Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Archivio per il 'Paesaggi di Passaggio' Categoria


Sex and the Country

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 4 Giugno 2008

Sottotitolo: l’eros a misura di orto.

*

Il sesso è una cosa meravigliosa. Il sesso è una cosa bellissima. Il sesso è la più bella che ci sia. Nessuno potrebbe farvi cambiare idea su questo. Chi potrebbe, d’altronde?
E invece no: il bifolco può. Il bifolco può tutto.
La presente raccolta è frutto di anni ed anni di ricerca sul campo condotta dall’equipe di studi eto-sub-antropologici
Inquietologo&Sdrammaturgo Useless Services tra la selvatica ruralità della Tuscia.
Il materiale collezionato si compone di frasi ed esternazioni varie - udite in prima persona dai due scienziati lungo tutto il corso della loro falisca vita agreste - in grado di far sembrare il sesso un qualcosa di sgradevole, raccapricciante, disgustoso.
Se ne parla il bifolco, l’erotismo diviene atroce e l’ardore si tramuta in orrore.
Pensavate che Ted Bundy e Pietro Pacciani avessero una sessualità particolarmente disturbata? Ebbene, preparatevi ad esplorare gli abissi più perversi delle pulsioni.

Avvertenza: la lettura è sconsigliata agli inguaribili romantici.

*

“‘Sta settimana hai inzeppito? Io ho dato tre inzeppite. Ma poi c’avea ‘na fica stretta! A ‘n certo punto m’è toccato rimannalla a casa. Je l’ho detto: ‘Sente, c’hae la fica troppo stretta, mica je la fo’”

“Quella che mestiere fa? L’attrice? Capirai, l’attrici lo fanno infila’ pure mal cane”

Bottega del barbiere. La radio trasmette Non va più via l’odore del sesso “Non va più via l’odore del sesso…E che je c’ha pisciato dentro?”

“Quella? E quella ce l’ha ‘na manciata de fregna!”

“Stasera la guarde Striscia la Notizia? Pe’ chi te la fae la zagana? Pe’ la bionda o pe’ la mora?”

“E ‘nsomma stavo a ingroppa’ ’sta quarantenne e questa me fa: ‘Io però avrei bisogno anche di coccole’. Ma quali coccole: je l’ho buttato su ‘n’artra vorta e so’ annato via”

“‘Na vorta stavo a monta’ ‘na mastiotta giù pe’ ‘l lago; te do ma la fica, te do ma la fica, qua, te do mal culo. Do una o du’ briscole, dio porco tipo fòra ‘l cazzo e era ‘n cremino”

“Guarda ‘n po’ che sorca quella lì: tu nu’ je la faresti ‘na fica come la ròta de la molazza?”

“M’ea apparecchiato bene in quel modo, e che fae, nu’ je la dae?”

“A rega’, e così me fate ‘na fica come la ròta de la bicicletta: a razze”

“Toh, che bel porta-mmerda!”

“Bbona quella, eh? Che je ropperesti se dovessi sceje?”

“Adè bombareccia?”

“Me ricordo che quanno ero giovine annassimo a coja l’ua e c’adera ‘na bardassotta; a n’ certo punto s’abbassò e je se videro da la sottana quattro pele de sorca: ogni filagna ‘na pugnetta”

“Le donne so’ solo che da pisello”

“Prima o poi toccherà prova’ ’sti transessuali: dice che fanno belle boccole”

“So’ annato co’ ‘na pornostar: cinquecento euro, ha’ da senti’ come spigneva mal culo”

“Me raccomanno, faje piano a la mi’ cuggina quanno me l’ancule”

“Mo’ vo a Cuba. Appena scenno dall’aereo, chiappo una e dico: ‘Vo’ monta’?'”

“Vene qua che te le do io ‘l tabbacco del moro!”

“Hae ‘nfilato ‘sta settimana?”

“Tu c’hae tre fije, nun poe fa’ le cazzate. Io lo so che la Luisa c’ha ‘na fica che è ‘n pezzo de pane…”

“Ricordete: le cose che se montano nun se prestano, da la bicicletta a la moje”

“Guarda che noi da giovani capitava pure che qualcuna de ‘ste tedesche in villeggiatura la sbudellavamo…”

“Nun te piace ‘l baccalà? Allora nun te piace la fica. La fica sa de baccalà”

“Quella dell’altr’anno su la barca m’ha lasciato ‘no stronzetto, dopo che me la so’ ‘nculata”

“Voi de vent’anni mica scopate: voi ve fate le pippe mal fodero de la fica”

“Da quanno esistono ’sti bidè, la fica nun sa più de ‘n cazzo”

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Oί σαεττόνες

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 11 Marzo 2008

Sottotitolo: analisi della geografia politica e degli usi e costumi del mio borgo natio come specchio della Grecia Antica.

Ci sono storie che meritano di essere raccontate. Questa non è una di quelle.
Ho già avuto modo altre volte di perdermi in trasognate narrazioni di vita vissuta mio malgrado nel mio amaro paese d’origine (ad esempio qui, qui e qui). Mi accorgo però che sono sempre state memorie redatte più sul trasporto della commozione che con il piglio lucido dello storico rigoroso. Ho reputato dunque che fosse giunto il momento per una trattazione scientifica che associasse la professionalità all’emozione dei ricordi.
L’idea per il presente saggio mi è venuta in mente mentre rimembravo i gloriosi tempi delle grandi risse tra frazioni ed ho realizzato con stupore quanto simile fosse la situazione della mia terra natale a quella dell’Antica Grecia.
Avete mai provato ad immaginare una Grecia senza Atene? Insomma, un’Ellade senza speculazione filosofica, senza razionalità politica, senza poesia e letteratura, senza scienze avanzate. Togliendo alla Grecia le altezze del pensiero, rimarrebbero le sbornie, le guerre e gli squartamenti di buoi. Ecco, avete ottenuto Montefiascone.
Nell’epoca dell’Europa unita, in cui un finlandese dovrebbe sentirsi a casa sua anche in Portogallo, laddove il Vecchio Continente ed il mondo intero si avviano ad un crescente cosmopolitismo favorito dalle grandi migrazioni, sul colle falisco è ancora possibile sentirsi a disagio con il proprio vicino di orto.
A Montefiascone vige infatti una sorta di federalismo ancestrale ed immanente, un campanilismo atipico ed originale che si espleta non già e non solo in una rivalità astiosa con i paesi limitrofi, ma genera financo un nazionalismo tutto interno tra frazione e frazione e sovente pure tra sottofrazione e sottofrazione, tra via e via, tra strada e strada.
Ah, quante volte ho sentito pronunciare da qualche abitante di Tartarola: “Tsk, che t’aspetti da quello lì? Capirai, quello è del Poggio delle Croci: tutta gentaccia”. Ed il Poggio delle Croci comincia appena superata una curva di Via Tartarola.
Ma procediamo per gradi.
Come la Grecia Antica, dunque, il territorio montefiasconese è suddiviso in regioni ben distinte in cui sono rintracciabili sfumature di tradizioni e caratteristiche sociali leggermente differenti di zona in zona.
Il cittadino falisco è noto nel circondario viterbese come saettone, appellativo che indica la figura distintiva del contadino chiuso e diffidente, dedito esclusivamente ai propri affari e disinteressato agli eventi della comunità, per nulla ospitale, orgoglioso della propria ignoranza e sveltone, ovvero smargiasso, tracotante, ergo facile alla ύβρις, peccato al tempo stesso punito e mal visto eppure peculiare dell’animo del montefiasconese medio. C’è un brevissimo dialogo che riassume al meglio lo spirito ottuso e tronfio del bifolco nostrano: due tra i maggiori saettoni stanno conversando; uno fa all’altro, il buzzurro più mastodontico: “Ambrogi’, hai sentito? Dice che nel 2017 cadrà un meteorite che distruggerà tutto il mondo” “Sa’ che cazzo m’ancula ma mi: io so’ muratore, costruiscio un muro de cimento e me c’ariparo sotto”.
Preoccupato solo del proprio campicello, il saettone vede di cattivo occhio già il dirimpettaio, che percepisce come estraneo ai propri affari, dunque da evitare, temere e combattere.
Ne consegue un’inevitabile frammentazione della comunità.
Tenendo presente la penisola ellenica come termine di paragone, è possibile quindi tracciare un profilo delle varie aree montefiasconesi scorgendovi più di una somiglianza con le diverse regioni greche.

Partendo dall’esterno, ci sono gli Zepponami, suddivisi in agglomerati che portano il nome delle principali famiglie residenti (i Cevoli, gli Stefanoni, etc.). Terra che più di ogni altra ha sempre rivendicato la propria indipendenza dal resto del paese, costituisce un organismo territoriale estraneo e duro, un sistema in sé concluso più di ogni altro all’interno dell’intero comune, abitato da genti selvatiche che si sono costruite una loro urbanità e si sono date leggi ispirate agli antichi ardori guerrieri. Ecco, gli Zepponami sono la Tracia.
Il dotto inquietologo Prof. Fulvio Tricheco rammenta un aneddoto che sintetizza al meglio il carattere del popolo zepponamese. Da piccolo, il Tricheco soleva andare a giocare a casa di Eugenio, figlio del medico della frazione; un simile prodotto della buona borghesia non poteva che essere considerato un elemento alieno in un contesto di brutali agricoltori. Eppure, un giorno, il bimbo Eugenio propose a Fulvio di andare a giocare in parrocchia: “Vieni con me, lì siamo tutti amici!”. Nel momento in cui Eugenio si avvicinò agli altri ragazzini, un grido si levò da uno di loro: “Rega’, c’è ‘l fijo der dottore: pelamo ‘l porco!”.
Difficile è l’integrazione in una stirpe indomita.

Il suddetto Fulvio Tricheco nacque e crebbe invece a Le Coste, terra che può essere accostata alla Tessaglia: rustica e sanguigna, ma tutto sommato pacifica e dotata di una sua creatività.
E’ sempre Fulvio a raccontare come i suoi compagni erano soliti disegnare a scuola trattori a cingoli al posto di astronavi; avevano trattori a pedali invece delle classiche macchinette; sognavano di diventare abili piloti di trattori; ambivano ad andare sul trattore con i propri padri.
Le Coste sono ripartite in ulteriori zone: il Poggio della Frusta, il Salto dell’Asino e per finire il misterioso Cunicchio, che sprofonda verso il lago ed è noto per la presenza di numerose fattucchiere, per udire gli oracoli delle quali arrivano persone da ogni angolo del paese.
Basti un solo famigerato esempio per render chiaro il vasto potere delle streghe costarole. Un giorno una ragazza andò a domandare lumi sul futuro ad una di esse: “Sono in crisi con il mio ragazzo. Secondo lei ci lasceremo?” “Potrebbe essa, ma potrebbe pure nun essa”.

Ai confini estremi di Montefiascone ci sono i Poggeri, delimitati dai Fiordini e dalla Commenda. Sono regioni abitate da genti legate alla campagna, per nulla avvezze alla mondanità paesana. E’ un popolo semplice e laborioso, i cui fanciulli giocano ad arare i campi con la propria bicicletta, simulando l’opera del vomere con veementi sgommate al grido: “Va’ come smorghino!”. Poggeri, Fiordini e Commenda rappresentano l’Epiro.
Anche durante i tipici giochi dei bambini, in cui costoro interpretano personaggi simulando vita di famiglia, l’animo puro e rurale degli individui del luogo emerge costantemente: “Io faccio il padre” “Io faccio la madre” “Io faccio il figlio” “Io faccio il cinghiale”.
E’ interessante vedere come il bestiame venga reputato alla stregua di un elemento del focolare.

Quasi al di fuori del perimetro comunale sono situate Le Guardie, landa pressoché desolata in cui i giovani falisci si recano per mettere alla prova il proprio ardimento schiacciando con la macchina i molti conigli che ivi vivono liberi. L’abbattimento di un buon numero di capi è motivo di vanto allorché ci si reca sull’acropoli - la piazza al centro - a bearsi delle proprie gesta, mentre si gira in tondo con la costosa automobile nuova fiammante a rendere la totalità della cittadinanza edotta sui gusti musicali del guidatore.
Per inciso: una visita alla piazza di Montefiascone è caldamente consigliata ai detrattori delle teorie evoluzionistiche darwiniane. Udendo i grugniti gutturali ed assistendo alle pose scimmiesche dei più rudi tra i saettoni, risulta impossibile infatti dubitare di un passato belluino del genere umano. Le maniere ferine che permangono e ristagnano nei primitivi falisci, i loro tratti somatici disarmonici ed australopitecheggianti, rendono la scena un vero e proprio studio di Cesare Lombroso a cielo aperto.

Passando rapidamente in rassegna le altre frazioni che portano il nome di Cipollone, Madonnella, Le Grazie, Le Cannelle, Capobianco, Le Primie (rispettivamente Macedonia, Etolia, Acaia, Beozia, Calcedonia, Epidauro) visto il loro trascurabile interesse e tralasciando le altre innumerevoli sottozone di cui si compone Montefiascone, posso finalmente arrivare ad illustrare e descrivere la mia frazione di provenienza.
Se Fulvio è nato e cresciuto in Tessaglia, io ho avuto la nobile sorte di nascere e crescere nientepopodimeno che a Sparta.
Sì, Le Mosse stanno a Montefiascone come la Laconia sta alla Grecia.
Senza ombra di dubbio il più inclemente territorio del panorama falisco, Le Mosse hanno da sempre sfornato gli uomini più coriacei, gretti e bellicosi del paese.
Un ecosistema a parte, quello de Le Mosse. E’ compreso tra Tartarola (lembo di confine con il paese, è lì che si trova la mia casa) e la Mentuccia (impervio luogo di pascoli e boschi), si estende fino a Vallalta (pianura di aperta campagna) ed ha il proprio cuore pulsante ne Le Mosse propriamente dette e nel Carpine.
E’ soprattutto dal Carpine che proviene lo zoccolo duro della genia guerriera mossarola.
Sprezzante del destino che aveva voluto darmi una speranza di salvezza facendomi nascere sulla frontiera, fin da piccolo volli lo stesso farmi inghiottire dai furori che sentivo spirare dalle spartane Mosse, senza badare troppo alle sagge parole disincantate di Fritz il benzinaro, vero e proprio Tiresia agreste costantemente assiso a prendere il fresco davanti casa. Ogni volta in cui mi recavo a trovare i miei nonni che abitavano nel bel mezzo de Le Mosse, egli mi diceva: “Che stai a fa’ qua pe’ ’sti zozze Mosse?”.
Perché a Le Mosse non si va e da Le Mosse non si parte. A Le Mosse si sta, qualora il fato ed il sangue abbiano deciso di porvi i natali.
C’è chi da Le Mosse non è mai uscito in tutta la propria vita: la mattina il lavoro nei campi, dopodiché al bar di Carmelo o di Pila; la spesa si fa da Toto, i capelli si tagliano da Oreste o da Mauro e se ti fai male ci pensa il sor Duilio a metterti a posto le ossa, come si conviene ad un vero uomo, altro che i vezzosi ospedali adatti giusto ai modi effeminati di quelli del centro privi di spina dorsale!
E di certo non ci sono motivi per andare a Le Mosse.
Se i ragazzini de Le Coste disegnavano trattori e quelli dei Poggeri giocavano ad arare i campi, i bambini de Le Mosse non disegnavano e non giocavano per niente. Niente e a niente.
L’αγογή cominciava presto per il piccolo mossarolo. Io ho avuto la fortuna di ricevere il battesimo del fuoco da una generazione di eroi. Quasi tutti loro hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della rozzezza falisca.
C’era Michele S., un concentrato di pura cattiveria allo stato brado. Quando, vedendolo passare, le vecchine gli chiedevano bonarie e materne: “Dove va questo bel giovinotto?”, Michele rispondeva prontamente e puntualmente: “A fanculo. Fatte le cazze tue, puttana” (importante nota grammaticale: nel dialetto montefiasconese non esiste il maschile plurale. Tutti i sostantivi maschili, al plurale vengono flessi al femminile. Esempio: il maschio diventa le maschie. Per approfondimenti, cliccare qui). Michele S. era uno specialista della tortura, sia su animali che su esseri umani. La pratica che preferiva era appendere i gatti sui balconi ai fili che si usano per stendere i panni. Era escluso che potesse avere torto: chi è avvezzo ed esperto nella prevaricazione, non può che prevalere in ogni caso ed in ogni dibattimento. Come quella volta in cui stava fumando sul terrazzo di casa sua; la cenere cadde in testa ad un’elegante anziana signora che stava passando lì sotto, la quale alzò lo sguardo e con garbò disse: “Ohibo” “Ma vaffanculo”, fu la pronta reazione.
Daniele R., sempliciotto scampato per miracolo dall’essere scartato sulla rupe Tarpea, subì quotidianamente per un anno intero gli abusi di Michele S.: ogni mattina, alla fermata dello scuolabus, appena Daniele sopraggiungeva, Michele esclamava: “Qua, mo’ mettemo le marce” e successivamente lo afferrava per i capelli muovendo la sua testa come se avesse tra le mani la manopola del cambio di un’autovettura. L’operazione durava dai dieci ai quindici minuti filati, fino a che il pulmino non compariva salvifico a dar respiro al malcapitato.

Inoltre a Michele S. si deve l’invenzione della risposta definitiva, quella che mette a tacere qualsiasi critica: a chiunque osasse rilevare qualcosa di ridicolo o sbagliato nella sua persona, egli ribatteva: “Io me lo posso permettere”. “Ma che pantaloni brutti che hai!” “Io me lo posso permettere”. “Perché ti sei pettinato in modo così insulso?” “Io me lo posso permettere”. “Haha, t’hanno bocciato!” “Io me lo posso permettere”. Io me lo posso permettere: disarmante, non lascia scampo a repliche e contrattacchi.

Inseparabile spalla di Michele S. era Federico D., un baro nato. Briscola, Monopoli, Hero Quest, Hotel: qualunque fosse il gioco, lui rubava ed ingannava con una maestria inimitabile. Un truffatore così talentuoso che, pur essendo semi analfabeta, quando si doveva imbrogliare mostrava un eloquio ammaliatore ed impeccabile.
Loro pari nelle gerarchie militari erano Federico B. e Michele C. Il secondo aveva fama di imbattibile picchiatore. Solo Marco S. gli era pari nell’arte dello sganassone. Temuto e rispettato, il suo era uno spirito impavido e spavaldo. Giocando una volta a calcio contro una squadra di Viterbo (peggio che forestieri!), ebbe uno screzio con un avversario. Uno dei compagni lo mise in guardia: “Attento, Miche’, questo lo conosco ed è cintura nera di karate!” “Embè?” rispose imperturbabile il prode Stelio delle vigne “Io c’ho ‘n pezzolo mal motorino”.
Altra coppia di inseparabili erano Daniele B. e Stefano. Il secondo in particolare era un perculatore di insolito ingegno. A lui si devono molti dei soprannomi affibbiati ai ragazzi de Le Mosse e mai più dimenticati. Uno su tutti, il Pollo, altresì Luca, che dal volo dalla rupe Tarpea non si riprese mai più. Non ho mai visto in tutta la mia vita subire tanti atti di bullismo campagnolo da una persona sola. Uno su tutti, il più frequente, la stira: non faceva in tempo a comparire in pubblico che veniva subito aggredito in gruppo e spogliato completamente. Dimostrò comunque un’ostinazione ammirevole nel non recludersi in casa e partecipare anzi assiduamente ai giochi collettivi. Di questo le alte sfere gli resero merito ed infatti dopo una dozzina d’anni smisero di angustiarlo.
Eredi dello schernitore provetto furono Pierluigi e Gabriele, che furono gli elementi a me più vicini, insieme a Fiore, colosso forzuto la cui nota distintiva era quella di imitare il rumore delle sgassate quando correva giocando a pallone. Piegava la testa da un lato e strillava: “Viiim viiiiiiiim!”, facendosi forza nel segno della Tipo sbassata del fratello. Ciò che gli dei avevano dato alle sue braccia, avevano tolto all’estro. Una volta in cui mi trovavo con lui e Giorgio (figlio dell’avvocato, ergo rampollo della nobiltà mossarola, invisa alla classe dei soldati), proposi di giocare ai poliziotti. Tutto entusiasta, Giorgio intervenne: “Ok, io mi chiamerò Frank Johnson!”, io incalzai: “Ed io mi chiamerò Alex Parker!” e Fiore: “Io mi chiamo Peppe”. Ci passò la voglia.
Retrovie di fanteria erano Salvatore e Marco detto il Cignale. Salvatore veniva sovente messo in castigo, specie quando non finiva il numero di cannelloni che la madre aveva stabilito dovesse ingurgitare. Un vero genitore mossarolo è sempre assente dalla vita del proprio figlio, tranne quando si tratta di insegnargli con severità che un vero spartano non deve tirarsi mai indietro di fronte alle abbuffate, giacché il cibo in quantità è la fonte di energia del guerriero audace nonché prova di virilità da cui non ci si può esimere.
Il Cignale è invece l’emblema del cattivo rapporto del falisco con il progresso: quando il padre comprò un frullatore, l’unica cosa che Marco considerò utile ed opportuno fare con quella diavoleria tecnologica fu infilarci il braccio. Dovettero mettergli decine se non centinaia di punti di sutura. Diede però prova di massimo coraggio. Puah, inutile aggeggio della frivola modernità, lezioso orpello da borghesuccio! Un mossarolo degno di codesto nome si rifiuta di spremerci dentro frutta come farebbe una donnicciola! Ci sono le nude mani per quello! Molto meglio misurarci il vigore delle proprie membra, sicuramente atto meritevole di stima.
Tra le massime autorità c’era Riccardo detto Vitino, in quanto figlio dell’elettricista chiamato Cacciavite. Fu uno dei miei principali mentori e correttori. Un giorno, siccome lui si stava vantando di aver pomiciato con vieppiù cessi da fare spavento e tessendo l’apologia delle donne brutte, io ebbi l’ardire di professarmi discorde e mostrare un’imperdonabile mollezza di gusti estetici: “A me però piacciono solo le ragazze belle. Non so, con una brutta non ci andrei”. Giustamente, venni subito esposto al pubblico ludibrio: “Stuuupido! Sentitelo tutti! Ha detto che le brutte non gli piacciono!” “Hahahahahahaha”, ci fu uno scroscio di risa da parte di tutti gli astanti. “Hahaha, gli piacciono solo le belle al signorino, hahahahaha” “Le brutte te le devi scopa’ tutte, hai capito? Stuuupido!” “Buffone, dio porchise, buffone!” (a Montefiascone neppure le bestemmie - usate come intercalari - vengono pronunciate correttamente: dio porco diventa dio porchise, dio maiale dio maleale, dio impestato dio ‘mpeshtato, e via storpiando).
Non fu l’unica volta in cui venni redarguito. Accadde anche sullo scuolabus, nel periodo della terza media. “L’anno prossimo che scuola prendi?”, mi chiese Francesco T. il Bello, ammirato per la propria bravura a calcio, per la potenza di tiro, per il rutto spaccafinestre e così appellato per distinguerlo dal coetaneo Francesco T. il Brutto. “Il liceo classico”, risposi. Subito fu un coro di ingiurie: “Cojone! Stupido! Il classico, pija ’sto salame! Chissà che cazzo ce fai. Ragioneria hai da pija’, così poi c’hai ‘n pezzo de carta su le mano! Scialacotto!” (appunto lessicale: scialacotto è il tipico insulto montefiasconese. Significa “uccello lesso e senza ali”).
Salendo nelle alte cariche, si faceva la conoscenza di Renzo de le Pince, ergo Pincetto, detto anche Schillaci. Era il più grande di noi, ma anche oggi che avrà trent’anni suonati ne dimostra a malapena quindici ed intellettualmente sette. Magrissimo, povero, vittima di un padre padrone, era al limite del ritardo mentale. Ma gli volevo bene, era un animo docile, simpatico ed ero nelle sue grazie (sarà perché era più balbuziente di me). A lui devo il soprannome di Fontolan, come il calciatore dell’Inter, che mi accompagnò fino alla fine dell’adolescenza.
Suoi sodali erano Memo e Simone detto la Sorca. Proprio Memo aveva conferito tale nomignolo all’amico: un giorno, al baretto, voltandosi verso il compagno, lo apostrofò: “Ammazza quanto sei brutto. Fai schifo. Me pari ‘n sorce. Anzi, ‘na sorca”. Oh, Memo ed il suo perenne caschetto con la riga in mezzo…Spaccone congenito, si ricorda un suo memorabile ingresso in sala giochi con indosso solo una camicia a maniche corte completamente sbottonata sul petto nudo mentre fuori c’era la neve proferendo gagliardo: “Dio sbudellato, che cazzo de callo che fa di fora”.
Vero guru era Luca detto il Tubbista. La sua parola era legge. Se al flipper lui diceva fuelle invece di fuel, qualora tu osavi pronunciare la corretta dizione inglese, eri tu l’ignorante senza appello, perché “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Se Fiore sosteneva che tra due uomini che fanno sesso “solo chi pija è frocio: quell’antro è normale” e tu gli facevi notare la falsità della sua osservazione portando come argomentazione il parere dei maggiori sessuologi, venivi sbugiardato ed umiliato, perché glielo aveva detto il Tubbista e “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Il Tubbista era il sapere incarnato.
Ma il Mito, il Sommo, l’Assoluto, il Meraviglioso era lui: Emiliano detto Egans. Non aveva preso neppure la terza media per fare il manovale, aveva il Fifty modificato che andava più forte di tutti ed aveva il cazzo di venticinque centimetri: mi pare sufficiente per essere ritenuto l’Inarrivabile. Sì, Egans era Leonida. Compariva raramente, come si conviene ad una leggenda. Da vero duro qual era, sul motorino dava gas tirando direttamente la corda dell’acceleratore che aveva staccato dalla manopola del manubrio. Sul suo prodigioso cazzo si narravano storie su storie, tra cui spiccava il celeberrimo faccia a faccia con una prostituta, la quale, nel vedere il suo mostruoso arnese, avrebbe affermato: “Que’ lo vai a mette nel culo a la tu’ mamma”. Esisteva tutto un filone di epica sottofrazionale su Egans, tanto da poterci redigere un’Egansiade. Egli era il re.
Luogo eletto dell’addestramento era il campetto. Ci sono tanti campetti a Montefiascone, ma quello de Le Mosse è IL Campetto. Il prete dell’oratorio, in preda alla disperazione, ci aveva affisso il cartello “vietato bestemmiare”. Su quel cartello non è mai mancata della saliva colante.
Era da lì che partivano le mode linguistiche per insulti ed offese pirotecniche di vario genere che contagiavano poi l’intero paese ed era lì che venivano inventate le più innovative e letali tecniche di lotta, sopruso ed angheria.
Resta negli annali ad esempio la crocifissione di un ragazzo colpevole di essere figlio di un professore: venne legato alla croce del tetto della chiesa ed esposto alle intemperie per diverse ore.
Furono poi brevettate molteplici metodologie di attacco: il frontino di potenza, il cotozzo a mano piena (quando ci si tagliava i capelli, si aveva paura di farsi vedere in giro, tanto era temuta l’inesorabile tradizione dello schiaffo del capello), la boccata sciacquadenti, il battesimo delle scarpe (se ti presentavi con un nuovo paio di scarpe, ti venivano pestati i piedi da tutti gli altri), il disonore (gesto puramente simbolico: se te ne stavi seduto assorto e distratto, qualcuno poteva balzarti addosso strofinandoti la nuca con il culo ed in quel momento eri disonorato), fino al terrificante ghetto, che consisteva nello sputarsi sull’indice ed il medio uniti per poi lanciare lo scatarro con le mani addosso al proprio bersaglio. Essendo stato sempre parossisticamente schifiltoso, quando fu in voga il ghetto non uscii per mesi.
Non ti potevi permettere un solo momento di disattenzione: una boccata sciacquadenti od un sputacchio erano sempre in agguato per ricordarti che la vita è una sequela di dolori a cui un vero guerriero, un vero spartano, deve saper sempre far fronte con caparbietà ed avvedutezza.
Tutta la gioventù montefiasconese prendeva spunto dalle pratiche vessatorie nate al campetto e le riproduceva tentando di eguagliare i colossi della prepotenza.
Da Le Mosse si dettava anche il trend per gli insulti. Un esempio su tutti: cominciò ad avvicinarsi al cruento mondo del campetto il piccolo Mirko detto Bacarozzo; Mirko era un ragazzino estremamente cicciotto e chiacchierone; un giorno, durante una partitella, non la smetteva più di gridare: “Passatemi la palla! Dai! Passatela anche a me! Dai dai! Passa! Passatemela!”; al che, l’olimpico Tubbista, estenuato dalla loquacità del pargolo, lo mise a tacere da par suo: “Zitto, grasso”. Ebbene, da quella volta grasso divenne un insulto tout court in tutto il paese, utilizzato come sinonimo di stupido, idiota, deficiente fastidioso. Non era inconsueto sentire dire da qualcuno: “Sei proprio grasso” ad uno smilzo.
Le regole erano ferree e stabilite una volta per tutte dal consiglio degli anziani. Guai a mostrare qualcosa di nuovo che non avesse ricevuto l’approvazione del senato o che non fosse stato richiesto. La libera iniziativa era severamente punita. Se ti presentavi, che so, con un adesivo sulla tua bicicletta, immediatamente i saettoni capi mossaroli cominciavano ad esaminarlo e squadrarti: “E questo dove l’hai preso? Perché lo hai messo? Chi te l’ha dato il permesso?”. Sicché, la bici veniva inevitabilmente smontata pezzo per pezzo e nella peggiore delle ipotesi scagliata nel dirupo dei castagneti.
Le punizioni le potevano battere solo i più grandi e nella fattispecie Francesco T. o Vitino. Guai ad avanzare assurde pretese di protagonismo. Mirko il Bacarozzo ebbe modo di scoprire ben presto cosa comportava la superbia. Nel corso di una partita, venne commesso un fallo e fu concessa la punizione (arbitri erano gli stessi giocatori più grandi. La sanzione delle scorrettezze era affidata alla loro magnanimità. Potendo dunque rifiutarsi di permettere il calcio piazzato, ogni loro decisione contraria era da intendersi come un gesto di misericordia imperiale da accogliere con la migliore reverenza. Al contrario, se tu non li sfioravi ma loro decidevano che era rigore, rigore doveva essere). “Batto io!” urlò il solito garrulo Mirko. “No, batte Vitino e basta”, sentenziò il Tubbista. “Dai, voglio battere io!” “Nun roppe le cojone, le punizioni le batto io”, aggiunse Riccardo. “Ma io voglio battere!”. Ingenuo. Aveva insistito troppo, rivelando un’inaudita mancanza di rispetto per la rara pazienza dei superiori. “Va bene” disse quindi con calma gelida Vitino “Adesso batti tu, ma si nun segni te corcamo” “Uh, allora non batto più” “No, adesso batti e si nun segni te corcamo”. Mai potrò dimenticare il sudore freddo, l’ansia spasmodica impressa sul volto di Mirko mentre prendeva la rincorsa e l’espressione di terrore che gli contrasse il viso allorché vide il pallone infrangersi impietosamente sulla barriera. Venne fatto sistemare in un angolo del campo, addossato al muro come un condannato di fronte al plotone d’esecuzione, e bombardato di pallonate.
La pallonata era lo strumento di assalto più utilizzato, a dimostrazione di come tutto nelle mani del soldato montefiasconese possa diventare un’arma.
Venne usata diverse volte per difendere il territorio e scacciare gli invasori. C’era un bambino, Riccardo, che da Roma ogni estate veniva a passare le vacanze a Montefiascone ed aveva la casa proprio a ridosso del campetto de Le Mosse. Se Viterbo era la Colchide, per noi Roma era Troia. Evidentemente si era reso conto assai presto, osservandoci ben protetto da dietro la recinzione, che quello non doveva essere un ambiente granché cordiale nei confronti degli sconosciuti. Così se ne teneva alla larga. Il padre però insisteva continuamente: “Dai, su, va’ a giocare con i bambini!”. Riccardo il romano naturalmente esitava ed evitava volentieri, finché un pomeriggio, incalzato dal genitore, ruppe gli indugi e varcò con aria guardinga e sommessa il cancello del campetto. Stavamo disputando una partita tutti vocianti, ma improvvisamente piombò un silenzio funereo. Tutti si voltarono a guardare lo straniero, finché un urlo squarciò il mutismo: “Qua, adesso tiramo le pallonate addosso a lui!”. Veloce fu la fuga del poveretto. Non tornò mai più.

Ebbene, questa è stata la mia infanzia, questa la mia adolescenza. Tra quei barbari prossimi miei, io così diverso, mi sentii accolto e tollerato, ma giammai davvero accettato. Ero una presenza tacita e superflua, però sopportata, percepito come altro rispetto a loro, incomprensibile, figlio di un’altra lingua e frutto di un altro pianeta, con le mie letture, i miei successi scolastici, le mie passioni per mitologia e cartoni animati, la mia scarsa propensione alle botte, nonostante fossi fiorito accanto a loro. Apprezzarono la mia umiltà e la mia volontà di imparare le asperrime norme della campagna e mi dimenticarono in fretta quando mi allontanai.

Mi ero ripromesso di essere il più scientifico possibile, ma non ce l’ho fatta: anche stavolta il cuore ha preso il sopravvento sulla fredda ragione. Perché in fondo di quei rustici villici maneschi sono debitore: è anche grazie a loro se rinunciai ai miei propositi di farmi prete e la smisi di andarmene in giro con il libretto intitolato Signore, insegnaci a pregare. Molti di loro furono chierichetti insieme a me, ma esempi come quello di Michele S. che da dietro l’altare si impugnava le palle e le scuoteva con fare provocatorio nei confronti dei fedeli mi furono di grande aiuto con il senno di poi.

Questo è ciò che è stato, questo è ciò che è: immune alla corsa dello sviluppo, la collina immagine dell’Ellade svetta ancora imperiosa sulle valli verdi circostanti e, porgendo l’orecchio nelle sere placide al calar del sole, è ancora possibile udire il cieco cantore Dandolino, novello Omero, che levando gli occhi al cielo e battendo il fiero pugno sul portone della fraschetta impreca virilmente contro il santissimo sacramento.

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Sognavo Marcel Proust, mi ritrovo con Alain Prost

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 4 Febbraio 2008

Quella che segue è la fedele e sofferta testimonianza delle picaresche disavventure urbane occorse all’autore - novello Lazarillo de Tormes nell’era della produttività e dei consumi - durante gli ultimi tre mesi di stasi esistenziale altrimenti detta vita.

 

Io sono uno studente spiantato e come ogni studente spiantato sono alla costante ricerca di lavori saltuari di ogni genere che mi permettano di mantenermi all’università (nonostante sembra che abbia sviluppato una forma di allergia alla tesi), pagare l’affitto (onde non dover tornare tra le grinfie della famiglia patriarcale media) e, se ci scappa qualche spicciolo, nutrirmi.
Essendo cresciuto in un’epoca di sogni facili mediaticamente indotti, mi ero illuso che avrei potuto rimpinguare le mie esigue finanze non già scaricando cassette della frutta o mercificando il corpo della mia bisnonna, bensì occupandomi di ciò a cui finora ho dedicato gran parte delle mie energie psicofisiche: arti, libri, cultura e affini.
Carico di ottimismo ed ingenuità, avevo distribuito bel bello (vabbè, al massimo tip tipo) il mio gonfiatissimo curriculum a gallerie, musei, agenzie che si occupano di organizzazioni di mostre et similia.
Una volta che la cruda realtà sotto forma di prevedibile disoccupazione si era scontrata con le mie fantasticherie fanciullesche, avevo cominciato a mirare più in basso (ma non troppo, giacché lo spettro dell’esperienza come bracciante per la raccolta dei pomodori insieme ad extracomunitari sottopagati che mi aveva visto protagonista - o meglio, comparsa - qualche estate prima era ancora ben vivido in me): “Commesso in libreria mi starebbe bene” mi ero detto “sempre addetto agli scaffali sarei, ma almeno avrei per le mani oggetti familiari e graditi invece che foratini o gancetti per le tende”. E poi avrei fatto di tutto pur di non dover stare chiuso in scantinati insieme ad altri cinquanta ricercatori biomedici ad offrire telefonicamente a panzoni iracondi potentissimi smacchiatori particolarmente indicati per le chiazze di sciroppo d’acero su capitelli corinzi.
Dunque via, dagli di spedizione dell’elenco delle mie imprese lavorative a tutte le librerie del circondario ed anche ad alcune non poco fuori mano.
Avevo preso l’abitudine di portare sempre nella borsa una copia del curriculum, “poiché non si sa mai, metti che passo davanti ad un posto salarialmente ghiotto, almeno gliela lascio” e fu questa scelta a segnare il mio destino, cambiandolo per sempre.
Vicino casa mia c’è una libreria davanti alla quale acceleravo sempre il passo ed abbassavo lo sguardo trattenendo il respiro, sbrigandomi a lasciarmela indietro il più in fretta possibile, perché mi intristiva oltremodo, mettendomi addosso un senso di soffocamento ed oppressione al solo vederne la vetrina.
E’ la Libreria dell’Automobile. Già, un negozio specializzato in motoristica che vende solo ed esclusivamente libri su automobili, motociclette, mezzi di trasporto in genere.
Ogni volta che ci passavo davanti, lo sconforto era incommensurabile: subito si spalancava di fronte a me un mondo grigio e tedioso, dai confini ristrettissimi, ove l’immaginazione non aveva alcun modo di spiccare il volo, rimanendo ingabbiata in un rovo di bielle e pistoni.
Sono inspiegabili talvolta i tortuosi percorsi che compie la mente ed è incredibile la follia autodistruttiva e masochistica cui sa spingere il bisogno. Sì, un brutto giorno, convergenza temporale di una serie di rifiuti ed al culmine della mia necessità di fondi, trovandomi nelle vicinanze di quel luogo asfittico ed avvilente, la fame mi spinse ad entrare. Varcai la soglia, quasi in trance, senza riflettere, come un robot.
“Salve, volevo lasciare il mio curriculum, nel caso in cui vi servisse un commesso”.
Il pelato traccagnotto al bancone sorrise, prese il foglio e salutò.
“Tanto figurati, con tutte le librerie a cui ho fatto richiesta, non sarà certo questa quella in cui mi toccherà andare a lavorare”, pensai tra me e me.
Naturalmente, fu proprio quella la sola a volere servirsi delle mie prestazioni.

 

 

 

 

 

Quadro I

 

Personaggi

DATORE ANTIPATICO
STUDENTE SOGNATORE

 

 

DATORE ANTIPATICO Quali sono le tue credenziali?

STUDENTE SOGNATORE Beh, studio Filosofia, sto preparando una tesi sullo Spettro del Nulla in Samuel Beckett…

DATORE ANTIPATICO Ottimo! E poi?

STUDENTE SOGNATORE Ho curato una mostra di artisti emergenti nella quale sono stato anche responsabile del bookshop.

DATORE ANTIPATICO Splendido! Qualcos’altro?

STUDENTE SOGNATORE Ho organizzato un seminario all’università sullo strutturalismo di Foucault in relazione al pragmatismo di Rorty.

DATORE ANTIPATICO Sensazionale! Sei l’uomo che fa per noi: quelli sono gli scatoloni, comincia ad imballare.

 

 

 

 

E considerando che il tutto mi valeva anche crediti formativi come tirocinio, posso vantare di essere il primo studente di Filosofia al mondo che come stage retribuito universitario ha fatto il magazziniere.
Come dimenticare i tomi colmi di sapienza che mi sono passati per le mani? L’avvincente La revisione degli autoveicoli, l’appassionante La mia vita la strada, il mio amore la Vespa, lo sconvolgente La stazione di Bastia Umbra e la ferrovia Terontola-Foligno.
E poi il trittico delle delizie: Il trattore agricolo, Il grande libro dei trattori, Trattori nel mondo.
Pietre miliari dell’epica motoristica sono Caterpillar Chronicle e The Caterpillar Century. Ho in progetto di scrivere il libro che completi la trilogia: La ruspa del male.
A corredare questa saga fantastica, Caterpillar Photo Gallery, l’ideale per chi voglia riscoprire il gusto di sfogliare pagine struggenti emozionandosi al tepore di un focolare con la dolce poesia di una scavatrice.
Quindi un tuffo nella storia con Motociclismo a Trieste, un salto nell’avventura con Jeep da competizione, un capitombolo nell’ignoto con In moto con Marco Polo.
Ma il vero valore aggiunto della Libreria dell’Automobile sono i clienti: campioni del bravapersonismo, fuoriclasse della battuta innocente, veri virtuosi dell’ominità, giganti della pettinatura innocua, ragionieri che non temono di esplorare fino in fondo il loro mondo di sette centimetri per tre virgola cinque, vivendo al massimo ogni proiezione del Gran Premio per suggere la linfa vitale del cambio sequenziale.
Me li vedo da piccoli quando leggevano Ventimila leghe sotto i mari che invece di immedesimarsi nel Capitano Nemo sognavano di essere la puleggia del sommergibile.
Mentre io, povero ragazzino la cui definizione di automobile era sempre stata “oggetto metallico su ruote che serve a portare un individuo dal puno A al punto B nel minore tempo e con la minore fatica possibili”, digiuno delle più elementari nozioni sul carburatore, non potevo che guardare dall’alto in basso siffatti colossi, schiatta di eletti depositari dei misteri dell’Alfa 33.

 

 

 

 

 

Quadro II

 

Personaggi

DATORE INSOPPORTABILE
STUDENTE SPAESATO
PRIMO CLIENTE
SECONDO CLIENTE
CLIENTE ABITUALE

 

 

DATORE INSOPPORTABILE Allestisci la vetrina con qualche libro che attiri l’attenzione

STUDENTE SPAESATO (pensando tra sé e sé) Bene, non conosco uno straccio di marca automobilistica. Quali saranno quelle che vanno per la maggiore? (si guarda intorno smarrito, poi nota qualcosa) Toh, un libro grande e rosso. E’ sulla Ferrari. La Ferrari è famosa, la conosco pure io, andrà bene questo. (ad alta voce) Ci metto questo sulla Ferrari,

DATORE INSOPPORTABILE No, vedi, il ferrarista, fondamentalmente, è un esibizionista. Il vero appassionato è il porscheista. Mettici uno sulla Porsche.

STUDENTE SPAESATO (sbigottito) …Ah…

(entra il primo cliente)

PRIMO CLIENTE Salve, cercavo Moto Guzzi - The complete history. Sa, è per mio cognato: lui è un guzzista di vecchia data.

DATORE INSOPPORTABILE Mi ricordo di lei: è venuto qui qualche tempo fa proprio con suo cognato. Ma non era un hondista?

PRIMO CLIENTE (quasi risentito) No no no no no, ci mancherebbe! Lui sempre stato guzzista.

DATORE INSOPPORTABILE Eh, infatti, ricordavo male. Ecco a lei. Questo è un ottimo libro: ci sono tante figure.

(entra il secondo cliente)

SECONDO CLIENTE Buonasera, è uscito Alfa Romeo - Le vetture di produzione dal 1910 ad oggi?

DATORE INSOPPORTABILE Sissignore! Questo è la Bibbia dell’Alfa, un testo imprescindibile per un alfista come si deve.

SECONDO CLIENTE Uh, che meraviglia. Quanto l’ho aspettato…Centottanta euro, neanche tanto. Poi volevo prendere anche un libro sulla Lancia per mio padre. Grande lancista, lui…

(entra il cliente abituale)

CLIENTE ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

DATORE INSOPPORTABILE Ben ritrovato. No, purtroppo sulla Croma non è uscito niente e di quello che c’è sulla famiglia Agnelli ha già comprato tutto.

CLIENTE ABITUALE Hehehe, fa nulla, tanto ripasso, e mi raccomando, se vi capita un libro sulla Fiat Croma, ecco, Croma, mettetemelo da parte. Sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

 

 

 

 

E così ho scoperto che anche nel mondo dei motori esistono delle correnti di pensiero. Immagino già le interminabili ed agguerrite querelle sulle portiere della Citroen AX.
Personalmente, sto ancora cercando di capire a quale scuola di pensiero appartengo, quale sia la mia vera anima: potrò considerarmi un opelista oppure batte inesorabilmente in me un cuore di inguaribile peugeotista?
Mentre mi interrogavo su tali quesiti esistenziali, l’irritantissimo datore mi sollazzava divertitissimo mostrandomi la cartolina inviataci dalla sede centrale di Milano in cui una strappona a tette di fuori si calava le mutande su cui erano impressi gli auguri “Merry Christmas and a Happy New Year”. C’è ancora molto da scoprire sull’ecosistema aziendale e relativi entusiasmi.
Serberò però sempre nel mio cuore il pensiero di quella mamma che venne un giorno a comprare il regalo per il proprio figlio, sua gioia, suo orgoglio.

 

 

 

 

 

Quadro III

 

Personaggi

STUDENTE RASSEGNATO
MADRE FIERA

 

 

MADRE FIERA Vorrei un bel libro su Ayrton Senna. Mio figlio è matto per Ayrton Senna! Ha tutta la camera tappezzata di poster di Ayrton Senna. Pensate che in ogni occasione importante, tipo un esame, si mette sotto la camicia la maglietta di Ayrton Senna! E non solo (con gli occhi lucidi): nella credenza in cucina ha allestito un piccolo altarino con foto e candele per Ayrton Senna!

STUDENTE RASSEGNATO Eh, signora mia, lei sì che ha un figlio sensibile.

(entra il cliente abituale)

CLIENTE ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

 

 

 

 

Il pensiero di quel mio coetaneo così sentimentalmente coinvolto nei motori mi aveva toccato nel profondo. Volevo dare prova anch’io di conoscenze nel campo delle vetture, evolvermi, smetterla di essere solo un mero piede sinistro che schiaccia la frizione: volevo penetrare l’essenza di quella frizione, dimostrarmi degno di quell’ambiente così nobile!
L’insipienza, però, in certi campi te la fiutano.

 

 

 

 

 

Quadro IV

 

Personaggi

DATORE NAUSEANTE
STUDENTE SPERANZOSO
CLIENTE

 

 

CLIENTE Salve, cos’avete sulla Toyota?

DATORE NAUSEANTE Claudio, guarda cosa c’è sulla Toyota e portalo su.

STUDENTE SPERANZOSO (pensando tra sé e sé) Basta con questa reputazione di ignorante! Voglio dare prova che qualcosa la so anch’io! (ad alta voce) Toyota auto o moto?

DATORE NAUSEANTE La Toyota non ha mai fabbricato moto.

 

 

 

 

Ma quello non era che un presagio dell’orrore assoluto.

 

 

 

 

 

Quadro V

 

Personaggi

DATORE DA MENAJE
STUDENTE ATTERRITO
CLIENTE

 

 

CLIENTE Buongiorno, qualche settimana avevo visto dei cd con i rumori delle macchine. Li avete ancora?

DATORE DA MENAJE Li abbiamo finiti quasi tutti, ma è molto fortunato: è rimasto il più bello.

STUDENTE ATTERRITO (in disparte, con aria di chi non ha capito bene) ?

(Il datore prende un cd, lo inserisce nello stereo, partono rombi di autovetture)

Meeeeeeoooon, vroooooooom, viiiim viiiiiiiiiii

(Il cliente ed il datore ascoltano seriosi ed annuiscono soddisfatti)

DATORE DA MENAJE Bellissimo, bellissimo. La sgassata della Maserati è la più bella. Ora però le faccio sentire la Berlinetta Boxer.

Vuuuum vuuuuuuum broan broooooaaaaaan

CLIENTE Il rumore della Berlinetta è proprio inconfondibile.

DATORE MENAJE E questa, e questa?

Vem veeeeeeeem veeeeeeeeeeeeeem

CLIENTE Ma…questa è la 250 2+2, no? Straordinario, straordinario. Lo prendo. Non vedo l’ora di ascoltarmelo tutto.

DATORE DA MENAJE Rumori proprio magnifici. Hanno raccolto le migliori sgassate.

STUDENTE ATTERRITO (non ha la forza di muovere un muscolo, è scosso, ha un sentore di apocalisse)

(entra il cliente abituale)

CLIENTE ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

STUDENTE ATTERRITO Ma perché?

CLIENTE ABITUALE …Hem…Hehe…Beh, io vado, arrivederci. E mi raccomando, se vi capita un libro sulla Fiat Croma, ecco, Croma, mettetemelo da parte. Sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

 

 

 

 

E chi sono i Fratelli Coen in confronto all’estro imprevedibile del Caso?

 

 

 

 

 

Quadro VI

 

Personaggi

STUDENTE DISINCANTATO
CLIENTE TROPPO ABITUALE
MURATORE
PASSANTE

 

 

(entra il cliente troppo abituale)

CLIENTE TROPPO ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche…

STUDENTE DISINCANTATO …volume sulla Fiat Croma o sulla famiglia Agnelli?

CLIENTE TROPPO ABITUALE No, ero interessato ad una monografia sulle betoniere.

STUDENTE DISINCANTATO !!!

(Dalle spalle del cliente abituale spunta un omone malvestito)

MURATORE Ma te intendi la pompa a cemento o la betoniera da cinquanta metri cubi? No, perché io co’ ’ste cose ce lavoro, so’ cose diverse.

CLIENTE TROPPO ABITUALE Ah, bene, vedo che lei è informato! Mi dica, mi dica!

(voci di sottofondo del muratore che erudisce il cliente abituale sulle betoniere. Entra un signore anziano)

PASSANTE Scusi, saprebbe dirmi dove potrei trovare informazioni su Povezzano in provincia di Arezzo? Ci devo andare tra qualche giorno ma non so come arrivarci

STUDENTE DISINCANTATO Ha provato a cercare su internet?

PASSANTE Cioè, io scrivo su internet Povezzano in provincia di Arezzo e lui mi dice tutto?

STUDENTE DISINCANTATO Più o meno.

PASSANTE Grazie e arrivederci.

(il passante esce ed entra Tiberio Timperi)

 

 

 

 

Quando nel negozio in cui lavori viene a fare acquisti Tiberio Timperi, capisci che il tuo è davvero un lavoro di merda.

Tante sarebbero ancora le vicende da narrare di questi miei tre rocamboleschi mesi, ma per ora mi fermo qui.
Duro è stato l’immobile viaggio da lavoratore sfruttato in un mondo a me sconosciuto, ma sono grato al fato per l’esperienza che mi è toccata in sorte. Ho imparato tante cose: ora so che esiste il Club Renault 5, che c’è chi quasi si commuove mentre sfiora con le dita Le 58 monoposto campioni del mondo, che alcuni richiedono espressamente libri sulle corse in salita, che la Lotus è divertente da guidare e lo sterzo della Mitsubishi fa crepare dalle risate.
Molteplici sono stati gli insegnamenti avuti dal mio mentore, il datore il cui credo è Il rallye dell’Isola d’Elba: “Non conviene essere gentili”, “Non aiutare e non dare informazioni a chi non intende comprare”, “‘Sti stronzi non spendono un cazzo”, “Le donne sono tutte puttane, tranne mia madre”, “Alla fine se hai bisogno di scopare, paghi, bello tranquillo, e ti togli il pensiero”.
A volte si odia qualcosa perché non la si conosce bene, si è disinformati, si ha un pregiudizio. Ora posso dire di odiare il mondo dei motori con cognizione di causa.
Nonostante tutto, nonostante le mille avversità, d’ora in poi una frase mi accompagnerà per tutta la vita, fino alla fine dei miei giorni: “Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe”.

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Bifolchi ad Alta Velocità

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 10 Ottobre 2007

Tempo fa pubblicai questo scritto. Molti rimasero sbigottiti, molti altri increduli di fronte allo struggente amarcord della mia prima giovinezza trascorsa nella provincia rurale della Tuscia.
Lo so, sono ben cosciente del fatto che per chi sia cresciuto negli agi della città risulti difficile comprendere certe dinamiche socio-esistenziali caratteristiche dei territori ai margini della civiltà.
Nelle selvagge lande dell’Alto Lazio, la vita è una sfida continua alla capacità di sopravvivenza dell’uomo. Si vive all’estremo, tutto viene spinto al massimo; si sta sempre sul crinale dell’abisso, sul filo dello sganassone.

Ricordo bene la mia infanzia e la mia adolescenza: misere creature eravamo noialtri che ci ritraevamo vigliaccamente dalla quotidiana battaglia per la supremazia nella mandria di ominidi ruspanti preferendo la squallida comodità dei libri e del rock al perfezionamento della forza bruta e dell’abilità motociclistica.
Già, la rispettabilità andava guadagnata sul campo, e per campo intendo risse e motorini.
I veri eroi erano coloro i quali potevano vantare un vasto curriculum di pestaggi con esito trionfale ed ineguagliabili conoscenze, competenze e capacità in ambito motoristico.
A loro spettava il ruolo di Guardiani del Senso Comune, per conservare il quale punivano severamente il peccato di ubris: fare lo sveltone costava caro, molto caro. Bastava un adesivo troppo sgargiante sulla bicicletta che non incontrasse il favore della Commissione dei Bulli per poter dire addio al proprio tanto amato mezzo di trasporto.
C’erano ferree regole non scritte e per qualsiasi cosa serviva il tacito consenso dall’alto.
E chi eri tu, con quel misero motorino dalle prestazioni scadenti, con quei modi da signorino, con quel fisico gracile, per opporti ai giganti delle due ruote, ai re del destro in bocca, agli dei del carburatore e della capocciata?!

Sì, bisogna essere adatti alle condizioni di vita estrema del paese.
Tutto avviene in un lampo e per cavalcare un fulmine bisogna essere svelti come una saetta: bisogna essere un Saettone.
E’ quando Dylan McKay ed Albano Carrisi entrano nell’Homo di Neanderthal e tutti e tre vanno alla Sagra della Ventresca che nasce il Saettone.
Per lui la boccata sciacquadenti è un credo, la modifica al motorino uno stile di vita, la piega in curva una metafora del proprio essere, Malossi e Polini i veri marchi del Potere.
Se la vita è un brivido che vola ed è tutto un equilibrio sopra la follia, se I’m blue da ba dee da ba die, se la fica è fica e non è ortica, il Saettone salta in sella al suo Booster con marmitta rigorosamente a corto e via, sfreccia verso orizzonti di gloria, verso autostrade per l’inferno, verso nuovi campi da zappare, nuovi fagioli con spuntature del maiale da divorare.
Egli si nutre di rapidità così come si ciba di porchetta; egli non teme rivali, giacché non conosce il significato della parola rivale; se egli sente parlare di rivalità, pesta chi ha proferito quel termine, perché potrebbe essere un lemma offensivo e non si sa mai.
Il vento è suo fratello, la strada sua sorella, Gigi il Carrozziere suo zio.
Ogni sua impennata è una tempesta che malmena i secoli e le ere; ogni cuo ceffone è appunto un ceffone che gonfia di legnate uno sventurato che ha osato guardare male.

Ed io, come potevo competere io con questa forza della natura, con questo corsaro dei tornanti, con questo terrorista della grammatica?!
Se non ci fossimo incontrati io e lui in quella Guantamano campagnola chiamata Liceo Classico “Leonardo da Vinci” di Montefiascone, saremmo stati entrambi due ragazzi molto soli, poiché mentre noi, poveri, vili, miserabili inetti, sognavamo Che Guevara e Kurt Cobain, il Saettone si abbatteva come un uragano sul Tempo e sullo Spazio, li dominava a suon di sgassate e sganassoni, imponeva il proprio possente Io sulla Storia e sulla Natura.

Ma le parole non bastano a rendere l’idea del titanico splendore del Saettone: servono le immagini.
Ecco, mentre io e lui strimpellavamo “Polly” su una chitarra scordata, il Saettone faceva questo

 

A te appartiene l’eternità, o Bifolco ad Alta Velocità!

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Ode al cestone

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 3 Aprile 2007

Dura lex sed lex, e la legge del Cestone non perdona. Lui, l’implacabile Cestone dell’Autogrill, alfiere del gusto musicale, baluardo della meritocrazia sonora, è il più integerrimo dei legislatori.
E’ lui a sancire la fine di un artista, quando accoglie col suo abbraccio austero un disco, ivi riposto a ricordar l’imago di un rifiuto gettato in quello che costituisce un vero e proprio cassonetto per la raccolta differenziata della musica spazzatura.
Ciò che piomba – o che si adagia - nel suo paterno e severo grembo ha chiuso per sempre con gli altari del successo. Non c’è storia, nessuna possibilità d’appello, nessun diritto di replica. Non restano che l’onorevole rassegnazione e la dignitosa accettazione del verdetto di fronte al giudice dei giudici del tribunale supremo del pop.
Per il Cestone dell’Autogrill valgono i principii dell’ipse dixit, dell’insindacabilità del giudizio, dell’autorità – ed autorevolezza - decisionale massima.
Ma da buon tutore dell’ordine, egli è un gerarca amorevole: quando emette sentenza di condanna, al contempo salva l’imputato, strappandolo al baratro dell’oblio, salvandolo dalle nebbie della Storia, offrendogli un riparo sicuro dalle intemperie dello show-business che tutto fagocita e tramuta in bolo di dimenticanza, per poi non lasciare al ricordo che lo sterco informe di quel che fu.
Mentre il Cestone preserva la memoria di ciò che è stato nonostante tutto e trasmette ai posteri gli errori del passato - che è il proprio presente - affinché essi assurgano all’aristocratico rango di reperti cari ad archeologi volenterosi. Giacché è sulle storture trascorse che si impara a plasmare un futuro migliore, forti degli esempi di ieri che insegnano ad evitare gli abbagli domani. Ed in fondo anche il male si trasfigura in qualcosa di bello allorché si tinge d’antico. Perché l’età, si sa, tutto divora ma tutto nobilita.
Felici devono essere pertanto coloro i quali hanno in sorte di cadere nel Cestone, poiché quell’epilogo è invero un principio e da un secolo ingrato essi rinasceranno un giorno a museale vita, consegnati alla Storia nella nuova e smagliante veste di monumenti.
E’ per un avvenire radioso pertanto che il Cestone dell’Autogrill compie il proprio dovere con stoico spirito di servizio.

Grande è la gioia che il Cestone regala all’inquieto viandante, recante in mano un panino Fattoria ed in bocca il tormentone della gita che con ridanciana imponenza ha risuonato poco prima nel pulmino. Tra le maglie della Juve ed i pacchi di Grisbì, può il viaggiatore rovistare in quell’oceano misterioso denso di echi di stagioni remote, fitto di mostri venuti da lontano, e dal mucchio di copertine sfavillanti, che non temono l’accostamento di colori che la Regola dittatoriale vuole siano incompatibili, fa riemergere alla luce nomi ignoti o che si credeva perduti per sempre.
Alvaro Amici e la sua fisarmonica, le Oba Oba, le canzoni di Natale di Christian, scampati da morte sicura, vengono riesumati e rivivono negli occhi e nelle orecchie di chi è partito a Ferragosto all’ora di punta ed è stato premiato per questo con la Conoscenza degli Abissi dello Scibile Acustico.
Cosa saremmo noi oggi senza l’album solista di Mauro Repetto o “T’appartengo” di Ambra Angiolini od il liscio frizzante di Sonia e Raimondo nel loro indimenticato ed indimenticabile concerto alla Sagra del Budello di Porco di Montegrufolone? “Un due tre stella quant’eri bella”, “Si ‘o marito chiù carnale”, “Italia mia bella, Italia novella”, sono ancora libere di risuonare nelle cuffie per gli ascolti-prova ed ai loro autori è concessa la speranza che quei brani incontrino, chissà, le mani capaci, attente ed esperte di qualcuno di TeleA+ o di CantaItalia, magari di passaggio dopo una settimana a Castiglion della Pescaia o Montalto di Castro.

Io levo a te dunque il mio canto di lode, o, sommo, o immenso Cestone, paladino del bene, eroe della cultura con la c minuscola.
Ti raggiunga in ogni Autogrill questa mia preghiera, questo mio tributo, cosicché tu possa proseguire nel tuo alto lavoro e preservare per tutti i popoli e tutte le genti in sosta dopo la fila al casello le più ardite testimonianze del genio umano in sciopero e conservarle ad imperitura memoria del fatto che Nino D’Angelo e Mino Reitano non sono nati da nulla, ma sono debitori – come d’altronde noi tutti lo siamo - di uomini che hanno scavato impavidi negli anfratti più reconditi del perturbante e ne hanno estratto la materia dello sconcerto.
Umilmente ti saluto, o Cestone dell’Autogrill.

Collage Trash

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Dal Barbiere

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 1 Gennaio 2007

Purtroppo una donna non potrà mai godere di quel tragicomico mondo romanzesco e cinematografico qual è la bottega del barbiere. Ed è un vero peccato, giacché poche cose riescono ad essere così divertenti e dotate di una sorta di popolaresca artisticità non ortodossa.
Il parrucchiere per signora è tutta un’altra cosa. Si spettegola sì, ma manca quel velo di rudezza e malinconia che rende quasi magico il basso universo dei barbieri. Per non parlare poi dei negozi di “acconciatori”, ovvero quei parrucchieri per uomo in cui si recano giovani alla moda per avere il taglio all’ultimo grido. Lì non c’è più nemmeno l’ombra di quella che è l’essenza vera della bottega del barbiere di una volta, quella vecchio stile che resiste ai tempi.
Il barbiere storico fa solo quei quattro o cinque tipi di taglio, anche se magari saprebbe farne altri di vario genere. Il fatto è che non gli interessa. Frequenta corsi di aggiornamento, ma poi ignora tutto. Non vi bada. Egli sa bene che non si va dal barbiere per un’acconciatura particolare. Quelle sono cose da donnetta o da “fregnone”, mentre il barbiere è una roba da uomini. Vai da lui al fine di farti tagliare i capelli per comodità e per un minimo di cura, dimostrando in tal modo la tua appartenenza ad una classe di individui che conoscono la vita e la affrontano accettando il destino con virilità, senza inutili superficiali vezzosità.
Varcando la porta del barbiere fai il tuo ingresso in uno spazio altro, in un’altra dimensione, sospesa nel tempo: entri in una specie di congregazione millenaria mascolina.
Lì non ci è arrivato il femminismo, non ci sono arrivate le rivoluzioni, il ‘68, il ‘77. Il progresso è una chimera, così come la tradizione ed il tradizionalismo. Lì nulla si muove e tutto sta. Il mondo è di fuori. Vi si guarda da qualche finestra – il quotidiano provinciale, il Corriere dello Sport, le becere riviste maschili – e vi si fa volentieri a meno. Poco importa quel che accade. La politica, lo sport, l’attualità, sono solo il pretesto per conversazioni senza pretese. Quello che conta davvero è l’aria di rassegnazione un po’ superba, un poco umile, dipinta sui volti e risonante nelle voci degli avventori.
C’è molto più del mero qualunquismo: è il disincanto che porta a parlare con sufficienza, talvolta ai limiti della stucchevolezza. La semplicità spesso rasenta il semplicistico, è vero, ma fa tutto parte della costruzione affascinante di quel palcoscenico volgare.

Dal barbiere ci si spoglia di ogni convenzione di buona creanza. Ci si attiene solo ad un codice arcaico che si adatta alle generazioni. Guai ad esempio a mostrarsi inesperti o disinteressati ai motori: si viene subito guardati come alieni e si acquista fama di tipi strani, stravaganti, incomprensibili. “Hai visto che bella la nuova Opel Astra?” “Uh, no, non ci capisco granché di questa cose” “Ma-ma-ma…o_O…Come?! La nuova Astra! Quella uscita da poco, duemila di cilindrata. Mah…”. Neanche si viene tacciati di omosessualità (colpa in fondo nemmeno troppo grave: al massimo ci si becca due battutine, cattive, certo, ma discriminazione vera e propria si fa altrove, a ben più alti livelli), bensì bollati come individui totalmente diversi, anormali, avvolti da un insondabile mistero. Mentre dal barbiere tutto è trasparente. Solo i termini “ragazza” e “donna” non vengono mai pronunciati. Quelli non posso venir nominati, come il nome di Jahvè per la religione ebraica. Sarebbe come un’ardita esposizione della propria sensibilità, cosa che va bene per il cinema, ma lì bisogna essere duri e smaliziati. Un pizzico di poesia significherebbe la rottura dell’atmosfera prosaica. Ecco che allora si utilizzano sinonimi come il vago “una” (“Trombavo con una”), il sempreverde “fica”, fino al pirotecnico “maschiotta”.
Il puttaniere dal barbiere è persona assai stimata e dunque non ci sono remore a fare sfoggio di conquiste a pagamento. Ricordo una volta un volto noto che arrivò, si arrestò sull’entrata e salutò gli astanti con un immediato: “Viterbo, pornostar, cinquecento euro: ha’ da senti’ come spigneva nel culo. Ciao a tutti”. Ed è solo uno della fucina di aneddoti costituita dal negozio del mio barbiere di fiducia, Stefano detto il Tonno, così soprannominato perché da piccolo era grassottello, quindi rotondo, tondo, ergo in dialetto “tonno”.
Il Tonno è una sorpresa continua: un misto di rozzezza ed intelligenza popolana che rivela spesso un insospettabile cuore d’oro. Sempre viva in me resterà l’emozionante memoria di quando, del tutto inconsapevolmente, ricostruì in maniera assolutamente autonoma e personale la nascita della proprietà privata secondo quella che era anche la teoria di Jean-Jacques Rousseau, della quale ovviamente era all’oscuro (credo che non abbia mai sentito parlare di Rousseau neppure per sbaglio). Lo fece a modo suo, naturalmente: “Er nonno der nonno der nonno der nonno de uno ricco ‘n giorno è annato da uno che stava su ‘n campo, j’ha menato e ha detto ‘Mo que’ è tutto mio’”. Stupefacente. Oppure quando contro l’imperante xenofobia giustificò le migrazioni dei popoli sentenziando: “Ahò, er monno è de tutti”.

Eh, tante cose si imparano dal barbiere sulla commedia della fauna umana. Si incontrano esemplari che mai più capiterà di incrociare, giacché solo dal barbiere escono allo scoperto, o al massimo al bar della frazione del paese. La loro vita è fatta di lavoro, briscola e tresette.
Da piccolo andavo da Oreste, insigne rappresentante del barbiere all’antica. La sua bottega era un vero luogo di ritrovo, come si usava in passato. Lì non si parlava di donne, non si parlava di motori, non si parlava di calcio: lì si parlava solo di funghi. Già: tutti lì erano appassionati “fungaroli” e si misuravano e confrontavano quotidianamente sulle loro conoscenze, millantando racconti di raccolti gargantueschi e pantagruelici (“Mi ci volle il camion per portarli a casa tutti!”) o di imprese epiche per le macchie e le boscaglie del circondario. Ma guai a dare notizie palesemente improbabili: uno che affermò di aver trovato una specie di funghi dove era impossibile che crescessero acquistò l’imperitura trista fama di cretino.
C’era Neno Panza, rubicondo baffuto perdigiorno del quale non udii mai la voce. Trascorreva tutte la giornate, da mane a sera, da Oreste, con quell’espressione corrucciata ed apatica, sempre in silenzio, ora seduto, ora fermo sull’uscio a guardare le macchine passare con un orecchio alle disquisizioni su porcini e prataioli, in fondo disinteressato sia alle une che alle altre. Un giorno chiesi al barbiere Oreste, con quella curiosità innocente ed ingenua dei bambini: “Ma Neno è sposato?” “E chi lo pija?” fu la solenne, saggia e tagliente risposta che ottenni. Poiché dal barbiere il dono della sintesi è quantomai apprezzato. Il sapiente si riconosce dalla brevità, pregnanza ed immediatezza della sua battuta. Tempo fa sono passato dopo anni davanti alla bottega di Oreste: Neno Panza era ancora lì.
Oppure c’era Walter che si portava sempre Raul (si, lo aveva chiamato proprio così), il figlio minore (quindi non il cane), più piccolo di me, convinto che quello fosse un luogo educativo per un ragazzino (ed invero, a suo modo, lo era). Padre poco accorto, Walter. “Walter, che classe fa la tu’ fija?” gli domandarono una volta. “Boh, mica lo so”. Erano sicuramente atipici gli insegnamenti che Walter dava al figlio. “Guarda chi c’è! Peppe! Raul, c’è Peppe, senti che ti faccio sentire, eh. Peppe, fa’ ‘n po’ senti’ al mi’ fijo ‘r verso de la somara che gode” “Ma certo: iiih aaah iiih aaah”. E giù grasse risate. “Hahaha, Raul, hai sentito che bello?”. O anche, sfogliando uno dei giornaletti porno di serie B tipici dei barbieri: “Raul, l’hai mai vista ‘na donna co’ l’uccello? Toh, guarda. Ha’ visto che pisello? Hahahah” E via a mostrare foto di avvenenti transessuali.

Sfido io a trovare nella frettolosa post-modernità un angolo di teatro del vivere così perfettamente conservato come la bottega del barbiere, dove nessuno ha fretta e l’attesa anzi è accolta come una benedizione, perché dà modo di ammazzare un po’ di tempo prima che lui ammazzi noi.
Dal barbiere non si conversa: si chiacchiera.
Si sta come dietro ad un sipario di tessuto poco pregiato, di lana grezza, e si gioca al gioco delle parti, dove ognuno ha il proprio ruolo e tutti si somigliano.
Uno spettacolo di iperrealismo rustico e triviale da far invidia ai menestrelli.

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La via sotto casa mia - Modesto affresco di uno scorcio urbano

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 3 Ottobre 2006

Nella via sotto casa mia c’è il mercato tutti i giorni. Gli ambulanti iniziano a montare i banchi di frutta e verdura alle 4 del mattino e lo fanno col rispetto per il sonno altrui e la pacata discrezione propri delle persone ben educate: “AH NANDO, MA ‘STA LAZIO?!” “MA VA’ A MORI’ AMMAZZATO, STRONZO”. Farebbero invidia ad un Marshall.
Quando però ti svegli e senti che quel giorno non c’è la donna-citofono che vende capi di abbigliamento ripetendo non-stop dalle 8 alle 13 “Il bello delle donne. Si tratta di grandi firme: non è roba da mercatini”, le bestemmie si dimezzano. Se poi scopri che non ha montato la bancarella neppure quello che vende i dischi e mette in loop le stesse 4 canzoni di Gianna Nannini per tutta la mattinata, capisci che un alluce in prossimità di uno spigolo sta decisamente peggio di te.
Nella via sotto casa mia c’è un musulmano stakanovista: Mohammed (e come ti sbagli…) detto Mimmo, egiziano, pizzettaro come tutti gli egiziani di Roma (ogni etnia ha la propria specializzazione professionale, mica cazzi), vero e proprio Ras del quartiere; sa tutto, conosce tutti, non dorme mai. E’ stato visto vendere supplì alle 2 del mattino. Ed alle 5. Ed alle 12. Ed alle 17. Ed alle 23. Dello stesso giorno. E dopo un afterhour in cucina ha ancora la forza di pestare lo scocciatore che disturba la quiete del locale. D’altronde Mimmo è uno che per scherzare sventola un machete esclamando con la sua caratteristica calma olimpica: “Ora io scanno te”. Le sue commesse sono sempre scollacciate. Ci sono molti luoghi comuni sugli islamici.
Nella via sotto casa mia c’è un’enoteca gestita dal Pelato, picchiatore di borgata che una volta ha dato un calcio nello stomaco ad una vecchietta mentre il figlio ne inseguiva il nipote. Piccoli alterchi. Accanto c’è la famosa rosticceria “Pizza rustica”. Famosa perché nessuno ha mai visto entrarci un cliente. L’anziana proprietaria campa di Spirito Santo, lo sostengo da sempre, ed il tempo mi darà ragione.
Nella via sotto casa mia c’è la barbona etiope che passa sempre sbronza, parla da sola e grida come una disperata, e quando le scappa, si cala le brache e piscia, ovunque si trovi. Una volta fece uno scroscio davanti all’entrata del fornaio ladro, che ha il coraggio di far pagare 1.92 euro una fettina di pizza rustica. Quel giorno le ho voluto bene.
Nella via sotto casa mia c’è il rumeno del negozio di articoli casalinghi che cerca di convincerti che il portafrutta a tre scaffali giallo è più bello di quello verde acqua. Lui ne è convinto. Sono mesi che mi interrogo su quale base fondi questa raffinata tesi di carattere estetico. Non voglio credere si tratti solo dei 2 euro di differenza: è un’osservazione troppo misteriosamente profonda, la sua.
Nella via sotto casa mia c’è il gestore della Conad, il Riccetto, che sfotte i neri imitando il verso della scimmia, “uhuh”. Suo figlio una volta ha disarcionato un tizio dal motorino per regolare dei conti in sospeso. Quello in tutta risposta gli è saltato sul cofano della macchina nuova per aggoffarglielo. Lui lo ha preso a cascate. Ed è commovente notare come il termine per identificare delle botte sulla schiena date col casco abbiano lo stesso suono del nome di una delle più poetiche meraviglie della natura.
Nella via sotto casa mia ogni tanto passa “Quella che abita sopra la Conad”, e tutti i mercatari si girano a guardarle il culo anche quando indossa il cappotto lungo, lavorando di fantasia per immaginare non solo il suo culo, ma il culo di tutte le donne, il culo in generale, l’idea stessa di culo. Il culo che magari non hanno mai visto, se non a pagamento, ma non è la stessa cosa.
Nella via sotto casa mia c’è il giornalaio con l’aria di chi la sa lunga tipica di tutti gli edicolanti. Ti guarda sempre dall’alto in basso e ti tratta con saggezza e strafottenza, perché tu puoi essere chi vuoi, ma lì il giornalaio è lui.
Nella via sotto casa mia spesso spuntano fuori dalle fogne ratti senza permesso di soggiorno. I figli dei peruviani del ristorante giocano a pallone contro i secchioni dell’immondizia e nemmeno ci fanno caso. Nemmeno gli indiani della lavanderia a gettoni e dell’internet point, tra uno scatarro ed un saluto cordiale.
Nella via sotto casa mia il principale del ristorante abissino è sempre elegantissimo, giacca e cravatta a tutte le ore del giorno. Ma beve e picchia la figlia.
Nella via sotto casa mia quando incontri davanti al portone di casa la signora a cui hanno accoltellato il figlio anni fa proprio in quella strada, devi prepararti a 10 minuti almeno di chiacchiere senza senso.
Nella via sotto casa mia c’è il tabaccaio che è un vero lord. Sul serio, eh. Un gentiluomo d’altri tempi. Baffi curati, golfino di marca, sorriso d’ordinanza, perché con la clientela ci vuole stile, e poi le buone maniere prima di tutto. Ma si vede da lontano che gli rode il culo. Inutile lavarsi i denti se la puzza viene dalle budella.
Nella via sotto casa mia c’è un locale di spogliarello e di fronte un cinema porno. La gente non si affretta ad entrare senza dare nell’occhio, non esce col giornale davanti. Gli avventori hanno anzi un’espressione di goliardica rassegnazione. Orgogliosi del proprio disincanto, quasi. Sentimento virile, si sa. Insoddisfatti ma divertiti, e viceversa.
Nella via sotto casa mia può non succedere nulla per giorni e giorni. E poi magari succede qualcosa.
Nella via sotto casa mia c’è la barista che serve al bancone con un’amorevolezza che fa venir voglia di fare il barista. O comunque di prendere il cappuccino lì. E’ una donna sulla cinquantina, viene da Chissadove nel Nord-Africa (si intuisce da colore della pelle e lineamenti), gestisce il bar praticamente da sola, fa un latte macchiato strepitoso. Nell’altro bar invece c’è una cameriera ventenne tettona e sarà per questo che gli sbevazzoni del quartiere preferiscono intrattenersi lì. Carina è, ma niente di che, però ha un che di rozzo candore che può esercitare una certa attrattiva su uomini senza pretese. Seno enorme, viso fanciullesco, un po’ ingenuo, un po’ materno: il massimo per chi dice femmina invece che donna, insomma. C’è anche un terzo bar da cui i tamarri ci provano con le turiste straniere affacciate dalle finestre degli hotel Noto e Floridia. E’ emozionante vederli arrampicarsi con sforzi ai limiti dell’umano in un inglese rudimentale da emigrante al primo giorno di lavoro: “I…you…go out?”.
Nella via sotto casa mia c’è un parrucchiere che fa anche manicure e pedicure. A chi non si sa. Però volendo le fa. C’è pure uno che ripara gli orologi, ma se gli porti un orologio guasto, dopo uno sguardo frettoloso e distratto sull’oggetto, scuote la testa e dice: “Impossibile, impossibile. Francamente impossibile”. Un orologiaio pessimista come neanche Giacomo Leopardi dopo una giornataccia e sconsolato come Tony Manero il mercoledì pomeriggio.
Nella via sotto casa mia si muove gente con lo sguardo irrimediabilmente triste eppure indomito, perché a volte è sufficiente sopravvivere per sentirsi fieri di se stessi. Gente sfortunata al gioco e sfigata in amore, bastonata dalla vita che però tiene duro e vive. Gente che ha l’anima che puzza come la merda, oppure bravissime persone. Persone che si chiederebbero se per caso sono state vittima di un sabotaggio esistenziale, se solo sapessero cosa significhi “sabotaggio”. E non sempre si trovano a loro agio con lemmi quali “esistenziale”, o persino “vittima”. Gente che sa che la vita è sopravvalutata e che i soldi non faranno la fotosintesi clorofilliana, però ammappa se fanno comodo.
Nella via sotto casa mia è bello vedere la mia immondizia spuntare da un cassonetto pubblico: mi fa sentire parte di un tutto.
Nella via sotto casa mia brulica la vita di un universo raccolto, solo che nessuno si sofferma mai ad osservare.

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