Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

Archivio per la categoria ‘Nettezza Umana’

Dice il saggio: “Nun se pijamo pe’ ‘r culo”

Pubblicato da sdrammaturgo su 11 Novembre 2009

[...] Giovanardi segue le politiche giovanili del governo e la lotta alla droga. E non ha alcun dubbio. Non ci sono responsabilità umane nella morte di Cucchi. Quel corpo pieno di lividi e fratture di cui è ancora ignota la causa, quelle cartelle cliniche apparentemente manomesse, quella coltre di dubbi che circonda la morte del ragazzo romano, per il sottosegretario, non significano nulla. Se c’è un colpevole, per Giovanardi, è la droga: “Che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c’è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così”. [...] (fonte)

*

Ah Giovanà, me pò anche stà bene che la droga te fa diventà come ‘na larva e te riduce come ‘no zombi; ma che te mena pure…!


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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Pubblicato da sdrammaturgo su 2 Luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato ha passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

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Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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Riassunto delle forme di governo più gettonate

Pubblicato da sdrammaturgo su 3 Giugno 2009

Sottotitolo: Un agile aiuto per comprendere e tradurre quando al telegiornale si sente parlare di elezioni o delle marachelle del principino Henry

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Monarchia

“Il padrone sono io, lo ha deciso Dio. Lo ha detto a me e pure al vescovo. Ti devi fidare. Per forza”

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Dittatura

“Il padrone sono io e se non ti sta bene ti meno”

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Oligarchia

“I padroni siamo noi. Che ci vuoi fare, è andata così”

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Democrazia

“Quale padrone vuoi tra questo, questo e questo?”
“Questo”
“Spiacente, la maggioranza ha deciso che ti devi beccare quest’altro”


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La mia Gay Help Line

Pubblicato da sdrammaturgo su 7 Aprile 2009

In questi giorni è possibile vedere in giro per Roma i manifesti pubblicitari della Gay Helpline, una linea telefonica istituita a supporto di persone omosessuali in difficoltà. L’iniziativa, come ogni iniziativa, è ampiamente perfettibile e pecca, come spesso accade, della solita moderazione.
Mi spiego. Uno degli slogan recita: “Come faccio a dirlo ai miei?” e mostra un ragazzo con una cornetta in mano. Ecco, il cartellone comunica al giovane gay od alla giovane lesbica di passaggio che dall’altra parte del filo ci sarà una persona che li aiuterà a trovare le parole giuste per far sapere ai loro genitori che i propri figli hanno gusti diversi da quelli di padre e madre.
Ora, voglio offrire anche io il mio contributo alla causa e mi permetto di dare il mio personale consiglio agli omosessuali che si trovino in tale condizione.

Sei omosessuale e pensi che i tuoi genitori potrebbero prendere male la cosa? Fatti coraggio e palesa loro senza timore il tuo essere. Se reagiranno male, mandali a fanculo, odiali, disprezzali con tutto lo schifo di cui sei capace.
Tu non hai niente di strano, non hai nulla da farti perdonare, non hai commesso nessun gesto abominevole per cui necessiti di essere accettato o tollerato. Se i tuoi genitori considerano l’omosessualità una malattia, una vergogna, un peccato o quant’altro, non meritano né il tuo amore né il tuo rispetto.
Devi cominciare a capire che tuo padre e tua madre sono solo persone come tutte le altre. Liberati dalla soggezione del potere familista, cerca di rompere il tabù della sacralità della figura genitoriale.
Nessuno ti ha costretto alla devozione verso tuo padre e tua madre, nessuno tranne te stesso. Non è obbligatorio, non sta scritto da nessuna parte che bisogna portare una maggiore reverenza nei confronti di chi ha soltanto eiaculato in una vagina per poi tirartici fuori senza averti interpellato.
E se ti hanno cresciuto con amore, beh, hanno fatto soltanto il loro dovere, né più né meno.
Cosa penseresti di un individuo che non sopporta il fatto che un altro individuo preferisca il riso alla pasta? Non lo reputeresti pazzo o deprecabile? Perché mai allora non puoi pensare lo stesso di chi ti ha generato?
Impara: i tuoi genitori, di per sé, non hanno niente di speciale. Valutali in base ai loro comportamenti, non in base al ruolo che incarnano. Astraiti da quello che rappresenta la loro figura, immagine dittatoriale che ti è stata imposta dalla tradizione. Valutali indipendentemente dal legame di sangue, che non è niente, non è niente. Quel che conta è ciò che una persona pensa e fa, non la posizione sociale che occupa. Quella è solo una convenzione di matrice religiosa, originata da una visione perversa della vita. Allontana quindi da te le convenzioni soffocanti, che ti arrecano un dolore ingiusto, un disagio iniquo e che ti possono annebbiare.
Se saranno scossi dalla tua “rivelazione”, come se avessi detto loro che mangi cadaveri di bambini di sei mesi, vattene da quella casa di merda. Se hai paura che tuo padre possa picchiarti, scappa oppure resisti e prendile, così avrai una scusa per denunciarlo e vederlo sborsarti bei soldoni e magari andare in galera, quell’insulso patetico idiota. Se alza le mani su di te ma tu sei in grado di difenderti, dagliele: ci sarà ancora più gusto a pestare un simile coglione.
Sappi che tu camminerai per tutta la vita a testa alta, mentre quelli là, il pater familias e la sua serva mater, marciranno da bravi schiavi stronzi quali sono nella loro fogna di valori inetti, siano essi pregni di conservatorismo popolare, bigottismo piccolo borghese o tradizionalismo aristocratico.
Sei migliore di loro, non dimenticarlo mai. E ricorda anche: non baciare le mani di chi ruppe il tuo naso. Sputaci, poiché reggono un esecrabile bastone.

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Appendice – Sdrammaturgia estrema

Rega’, c’è stato un terremoto in Abruzzo, avete sentito?
Le catastrofi naturali sono una vera tragedia. Quando capitano, poi non si parla d’altro. Credo siano state inventate per dare alla gente un argomento di conversazione. Un po’ come il maltempo. Un maltempo potenziato.
A parte tutto, ognuno di noi può fare qualcosa per il prossimo. Ad esempio tacere.

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Le tre prove dell’idiozia umana

Pubblicato da sdrammaturgo su 19 Febbraio 2009

1) Il nudo-solo-in-spiaggia

Tra tutti i retaggi più insulsi di matrice religiosa che l’essere umano civilizzato si porta appresso merita senza dubbio un posto di riguardo la ridicola ed inspiegabile vergogna per il nudo.
Perché mai infatti dovremmo vergognarci di mostrare il pene, la vagina, il seno, il sedere e non il mignolo, il mento, il polso, il ginocchio? Non sono forse tutte ugualmente parti del medesimo corpo?
E’ buffo pensare che se fondassi un credo che considerasse peccaminosa l’esposizione solo del collo e della fronte e la mia confessione prendesse piede conquistando buona parte del mondo, tra qualche centinaio di anni sarebbe possibile vedere in giro tutta gente ignuda con la sciarpa e la bandana, mentre chi si mettesse una maglietta lasciando la testa a prendere aria verrebbe considerato un matto, un insolente, uno svergognato.
Basta, da oggi ho deciso che il gomito mi offende non poco, quindi esigerò la pudicizia da chiunque imponesse alla mia vista quello spregevole osso spigoloso e proporrò un disegno di legge che punisca severamente per atti osceni tutti quelli che se ne vadano in giro con il gomito scoperto. E che è, non se ne può più con questi gomiti di fuori.
Dove però l’assurda imbecillità di tale convenzione sociale del buon costume tocca vette sconvolgenti è in quello che chiameremo il fenomeno della spiaggia.
Non ho mai capito infatti perché se sto in mutande in spiaggia va bene, è tutto normale, ci stanno tutti e nessuno ti guarda male; se esco in piazza in mutande, mi arrestano. Addirittura, l’essere umano, per ingannare se stesso, sulla spiaggia chiama mutande e reggiseno con un altro nome: costume. Strano, eppure a me sono sempre sembrati i medesimi indumenti atti a coprire zinne, cazzo, fica e culo.
Non solo: in spiaggia anche il topless è accettato come naturale. Ma appena una ragazza senza il pezzo di sopra mette un piede fuori dal perimetro che delimita la spiaggia, si entra nell’ambito del reato contro la pubblica moralità. Il tutto nello spazio di cinque centimetri, quelli in cui finisce la sabbia e comincia la strada. Inoltre, nessuno fa troppo caso all’eventuale passerona a tette al vento. Sì, magari qualche sguardo interessato lo attira, ma è niente in confronto agli occhi tra lo sbalordito e l’allupato che le si appiccicherebbero addosso qualora lasciasse intravedere anche solo un quarto dell’aureola del capezzolo in un locale od al supermercato.
Mi chiedo: che cambia? Non sono sempre poppe? Per di più, non sempre le stesse poppe?
L’imperativo della variazione di tolleranza e dell’adeguamento a seconda del contesto (dal “c’è modo e modo” al “c’è luogo e luogo”) manca quindi totalmente di razionalità, non ha alcun pro ma soltanto contro, poiché fomenta pure valori pregiudiziali e repressione.
Eppure è largamente condiviso e sono in pochissimi a farci caso. Ergo, l’essere umano è in vasta maggioranza idiota.
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2) L’abito adatto

Strettissimamente connessa alla prima prova è quella dell’abito adatto. Indescrivibile è lo smarrimento e la tristezza che l’intelligente prova di fronte alla deprimente regola prettamente formalista per cui “bisogna indossare l’abito adeguato ad ogni determinata occasione”. Che se alle poste l’impiegato che mi mette il timbro ha un kimono invece che giacca e cravatta, il timbro non si imprime ed il bollettino non parte.  Che cambia se a teatro vado in ciabatte invece che in frac? La musica non la sento uguale? Non v’è alcuna logica, nessuna funzionalità.
I più accettano tranquillamente come legge non scritta normale ed anzi buona e giusta la famigerata tiritera per cui “se vai ad un colloquio di lavoro, devi vestirti in un certo modo, altrimenti fai una brutta impressione”, permettendo in siffatta maniera che tale aberrazione della ragione perduri e si fortifichi.
In che modo infatti una maglietta od una giacca od un par de carzoni possono apparire sconvenienti? “La tua camicia rappresenta una mancanza di rispetto nei miei confronti”; “che screanzato, presentarsi qui con le scarpe azzurre invece che marroni!”; “mi sono sentito ingiuriato da quel cappotto”.
Una specie che ha partorito una simile gabbia dell’apparire merita senza dubbio l’estinzione per manifesta cretineria.
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3) I gioielli

Una volta, uno, ha preso un sasso più lucido degli altri, lo ha portato ad alcune persone ed ha detto loro: “Ecco, ho deciso che questo sasso vale molto, se lo possiedi diventi qualcuno, quindi se mi date molti beni e molto denaro io vi do questo sasso che non serve a niente, non si mangia, non funge da utensile, non riscalda, non protegge”. Le altre persone non si sono lasciate sfuggire l’affarone ed hanno coperto di ricchezza il paraculo in cambio del sercio. E’ così che sono nate le pietre preziose.
Cosa c’è di più stupido del concetto stesso di gioiello? Quale convenzione più disarmante di quella che ha conferito del tutto arbitrariamente altissimo valore ad oro, argento, platino, diamanti?
Ogni signorotta che sfoggia fiera la collana di brillanti, ogni signorotto che porta con orgoglio un orologio d’oro, costituiscono per me un insondabile mistero.
Praticamente alcuni poveracci vessati vanno a cercare dei sassi. Altri altrettanto poveracci prendono quei sassi e li lavorano sgrezzandoli, pulendoli e dando loro una qualche forma ed uno stuolo di benestanti li brama. Perché vuoi mettere, un sasso in tasca o sul comò ti cambia la vita. E non è finita qui: chi è meno benestante, finisce per invidiare sperticatamente i possessori di quei sassi ripuliti. “Uff, beati loro, anch’io vorrei qualche sasso”. D’altronde, questo fenomeno sconcertante si sposa con il concetto altrettanto desolante di status symbol.
Ho deciso di svoltare: spargerò in giro la voce che il brecciolino è una cosa sublime e se ce l’hai sei qualcuno. Quindi andrò a farne incetta nelle buche della strada e lo rivenderò “a peso d’oro”, giustappunto. Qualcuno avrà certamente da obiettare: “Eh, ma il valore delle pietre preziose dipende dalla loro rarità e soprattutto dalla difficoltà di reperirle”. Benissimo, vorrà dire che getterò il brecciolino in un canyon, dopodiché manderò una squadra di specialisti a recuperarlo e, quando con fatica lo avranno riportato, sarò miliardario. Poi mi butterò sul nascente mercato della ghiaia di lusso e su quello fiorente dei sampietrini eleganti.
Immagino già il successone: “Cara, per il nostro anniversario ti ho regalato questa collana di brecciolino” “Ommiddio, non ci posso credere! Grazie, chissà quanto ti sarà costata! La sognavo da sempre! Ti amo”; “Capirai, quello è ricco sfondato. Hai visto che anello di sampietrino che c’ha?”; “Sei davvero una persona impagabile, un uomo eccezionale, un ragazzo di ghiaia, guarda”; “Non puoi capire, mi ha regalato l’anello di fidanzamento! Tutto tempestato di sassetti di brecciolino!”; “Primo premio, una parure di sampietrini con collier di ghiaietta da giardino dal costo di centocinquantamila dobloni”. Nel Klondike partirebbe una forsennata corsa al brecciolino.
Talvolta, un sasso da riporre in un cassetto di un mobile della casa ha un prezzo superiore a quello della casa. Curioso, no?
Un’umanità per cui un sasso giallo vale più di una zucchina è un’umanità oggettivamente deficiente.

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Dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante

Pubblicato da sdrammaturgo su 12 Gennaio 2009

Sottotitolo: Di cosa si sta parlando quando si parla di educazione

Sottaceto del sottotitolo: Apologo vagamente brechtiano sulla società e chi la compone, chi la scompone e ne dispone, chi la decompone e chi le si oppone

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A scuola, quando entrava l’insegnante,
molti si alzavano automaticamente,
e quelli sono diventati schiavi perfetti;
pochi si alzavano con convinzione,
e quelli sono diventati degli ottimi borghesi;
alcuni si alzavano controvoglia,
e quelli sono diventati delle teste di cazzo;
io non mi alzavo affatto
e sono diventato un anarchico intelligente.

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In allegato, una divagazione a tema ed in tema

La moda è un fenomeno aberrante e si sa. In genere si dice che sia una tremenda e pericolosa cazzata in quanto l’individuo sospende il proprio giudizio e – per comodità, pigrizia, vigliaccheria, ignoranza, semplice imbecillità (tutti fattori che concorrono a comporre la sindrome del gregge) – delega il proprio pensiero ad un altro che pensi al posto suo e decida per tutti (e, in tal modo, l’altro ti frega e ci lucra, aggiungo).
Ora, per me il problema non è tanto – o comunque non solo – questo. Personalmente, sarei ben felice se fosse, che so, José Saramago ad indicare cosa debba piacere a tutti e tutti si omologassero al suo gusto ed alla sua intelligenza. Il guaio è che a farlo sono Dolce e Gabbana.

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Post scriptum – Forse non tutti sanno (e molti preferirebbero non sapere) che

A Roma – udite udite – è stato inaugurato (rullo di tamburi, suspence, squilli di tromba, un bambino in terza fila – per dare l’effetto del pubblico – si scaccola, il nonno gli dà uno scappellotto, ma tanto ha novant’anni ed un tumore ed ha i giorni contati, quindi il pargoletto lo deride e lo rovescia dalla carrozzella, così, gratuitamente, a sfregio) nientepopodimeno che lo Shopping Bus, una linea circolare gratuita di trasporto pubblico istituita appositamente per condurre turisti e cittadini a fare shopping in centro.
Sì, avete capito bene: lo Shopping Bus.
D’altro canto, cosa c’è di meglio, dopo una dura settimana di lavoro, di un bel tour guidato nei luoghi storici delle compere inutili ove spendere in cazzate le briciole del padrone per far arricchire altri padroni? La vita, si sa, è divisa in lavoro ed acquisti.
Mi sono subito venuti in mente i percorsi obbligati per i topi in laboratorio. L’uomo schiavizza i topi per imparare a comportarsi da topo schiavizzato.
Questa preziosa risorsa per il comune – che ringraziamo per la brillante iniziativa che dà nuovo lustro alla vita culturale della città – avrà di certo bisogno di uno slogan che la lanci definitivamente nell’olimpo della millenaria storia romana. Ne propongo uno: “Lavora, consuma, crepa. Ma con l’ATAC”.

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Amore di nonna

Pubblicato da sdrammaturgo su 26 Dicembre 2008

Sottotitolo: Non è un caso se si chiama nonnismo.


Di mamma ce n’è una sola. Di nonne invece ce ne sono talvolta anche due.
L’amore è raddoppiato, l’incremento di affetto è notevole.
Qualche anno fa è morta mia nonna materna. Donna pia (ma pia forte), non si è mai persa una messa, un rosario, un vespro, una novena. Una vera professionista del triduo, una stakanovista dell’orazione, una recordwoman dell’angelus. Tutti i giorni in chiesa, seguendo pedissequamente ogni dettame cattolico, chiedendo sovente la consulenza del frate per non correre il rischio di commettere qualche peccato nascosto nel condimento troppo arrogante dei rigatoni. Mai una parola fuori posto, nessun moto che potesse sembrare vagamente superbo, mai una maldicenza, mai una presa di posizione. Tutta votata a mitezza, umiltà, passività totale, dedita solo al Signore ed alla famiglia, di un’ingenuità disarmante. E’ morta senza credere all’esistenza del fax. Eh, santa donna. A quest’ora si sarà già resa conto della fregatura.
Chi è ancora ben in salute è invece mia nonna paterna: smaliziata, una che sa come va il mondo, donna di carattere, un tipo giovanile (perlomeno rispetto alle matriarche della prima colonia fenicia).
Ah, quanto le devo! Quanta dolcezza, quanta tenerezza, quanto orgoglio ha sempre dimostrato nei miei confronti fin da piccolo! Come quella volta in cui, bambino, me ne stavo con il mio ruspantissimo amico Fiore ad analizzare e commentare l’orto della pòra Ada. “Oh, ha piantato dieci finocchi, sono tanti!”, dissi. “Macché, so’ pochi”, corresse prontamente il mio rustico ed esperto sodale. Amorevolmente, intervenne mia nonna a stabilire una volta per tutte la verità: “C’ha ragione Fiore: so’ pochi, lui sì che ce capisce, tu che ne voj sape’?”.
E poi, crescendo, quando si avvicinava l’età per prendere il motorino, lei era lì, pronta a rassicurarmi: “Nonna, vado a fare un giretto con il Dingo del nonno, tanto sono capace” “Ma quando mai, nun sei bbono”.
E più maturavo io, più aumentavano il suo calore umano e la sua stima per il suo diletto nipote. Una volta, approssimandosi gli anni della ragione, stavo conversando con un paio di amici sui segreti della giovinezza: “Sento che è come se non fossi mai stato adolescente, come se fossi passato immediatamente dalla preadolescenza all’età adulta”. Subito mi fece eco lei, la mia cara ava: “Ma quale omo, che sei un regazzino, sei”.
Finché arrivò anche il momento del primo amore: i diciotto anni, e con essi, la mia prima vera fidanzata. Alta, bella, magra e soprattutto figlia di dottore: a mia nonna capitò di conoscerla e non le parve vero. “Tienitela stretta, che a te quando te ricapita?”.
Così pure quando tre mie amiche particolarmente avvenenti, eleganti ed intelligenti vennero a passare un fine settimana con me nel mio paese d’origine: mia nonna le vide e volle subito mostrare la propria sterminata ammirazione verso di me (della quale peraltro non aveva mai fatto mistero): “Ma pensa un po’… Mica pensavo che tu ci potessi avere amiche così belle”.
Oh, che preziosa cosa è stata il suo prendere sempre sul serio le mie idee, i miei pensieri, i miei valori! “Io non mangio carne, né alcun altro cibo di origine animale, poiché sono nemico della violenza, nutro uno sconfinato rispetto per l’alterità, sogno un mondo in cui l’etica prevalga sull’egoismo e l’avidità!” “D’altronde è l’età, ’ste fissazioni so’ normali, voj esse a la moda. Bah, te passerà”.
Come dimenticare il suo ritenermi un gioiello, il migliore, unico? “Il nipote de la Rita ha fatto ingegneria, s’è laureato, è bravo tanto, mo’ lavora, guadagna bene… Mah, pure tu qualche cosa nella vita la combinerai…”. Fiducia che rinnovò (semmai ce ne fosse stato bisogno) sentendo parlare dei miei successi universitari: “Insomma dice che studi, dai l’esami, piji trenta… Mah, sarà vero…”.
Nonnina, nonnina mia, come sei buona, con quei tuoi sguardi affettuosamente rassegnati allorché mi dici: “Ma che farai là pe’ Roma… Pensa a fatte una posizione sociale, datte da fa’, dacce qualche soddisfazione”; quei tuoi insegnamenti così dignitosi, tipo: “Quando conosci uno potente, staje appresso, fatte vedé che ce sei sempre, portaje la borsa, passa avanti a quell’altri, che tanto per te nun ce pensa nessuno”; quella tua costante espressione delicatamente dubbiosa, quel tuo discreto scuotere la testa sconfortata come di chi crede profondamente in chi ha davanti.
Nonnina, nonnina mia, io ti guardo, ti vedo ancora così tanto vispa, arzilla, attenta e mi dico che ciò che conta è che sei ancora viva. Li mortacci tua.

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Io, favoreggiatore di democrazia

Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Dicembre 2008

Di Tommaso Nicola Di Fonzo (uno dei miei migliori amici, N.d.R.)
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La differenza fondamentale fra il sistema dittatoriale e quello democratico può essere desunta dal diverso ruolo rivestito dalla legge al loro interno: mentre in un regime totalitario essa è lo strumento attraverso il quale il singolo detentore del potere manifesta lo stesso e cura i propri interessi, in una democrazia, essa serve, o dovrebbe servire, a regolamentare la convivenza dei cittadini, del popolo “sovrano”, facendo sì che i diritti e la libertà di ognuno vengano rispettati.

Dopo aver fatto questa premessa per rendere chiaro cosa significa vivere in una democrazia, io, Tommaso Nicola Di Fonzo, cosiddetto “esperto informatico”, ho deciso di rendere pubblica la mia vicenda attraverso la presente lettera.

Il 16 gennaio 2008 mi sono visto, reo di aver inserito, col consenso degli interessati, annunci a sfondo erotico in un sito internet (www.universoescort.com), uno come ce ne sono tanti, accusato di favoreggiamento aggravato della prostituzione, in seguito a mesi di indagine da parte della polizia postale di Viterbo, in un operazione denominata grandiosamente Red Lights Web e che ha portato al mio arresto.

Dopo circa quattro mesi di pedinamenti ed intercettazioni, la polizia è piombata in casa mia verso le 7 di mattina a notificarmi lo stato di arresto, sequestrandomi computer e altro materiale informatico, cellulare, e condurmi in questura dove il mio sito è stato oscurato. Un trattamento da vero malvivente, quindi, quello riservatomi: dopo il blitz mattutino sono stato costretto agli arresti domiciliari per ben 24 giorni, dei quali i primi 9 trascorsi a razionare il cibo, in una sorta di isolamento dato che vivo da solo  – come se la mia pericolosità pubblica fosse estremamente elevata, nonostante fossi incensurato -  prima dell’intervento del tribunale del riesame di Roma, che , in seguito alle richieste del mio legale  (ovviamente d’ufficio), mi ha accordato tre ore di libertà giornaliere per consentirmi di comprare da mangiare.
Trascorsi i tempi dovuti, in attesa di processo, sono potuto tornare in libertà, non senza però l’obbligo di firma in caserma, ogni giorno fino alla fine del mese di Maggio.

Una delle prove a mio carico sembra essere una mia risposta data al telefono ad una agente di P.G. simulatasi inserzionista, alla cui domanda su un possibile guadagno risposi, come da atto, “…la mia parte è solo praticamente di mettere l’annuncio, perché faccio pubblicità e basta…“; bene, questa risposta sarebbe ritenuta “falsamente neutra”.
Sì, avete capito bene: non un fatto, ma un pregiudizio come capo d’accusa, quasi una dichiarazione di malafede nei miei confronti. Perché, se affermando e ammettendo di commettere un qualcosa sono punibile e, al contrario, non facendolo,  mi si può comunque accusare di mentire, sulla base di un’idea che appare piuttosto preconcetta, significa che, in quanto accusato,  non ho via d’uscita, e questo è inammissibile in uno stato considerato democratico e basato quindi sul diritto.

Secondo gli atti e secondo quanto affermato nel corso di una conferenza stampa in questura, l’imputato, cioè io, per contattare nuovi inserzionisti si serviva di annunci presenti su quotidiani e riviste; gli annunci, insomma, che leggiamo da sempre sulle varie testate d’informazione o su quelle apposite, e sulle quali nessuno sembrava aver mai espresso lamentele o portato avanti indagini.
Il perché lo stesso annuncio di un “accompagnatore” sulla carta stampata appaia accettato e legale e sul web sia “favoreggiamento” rimane un mistero. Se sono le foto di nudo a fare la differenza – pornografia è, per definizione, tutto ciò che sia ritenuto osceno secondo il comune senso del pudore – allora ritengo che si dovrebbero oscurare milioni di siti, così come anche i calendari delle veline, ovviamente, e personalmente allargherei, per logica, l’”accusa” al nudo “artistico” ( e è un organo genitale ad offendere la morale, non dovrebbe bastare un bianco e nero ed una firma illustre per renderlo accettabile). Deve comunque essere dimostrato che, al momento dei contatti pubblicitari, fossi a conoscenza delle reali attività dei miei clienti, dei quali non facevo che pubblicare foto, con il loro consenso, e testi di annunci secondo le loro richieste; una probabilità non è un fatto, e l’unico fatto è che sul sito incriminato, era scritto chiaramente, nel regolamento, che annunci riguardanti sesso mercenario non sarebbero stati accettati e pubblicati.

Forse tutti sanno che in Italia prostituirsi è legale, suppongo di sì; forse non tutti però sanno che in Italia il favoreggiamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione. Così come non tutti sanno che per favoreggiamento si intende il favorire qualcuno, in qualsiasi modo, nel prostituirsi, cioè il consentirgli di svolgere la sua attività in un dato momento attraverso un favore, come, ad esempio, anche il semplice andare a fargli la spesa.
Non tutti sanno che in Italia, quindi, il favorire un “non reato” è illegale.
Inoltre, in Italia, lo sfruttamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione, la stessa applicata nei casi di favoreggiamento, che tradotto significa che affittare una stanza ad una prostituta o badare al suo bambino e schiavizzarla, penalmente parlando, sono la stessa cosa.
Come può essere considerata reato l’attività che sia atta a favorirne un’altra considerata non reato? Ecco, di questo assurdo paradosso giuridico, sono stato vittima in prima persona.

Giustamente e per mia fortuna,  la mia cerchia di amici si è mostrata del tutto comprensiva e solidale sin da subito, ritenendomi vittima di una palese ingiustizia, perché, anche ammesso che io avessi saputo con certezza matematica che gli uomini e le donne fossero effettivamente dei mercenari, secondo la logica ed il buon senso, non può sussistere reato, essendo il sesso mercenario non classificato né come reato, né come professione, ed essendo quindi il reato di “favoreggiamento di qualcosa di legale” un perfetto assurdo, una ipocrita contraddizione che non può che esprimere chiaramente la volontà di far prevalere la morale sull’etica e sulla legalità. Tutto questo senza contare i papponi che liberamente fanno affari sul corpo di povere ragazze ridotte in schiavitù, i quali, se arrestati, non rischierebbero una pena maggiore della mia.

Tuttavia, lungi dal cercare consensi e volermi autoassolvere, ci tengo a sollevare le seguenti questioni: a cosa serve la legislatura, che dovrebbe essere quantomeno sensata e coerente, se a dettare legge è comunque ancora la morale? Perché la chiamiamo democrazia se si tratta in realtà di una criptodittatura o di una teocrazia anche poco velata?
Vale la pena interrogarsi, prima di tutto, sul significato della stessa parola “legge”, giacché qualcuno potrebbe facilmente obiettare che “se è legge un motivo ci sarà e bisogna rispettarla”; bene, cosa dovrebbe rappresentare la legge, concetto relativo ed umano,  se non l’espressione della giustizia, concetto assoluto? Una norma comportamentale dovrebbe essere legge in quanto giusta, e non, viceversa, giusta in quanto legge; ma purtroppo, si commette troppo spesso l’errore di identificare la legalità con la giustizia, concetti che non viaggiano certo su binari paralleli.

A tutti coloro i quali non fossero del tutto convinti di ciò, vorrei far notare che, parlando sempre di paesi democratici, tipo gli USA, “la più grande democrazia del mondo”, possiamo individuare atrocità legislative risalenti solo a 50 anni fa, tipo la discriminazione e la segregazione razziale, un qualcosa che oggi è unanimemente condannato ma che, prima che la regola venisse in qualche modo infranta, quasi tutti consideravano “normale”, o giusta, in quanto legge.
E gli esempi in tal senso potrebbero essere innumerevoli: dalla vivisezione, legale pressoché ovunque ancora oggi, al “delitto passionale”, l’attenuante concessa fino a pochi decenni fa agli uomini colpevoli di omicidio ai danni di una donna, qui, nel nostro paese. Per i più, tristemente, è tutto normale, finché è la legge a garantirlo e a coprirlo, ma non può e non deve essere così, non in un sistema politico che dica di fondarsi sul diritto e non sul potere.
E’ facile, però, individuare l’aberrazione nel passato, in un tempo superato sul quale la Storia si sia già espressa, e quindi distante; più arduo è farlo sul periodo storico in cui si vive, perché significherebbe schierarsi contro il sistema attuale e la cultura dominante, e un po’, in fondo, contro noi stessi.

E’ chiaro, tuttavia, che se le cose cambiano, e se le civiltà si evolvono in meglio è perché le leggi sbagliate vengono infrante e si modificano, è perché si agisce sul presente e non sul passato.

Di certo oggi anche chi non se ne rende conto, beneficia di diritti conquistati attraverso l’illegalità, perché “non bisogna chiedere un cambiamento, ma essere il cambiamento”.
C’è chi ha rischiato in prima persona per dimostrare l’ingiustizia di una legge, e c’è anche chi ha pagato, più o meno duramente.
Nel 1846 il filosofo Henry David Thoreau rifiutò di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra schiavista al Messico, da lui giudicata moralmente ingiusta e contraria ai principi di libertà, dignità e uguaglianza degli Stati Uniti. Per questo, in seguito, fu incarcerato per una notte (e liberato il giorno successivo quando, tra le sue vibrate proteste, sua zia pagò la tassa per lui). Dopo qualche anno, nel 1849, scrisse il saggio “Disobbedienza Civile”.

Questo il senso di questo mio piccolo ma deciso J’accuse.

Un processo, il mio, che è costruito su un paradosso lampante e che sembra dunque rifarsi direttamente a quello kafkiano,  con la differenza che io, diversamente dall’imputato del celebre romanzo so per quale reato sono processato, ma ignoro, o non comprendo su che base esso venga considerato tale. Se le leggi hanno un senso e quindi un motivo d’esistere, esso dovrebbe consistere nel regolamentare la vita sociale difendendo la libertà di ogni cittadino, con i suoi diritti; invece in questa situazione, paradossalmente, sono io, l’accusato, l’unica vittima e l’unico ad aver subito un danno, come in precedenza fatto presente.
E’ come se, essendo legale vendere le patate, venisse arrestato chi promuovesse la loro vendita al mercato. Ma le patate non sono “sesso”, non sono quindi “il male”.
Volendo, invece, identificare un “male” in un’analogia, potremmo fare l’esempio dei venditori di armi: essendo inequivocabilmente esse produttrici di morte, ed essendo l’omicidio un reato punibile per legge, a differenza del sesso, per logica, non andrebbe forse ritenuta grave favoreggiamento la loro messa in commercio? Non mi risulta però esistano norme legali in merito.
Del resto, se la mia libertà è definita dai limiti della legge ed entro questi ci si può muovere, significa che è mio diritto fare tutto ciò che la stessa legge considera legalmente fattibile; ora, partendo da questo presupposto, come posso io prostituirmi o contattare prostitute (attività legali) se questi atti, nelle loro diramazioni pratiche, costituiscono illegalità? non è forse un finto diritto, questo? come pure lo stesso esempio potrebbe essere fatto con la droga: se drogarsi è legale, significa che è per forza di cose anche un diritto, in quanto mia libertà, e perché allora impedire lo spaccio, dato che il rifornirmi della droga necessaria ad espletare un mio diritto è anch’esso un diritto che dovrebbe essermi garantito? Su quest’ultimo esempio, tuttavia, si potrebbe obiettare che le sostanze stupefacenti siano dannose per la salute e che la loro assunzione può anche arrecare danni a terzi, ma per quale motivo disincentivare la prostituzione volontaria e senza sfruttamento dato che essa non causa danni fisici o psicologici a nessuno, se non per accontentare la morale religiosa che troppo spesso ha la meglio sulla laicità formale di questo paese?

Un altro aspetto che mi preme far presente è senz’altro il vero e proprio linciaggio mediatico, attuato ai miei danni dalla stampa locale, durante i giorni della mia detenzione: la mia foto sbattuta in prima pagina e toni diffamatori che alludevano palesemente, ma furbamente, alla mia attività di pubblicitario online come a quella di uno sfruttatore di povere ragazze versanti in cattive condizioni economiche, di un traviatore di giovani menti di studenti e studentesse; una sorta di “protettore” con introiti di decine di migliaia di euro al mese, un depravato che avrebbe pubblicato “pornografia” in rete “facilmente visibile anche da bambini”.
Il tutto mettendomi in bocca frasi mai pronunciate come “vuoi allargare il tuo giro d’affari ed aumentare i tuoi introiti? ci penso io!”, ripreso anche da un noto settimanale a tiratura nazionale.
Tutte affermazioni, queste, chiaramente tendenziose, atte a creare un “mostro” per far notizia e colpire l’immaginario collettivo, ma attente a mettere la pulce nell’orecchio dei lettori senza però dire nulla di “netto” e quindi di concretamente passibile di denuncia, esempio:” non è escluso che tra gli inserzionisti vi fossero anche giovani studenti vittime di ristrettezze economiche che quindi avrebbero potuto accettare la proposta del D.F. di entrare in affari sul suo sito”. Vere e proprie invenzioni con l’intento di mettermi in cattiva luce senza diffamarmi. Una forma di  giornalismo del tutto scorretta.
Questa strategia, atta a far leva sulla morale comune, comporta ovviamente ai miei danni una forma di emarginazione sociale da parte della comunità che genera forti ripercussioni sia a livello di contatti umani che professionali, compromettendo le mie possibilità lavorative e remunerative, e gettandomi di fatto in una situazione di vero disagio, anche economico, dunque.

Come già accennato, per quanto mi riguarda, sarei anche pronto a subire una condanna, purché si riesca a dimostrarmi la natura del reato da me commesso, o, in alternativa, purché si ammetta che il cittadino, l’essere umano, in questo paese, non gode di piena libertà, ma è suo malgrado vittima di un totalitarismo bello e buono, che fa sì che si debba pagare non già per aver attentato alla libertà altrui, ma per aver esercitato la sua, laddove essa non sia compatibile con la “morale di stato”.

In conclusione, il sesso si può fare, ma è meglio non parlarne; la prostituzione è consentita, ma guai ad avere contatti diretti con codesti “intoccabili” esseri umani, i quali devono rimanere in una sorta di limbo, ghettizzati non ufficialmente, affinché la rispettabilità di tanti perbenisti venga salvaguardata.

(Si invita alla massima diffusione)


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Il corretto politicamente scorretto

Pubblicato da sdrammaturgo su 18 Ottobre 2008

Da qualche tempo a questa parte ho notato una strana tendenza ad un uso del tutto improprio della formula politicamente scorretto, fino ad una totale falsificazione del suo vero significato, che rischia di venire definitivamente snaturato.
I primi furono Giuliano Ferrara ed i suoi sgherri de Il Foglio: “Basta con il solito stantio politicamente corretto per cui la guerra in Iraq è sbagliata perché civili innocenti muoiono sotto le bombe. Noi siamo politicamente scorretti, quindi sì ai bombardamenti a tappeto!”.
A ruota, arrivarono Feltri e gli scagnozzi di Libero: “Non se ne può più con questo politicamente corretto per cui i precari fanno la fame e non possono accedere ad una vita dignitosa. Noi siamo politicamente scorretti, quindi ai precari diciamo: o vi adeguate al mercato o crepate!”.
Ma l’abisso si è spalancato quando anche leghisti, fascisti e cattolici hanno cominciato ad impossessarsi indebitamente della definizione di politicamente scorretti.
Sentire la Santanchè che sostiene di essere politicamente scorretta mi ha procurato qualche sussulto.
“Io non amo il politicamente corretto. E’ ora di finirla con questo buonismo politicamente corretto. Io sono politicamente scorretta, quindi lo dico chiaramente: rispediamo gli immigrati a casa loro!”.
Per non parlare di quanto politicamente scorretti siano i vari Tosi, Gentilini od i picchiatori di Forza Nuova et similia che scrivono sui muri “negri di merda”, “froci al rogo”.
Gli oltranzisti religiosi fieri oppositori delle unioni omosessuali, poi, sono i più politicamente scorretti di tutti, a sentir loro.
Insomma, la destra, da quella tradizionalista a quella neoliberista, sembra essersi impadronita del nobile appellativo “politicamente scorretto”, piegandone arbitrariamente il significato ai propri interessi e secondo i propri comodi.
Mi chiedo che motivo c’era. Per costoro gli aggettivi esistevano già: una volta si chiamavano stronzi razzisti, bastardi sessisti, classisti del cazzo. Cose così. Non si sentiva affatto il bisogno di supplire ad attributi che non sono mai mancati. Ne è sempre esista una vasta gamma, bella e pronta per attingerne ad ogni evenienza. E invece…
Se cambiamo forzatamente il significato delle parole, mutiamo la nostra percezione della realtà e di conseguenza la realtà stessa, che dalle nostre parole è composta. Ciò che ne risulta, è una realtà distorta, deviata, pervertita.
Storicamente, politicamente scorretto è colui il quale si oppone al conformismo imperante e squarcia i tabù dell’establishment per oltrepassare i limiti imposti dal potere formalista.
Un esempio pratico: politicamente scorretto è Carmelo Bene quando urla: “Qui c’è troppa puzza di dio”, giacché quello di dio è un concetto comunemente considerato intoccabile, quindi Bene supera questa imposizione dittatoriale e trascina al proprio livello per scagliarlo ancor più in basso ciò che è reputato sacro ed inviolabile dai dettami comandati dall’alto. Una rivolta, camusianamente parlando.
Era politicamente scorretto Pasolini, mica Almirante.
Ed invece ecco adesso cosa succede: un comico politicamente scorretto come Daniele Luttazzi viene epurato; un perfetto cameriere del potere come Giuliano Ferrara afferma: “Ci voleva proprio un bel calcio nel culo a Luttazzi”; e, incredibilmente, il politicamente scorretto diventa lui, quello che bacia il mantello del censore.
Ora, non mi spiego proprio come adeguarsi e cavalcare idee e pensieri tanto diffusi da farla da padrone possa essere ritenuto un atteggiamento politicamente scorretto. I soggetti sopra citati infatti si sono convinti di essere politicamente scorretti mentre impugnano posizioni supportate dalla stragrande maggioranza della popolazione, per di più trasversalmente, dal principe al suddito.
Mi spiego: l’odio e la paura per lo straniero, il disgusto per l’omosessuale, la passività di fronte al meccanismo produttivo capitalista e l’obbedienza alle potenze politico-economiche sono condivise dai più. Quando Fiore od uno di CL si scagliano contro un extracomunitario od una lesbica, non fanno altro che interpretare un gretto sentimento diffuso. Tant’è che la xenofobia e la mancanza di integrazione del diverso non sono una novità e le coppie omosessuali non posso di fatto godere di pari diritti rispetto alle coppie eterosessuali. A quanto pare perfino il legislatore è politicamente scorretto.
Certo, cattolici ed estremisti di destra sono convinti che la lobby GLBT domini il mondo. Mi toccherà avvertire però i miei amici del Mario Mieli, perché quando alle riunioni vedo qualcuno di loro sull’orlo delle lacrime perché non può farsi una famiglia e non può crescere un figlio, capisco che mica gliel’ha detto nessuno che sono loro a governare il pianeta. E saranno felicissime le trans quando sapranno che la lobby GLBT ha conquistato ormai tutti i posti di controllo. “Ehi, non devi più battere sulla Salaria perché nessuno ti dà lavoro in quanto trans: rallegrati, la tua lobby domina la Terra!”. Già vedo le trans che domattina entrano nella Federal Reserve, nella Casa Bianca, nella BCE, nella Coca Cola Company, in Vaticano, si siedono alla scrivania del capo ed esclamano: “Me lo potevate dire prima che qui comandavo io!”.
Pensate: stando a questo nuovo trend, il pensatore più politicamente scorretto di tutti sarebbe il papa.
E se il razzista omofobo maschilista ottuso si è trasformato in politicamente scorretto, di politicamente scorretti ne conosco a iosa: il baretto della mia frazione ne è pieno. Non vedo l’ora di rendere edotti tutti gli avventori del bar di Pila sul loro nuovo status intellettuale: “Uccio, Batore, siete politicamente scorretti!” “Dio ‘mpeshtato, e che vor di’?”.
A quanto pare, è politicamente scorrettissimo Ferrara quando difende con passione il potente disonesto di turno. Non so se ci avete fatto caso, ma quando conduceva Otto e mezzo, il copione era sempre lo stesso: il povero disonesto veniva mortificato; il ricco onesto veniva umiliato; il povero onesto veniva deriso; il ricco disonesto veniva incensato. Gino Strada faceva la parte del coglione pericoloso, Stefano Ricucci ne usciva da eroe. Un’operazione altamente politicamente scorretta, sissignore. Roba da veri ribelli.
Il prodotto più perfetto di questo rivoluzionario modo di intendere il politicamente scorretto resta però senz’alcun dubbio Filippo Facci. Filippo facci è il servo dispettoso. Sapete, nella commedia latina dei tipi fissi c’era il servo astuto, quello che faceva di testa sua, quello che appariva difficilmente controllabile, ma che alla fine si rivelava fedelissimo al proprio padrone e risolveva ingarbugliate situazioni. Filippo Facci è così: gioca a fare l’indipendente dalle colonne de Il Giornale, quello “un po’ anarchico”, quello diverso dagli altri schiavi, quello che mica segue pedissequamente tutte le direttive, pensate, non è nemmeno filoamericano, figuriamoci; ma alla fine i datori di lavoro con cui va a cena li difenderebbe al prezzo della vita.
Perfino sostenere l’innocenza ed il grande spessore umano di Previti e Berlusconi è politicamente scorretto, a quanto pare.
E non vedo l’ora di diventare politicamente scorretto pure io: appena incontrerò una ragazza disabile, le griderò: “Zoppa schifosa!”.
Credo sia necessario riportare un po’ d’ordine e di chiarezza. Ne va del nostro linguaggio, ergo della nostra realtà, ergo della nostra vita.
Non è politicamente scorretto chi si accanisce sulle minoranze deboli ed oppresse: è semplicemente infame.
Tantomeno è politicamente scorretto chi si batte e si esprime in favore della conservazione dello status quo: quello è soltanto servile, che fa rima con vile.
Antonio Rezza è un intellettuale politicamente scorretto allorché interpreta un pedofilo in uno spettacolo satirico e porta la risata anche nella morte. Mario Borghezio è solo un bifolco razzista. Ed Antonio Rezza e Mario Borghezio sono due cose ben diverse, eh.
C’è da fare le giuste distinzioni, quindi, altrimenti finirà che a teatro mi toccherà andare a vedere Borghezio, ed alla lunga mi annoierei molto.

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Fili rossi

Pubblicato da sdrammaturgo su 30 Settembre 2008

Questa vignetta di Mauro Biani, pubblicata su Emme, supplemento satirico de L’Unità, ha suscitato le solite polemiche che seguono ogni qualvolta un artista, un intellettuale, un semplice cittadino, si discostano dal comune imperativo perbenista borghese delle “buone maniere” e rompono i limiti angusti ed ottusi del formalismo che possono appartenere solo ad un pensiero castrato e ad una morale servile.
Perfino Altan e Vauro hanno dichiarato che a loro quella vignetta non è piaciuta, sebbene il secondo ne abbia difeso l’autore con l’argomentazione “sempre meglio di Bossi che minaccia di armare i suoi elettori”.
Io, personalmente, l’ho trovata una grande vignetta. Ritengo sia un interessantissimo esperimento di “satira senza umorismo”, di satira tragica. Solo uno stupido potrebbe leggerci un’esortazione a sparare a Brunetta. Un intelligente non può che vederci un raffinato e crudo tentativo di sintetizzare ed illuminare uno stato di cose, fotografare un disagio sociale, comprendere e spiegare come in un sistema socio-economico irrazionale ed irragionevole vi sia uno stretto collegamento tra i mostri e chi li genera e nutre.
Il riferimento alla recente strage in una scuola finlandese è evidente e particolarmente acuto.
Certo, fa comodo pensare che vada tutto bene e sia tutto bello però ogni tanto esca fuori un pazzo e cominci a sparare a casaccio. Ma quando i pazzi iniziano a moltiplicarsi, allora forse c’è dell’altro, molto altro. Dal liceo di Columbine al Polytechnic Institute della Virgina, la lista è spaventosamente lunga. Come dice Umberto Galimberti, noi non nasciamo dal nulla e non viviamo nel vuoto. L’ambiente ci influenza, l’io e l’altro sono strettamente connessi. Un ecosistema sociale insano non può che creare una collettività insana e di conseguenza individualità insane.
Naturalmente, il nostro corpo è una macchina e la mente, il cervello, una parte di questa macchina; e capita che talvolta qualcosa nella macchina non funzioni ed è un bel guaio. Ci scatta il tilt, ci scatta la follia, ci scattano i morti. Insomma, pazzi e cattivi, probabilmente, si nasce. Ma vero è che, altrettanto probabilmente, se un baby killer di Scampia dall’indole eccezionalmente sprezzante e crudele fosse nato in un casale della Toscana, sarebbe diventato al massimo, che so, un giocatore di tennis magari troppo arrogante e prepotente. Si tratta di ovvietà.
Mauro Biani nella sua vignetta racconta il punto di rottura nella psiche di un precario, un lavoratore più fragile degli altri, interiormente e per condizione di classe. Adorno affermava che l’arte fosse sviluppo di possibilità inespresse nella realtà. Bene, Mauro Biani sviluppa questa possibilità: un uomo che non ce la fa più, perde il senno e scarica le proprie frustrazioni, accumulate in anni di bocconi amari ingeriti a forza, contro un potente da cui si sente offeso e deriso.
Cosa significa essere “in mobilità”? Al di là degli arzigogolati tecnicismi del burocratese tanto caro agli economisti ed ai giuristi alfieri del Principe, essere “in mobilità” significa “sei a mia disposizione, la tua esistenza e la tua forza appartengono a me, non hai diritto a stabilità e sicurezza, lavori quando te lo dico io, quindi mangi quando te lo dico io”.
Quello che i più chiamano lavoro, io preferisco chiamarlo schiavitù. Non sei padrone di te stesso, non sei padrone neppure del tuo corpo: sei una macchina organica produttiva che deve faticare per far arricchire il padrone, affinché egli possa comprarsi un’auto in più, una casa in più, una piscina in più. In cambio, ti lancia un tozzo di pane, affinché tu possa rifocillarti ed essere nel pieno delle energie per essere sempre pronto al suo servizio.
Sebbene ai più vada bene così, si sentano perfettamente liberi ed addirittura fieri di lavorare, cioè di essere schiavi, talvolta qualche schiavo si incazza.
E’ successo in India, dove un gruppo di operai prima sfruttati e sottopagati, poi licenziati quando ormai non servivano più agli interessi dell’industria, ha linciato il proprietario della fabbrica.
Senz’altro un gesto preferibile e più dignitoso rispetto a quello degli operai degli stabilimenti dell’amianto che, pur sapendo che stavano lentamente morendo, loro e le loro famiglie, continuavano a testa bassa a lavorare invece di ribellarsi e pretendere i soldi del padrone estorto loro al prezzo della loro salute, della loro vita.
Che errore hanno fatto storicamente i movimenti della mia parte politica, l’estrema sinistra, a santificare il popolo: il popolo non è tutto buono e tutto innocente; il popolo, o almeno la maggioranza del popolo, è quello che accetta ogni abuso, si adegua ad ogni privazione, giustifica ogni angheria del potere, bacia il mantello del papa, del re e del capitano. La gran parte delle persone, ergo del popolo, sovente vuole obbedire, così tanto che spesso sembra che non aspetti altro che eseguire passivamente gli ordini che vengono dall’alto. Lo schiavo che abbassa la testa quasi con orgoglio non merita la libertà e sputa sul sangue versato da chi nel corso dei secoli si è ribellato ed ha lottato anche per chi si accontenta delle briciole che cadono dalla tavola del ricco epulone.
E che rabbia, che senso di sconforto e disgusto, vedere poveri che muovono guerra ad altri poveri invece di rivolgere la loro ira verso il ricco. E’ successo a Pianura, vicino Napoli: la gente del posto si è scagliata contro una comunità di africani, rei di chiedere con un corteo un posto più decente in cui abitare. Si tratta di immigrati che lavorano nei cantieri per una paga da fame e dormono in una struttura fatiscente, pericolante dal terremoto dell’Irpinia. “Si sono allacciati abusivamente alla condotta idrica!”, tuonano le rozza matrone campane. E poi sono pur sempre negri, suvvia. Grazie a voi posso ristrutturami la casa, ma abbiate la decenza di non mostrarmi la vostra faccia scura che spaventa gli anziani ad i bambini. Non sta bene che l’operaio sporco macchi la scrivania dei dirigenti.
I cittadini di Pianura sono sudditi: sudditi di una camorra che li strozza e li governa, che fa affari con l’alta finanza lasciando la popolazione nella miseria; sudditi di uno Stato che li spreme e non restituisce niente. Ma rivoltarsi agli Jovine ed agli Zagaria non si può: quelli hanno le pistole, quelli comandano. Ed allora mi rifaccio su chi è ancor più debole di me. Scarico su questi extracomunitari la mia viltà e la mia bile, così per un giorno sarò io a sentirmi padrone. Potrò sentirmi anch’io un po’ Sandokan, un po’ Bidognetti. Noi siamo occidentali. Schiavi, ma pur sempre occidentali. I nostri capi, occidentali come noi, a questi qua hanno preso la terra; per cui, quelli costretti a scappare dal luogo dove sono nati e si rifugiano in mezzo a noi, un po’ appartengono anche a noi, che siamo bianchi come i dirigenti della Nike, della Esso e della De Beers. Dunque, quando passa il boss per strada, io mi devo inchinare, ma quando passo io, si deve inchinare ’sto negro di merda. E’ così che funziona, no? D’altronde è sempre stato così, quindi deve essere così.
Già, è sempre stato così. Ed ora c’è anche la tecnologia che concorre a perfezionare l’addomesticamento e la robotizzazione degli automi umani. Nello stabilimento della Ducati di Bologna, il consiglio d’amministrazione ha pensato bene di mettere il timer nelle macchinetta per il caffè. Gli operai hanno dieci minuti per prendere il caffè, dopodiché la macchinetta si spegne. Chi ce l’ha fatta, bene; per quelli che erano in fila, peccato, sarà per un’altra volta. Si torna a lavorare senza caffè, sperando che la prossima volta si sia più fortunati e si esca trionfanti dalla corsa alle macchinette. Pare che questa misura sia stata dettata da esigenze di produttività: gli operai si perdono in chiacchiere durante la pausa, mentre qui bisogna tirare fuori motociclette a manetta, mica si gioca! Non sia mai che il mondo resti con un numero poco rispettabile di moto, le quali, si sa, sono necessarie per vivere. Ottimizzando e suddividendo rigidamente i tempi delle pause, si incrementa la produttività. E la produttività è tutto. Il mercato è dio e la produttività è lo spirito santo. Ho fatto una vita di merda, lavorando otto ore al giorno tutti i giorni sei giorni a settimana, però cavolo se sono stato produttivo! Sono soddisfazioni.
Ecco, se un giorno ad uno degli operai della Ducati dall’emotività estremamente labile roderà il culo per non essersi potuto godere il suo caffè dopo otto ore di sudore in catena di montaggio e pianterà una gragnuola di proiettili in testa al primo esponente della classe dominante che incontrerà per strada, non lo biasimerò affatto.

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Pillole di quarta pagina

Pubblicato da sdrammaturgo su 11 Settembre 2008

Vietato dire le parolacce al padrone

Sabina Guzzanti indagata per vilipendio contro il papa. La procura di Roma chiederà al ministro della Giustizia di procedere contro l’attrice per le parole su Benedetto XVI pronunciate l’8 luglio scorso durante il ‘No Cav Day’ in Piazza Navona. [...] Il reato ipotizzato nei suoi confronti è sempre quello disciplinato dall’articolo 278 del codice penale [...] che si estende alle offese rivolte al Pontefice sulla base del Trattato Lateranense” (da qui).
Mi sento particolarmente solo, distante, diverso, estraneo e disadattato rispetto al consorzio umano in cui sono stato cacato: quelle che per me erano amenità da moderato, sono per i più gravissime ingiurie.
Questa è l’ennesima prova che la democrazia (e specialmente questa democrazia) non è altro che una dittatura aggiornata, riveduta e corretta. Perché in fondo cos’altro è il reato di vilipendio se non il divieto di attaccare il padrone guardandolo negli occhi?
Gli egizi avevano il faraone, noi abbiamo il papa. Cinquemila anni e non sentirli.

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Pari calamità

Colpo di genio del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna per risolvere il problema della prostituzione in strada: d’ora in poi non saranno puniti solo sfruttatori e clienti, ma anche le prostitute stesse, che rischiano da cinque a quindici giorni di arresto ed una multa da duecento a tremila euro (proprio così).
La quasi totalità delle lucciole che battono i marciapiedi non lo fa certo per scelta (se di scelta si può parlare per le donne che decidono di vendere il proprio corpo in casa spinte dalla necessità economica): si tratta di ragazze sequestrate, picchiate, stuprate e costrette a prostituirsi sotto continue minacce di morte. Come se non bastasse, adesso saranno anche multate ed arrestate.
Suppongo che il reato a loro contestato sia “scarsa resistenza alle botte di papponi nerboruti”.
La Carfagna ha comunque aggiunto un comma speciale: sarà possibile prostituirsi solo per le vallette televisive che abbiano partecipato al concorso di Miss Italia e solo con il Presidente del Consiglio al fine ottenere un ministero.
Un segnale decisamente importante per le pari opportunità: non verranno più prese in considerazione la tua provenienza territoriale, le tue conoscenze, la tua estrazione sociale: se sei figa e vuoi fare strada nella politica, ti basta fare le pompe a gente che conta e c’è speranza anche per te.

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Animalismo integralista politicamente scorretto

Il morbo della mucca pazza può colpire anche gli esseri umani che si nutrano della carne dei bovini infetti.
C’è chi la chiama malattia, chi la chiama sciagura, chi la chiama disgrazia.
Io la chiamo vendetta.

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Ariè l’undici settembre

Oggi è un giorno molto importante: ho trovato il succo di pera in offerta al Todis.

P.S. Non è vero che il Governo americano si è dimenticato del primo undici settembre, quello che ha appoggiato e finanziato in Cile: per commemorare il golpe ed il genocidio del 1973 perpetrato dall’amico di Kissinger e Wojtyla, Augusto Pinochet, si è fatto da solo un gigantesco, spettacolare e disastroso attentato in casa propria.
Si sa, agli americani piace fare le cose in grande.

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Paradossi di Cojone

Pubblicato da sdrammaturgo su 6 Maggio 2008

La mafia è meglio della polizia

Dopo le violenze del G8 di Genova, il massacro della scuola Diaz e soprattutto le torture nella caserma di Bolzaneto – che rappresenta l’Auschwitz della Repubblica italiana, il crinale sull’abisso della democrazia, il punto cruciale dopo il quale nulla può più essere lo stesso e dal quale non ci può più essere ritorno se non se ne affronta e risolve il nero problema – non si è sentito un solo esponente delle forze dell’ordine denunciare e condannare gli abusi dei propri colleghi, ed anzi gli interi corpi di polizia e carabinieri si sono stretti a cerchio intorno agli aguzzini, secondo l’untuoso e squallido principio del senso di appartenenza, padre di ogni infamia. Un simile atteggiamento di spirito cameratesco ha un nome ben preciso: si chiama omertà. E l’omertà, è ben noto, sta alla base delle organizzazioni mafiose, è proprio della (in)cultura mafiosa, ne costituisce la linfa vitale, il fondamento essenziale, ne rappresenta la natura stessa.
Tuttavia, tra i mafiosi, non capita di rado che qualcuno trasgredisca la legge ferrea del silenzio e venga meno all’imperativo della meschina solidarietà volta a nascondere le colpe degli affiliati per salvaguardare interessi comuni.
Nessun pentito è invece pervenuto dalle file delle forze armate; nessuno sbirro ha deciso di collaborare con quella giustizia di cui ogni uomo in divisa dovrebbe invece essere foriero e depositario; nessun tutore della legge ha parlato prendendo le distanze ed opponendosi con decisione alle efferatezze compiute dai propri colleghi, a differenza dei diavoli del crimine, molti dei quali hanno contribuito a scardinare i loro stessi gruppi malavitosi d’origine. E chi copre, occulta o nega è complice di chi sevizia e pertanto non meno colpevole. Dunque, in questo caso, è possibile eccome generalizzare, visto che nessuno si è scagliato contro un simile meccanismo perverso: le forze armate sono un’associazione a delinquere che pratica regolarmente il sopruso e, in virtù della sua ben più ostinata tendenza all’omertà, risulta peggiore della mafia stessa.

Ne consegue che

Le forze dell’ordine tutelano il delinquente e colpiscono l’onesto

Nel pomeriggio di ieri i lavoratori migranti hanno manifestato lungo le strade di Roma per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. Tra camionette ed agenti in tenuta antisommossa, il dispiegamento di forze era davvero ingente. Numerosissimi uomini e mezzi impiegati per sorvegliare una delle manifestazioni più pacate mai viste, in cui i dimostranti sfilavano in fila indiana, lasciando la parola ad un solo rappresentante con il megafono. Mentre i poliziotti erano così impegnati a tenere sotto controllo cuochi, camerieri, fiorai e manovali, in una via parallela, nei pressi della Stazione Termini, ho visto un altro immigrato, ubriaco fradicio, infastidire ogni donna alla fermata del tram, sbottonandosi i pantaloni e mettendo le mani addosso a chiunque. Il cittadino medio massificato e dunque non pensante cosa coglie da due eventi in concomitanza come quelli? Da un parte vede tanti poliziotti che circondando numerosi immigrati che rumoreggiano e pensa: “Questi immigrati sono proprio una piaga”. Poi fa due passi ed incappa in un altro straniero di colore che molesta donne per strada: “Ecco, vedi? Avevo ragione! Sempre i soliti, bisognerebbe rispedirli a casa loro!”. Per evitare tutto ciò, sarebbe bastato mandare qualche uomo a pattugliare i quartieri invece di tenerne così tanti a fare da cane da guardia ad onesti cittadini, che poi altri non sono se non quelli che preparano la tua pizza, lavano la tua macchina, spazzano il tuo cortile.
D’altronde è tipico essere fermati la sera quando si esce con gli amici, venire perquisiti, subire battutine e sfoggi di nauseante quanto infantile autorità mentre in zone come le stazioni Termini, Tiburtina, Ostiense, di notte non si vede mai una macchina di polizia o carabinieri e le ragazze devono essere scortate anche solo per attraversare un piazzale.
Quindi, è evidente come le forze dell’ordine alimentino un clima di insicurezza, rivestendo il ruolo di ingranaggi in una sorta di semi-volontaria strategia della tensione aggiornata, riveduta e corretta.
Per la cronaca, ad importunare le ragazze alla fermata del tram c’era anche un italianissimo bulletto che assillava ognuna con degli insopportabili: “Ammazza quanto sei bella. Me lo fai ‘n soriso? Sei popo bbona, ahò. Vieni a letto co’ me, no?”. Però era vestito meglio dell’immigrato, era sobrio ed aveva i capelli a posto. Essere stuprata da uno così deve essere tutto un altro vivere.

Alla luce del coattello de mmerda, ne consegue che

In una strage di civili, non tutti sono vittime innocenti

Giorni fa ero sempre a Termini e sempre alla fermata dell’autobus. Già, è il luogo ideale per avere un nitido spaccato del mondo e sì, mi ci trovo spesso per forza di cose.
Vicino a me c’era un ragazzo piuttosto effeminato, sia nel look che nelle movenze. In quel momento sono passati lì di fronte tre controllori dell’ATAC dalle facce viscide, grottesche, lombrosiane, con i capelli impomatati e l’espressione di chi cammina a testa alta fiero della propria ignoranza e grettezza d’animo. Uno di loro indica ai compagni il ragazzo effeminato e gli sento dire: “Ahò, que’ è dichiarato”, suscitando l’ilarità degli altri. Subito mi è balenato in testa uno strano pensiero: “Se ci fosse un attentato qui, in questo istante, se una bomba ci spazzasse via tutti, l’indomani si parlerebbe di strage di civili, inermi cittadini innocenti. Ma persone come questa schifezza omofoba qua davanti, che con una sola battuta ed un solo sguardo ha rivelato tutto il proprio microscopico universo marcio, biecamente razzista, rozzo e senza umanità né sensibilità, possono essere considerate innocenti, anche se non hanno compiuto malefatte? In fondo ogni loro atto ed ogni loro parola è una malefatta, poiché tutto ciò che fanno o dicono è sordido e miserabile, e, in qualità di componenti della comunità, fanno la loro parte nel processo di abbrutimento collettivo. E quante persone così ci saranno, adesso, su questa stessa piazza? E quante ce ne saranno state nelle Torri Gemelle, alla Stazione di Bologna, sotto al bombardamento di Dresda? Quanti non-innocenti avranno ricevuto una lustrata al loro nome grazie al loro omicidio?”.
Non ci si riflette mai, ma anche le teste di cazzo possono diventare bersagli sommari di terrorismo o venire travolti da sciagure letali. Anche i semplici stronzi, la cui mediocrità aggressiva concorre alla violenza prevaricante su cui è basata una società lercia, muoiono.
Posto che non è giusto in alcun caso venire uccisi, credo che molta gente, anche se neppure lo sospettiamo, meriti talvolta di morire. O comunque, il pianeta non ne sentirebbe la mancanza. Ne gioverebbe.
Ecco, se quel controllore fosse saltato in aria, non lo avrei mai pianto.

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Spunti&Sputi

Pubblicato da sdrammaturgo su 12 Aprile 2008

Simpatia per il fascio

Sta succedendo qualcosa di strano. Guardo in televisione Roberto Fiore e sento di non provare più per lui e per le idee di cui si fa foriero l’odio ed il disprezzo di un tempo. Lo percepisco come un nemico anche più nitidamente e con maggiore consapevolezza di prima, ma proprio quell’astio viscerale, che ti morde dentro…Quello no, non ci riesco. Mi sono interrogato a lungo su questo fenomeno ed ho compreso: ho deviato tutta la gamma dei sentimenti più negativi sui moderati.
Certo, tra un Veltroni ed un Fiore preferirei il primo, perché, del secondo, la xenofobia, il razzismo, l’omofobia, il nazionalismo, l’ideale gerarchico, il tradizionalismo, l’impianto dittatoriale-censorio mi fanno rabbrividire ed agghiacciano. Ma ho notato che l’estrema destra, con la propria vocazione sociale ed il pirotecnico tentativo di desumere istanze politiche dal marxismo cercando di farle conciliare a forza in una prospettiva opposta, qualcosa di buono è riuscita a proporlo. Altresì, tra le tante posizioni nette dettate da principii poco inclini al compromesso, qualcuna che ha incontrato le mie simpatie l’ho trovata. Per esempio, lotta alla mafia, diritto alla casa, sovranità monetaria, abbattimento dei privilegi di casta.
La moderazione, invece, è madre di ogni infamia. E’ nel segno della moderazione che si conserva l’establishment fondato sulla prevaricazione della classe dominante.
Naturalmente trovo le ricette dell’estrema destra aberranti e financo risibili: al capitalismo vorrebbero sostituire il corporativismo, e questo mi fa sorridere; per evitare che la mafia si inserisca nei vuoti di potere della democrazia, sostengono un pieno di potere totalitario ed asfissiante; io, da buon nemico della proprietà privata, sono per le case pubbliche, mentre i destrorsi per una cementificazione del diritto alla proprietà della casa. E così via.
Ma, ecco, per fare un paragone epico-guerresco che renda l’idea: per me un fascista è il nemico il cui corpo esanime viene riconsegnato al termine della battaglia affinché gli siano tributati i giusti onori; un moderato, l’avversario del cui cadavere fare scempio sotto le mura.

*

Negrieri ben vestiti

Al pari dei razzisti xenofobi, mi fa schifo chi sbandiera politiche di accoglienza per i migranti “perché se no nei campi chi ti ci lavora, la badante chi te la fa, nelle miniere chi ti ci spiccona”. Esseri umani che scappano da una situazione di insostenibile povertà visti come mere macchine produttive da sfruttare a basso costo. Questa è la moderna schiavitù.
Io non credo nei confini, non credo nelle frontiere, non credo nella patria, non credo nel senso di appartenenza. Il mio orizzonte arriva un po’ più in là della Valle d’Aosta.
Credo in quest’unico grande sasso che è di tutti e di nessuno, in cui tutti siamo egualmente responsabili e liberi, ogni porzione del quale merita l’attenzione non esclusiva di ognuno, dal frammento di brecciolino di Rieti al picco dell’Himalaya. La mia terra è tanto l’Italia quanto l’Islanda. Una volta il mio barbiere proferì una massima stupenda e veemente nella sua semplicità e schiettezza che farebbe impallidire ogni grande filosofo: “Er monno è de tutti”.
Per questo mi è inviso pure chi maschera il proprio ributtante sciovinismo campanilistico con la tipica squallida frase: “Gli extracomunitari vanno aiutati a casa loro”. Primo, perché non esiste “casa mia” o “casa tua”; secondo, perché non c’è alcuna volontà umanitaria e solidale in quella che è solamente lercia tutela ottusa del proprio misero campicello.

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Sintassi dei casi

Ultimamente ho notato che va di moda tra i politici dire “noi siamo quelli che facciamo”, “noi siamo quelli che vogliamo”. Si dice “noi siamo quelli che vogliono”, “noi siamo quelli che fanno”, per dio a cui non credo e l’idea del quale aborro!

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Incasinato e perseguitato

Pranzo, accendo la TV e c’è Casini. Torno a casa, passo davanti alla TV e becco Casini. Guardo un programma a caso e spunta Casini. Una volta sono andato a vedere AnnoZero in studio. Indovinate chi ho trovato come ospite?

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Voglio fare il giornalista sportivo

Guardando la partita PSV Eindhoven-Fiorentina (ebbene sì, embè?), il telecronista mi ha sbalordito con queste scoppiettanti soluzioni linguistiche:
“…è un giocatore estemporaneo, dalle caratteristiche somatiche estreme…”
“…sfrutta la sua sagacia per captare il pallone…”
“…ha traslocato il pallone dall’altra parte del campo…”
“…replicano il tema aereo…”
“…arriva a rimorchio dietro di lui…”

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Sacrificio

E’ vero, l’essere umano ha fatto la Cappella Sistina, ma ha anche fatto Auschwitz.
Le arti sono la mia vita, ad esse ho dedicato le mie energie, la mia passione, i miei studi, vorrei che diventassero il mio mestiere. Eppure, dolorosamente, avrei rinunciato a Leonardo, Dante, Mozart se questo avesse permesso di evitare anche Cortés, Pinochet, Eichmann.

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Hemingway, croce di una delizia

Ernest Hemingway è uno dei più grandi scrittori della storia, senz’altro uno dei miei preferiti. I quarantanove racconti mi hanno cambiato la vita, mi hanno spalancato nuove possibilità per la letteratura. Ho amato alla follia anche Il vecchio e il mare, ma quel romanzo, ad Hemingway, non lo perdonerò mai, come non gli perdonerò mai la sua passione per caccia, pesca, corrida. L’intellettuale ha la più nobile delle missioni, la più delicata delle responsabilità, il più alto ed oneroso dei doveri: deve essere la coscienza critica della Storia. Quel suo glorificare nel libro la sopraffazione dell’animale, benché con tutte le elevate tematiche annesse e connesse del rapporto uomo-natura, non può essere giustificato in alcun caso, neppure dalla statura culturale dell’autore e dell’argomento.
Ben altra cosa ha saputo fare ad esempio Luis Sepùlveda ne Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, in cui il protagonista arriva a percepire l’uccisione del tigrillo, che gli viene commissionata per salvare vite umane, come l’ennesima follia dell’uomo che diviene vittima della natura solo dopo averla colpevolmente invasa ed averne abusato secondo il proprio sprezzante arbitrio.
Il tema de Il vecchio e il mare rimane intatto, ma, rivisitato, la caratura etica si ammanta di maggior pregio.

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Paolo Uccello, l’anima pura dell’arte

Nelle meravigliose Vite, Giorgio Vasari racconta che la moglie di Paolo Uccello dovesse chiamare il marito tutte le sere più e più volte per farlo andare a dormire, poiché egli si attardava allo scrittoio, tutto preso nel suo lavoro, nei suoi studi, nelle sue ricerche, e sospirosamente esclamava all’indirizzo della consorte: “Oh che dolce cosa è questa prospettiva!”.
Questo aneddoto così tenero e commovente nella sua grandezza ed unicità, che rivela l’entusiasmo quasi fanciullesco ed insieme lo straordinario spessore filosofico di uno dei massimi pittori di tutti i tempi, racchiude per me tutta la poesia dell’arte e dell’artista.

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