Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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Lavavetri e panni sporchi

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 9 Settembre 2007

Ogni italiano – o meglio, ogni italiano coscienzioso – non può fare a meno di chiedersi quale sia la causa principale del degrado civile in cui versa il Paese bello fuori e brutto dentro fin dagli albori della sua storia. Arrovellarsi sull’identificazione della piaga principale della cancrena italiana di gaberiana memoria è un’attività da cui nessun cittadino avvezzo agli scandali dello Stivale possa esimersi. Ma finalmente questa centenaria indagine sembra aver trovato uno sbocco. Ebbene sì, dopo tanto interrogarsi e disperarsi, il problema nodale è stato individuato: i lavavetri. A loro pare si debba imputare lo sfacelo del Sistema Italia.
La vicenda è ben nota: il ventotto agosto di quest’anno il sindaco di Firenze Domenici ha diramato un’ordinanza urgente che stabilisce severe punizioni per i lavavetri colti in flagranza di reato. Dal sequestro del materiale (ma che dico: delle armi!) fino alla multa di duecentosei euro ed addirittura a tre mesi di carcere, perché ci vuole il pugno di ferro contro il dilagare di questa minaccia per l’inerme automobilista.
Si sa, ogni giorno milioni di conducenti di autovetture rimangono vittima della crudeltà di questa barbarie inaccettabile in una nazione sviluppata: petulanza ed insistenza, coadiuvate dall’indubbia pericolosità di secchio e tira-acqua, costituiscono un grave rischio per la pubblica sicurezza.
“C’è un racket spaventoso dietro i lavavetri”. L’allarme era stato lanciato da Cofferati (quello che ha ottenuto voti di sinistra per governare come uno di destra) un anno fa. La sa lunga, l’ex sindacalista tormentato da incubi notturni popolati da baracche arredate con pessimo gusto e lavavetri che si portano a letto sua moglie.
Se dietro ai lavavetri c’è un racket, si interessa decisamente di altro, visto che nulla la procura ha avuto modo di rilevare in tal senso dopo i dovuti accertamenti. Ma poco importa: la giunta fiorentina va avanti. Dobbiamo salvare l’Italia dai terroristi del semaforo!

Sentir parlare di racket a proposito di lavavetri e vedere tutto questo accanimento in nome della legalità contro chi vive di elemosina, da italiano prima mi fa ridere, poi mi indigna, quindi mi offende, infine tutte e tre le cose insieme.
Mi suscita smodata ilarità e disumano sdegno poiché chiunque sia nato e cresciuto in Italia e sia minimamente informato sullo stato dello Stato (l’elementare gioco di parole è assolutamente voluto – che volete farci, mi diverto così) sa bene che nella Penisola il racket c’è eccome, ma altrove e di ben altre forme e dimensioni.
Campania, Calabria, Sicilia: più dell’80% delle attività paga il pizzo; il restante è direttamente in mano alle mafie.
La storia italiana dell’ultimo secolo è la storia della criminalità organizzata. Coincide con essa, non può venire slegata da essa.
Questo bisogna che ce lo mettiamo bene in testa, tutti, tutti noi che siamo nati e viviamo in quest’angolo tetro dell’Occidente industrializzato. Nessun italiano può guardare alle vicende del proprio Paese senza tenere presenti sullo sfondo Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Loro e tutti gli intrecci che da loro si dipartono o che in esse convergono, naturalmente.
La storia italiana, specie quella recente, recentissima, è degna di un’epopea romanzesca: stragi, P2, Gladio, crack Sindona, caso Calvi… Abbiamo persino avuto un tentativo di Colpo di Stato. Già, un Golpe: eventi che abbiamo sempre associato a scenari lontanissimi da noi (roba da Sud America, da Africa) e che invece abbiamo avuto in casa e giusto una trentina di anni fa o giù di lì, ma che appaiono ormai quasi del tutto dimenticati.
E le mafie, ovviamente, costantemente presenti: Cosa Nostra come ancella della DC e della loggia massonica che governò di fatto l’Italia dall’alto del suo potere occulto; la Camorra di Cutolo in contatto con i servizi segreti; la ‘Ndrangheta ed il suo appoggio al terrorismo di estrema destra. Una matassa di relazioni dalla complessità inestricabile, da divenir pazzi a scovare ciascun collegamento.
Eppure per quelli della mia generazione e soprattutto per quelli ancor più giovani, nomi come Licio Gelli, Junio Valerio Borghese, Luciano Liggio, Mico Tripodo, risultano pressoché ignoti.
A scuola gli Anni di Piombo non si studiano, mentre quel decennio ha mutato definitivamente il volto dell’intera nazione e molti dei protagonisti di quel periodo oscuro hanno ancora i loro artigli ben piantati nel nostro tempo (un nome su tutti? Il solito: Giulio Andreotti, il cui nome spunta fuori in ogni episodio nero della storia patria. E persino giornalisti come Gianni Bisiach si ostinano a dire in televisione che è stato assolto e non c’entra alcunché con mafia e affini).
Addirittura gli anni ottanta e novanta vengono rimossi dalla memoria collettiva.
Per questo non mi stupisce - benché mi faccia inorridire - che nessun governo metta tra le priorità la lotta alla criminalità organizzata quando si tratta di studiare strategie di ripresa economica e nessuno rabbrividisca e protesti apertamente ed accanitamente.
Una finanziaria in genere va dai trenta ai quaranta miliardi di euro. Ebbene, questa cifra è quanto incassano singolarmente ed annualmente Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Ovvero, sommate (il calcolo è men che elementare), tre finanziarie. Una simile potenza completamente concentrata nell’ambito dell’illegalità con la connivenza della politica e della grande industria (giacché, come  sostiene Saviano, le mafie non sono un’anti-economia, bensì rappresentano l’economia stessa: costituiscono infatti la linfa vitale, il fulcro militare, dello sfrenato capitalismo neoliberista) è dunque in grado di mettere in crisi un intero bilancio statale. Se a ciò si aggiunge la straripante evasione fiscale e la delinquenza generica, abbiamo la misura e le proporzioni di quali siano le reali esigenze del Paese.
Ecco perché trovo ridicolo, grottesco, terrificante ed osceno il fatto che un’amministrazione ingegni pirotecniche manovre fiscali o fantasiose – eufemisticamente parlando – iniziative contro l’abusivismo senza combattere le mafie.

E quindi prendiamocela pure con i lavavetri: il famigerato italiano medio, ben acculturato da l’Italia sul 2, ignaro com’è del suo tempo e del suo spazio, non vedendosi più assaltato da “irritanti morti di fame”, sarà convinto di vivere in un ambiente che si avvia verso una nuova sensibilità sociale, un rinnovato spirito di giustizia; e chi se ne frega se l’asfalto su cui cammina proviene da un’azienda dalle mani sporche di sangue che ha ottenuto l’appalto con accordi illeciti gravanti sull’intera popolazione: l’importante è che non ci siano più poveri per strada a ricordargli a quali sottili fili sia appeso il suo benessere.

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All’italiano non far sapere

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 4 Maggio 2007

In Italia tutti sapevano che il dodici maggio duemilasette sarebbe stato il Family Day (agli esterofili non piace “Giorno della Famiglia”. Sono convinti che l’inglese faccia più figo. Pardon, cool). Molti meno erano al corrente dell’altra manifestazione per l’Orgoglio Laico in contemporanea.
In Italia tutti sanno che il principino William si è lasciato e che suo fratello Harry è proprio uno scavezzacollo. Quasi nessuno conosce i crimini della monarchia inglese commessi nelle colonie in giro per il mondo in circa cinque secoli di Commonwealth.
In Italia tutti sanno tutto sul tempo meteorologico. Un po’ meno sul tempo storico nel quale vivono.
In Italia tutti sanno tutto quello che dice il Papa. Ah, no. Ecco, questo non è esatto. Effettivamente in Italia quasi nessuno è sufficientemente informato sui più rilevanti atti e parole del Pontefice. Quando il Santo Padre fa o dice qualcosa di veramente cruciale, i media genuflessi e conniventi tacciono strategicamente.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno ad esempio che Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Tarcisio Bertone e tutte le alte sfere vaticane (sì, pure il santo suBBito Wojtyla, che sapeva, eccome se sapeva) hanno coperto, coprono e continueranno a coprire i preti pedofili, sottraendoli alla magistratura.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno che nei soli Stati Uniti d’America sono 4392 (quattromilatrecentonovantadue) i preti pedofili scoperti dal millenovecentocinquanta ad oggi. Chissà in Italia quanti saranno, considerando che qui c’è invece chi sostiene che quello del prete pedofilo sia soltanto uno squallido luogo comune; sicché il cittadino medio, mentre è pronto ad invocare la forca non appena sente parlare di abuso su minore commesso da qualche extracomunitario od altro comune mortale, appare incredulo allorché è un uomo di chiesa a venire accusato del peggiore dei crimini e subito si erge in sua difesa (con l’aiuto di politici che si indignano se si solleva il problema, magari per mezzo della satira, questa somma nemica del potere oscurantista), prodigandosi per tutelarlo da qualsiasi eventuale rischio di linciaggio mediatico e strapparlo alla mano troppo secolare della Giustizia.
Ma cosa ci si aspetta da persone cresciute in parrocchia?
D’altronde in Italia la triade Dio-Patria-Famiglia ha sempre riscosso un notevole successo. E se si pensa che il 70% delle violenze sessuali sui bambini avviene tra le pareti domestiche e che quella dei ministri di dio è la categoria più soggetta ad accuse di questo genere (anzi, l’unico caso al mondo in cui si fa riferimento ad un’intera specifica categoria per un simile reato, tanto vasto è il numero di appartenenti che si sono macchiati del crimine di stupro su minore), esce fuori un gran bel quadretto dell’italica patria.
E’ davvero un Belpaese, questo Stivale sporco di merda e profumato d’incenso.
Fortunatamente – o sfortunatamente che sia – chi ha accesso alla rete può venire a conoscenza di notizie di capitale importanza, ovviamente tenute nascoste da televisione e giornali (sarà per questo che qualcuno sta tentando di operare una sorta di censura su internet?). Capita allora che persino visitando un sito - peraltro abbastanza commerciale - come Libero.it ci si imbatta in una vicenda agghiacciante: la BBC, il primo ottobre duemilasei, ha trasmesso un documentario sui preti pedofili in cui si fa diretto riferimento a Benedetto XVI, il quale ha rinnovato il divieto di testimoniare – pena la scomunica - in tribunali civili per reati di abusi sessuali che avessero coinvolto religiosi.
Naturalmente nell’Italietta non lo trasmette nessuno, ma grazie all’ammirevole lavoro di sottotitolatura compiuto dallo staff di Bispensiero, il video in cinque parti è reperibile su Youtube.
Aspettando pazientemente il giorno in cui una mano santa divinamente ispirata lo toglierà pure da lì, nel frattempo cerco di fare la mia parte nella campagna di doverosa diffusione del filmato, onde per cui non posso che postare il documentario qui di seguito nel mio blog, affinché quanta più gente possibile veda e sappia cosa nascondono i preziosi paramenti sacri baciati da un popolo di pecore ammaestrate altrimenti chiamate fedeli.

Aggiunta del 26 maggio 2007

Com’era prevedibile, il documentario “Sex Crimes and Vatican” è stato oscurato su Youtube, ma per ora è ancora visibile sottotitolato qui ed in lingua originale qui.
E giovedì 31 maggio alle ore 21.00 tutti davanti alla televisione per vedere Annozero: sì, salvo censure all’ultimo momento, Santoro lo trasmetterà nella prossima puntata del suo programma.
Non resta che sperare, miseramente.

Altri link utili

Video di come il clero agisce per proteggere se stesso a discapito dei bambini e bambine abusati: http://www.bispensiero.it/index.php?option=com_content&task=view&id=199&Itemid=6

Intervista esclusiva a Giuseppe Nicotri sul Vaticano ed i preti pedofili sul canale MyNews di MyVide: http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=65
http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=63

I dettagli sul coinvolgimento del Vaticano e di Ratzinger:
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8777
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8953

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Rassegnazione stampa

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

Ieri ha sfilato per le vie di Roma la manifestazione NO VAT 2007. Se non lo sapevate, non preoccupatevi: d’altronde nessuno ve l’aveva detto.
Per informazione (ah, sacra, bistrattata parola), si trattava della seconda iniziativa indetta da Facciamo Breccia per protestare contro l’ingerenza (leggi “invadenza”) del Vaticano nello Stato italiano e reclamare l’abolizione del Concordato in nome dei principii di autodeterminazione, laicità ed antifascismo, così da rendere finalmente l’Italia una nazione davvero sovrana e civile, giacché lo Stivale Bucato è l’unico tra i Paesi cosiddetti “sviluppati” in cui una confessione religiosa influenzi in maniera determinante la vita politica. Una cosa simile succede solo nelle tanto disprezzate teocrazie islamiche.
La Chiesa interviene costantemente in ogni questione riguardante l’intera società, risultando decisiva perfino nella legislazione statale grazie ai suoi tanti uomini di fiducia che occupano i posti di comando in Parlamento e rivestono le più alte cariche istituzionali.
Quello italiano è poi un caso unico: non si è mai visto uno Stato libero subire passivamente, ed anzi di buon grado, le pressioni di un’altra nazione. Perché Città del Vaticano, giova sempre ribadirlo, non è l’Italia. Un po’ come se l’Austria esercitasse dei ricatti e rivendicasse il diritto di esprimersi sulle vicende amministrative del Portogallo.
Lasciando stare l’Otto per Mille; mettendo da parte il fatto che viene insegnata la religione cattolica nella scuola pubblica e gli insegnanti di tale materia non fanno un concorso come tutti gli altri, bensì vengono nominati dai vescovi e percepiscono uno stipendio più alto; accantonando la querelle sul crocifisso negli uffici pubblici; senza badare all’esenzione dall’I.C.I. degli edifici religiosi; sorvolando sui finanziamenti statali agli istituti religiosi; tralasciando gli ostacoli alla ricerca scientifica ed alla parità di diritti in nome della morale cristiana; soprassedendo dunque su queste minuzie, chi non fosse ancora convinto sull’anormalità della situazione “libera Chiesa in servo Stato”, può compiere una breve ricognizione dei media, dalla carta stampata alla televisione passando per internet.
Nessuno dei sette telegiornali ha parlato della manifestazione di ieri (fatta eccezione per il TG3 regionale che ha dato la notizia mooolto rapidamente), mentre tutti si sono prodigati nel riferire il dissenso del clero nei confronti dei Dico (il TG1 poi, fin dalla sua nascita, ogni giorno, senza mai saltarne uno, ha sempre fatto almeno un servizio sul papa).
Lo stesso dicasi per i maggiori quotidiani nazionali.
Il sito di Repubblica, giornale che dovrebbe essere organo della cultura liberal di sinistra non fa menzione alcuna a NO VAT se non nelle pagine dell’edizione romana, mentre dedica ben tre titoli di prima pagina al no delle autorità ecclesiastiche alle coppie di fatto.
Sul Corriere della Sera, testata borghese moderata, non v’è traccia alcuna di Facciamo Breccia, però campeggiano in bella vista le parole di Ratzinger all’Angelus e l’attacco vaticano agli sceneggiati televisivi sull’amore omosessuale.
La Stampa, democratica all’americana, parla del Cardinale di Napoli che fa portare i coltelli in Parrocchia per togliere i ragazzini dal giro della Camorra. Anche qui un articolo sulle dichiarazioni di esponenti religiosi contro il matrimonio gay, ma niente sulla manifestazione.
Il Tempo, destrorso, ed Il Messaggero, centrista, entrambi cattolicissimi, non dicono alcunché neppure per criticare e demolire.
Al silenzio omertoso si uniscono ovviamente i berlusconiani Il Foglio, Libero ed Il Giornale.
Le misere speranze affidate alle testate locali, spesso sorprendenti, quali Il Mattino di Napoli, Il Piccolo di Trieste, La Nazione di Firenze, Il resto del Carlino di Bologna, subiscono prontamente una brusca delusione.
La Padania ed Il Secolo d’Italia neanche a dirlo.
Restano quindi i quotidiani di sinistra. Suvvia, lì ci saranno di certo fior fiori di appassionate invettive contro la cripto-dittatura clericale, cori di entusiasmo verso la pubblica dimostrazione anticristiana, scoppi di lucida e dotta ira per il soggiacere di un intero Paese ad un’etica parziale! Macché.
L’Unità tace strategicamente e Liberazione non si spreca più di tanto. D’altro canto cosa ci si può aspettare ormai da DS e Rifondazione, partiti che hanno visto bene di non esporsi alla manifestazione? Guai a disturbare un potere che può tornare utile in sede elettorale.
Già, nessun partito della Sinistra, eccettuati i Radicali dell’Associazione Luca Coscioni, ha aderito ufficialmente a NO VAT; nessun esponente politico, tranne Vladimir Luxuria, ha messo la propria faccia per rivendicare libertà dalle gerarchie cattoliche.
Ma finalmente ecco una luce all’orizzonte: Il Manifesto, il solito, sempre lui, solo lui, dà spazio e voce alle migliaia di persone che, secondo tutti gli altri media, non sono mai esistite. Purtroppo è uno spiraglio fin troppo flebile, considerando la condizione in cui versa il glorioso quotidiano davvero di sinistra, che non riesce più nemmeno ad assumere stagisti.
I tanti, tantissimi atei, agnostici, anticlericali, laici libertari, etc., sono condannati a rimanere fantasmi nell’oscurità. O meglio, nell’oscurantismo.
Ora, non è strano che un pontefice, capo di una monarchia assoluta (sì, Città del Vaticano è una monarchia assoluta, l’unica rimasta in tutto il resto del mondo) che fino ancora al 2001 prevedeva nella propria Costituzione la pena di morte, non solo si arroghi il diritto di intervenire sulle questioni di un altro Stato democratico ed addirittura nelle scelte personali e private dei singoli individui, ma giustifichi e legittimi perfino il proprio operare affermando che lo fa “per il bene di tutta la società ed in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere” poiché “questi valori, prima di essere cristiani, sono umani, tali perciò da non lasciare indifferente e silenziosa la Chiesa, la quale ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino”, pretendendo così di imporre una verità assoluta data una volta per tutte da un fantomatico dio a cui ognuno dovrebbe piegarsi, con buona pace del relativismo e della diversità di opinioni? Ed inoltre, non è strano che la politica, anzi, che un intero popolo, si sottometta ad un credo religioso tanto da offuscare e censurare tutte le idee che ad esso si oppongano?
Al posteriore l’ardua sentenza.

Stemma Italia + Bandiera Città del Vaticano = Italia crocifissa

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La TV proclama: W le donne all’antica!

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

La spazzatura televisiva va seguita con attenzione. Anzi, di più: va tutelata ed amata. Già, perché essa ci insegna più cose sull’animo umano di quante ce ne abbia dette Dostoevskij ed è più divertente del miglior Woody Allen. Davvero. (Puntini di sospensione, cespuglio di paglia che rotola). Ok, ok, è solo una boutade, ma un fondo di verità c’è (sulla sua incommensurabile portata comica resto però inamovibile).
La TV in fondo dà al pubblico ciò che il pubblico vuole. Crea consenso, è vero, inculca opinioni più che registrarne, è uno strumento di controllo invece che un rilevatore di informazioni, ma per poter conservarsi tale deve far leva sui gusti dello spettatore. Per questo il prodotto è sempre più scadente: la televisione mira all’appetibilità; maggiore è la semplicità, maggiore è la diffusione; se aumenta la vendita, aumenta il guadagno. Ecco perché chi manovra i media non ha alcun interesse a fungere da educatore. Ma più i media puntano sull’ignoranza, più il fruitore rimane ignorante e più lo spettatore è retrogrado, più esige materiale elementare. Non se ne esce: un circolo vizioso. Lo schermo della televisione nostrana risulta pertanto uno specchio vivo in cui l’Italietta guarda se stessa ed è osservata a sua volta. E la perfezione del riflesso è disarmante nella sua eccellente focalizzazione sugli aspetti più scabrosi del costume italiota che non posso sfuggire ad un occhio attento.
Il trionfo della sottocultura da suola della Stivale è emblematicamente espresso dall’immagine della donna data in scampoli di due trasmissioni che ho avuto la fortuna di beccare durante un paio di fruttuosi zapping: il sempiterno Stranamore e la gloriosa Buona Domenica. Ciò a cui mi è capitato di assistere costituisce un validissimo esempio di quell’insieme di valori sgradevoli che la TV mira a conservare in quanto tanto cari ai cittadini del Belpaese.

Partiamo da Stranamore, preziosa eredità lasciataci dal Fu Alberto Castagna (c’è chi consegna ai posteri “Il dottor Stranamore” e chi “Stranamore”, che volete farci).
Quest’anno c’è un nuovo gustosissimo gioco: in studio una mamma sceglie tra tre pretendenti quella che diverrà la compagna del figlio. Le ragazze vengono fatte entrare dalla famigerata porta e si mettono in riga. La futura acidissima suocera inizia a fare loro domande sotto lo sguardo del figlio che segue tutto dall’esterno e si fida ciecamente di quella che sarà la scelta, perché “la mamma è sempre la mamma”, “guai a chi mi tocca la mamma”, “mia mamma è la migliore di tutte”, “mamma solo per te la mia canzone vola”. “Vediamo…Cosa ti piace fare nella vita?” “A me piace sedurre gli uomini”. “Buuuu! Buuuu!”, rumoreggia il pubblico indignato. “Eh, no, non ci siamo proprio”, fa l’italica genitrice, con la presentatrice che annuisce (pia donna, la Folliero). “E tu?”, passando in rassegna la seconda. “Io amo andare a ballare con le amiche”. Di nuovo cori di disapprovazione. “Mmm, non va mica bene. Sentiamo la terza” “Io adoro cucinare ed accudire i bambini”. Grida di giubilo, il pubblico in delirio, occhi ridenti e commossi della madre, un tripudio di esaltata euforia.
Manco a dirlo, è quest’ultima ad essere eletta come futura amorevole sposa nonché affidabile ed ineccepibile nuora.
Badate bene il meccanismo perverso: due stereotipi di donna emancipata (la libertina e l’indipendente) vengono messi alla gogna in favore dell’avita figura della regina del focolare, la nobile mater di una volta, tutta casa e famiglia, che volontariamente fa delle pareti domestiche il proprio habitat e lascia al maschio il mondo esterno, perché insomma, una donna in giro, che esce, lavora e si diverte, non sta bene.

Buona Domenica, apoteosi del trash (resteranno scolpiti nel tempo ad imperitura memoria i giochi del salto in alto - “Salto per i bambini dell’Africa!”, e giù il VIP di serie B che cade sul materasso - e quello a chi fa arrapare di più Bettarini), vero e proprio metatrash, dove c’è tutto il meglio del meglio (leggi “peggio del peggio”), contenitore per la raccolta mista degli altri rifiuti del palinsesto, inscena una simile gogna mediatica: Diana, concorrente del Grande Fratello, ragazza sessualmente esuberante uscita dalla Casa con un plebiscito delle casalinghe, inferocite dagli atteggiamenti disinibiti dalla ventiseienne italo-russa (“Pure mezza extracomunitaria!”) identificata come icona della ruba-mariti, viene esposta alle critiche di Raffaello Tonon, Pasquale Laricchia ed altri insigni esponenti della sobria virilità nazional-popolare, strenui difensori dei buoni costumi italici tra gli scroscianti applausi di un pubblico perbene, ammodo, di sani principii. “Va bene vivere la propria vita come meglio si crede, ma sempre nel rispetto della decenza” “C’è un limite agli atteggiamenti che si confanno ad una donna” “Non è bello che una ragazza si mostri in un certo modo”.
Poiché i pompini fatti ai fini del successo, quando suppliscono a carenze di meriti e capacità personali che ostacolerebbero la carriera, come quelli di Elisabetta Gregoraci, che a Buona Domenica è la diva assoluta ed indiscussa, vanno bene, ma quelli fatti per piacere personale, non sia mai! Sono sconvenienti! Giacché l’uomo è cacciatore e la donna è preda, l’uomo è Don Giovanni e la donna mignotta, l’uomo tromba per necessità e la donna per far contento l’uomo.
Passi la valletta-oggetto, puro corpus eroticus per le brame del consumatore, ma giammai queste svergognate moderne gratuitamente disonorate!
Il popolo non merita quel briciolo di progresso sociale che ha ottenuto grazie ad una minoranza di persone affamate di libertà: merita il grigiore predicato dagli indomiti cavalieri della moralità. Il bigottismo democristiano non è mai stato un caso. La mamma, la parrocchia, la famiglia, lo stadio, la caserma, e poi gli uomini al bar o a puttane e le donne a curare i fornelli e la prole. Contenti loro…
Quando una trucida misconosciuta partecipante ad un reality di basso profilo risulta il massimo del femminismo passato in televisione, tanto da fare quasi la parte dell’illuminata davanti ad una platea di indubbi bifolchi di vastissime proporzioni, c’è da preoccuparsi non poco.

Per coronare tali esempi della recente ondata di repressione sessuale (come dimenticare i casi umani del “Silver Ring”, l’anello della castità?), leggo oggi un trafiletto su City: “Un consiglio del papa: ‘Fidanzati, siate casti!”.
Un consiglio di Claudio: “Religiosi, datevi fuoco!”.
Non so voi, ma io temo molto di più i sessuofobi rispetto che so, ai terroristi islamici, giacché questi ultimi offrono una morte rapida ed immediata, mentre i primi propongono una lunga vita di merda.

Marge&Marilyn

P.S. Sabato 10 febbraio a Roma, ore 14.00, Piazzale Ostiense, manifestazione NO VAT 2007, casomai foste stufi dell’invadenza della Chiesa nello Stato italiano.

Aggiornamento del 12 Febbraio 2007

Su Leggo di oggi compare questo trafiletto

Trafiletto Buona Domenica

Qui c’è l’intervista incriminata.

Il mito che non ti aspetti.

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Prove tecniche di riabilitazione

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 1 Gennaio 2007

Ieri sera il TG1 delle 20.00 ha offerto le prove tecniche per la pubblica riabilitazione di Bettino Craxi, aspettando quella ufficiale che Bruno Vespa – sono pronto a scommetterci - non tarderà ad effettuare nel salotto buono e di pessimo gusto di Porta a Porta.
L’occasione è stata fornita dall’inaugurazione ad Hammamet di Via Bettino Craxi. Già, nella città tunisina che offrì all’ex Presidente del Consiglio e leader del PSI protezione dalla giustizia italiana è stata dedicata una strada ad uno dei più grandi ladri che la storia italiana recente ricordi. Sì, un ladro: è questo sbrigativo e semplicistico appellativo il più consono all’uomo simbolo in negativo di Tangentopoli, checché ne dicano i servili ed immorali giornalisti del primo telegiornale nazionale.
Ah, bei tempi quando l’uomo del baretto si lamentava affermando con sconsolato disincanto “è tutto un magna magna” e la televisione veniva incontro alla sua rassegnata indignazione-lampo - perché l’uomo del baretto si incazza, ma per pochi minuti. Ne è esempio emblematico proprio il caso Mani Pulite: quello che avrebbe dovuto rappresentare un terremoto di rinnovamento, si è esaurito con poche manifestazioni e qualche bestemmia. Molti dei protagonisti di quella stagione del buio della Repubblica siedono ancora in Parlamento e gli eredi di quel Sistema occupano, od hanno occupato fino ad un anno fa, le massime cariche dello Stato.
Sotto il regime democristiano almeno si rubava di nascosto e con viscido pudore si mostrava una falsa rettitudine ed austerità. Invece con il berlusconismo si è assistito all’avvento del motto “illecito è bello”. Basti pensare a quello che fa Giuliano Ferrara ogni sera ad Otto e mezzo su La7, schierandosi con puntuale assiduità in difesa del potente disonesto. La stampa controllata si concentra con accanimento contro il povero che ruba al ricco (le notizie delle rapine nelle ville degli imprenditori del Settentrione sono all’ordine del giorno), mentre il ricco che ruba al povero viene celebrato come grande statista, politico capace, uomo di spessore ingiustamente vittima di un Paese ingrato.
Ed ecco che allora anche Bettino Craxi diventa un eroe.
In studio il presentatore legge le dichiarazioni di Silvio Berlusconi che esalta il riformismo di colui che l’ha reso quello che è e condanna la sinistra che l’ha rinnegato. Poi il servizio si apre con Stefania Craxi, figlia di Ghino di Tacco (dà da pensare il fatto che Craxi si firmasse sull’Avanti con lo pseudonimo di un noto bandito), la quale fa notare come i tunisini abbiano “avuto più cuore e più cervello di tanti politici italiani” omaggiando “un grande leader dell’Occidente”. Stefania Craxi per me rappresenterà sempre un enigma, un mistero insondabile: una donna adulta, navigata, esperta di politica e di vita che si comporta come una bambina quando scopre un brutto aspetto del padre e non riesce ad accettarlo. “Non è vero che il mio papà è cattivo! Il mio papà è buono! Siete voi che siete cattivi!”. Una tale infantilità associata ad un personaggio pubblico risulta stucchevole e grottesca. Da sempre la piccola Stefania parla di giudici che hanno costretto il genitore all’esilio. Ma Craxi, come fece notare una volta Daniele Luttazzi, poteva tornare in patria quando avesse voluto. Solo che sarebbe stato arrestato, pendendo sul suo capo svariate condanne definitive per reati fiscali. Sarebbe stato più elegante e maturo per la bimba ultra-quarantenne dire: “Mio padre ha sbagliato” e cercare magari di giustificarlo, glielo concedo, addurre delle scusanti, che sarebbero state recepite come comprensibili prove di affetto filiale. Va bene proteggere i propri cari, purché ciò non si scontri con il buonsenso, altrimenti si scade nella stefaniacraxite. Tanto più che babbo Bettino aveva praticamente confessato durante una famigerata seduta parlamentare in cui si discuteva dei finanziamenti illeciti ai partiti.
“E’ paradossale che questo riconoscimento venga dato a Craxi in Tunisia e ci sia chi è contrario in Italia”, incalza Fabrizio Cicchitto. Per un piduista in effetti risulta quantomai strano ed incomprensibile che un abile furfante non sia posto su un altare.
“Bene la riabilitazione di Craxi, ma una strada non basta” dice Boselli, che non si accontenta. D’altronde una cazzata grossa va detta bene, se no non funziona.
Cicchitto di destra, Boselli di sinistra. Entrambi vecchi genuflessi a Craxi e evidentemente ancora gonfi di gratitudine, vero, ma ciò dimostra anche come la tutela dell’immagine dei nemici della Cosa Pubblica sia trasversale. Non è un caso che la Rai amministrata dal Governo di Centro-Sinistra sia molto, troppo simile a quella dell’era Berlusconi, specie per quanto riguarda la vicenda Craxi.
Con la riabilitazione della figura del socialista, come per la vicenda del processo Andreotti, un’intera classe politica ha infatti avuto la possibilità di lavarsi la coscienza. Con Andreotti e con Craxi non sono stati portati alla sbarra solo due individui di spicco, bensì un intero modo di far politica, di amministrare il Paese, di concepire le istituzioni. Andreotti e Craxi avrebbero portato con loro nel baratro anche i vari Berlusconi, Casini, Prodi, D’Alema. Craxi ed Andreotti costituiscono l’incarnazione del malcostume italiano: salvando loro, gli inetti politici odierni si sono garantiti la possibilità di continuare ad esercitare il potere per interesse personale. Ed il cittadino del Belpaese abbozza quasi contento, poiché in fondo quasi ammira chi lo inganna, giacché il furbo merita rispetto secondo gli sballati valori nazional-popolari. E’ quello che “ce l’ha fatta”, è uno di noi, ma meglio di noi, in quanto più astuto. La disonestà in Italia è un vanto.
Nel servizio c’è spazio anche per una nota poetica: “Craxi è sepolto ad Hammamet, in riva al Mediterraneo, proprio davanti all’Italia, come se il suo sguardo fosse ancora rivolto al paese che ha governato e che ha amato”.
Nessuna voce che ricordi i guai giudiziari di Craxi, colpevole di sottrazione di denaro pubblico per se stesso e per il PSI, corruzione, concussione, ricettazione, collusione con la mafia, riciclaggio di denaro sporco (fu decisiva la sua influenza per la costruzione di Milano2 ad opera di Silvio Berlusconi – che a Craxi deve la sua ascesa – edificata con i soldi della mafia per ripulire i conti dei boss investiti nel capoluogo lombardo, come i gangster statunitensi hanno fatto con Las Vegas; per non parlare poi di come si prodigò per favorire il successo delle reti televisive del fedele imprenditore con la Legge Mammì), appalti truccati, che gli costarono la condanna in contumacia.
Quello che un ascoltatore disinformato ha capito sulla base di quanto appreso nel servizio del TG1 è dunque questo: c’era una volta un uomo buono nonché eccelso politico il quale a causa della cattiveria di molta gente e per altri oscuri motivi è stato costretto ad andare in Tunisia, terra generosa al contrario dell’irrispettoso Stivale.
Un martire di non-si-sa-bene-cosa, quindi, ma pur sempre un martire, se ci si attiene alle notizie fornite dalla redazione del notiziario.
Se il TG1 vuole, Chikatilo diventa un filantropo.

Berlusconi&Craxi

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Meditazioni e divagazioni sui fantasmi italiani

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 1 Dicembre 2006

Giovedì sera ad AnnoZero le facce indifferenti dei giovani di Forza Italia intervistati da Alberto Nerazzini tra dibattiti e cubiste al Convegno Nazionale de Il Circolo Giovani (creato da Marcello Dell’Utri).
“Ma se a Marcello Dell’Utri, già condannato in via definitiva per frode fiscale e false fatturazioni, venisse confermata anche la condanna di primo grado a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, tu cambieresti idea?”
“Chi è senza peccato scagli la prima pietra” “Nessuno è perfetto” “Tutti possono sbagliare” “La mia ammirazione resterebbe immutata”

Peccato che la domanda non fosse: “Lei lo sa che il fondatore del suo club ha tradito la moglie?”.
E poi gli occhi tristi di un ragazzo il cui padre è stato assassinato dalla ‘Ndrangheta. Nel dubbio si è iscritto ad un Partito i cui leader sono indagati per collusione con la criminalità organizzata. A volte il dolore compie strani percorsi. Era chiaro che non si sentisse a proprio agio nella mondanità discotecara dei rampanti rampolli dell’Italia che conta. Eppure ci stava. Chissà.
In studio i sorrisini spregevoli di complicità tra Pier Ferdinando Casini, Antonio Polito de La Margherita (nonché già giornalista de L’Unità e fondatore e direttore de Il Riformista) ed un deputato dei DS, uniti contro la ricostruzione fatta da Marco Travaglio (non secondo fantasia, ma basata sulle carte processuali) delle vicende losche del trio Berlusconi-Previti-Dell’Utri.

Tenendo presenti i lavori del Centro-Sinistra verso la costituzione del Partito Democratico, quegli sguardi d’intesa tra avversari politici facevano capire molte, troppe cose. Ancora minore di quanto si pensasse è parsa la distanza tra i moderati delle due parti, contrapposti solo formalmente. Perché dei vari Daniele Luttazzi, Beppe Grillo, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Oliviero Beha, Enzo Biagi, Gianni Minà, Piero Ricca, Marco Travaglio, Michele Santoro, Bianchi&Nerazzini, etc. ridono anche - anzi, sopratutto - D’Alema (quello che “quasi mai è d’accordo con Travaglio”, quello che pubblica con Mondadori, quello che difende Mediaset) e la sua schiera di amanti della poltrona. Giacché la verità è nemica di chi aspira al controllo.
Tutto maledettamente, tremendamente chiaro: per chi da rosso è diventato arancione senza grossi sforzi dopo aver annusato un po’ di potere (o anche solo la possibilità - poi concretizzatasi - dello stesso), non sarà granché difficile scivolare fino al bianco, contando sull’alleanza con chi quello sporco candore non l’ha mai rinnegato. E pochi problemi si porranno i centristi dell’altra sponda quando verrà il momento di scrollarsi di dosso le tracce di azzurro, di nero e di verde, per ricongiungersi ai fratelli smarriti dopo una quindicina d’anni. Ed ecco verrà ricostruito il grande ago egemonico di una bilancia truccata.
Le giovani generazioni che credevano di aver evitato la Balena Bianca che tutto fagocita, pagando alla buona sorte il caro prezzo del Partito di Plastica come contropartita, dovranno farsene una ragione: la Democrazia Cristiana prima o poi tocca a tutti.
A nulla sarà servito essere stati troppo piccoli per vedere e capire le oscenità di cinquant’anni di malgoverno, risparmiandosi gli scandali continui di un vero e proprio Partito Unico (Pasolini ci aveva visto lungo: la DC non è stata che una prosecuzione di fatto del regime fascista).
Si fa presto ad aggiungere un appellativo di caratterizzazione religiosa al nome “Partito Democratico”.

Le risatine amiche di Casini e Polito, dunque, con Travaglio che si difende incalzando: “Mi dica una sola notizia falsa tra quelle che ho fornito”. Vuota retorica e nessun dato documentato da parte del Delfino di Forlani. Chi sostiene la croce difende il diavolo.
Di nuovo la storica meschina connivenza con la mafia nei volti tronfi e vuoti dei ragazzi del Centro-Destra. L’ancora somiglia al sempre ed il sempre al per sempre. Brividi.
Il vecchio nel Belpaese non invecchia mai e lo stantio si rigenera nelle nuove classi dirigenti. Metodi che si ripetono forti dell’oblio indotto e distrattamente voluto. Dittatura e menefreghismo.

Ciò che Travaglio ricorda è qualcosa che non bisogna mai dimenticare.
L’Italia è una terra antica con la memoria corta.

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L’Italia ha perso

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Maggio 2006

Questo articolo (o post, che dir si voglia) lo avevo in mente da tempo. Pressappoco da quando si seppe che l’Unione avrebbe candidato Rita Borsellino alla Regione Sicilia, mentre la Casa delle Libertà le avrebbe opposto un riconfermatissimo Totò Cuffaro. Perché in cuor mio (e molti come me, benché mentissero a se stessi forzandosi ad una fiducia di facciata, fatta di voglia di sperare più che di speranza vera e propria) sapevo già come sarebbe andata. Ed è andata come io (e con me tanti e tanti), ahimé, immaginavo: Cuffaro ha vinto e l’Italia ha perso. Già, non solo la Sicilia, ma l’Italia intera. Infatti il voto dell’isola rappresentava ben più che una semplice tornata di elezioni amministrative: si trattava di un duello diretto tra le due anime che da sempre confliggono nella più anomala delle democrazie, quella dello Stivale. Da una parte la legalità, l’anelito al miglioramento, la spinta propulsiva solidale; dall’altra la politica dell’Italietta, quella collusa con la mafia, la politica dell’intrallazzo, del favoritismo, della poltrona ad ogni costo. L’etica della polis, nella più nobile delle sue accezioni, contro l’indecenza delinquenziale degli interessi personali spacciati per cosa pubblica.
Tutta l’Italia era chiamata ad un bombardamento informativo, ad una vasta opera di sensibilizzazione per scongiurare un malcostume che sempre più sembra inesorabile e nei confronti del quale è stata superata da un pezzo la soglia della rassegnazione in malafede. Ma l’Italia ha fallito.
Avrei potuto (e voluto) riproporre un vecchio post ( “La puzza del popolaccio”), poiché in fondo i sentimenti di rabbia, indignazione, scoramento, sono gli stessi. Ma poi ho pensato che un evento del genere meritasse un discorso a parte. Un evento del genere va evidenziato con forza, per andare in controtendenza rispetto ai media ufficiali che tendono volontariamente a far prestare poca attenzione su scandali di simile portata. E la rielezione di un pluri indagato per mafia, il cui nome emerge in ogni investigazione riguardante la criminalità organizzata dell’Isola, un uomo che attaccò Falcone e Borsellino in una storica e celeberrima puntata del “Maurizio Costanzo Show” (quando Costanzo invitava Falcone e Borsellino e non Rocco del Grande Fratello), non può essere chiamata diversamente che col nome di scandalo.
Ma in Italia gli scandali durano meno di un orgasmo da invasamento sadomaso.
Ci si dimenticherà presto di chi governa in Sicilia, di chi e come ha governato l’Italia, come ci si è dimenticati della P2, delle stragi di Stato, dei tentativi di golpe, di Giulio Andreotti. L’Italia è un Paese antico dalla memoria corta.
Troppo comodo dire: “Vabbè, si sa, la Sicilia è mafiosa”. In terre come Napoli o la Sicilia non fa che emergere più nitidamente quella che è una vergogna diffusa in tutta la nazione, una nazione in cui un Partito smaccatamente, palesemente vuoto di valori e pieno di criminalità, riesce a costituirsi in tre mesi e diventare il primo per numero di elettori; una nazione che permette alla DC di governare per cinquant’anni.
A poco servono i documentari come “La mafia è bianca” di Stefano Maria Bianchi ed Alberto Nerazzini con un popolo che riesce a malapena ad essere massa; una popolazione indifferente che si fa tappare le orecchie con una facilità disarmante.
Il mio pensiero corre ad una ragazza che aveva scritto a Beppe Grillo una lettera ribollente sdegno e passione civile. Io chiedo scusa a quella ragazza che ha dovuto assistere all’ennesima riconferma dei suoi timori divenuti certezze. Chiedo scusa a nome dei copevoli, che scusa non la chiederanno mai, perché non è loro interesse la correttezza ed il bene comune.
Quando muore anche la speranza, si può solo attendere con sempre maggiore impazienza il meteorite liberatore.

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La puzza del popolaccio - Uno sfogo

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 12 Aprile 2006

L’uomo di Sinistra ama il popolo. Lo si può dire così, come un assioma populista e demagogico quanto si voglia, e tuttavia piuttosto esatto. L’apparente qualunquismo di tale affermazione dice in fondo una verità largamente dimostrabile. E’ infatti un grande altruismo alla base dell’individuo che spinge ad abbracciare gli ideali storicamente riconosciuti come di Sinistra, quali l’eguaglianza economica e sociale, la parità dei diritti, l’aiuto agli strati più deboli della popolazione.
Nobile è il moto d’animo di colui il quale sente che la propria felicità non può sussistere senza la felicità di tutti e si impegna affinché il benessere sia comune e condiviso, subordinando magari l’interesse personale a quello della collettività.
Così l’uomo di Sinistra si prodiga per il prossimo suo, affinché la partecipazione alla prosperità ed alla vita pubblica non sia ad uso esclusivo di pochi privilegiati, bensì estesa a ciascun elemento della società.
L’uomo di Sinistra si batte per tutti coloro che i poteri forti vorrebbero lasciare ai margini: ai margini della ricchezza, ai margini delle scelte, ai margini della libertà d’espressione.
L’uomo di Sinistra sogna l’emancipazione della massa in popolo, anzi in Popolo, con la P maiuscola, e spende tutto se stesso per far uscire la stragrande maggioranza dei cittadini da quello stato di minorità in cui neppure sa di essere.
Nella sua speranza di elevazione di tutti per il bene di tutti, però, l’uomo di Sinistra viene tradito proprio dal popolo, da quel popolo che è sempre stato al centro delle sue filantropiche attenzioni.
L’uomo di Sinistra è un amante deluso, tradito, non corrisposto.
Già, perché quel popolo è ignorante, razzista, omofobo, gretto, avido. Il popolo è attento solo al proprio campicello; non sa guardare oltre il proprio naso; chiama “froci” gli omosessuali, teme e disprezza ogni diversità, qualsiasi costume che non corrisponda a quelle becere tradizioni conformistiche accettate ciecamente e strenuamente difese nella loro totale rozzezza.
Il popolo si prostra al primo divo mediatico, affolla Piazza Venezia in attesa che si affacci un dittatore a cui levare sciocchi inni.
Il popolo somiglia troppo spesso ad un gregge di pecore e guarda con diffidenza ed acrimonia chi vorrebbe trasformare i belati in parole consapevoli.
Il popolo si inginocchia in chiesa davanti a chi lo stordisce con tabù ed esaltazioni del dolore e della schiavitù; si esalta con veemenza e reclama la pena di morte non appena la TV gli imponga di indignarsi; cade invece nel torpore più assoluto di fronte agli ipnotizzatori di folle, senza opporre resistenza, senza voler opporre resistenza.
Il popolo non è quello de Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, ma piuttosto quello meschino e crudele spietatamente, quindi realisticamente, descritto in “Dogville” di Lars Von Trier.
Rare sono state le volte in cui il popolo si è dimostrato degno della rappresentazione che ne ha dato Eugène Delacroix ne “La Libertà che guida il popolo”; assai di più invece si è palesato quale un coacervo di brutalità e decadenza come ne “La zattera della Medusa” di Géricault.
Quel popolo che l’uomo di Sinistra vorrebbe pacifico, rispettoso, solidale in favore del popolo stesso, appare violento, corrotto, egoista.
Tristemente l’uomo di Sinistra è costretto sovente a riconoscere che il popolo puzza.

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Se mi voti ti compro il gelato

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Aprile 2006

L’avvento di Berlusconi nella politica italiana dodici anni or sono (sembra ieri e non passa mai) ha provocato un terremoto nella cosa pubblica.
Si sa, il cosiddetto berlusconismo rappresenta un’anomalia nel panorama socio-politico mondiale, unica nella storia: mai si era vista infatti una cripto dittatura mediatica finalizzata esclusivamente all’ampliamento del potere economico personale e non supportata da alcun principio filosofico, modello culturale, concezione dello Stato, ideale politico, spirito etico. Sì, anche nell’ultima trovata propagandistica dello staff di Silvio, quella rivista che è arrivata pressoché in tutte le case degli italiani - in cui si narrano le imprese del Premier, lasciando credere che anche la santificazione di Padre Pio e la vittoria del motomondiale da parte di Valentino Rossi sono meriti da ascrivere all’operato del Presidente del Consiglio - si mostrano riferimenti a Locke, Mill, Smith, insomma alla corrente del liberalismo, ma in verità nulla di tutto questo appartiene davvero al patrimonio intellettuale di Forza Italia, per il quale mai definizione fu più appropriata di “partito di plastica”. D’altronde cosa ci si aspetta da un apparato costituito in tre mesi per sfruttare al meglio la tempesta di Mani Pulite - mentre i partiti veri hanno decenni se non secoli di storia - sotto la supervisione di un condannato in primo grado a nove anni con l’accusa di essere l’ambasciatore di Cosa Nostra a Milano, tale Marcello Dell’Utri? Sentenza simile a quella che colpì un certo Vito Ciancimino
Il fatto è che Berlusconi e la sua creatura, Forza Italia, composta da indagati ed avvocati degli indagati, non hanno alcun patrimonio intellettuale, politico, culturale. Neppure il suo sbandierato ed ossessivo anticomunismo è frutto di profonde convinzioni ideologiche: non si tratta altro che di uno spauracchio mediatico da cavalcare per sfruttare al meglio la politica a scopo di lucro.
Se Berlusconi valutasse che i propri guadagni troverebbero giovamento da un Governo di matrice leninista, non avrebbe scrupoli nel lanciarsi a capofitto nell’apologia di Marx e Mao, decantando la saggezza del Capitale e la squisitezza di personalità come Gramsci e Togliatti.
Il far politica di Berlusconi è un non far politica; è la degenerazione e lo svilimento del vero significato del termine politica , che nobilmente indica la teoria e la pratica dell’organizzazione della società.
La politica secondo Berlusconi è il trionfo dell’interesse personale, l’inasprimento dei metodi democristiani, quelli del do ut des scevro da precisi ideali. Quello che Pasolini definiva “un nulla ideologico mafioso”.
Prova ne è la sparata di ieri sull’abolizione dell’I.C.I. durante il confronto con Prodi. Dopo aver più volte attaccato con disgusto l’intento della “Sinistra massimalista” di redistribuire i redditi, come se fosse un male alleviare la forbice tra ricchi e poveri, Berlusconi nell’appello non dice “se vi riconoscete in questi valori votate per me”, bensì “se votate per me vi faccio un regalino”. Il livello ricorda pericolosamente quello delle becere amministrazioni dei paesini rurali in cui candidati sindaci od assessori vanno nelle campagne e promettono carburante per il trattore in cambio del voto. Oppure una scena del film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi in cui un sindaco distribuisce banconote a dei cittadini ed esclama al collega dell’Opposizione:”Lo vede come si fa la democrazia?”.
Tuttavia la sparata del Premier è perfettamente in linea con quanto aveva detto durante un meeting dei Giovani di Forza Italia, sostenendo che il cittadino elettore medio è come un bambino di dieci anni, per cui aveva suggerito ai rampolli dell’intrallazzo di trattarlo come si conviene ad un preadolescente: promettere, ripetere sempre la stessa cosa fino a farcelo credere, tenerlo nel suo stato di minorità.
Dunque, “se mi voti ti compro il gelato”. Poco importa se per un cono cioccolato e panna dovrai rinunciare ai servizi pubblici, alla libera informazione, ad avere una tua coscienza critica.
Quindi se la DC aveva ancora delle fondamenta etico-culturali, seppure quantomeno discutibili, Forza Italia è andata oltre ed ha addirittura compromesso la sana attenzione alle idee persino di tutti gli altri schieramenti. Prima del ‘94 sarebbero state infatti impensabili alleanze tra UDEUR e PRC, tra Margherita e Rosa nel Pugno, tra Lega ed AN. Il dibattito si è spostato dai principii di ogni singolo partito al pro o contro Berlusconi e quel che è peggio è che ciò è inevitabile: questione di priorità.
Qualora vincesse Prodi, il suo non sarebbe certo un Governo esaltante. Anzi, sarebbe strano il contrario, giacché se ad esempio Bertinotti e Mastella andassero d’amore e d’accordo per cinque anni significherebbe che c’è qualcosa di losco sotto - molto più facile è invece l’armonia tra leghisti ed ex fascisti della compagine di Fini, dal momento che quelli di Alleanza Nazionale sono riusciti perfino a far rimpiangere i loro trascorsi da “duri e puri”, quando erano più interessati alle manifestazioni a Predappio che al potere effettivo, prima di moderarsi ed apprendere le tecniche democristiane affinate dalla vicinanza berlusconiana, quelle per cui “si sta con tutti purché comodamente in poltrona” - però purtroppo non ci sono alternative possibili se non si desidera un altro quinquennio di indecenza berlusconiana, di un sistema sul quale un certo Licio Gelli, l’ex Gran Maestro della P2, alla quale Berlusconi era tesserato, ha rilasciato:“Avevo già scritto tutto trent’anni fa”.
Nella speranza di lasciarsi alle spalle strategie di controllo da spot pubblicitario e fare dell’italiano medio un animale politico adulto.

Le mani sulla città

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L’ignobile mausoleo di Berlusconi

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 11 Febbraio 2006

Silvio Berlusconi, ultimamente ospite al programma Mediaset Matrix dal sedicente sinistrorso Enrico Mentana (ebbene sì, pare si possa essere ospiti anche a casa propria), si è paragonato a Napoleone (gli era già capitato di autodefinirsi “il Gesù della politica”) : “Abbiamo lavorato molto, molto, ma molto di più di tutti gli altri governi… Solo Napoleone aveva fatto di più… ”. ”Non vorrà mica fare il confronto con Napoleone?” ha incalzato il fido padrone-di-casa-maggiordomo. Il Cavaliere ha replicato: ”Io sono sicuramente più alto”.
Sorvolando sul valore dell’irresistibile boutade (la quale non sembra necessiti di particolari commenti) dell’irresistibile Premier, solito ad irresistibili sparate di irresistibile simpatia vezzosamente autocelebrativa, tuttavia l’affermazione apre un’interessante prospettiva di indagine storico-politologica: un immaginario faccia a faccia tra l’ex cantante piduista e l’ex soldato semplice isolano, self-made man ante-litteram. Accomunati da una simile smodata ambizione personale e nulla più, ad incendiare un fantastico dibattito uno contro uno non mancherebbero motivi di attrito.
Ad esempio un’insanabile diverbio sorgerebbe in materia di sepoltura dei morti. E’ nota infatti la posizione in merito del Bonaparte: con il famigerato Editto di Saint-Cloud del 1804 egli sancì che, per motivi igienico-sanitari (nonché per concezioni egualitarie di matrice giacobina) i defunti dovessero essere tumulati fuori dalle mura delle città, in appositi cimiteri con tombe dalle lapidi uguali, e non più quindi all’interno di chiese o palazzi, onde scongiurare morbi causati dalle esalazioni dei corpi in putrefazione. Una disposizione tanto saggia da essere arrivata fino ad oggi praticamente immutata e tuttora in vigore a titolo di legge pressappoco in ogni nazione del mondo.
Legge che invece Berlusconi, guarda caso, non gradisce affatto. Se fosse accaduto che Silvio avesse letto Foscolo, si sarebbe potuto supporre che la sua antipatia verso l’editto napoleonico fosse dovuta ad un’interpretazione distorta del carme Dei Sepolcri. Già, perché quando il poeta parla dell’importanza del monumento funerario per eternare nel ricordo lo spirito dei grandi uomini, per “forti” intende i giganti delle arti e delle scienze (cita Machiavelli, Dante, Michelangelo, Galileo, Alfieri sepolti in Santa Croce a Firenze) e non certo gli abili imprenditori scesi in politica per lustrare una fedina penale tutt’altro che limpida.
Fatto sta che il Presidente del Consiglio ha in spregio l’idea di finire in un comune cimitero e condividere la terra col volgo. E’ noto infatti che all’interno della sua villa di Arcore si sia fatto costruire un vero e proprio mausoleo, astutamente registrato come “deposito di materiale inerte”, che dovrebbe accogliere le spoglie sue e degli altri componenti della famiglia. Per questo sta cercando in tutti i modi di cambiare la legge di derivazione bonapartiana al fine di essere inumato nel monumento eretto alla sua persona.

Meno noto e ben più sconvolgente però è che l’autore dell’edificio, il prestigioso scultore Pietro Cascella, lo abbia ornato con statue ispirate a Guernica di Pablo Picasso. Sì, esatto, Guernica, proprio Guernica, l’opera d’arte impegnata per eccellenza, una delle più – se non la più – pregne di significati politici di tutti i tempi.

Guernica

La storia è questa: la sera del 26 aprile 1937, in piena guerra civile spagnola, che vedeva contrapposti i fascisti golpisti alle forze di resistenza democratiche, comuniste ed anarchiche, la cittadina basca di Guernica subì il primo bombardamento aereo della storia, eseguito a mero titolo di esperimento dai tedeschi, alleati dei falangisti del generalissimo Francisco Franco. Su 10000 abitanti, in tre ore e mezza circa 2000 furono i morti ed oltre 1000 i feriti, tutti civili: la cittadina infatti non aveva avamposti militari. Appresa la notizia, Picasso, comunista e quindi antifranchista, impegnato nella realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi, dipinse in appena due mesi un pannello enorme (metri 3.5 x 8) che commemorasse la tragedia, rigorosamente in bianco e nero, dal momento che il sangue delle vittime aveva lavato via il colore.
Ecco cos’è Guernica: la testimonianza sofferta di un atroce crimine contro l’umanità. Per questo ciò che ha fatto Cascella è vergognoso, imperdonabile: utilizzare l’emblema della lotta al totalitarismo, il simbolo di ogni denuncia di sopruso ai danni del popolo, per la mera celebrazione di un uomo – peraltro alto borghese, capitalista, destroso, demonizzatore del comunismo mentre Picasso era comunista e la guerra civile spagnola veniva combattuta contro l’usurpazione delle destre - svuotandolo in tal modo di ogni significato storico ed umano, è un atto criminale, irrispettoso delle vittime di quella strage infame ed irrispettoso anche dell’arte stessa, tanto più che l’autore del mausoleo è un artista tra i massimi contemporanei. Pensare che Cascella ai tempi realizzò perfino un Monumento alla Resistenza (1979, Massa Carrara) ed addirittura una scultura intitolata Bella Ciao… Se persino un artista sputa su una delle massime pitture di sempre e su tutti i valori che essa rappresenta, per di più tra l’indifferenza generale degli addetti ai lavori, diventa davvero difficile nutrire ottimistiche speranze per il futuro della cultura.
Chissà se Cascella si sia sentito un novello Duchamp alle prese con una decostruzione della sacralità dell’arte… D’altronde il fondatore del dadaismo arrivò a fare i baffi alla Gioconda nel celeberrimo L.H.O.O.Q. - N.B. pronunciando le lettere in francese si ottiene “elle a cheau au cul”, (=ella ha caldo al culo), riferimento al calore emanato dal forno dell’alchimista; dunque il quadro si configura come una sottile, colta e fondatissima allusione alle pratiche alchemiche di Leonardo da Vinci ed al carattere ermetico dell’arte in generale. Se le cose stessero così, Cascella dimostrerebbe di non aver capito alcunché di Duchamp, dal momento che il francese desacralizza l’arte per l’arte stessa e per il sapere, mentre l’italiano lo ha fatto per i soldi di Berlusconi. C’è una bella differenza…
Prestando le figure di Guernica al sepolcro faraonico berlusconiano, Cascella ha calpestato la memoria di morti innocenti, infangato Picasso, la sua arte e tutta l’arte, disonorato la lotta contro le dittature e gli abusi del potere, ignorando le sofferenze patite da coloro i quali hanno subito i soprusi del totalitarismo e di coloro i quali hanno pagato con la vita il semplice fatto di essere nati.
Guernica è stata bombardata di nuovo.

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La religione è diseducativa

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 11 Febbraio 2006

Sul potere oppiaceo della religione si parla ormai da tanto di quel tempo e così tanto frequentemente (il che comporta spesso un’insopportabile sufficienza nell’utilizzo) che una massima epocale partorita dal genio di un gigante della filosofia rischia di diventare un proverbio, un luogo comune.
Sovente capitano però eventi che non fanno alcunché per avvalorare le posizioni sostenute dai detrattori della veridicità della tesi marxista e palesano il carattere di intorpidimento intellettuale del sentimento religioso.
Un esempio è stato offerto proprio in questi giorni, relativo al processo contro le ben note Bestie di Satana; un fatto minuscolo, sfuggito all’attenzione dei più, ma macroscopico quanto a significati sottesi.
E’ accaduto infatti che dure, sacrosante, sentenze di condanna siano state emesse ai danni di tutti gli aderenti alla setta.
E fin qui tutto bene.
Un errore madornale nella sua piccolezza è stato però commesso proprio dal p.m. che ha sostenuto l’accusa: Antonio Pizzi. Questi ha infatti tenuto un crocifisso sul banco per tutta la durata dell’udienza e, intervistato al TG1, ha dichiarato:”In una vicenda simile, mi faceva sentire protetto”.
Ora, il magistrato ha mandato in fumo un’occasione d’oro: quella cioè di attribuire al processo una funzione non meramente punitiva, ma anche e soprattutto educativa, “didascalica”.
Già, perché un prezioso insegnamento si sarebbe potuto e dovuto dare ai tanti giovani che rischiano di cadere vittima di credulonerie tutt’altro che innocue: quello per cui non è il diavolo evocato che si impossessa delle anime degli uomini e per mezzo dei corpi compie delitti atroci, bensì è una situazione socio-psicologica disagiata che trasforma l’uomo in un demonio, tramuta un comune gruppo di amici che inganna con la musica la noia della provincia in un branco di invasati sanguinarii.
Col suo gesto il p.m. ha vanificato ogni possibilità di liquidare la pericolosa credenza in un fantomatico Maligno responsabile occulto di delitti efferati: laddove si fantastica su agenti sovrannaturali, tutto è invece “umano, troppo umano”.
Antonio Pizzi utilizzando quel crocifisso per allontanare chissà quali forze oscure, quasi con un “vade retro”, non ha fatto altro che combattere una grave superstizione con un’altra del medesimo stampo, fortificando ciò che avrebbe dovuto distruggere. Le Bestie di Satana in fondo l’hanno avuta vinta: loro vanno in galera, ma il Principe delle tenebre resta in circolazione. Praticamente l’accusa ha ammesso la presenza di mandanti infernali e Lucifero è sempre pronto a procurarsi nuovi adepti.
Bastava poco per sconfiggere la Bestia ed i suoi seguaci: semplicemente smascherandone il carattere prettamente, squallidamente terreno e dimostrando che problemi del genere si possono risolvere tramite interventi sul tessuto culturale della popolazione. Non si ammazza nel nome di Satana se si capisce che si tratta di una bufala.
E’ sufficiente un crocifisso per fallire importanti missioni.
Molto diseducativo. Anzi, oppiaceo

Il sonno della ragione produce mostri

Francisco Goya, Il sonno della ragione produce mostri, 1797-99

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Breve analisi di un TG italiano

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 9 Dicembre 2005

TG2 delle 20.30: le dimissioni di Antonio Fazio la fanno (giustamente) da padrone. Ma alla maniera del TG2, appunto, e purtroppo.
Il primo servizio di Donato Placido è quasi commovente: il cronista regala un addio struggente (”Cinque mesi solo, contro tutti”. Poverino…), della serie:”Ciao, bambino dello spazio! Ci mancherai…Sigh!”.
Poi la dichiarazione del Presidente Silvio Berlusconi, che ringrazia addirittura Fazio (della serie:”Beh, avrebbe potuto rubare molto di più”) perché il Governatore della Banca d’Italia ha compiuto un gesto “che poteva anche non fare”: “Sulla sua probità e comportamento non ho mai avuto alcun dubbio”. Nemmeno noi…
Segue piccolo spot pubblicitario per Porta a porta e pro-Berlusca.
Buttiglione:”Fazio è un galantuomo”.
Inaspettatamente segue un piccolo ritaglio di spazio per l’Opposizione. Sia ben chiaro: solo di tre esponenti si sente la voce (Prodi, Rutelli, Giordano). Per il resto è il giornalista a riassumere le interviste. E c’è una bella differenza d’impatto mediatico tra dichiarazione diretta ed indiretta.
Intanto tra le notizie che scorrono nel sottopancia, le informazioni calcistiche vengono prima dell’incriminazione dei probabili ladri de “L’urlo” e della “Madonna” di Munch.
Come poteva mancare poi un bel servizio sul delitto di Cogne? Anna Maria Franzoni è la nuova protettrice d’Italia. Dispiace per Santa Caterina da Siena, ma la santa capirà le leggi dello spettacolo e non se ne avrà a male.
Finalmente, il freddo invernale. Scoop clamoroso del TG2: quest’inverno fa freddo! Stai a vedere che d’estate farà caldo? D’altronde non ci sono più le mezze stagioni.
E si torna a parlare di Bankitalia: prestigiosa qui, papabili prossimi governatori là, ed ovviamente silenzio totale sul fatto che la Banca d’Italia è la responsabile dello stato disastroso dell’economia nostrana in quanto esercita il potere finanziariamente omicida del signoraggio sullo Stato.
Arriva Bush:”Il nemico è pericoloso”. George Dabliu passa e se ne va, senza commento alcuno alle sue esternazione palesemente menzognere sull’Iraq.
Che bello poi Ratzinger “incantato” di fronte ad un trio musicale napoletano! “Voi tre avete fatto cantare a Ratzinger Reginella: com’ è andata?” “Nella sua semplicità ci siamo aperti”.

“Beh, poteva andare peggio” “No.” (Altan)

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Sovversivi

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 9 Dicembre 2005

Sovversivi

La democrazia del manganello

“L’Italia è una Repubblica democratica”: così recita la Costituzione. Ma dice il falso. L’Italia non si è ancora scrollata di dosso la polvere del regime da manganello. Dopo gli avvenimenti imbarazzanti della Caserma Diaz durante il G8 di Genova e degli abusi di Bolzaneto, l’Italia si è macchiata dell’ennesimo untuoso crimine: intorno alle 3.30 di stamattina, Polizia e Carabinieri hanno sgomberato con la forza il presidio pacifico dei manifestanti a Venaus contro la costruzione della linea TAV in Val di Susa.
Comuni cittadini di tutte le età hanno subito la carica violenta delle forze dell’ordine mentre la gran parte di loro si trovava nella propria tenda. Per ora il bilancio delle percosse ammonta ad una ventina di feriti. Un pensionato già in precarie condizioni di salute è stato colto da malore durante il blitz.
Un pensionato sessantenne già in precarie condizioni di salute…Ecco chi erano i pericolosi sobillatori da reprimere con la forza, i nemici dello sviluppo economico.

Carica poliziesca

In Italia vengono ancora ordinate dall’alto repressioni a colpi di manganello di proteste legittime e civili.
Dal mondo politico arrivano dichiarazioni sconcertanti. Follini, per nulla turbato dall’evento dichiara:”Con franchezza, credo che l’alta velocità sia un progetto positivo che aiuti la modernizzazione del nostro paese e che quindi vada promosso”. Maroni si dice appena “rammaricato”:”Mi rammarico che avvengano, ma spero che si possa trovare il modo di usare quest’opera, soddisfacendo anche le richieste dei cittadini che pongono questioni legittime. Ma è questa un’opera che non si può non fare, condannerebbe l’Italia all’esclusione dal Corridoio 5, la farebbe ritornare a quell’espressione geografica che abbiamo imparato sui libri di storia. Purtroppo è una situazione di crisi che va gestita bene. Spero che si trovi presto una soluzione”. Calderoli si fomenta, esaltato dall’esibizione di virilità militaresca:”Occorre una linea durissima contro chi sta strumentalizzando la protesta degli abitanti della Val di Susa”. Cicchitto viene colto da delirio:”Il ministro dell’Interno Pisanu e le forze dell’ordine hanno fatto l’unica cosa possibile dopo mesi di confronti, colloqui, trattative. Nessuno può pensare di bloccare un’opera di tale importanza come la Torino-Lione ricorrendo al blocco dei cantieri e ai picchetti che impediscono ai lavoratori l’accesso ai cantieri stessi”.
Sul fronte del Centro-sinistra lo sdegno appare piuttosto contenuto. Di Pietro parla di “errore non da Stato democratico”, in linea con Prodi il quale, invece di condannare il fatto in sé come sarebbe normale, naturale, ovvio, afferma che “così si produce solo esasperazione in una situazione già critica”. Come a dire: non si tratta di uno scandalo di principio, ma di una sbagliata valutazione funzionale. Né si scompone eccessivamente Fassino, peraltro favorevole al progetto:”La scelta del governo di risolvere con la forza invece che con il dialogo e il negoziato la difficile situazione in Val di Susa non può essere accettata”.
Pochi sono a qualificare il gesto per quello che è: Bertinotti, Agnoletto, Pecoraro Scanio lo definiscono vergognoso, indecente, di una gravità inaudita. Pochi, e pochi altri.
Insomma, sconcerta la mancanza di sconcerto. Che la democrazia italiana fosse profondamente, forse irrimediabilmente, malata, si sapeva; d’altronde quando l’Opposizione tollera la censura, non appoggia le manifestazioni popolari anti-governative, pratica un ignobile assenteismo alla Camera ed al Senato, un Governo, specie uno cripto-fascista, ignobile, disonesto, come quello berlusconiano, si sente ancor più autorizzato ad approfittare del proprio potere, sia esso mediatico, economico o, come in questo in questo caso, militare. Ma che ancora si ricorra al manganello per affossare la libertà di pensiero, no, a questo non ci si deve abituare. Mai.

Approfondimenti:
La Repubblica
Legambiente Val Susa
Beppe Grillo, “Tav, no grazie!”

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