Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

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Antropoepicentrismo

Pubblicato da sdrammaturgo su 21 Aprile 2009

La pasqua è passata da un po’, quindi mi è possibile affrontare dalla giusta distanza un tema che ha a che vedere con i festeggiamenti pasquali. E con il terremoto in Abruzzo. La pasqua dei terremotati in Abruzzo, insomma.
A molti sarà sicuramente sfuggita una notizia aberrante: per il pranzo pasquale degli sfollati sono stati sgozzati cinquecento agnelli, forniti dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Abruzzo.
Questo evento mi ha fatto riflettere per l’ennesima volta sulla funesta ed eterna piaga dell’antropocentrismo.
L’essere umano non solo è convinto di essere il legittimo dominatore del pianeta Terra (quando non anche del resto del cosmo), ma crede anche di avere il monopolio del dolore.
Pensavo alle migliaia di terremotati, ognuno dei quali ha perso un parente od un amico, ha patito e sta patendo in prima persona, è stato costretto a fare i conti con la morte ingiusta e violenta. Ebbene, per risollevarsi un po’ il morale, quelle vittime innocenti del terremoto hanno visto bene di accanirsi su altre vite innocenti quanto loro.
Padri e madri che hanno perso figli hanno strappato i figli di altri individui non umani, trucidandoli per sollazzo, nel nome di gusto e tradizione.
Ho pensato che se neppure le tragedie immani ed epocali insegnano all’uomo ad avere rispetto per la sofferenza altrui, allora siamo una specie davvero senza speranza.
Il guaio è che gli sfollati probabilmente non si rendevano neppure conto che stavano stroncando vite come le loro, degne di stare al mondo quanto loro. L’animale visto come merce, reificazione della vita senziente, il gesto del carnefice compiuto con vacuo automatismo.
Ma gli agnelli mandati a morte per un’insensata abitudine non erano, non sono, diversi dalle persone morte sotto le macerie: in entrambi i casi si trattava, e si tratta, di vita che voleva vivere, di volontà stroncate, di libertà schiacciate.
Non siamo gli unici su questo grande sasso a soffrire. Il nostro cervello più sviluppato ed il nostro pollice opponibile ci rendono meno diversi da tutti gli altri animali di quanto ci illudiamo di essere.
Trecento morti umani per il sisma, cinquecento agnelli ammazzati. A ben vedere, è andata peggio alle pecore.
Agli ovini il terremoto non era arrivato. Ci abbiamo pensato noi a portarglielo.

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*

Appendice – Ipotesi di programma televisivo sul terremoto de L’Aquila

E’ sempre la solita storia, da secoli: un autore satirico fa battute contro il potere ed a favore dell’oppresso usando l’oppresso stesso come soggetto-oggetto per muovere al riso e rompere, squarciare ogni tabù che castra l’oppresso. Il padrone, che è astuto, questo lo sa (e sa anche che l’arte ha un proprio linguaggio che, pur essendo legato al reale, è diverso dal reale ed è al di là del bene e del male, ha una propria etica che nulla ha a che fare con la mortale del vigente – come dire, nell’arte posso narrare di un pedofilo buono senza per questo ritenere che la pedofilia sia una buona cosa nella vita di tutti i giorni), perciò cerca di infangare il comico ed invoca la censura: “Non si scherza su certe cose, è indecente”. Lo schiavo, che è imbecille, dà retta al padrone, non sapendo che l’ars umoristica non è che un modo per focalizzare criticamente un problema con altri mezzi rispetto a quelli del pianto o della serietà. Anche quando si utilizza ironicamente una vittima, lo si fa nell’interesse della vittima, poiché, attraverso la sua esposizione mediata dalla provocazione della risata, si fa luce sulla sua condizione.
Si è chiesta la sospensione di Vauro. Beh, ora spero che qualcuno chieda anche la mia sospensione da qualcosa.

PRESENTATORE Benebenebene, ringraziamo le nostre bellissime terremotine per il delizioso stacchetto.
Ricordo agli amici a casa che è ancora aperta la raccolta fondi per le vittime del terremoto e rinnovo la nostra solidarietà ai terremotati del 1908. Anzi, facciamo un bell’applauso a tutti i terremotati del mondo.

Applauso

Ma passiamo alla fase calda del programma: la tanto attesa premiazione. Ecco che arriva la busta… Suspence! Suspence! Ci siamo: il premio come miglior terremotato 2009 va al signor Giacinto Filograni!

Pubblico in delirio, il signor Giancinto Filograni si alza in lacrime dalla poltrona in platea e sale sul palco

GIACINTO FILOGRANI Che dire, sono emozionatissimo. Ringrazio il terremoto, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile; mio figlio, che è morto in maniera spettacolare sotto un masso caduto dal quarto piano, consentendomi di guadagnare punteggio rispetto a Cosimo Brembini, che è stato in testa fino all’ultimo per merito della moglie sfigurata da un calcinaccio del muro maestro; tutti i miei fan, che mi hanno sostenuto con il loro grande affetto; la mia famiglia, che è stata opportunamente sterminata; tutti quelli che mi sono stati vicinio fino a questo prestigioso traguardo.

PRESENTATORE Un bell’applauso al signor Giacinto Filograni. E pensare che c’era chi diceva che non ci sono più i terremotati di una volta!
Siamo in conclusione. C’è una comunicazione di servizio: il concerto dei Tremors che era previsto a L’Aquila il 24 aprile è stato annullato perché nel frattempo è venuta a mancare la città.
Un saluto da parte di tutto lo staff di W il Sisma ed arrivederci alla prossima sciagura!

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La Gaza sommersa

Pubblicato da sdrammaturgo su 14 Gennaio 2009

In un periodo in cui un popolo – quello palestinese – viene trucidato da uno Stato criminale (e quale Stato non lo è?) – quello israeliano – io voglio parlare dei pesci. Dei pesci, sì. E proprio per testimoniare la mia solidarietà nei confronti dei palestinesi (due volte vessati: dal cielo ricevono bombe e sulla terra subiscono la follia di musulmani invasati. Avere come uniche opzioni la dittatura di Israele o la legge coranica è come dire infatti: “Vuoi ricevere ripetuti calci nei coglioni oppure preferisci che ti vengano stretti in una morsa da falegname?”.
Ma anche Hamas, sia chiaro, è colpa di Israele, o sarebbe meglio dire del fantoccio degli Stati Uniti nonché loro falange armata in suoli ostili. Quando un popolo viene oppresso, cade inevitabilmente preda dei fanatismi, che nella disperazione trovano terreno fertile e sorgono malsani e robusti ch’è un [dis]piacere. Ubi tristitia, superstitio surgit. La Palestina era la terra più laica del Medio Oriente ed ora è diventata una roccaforte islamica. E’ il caso di porsi delle domande, approfittando del fatto che ci sono già le risposte.
E mi fanno un po’ ridere e un po’ piangere quei gruppi dell’estrema sinistra che attaccano il Vaticano ma simpatizzano per Hamas. Hamas è il Vaticano con il mitra. Chi desidera la libertà dei popoli e degli individui combatte sia il nazi-imperialismo che la religione).
I pesci sono gli ultimi degli ultimi. Rappresentano gli ultimi per eccellenza, i vinti tra i vinti, i reietti tra i reietti. Quando sei vegetariano o vegetaliano, puntualmente ti arriva la domanda: “Ma il pesce lo mangi?”. I pesci non vengono neppure considerati animali. Ci sono gli animali, poi ci sono i pesci. C’è il panda, poi c’è il pollo, poi c’è il pesce. Il pesce è il negro degli animali. Se qualcuno soffre per la violenza sugli animali, nessuno soffre mai per i pesci. I pesci, dunque, sono come i palestinesi: esseri di serie di C e dunque vittime di serie C e morti di serie C.
Quanti speciali in televisione per le vittime dell’undici settembre. I palestinesi, invece, “muoiono di meno”. Allo stesso modo, per salvare i koala, così carini, le campagne e le iniziative si sprecano (accompagnate dalla pubblicità di un hamburger o di una nuova marca di prosciutto cotto salutata dalle grida entusiaste dei maiali – o forse erano di dolore?). Ma i pesci muoiono in silenzio, dopo aver vissuto in silenzio. Nel silenzio ed in silenzio.
E pesci e palestinesi hanno in comune anche un’altra cosa: entrambi stanno subendo le angherie degli israeliani. Già: è di qualche giorno fa la notizia di una ricerca dell’Institute of Technology Technion di Haifa, i cui scienziati hanno scoperto che i pesci, di contro a quanto si è sempre creduto, hanno in realtà una memoria che permette loro di ricordare fino a cinque mesi. E fin qui tutto bene. Anzi, benissimo: lo studio è affascinantissimo e spalanca un orizzonte nuovo e vasto sulla conoscenza che abbiamo del mondo animale acquatico.
L’orrore sopraggiunge quando emergono le finalità della ricerca: “Lo scopo era quello di creare una valida alternativa alle gabbie: far cresce i pesci in mare aperto [...] Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono per poi farli tornare indietro quando saranno pronti per essere catturati ed immessi sul mercato per la vendita”. Capite? Un esperimento così brillante condotto sui pesci per uccidere meglio e più facilmente i pesci. Fatico a concepire qualcosa di più pererso. L’ennesima dimostrazione che gli esperimenti sugli animali servono solo ad ammazzare più animali.
Perfezionare i metodi di allevamento, dunque, ovvero raffinare l’oppressione, lo sfruttamento, la tortura..
Il mio pensiero corre ad Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato ad Auschwitz, che, ancor prima di Michel Foucault, ha scritto un testo foucaultiano che al contempo supera – se possibile – Foucault, va oltre: “[...] Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri [...]“.
La stessa mano che si allena sui pesci, fa scempio di palestinesi. Ed è spaventosamente logico: il potere, ci dice Foucault, ha bisogno di fare pratica per poter esercitare il controllo totale e totalitario sugli individui. E’ un marchingegno che va oliato. Bisogna fare pratica per praticare il potere. Ed il potere è necessariamente (in senso filosofico, ovvero di ciò che non può essere diverso da com’è) e costitutivamente coercitivo, e di conseguenza cruento (giacché la costrizione è sempre – o prevede sempre – crudeltà). E la violenza richiede freddezza e abilità. Mente e corpo devono essere ben allenate affinché l’esercizio del sopruso non abbia sbavature. Annullare il senso dell’etica e dell’umanità, poi, richiede particolare applicazione. Non si diventa impeccabili dispositivi per uccidere, mostri robotici (o robot mostruosi), da un giorno all’altro.
E’ tutto calcolato al millimetro, si tratta di una scienza esatta, sofisticatissima: “I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno abituati, all’interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime”.
Così, i missili sono sempre più precisi, sempre più scientifici, i lager sempre meglio organizzati, com’è sempre più infallibile la macchina della schiavitù e della distruzione. Alta tecnologia per la tecnologia del controllo, e cioè del potere, e cioè della devastazione, fuori e dentro l’automa-uomo reificato ed abusato.
E dire che era così bello aver scoperto la memoria dei pesci. La questione della memoria degli animali, peraltro, è un elemento chiave in sede etica, filosofica, psicologica, eto-zoologica ed antropologica, nel nostro rapporto con gli altri terrestri non umani. Inizialmente, infatti, l’uomo aveva stabilito la propria superiorità sugli animali in base alla percezione del dolore; da Cartesio in poi, si riteneva che solo l’uomo fosse in grado di provare una reale sofferenza, mentre gli animali rispondessero semplicemente a stimoli esterni, come delle “macchine organiche”. Caduta questa tesi (giacché gli animali sentono, soffrono, provano piacere, si intristiscono e gioiscono perfino), ci si era concentrati sulla memoria: “L’uomo è superiore perché la sua esistenza è nobilitata dai ricordi, mentre agli animali non è data la facoltà della memoria”, si diceva. D’ora in avanti, chi vorrà mangiare la pancetta o sogliola mantenendo la coscienza pulita, si dovrà aggrappare al microchip ed allo shopping: “Sono superiore perché grazie alla mia straordinaria intelligenza riesco a cercare sul pc dov’è situato il negozio più vicino in cui pagare duecento euro una camicia brutta”. Siamo senza dubbio la specie eletta.
Ecco, ricordare queste vittime mute e dimenticate, questa Gaza sommersa dalle acque e dall’indifferenza e destinata ad un perenne oblio che si rinnova incessantemente, è il mio modo per essere vicino ai palestinesi e a tutte le vittime dimenticate che non hanno voce, non l’hanno mai avuta e non l’avranno mai. Poiché Gaza è sulla terra, è in cielo e financo sott’acqua. Gaza è tutt’intorno a noi, ma Gaza non siamo noi: Gaza sono sempre gli altri. Gaza è l’Altro.
Infine, c’è una terza cosa che mi intristisce oltremisura in aggiunta al massacro dei palestinesi ed alla strage programmata dei pesci: il sapere che, con la scoperta della memoria dei pesci, laddove io scorgo un universo di meraviglia per il mistero della vita e dei suoi infiniti inebrianti segreti, un oceano di magia in cui la mia immaginazione nuota e vola e si perde, qualcun altro – magari anche qualche professorone – vede un centinaio di scatolette in più su uno scaffale del supermercato.
I pesci muoiono in silenzio, ma, se porgi l’orecchio con animo puro al loro malinconico boccheggiare, puoi sentire distintamente che ti stanno mandando a fanculo.

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Un condannato a morte che non fuggirà

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Luglio 2008

Ogni animale è un capolavoro.
Ci stavo pensando in questi giorni, essendo andato a far visita ai miei genitori nel mio paese d’origine. No, non lo stavo pensando a proposito dei miei genitori: loro sono al massimo un film di serie B od un romanzetto del Reader’s Digest (“oooh, che cattivo, intacca la sacralità delle figure paterna e materna!”). L’ho pensato guardando un maiale rinchiuso in un porcile nelle campagne presso la casa dei miei nonni.
Mi sono soffermato ad osservare quel buffo quadrupede, assurto nel linguaggio comune a paradigma di ogni nefandezza: “sei un porco”, “sudi come un porco”, “sei sudicio come un maiale”, “porca miseria”, “dio maiale” (come se tra i due termini, l’insulto fosse “maiale”), “è un maniaco, un vero porco”, e via dicendo.
Insomma, l’uomo scomoda il maiale ogniqualvolta debba rilevare un atteggiamento che sia massimamente viscido e sgraziato.
Ed invece quel maiale grugnente e maleodorante che si muoveva goffamente in quell’angusto stabbiolo pieno di merda mi è sembrato una vera meraviglia. Ed è una sensazione indescrivibile notare come anche quello che viene considerato tra i più brutti degli animali possa apparire ad uno sguardo attento una fonte di incomparabile stupore ed emozione.
I suoi occhi attenti e vivi, il suo corpo massiccio che ispira un’austera rustica potenza, la sua possanza primigenia e popolana, mi hanno mostrato quel maiale in una luce del tutto inedita: forse per la prima volta in vita mia ho compreso la sua nobiltà rurale, una sorta di aristocrazia naturale celata dal letame ed al contempo esaltata da esso.
La bellezza sa annidarsi ovunque; basta saperla scovare.
Peraltro, forse non tutti sanno che un maiale adulto ha le medesime capacità intellettive di un bambino di tre anni. Praticamente in Italia potrebbe fare il ministro delle comunicazioni.
Un pensiero però mi è subito precipitato addosso spezzando quello strano incanto: mi è balenato brutalmente infatti che entro pochi mesi quel maiale sarebbe stato ucciso.
E’ usanza antica nei paesini della Tuscia scannare il maiale a dicembre, in genere l’otto, in occasione della festa della Madonna. Pressappoco un tributo pagano mescolato a tradizioni contadine e cattolicesimo popolare. L’uccisione del porco diviene una specie di macabra festa: si invitano amici e parenti per cena e via, grasse risate in compagnia mentre si consumano le spuntature della bestia sgozzata e si cuociono i fagioli nel lardo e nel sangue ancora caldo.
Ho quindi provato una rabbia indicibile nel guardare quel condannato a morte certa agonizzare inconsapevolmente nella sua prigione lercia. Quel maiale era un capolavoro della natura ed in capo a pochi mesi la sua vita volenterosa e desiderosa di esistere sarebbe stata stroncata per il sollazzo di un pugno di miserabili esseri umani vogliosi di passare una serata di vile spensieratezza e squallida buona tavola.
“Gino, passame ’sta sarsiccia!” “Bbone ’ste braciole, Mari’” “Haha, ma te ricordi quella volta che semo annati a rimorichia’ le tedesche a Montalto?” “Hahahahahahaha” “Ma ‘nsomma l’Inter ch’ha fatto?” “Bellissimo quel film” “Ma il libro è meglio” “Prendo un altro po’ di coppa” “Domani ci vieni alla mostra?” “Ma che ce freeegaaa ma che c’impooortaaa” “Un brindisi!” “Sotto col cotechino!”.
Ho pensato allora che quando un capolavoro viene sacrificato per far gozzovigliare uno o più imbecilli che hanno bisogno di quattro spiedini per sentirsi vivi, mi vergogno di appartenere a questa specie infame.
Poiché non c’è speranza per chi la bellezza la ammazza, la divora, la digerisce, la caca, la dimentica.

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L’ira di un vegano godereccio

Pubblicato da sdrammaturgo su 5 Luglio 2008

E’ giunta l’ora di fare chiarezza, di squarciare la coltre delle tenebre, di strappare il velo della menzogna e far risplendere la verità in tutto il suo fulgore: la mozzarella nella pizza con le patate non c’entra una fava.
Quando un individuo compie il passo etico decisivo ed abbraccia la scelta – o meglio, adempie al dovere – vegan rinunciando a nutrirsi di animali, è ben cosciente di ciò a cui andrà incontro: una maggiore fatica ed un impegno più attento nella scelta degli alimenti, giacché l’umanità tristemente fonda gran parte della propria gastronomia sui prodotti ottenuti dallo sfruttamento, dalle torture e dall’uccisione di altri animali non umani.
Ma c’è una cosa che un vegano amante della buona tavola non è disposto ad accettare e non accetterà mai: vedere infilati prodotti animali anche dove non c’entrano un cazzo.
Cosa c’è di più pleonastico al mondo dello strutto, ad esempio? Sono giunto alla conclusione che venga messo solo per impedire a noi animalisti di mangiare piadine o di comprare la pizza buonissima dei fornai.
“Ecco, dicendo ‘buonissima’ ti sei risposto da solo: lo strutto nell’impasto rende la pizza decisamente più buona”. ‘N par de palle: inizi a mangiare pizza senza strutto e scopri che è pure mejo.
Dunque, lo strutto è una componente inutile usata solo per dispetto ed alla faccia di quelli come me.
Per non parlare dei fiori di zucca. Nulla suscita più rabbia nel vegano dal palato fino che scoprire condimenti di origine animali per cibi che lui aveva sempre gustato nella loro purezza vegetale quando ancora era un vil carnivoro.
Penso alle frittelle con i fiori di zucca di mia nonna: dorate in padella con soltanto una pastella di acqua, olio, farina e nient’altro. Squisite, ed il sapore del fiore di zucca si esalta.
E invece no: provi a prenderle altrove e te le ritrovi associate a mozzarella e – eresia delle eresie – acciughe. Risultato: la bontà assoluta del fiore di zucca ne esce umiliata ed io vengo privato della possibilità di assaporare quella prelibatezza.
Ma dove si tocca il fondo è senza dubbio nella pizza con le patate.
Fin da piccolo sono sempre stato abituato a quella divina pizza bianca con patate affettate sottilmente sopra ed impreziosite da una spolverata di pepe ed un po’ di rosmarino. Ne vado pazzo, non mangerei altro. Quella è la mia vera droga, insieme ai felafel, al cocomero ed al succo di pera (per la cronaca, sono uno che non beve mai rum e pera in quanto ritengo che il rum rovini il succo di pera).
Insuperabile è il mio trauma, indescrivibile la mia amarezza, incontenibile la mia ira nel constatare come si stia espandendo come una pestilenza che non lascia scampo l’abitudine insana ed oltraggiosa di guastare con la mozzarella anche la sacra pizza con le patate.
La regale delicatezza popolana della patata infangata dalla volgarità kitsch della mozzarella.
Rivoglio la mia pizza con le patate tradizionale, pizzettari di merda! Fornai bastardi, perché, perché, perché devo girare quindici botteghe in due quartieri diversi per trovare un misero stronzo pezzetto di pizza con patate e basta?!
Sappiate che il mio disprezzo nei vostri confronti è doppio: non solo etico, ma anche gastronomico. Con la mozzarella, voi insultate la rustica nobiltà della pizza con le patate e così facendo mi danneggiate due volte, sia come animalista che come edonista.
Per un mondo migliore, di’ no a strutto a mozzarella.
Strutto e mozzarella, o dell’inutilità del male.

P.S. Quanto espresso per la pizza con le patate è da ritenersi valido anche per la pizza con le zucchine e financo per ogni pizza che porti su di sé la delizia dei sani e genuini prodotti della terra.

N.B. L’autore è certo di incarnare in questo frangente la verità incontrovertibile ed oggettiva, per cui bollerà come inappellabili errori nonché abbagli – altrimenti e più correttamente detti cazzate – dovuti a cecità ed ingenua abitudine ogni parere contrario a proposito dell’indiscussa ed indiscutibile gratuità di strutto e mozzarella.

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Il vegetalismo è roba da femminucce?

Pubblicato da sdrammaturgo su 29 Maggio 2008

Mac Danzig__________Michele Cucuzza

Mac Danzig, campione di lotta, vegano____________Michele Cucuzza, cojone generico, carnivoro

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Mangiare cinghiale non ti trasforma in Rambo.

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Post Scriptum

Peraltro, se utilizzi l’appellativo femminuccia et similia, il tuo ridicolo maschilismo ti qualifica per ciò che sei e se la tua virilità si misura in base al consumo di salsicce, se la tua mascolinità è strettamente legata alla cottura della bistecca, se ti senti più uomo di fronte ad un’amatriciana…beh, devi rivedere un attimo la tua virilità.

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Superiorità sgradita

Pubblicato da sdrammaturgo su 23 Febbraio 2008

Misero è il destino dell’uomo se la vittima invidia ed imita il carnefice.
In India una tigre ha fatto irruzione in un villaggio, mettendone in subbuglio gli abitanti. Comprensibile la paura, comprensibili i tentativi di mettere in fuga un animale potenzialmente molto pericoloso. Ma le bastonate, l’isteria collettiva spinta fino al tentativo di linciaggio non trovano scuse, se non nella crudeltà dell’essere umano che non ha eguali in natura.
Non era la tigre la belva feroce.
Quello che più mi ha disturbato e sconvolto nelle immagini di un’intera comunità che scatena la sua furia insensata contro un animale notevolmente più spaventato di ogni singolo inseguitore è stato pensare che la violenza cieca del più forte sul più debole imperversava presso una porzione di una popolazione che ha sperimentato la vessazione coloniale, la frusta del padrone, l’esercizio cruento del potere.
Persone che hanno toccato con mano lo sfoggio di forza bruta del conquistatore stavano emulando il loro aguzzino; invece di far tesoro dei loro traumi e dei loro incubi reali e permanenti e rinunciare alla prevaricazione gratuita memori delle sofferenze patite, riproducevano la dialettica della sopraffazione subita su di un essere vivente considerato inferiore e funesto, nonché alla portata della loro capacità di soperchieria.
Vero è che probabilmente anche la sensibilità, come ogni altra cosa, è un fatto culturale ed in quanto tale va appresa ed affinata. Ma se neppure la diretta esperienza di dolore degli ultimi dimostra di essere in grado di insegnare il valore del rispetto per l’altro, in particolar modo per il più debole, non resta che una disperazione senza scampo.
Mi viene in mente l’epistola di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato nel campo di sterminio nazista di Dachau: “Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature. Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze”.
Cerco di immedesimarmi in chi ha subito sulla propria pelle la funesta perversione della Shoà ed è stato costretto ad assistere alla prosecuzione dell’olocausto esercitato su altri esseri, così diversi nella conformazione psicofisica, ma così simili nella capacità di provare dolore e nella volontà di vivere. Quanto devono essere stati insopportabili i tormenti di quel sopravvissuto al delirio ariano nel constatare che tutto ciò che egli ha patito è stato vano e non è servito di lezione.
Miliardi di animali torturati ed uccisi ogni anno. Miliardi. Il più mite dei carnivori non sa di essere un genocida.
E’ questa la tremenda solitudine dell’animalista (e per animalista intendo il vegetaliano, giacché chi mangia animali semplicemente non è un animalista. Altrimenti sarebbe come dire che un militare può essere anche pacifista o che non è un pedofilo chi abusa solo di bambini africani e filippini, ma non di europei ed americani).
Noi animalisti non possiamo non riconoscere di aver compiuto un passo ulteriore rispetto alla maggioranza degli individui. In questo è inevitabile non considerarci eticamente superiori alla media umana, laddove per superiorità etica si intende una sensibilità per il rispetto della vita altrui più sviluppata, un più acuto senso dell’orrore per la prepotenza su chi è indifeso.
Però di questa superiorità non ci beiamo. Anzi: la guardiamo con commiserazione, la portiamo sulle spalle come un fardello di cui faremmo volentieri a meno. E questo per un motivo elementare: il nostro unico sogno è quello di essere raggiunti da tutti gli altri nelle nostre conquiste morali. L’unica cosa che vorremmo davvero sarebbe poterci ritenere eticamente alla pari, perfettamente eguali di fronte ad ogni altro uomo quanto ad assenza di desiderio di sottomissione degli animali.
Non c’è alcun guadagno infatti nel ritenersi migliori in questo campo. Non è come sentirsi più bravi, più belli, più potenti, più intelligenti. Guardare alla propria superiorità antispecista equivale solo a prendere atto con il massimo sconforto delle atrocità commesse sugli animali senza un barlume di speranza e senza poter lenire la frustrazione contando su una larga condivisione di intenti.
L’amarezza che l’animalista prova di fronte ai mattatoi, agli allevamenti, alle pellicce, è intensificata in confronto a quella che si avverte pensando alle guerre o alle devastazioni ambientali dal fatto che sono pochi, troppo pochi, tremendamente pochi ad aver capito quanto immonda è la violenza su qualsiasi altro essere senziente.
Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”.
Il mondo animale è la palestra in cui l’uomo affina le tecniche del sopruso.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ci ha mostrato come il carcere sia il luogo in cui si perfezionano i metodi di controllo vigenti nella totalità del consorzio umano. L’allevamento, allo stesso modo, è il gradino precedente: è sugli animali che l’essere umano impara e migliora l’arte ignobile dell’assoggettamento dell’altro.
A tal proposito afferma sempre Kupfer-Koberwitz: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri”.
L’animalista ripudia la logica dell’angheria ed in questa evoluzione vede gli altri che restano indietro. Ma cosa se ne fa di questo primato? Esorta chi è rimasto indietro a raggiungerlo, si prodiga affinché tutti gli esseri umani corrano alla sua stessa velocità, poiché da questo dipende la salvezza di chi divide con noi questo grande sasso chiamato pianeta Terra.
Noi non vogliamo essere migliori, non vogliamo più sentirci tali. Non ce ne facciamo alcunché, non ci piace affatto.
Tra gli innumerevoli sgradevoli ritornelli dei carnivori atti a sminuire e gettare fango su vegani e vegetariani per scongiurare il senso di colpa e non rinunciare ai piaceri del palato, uno dei più frequenti è: “Li odio perché si sentono superiori”. Ebbene, noi non aspettiamo altro di venire sorpassati.

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Un appunto animalista

Pubblicato da sdrammaturgo su 15 Gennaio 2008

A Roma, vicino alla fermata metro Lepanto, c’è una gelateria siciliana – una delle migliori del Centro-Italia – che ha tutto un intero bancone di gelato artigianale alla soia. Tantissimi gusti, compresa la panna montata vegetale (e scusate se è poco). Insomma, un vero e proprio paradiso per un vegetaliano – no, non mi pagano: se la tua attività produce o vende alimenti etici di qualità, la pubblicità te la faccio gratis e quanta ne vuoi. Te la meriti, che cavolo.
Tempo fa, tra una goduriosa leccata e l’altra (no, non potete capire la gioia estatica che prova un vegano nello scoprire gelato sciolto di soia), mi è capitato di imbattermi in questo volantino

Volantino gelato di soia

Ora, quanto c’è scritto è tutto vero e sacrosanto. Ma è quello che manca che mi fa riflettere ed irritare. Mi chiedo: ma che cazzo ce voleva ad aggiunge ‘na riga, una sola misera stronza riga, facendo menzione al fatto che mangiando gelato di soia, oltre a te, ne guadagna in salute anche una vacca alla quale vengono risparmiati tre anni di inseminazioni artificiali, parti forzati e mungitura intensiva che le provoca mastiti e piaghe e la costringe a morire massimo a sei anni (già, una mucca viene letteralmente spremuta a sangue) quando, in condizioni di libertà, potrebbe campare tranquilla fino a quaranta?
Bastava un semplice trafiletto in aggiunta agli altri: “Prodotto etico. Per chi è contrario allo sfruttamento animale”.
Invece no: per vendere, devi puntare sull’egoismo dell’essere umano: “Magna que’, ché te fa bene”. L’importante è che convenga a te, poi del resto che te frega? Tanto tu sei un’isola sospesa nel vuoto, quello che fai tu non ha ripercussioni sull’ambiente che ti circonda e sugli altri, no?
“Magna que’, ché fa bene a te e pure a ‘na vacca” già non va più bene: guai a far parola delle sofferenze altrui, specie se si tratta di “esseri inferiori”.
Sto facendo piano piano il callo alla refrattarietà dell’uomo a sentirsi colpevolizzato, soprattutto riguardo agli animali. Scoprire però che si evita di parlare di loro, di cosa sono costretti a patire per deliziare l’umano palato, anche quando si commerciano prodotti vegetali, mi mette addosso un senso di insostenibile ripugnante grottesco.

Parola chiave del giorno: responsabilità.

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Non esiste uno smacchiatore per la coscienza

Pubblicato da sdrammaturgo su 24 Dicembre 2007

Ricordati sempre che

Macellaio

Lui è l’esecutore materiale

Francesco Amadori

Lui è il mandante interno

Carnivori

Ma TU sei il mandante esterno

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Dettagli semantici

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Maggio 2007

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Dal consumatore al produttore

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Aprile 2007

Salame Negroni

Facciamo un passo indietro

Maiale torturato

A chi non farebbe gola?

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Ho sempre tifato toro

Pubblicato da sdrammaturgo su 31 Gennaio 2006

A volte la natura si ribella e si fa giustizia da sola, mentre aspetta impaziente l’arrivo di quel famigerato meteorite benefattore che pare prima o poi debba venire a risolvere i grossi guai combinati dal genere umano, amministratore delegato poco accorto nella gestione del pianeta Terra.
In Genesi 1, 26 si legge infatti:”E dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra’. Ora, non oso immaginare come sia fatto Dio: stando alle sue formine mimetiche, se ne dedurrebbe che non sia un granché né una cima. Mah, mistero della fede.
E’ comunque indubbio che il Padreterno non sia stato un presidente particolarmente accorto e lungimirante: l’aver affidato all’uomo quel mondo tanto amorevolmente edificato in sette giorni (fossi stato in lui ci avrei perso un po’ più di tempo, ma si sa: Dio è tanto indaffarto quanto svogliato) non mi pare sia stata una mossa azzeccata, visti i risultati. Se avesse scelto i lemuri come manager della sua proprietà, probabilmente le cose sarebbero andate meglio. Ma quel che è fatto è fatto: gli serva di lezione per eventuali lavori di restauro e ricostruzione dopo l’Armageddon.
Per ora il malcontento che serpeggia tra animali, vegetali ed agenti atmosferici è grande ed ogni tanto esplode in violente proteste, talvolta sommosse in piena regola, contro l’operato del cattivo amministratore.
Chissà, magari la nuova legge sulla legittima difesa è stata accolta con favore ed applicata arbitrariamente anche tra gli esponenti della flora e della fauna, fatto sta che ieri un toro durante una corrida in Messico ha saltato le recinzioni caricando il pubblico. Bilancio: tanta paura, qualche ferito tra gli spettatori, abbattimento del bovino sovversivo. Sarebbe stato lo stesso il suo destino: almeno è morto gloriosamente.
La notizia l’ha data il TG1 delle 20.00 di ieri sera, probabilmente perché c’era scarsità di notizie sulle sfilate della moda a Milano da sostituire agli aggiornamenti sulla guerra di camorra. Probabilmente il toro era comunista.
L’evento ha perlomeno il merito di riportare all’attenzione la barbarie della corrida che si consuma tutt’ora in paesi come Spagna, Messico, Portogallo, Francia (in Provenza e Camargue), dove si continua ad ammazzare per divertimento. Non sono da meno, e sia chiaro, tutti gli altri stati in cui, pur senza l’estremo della tauromachia, la caccia (intesa come sport e non come mezzo necessario di sostentamento) viene tollerata, incentivata, legalizzata.
L’essere umano uccide per divertimento: si parte in gruppo, la domenica mattina, armati di tutto punto, e via, verso la mattanza ludica di animali costretti ad uno scontro impari. Già: parecchi cacciatori sostengono che il fascino dell’attività venatoria risieda nella sfida con la bestia; sinceramente però la battaglia tra uomo con fucile a pallettoni e lepre dotata solo di buona lena non mi sembra troppo incerta, ardua ed esaltante.
Nella corrida poi il massacro del più debole diventa addirittura spettacolo: si fa teatro a spese della vita dell’attore protagonista, come se nel “Giulio Cesare” il personaggio venisse accoltellato sul serio – uhm…sarebbe una buona idea per il prossimo allestimento scenico di Giorgio Albertazzi…
Ecco perché mi risulta piuttosto difficile piangere la morte di cacciatori travolti da un cinghiale o di matador incappati in tori a cui il copione previsto non garba affatto.
Anzi, a costo di sembrare impopolare, confesso che mi capita spesso di accogliere le notizie di animali usciti vittoriosi dalla lotta per la vita contro l’essere umano con una certa, (neanche tanto) vaga, soddisfazione.
D’altronde la vittima ha il diritto di difendersi dal carnefice e l’animale è sempre una vittima incolpevole. Un senso di indignazione, perfino, mi pervade quando sento parlare in toni struggenti dell’uccisione di toreri e cacciatori: come se l’animale avesse avuto il torto di non lasciarsi ammazzare per svago, per esaltare le folle sadiche, per quindici minuti di gloria del tiratore al bar con gli amici. Come se l’innocente fosse l’aggressore.
Personalmente, alla corrida faccio il tifo per il toro. Ed il toro è praticamente sempre la squadra perdente.

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