo individuare nella grottesca conservazione di tanto macabri monumenti credo siano riconducibili alla più o meno consapevole volontà di suicidio etico e politico se non ad una più semplice e disarmante idiozia.
Accanto all’immancabile Che Guevara (che comunque vicino alla Mostra dei Mostri ci fa un figurone, sia chiaro), dunque, e perfino ai riferimenti a Tito, non ho mai, e dico mai, e sottolineo mai, avvistato alcunché che riportasse alla mente la figura di Salvador Allende.
Eppure Allende è l’emblema della grandezza della filosofia comunista, l’unico caso di vittoria del pensiero socialista. Sì, perché nonostante la breve, brevissima esperienza di Unidad Popular, quel periodo è stato e resta un vero trionfo.
Su quella rivoluzione intrapresa senza l’uso delle armi, bensì combattuta con gli strumenti democratici della presa di coscienza e dell’elezione popolare, si concentrò l’attenzione dell’intero pianeta. Mai si era visto – e mai si sarebbe più visto – un tale radicale mutamento socio-economico dalle mire collettivistiche avviato in via assolutamente pacifica e sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il riscatto del proletariato senza passare per la guerra e la dittatura: un capolavoro politico.

Allende nel 1970 era già assai più moderno delle odierne sinistre: di tendenze fortemente libertarie, aveva rifiutato l’allineamento con l’Unione Sovietica, nazionalizzato le miniere cilene strappandole al controllo di aziende statunitensi, consegnato le terre ai contadini, varato un piano nazionale di istruzione gratuita per tutti, previsto un reddito sicuro per ogni famiglia di qualsiasi fascia sociale; tutti insomma avrebbero partecipato al lavoro ed alle risorse del Paese. Ma cosa ancora più importante fu la denuncia che espose nel 1972 alle Nazioni Unite contro il pericoloso strapotere imperialista che stavano via via assumendo le multinazionali. Quando neppure era ancora chiaro cosa fossero le Corporation, egli aveva già capito tutto il male che da esse sarebbe provenuto. Il dono della lucida e razionale profezia è proprio dei giganti dell’umanità.
Fu probabilmente soprattutto questo a convincere gli U.S.A. che quel sogno che Allende andava costruendo in uno Stato povero ma insospettabilmente adulto andasse stroncato il più in fretta e nella maniera più aspra possibile, al fine di dare un segnale intimidatorio duro e chiaro a chiunque avesse voluto emulare le gesta di quel medico occhialuto ed impavido.
Salvador Allende si era attirato fin dalla campagna elettorale le ire di Nixon e Kissinger, i due veri diavoli del Novecento, che poco o nulla hanno da invidiare al più temuto collega Adolf Hitler. Basta sostituire “Razza” con “Denaro” per comprendere la portata devastatrice di quei due assassini senza pistola. Il sistema capitalista che grazie a loro decollò e si fortificò fino a diventare inarrestabile ha mietuto infatti un numero di vittime assai maggiore e rovinato la Terra assai più del Nazismo, anche solo in virtù della sua ben più lunga permanenza rispetto al delirio ariano.
La tragica fine dell’Era Allende ne conferma ed aumenta il valore: le atrocità a cui fu sottoposto il Cile dall’esercito guidato da Augusto Pinochet e sostenuto dalla C.I.A. sono un segno evidente della bontà dell’apparato strutturato dal leader di Unidad Popular. Il Potere si prodiga quando si sente minacciato; più la minaccia è grande, più le forze repressive si danno da fare; e più qualcosa minaccia il Potere, più alta è la sua qualità. Inoltre, se qualcosa mina i vantaggi di una ristretta élite, significa che va incontro ai bisogni della popolazione.
L’establishment borghese capitalista ed i rapporti di forza sociali furono ripristinati con i bombardamenti e le torture. Perché il popolo non deve essere emancipato se deve essere controllato.
I poveri tornarono poveri ed i ricchi tornarono ricchi.

Salvador Allende va recuperato dalla Sinistra. Va recuperato il suo personaggio, vanno recuperate le sue parole, va recuperata la sua lezione.
Senza di lui, siamo passati dal disumano stalinismo all’agghiacciante riformismo, che altro non è se non l’arte di cambiare il nome dei servi in consumatori, dare ad alcuni di loro una casa, una macchina, la possibilità di tracciare una crocetta ogni cinque anni e continuare a schiavizzarli per gli interessi di pochi senza che essi se ne accorgano, storditi da media e benessere sufficiente.
Quando non si ha nulla, non si ha nulla da perdere; quando si ha poco, si ha paura anche di perdere quel poco. Il riformismo ha fatto sì che in Occidente le persone ottenessero quel poco che impedisse loro di esigere di più. E’ la società dei consumi di cui parlava Pasolini contemporaneamente ad Allende. Ad immobilizzare chi non ha nulla in uno status di impossibilità di reazione ci hanno pensato le multinazionali.
Dimenticando Allende, si è dimenticato che esiste una terza via rispetto al capitalismo di matrice statunitense ed al comunismo alla russa.
Il riformismo si è dimostrato quietistico nei confronti del Sistema Imperialista delle Multinazionali. Il riformismo è un fallimento che interpreta la parte del successo.
Dimenticare Allende ha fatto comodo agli eredi dei partiti comunisti in frantumi che hanno in tal modo potuto trasformarsi in socialdemocratici ed ascendere a posizioni di comando grazie all’americanizzazione della politica (subita e cavalcata ben volentieri e con somma gioia), ovvero la corsa al centro, all’imperativo della moderazione, al consenso che attira voti e permette di diventare padroni godendo della divisione in classi – anzi, in caste.
E’ necessario quindi ripartire da Allende, a meno di non cedere definitivamente il passo al miserabile modello americano, modello che invero appare sovente invincibile, tanto sembra essere penetrato nell’anima degli individui.
Il meraviglioso documentario di Patricio Guzmàn su Salvador Allende – dall’omonimo titolo – mostra sul finale quanto l’americanismo abbia intaccato lo spirito dei cittadini e sia attecchito nel loro midollo morale. L’autore se ne va in giro per Santiago ad intervistare persone casa per casa a proposito del loro passato tutt’altro che remoto facendo domande sul Governo Allende e sul totalitarismo neoliberista di Pinochet. Niente di strano, insomma; eppure pressoché la totalità degli intervistati si mostra recalcitrante a rispondere, molti si innervosiscono, alcuni si tappano in casa.
Mi sono interrogato a lungo sul perché di quelle insolite reazioni. Dopo parecchie riflessioni, ho capito cos’è che crea disagio in quegli uomini: è la vergogna. Già: la vergogna per non riuscire più ad essere ciò che una volta sono stati, la semi-consapevole incapacità di esserlo di nuovo, l’abbrutimento che ha stroncato la loro volontà di tornare ad essere liberi ed eguali.
Nell’eccelso cortometraggio di Ken Loach sull’undici settembre, in un frammento televisivo risalente al triennio allendiano, una donna lavoratrice in un’industria cilena dice: “Il popolo organizzato è intelligente”. Un’affermazione bella come un mare forte e calmo, pesante come un macigno spigoloso.
Quel popolo oggi è regredito: è diventato massa. E la massa è inevitabilmente stupida e scomposta.

Io ho la fortuna ed il privilegio di vantare tra le mie amicizie un esule della dittatura di Pinochet. Rodrigo, si chiama, ed al tempo del Golpe era un giovane attivista del Partito Socialista Cileno. Oggi, anziano ed esperto della vita, quando parla del Cile, di quel Cile, del suo Cile, fatica ancora a trattenere le lacrime.
I reduci dell’esperienza allendista hanno tutti un’espressione malinconica propria di chi ha visto davanti ai propri occhi infrangersi il più grande dei sogni dopo averlo accarezzato con le dita. Portano nella carne il marchio del dolore, un dolore indicibile, che ha segnato loro il volto e si riverbera in ogni piega della pelle. Non riescono nemmeno a pronunciare il nome di Augusto Pinochet. “Hijo de puta”, esclamano, e non lo chiamano in altro modo. Non ho mai sentito Rodrigo od Emilio, suo amico e compagno di esilio, chiamare in altra maniera colui che ha demolito le loro vite. Ognuno di loro porta su di sé l’aureo fardello della sofferenza di una nazione intera. Ma non c’è traccia di frustrazione nei loro visi: essi hanno quella placida tristezza propria di chi è in pace e di chi continua ad ardere con disincanto ma non per questo con minor passione, poiché sanno di aver realizzato qualcosa di unico, di aver assistito ad uno spettacolo senza pari. E nessuna fine, per quanto tremenda essa sia, può cancellare la meraviglia di ciò che c’è stato prima. E ciò che c’è stato una volta, può ripetersi, accadere di nuovo: è questa speranza – o meglio, questa consapevolezza – che essi negano a loro stessi a velare di serenità il loro dolore.

 

 

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Elogio del carcere duro

Pubblicato da sdrammaturgo su 16 Ottobre 2007

Mi sono già occupato di un argomento affine (anzi, pressoché del medesimo) tempo fa in occasione del mastelliano indulto a misura di potente, ma una notizia che viene dagli U.S.A. mi spinge (o meglio, costringe, giacché lo sento come un dovere di cittadino ed “aspirante intellettuale”, in quanto studente universitario) a tornare sul tema.
Un giudice americano ha infatti negato l’estradizione in Italia del boss Rosario Gambino poiché, secondo il magistrato, il regime di carcere duro che avrebbe atteso il mafioso nel nostro paese violerebbe la convenzione ONU sui diritti umani.
Questa vicenda è molto, molto più grave di quanto sembri, giacché rischia di alzare l’ennesimo polverone sul famigerato 41 bis, che già tanti, troppi, inutili dibattiti ha scatenato, massimamente dannosi per la tristemente minima salute etico-politica-economica della nostra terra ferita e colpita a morte dalla criminalità organizzata.
A meno che non si voglia scadere nella faciloneria ai limiti del ridicolo dei vari slogan quali “fuoco alle galere” banalmente caratteristici di diversi gruppi della mia parte politica, bisogna riconoscere che l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e la legge 416 bis del codice penale, altrimenti detta Rognoni-La Torre, sono le migliori armi che lo Stato italiano abbia messo a punto contro lo strapotere mafioso, piaga principale del Bruttopaese.
Anch’io ho fatto mia la lezione di Michel Foucault; anche per me “Sorvegliare e punire” ha quasi il valore di un testo sacro; disprezzo anch’io l’istituzione della prigione come strumento di pena e presunte rieducazione e redenzione; ma sulla questione carceraria, molta parte dell’estrema sinistra non si è mai dimostrata sufficientemente lucida, lasciandosi appannare da motti ingenui quanto insopportabilmente ciechi.
Ed ora dalla patria del capitalismo più bieco e spietato potrebbe arrivare nuova linfa per i critici della necessaria misura cautelativa – praticamente l’unica possibile – contro i padrini.
Non ho francamente mai capito l’accanimento di parecchi miei compagni ai danni del regime di carcere duro per i mafiosi. Difendere strenuamente chi sostiene – e pratica – un sistema basato su violenza, dittatura, accumulazione di denaro, religione, controllo del territorio conquistato ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo ambientale e di vite umane, sarebbe anche nobile, se non fosse tremendamente stupido nonché deleterio per gli stessi ideali di pace, uguaglianza, libertà, ecologia (ovvero gli esatti opposti) di chi va sotto le carceri ad esprimere solidarietà a coloro i quali sputano su tutto questo e ridono dei comunishta di riiniana memoria, percepiti come i principali nemici dai più fieri ingranaggi del capitalismo, veri alfieri dell’imperativo categorico della proprietà privata, quali si configurano i mafiosi.
Peraltro, se fossi nei panni di Francesco Caruso od in quelli dei ragazzi di Radio Onda Rossa (che altrimenti stimo per il loro impegno nel quale mi riconosco, sia chiaro) che lanciano l’agenda “Scarceranda”, mi preoccuperei nel trovare qualcosa che mi accomunasse a Mastella. Ma questo sia detto di passaggio.
C’è poco da fare: per scardinare l’apparato mafioso bisogna mettere le mani sul patrimonio dei clan e rompere la catena di comando delle famiglie. Non ci sono altre scelte, nessun’altra scappatoia, data la natura stessa delle organizzazioni di stampo mafioso. Sono il soldo e la gerarchia militare i materiali edili con cui è costruita la mafia; per cui, attaccando quelli, si lede il cuore stesso della mafia (tant’è che proprio all’abolizione della legge sulla confisca dei beni mafiosi e del regime di carcere duro miravano i Corleonesi con la loro impressionante campagna di fuoco che segnò la Stagione delle Stragi. Evidentemente, quando qualcosa è sgradita alla mafia, significa che è cosa buona e giusta per il benessere dei cittadini). E se il cuore non funziona bene, il sangue non scorre. Ed il sangue della mafia è l’omertà.
Il 41 bis è riuscito a rompere il muro d’omertà come mai era successo prima dell’approvazione dell’articolo, divenendo una vera e propria miniera di pentiti. Non per niente era stato fortemente voluto da Giovanni Falcone, il quale aveva ben compreso quanto essenziali fossero i collaboratori di giustizia nella lotta alla criminalità organizzata. Senza Tommaso Buscetta, la mafia sarebbe ancora “un particolare temperamento dovuto al clima caldo del Meridione” o, peggio, ancora neppure esisterebbe.
In Italia non possiamo fare a meno del 41 bis. Non possiamo permettercelo, onde non cedere definitivamente lo Stivale a Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita e Basilischi, che già dominano di fatto l’economia nazionale in qualità di lato oscuro, braccio armato, delle industrie e delle multinazionali.
Non si avvertirebbe l’esigenza del 41 bis, in Italia, se la mafia non fosse un’emergenza continua, costante, incessante.
L’alternativa al carcere duro sono nuovi Raffaele Cutolo che dal chiuso pieno di crepe della loro cella ascendono alla guida di un’organizzazione mafiosa e continuano a dirigere un impero criminale forti della connivenza di carcerieri corrotti ed intimiditi e del silenzio di affiliati che hanno ben pochi validi motivi – e soprattutto nessuna convenienza – per rinunciare al loro mutismo.
Per quanto il 41 bis possa sembrare disumano, non potrà mai esserlo quanto Francesco Schiavone, Pasquale Barra, Peppe Morabito, Giovanni Brusca, eccetera eccetera eccetera.

P.S. Sono stati chiesti otto anni di reclusione per Totò Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento a Cosa nostra e rivelazione di notizie riservate. TG1 e TG2 hanno dedicato alla notizia appena un rapidissimo cenno, parlando peraltro solo della solidarietà espressa da Berlusconi e Casini al Governatore siciliano, senza menzione alcuna ai gravissimi fatti di cui l’imputato si è reso protagonista.
Se i direttori e le redazioni delle due testate giornalistiche avessero una dignità, dovrebbero vergognarsi.

 

 

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Lavavetri e panni sporchi

Pubblicato da sdrammaturgo su 13 Settembre 2007

Ogni italiano – o meglio, ogni italiano coscienzioso – non può fare a meno di chiedersi quale sia la causa principale del degrado civile in cui versa il Paese bello fuori e brutto dentro fin dagli albori della sua storia. Arrovellarsi sull’identificazione della piaga principale della cancrena italiana di gaberiana memoria è un’attività da cui nessun cittadino avvezzo agli scandali dello Stivale possa esimersi. Ma finalmente questa centenaria indagine sembra aver trovato uno sbocco. Ebbene sì, dopo tanto interrogarsi e disperarsi, il problema nodale è stato individuato: i lavavetri. A loro pare si debba imputare lo sfacelo del Sistema Italia.
La vicenda è ben nota: il ventotto agosto di quest’anno il sindaco di Firenze Domenici ha diramato un’ordinanza urgente che stabilisce severe punizioni per i lavavetri colti in flagranza di reato. Dal sequestro del materiale (ma che dico: delle armi!) fino alla multa di duecentosei euro ed addirittura a tre mesi di carcere, perché ci vuole il pugno di ferro contro il dilagare di questa minaccia per l’inerme automobilista.
Si sa, ogni giorno milioni di conducenti di autovetture rimangono vittima della crudeltà di questa barbarie inaccettabile in una nazione sviluppata: petulanza ed insistenza, coadiuvate dall’indubbia pericolosità di secchio e tira-acqua, costituiscono un grave rischio per la pubblica sicurezza.
“C’è un racket spaventoso dietro i lavavetri”. L’allarme era stato lanciato da Cofferati (quello che ha ottenuto voti di sinistra per governare come uno di destra) un anno fa. La sa lunga, l’ex sindacalista tormentato da incubi notturni popolati da baracche arredate con pessimo gusto e lavavetri che si portano a letto sua moglie.
Se dietro ai lavavetri c’è un racket, si interessa decisamente di altro, visto che nulla la procura ha avuto modo di rilevare in tal senso dopo i dovuti accertamenti. Ma poco importa: la giunta fiorentina va avanti. Dobbiamo salvare l’Italia dai terroristi del semaforo!

Sentir parlare di racket a proposito di lavavetri e vedere tutto questo accanimento in nome della legalità contro chi vive di elemosina, da italiano prima mi fa ridere, poi mi indigna, quindi mi offende, infine tutte e tre le cose insieme.
Mi suscita smodata ilarità e disumano sdegno poiché chiunque sia nato e cresciuto in Italia e sia minimamente informato sullo stato dello Stato (l’elementare gioco di parole è assolutamente voluto – che volete farci, mi diverto così) sa bene che nella Penisola il racket c’è eccome, ma altrove e di ben altre forme e dimensioni.
Campania, Calabria, Sicilia: più dell’80% delle attività paga il pizzo; il restante è direttamente in mano alle mafie.
La storia italiana dell’ultimo secolo è la storia della criminalità organizzata. Coincide con essa, non può venire slegata da essa.
Questo bisogna che ce lo mettiamo bene in testa, tutti, tutti noi che siamo nati e viviamo in quest’angolo tetro dell’Occidente industrializzato. Nessun italiano può guardare alle vicende del proprio Paese senza tenere presenti sullo sfondo Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Loro e tutti gli intrecci che da loro si dipartono o che in esse convergono, naturalmente.
La storia italiana, specie quella recente, recentissima, è degna di un’epopea romanzesca: stragi, P2, Gladio, crack Sindona, caso Calvi… Abbiamo persino avuto un tentativo di Colpo di Stato. Già, un Golpe: eventi che abbiamo sempre associato a scenari lontanissimi da noi (roba da Sud America, da Africa) e che invece abbiamo avuto in casa e giusto una trentina di anni fa o giù di lì, ma che appaiono ormai quasi del tutto dimenticati.
E le mafie, ovviamente, costantemente presenti: Cosa Nostra come ancella della DC e della loggia massonica che governò di fatto l’Italia dall’alto del suo potere occulto; la Camorra di Cutolo in contatto con i servizi segreti; la ‘Ndrangheta ed il suo appoggio al terrorismo di estrema destra. Una matassa di relazioni dalla complessità inestricabile, da divenir pazzi a scovare ciascun collegamento.
Eppure per quelli della mia generazione e soprattutto per quelli ancor più giovani, nomi come Licio Gelli, Junio Valerio Borghese, Luciano Liggio, Mico Tripodo, risultano pressoché ignoti.
A scuola gli Anni di Piombo non si studiano, mentre quel decennio ha mutato definitivamente il volto dell’intera nazione e molti dei protagonisti di quel periodo oscuro hanno ancora i loro artigli ben piantati nel nostro tempo (un nome su tutti? Il solito: Giulio Andreotti, il cui nome spunta fuori in ogni episodio nero della storia patria. E persino giornalisti come Gianni Bisiach si ostinano a dire in televisione che è stato assolto e non c’entra alcunché con mafia e affini).
Addirittura gli anni ottanta e novanta vengono rimossi dalla memoria collettiva.
Per questo non mi stupisce – benché mi faccia inorridire – che nessun governo metta tra le priorità la lotta alla criminalità organizzata quando si tratta di studiare strategie di ripresa economica e nessuno rabbrividisca e protesti apertamente ed accanitamente.
Una finanziaria in genere va dai trenta ai quaranta miliardi di euro. Ebbene, questa cifra è quanto incassano singolarmente ed annualmente Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Ovvero, sommate (il calcolo è men che elementare), tre finanziarie. Una simile potenza completamente concentrata nell’ambito dell’illegalità con la connivenza della politica e della grande industria (giacché, come  sostiene Saviano, le mafie non sono un’anti-economia, bensì rappresentano l’economia stessa: costituiscono infatti la linfa vitale, il fulcro militare, dello sfrenato capitalismo neoliberista) è dunque in grado di mettere in crisi un intero bilancio statale. Se a ciò si aggiunge la straripante evasione fiscale e la delinquenza generica, abbiamo la misura e le proporzioni di quali siano le reali esigenze del Paese.
Ecco perché trovo ridicolo, grottesco, terrificante ed osceno il fatto che un’amministrazione ingegni pirotecniche manovre fiscali o fantasiose – eufemisticamente parlando – iniziative contro l’abusivismo senza combattere le mafie.

E quindi prendiamocela pure con i lavavetri: il famigerato italiano medio, ben acculturato da l’Italia sul 2, ignaro com’è del suo tempo e del suo spazio, non vedendosi più assaltato da “irritanti morti di fame”, sarà convinto di vivere in un ambiente che si avvia verso una nuova sensibilità sociale, un rinnovato spirito di giustizia; e chi se ne frega se l’asfalto su cui cammina proviene da un’azienda dalle mani sporche di sangue che ha ottenuto l’appalto con accordi illeciti gravanti sull’intera popolazione: l’importante è che non ci siano più poveri per strada a ricordargli a quali sottili fili sia appeso il suo benessere.

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