Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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Carteggio d’amore e d’avventura

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 11 Gennaio 2008

Cadice, il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Amore mio,

stella che mi illumina il mattino, sole che riscalda le mie notti in seguito ad un incredibile fenomeno di rovesciamento astronomico, foro che torna utile quando nessun chiodo è dato da conficcare pur bramando malleabili superfici, sono adunque giunto al porto e mi accingo a salpare l’indomani, allorché l’alba avrà sorpreso i maschi e corpulenti marinai che approfittano dell’oscurità costiera per far del lor didietro attracco di solerti brigantini.
La ciurma è completata, solida e robusta. Miei uomini di fiducia sono: il cuoco Ramòn Ramirez Carbòn, che nutrirà di vigore le nostre membra con le sue pietanze saporite e sostanziose, il cui gusto corroborante è noto financo negli approdi del Nuovo Mondo (sebbene, secondo alcuni, i piatti di Carbòn risulterebbero ancor più gradevoli, s’egli non solesse lavarsi le mani con la sua stessa urina); Alejandro Belgioioso De La Serna, vedetta morigerata, che al posto di “cazzate la randa” esclama con rossore “augellate la gomena”; ed infine lo scrivano Pedro Aranzàbal, omuncolo di brutto aspetto e di cattivo odore, insignificante nella figura e d’intelletto non brillante, facile inoltre alla mestizia e alla malinconia, oltremodo irritante nella sua penosa mediocrità – come per esempio adesso: non capisco proprio perché mi stia guardando affranto e rattristato mentre gli sto dettando questa lettera.
Avevo chiesto poi un mozzo di bordo, ma mi hanno dato un giovinotto senza un braccio.
Per lenir la noia della traversata e recar sollazzo all’equipaggio, ho chiamato a bordo tre fenomeni da baraccone: un ciccione che arriva a toccarsi le orecchie con la lingua, uno che si infila palline nel culo e poi le spara dal ponte in bocca ai delfini, uno che crede in dio.
Tutto è pronto, moglie mia, per consegnarmi alla storia, alla leggenda. Le gesta del tuo nobile marito saranno ricordate dai posteri per secoli e secoli ancora ed il nome del capitano e timoniere Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, esploratore, gentiluomo e coltivatore diretto, rimbomberà in ogni angolo dei sette mari e verrà impresso sopra ogni cesso delle cambuse.
L’impresa che mi appresto a compiere è seconda solo a quella di quel fiero genovese, il quale, contro tutto e contro tutti, dimostrò che in India si può arrivare anche passando da Occidente: basta solo scavalcare le Americhe, oltrepassare il Giappone, attraversare la Cina, scalare l’Himalaya e ci sei.
Scarsa fiducia ripongono gli inetti ed i miserabili nel mio titanico progetto. Ma essi sono destinati all’oblio dei tempi o al massimo a sposarsi uno scorfano possidente di un orto coltivato a rape. Invece io so, io so che le mappe del cartografo valdostano Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta dicono il vero e non possono mentire, benché le previsioni di quel montano genio godano di ben parca stima nell’ambiente incipriato dei parrucconi del cannocchiale, e solo perché quando egli disegnò la pianta del suo monolocale omise di riportare qualche stanza!
Ah, schioccante sarà lo schiaffo per gli increduli, dopo che per primo avrò posato il piede sulle terre sconosciute di un continente ignoto dove scarpa umana giammai lasciò impronta e puzzo.
Una volta arrivati in quei luoghi misteriosi sarà assai dura muoverci e orientarci, ma la Compagnia mi ha assicurato che troverò una guida sul posto.
Or ti saluto e ti bacio, consorte, e mi accingo agli ultimi preparativi prima della partenza.
Sei sempre nel mio cuore e talvolta nei miei testicoli.

Tuo,

Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn

P.S. Oggi è il primo aprile. Hai già ricevuto il pesce che ho fatto lasciare per te?

 



Siviglia, qualche giorno dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Quando torni, ricordati di passare a prendere un fustino di detersivo per il bucato in lavatrice. Per la lavatrice, mi raccomando, non fare come l’altra volta che mi hai portato quello per il lavaggio a mano.

P.S. Appena sei uscito di casa, ho preso puntualmente il pesce.

 

 

 

 

 

 

Mare aperto, qualche settimana dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

 

Tesoro mio,

la tua lettera aveva un che di anacronistico. D’altronde siamo sempre stati una coppia piuttosto metanarrativa.
Questi ultimi giorni sono stati munifici di traversie: prima siamo incappati in una colonia di sirene, ma per fortuna avevano la raucedine (beate influenze mitologiche primaverili); quindi la vedetta morigerata non ci ha avvertito di un pericolo a poppa poiché si vergognava a dire poppa e non ha trovato sinonimi non disdicevoli, così non siamo riusciti ad evitare la collisione con un banco di coralli. Fortunatamente avevo fatto fare il tagliando al vascello prima di lasciare Cadice e Guido il Meccanico aveva rattoppato la scocca rinforzandola con laureati in filosofia che hanno un contratto da assi a tempo determinato.
Tra poco entreremo in acque che si dicono infestate dai pirati. Se ci capiterà di scontrarci con loro, proporrò una constatazione amichevole.

In mezzo a nerboruti bifolchi avvezzi più alla sciabola che all’igiene intima, ti penso spesso, soprattutto a pecora.

 

 

 

 

 

 

Locale di spogliarello maschile, una notte qualsiasi del 1700, anno più, anno meno

 

 

Marito mio,

flagello della floridezza femminina, totano surgelato che annaspa negli oceani, griderei al mondo quanto mi manchi, se solo non avessi la bocca occupata.

 

 

 

 

 

 

Da qualche parte in qualche mare, presumibilmente qualche mese dopo il primo aprile del 1700,

anno più, anno meno

 

Mia trota salmonata,

non noti da parte mia un certo abuso dell’aggettivo indefinito “qualche”? La fatica del viaggio è sfibrante, ma il mio spirto indomito trova requie al sol pensiero di ciò che l’attende!
Le onde cullano la nave e sembrano sussurrarmi il tuo nome. Se porgo l’orecchio, mi par di udirle mormorare: “Amore, amore, amore”. Lo scrivano sostiene che il loro suono sia molto più simile a: “Cornuto, cornuto, cornuto”, ma proprio non riesco a spiegarmi questo scarto di ricezione uditiva, se non riconducendolo alla sua bassezza umana per nulla abituata al sublime.
Deh, come soffro, povera stella mia, sapendoti lontana leghe e leghe a penare per la lontananza del tuo prode sposo!

Ma presto sarò di ritorno, gioia mia, te lo prometto solennemente.

 

 

 

 

 

 

Gigolò Club di Granada, sempre 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio disorientato coniuge,

in effetti, da quando te ne sei andato, pene non manca. Mancano, pardon. Ma resisto. Eccome se resisto. La tua ultima lettera suonava quasi minacciosa, mio diletto. Non temere di star via troppo a lungo e prenditela pure comoda, valoroso finanziatore dei miei piaceri.

 

 

 

 

 

 

Pieno oceano, ho perso il conto, XVIII secolo (e non ve l’aspettavate)

 

Davanti a me, il mare. Dietro di me, il mare. Intorno a me, gli squali. Sopra di me, la ciurma.
Mentre davo prova di solerzia e gagliardia grattando via i fasolari dalle travi di prua con veementi fendenti di saponetta, un flutto beffardo mi ha catapultato nella bocca salina di Poseidone, il quale a quanto pare aveva messo a dieta i suoi fedeli pinnati predatori.
Oh, quale prova di affetto ed ammirazione stanno dando i miei uomini al loro capitano! Sicuri dell’abilità del loro condottiero, non osano scostar falange alcuna ad aiutarmi per non offendere il mio animo orgoglioso ed anzi si divertono e si sbellicano nel presagir la sorte che toccherà agli ingordi ittici dopo la gladiatoria tenzone. Persino la vedetta morigerata sembra aver abbandonato il suo solito fanciullesco pudore ed incita accaloratamente il proprio duce a guisa di preghiera fescennina, portando entrambe le mani sulla patta a mescolare gli attributi al mio indirizzo, probabilmente per accattivare in mio favore la potenza del sì caro dio Priapo.
Scamperò anche questa insidia? Darò prova di forza, questo è sicuro; certo è che la lotta mi verrebbe più agevole, se non avessi tutto questo peso nelle mutande.

Dettando in diretta questa testimonianza con la bocca piena d’acqua al mio fido scrivano, pure lui incendiato dall’evento, ti bacio, tentando di disincastrare lo stivale dagli incisivi del primo squalo.

 

 

 

 

 

 

Festa con trenino, naturalmente un po’ di tempo dopo, di nuovo 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio consorte in via d’estinzione,

spesso sono stata una compagna assente, lo ammetto; più di una volta, pur di non stare con te, avrei preferito la compagnia dei piranha ed assai frequentemente ti ho privato della mia presenza intrattenendomi con erculei filibustieri assoldati nelle regioni del Nilo. Ma non dubitare stavolta se ti dico che pagherei qualsiasi somma di dobloni pur di poter assistere alla scena. Lo giuro, credimi.

Augurando buon appetito alle dolci creature del mare, ti dico addio, bel pasto della mia vita.

 

 

 

 

 

 

Continente sconosciuto, calendario volato in acqua, 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio ripieno di ostrica,

mia ostrica ripiena, mi sono eroicamente salvato! Quelle popolane emissioni gassose che in me tanto biasimavi ed al suon sulfureo d’olezzante profondità delle quali solevo invece io trastullarmi nella tinozza producendo gorgoglianti bolle con viril soddisfazione, si sono alfin rivelate utili e le tue supposizioni secondo cui avrebbero fatto fuggire anche i pescecani si sono dimostrate esatte.
Saggia è stata la mia scelta di volere come cuoco il glorioso Ramòn Ramirez Carbòn, famigerato per la sua frittura di fagioli al cacao cucinati con i broccoli al peperoncino.
E non son già qui finite le mirabili novelle! Avevo ragione, amor mio! Le carte di Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta non difettavano di veridicità! Come un’armoniosa sinfonia ha risuonato alle mie orecchie il grido: “Terra, terra!” che la vedetta morigerata ha proferito a pieni polmoni stamattina. Unica nota stonata è stato il suo seguente urlo mentre precipitava dalla cima dell’albero maestro, ma la dissonanza non arricchisce forse uno spartito? Specialmente se prodotta dal lavoro d’orchestra di cera fresca, buccia di banana, gabbiano guercio che si schianta in faccia, marinaio poco accorto sofferente di vertigini.
Abbiamo perciò attraccato e ci siamo inoltrati in un territorio che si dice abitato da indigeni antropofagi. Però non abbiamo paura: non conosciamo il significato delle parole “indigeno” ed “antropofago”.
La regione appare oltremodo frastagliata e montuosa, densa di picchi rocciosi tra cui sprofondano abissi petrosi di cui non si vede la fine. Farci strada ci costa sicché sudore della fronte e diarrea degli intestini.
E’ un luogo così scosceso ed impervio che non c’è arrivata neanche la peste. Durante la scalata, i bacilli si sono detti: “Ah rega’, ma chi ce lo fa fa’?” e sono tornati indietro.
Mi sento insicuro come un chierichetto alla Conferenza Episcopale. Ma non mi arrenderò e conquisterò queste lande, soprattutto dopo aver fallito la presa della Kamchatka.

Sarai fiera di me!

P.S. Mi chiedevo: ma come fanno ad arrivarci le rispettive lettere, visto che prima ero in alto mare ed ora sono disperso in un continente sconosciuto?

 

 

 

 

 

 

Casa listata a lutto, non è così importante quando, basti sapere che si tratta del 1700, anno più,

anno meno

 

 

Sei dunque sopravvissuto agli squali. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire.

 

 

 

 

 

 

Boh, ‘700, stavolta con l’apostrofo

 

 

Mio bene,

è finita. Siamo stati catturati da una tribù spietata, i cui costumi barbari e cruenti hanno scosso la mia anima imperturbabile: vivono in capanne vicine l’una all’altra sulla sponda di un’insenatura ed i più baldi tra gli abitanti, preposti ad animare la comunità, coinvolgono tutti gli altri in danze di gruppo con macabro sorriso fisso in faccia e si accoppiano freneticamente con le più avvenenti tra le mogli altrui quando i mariti se ne vanno a gareggiar tra loro.
Lo scrivano mi dice che non tutto è perduto, che c’è ancora possibilità di salvezza dalla prigionia, ma gli faccio notare che gli sto dettando la lettera da dentro un pentolone mentre lui scrive adagiato in un’ampia casseruola.
Se è questa dunque la fine che spetta all’intrepido Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, il pianeta intero sappia che me ne andrò con sommo onore ed a tal regal proposito incido sulla carta un giuramento: non renderò la vita facile al prezzemolo.
Così sia scritto, così sia cotto.
Addio, Deborah Samantha Jessica Moana. Percepisco da qui i tuoi influssi che mi accompagnano verso l’estremo soffritto e mi sembra di sentire la tua mano sulla testa, anche se non mi spiego questa sensazione di pressione verso il basso.

So che saprai cavartela da sola, ma se un giorno avvertirai il morso della solitudine con insopportabile intensità, va’ in cucina e guarda un piatto di minestra: io sarò lì con te.

 

 

 

 

 

 

Rito dionisiaco, un bel giorno del 1700, anno più, anno meno

 

 

Oh capitone,

mio capitone, sono senza parole: hai saputo rendermi felice.
D’altro canto, come si dice: oggi a te, domani a me. Ma ciò che conta è che oggi a te.
E mentre il vino scorre a fiumi, secondo solo alla quantità di verghe, penso a te che ti accingi a bollire tra esotiche spezie in un trionfo di sapori celestiali e la mia mente si fa più leggera, seguendo il corpo sollevato da muscolosi cavalieri ben forniti.
Io credo in te: so che saprai diventare una zuppa che non teme rivali.

Con il viso bagnato e non di lacrime, intono un requiem di fragorosi rutti.

 

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Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Dicembre 2007

La bambina dei fiammiferi 1

La bambina dei fiammiferi 2

La bambina dei fiammiferi 3

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Corso Pratico di Storia della Filosofia in Compendio

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 10 Novembre 2007

Gli studiosi sono concordi nello stabilire la nascita del pensiero filosofico con Talete, il quale sosteneva che il principio di tutte le cose fosse l’acqua, teoria balenatagli dopo che una squillo gli aveva pisciato addosso (cosa che peraltro gli era costata un extra tanto considerevole da far ritenere ad alcuni esegeti taletiani che fu proprio questo l’evento determinante ad ispirare la sua teoria).
Anassimandro individuò invece l’archè nell’àpeiron, l’indeterminato, avendo rimorchiato un cesso informe.
Ancora peggio andò ad Anassimene, secondo cui l’origine del mondo è da rintracciarsi nello pneuma, il soffio, convinzione che maturò a causa di una scoreggia mefitica sganciata da uno sull’autobus affollato.
Da Anassimandro ed Anassimene si sviluppò il pensiero pessimista, che avrebbe trovato il suo culmine in Giacomo Leopardi, di cui resta celebre la massima: “Tutto è male, specialmente una martellata sul dito, per di più dopo che Silvia non te l’ha data”.
Uno dei massimi esponenti della corrente pessimista fu Gorgia, il quale affermava: “Nulla c’è; se anche qualcosa ci fosse, non sarebbe conoscibile; seppure fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Quindi rivoglio indietro i soldi dell’affitto”.
Il suo massimo avversario fu Platone, secondo alcuni poiché la filosofia sofistica di Gorgia mal si confaceva alla dottrina della verità proposta dall’allievo di Socrate; secondo altri perché era il padrone di casa.
Platone fu il maestro di Aristotele, l’inventore del sillogismo. Il primo esempio accertato di questo tipo di ragionamento balenò nella mente del Filosofo in seguito ad uno spiacevole evento di cui fu vittima mentre si recava in Macedonia (è ben noto infatti che Aristotele fu il precettore di Alessandro Magno, il cui nome significa “colui che ha l’ano divaricato da Aristotele): “Sulla metro è pieno di uomini; molti uomini sono ladri; sulla metro mi hanno fregato il portafoglio”.
La dottrina aristotelica influenzò tutto il pensiero filosofico medievale, dominato dalla Patristica e dalla Scolastica, i cui esponenti affermavano che il sole gira intorno alla terra, specie il sabato sera perché non si trova mai parcheggio.
Elemento di spicco della Scolastica fu S.Anselmo d’Aosta, il quale formulò le prove dell’esistenza della Basilicata.
L’eliocentrismo fu superato con l’avvento di Galileo Galilei, fondatore del metodo scientifico moderno e delle caldarroste ad un euro l’una, il quale scoprì che è la terra a girare intorno al sole quando, con animo indomito e tutto dedito al sapere, sfidando l’Inquisizione ed il colpo della strega, osò puntare il telescopio verso gli astri ed osservò con rinnovato spirito lo spettacolo della volta celeste che si spalancava armoniosa ed inesplorata davanti ai suoi occhi lucidi e puri.
Ancor più grande di lui avrebbe potuto essere l’ingiustamente dimenticato Anacleto Anacleti, se non fosse stato penalizzato dalla miopia.
Il terremoto prodotto dalla rivoluzione galileiano-copernicana condusse all’Illuminismo, che terminò quando fu aumentata la bolletta.
E’ nel clima dell’illuminismo che va inquadrato Immanuel Kant. Kant riteneva che il nostro sapere si serve di categorie a priori, quindi non c’è bisogno di parlare con una strappona ed approfondirne la conoscenza per essere certi che ce la vogliamo fare.
Il sistema kantiano fu smontato da Georg Wilhelm Friedrich Gismond Darius Uccio Hegel, il quale poi non fu più capace di rimontarlo e Kant si incazzò a morte.
Dal pensiero di Hegel, vero e proprio spartiacque della storia della filosofia, presero le mosse varie correnti ispirate all’Idealismo. Accanto alla Sinistra hegeliana (Feuerbach, Marx, Engels), alla Destra Hegeliana (Gabler, Conradi, Bauer) ed al Centro Hegeliano (Michelet, Rosenkranz), si situa la non meno importante corrente del Sotto Hegeliano (Brehme, Matthaus, Klinsmann), i cui esponenti, veri e propri precursori della psicanalisi freudiana, lessero nel sistema del loro maestro – fondato sull’Idea (in sé e per sé) che si riconosce nella Natura (fuori di sé) per ritornare in sé come Spirito (ritorno in sé) – un’allegoria della vita umana – l’Uomo nasce (fuori dal ventre) e si muove nel Mondo (in discoteca) per ritrovare il proprio Alveo Primigenio (per la fica).
Fu Friedrich Nietzsche a demolire l’edificio della filosofia innalzato da Hegel e scopargli per giunta la moglie.
E’ proprio alle opere di Nietzsche che hanno guardato con maggior interesse i giganti della filosofia contemporanea: Martin Heidegger (“Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico”), Jacques Derrida (“La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione”), Stefanuccio il Barbiere (“Le donne so’ tutte puttane”).
Corrente filosofica principale del Novecento fu l’Esistenzialismo, che si configurò più che altro come una temperie culturale i cui animatori analizzarono la condizione dell’uomo moderno, rimasto solo in balia del non-senso generato dai cruciali eventi della Morte di Dio e del morbillo di Vishnu, e si interrogarono su quanto convengano le tessere sconto dei supermercati. Di fronte a questa assenza di uno scopo nella vita, in cui tutto è vano, il sentimento principe dell’individuo, ormai disarmato e con i pantaloni già calati, non può che essere l’angoscia, a meno che non si azzecchi un sei al Superenalotto.
Parola chiave dell’Esistenzialismo è assurdo (nulla al mondo ha una spiegazione, una giustificazione, un fine); numero di telefono di Simone de Beauvoir è 3894461792 (ti viene a casa, ma le devi pagare il taxi. Mi sembra un po’ eccessivo, per un cadavere).
Faro del movimento fu Jean Paul Sartre, compagno di Simone de Beauvoir, buontempone autore di testi frizzanti quali “La nausea”, “Morti senza tomba”, “La morte nell’anima”, nonché i meno noti “Rigore al novantesimo sopra la traversa” e “Quando l’amante di tua moglie ce l’ha più grosso di te”.
“L’uomo è Nulla” sosteneva Sartre “Nonostante ciò, chi ti si siede davanti al cinema ti copre lo stesso”.
Pare che la vita libertina della propria compagna risultò decisiva nella speculazione sartriana.
A ridosso dei nostri giorni è il Pensiero Debole di Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo a farla da padrone. Pomponazzo Pomponazzi e Giangianni Gesprazzoni hanno provato ad opporgli il Pensiero Mike Tyson, ma è risultato finora ben misera cosa.

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Admeto e l’edera

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Settembre 2006

Che è mai questa calma davanti alla reggia? Perché è immersa nel silenzio la casa di Admeto?
Admeto cammina lungo il ballatoio ornato di colonne che circonda dall’alto il cortile interno della dimora regale di Fere. Con passo stento, a guisa d’automa, avanza lentamente, quasi prestando attenzione affinché lo scalpiccio tentennante dei sandali non profani il mutismo del lutto.
Da molto tempo era morta Alcesti, moglie devota fino allo stremo, che aveva strappato il marito all’oltretomba sacrificando se stessa per la vita dell’amato. Ch’io perisca al suo posto, fatalmente la donna pronunciò, condannando Admeto a sopravviverle, solo e sconvolto nel rimorso e nello sconforto.
Oh, Apollo, caro amico mio divino, che, ingannando le moire, sciaguratamente mi donasti il privilegio disumano di offrire un altro cadavere all’altare dell’infero Ade in vece mia.
A tutti i Tessali su cui ho il potere, comando di associarsi al lutto per questa donna, con taglio di capelli e abbigliamento di neri pepli. Voi che aggiogate quadrighe e vi occupate di cavalli da sella, tagliate le criniere dei loro colli col ferro. Non vi sia in città strepito né di flauti né di lira, per dodici mesi interi.
Il silenzio s’era protratto a lungo, tanto che Admeto aveva dimenticato i rumori della spensieratezza e disimparato le risa, la parola, il vocio. Rifiutava i suoni il suo cordoglio, e gli aveva raggelato lo sguardo, la mente, l’anima, insieme ardendola centellinando la pena in uno stillicidio di fiamme nascoste.
Admeto tiene le mani mestamente congiunte dietro la schiena e di tanto in tanto volge lo sguardo di gesso a fissare il pavimento che defluisce sotto di lui.
Ormai china il capo e agonizza.
Dopo la morte di Alcesti era cresciuta sulle pareti della reggia una fitta coltre di edera, simile a un crine portato sul volto per nascondere la vergogna. I rami carichi di foglie verde scuro erano proliferati in fretta, arrampicandosi striscianti sui muri del palazzo a cingerlo in un abbraccio venefico e ovattato. Placido ma tuttavia indomito baluardo contro il sole, l’edera tratteneva i dardi cocenti di Elio con tranquilla ostinazione, avvolgendo così la casa di Admeto in una perenne luce-non-luce.
Ombra e silenzio è la casa di Admeto. Ombra e silenzio è il cuore di Admeto.
Admeto fende l’ombra a fatica, senza piangere, senza gemere, Admeto “l’indomabile”, non più però nella carne, nei nervi, negli occhi, ma d’un’indomabilità stagnante unicamente nelle lettere del nome. Passa le giornate a passeggiare sul ballatoio, senza mai uscire dalla dimora, ché gli è insopportabile la vita brulicante del regno, ma ugualmente evitando di trascorrere le ore nelle stanze ch’ella colmava della sua rassicurante presenza.
La desolazione là dentro mi costringerà ad uscire, ogni qual volta vedrò il letto vuoto della mia donna e i seggi su cui si sedeva, e in tutta la casa il pavimento sporco, e i figli cadendomi alle ginocchia piangeranno la madre, e gli altri lamenteranno quale padrona persero dalla casa. Tale la situazione in casa; dal mondo esterno invece mi respingeranno le nozze dei Tessali e i ritrovi pieni di donne. Non potrò sopportare di vedere le coetanee di mia moglie.
Admeto si ferma a rimirare l’edera, ne ascolta i fruscii lamentosi e beffardi. La ringrazia talvolta, talaltra la detesta, e vi soggiace, e la contempla e guarda in basso, verso il vuoto non protetto da balaustra…Certo perire sarebbe un sollievo.
Se fosse morto,non esisterebbe più; ma, sfuggito alla morte, ha un tale dolore che mai potrà dimenticare.
Si accosta sul ciglio del ballatoio, tra una colonna e l’altra; le punte dei piedi avvertono il richiamo terrificante del precipizio. Di nuovo Admeto osserva l’abisso e si appoggia d’istinto alla colonna alla sua destra, sfiorando con le dita l’edera che lambisce il fusto scanalato. Ci vorrebbe un balzo, povero Admeto… Avverte la propria…paura. Paura, sì, e se ne vergogna, e lo tace a se stesso. Si è abbandonato a questa vita-non-vita, adagiandosi dolorosamente su un’inevitabile immobilità d’animo, carnefice severa e fedele compagna.
Admeto, è necessario sopportare questa sciagura, dacché sei costretto a vivere, poiché non sai morire.
Non temere, il tempo ti consolerà, chi muore non è più nulla, ma nell’attesa dovrai arrenderti ad un ignobile tutto.

Danzò al suono della tua cetra, Febo, il cerbiatto screziato, con piede leggero balzato fuori dai pini dall’alta chioma, rallegrandosi del canto rasserenante.
Edera, tu non ricordi, anzi non sai, dal momento che eri solamente una manciata di spore nel suolo, come si susseguivano lieti i giorni in passato, quando Alcesti accudiva la prole e badava ch’io non fossi mai triste, perché questo voleva che fosse il focolare diletto d’Estia. I raggi del sole liberamente inondavano ogni angolo della casa e il loro calore teneramente sopportavamo, e ne gioivamo, giacché era per noi il bacio del cielo. Adesso l’aria assolata s’arrende al tuo buio, al mio buio, e l’azzurro d’Urano ci ripugna, poiché siamo ripugnanti.
La memoria logora il petto d’Admeto, il suo ventre che mai più conobbe il piacere, senza la sposa adorata, fertile terra che invase col suo nobile seme durante notti d’intensa passione. Egli si stendeva su di lei ed ella lo accoglieva con madido e mite desiderio e a lui porgeva le labbra ed i seni, anelando d’essere dominata dal suo uomo, dal suo re. E Admeto meravigliosamente si sentiva uomo e re, prode argonauta nel mare dell’amore.
Ora non era che una zattera fradicia fluttuante nella burrasca del tormento.

Admeto indietreggia, la mani sempre saldamente sulla colonna, e il cortile laggiù s’allontana. Osserva ancora l’edera, che a sua volta lo osserva, grave e…meschina. Riprende la sua abulica andatura, posando i piedi a terra con leggerezza, nella speranza che i pensieri ne ascoltino il battito lieve e a loro si adeguino in docilità. Speranza vana.
Gli venne in mente che in fondo Alcesti non l’aveva mai davvero meritata. Fu infatti solo grazie alla benevolenza di Apollo se riuscì a condurre il carro trainato da un leone e da un cinghiale, superando in tal modo la prova che il sovrano di Iolco aveva stabilito per ricevere in premio la mano della bella figlia. Sarebbe stato dunque meglio se Apollo non fosse mai giunto nel regno di Fere al fine di scontare la punizione impostagli da Zeus, per avergli ucciso i Ciclopi, sua prole. Sarai mandriano presso un mortale, fu l’ordine. E ancor meglio sarebbe stato se Zeus non avesse mai fulminato Asclepio, figlio di Febo, così questi non avrebbe nutrito sentimenti di vendetta verso i monocoli artefici della folgore. Oppure nulla sarebbe accaduto qualora Ade non avesse protestato con l’olimpico fratello perché la miracolosa arte medica di Asclepio lo privava di defunti. O anche magari Apollo non avesse mai procreato, così pure Zeus. Se Zeus fosse stato divorato da Crono, se Rea non lo avesse salvato. Se Crono non fosse mai esistito, se gli dei non fossero stati altro che una menzogna dei padri per tener buoni i figli. Se, se, se…
Admeto ebbe voglia di bestemmiare, ma non lo fece, ché la sua ira sopiva a tal punto che la rassegnazione ne impediva la deflagrazione. Restò zitto, nel tacito e lancinante orrore di sé.
Nient’altro che il respiro ne testimoniava l’esistenza.
Pur essendo qui non esiste più.
Ad un tratto, non senza una discreta sorpresa, Admeto scorge qualcosa di insolito. A poca distanza da lui un tenue raggio di sole ha eluso la guardia dell’edera ed ora riposa sul pavimento del ballatoio. Il sole, finalmente. Non è che un esile filo di luce polverosa, misera cosa rispetto al disco meriggiante là fuori. Admeto si avvicina, accelerando un poco. Porta le braccia sui fianchi, assecondando il piccolo aumento di velocità. Giunto vicino al raggio, allunga le mani, prima una, poi l’altra, timidamente, e permette al sole di attraversarle sul dorso. Quindi le ruota, a raccogliere il calore con i palmi.
Stiracchia le labbra. Accenna un…sorriso. Un sorriso. Un sorriso triste, ma un sorriso vero. Allora scruta le sue mani. Segue con gli occhi le venature, muove le dita. Sono mani di uomo, senza dubbio. Mani…vive. Si accorge di essere vivo, Admeto. Se ne ricorda. Subito s’incupisce, di nuovo.
Puoi dire che è vivo e morto.
Admeto maledice la sua vita. La maledice da molto tempo, la rinnega. Ma no, no . Sì invece, sì. S’inasprisce il conflitto lacerante tra la volontà latente di perire e l’involontaria tendenza a rimanere al mondo.
Invidio i morti, quelli desidero, aspiro ad abitare quelle dimore.
Una rincorsa, Admeto, e subito un salto, senza esitazione, ed è tutto finito. O tutto compiuto.
Lei infatti nessun dolore toccherà più; lasciando una fama gloriosa si sottrasse a molte sofferenze. Io invece, che non avrei dovuto vivere, avendo evitato il destino, condurrò una vita dolorosa; ora me ne rendo conto.
Qual è dunque il tuo destino, Admeto, vivere o morire? Puoi scegliere, se vuoi; devi scegliere, se puoi. Però non puoi. O…non vuoi. Chissà. Tu non sai, povero Admeto. Non governi il tuo destino, che inesorabilmente ti governa. Stai sospeso in una brezza soffocante, attonito, e nemmeno riesci a vederti le gambe, ché almeno potresti provare a decidere una direzione intenzionale. Correnti propizie non soffieranno.
Ohimé, questa sventura è degna di un taglio alla gola e peggio che accostare il collo ad un laccio sospeso.
Admeto abbassa il capo e riprende il cammino. Tutt’intorno il palazzo, l’edera, l’ombra.

Eumelo e Perimele giocavano all’interno della reggia con un grosso gomitolo di lana. Percorrevano tutta la casa di corsa lanciandoselo a vicenda, su per le scale fino al primo piano in cui sfrecciavano attraverso le camere dei nonni, poi al secondo a seminar zizzania nelle stanze paterne, quindi di nuovo a pianterreno dove riempivano di schiamazzi gli alloggi della servitù, che li lasciava fare, tutto sommato allietata da quell’onda di giubilo. C’era voluto molto affinché uno scampolo di gioia ricomparisse nel palazzo dopo l’immane tragedia.
Eumelo tirava scherzosamente il gomitolo in testa alla sorella, la quale lo prendeva al volo e lo nascondeva dietro la schiena, non te lo do più, non te lo do più, cantilenava, e quando il fratello maggiore si lanciava a strapparglielo, l’altra lo scagliava lontano ed insieme si precipitavano gareggiando a chi facesse prima a raccoglierlo.
Il gomitolo finì in cucina e i due crearono scompiglio tra le pentole e gli utensili, buttandone a terra parecchi. Neppure il servo scampò alla furia giocosa dei bambini. Infatti nel tentativo di salvare le pietanze, capitombolò come una pera cotta, mentre stava giustappunto preparando pere cotte. Vedendo il gomitolo che stava minacciosamente per piombare nella casseruola delle pere, egli subito s’era tuffato. Invero neanche ce ne sarebbe stato bisogno, poiché il gomitolo aveva deciso di risparmiarsi una zuppa sicura ed era rimbalzato sull’orlo del tegame. Ma il servo ormai era partito. Urtò lo sgabello posto di fronte al fuoco e invano provò ad aggrapparsi ai mestoli appesi in fila sopra la marmitta, i quali si staccarono per il peso eccessivo ed il servo li seguì sul pavimento, non prima però di portarsi appresso il recipiente delle pere, che gli si rovesciarono inesorabilmente addosso. Si ritrovò cosparso di pere non ancora a sufficienza bollite, sebbene comunque l’acqua fosse abbastanza calda da procurargli una sonora scottatura. Si rialzò brontolando. Eumelo e Perimele invece si sbellicarono ed anche il servo, nonostante tutto, si unì alle risa, felice per la felicità dei pargoli. Tanto, nessuno dei colleghi lo aveva visto, per cui non avrebbe dovuto che riordinare in fretta, pulirsi alla buona dalle macchie e preparare un’altra pila di pere. Gli andava di cucinare le pere, quel giorno, che peraltro non piacevano a nessuno, ma da tempo il re aveva smesso di ordinare e mangiava ciò che c’era in tavola, qualsiasi cosa fosse, indifferente com’era diventato ai sapori.
Eumelo e Perimele tornarono in possesso del gomitolo e continuarono le loro scorribande. Di solito svolgevano i propri giochi fuori della reggia, nemmeno nel cortile interno, però quel giorno si sentivano pervasi da un impulso incontenibile di mettere a soqquadro la casa. Indi zampettavano come invasati, ebbri di festa, d’un’allegria che pareva rabbiosa.
I figli di Admeto erano riusciti a reagire alla grave perdita della madre e a poco a poco avevano recuperato la vitalità propria della fanciullezza. Si trattava di un’esuberanza a tratti furiosa, in quanto costantemente memore del lutto. Nel gioco i ragazzini sfogavano la propria afflizione e la tramutavano in ingordigia di divertimento, di distrazione. A volte esageravano, tuttavia non sfociavano mai nella cattiveria. Trascorrevano poco tempo in compagnia del padre, limitandosi a stare con lui durante i pasti o alcuni minuti prima di coricarsi o in occasione di pubbliche apparizioni davanti al popolo di Fere, poiché la cupa presenza del genitore ingigantiva l’assenza della madre. Eppure Admeto in quei momenti si sforzava di mostrarsi sereno, combattendo con la propria desolazione per comprimerla e annacquarla, ché il deserto del suo spirito era bruciante come la peste, che dal di dentro rosicchia le membra, celando all’occhio ferite esteriori. Ad Admeto piaceva ascoltare i suoi figli, evitando egli d’inerpicarsi in faticosi discorsi, proferendo semmai qualche parola d’assenso e compiacimento nei confronti dei racconti dei bambini. Quando si rendeva conto che i due crescevano sani, belli e acuti, recuperava uno spiraglio di soddisfazione e la vita non era così terrificante. Talvolta nondimeno si rabbuiava e i figli facevano finta di niente. Fingevano perché sapevano. Quando si ritirava non andavano mai a disturbarlo. Ma quel giorno s’erano messi in testa di far fracasso ed il silenzio abituale dell’abitazione non ne era certo uscito indenne.
Salirono nuovamente le scale a rotta di collo facendosi precedere dal gomitolo. Impiegarono un bel po’ a raggiungere il terzo piano, quello che si apriva sul ballatoio: il gomitolo sfuggiva loro spesso dalle mani e ricadeva giù e bisognava tornare indietro, lanciarlo ancora, per essere ancora daccapo.
Admeto li aveva sentiti arrivare e ne era rimasto sorpreso, turbato, quasi temesse ch’essi potessero udire i suoi pensieri. Si scosse nel tentativo di addolcire l’espressione del volto. Si voltò e li vide irrompere all’aria aperta vocianti e calorosi, violando la quiete languente e pesante nella quale Admeto stava ravvolto. Perimele inseguiva il fratello, che con un gesto rapido, ruotando fulmineamente il busto, scagliò il gomitolo contro la sorella, la quale, prendendolo al volo, fece per restituirglielo, ma non dosò bene la forza, sicché il gomitolo volò oltre il fratello maggiore, verso Admeto, e superò anche questi. Admeto fissò impalato il gomitolo che cadeva non troppo distante da lui e iniziava a rotolare e srotolarsi velocemente. Prendilo, padre, corri, gridarono i bambini.

Admeto sta ritto, imbambolato, gli occhi smarriti e spenti sulla scia lanosa che si allunga dietro il gomitolo. Dai, padre, dai. Il filo disegna una via tesa e decisa. Admeto la segue con lo sguardo incantato. L’udito d’Admeto poltrisce, impastato del soffio grave della brezza calda e lenta. Gli sembra eppure di sentire il basso ruzzolare del gomitolo. Solo quello. Corri, padre, dai. Un grido più acuto degli altri fende le orecchie d’Admeto. Chi sono costoro, Eumelo e Perimele, miei figli, mi chiamano a gran voce, ora li sento, chi sono io, un uomo, forse, un re, Admeto, signore di Fere, questa è la mia reggia, sono sul terrazzo, qui vengo sempre a passeggiare, perché, per respirare, non è tutto, perché mi è insopportabile il chiuso del palazzo, perché, perché fa troppo caldo, non mentire, perché è troppo vuota, ma ci sono i servi, sì ma manca lei, lei chi, mia moglie, dì il suo nome, no DI’ IL SUO NOME, Alcesti, ancora, Alcesti, più forte, ALCESTI, dov’è, è morta, a causa mia, vorrei essere morto, ma sono vivo, eccola la mia vita e sa di morte.
Admeto scrolla di dosso l’esitazione, quasi a voler farla scivolare scuotendo la testa e le spalle. Corri, padre, corri. Admeto si lancia verso il gomitolo, è assai goffo, un poco ridicolo nei suoi movimenti impacciati. Corre, ansante, ma corre, insegue il gomitolo seguendo il filo. Il gomitolo rotola, rotola, rotola. Dove vai, rallenta, affinché non mi perda di nuovo nel mio labirinto. Il gomitolo non aspetta, punta dritto verso quelle due colonne laggiù, verso il cortile, verso il vuoto. Riesci a vedere l’uscita? Vai, ci sei quasi, non fermarti. Prendilo, padre, dai, corri. Lo ha quasi raggiunto. Il gomitolo si avvicina al limite del ballatoio, sta per superarlo. Admeto si abbassa di colpo, protende le braccia, ma il gomitolo gli sfugge e si abbandona alla caduta e vola di sotto. Attento, padre. Admeto perde l’equilibrio, si sbilancia in avanti. PADRE. Un alito di vento stormisce le fronde dell’edera. Sembra un ghigno. Un attimo pieno di niente.
Sole e luce del giorno, vortici celesti delle rapide nubi. L’ombra dell’edera avvolge Admeto. Vedo lo scafo a due remi, lo vedo, nella palude; il traghettatore dei morti, con la mano sulla pertica, Caronte, ormai mi chiama: Perché indugi? Affrettati, tu impedisci la partenza. L’abisso sorride ad Admeto. Mi trascina, mi trascina qualcuno, mi trascina qualcuno (non vedi?) nella dimora dei morti, con uno sguardo che manda oscuri bagliori da sotto le sopracciglia, alato, Ade. Addio, figli miei adorati, perdonatemi, perdonatemi. La ripida morte è vicina. Sto arrivando, mia sposa.
Admeto ha il corpo mezzo fuori. Un istante soltanto e le gambe abbandoneranno la presa, seguiranno il busto, Admeto si librerà sul precipizio, si libererà nel precipizio. Un istante soltanto e sarà tutto finito, povero Admeto, finalmente. Un istante solo un istante ancora un istante un…
NO. Perché?! Perché?! PERCHE’?!
Un ramo.
Perché, meschina, perché.
Perché, meschino, perché.
Un ramo d’edera ondeggiava dileguato dagli altri, sporgendo tetro ed ossuto.
Admeto lo vede, il vuoto gorgoglia, la mano si allunga, il vuoto indietreggia.
Accadde tutto in un istante, anzi meno, ché il tempo era breve. Admeto era riuscito ad afferrare un ramo sporgente, di scatto, d’istinto, scorto con la coda dell’occhio, d’un tratto, come un’epifania sfolgorante e spaventosa. Rimase alcuni secondi aggrappato all’edera, con le punte dei piedi sul lastrico, osservando il gomitolo in basso, con il filo che si dispiegava ancora fino al ballatoio e penzolava allorché l’aria lo urtasse. Admeto provò la sensazione di essere guardato dal gomitolo, dal gomitolo e dall’edera, e deriso dal gomitolo e dall’edera. L’edera. Edera, tu, tu…
Tremante, Admeto si tira indietro, facendo forza sulle fronde. Gli occhi vagano in alto, in cielo, poi in basso, sul cortile, quindi sostano sul gomitolo, si fermano sui piedi. Vedono e non guardano. Guardano e non vedono. Evitano lo sguardo dell’edera, che è il loro.
Sussurra: “Non è colpa mia”.
Sospira, si volta verso i figli, che tacciono per lo spavento. Perimele si porta la mano sul cuore, un respiro profondo, un sollievo.
Admeto riprende il cammino, le mani dietro la schiena, la testa china, il passo attento al silenzio. S’immerge nell’ombra, nella luce- non-luce del giorno, nella vita- non-vita.
L’edera fruscia, l’edera forte, ferma, cupa e persistente, salda e beffarda come il desiderio di Admeto di morire alla vita o di vivere nella morte.
Tali sono i mali nella casa di Admeto.

N.B. I passi in corsivo sono citazioni letterali dall’Alcesti di Euripide.

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