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Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 6 Luglio 2008
E’ giunta l’ora di fare chiarezza, di squarciare la coltre delle tenebre, di strappare il velo della menzogna e far risplendere la verità in tutto il suo fulgore: la mozzarella nella pizza con le patate non c’entra una fava.
Quando un individuo compie il passo etico decisivo ed abbraccia la scelta - o meglio, adempie al dovere - vegan rinunciando a nutrirsi di animali, è ben cosciente di ciò a cui andrà incontro: una maggiore fatica ed un impegno più attento nella scelta degli alimenti, giacché l’umanità tristemente fonda gran parte della propria gastronomia sui prodotti ottenuti dallo sfruttamento, dalle torture e dall’uccisione di altri animali non umani.
Ma c’è una cosa che un vegano amante della buona tavola non è disposto ad accettare e non accetterà mai: vedere infilati prodotti animali anche dove non c’entrano un cazzo.
Cosa c’è di più pleonastico al mondo dello strutto, ad esempio? Sono giunto alla conclusione che venga messo solo per impedire a noi animalisti di mangiare piadine o di comprare la pizza buonissima dei fornai.
“Ecco, dicendo ‘buonissima’ ti sei risposto da solo: lo strutto nell’impasto rende la pizza decisamente più buona”. ‘N par de palle: inizi a mangiare pizza senza strutto e scopri che è pure mejo.
Dunque, lo strutto è una componente inutile usata solo per dispetto ed alla faccia di quelli come me.
Per non parlare dei fiori di zucca. Nulla suscita più rabbia nel vegano dal palato fino che scoprire condimenti di origine animali per cibi che lui aveva sempre gustato nella loro purezza vegetale quando ancora era un vil carnivoro.
Penso alle frittelle con i fiori di zucca di mia nonna: dorate in padella con soltanto una pastella di acqua, olio, farina e nient’altro. Squisite, ed il sapore del fiore di zucca si esalta.
E invece no: provi a prenderle altrove e te le ritrovi associate a mozzarella e - eresia delle eresie - acciughe. Risultato: la bontà assoluta del fiore di zucca ne esce umiliata ed io vengo privato della possibilità di assaporare quella prelibatezza.
Ma dove si tocca il fondo è senza dubbio nella pizza con le patate.
Fin da piccolo sono sempre stato abituato a quella divina pizza bianca con patate affettate sottilmente sopra ed impreziosite da una spolverata di pepe ed un po’ di rosmarino. Ne vado pazzo, non mangerei altro. Quella è la mia vera droga, insieme ai felafel, al cocomero ed al succo di pera (per la cronaca, sono uno che non beve mai rum e pera in quanto ritengo che il rum rovini il succo di pera).
Insuperabile è il mio trauma, indescrivibile la mia amarezza, incontenibile la mia ira nel constatare come si stia espandendo come una pestilenza che non lascia scampo l’abitudine insana ed oltraggiosa di guastare con la mozzarella anche la sacra pizza con le patate.
La regale delicatezza popolana della patata infangata dalla volgarità kitsch della mozzarella.
Rivoglio la mia pizza con le patate tradizionale, pizzettari di merda! Fornai bastardi, perché, perché, perché devo girare quindici botteghe in due quartieri diversi per trovare un misero stronzo pezzetto di pizza con patate e basta?!
Sappiate che il mio disprezzo nei vostri confronti è doppio: non solo etico, ma anche gastronomico. Con la mozzarella, voi insultate la rustica nobiltà della pizza con le patate e così facendo mi danneggiate due volte, sia come animalista che come edonista.
Per un mondo migliore, di’ no a strutto a mozzarella.
Strutto e mozzarella, o dell’inutilità del male.
P.S. Quanto espresso per la pizza con le patate è da ritenersi valido anche per la pizza con le zucchine e financo per ogni pizza che porti su di sé la delizia dei sani e genuini prodotti della terra.
N.B. L’autore è certo di incarnare in questo frangente la verità incontrovertibile ed oggettiva, per cui bollerà come inappellabili errori nonché abbagli - altrimenti e più correttamente detti cazzate - dovuti a cecità ed ingenua abitudine ogni parere contrario a proposito dell’indiscussa ed indiscutibile gratuità di strutto e mozzarella.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 11 Maggio 2008
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Mac Danzig, campione di lotta, vegano____________Michele Cucuzza, cojone generico, carnivoro
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Mangiare cinghiale non ti trasforma in Rambo.
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Post Scriptum
Peraltro, se utilizzi l’appellativo femminuccia et similia, il tuo ridicolo maschilismo ti qualifica per ciò che sei e se la tua virilità si misura in base al consumo di salsicce, se la tua mascolinità è strettamente legata alla cottura della bistecca, se ti senti più uomo di fronte ad un’amatriciana…beh, devi rivedere un attimo la tua virilità.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 6 Febbraio 2008
Misero è il destino dell’uomo se la vittima invidia ed imita il carnefice.
In India una tigre ha fatto irruzione in un villaggio, mettendone in subbuglio gli abitanti. Comprensibile la paura, comprensibili i tentativi di mettere in fuga un animale potenzialmente molto pericoloso. Ma le bastonate, l’isteria collettiva spinta fino al tentativo di linciaggio non trovano scuse, se non nella crudeltà dell’essere umano che non ha eguali in natura.
Non era la tigre la belva feroce.
Quello che più mi ha disturbato e sconvolto nelle immagini di un’intera comunità che scatena la sua furia insensata contro un animale notevolmente più spaventato di ogni singolo inseguitore è stato pensare che la violenza cieca del più forte sul più debole imperversava presso una porzione di una popolazione che ha sperimentato la vessazione coloniale, la frusta del padrone, l’esercizio cruento del potere.
Persone che hanno toccato con mano lo sfoggio di forza bruta del conquistatore stavano emulando il loro aguzzino; invece di far tesoro dei loro traumi e dei loro incubi reali e permanenti e rinunciare alla prevaricazione gratuita memori delle sofferenze patite, riproducevano la dialettica della sopraffazione subita su di un essere vivente considerato inferiore e funesto, nonché alla portata della loro capacità di soperchieria.
Vero è che probabilmente anche la sensibilità, come ogni altra cosa, è un fatto culturale ed in quanto tale va appresa ed affinata. Ma se neppure la diretta esperienza di dolore degli ultimi dimostra di essere in grado di insegnare il valore del rispetto per l’altro, in particolar modo per il più debole, non resta che una disperazione senza scampo.
Mi viene in mente l’epistola di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato nel campo di sterminio nazista di Dachau: “Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature. Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze”.
Cerco di immedesimarmi in chi ha subito sulla propria pelle la funesta perversione della Shoà ed è stato costretto ad assistere alla prosecuzione dell’olocausto esercitato su altri esseri, così diversi nella conformazione psicofisica, ma così simili nella capacità di provare dolore e nella volontà di vivere. Quanto devono essere stati insopportabili i tormenti di quel sopravvissuto al delirio ariano nel constatare che tutto ciò che egli ha patito è stato vano e non è servito di lezione.
Miliardi di animali torturati ed uccisi ogni anno. Miliardi. Il più mite dei carnivori non sa di essere un genocida.
E’ questa la tremenda solitudine dell’animalista (e per animalista intendo il vegetaliano, giacché chi mangia animali semplicemente non è un animalista. Altrimenti sarebbe come dire che un militare può essere anche pacifista o che non è un pedofilo chi abusa solo di bambini africani e filippini, ma non di europei ed americani).
Noi animalisti non possiamo non riconoscere di aver compiuto un passo ulteriore rispetto alla maggioranza degli individui. In questo è inevitabile non considerarci eticamente superiori alla media umana, laddove per superiorità etica si intende una sensibilità per il rispetto della vita altrui più sviluppata, un più acuto senso dell’orrore per la prepotenza su chi è indifeso.
Però di questa superiorità non ci beiamo. Anzi: la guardiamo con commiserazione, la portiamo sulle spalle come un fardello di cui faremmo volentieri a meno. E questo per un motivo elementare: il nostro unico sogno è quello di essere raggiunti da tutti gli altri nelle nostre conquiste morali. L’unica cosa che vorremmo davvero sarebbe poterci ritenere eticamente alla pari, perfettamente eguali di fronte ad ogni altro uomo quanto ad assenza di desiderio di sottomissione degli animali.
Non c’è alcun guadagno infatti nel ritenersi migliori in questo campo. Non è come sentirsi più bravi, più belli, più potenti, più intelligenti. Guardare alla propria superiorità antispecista equivale solo a prendere atto con il massimo sconforto delle atrocità commesse sugli animali senza un barlume di speranza e senza poter lenire la frustrazione contando su una larga condivisione di intenti.
L’amarezza che l’animalista prova di fronte ai mattatoi, agli allevamenti, alle pellicce, è intensificata in confronto a quella che si avverte pensando alle guerre o alle devastazioni ambientali dal fatto che sono pochi, troppo pochi, tremendamente pochi ad aver capito quanto immonda è la violenza su qualsiasi altro essere senziente.
Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”.
Il mondo animale è la palestra in cui l’uomo affina le tecniche del sopruso.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ci ha mostrato come il carcere sia il luogo in cui si perfezionano i metodi di controllo vigenti nella totalità del consorzio umano. L’allevamento, allo stesso modo, è il gradino precedente: è sugli animali che l’essere umano impara e migliora l’arte ignobile dell’assoggettamento dell’altro.
A tal proposito afferma sempre Kupfer-Koberwitz: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri”.
L’animalista ripudia la logica dell’angheria ed in questa evoluzione vede gli altri che restano indietro. Ma cosa se ne fa di questo primato? Esorta chi è rimasto indietro a raggiungerlo, si prodiga affinché tutti gli esseri umani corrano alla sua stessa velocità, poiché da questo dipende la salvezza di chi divide con noi questo grande sasso chiamato pianeta Terra.
Noi non vogliamo essere migliori, non vogliamo più sentirci tali. Non ce ne facciamo alcunché, non ci piace affatto.
Tra gli innumerevoli sgradevoli ritornelli dei carnivori atti a sminuire e gettare fango su vegani e vegetariani per scongiurare il senso di colpa e non rinunciare ai piaceri del palato, uno dei più frequenti è: “Li odio perché si sentono superiori”. Ebbene, noi non aspettiamo altro di venire sorpassati.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 11 Gennaio 2008
A Roma, vicino alla fermata metro Lepanto, c’è una gelateria siciliana - una delle migliori del Centro-Italia - che ha tutto un intero bancone di gelato artigianale alla soia. Tantissimi gusti, compresa la panna montata vegetale (e scusate se è poco). Insomma, un vero e proprio paradiso per un vegetaliano - no, non mi pagano: se la tua attività produce o vende alimenti etici di qualità, la pubblicità te la faccio gratis e quanta ne vuoi. Te la meriti, che cavolo.
Tempo fa, tra una goduriosa leccata e l’altra (no, non potete capire la gioia estatica che prova un vegano nello scoprire gelato sciolto di soia), mi è capitato di imbattermi in questo volantino

Ora, quanto c’è scritto è tutto vero e sacrosanto. Ma è quello che manca che mi fa riflettere ed irritare. Mi chiedo: ma che cazzo ce voleva ad aggiunge ‘na riga, una sola misera stronza riga, facendo menzione al fatto che mangiando gelato di soia, oltre a te, ne guadagna in salute anche una vacca alla quale vengono risparmiati tre anni di inseminazioni artificiali, parti forzati e mungitura intensiva che le provoca mastiti e piaghe e la costringe a morire massimo a sei anni (già, una mucca viene letteralmente spremuta a sangue) quando, in condizioni di libertà, potrebbe campare tranquilla fino a quaranta?
Bastava un semplice trafiletto in aggiunta agli altri: “Prodotto etico. Per chi è contrario allo sfruttamento animale”.
Invece no: per vendere, devi puntare sull’egoismo dell’essere umano: “Magna que’, ché te fa bene”. L’importante è che convenga a te, poi del resto che te frega? Tanto tu sei un’isola sospesa nel vuoto, quello che fai tu non ha ripercussioni sull’ambiente che ti circonda e sugli altri, no?
“Magna que’, ché fa bene a te e pure a ‘na vacca” già non va più bene: guai a far parola delle sofferenze altrui, specie se si tratta di “esseri inferiori”.
Sto facendo piano piano il callo alla refrattarietà dell’uomo a sentirsi colpevolizzato, soprattutto riguardo agli animali. Scoprire però che si evita di parlare di loro, di cosa sono costretti a patire per deliziare l’umano palato, anche quando si commerciano prodotti vegetali, mi mette addosso un senso di insostenibile ripugnante grottesco.
Parola chiave del giorno: responsabilità.
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Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 11 Dicembre 2007
Ricordati sempre che

Lui è l’esecutore materiale

Lui è il mandante interno

Ma TU sei il mandante esterno
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Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Aprile 2007

Facciamo un passo indietro

A chi non farebbe gola?
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Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 10 Gennaio 2006
A volte la natura si ribella e si fa giustizia da sola, mentre aspetta impaziente l’arrivo di quel famigerato meteorite benefattore che pare prima o poi debba venire a risolvere i grossi guai combinati dal genere umano, amministratore delegato poco accorto nella gestione del pianeta Terra.
In Genesi 1, 26 si legge infatti:”E dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra’. Ora, non oso immaginare come sia fatto Dio: stando alle sue formine mimetiche, se ne dedurrebbe che non sia un granché né una cima. Mah, mistero della fede.
E’ comunque indubbio che il Padreterno non sia stato un presidente particolarmente accorto e lungimirante: l’aver affidato all’uomo quel mondo tanto amorevolmente edificato in sette giorni (fossi stato in lui ci avrei perso un po’ più di tempo, ma si sa: Dio è tanto indaffarto quanto svogliato) non mi pare sia stata una mossa azzeccata, visti i risultati. Se avesse scelto i lemuri come manager della sua proprietà, probabilmente le cose sarebbero andate meglio. Ma quel che è fatto è fatto: gli serva di lezione per eventuali lavori di restauro e ricostruzione dopo l’Armageddon.
Per ora il malcontento che serpeggia tra animali, vegetali ed agenti atmosferici è grande ed ogni tanto esplode in violente proteste, talvolta sommosse in piena regola, contro l’operato del cattivo amministratore.
Chissà, magari la nuova legge sulla legittima difesa è stata accolta con favore ed applicata arbitrariamente anche tra gli esponenti della flora e della fauna, fatto sta che ieri un toro durante una corrida in Messico ha saltato le recinzioni caricando il pubblico. Bilancio: tanta paura, qualche ferito tra gli spettatori, abbattimento del bovino sovversivo. Sarebbe stato lo stesso il suo destino: almeno è morto gloriosamente.
La notizia l’ha data il TG1 delle 20.00 di ieri sera, probabilmente perché c’era scarsità di notizie sulle sfilate della moda a Milano da sostituire agli aggiornamenti sulla guerra di camorra. Probabilmente il toro era comunista.
L’evento ha perlomeno il merito di riportare all’attenzione la barbarie della corrida che si consuma tutt’ora in paesi come Spagna, Messico, Portogallo, Francia (in Provenza e Camargue), dove si continua ad ammazzare per divertimento. Non sono da meno, e sia chiaro, tutti gli altri stati in cui, pur senza l’estremo della tauromachia, la caccia (intesa come sport e non come mezzo necessario di sostentamento) viene tollerata, incentivata, legalizzata.
L’essere umano uccide per divertimento: si parte in gruppo, la domenica mattina, armati di tutto punto, e via, verso la mattanza ludica di animali costretti ad uno scontro impari. Già: parecchi cacciatori sostengono che il fascino dell’attività venatoria risieda nella sfida con la bestia; sinceramente però la battaglia tra uomo con fucile a pallettoni e lepre dotata solo di buona lena non mi sembra troppo incerta, ardua ed esaltante.
Nella corrida poi il massacro del più debole diventa addirittura spettacolo: si fa teatro a spese della vita dell’attore protagonista, come se nel “Giulio Cesare” il personaggio venisse accoltellato sul serio - uhm…sarebbe una buona idea per il prossimo allestimento scenico di Giorgio Albertazzi…
Ecco perché mi risulta piuttosto difficile piangere la morte di cacciatori travolti da un cinghiale o di matador incappati in tori a cui il copione previsto non garba affatto.
Anzi, a costo di sembrare impopolare, confesso che mi capita spesso di accogliere le notizie di animali usciti vittoriosi dalla lotta per la vita contro l’essere umano con una certa, (neanche tanto) vaga, soddisfazione.
D’altronde la vittima ha il diritto di difendersi dal carnefice e l’animale è sempre una vittima incolpevole. Un senso di indignazione, perfino, mi pervade quando sento parlare in toni struggenti dell’uccisione di toreri e cacciatori: come se l’animale avesse avuto il torto di non lasciarsi ammazzare per svago, per esaltare le folle sadiche, per quindici minuti di gloria del tiratore al bar con gli amici. Come se l’innocente fosse l’aggressore.
Personalmente, alla corrida faccio il tifo per il toro. Ed il toro è praticamente sempre la squadra perdente.
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