Lavavetri e panni sporchi
Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 9 Settembre 2007
Ogni italiano – o meglio, ogni italiano coscienzioso – non può fare a meno di chiedersi quale sia la causa principale del degrado civile in cui versa il Paese bello fuori e brutto dentro fin dagli albori della sua storia. Arrovellarsi sull’identificazione della piaga principale della cancrena italiana di gaberiana memoria è un’attività da cui nessun cittadino avvezzo agli scandali dello Stivale possa esimersi. Ma finalmente questa centenaria indagine sembra aver trovato uno sbocco. Ebbene sì, dopo tanto interrogarsi e disperarsi, il problema nodale è stato individuato: i lavavetri. A loro pare si debba imputare lo sfacelo del Sistema Italia.
La vicenda è ben nota: il ventotto agosto di quest’anno il sindaco di Firenze Domenici ha diramato un’ordinanza urgente che stabilisce severe punizioni per i lavavetri colti in flagranza di reato. Dal sequestro del materiale (ma che dico: delle armi!) fino alla multa di duecentosei euro ed addirittura a tre mesi di carcere, perché ci vuole il pugno di ferro contro il dilagare di questa minaccia per l’inerme automobilista.
Si sa, ogni giorno milioni di conducenti di autovetture rimangono vittima della crudeltà di questa barbarie inaccettabile in una nazione sviluppata: petulanza ed insistenza, coadiuvate dall’indubbia pericolosità di secchio e tira-acqua, costituiscono un grave rischio per la pubblica sicurezza.
“C’è un racket spaventoso dietro i lavavetri”. L’allarme era stato lanciato da Cofferati (quello che ha ottenuto voti di sinistra per governare come uno di destra) un anno fa. La sa lunga, l’ex sindacalista tormentato da incubi notturni popolati da baracche arredate con pessimo gusto e lavavetri che si portano a letto sua moglie.
Se dietro ai lavavetri c’è un racket, si interessa decisamente di altro, visto che nulla la procura ha avuto modo di rilevare in tal senso dopo i dovuti accertamenti. Ma poco importa: la giunta fiorentina va avanti. Dobbiamo salvare l’Italia dai terroristi del semaforo!
Sentir parlare di racket a proposito di lavavetri e vedere tutto questo accanimento in nome della legalità contro chi vive di elemosina, da italiano prima mi fa ridere, poi mi indigna, quindi mi offende, infine tutte e tre le cose insieme.
Mi suscita smodata ilarità e disumano sdegno poiché chiunque sia nato e cresciuto in Italia e sia minimamente informato sullo stato dello Stato (l’elementare gioco di parole è assolutamente voluto – che volete farci, mi diverto così) sa bene che nella Penisola il racket c’è eccome, ma altrove e di ben altre forme e dimensioni.
Campania, Calabria, Sicilia: più dell’80% delle attività paga il pizzo; il restante è direttamente in mano alle mafie.
La storia italiana dell’ultimo secolo è la storia della criminalità organizzata. Coincide con essa, non può venire slegata da essa. Questo bisogna che ce lo mettiamo bene in testa, tutti, tutti noi che siamo nati e viviamo in quest’angolo tetro dell’Occidente industrializzato. Nessun italiano può guardare alle vicende del proprio Paese senza tenere presenti sullo sfondo Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Loro e tutti gli intrecci che da loro si dipartono o che in esse convergono, naturalmente.
La storia italiana, specie quella recente, recentissima, è degna di un’epopea romanzesca: stragi, P2, Gladio, crack Sindona, caso Calvi… Abbiamo persino avuto un tentativo di Colpo di Stato. Già, un Golpe: eventi che abbiamo sempre associato a scenari lontanissimi da noi (roba da Sud America, da Africa) e che invece abbiamo avuto in casa e giusto una trentina di anni fa o giù di lì, ma che appaiono ormai quasi del tutto dimenticati.
E le mafie, ovviamente, costantemente presenti: Cosa Nostra come ancella della DC e della loggia massonica che governò di fatto l’Italia dall’alto del suo potere occulto; la Camorra di Cutolo in contatto con i servizi segreti; la ‘Ndrangheta ed il suo appoggio al terrorismo di estrema destra. Una matassa di relazioni dalla complessità inestricabile, da divenir pazzi a scovare ciascun collegamento.
Eppure per quelli della mia generazione e soprattutto per quelli ancor più giovani, nomi come Licio Gelli, Junio Valerio Borghese, Luciano Liggio, Mico Tripodo, risultano pressoché ignoti.
A scuola gli Anni di Piombo non si studiano, mentre quel decennio ha mutato definitivamente il volto dell’intera nazione e molti dei protagonisti di quel periodo oscuro hanno ancora i loro artigli ben piantati nel nostro tempo (un nome su tutti? Il solito: Giulio Andreotti, il cui nome spunta fuori in ogni episodio nero della storia patria. E persino giornalisti come Gianni Bisiach si ostinano a dire in televisione che è stato assolto e non c’entra alcunché con mafia e affini).
Addirittura gli anni ottanta e novanta vengono rimossi dalla memoria collettiva.
Per questo non mi stupisce - benché mi faccia inorridire - che nessun governo metta tra le priorità la lotta alla criminalità organizzata quando si tratta di studiare strategie di ripresa economica e nessuno rabbrividisca e protesti apertamente ed accanitamente.
Una finanziaria in genere va dai trenta ai quaranta miliardi di euro. Ebbene, questa cifra è quanto incassano singolarmente ed annualmente Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Ovvero, sommate (il calcolo è men che elementare), tre finanziarie. Una simile potenza completamente concentrata nell’ambito dell’illegalità con la connivenza della politica e della grande industria (giacché, come sostiene Saviano, le mafie non sono un’anti-economia, bensì rappresentano l’economia stessa: costituiscono infatti la linfa vitale, il fulcro militare, dello sfrenato capitalismo neoliberista) è dunque in grado di mettere in crisi un intero bilancio statale. Se a ciò si aggiunge la straripante evasione fiscale e la delinquenza generica, abbiamo la misura e le proporzioni di quali siano le reali esigenze del Paese.
Ecco perché trovo ridicolo, grottesco, terrificante ed osceno il fatto che un’amministrazione ingegni pirotecniche manovre fiscali o fantasiose – eufemisticamente parlando – iniziative contro l’abusivismo senza combattere le mafie.
E quindi prendiamocela pure con i lavavetri: il famigerato italiano medio, ben acculturato da l’Italia sul 2, ignaro com’è del suo tempo e del suo spazio, non vedendosi più assaltato da “irritanti morti di fame”, sarà convinto di vivere in un ambiente che si avvia verso una nuova sensibilità sociale, un rinnovato spirito di giustizia; e chi se ne frega se l’asfalto su cui cammina proviene da un’azienda dalle mani sporche di sangue che ha ottenuto l’appalto con accordi illeciti gravanti sull’intera popolazione: l’importante è che non ci siano più poveri per strada a ricordargli a quali sottili fili sia appeso il suo benessere.
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