Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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“Pedanteria politicizzata” 7 - La mela

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 7 Aprile 2008

L’immobilismo ha un sapore neutro ma dolciastro, gradevole senza particolari impennate di gusto, di una delicatezza che scorre via in fretta senza lasciare traccia.
Già, perché in fondo l’adeguamento passivo alla tradizione può non essere così male. Sopportabile, financo piacevole, che smorza piano piano ogni entusiasmo e lascia che ci si adagi in una condizione di torpore abitudinario, di inerzia servile senza slanci ma senza traumi, senza il peso fragile della libertà e della responsabilità.
La descrizione di un simile sapore corrisponde perfettamente a quello della mela.
La mela, il più sopravvalutato degli alimenti, il più inutile dei frutti, il pomo con cui la Natura è stata più avara ma che dalla Storia ha ricevuto di più. Un successo millenario dunque immeritato su cui nessuno ha mai riflettuto abbastanza. Ma questa rubrica è nata apposta per far luce sugli aspetti apparentemente più insignificanti e trascurati della quotidianità, con l’obiettivo di sviscerarne la nascosta e sottile portata simbolica etico-politica; quindi un’analisi del carattere sociale della mela e della sua rilevanza culturale costituisce una tappa imprescindibile nella ricerca del Male annidato negli anfratti della vita di tutti i giorni.
E la mela rappresenta la faccia meno rumorosa e proprio per questo più temibile del Male: la sua capacità di insinuarsi strisciando e venire accolto assumendo un aspetto familiare ed innocuo, persino buono, zuccherando il veleno. Perciò la mela si configura come il Male stesso. La mela è il Male, e nella sua forma più subdola. Non è un caso se in latino il termine malus significa sia male che mela.
Fin da piccolo mi sono sempre interrogato sul motivo per cui la mela non manchi mai in alcuna abitazione. E pensare che quando tornavo a casa affamato e chiedevo: “Cosa c’è da mangiare”, al sentirmi rispondere: “Le mele” mi veniva automatico replicare fra me e me: “Ah, ok, allora non c’è niente”. Sì, perché la mela è il cibo che mangi quando proprio non c’è nient’altro, è niente, l’ultima spiaggia della nutrizione, che addenti quando l’istinto di autoconservazione te lo impone. Se il frigorifero langue ed il tuo bisogno di sostentamento scalpita, ti butti sui sottaceti; se sono finiti pure quelli, ripieghi mestamente sulla mela. Ebbene sì, la mela viene persino dopo i sottoceti.
Eppure, in ogni cesta di ogni cucina la mela la fa da padrone, è presenza costante in ogni lista della spesa, è l’ospite fisso che non riesci ad evitare, è l’Alba Parietti del settore ortofrutticolo.
Perché? Perché la mela è la fruttificazione della sottomissione alla tradizione, della schiavitù alla routine soverchiante. Il rapporto dell’essere umano con la mela è l’immagine precisa della sua tendenza ad abbassare la testa e subire per pigrizia, mancanza di volontà, ottusa convenienza pavida.
Frutto preferito da mamme e nonne, la mela incarna quella morigeratezza dei costumi - espansa addirittura sino ai territori della gastronomia nella sua opera di conquista della totalità del vissuto - che è l’imperativo categorico dello schiavo provetto. La mela è sobria, austera e l’individuo deve essere educato alla continenza, gli deve essere imposta la moderazione affinché diventi un corpo docile succube del potere. Il sapore né pessimo né delizioso della mela, né esaltante né avvilente, trasmette alle papille quella medietas, quella mediocrità, quell’equilibrio abulico ed apatico appropriati ad uno stato di obbedienza senza pretese.
La mela è misura di tutte le cose.
La mela si mangia “perché fa bene”, perché “una mela al giorno toglie il medico di torno”, senza indagare veramente sui suoi benefici e sulle sue qualità, “perché è così”, perché “è sempre stato così” e si è sempre fatto così.
Alla fine di una parca cena, dopo un modesto cucchiaio di minestra e prima di filare a dormire - con estrema umiltà, onde non sollecitare troppo le possibili corde peccaminose e viziose del nostro animo, ché l’indomani si deve andare a lavorare - si mangia una mela, senza troppa gioia né fastidio, senza vera voglia ma neanche sincera refrattarietà, così, come un gesto automatico di un robot avvezzo ai rituali quotidiani devitalizzanti della tradizione.
In anni ed anni di intensa lotta convintamente antimelista, ho sviluppato una prova oggettiva con cui incalzare i sostenitori della mela, che fa cadere inesorabilmente i tipici argomenti dello sciagurato melista (”suvvia, la mela è buona! A me piace!”) e non lascia spazio ad obiezioni di fronte al suo carattere di inconfutabile certezza: lo scontro diretto. Per dimostrare l’insulsaggine della mela è sufficiente infatti metterla a paragone con qualsiasi altro frutto: “Ah, dici che ami la mela? Ok, allora se ti dico di scegliere tra mela e pesca, quale dei due frutti preferisci? Oppure, mela o albicocca? Mela od anguria? Mela o prugna? Mela o ciliegia? Mela o fragole?” e così via. Da quando ho ingegnato e strutturato questo insuperabile nonché infallibile test, la mela ne è uscita sempre inevitabilmente sconfitta. Di fronte a tale strumento maieutico, ogni sprovveduto difensore della pochezza meliana si è visto puntualmente costretto a riconoscere l’assoluta inferiorità della mela, ammettendo che la sua melofilia non era supportata da altre basi oltre quella della consuetudine alimentare tramandata di padre in figlio.
Un mondo più razionale, passionale e saporito è possibile: diciamo tutti insieme il nostro secco e fermo no alla mela, affinché possiamo finalmente vivere e non semplicemente - e brutalmente - esistere.

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“Pedanteria politicizzata” 6 - Le feste comandate

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 11 Aprile 2008

Prosegue l’indagine alla scoperta dei tanti aspetti del male annidato nella nostra quotidianità e di cui non ci accorgiamo, pur esso standoci sempre sotto agli occhi, per via della spessa coltre di abitudine che lo maschera e lo protegge.

 

Piaga che funesta il vivere civile, le feste comandate rappresentano la faccia trascurata eppure essenziale del complesso di assoggettamento dell’essere umano esercitato dall’oligarchia semi-consapevole e financo semi-vittima delle proprie strutture di governo. Mi riferisco in particolar modo alle feste laiche, quelle recepite dalla popolazione come occasione di pura distrazione scevra anche di aspetti di spiritualità di cui sono pregne la domenica dello zombi altrimenti detta Pasqua oppure la ricorrenza del frutto di relazione extraconiugale puzzolente di somaro e bue meglio nota come Natale.
Pasquetta, Ferragosto, Capodanno et similia costituiscono una iattura nonché un inganno che grava sugli ignari lavoratori, i quali anzi attendono con ebete trepidazione ed accettano con ingenua soddisfazione tali feste che invece altro non sono se non strumenti che concorrono al progetto già realizzato di asservimento globale.
Deve essere ben chiaro che la divisione netta tra lavoro e ricreazione è propria di un’ottica schiavistica. Perché lavorare fa schifo (si tenga presente che qui si intende l’accezione secondo cui “lavoro è quando non ti piace”, cit.), il lavoro debilita l’uomo ed al massimo nobilita il datore (cit.). Lavorare, insomma, stanca. Come dice Carmelo Bene, non può esistere affrancamento sul lavoro, ma solo affrancamento dal lavoro. Per questo mi è sempre stato caro il motto “lavorare tutti, lavorare meno”: in una società giusta ed equa, retta dal buonsenso e dall’intelligenza, il lavoro sarebbe la semplice fonte di sostentamento comune, per cui sarebbe sufficiente un impegno minimo da parte di tutti per il bene collettivo; ma un’economia basata sulla proprietà privata e sulla prevaricazione fa sì che i molti debbano prodigarsi per l’arricchimento dei pochi e la classe dominante stessa si lasci inghiottire dal delirio del potere, perdendo di vista quello che dovrebbe essere l’unico scopo di una comunità e di ogni suo singolo componente, cioè il benessere. E non ci può essere benessere laddove c’è sete insaziabile di dominio, né per chi ambisce a comandare (ammorbato com’è dall’ansia di prevalere sugli altri), tantomeno – e a maggior ragione – per chi è vittima di sfruttamento inumano e disumanizzante e deve rinunciare di fatto alla propria vita ed alla propria dignità prestando le braccia a stupidi obiettivi di incremento del profitto.
Non può considerarsi una vita degna di essere vissuta quella scandita dall’orologio della produzione ed in cui si lavora un terzo della propria esistenza, l’altro terzo si dorme e l’ultimo terzo si è spossati (cit.).
Questo meccanismo perverso non serve altro che a spersonalizzare l’individuo ed automatizzarlo.
Il mantra del diritto al lavoro è una trappola ed andrebbe sostituito con la formula diritto alla sussistenza (cit.). Bisogna fare attenzione alle parole. Se non è che puoi lavorare, bensì devi lavorare, significa che sei uno schiavo (cit.).

Il potere mette dunque in conto di controllare il lavoro; quando arriva però a mettere le mani anche sull’ozio e sul piacere, la sua vittoria è totale ed il suo dominio assoluto.
Non a caso le religioni puntano ad esercitare la loro influenza dittatoriale principalmente sulla sfera sessuale, ovvero la più intima, sana e squisitamente edonista dell’essere umano. Il sistema padronale per eccellenza - ovvero quello di matrice metafisico-mitologico-sovrannaturale - sa bene che attaccare ed impossessarsi della possibilità della gioia e del godimento, proibendoli, demonizzandoli e svuotandoli in tal modo di ogni bellezza, equivale a conquistare l’anima stessa dell’uomo, rendendolo castigatore di se stesso e riuscendo ad intervenire laddove l’occhio del sorvegliante non potrebbe mai arrivare. Manovrare ed amministrare il piacere, annullandolo, significa smorzare nell’individuo qualsiasi anelito alla felicità; altresì, trasformare una mente pensante in un perfetto robot obbediente.
E’ incredibile come alla quasi totalità delle persone venga simultaneamente voglia di scampagnata a a Pasquetta e non, che so, il diciotto maggio; come tutti provino un incontrollabile desiderio di falò a Ferragosto invece che il ventidue luglio; come ognuno senta il bisogno di riunirsi con gli amici per un cenone il trentuno dicembre piuttosto che il sette febbraio.
Le occasioni di trastullo sono dunque, paradossalmente, imposte dall’alto, allo stesso preciso modo di come viene imposta l’attività. Tant’è che vengono chiamate giustappunto feste comandate, vale a dire ordinate, ingiunte. Se badassimo maggiormente alla terminologia, ci accorgeremmo che la verità è già tutta palesata ed esplicitata nel linguaggio (esempio: proprietà privata. Privare significa togliere, lasciare senza, rendere sprovvisto).

Creare le condizioni affinché ciascuno si prodighi a divertirsi a tutti i costi in giorni prestabiliti comporta inoltre un incremento di spese inutili che mai sarebbero state affrontate in altra data, ergo un ulteriore aumento di guadagni. Viene consumato l’inutile per tradizione, passivamente, senza una scelta ponderata, senza che nessuno si fermi a chiedersi: “Ho realmente voglia di un mattone di cioccolato scadente farcito con canditi di simil-plastica?”. Ed intanto gli apparati capitalistici gongolano, in barba agli immondi ed ingenti sprechi che derivano necessariamente da acquisti meccanici non supportati da sincero desiderio.
Privare l’evasione della spontaneità di cui abbisogna implica astutamente per di più che il cittadino assuma uno sguardo disincantato sul sollazzo e sullo svago.
Per esempio, da piccoli i genitori ci permettevano a Pasquetta di fare ciò che ci era proibito gli altri giorni: stare un’intera giornata fuori con gli amici, lontano dalla sorveglianza degli adulti, poter fare come ci pareva, autoamministrarci. Perché per le feste si faceva un’eccezione alla regola della sottomissione ai dettami della società gerarchicamente organizzata. Così non ci sembrava vero, cominciavamo ad organizzarci settimane prima ed arrivavamo al fatidico giorno elettrizzati ed euforici. Tanto era il nostro entusiasmo che non vedevamo l’ora di dare inizio alla giornata di libertà, sicché ci accordavamo per vederci presto, “alle dieci in punto”, “anzi no, alle nove, così abbiamo più tempo”, “allora meglio alle otto e mezza”, “a questo punto facciamo le otto!”. Alle sette di mattina eravamo tutti nel luogo in cui avevamo riversato le nostre smisurate aspettative. Enorme era la delusione allorché, dopo la prima mezzoretta di schiacciasette, ci accorgevamo che, in fondo, quella tanto agognata Pasquetta non era poi questa specialità; la noia ci piombava addosso inesorabilmente e ci rendevamo conto di quanto sarebbe stato meglio poter vivere ogni giorno senza schemi rigidi obbligatori piuttosto che riversare ogni sogno di libertà e diletto in una sola giornata, i cui confini angusti non erano certo idonei a concentrare tutti i nostri naturali ardori.
Disilludere artatamente e coattamente sul piacere - o comunque incanalarlo secondo disegni predeterminati – instilla quindi il germe dell’apatia o, nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, offre un magro contentino ammantato dall’illusione che sia il massimo concepibile e per questo da tenere in gran conto; entrambe le cose non servono altro che a rendere gli animi ed i corpi più docili per essere utilizzati come forza lavoro.
Fiaccare gli spiriti per potere poi servirsi meglio delle membra: le tecniche del potere sono tremendamente semplici nella loro raffinata efficacia e perfetta funzionalità.

Il divertimento deve essere sì slancio istintuale, impulso vitale, senza il bisogno di dovere stare troppo a rifletterci sopra, onde non inaridirlo e di conseguenza snaturarlo, ma giammai deve appunto diventare automatismo, la qual cosa è il contrario esatto dello svago spensierato che rigenera.
L’imperativo del divertimento esclude la genuina volontà del divertimento.
Suddividere il tempo in lavoro e riposo dal lavoro si configura pertanto come una pratica alienante ed un esercizio di rigoroso controllo strategico.
Si contesterà portando l’obiezione per cui gli appuntamenti festivi fissi appartengono dalla notte dei tempi al consorzio umano; ma infatti la storia umana è la storia del potere e di come esso è stato via via imposto e subito, ora accolto con servile gaudio, talvolta – raramente - combattuto con inevitabile scacco.
Capisco bene che l’ipotesi di godere del fascino di boschi intasati al suono delle pallonate dei bambini della famiglia di ventiquattro membri vicina di picnic eserciti un’attrattiva irrinunciabile, quasi quanto lo stare in fila quattro ore sull’autostrada sotto al sole per poter bearsi di dieci minuti di fuochi d’artificio o l’esultare con amici e parenti per la spassosa esplosione di un raudo; tuttavia, sarebbe sempre utile ricordarsi che esistono delle valide alternative: una fra tutte, prendere a calci in culo il capufficio, impiccarlo con la sua orrenda cravatta, dopodiché correre ad occupare una fabbrica a scelta e dedicarsi infine a vivere come spetta di diritto a qualunque terrestre nato libero.

 

 

 

Avvertenza

 

Il presente pamphlet perde completamente di credibilità alla luce del fatto che l’autore, per ben due anni consecutivi, in occasione della più stupida e commerciale delle feste – Halloween - si è mascherato da idiota ed è andato ad illudersi di spassarsela in locali trendy-rock.

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“Pedanteria politicizzata” 5 - Il “Lei”

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 10 Ottobre 2007

Il Male non solo lo ingurgitiamo, lo respiriamo, lo indossiamo, lo calpestiamo: addirittura lo pronunciamo. Dire il Male è una pratica più diffusa di quanto pensiamo. Anzi, inevitabile e quotidiana. Ogni giorno noi proferiamo il suono del Male, ne scriviamo le lettere specchio della sua essenza, lo ripetiamo continuamente e costantemente. Ne abbiamo talmente interiorizzato l’uso da non accorgerci più della sua presenza fissa nelle nostre bocche. E nella sua forma linguistico-verbale il Male si presenta sotto le temibili spoglie del “Lei”.
Sì, il “Lei”, la formula di cortesia della terza persona femminile singolare, uno dei picchi massimi, insuperati ed insuperabili del terrificante formalismo borghese, che nel “Lei” si rivela in tutta la sua potente, possente e veemente assurdità.
“Alle persone più grandi od agli sconosciuti va dato del “Lei”, se no non sta bene” “Sì, ma perché?” “Eh, se no è maleducazione” “Ok, ma perché?” “E’ una mancanza di rispetto” “Va bene, ma perché?”. E’ sempre la domanda “perché” la chiave per penetrare i misteri del Ridicolo e palesarne l’idiozia. Ciò che viene fatto senza motivi validi, è ben vacua e misera cosa.
Ricordo quando al liceo mi dissero che venire a scuola in pantaloncini corti era una grave mancanza di rispetto nei confronti dei compagni e dei professori. Da quella volta mi sono sempre interrogato su cosa avessero di offensivo le mie ginocchia. Probabilmente la mia fronte è una gran bastarda, ma io non lo so. Era giugno, era caldissimo. La logica mi aveva suggerito di vestirmi leggero per non patire le vampe inclementi dell’estate che si era imposta con un sole micidiale. Compresi presto che non è la ragione a guidare la vita sociale dell’essere umano e a farti fare bella figura. Quell’esperienza mi segnò nel profondo. Iniziò un periodo di intense riflessioni sui concetti di rispetto per il prossimo, buonsenso ed etichetta, antipatia dei miei gomiti. Pian piano cominciai a collegare, imparai ad individuare relazioni tra comportamenti, a racchiudere nello stesso insieme atteggiamenti di natura solo in apparenza differenti, ma invero del tutto affini, se non perfettamente identici. Dalla sconvenienza attribuita ai miei calzoni corti passai alla regola dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante e da lì arrivai alla Lex Legum, alla Formalitas Formalitatium, alla Cazzata Cazzatarum: il “Lei”.
Analizzando approfonditamente la questione del “Lei”, ottenni le risposte che cercavo sul divario conflittuale tra raziocinio e protocollo. Il primo termine ne usciva pesantemente sconfitto. Mi apparve subito chiaro che nulla di logico poteva esserci nell’etichetta. Si trattava dunque di operare una scelta cruciale: optare per le buone maniere o per l’intelligenza.
Già, non c’è scampo: poiché dove sta la logica nel “Lei”?
In questa pratica di buona creanza è contenuta tutta la stupidità del formalismo borghese.
Il formalismo non è solo sciocco, ma anche dannoso e diseducativo. Esso non fa infatti che creare confusione su cosa significhi realmente “mancare di rispetto” ed insegna non già il rispetto sincero per il prossimo, bensì un suo squallido ed insensato surrogato chiamato bon ton.
Dove sta la mancanza di rispetto nel comunicare con il proprio interlocutore con la seconda persona singolare?! Anche perché: se parliamo io e te, io sono prima persona singolare (giacché sono da solo e parlo a nome mio) e tu seconda; bene: qualcuno può spiegarmi dove cazzo se trova ’sta ricazzo de terza persona?! Io parlo con te e mi riferisco linguisticamente e grammaticalmente ad un altro! Anzi, ad un’altra, dal momento che ci vuole pure rigorosamente il femminile! Ecco: il galateo pretende non soltanto che ci si rivolga ad una seconda persona come se ci fosse una fantomatica terza alle sue spalle, ma perfino che questo spettro sia donna!
“Guardi, va bene darmi dello stronzo, ma trattarmi da seconda persona e per giunta maschile proprio no!”
“Scusami, tu per caso…” “Ma come si permette?!” “Vada a fare in culo” “Oh, così va meglio”.
Vogliamo accettare il fatto che ci siano convenzioni stabilite da chissà chi che ci ammorbano l’esistenza, infarciscono la comunicazione e lo scambio umano di sovrastrutture insane ed irrazionali, rendono più complessa la convivenza, consegnano alle buone maniere ciò che tolgono al benessere ed alla naturalezza spensierata delle relazioni? Bene, allora da oggi in poi pretendo che mi si dia dell’“Io”. Perché che è questa maleducazione di darmi della terza persona?! E poi chiamare in causa terzi, proprio non sta bene! E’ da gran maleducati. Da oggi in poi esigo che mi si dica: “Prego, mi accomodo. Gradisco qualcosa da bere?”. Sì, molto meglio un umile “Io”, che denota garbo, modestia, riflessività ed ha anche un sentore di piacevole sottomissione che non guasta mai.
Personalmente, ogniqualvolta mi sento rivolgere un disarmante “Lei”, non riesco a fare a meno di chiedermi: “Lei chi?” e mi viene di guardarmi dietro ed intorno. Peraltro, incalzare il proprio urbanissimo interlocutore con la domanda: “Lei chi?” è un ottimo test per smascherare l’imbecille pochezza di tal costume: “Non è che lei…” “Lei chi?” “Lei lei” “Lei io?” “Sì, lei lei” “Ah, allora lei un’altra?” “Hem…”. La laconicità assicurata del malcapitato sarà un segnale chiaro della bestialità costituita dal “Lei” e getterà l’altrui persona in uno sconfortante ma costruttivo dubbio che la costringerà anche solo per un attimo ad interrogarsi sulle sue radicate inutili certezze.
Sarà una domanda che vi seppellirà.

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“Pedanteria politicizzata” 4 - Il tappeto

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Febbraio 2007

Il Male si annida ovunque. Esso si nasconde negli anfratti più segreti ed insospettati dell’universo. Il Male è protagonista della nostra quotidianità, ma noi non ce ne accorgiamo. Ogni giorno, senza saperlo, ci stiamo addirittura sopra. Sì, noi sul Male ci camminiamo. Già, da tempo immemorabile il Male è entrato anche nella nostra vita domestica ed assumendo una delle sue forme più terribili: il tappeto.
Oscura è la funzione rivestita dal tappeto, oltre a quella ben nota di raccogliere polvere e pattume di vario genere che contribuiscano al diffondersi di epidemie. Probabilmente dietro la grande peste del 1348 c’era lui, il subdolo, spietato tappeto. Nuovi studi hanno poi stabilito che, nel suo famigerato capolavoro “La peste”, Albert Camus non si riferisse al nazismo tramite allegoria, bensì che in realtà sia il tappeto il vero protagonista occulto del romanzo.
Il Male è astuto: ha saputo farci accogliere la morte e la distruzione di nostra spontanea ed entusiastica volontà nelle nostre case, mascherando l’orrore da pezzo di tessuto di dubbio gusto e facendolo poi diventare un vuoto status symbol.
Provate a chiedere a chiunque il perché tenga un tappeto nelle proprie stanze, a cosa mai gli serva. Il vostro interlocutore resterà inizialmente attonito, scosso per un momento, e quindi se la sbrigherà con un: “Beh, un tappeto in casa ci vuole. C’è sempre stato, c’è in tutte le case. E comunque arreda.” No, il tappeto non arreda: il tappeto è una tovaglia messa per terra senza alcuno scopo benefico od opportuno.
Esso contende alla cravatta il primato di oggetto né utile né bello per eccellenza.
Cucito dalle abili mani esperte di bambini stacanovisti loro malgrado, il tappeto è ormai parte integrante di una dimora borghese. Alla classe dominante e sfruttatrice è infatti invisa la durezza del nudo pavimento che le ricorda le asperità dell’esistenza a cui è costretta la popolazione povera e la borghesia, alta o piccola che sia, non vuole certo pensarci, non vuole rammentare le condizioni in cui la maggioranza dell’umanità versa per il benessere di pochi privilegiati.
Il frutto del lavoro disagiato allieta la pianta del piede del ricco e lo stordisce come una droga ad azione particolarmente lenta. E come ogni droga, il tappeto finisce per dare assuefazione ed il suo bisogno arretra ed infine sfugge del tutto dal controllo della consapevolezza; così il possessore di tappeto per uso personale non riesce più a rinunciare al suo vezzoso quanto ridicolo e nocivo orpello, giacché fare a meno del tappeto significherebbe privarsi di un simbolo di riconoscimento della propria categoria di appartenenza, qualcosa che hanno tutti i propri simili e serve come tratto distintivo senza il quale la propria posizione identitaria vacillerebbe. L’uso personale e l’uso pubblico della narcotica stoffa dunque si fondono e confondo.
Pensate se l’avvocato De Giorgis e signora e l’ingegnere Geppetti e consorte andassero a far visita al dottor Mastrangelo e sua moglie e le estremità dei loro nobili e viziati arti non fossero accolte dal calore di un tappeto: che figura ci farebbero i coniugi Mastrangelo? Un medico così rinomato e rispettato!
Allo stesso modo, la signora Agata, fedele sposa del ragionier Balduzzi, ci tiene a fare bella figura con Pina e suo marito, il geometra Cippolini, distribuendo per casa pezzi di tessuto rifinito.
E pure Rita la moglie di Gigi er fornaro si adegua ai dettami della rispettabilità scongiurando i pettegolezzi delle comari dal parrucchiere grazie al provvidenziale intervento del tappeto. Lui, il paladino della buona facciata di cattivissimo gusto.
Ironia della sorte, l’unico elemento davvero utile della infida famiglia dei tappeti subisce le angherie del dizionario borghese venendo etichettato col plebeo nome di zerbino, evocativo di disprezzo ed alterigia da parte dei suoi superiori per diritto di nascita, e di conseguenza viene come declassato ad una sorta di proletariato dei tappeti. Lo zerbino diventa pertanto l’emblema dell’ingiustizia e dell’idiozia del sistema di non-valori formalistici borghesi, schiacciati su un imperativo di apparenza, e pure un’apparenza bruttarella. Fossero almeno esteticamente valide le soluzioni dettate dal protocollo, uno ci passerebbe sopra ed anzi riconoscerebbe il merito della bella immagine. Ma quando al superfluo ed inutile si associa anche la sgradevolezza visiva, allora cade ogni principio di legittimità di esistenza.
Il tappeto per di più aggiunge a tutto ciò persino la caratteristica di ricettacolo di immondizia, colonia di villeggiatura favorita dagli acari (e pare che ultimamente sia diventato meta ambita, molto di moda, anche tra i ratti), costituendosi in tal modo come dannoso per la salute e, necessitando perciò di continua pulizia, aumenta gli sprechi di energia elettrica (l’aspirapolvere), di acqua e di detersivi tossici per l’ambiente.
Il tappeto è il Male riassunto: di’ NO al tappeto e contribuirai al miglioramento del mondo in cui vivi, salvando per giunta la pelle a chi come me è allergico alla polvere. Ebbene sì, tra me ed il tappeto è pure una questione personale: o me o lui. Ma non mi avrai mai!

Tappeto Malefico

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“Pedanteria politicizzata” 3 - La cravatta

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 12 Gennaio 2007

Un indumento è apprezzabile se è utile o se è bello. Ed invero ogni capo di abbigliamento riesce ad essere entrambe le cose. Ad esempio anche un cappello indossato per pura vezzosità ripara comunque la testa dal freddo, dal caldo o dai raggi del sole. Persino il suo utilizzo apparentemente gratuito offre dunque qualche vantaggio pratico.
C’è poi il caso dei calzerotti da notte, quelli di lana cuciti in gran quantità da nonne premurose per nipoti mai troppo entusiasti del regalo: non è ancora stata testimoniata l’esistenza di esemplari esteticamente validi, ma quantomeno riscaldano i piedi nelle nottate invernali particolarmente rigide.
Insomma, ogni capo di vestiario trova la sua ragion d’essere secondo aspetto ed utilità.
Ma ce n’è uno che fa eccezione. Ebbene sì. Esiste un indumento che esula dai suddetti parametri, perdendo in tal modo la ragion d’essere della sua stessa esistenza; un elemento presente in ogni guardaroba che eppure, non essendo né bello né utile, non gode di causa necessaria e tantomeno sufficiente di starci. Sì, sto parlando della cravatta, vero e proprio metro di giudizio della stupidità umana.
Da sempre stuoli di studiosi e scienziati di ogni genere si interrogano su un quesito ancestrale, secondo solo a quello dell’esistenza di dio: a che cazzo serve la cravatta - oltre che a legare il partner alla spalliera del letto (mansione che peraltro potrebbe essere svolta altrettanto bene da sciarpe o foulard, i quali almeno hanno anche il merito di coprire il collo evitando mal di gola)?
Qualcuno starà esclamando: “Beh, ma la cravatta è bella!” (qualcun altro invece starà pensando: “Ah, quanto mi farei una bella strappona”). Il fatto è uno: la cravatta non è bella. Non è altro infatti che un pennazzo attaccato al collo senza scopo alcuno.
La cravatta ha tutti i contro di un indumento puramente lezioso e nessun pro. Costringe ad abbottonare la camicia fino al pomo d’Adamo, col sacrificio di comodità e corretta respirazione. Come fa notare l’illustre eto-antropologo Fulvio Tricheco, essa è l’oggetto più somigliante al cappio. E non è un caso: accanto alla sua palese bruttezza ed inutilità, la cravatta aggrava la sua posizione divenendo il simbolo della società formalista borghese, in cui l’imperativo dell’immagine e dello “abbigliamento adeguato” soppianta il buonsenso nel vestire.
Essa è il simbolo per eccellenza: totalmente al di fuori di piacevolezza e funzionalità, rappresenta il guinzaglio messo all’individuo dal sistema padronale capitalista. I condannati ai lavori forzati una volta avevano una catena con una palla di ferro al piede. Oggi hanno la cravatta al collo.
La mattina il lavoratore della classe media od alta si alza e con ebete fierezza si cinge con il collare che lo qualifica come schiavo di un altro e di se stesso. Giacché egli deve ad andare a lavorare. Altrimenti, sono guai per il proprio sostentamento, la propria sopravvivenza. Non si lavora per scelta, per se stessi o per la comunità: ci si dà da fare per un altro che godrà del frutto dell’impegno altrui. Egli sfoggia la cravatta con orgoglio, giacché quell’oggetto inutile e brutto lo identifica come individuo di serie A. I servi non sanno più di essere tali. Mette la cravatta e se ne va con sguardo scioccamente tronfio, quando ragione vorrebbe che abbassasse piuttosto il capo: difficile trovare gioiosa un’esistenza all’insegna di codici estetico-comportamentali imposti senza alcuna logica. La cravatta è l’elemento di spicco di una divisa: quella da sottomesso ad un regime occulto, ovvero la dittatura del denaro, di cui il processo di automazione dell’essere umano è imprescindibile paggio nonché luogotenente. Un robot è più produttivo. Giacca e cravatta rendono tutti uguali. Gli impiegati che escono dagli uffici sono degli automi.
Nel gesto virile del nodo arduo per antonomasia (tanta fatica per qualcosa di così sgradevole) risiede tutta la metafora del trionfo della società dei consumi: non c’è più bisogno di un controllo dall’alto, giacché ormai l’individuo si castra da solo ed autonomamente realizza il nodo scorsoio a lui destinato e senza essere accompagnato dal boia va verso la forca. Lietamente consegna la propria vita in mano ad uno che la governerà unicamente secondo interesse personale, per conseguire le sue mire di guadagno a spese della collettività.
Il colletto bianco è schiavo del capo e delle buone maniere. Il capo solo del protocollo. Si auto-imprigiona in un totalitarismo dell’esteriorità. Per alcuni la galera è un Luna Park.

Il senno detterebbe di vestirsi leggeri quando fa caldo e pesanti quando fa freddo. L’ottusità dell’etichetta invece prescrive giacca e cravatta anche ad agosto con quaranta gradi, mentre sarebbe ben più saggia una canottiera. Ma l’essere umano accetta passivamente. Perché è giusto così. “E perché?” “Perché sì. Perché se no non sta bene.” Ché un timbro si mette pure in pantaloncini corti, ma con un bel vestito, è tutto un altro timbro. “E poi vuoi mettere che bella figura che fai ad una riunione”. Se dici cose intelligenti in tuta, non sei credibile. In gessato invece le tue cazzate sembrano ammantate di verità. “Ma chi ha deciso che giacca e cravatta è elegante e maglietta è sconveniente? Chi ha stabilito i principii dell’abbigliamento adeguato?” “Eh, qualcuno sarà stato e poi è sempre stato così, quindi è così”. E via a stringersi la carotide con un inutile orpello di dubbio gusto. Si obbedisce ciecamente ad una legge mai scritta e mai giustificata, della quale non sono mai stati dimostrati i vantaggi, i motivi, la necessità. “Beh, il vantaggio è che così ad un colloquio di lavoro fai bella figura. Il motivo è che ci vuole un abbigliamento adeguato. La necessità è che se no non ti prende nessuno in considerazione”. “Sì, ma perché ci vuole questo abbigliamento adeguato? Chi lo ha stabilito?” L’eterna tragedia delle convenzioni irragionevoli.

Ora, non voglio fare quello che io la cravatta mai. Se un giorno la fame mi spingerà ad accettare un lavoro in cui per qualche oscuro ed arcano motivo la cravatta è d’obbligo, la indosserò, ma almeno sarò consapevole di essere stato costretto a cedere di fronte ad un meccanismo perverso e quando ogni mattina dovrò strangolarmi da solo, lo farò con un misto di vergogna e rabbia, e non con quella del tutto immotivata alterigia di chi è contento ad avere il collare.

Trittico della Carotide

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“Pedanteria politicizzata” 2 - L’aria condizionata

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 1 Luglio 2006

Onde evitare eventuali critiche dovute a difficoltà ermeneutiche da parte di qualche lettore, rimando all’introduzione al Numero 1 di questa rubrica per non dovermi ripetere ogni volta sul carattere smaccatamente parossistico ed auto-ironico degli articoli compresi in “Pedanteria politicizzata”, carattere che pure dovrebbe trasparire in tutta la sua evidenza già dal titolo stesso della rubrica. Ribadisco: qui si esagera volutamente e volontariamente si rasenta il ridicolo, estremizzando l’interpretazione politica dei minimi aspetti banali della quotidianità.

Bene, detto ciò e sperando che sia ormai abbastanza chiaro, posso accingermi a criticare quello che rappresenta un simbolo, un esempio emblematico e lampante, dell’egoismo deleterio del viziatissimo cittadino dell’Occidente industrializzato, che per la propria comodità sacrifica sprezzantemente l’ambiente tutto: sto parlando dell’aria condizionata.
Già, perché è opportuno avere ben chiaro in mente che non c’è l’aria condizionata perché è caldo, bensì è caldo perché c’è l’aria condizionata. Infatti i condizionatori assorbono l’aria calda presente in una stanza e la espellono nell’atmosfera, producendo in tal modo un aumento della temperatura esterna. Si viene ad innescare in tal modo un circolo vizioso per cui più i climatizzatori sono in funzione e più fa caldo, ma più fa caldo e più i climatizzatori sono in funzione.
Non se ne esce. E’ lo stesso discorso dei cannoni spara-neve: l’uomo occidentale non si accontenta, vuole sempre di più, sempre più neve, sempre più fresco, ma così facendo ottiene sempre meno neve, sempre meno fresco. Ed intanto i gradi Celsius della media stagionale salgono di anno in anno.
Se torniamo indietro nel tempo, le statistiche ci dicono che il caldo era più sopportabile, dal momento che le temperature medie erano significativamente più basse. Ma il boom economico del capitalismo ha iniziato a surriscaldare l’atmosfera pompando i gas nocivi delle industrie nell’aria. Dopodiché il Sistema dei falsi bisogni indotti ha approfittato della situazione: “E’ caldo, sostenibile, ma caldo. Consumatore, stai bene, ma potresti stare ancora meglio”. Ma il “meglio” sostenuto dal capitalismo è un finto meglio fatto per esaurirsi in fretta e lasciare spazio ad un nuovo “meglio”, giacché il capitalismo vive del moltiplicarsi delle merci da vendere. Dunque, un “meglio fittizio”, ovvero un “peggio reale”. Il capitalismo si concentra sull’attimo, sul particolare, e perde di vista la totalità. Non bada agli effetti dannosi che un determinato prodotto può avere a lungo termine sull’uomo e sul mondo. L’imperativo del profitto non può badare al benessere effettivo.
Ed allora dagli a produrre condizionatori: più produzione, più gas nell’atmofera; più gas nell’atmosfera, più calore; più calore, più condizionatori; più condizionatori, più produzione; e così via…
Tutto concorre al piano diabolico che prevede l’invasione del mercato con i condizionatori. Infatti l’Occidente è anche l’Impero dell’Immagine per eccellenza. Il vestiario dettato dal buonsenso viene scalzato dall’imperativo dell’ “abbigliamento adeguato”. Sicché anche a luglio bisogna recarsi in ufficio in giacca e cravatta piuttosto che in canottiera e ciabatte. Perché si sa, un impiegato in banca che abbia il kimono o lo scafandro, il timbro lo mette assai male. Dunque invece di spogliarsi lui, l’uomo occidentale cosa fa? Veste il pianeta Terra. Il che mi sembra quantomai cretino.
Ma d’altronde una società che privilegia l’attività forsennata ad un pisolino all’ombra di un albero - dal momento che bisogna fare fare fare fare fare (ma fare cosa, poi…bah) – è destinata a patire il caldo e costruirsi l’inferno da sola.
Ergo, in conclusione, l’aria condizionata è il vero respiro del demonio, il soffio del vero Satana: il capitalismo.
Quando i colonizzatori europei conquistarono le isole del Pacifico, le cui popolazioni vivevano nude in armonia con la natura (poiché giustamente, da persone sagge, ragionavano: “E’ caldo, mi spoglio”) la prima cosa che fecero è far vestire gli abitanti in nome di uno sciocco pudore dovuto ad un dio lunatico che si offende a vedere ciò che egli stesso ha creato (o magari un dio insoddisfatto della propria creatura che non sa guardare in faccia i propri errori).
Oggi le farebbero coprire in nome dell’aria condizionata.
Tra il Dio propriamente detto ed il Dio Denaro non so più chi bestemmiare con maggiore veemenza.

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“Pedanteria politicizzata” 1 - L’aperitivo

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 12 Maggio 2006

La realtà in cui agiamo e che edifichiamo con le nostre azioni costituisce un insieme di segni in cui il particolare rimanda sempre al generale. Altresì, ogni singolo gesto, ogni abitudine, ogni costume, ogni usanza, ogni modo d’essere, ogni oggetto nella sua disposizione, fabbricazione, utilizzo, rappresenta un simbolo della visione del mondo di una data comunità di individui.
In ogni minima cosa è sedimentato l’intero patrimonio sociale, morale, politico, culturale, quindi, in senso lato, di un popolo.
Da come ci salutiamo, da come ci mettiamo in fila, da cosa facciamo nel tempo libero, dal modo in cui costruiamo le case, da come mangiamo e quant’altro, traspare ciò che siamo nella nostra interezza e nei confronti del mondo che ci circonda.
E siccome l’uomo, vivendo organizzandosi in società con altri uomini, è un animale politico, ogni suo gesto è un gesto politico. Tutto allora è politica, sempre e comunque.
Dunque, se si vuole essere particolarmente puntigliosi, è possibile operare una critica politica anche dei piccoli riti od avvenimenti banali che, radicalizzati nella loro carica simbolica, lasciano emergere tutto un substrato di significati notevoli per quanto sfuggenti alla nostra attenzione, essendo così impercettibili che è impossibile averli nitidamente dispiegati davanti a noi stessi.
E qui si vuole essere particolarmente puntigliosi, volutamente pedanti, anzi, magari esagerati, addirittura, politicizzando ogni minimo aspetto della quotidianità, per mostrare come, attraverso l’estremizzazione, è possibile portare alla luce da delle facezie aspetti che ignoriamo ed ai quali non facciamo caso. E’ non badando alle dimensioni macroscopiche delle inezie che in fondo conduciamo una vita più serena. “Non stare a guardare il capello”, dice il proverbio. La saggezza popolare la sa lunga sulla comodità. In questa sede però si cercherà il pelo nell’uovo con insopportabile e quasi ridicola pignoleria, in barba all’imperativo del quieto vivere. Sempre con ironia, ovviamente, che è la forma più consona per esprimere una massima serietà.

Il primo caso che esaminerò è l’aperitivo. Una pratica apparentemente innocua ed innocente, un momento di gioiosa, spensierata socialità, ma che invero riassume in sé tutti i caratteri del consumismo, palesando tacitamente il divario che vige tra Occidente industrializzato e Terzo Mondo.
Già, perché se da una parte si muore di fame, dall’altra c’è bisogno di stimolarsi l’appetito solleticando il palato e stuzzicando lo stomaco.
Si tratta perciò di una moda prettamente da ricchi, fiorita guarda caso (benché nata molto tempo prima) negli anni ottanta tra gli yuppie, i rampanti esponenti del capitalismo moderno.
Subito l’aperitivo è diventato il momento di aggregazione per eccellenza di una ben determinata categoria sociale: la media ed alta borghesia, che né si nutre né mangia, bensì al massimo degusta. Tanto la pancia sarà sempre piena. Sicché patecipare ad un aperitivo equivale a mostrarsi quali appartenenti alle fasce più agiate della popolazione. Io prendo un aperitivo, dunque sono un benestante, sono uno di voi, fortunato tra i fortunati.
L’usanza si è gradualmente diffusa a macchia d’olio, evento inevitabile nell’era del trionfo dell’omologazione imposta dai mass-media. L’aperitivo non è più così solo espressione di una categoria sociale, ma di uno status personale: se prendo un aperitivo, sono trendy e cool, frequento la gente giusta e sono parecchio gggiovane.
Da nord a sud, da destra a sinistra l’aperitivo impazza. La cena è divenuta banale, volgarmente proletaria. Un invito a cena piuttosto che ad un aperitivo pone subito in cattiva luce chi lo fa. “Sarai mica vetero-comunista anti-borghese?”. “Com’era quel ragazzo che hai conosciuto?” “Un rozzo matusa: mi ha invitato a cena”.
Già: se si esce da un ufficio climatizzato dei Lloyds, si va a prendere un aperitivo. Ma di ritorno dal cantiere si sogna solo una bella, abbondante, arcaica cena.
E se in Africa c’è chi non mangia mai, si facesse un aperitivo: l’appetito vien mangiando.

Ergo, ad essere pedanti fino al parossismo ed integralisti nel proprio credo politico, l’aperitivo è di destra, onde per cui io dichiaro guerra all’Happy Hour in nome della buona vecchia rustica cena.

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