I credenti sono fondamentalmente dei malati di mente.
Mi sono sempre chiesto perché mai una persona che sostenga di parlare con gli elfi dei boschi venga messa sotto osservazione e seguita dai medici in un istituto psichiatrico mentre chi si professa obbediente agli ordini di un invincibile spirito invisibile che abita nel cielo possa fare il geometra, l’avvocato, il presidente di qualche cosa, partecipare ai concorsi pubblici, in poche parole condurre una vita normale come se niente fosse. Insomma, lo trovo ingiusto nei confronti degli amici degli elfi.
Il serial killer David Berkowitz, the Son of Sam, era convinto ad esempio che fosse il cane del vicino ad ordinargli le uccisioni. Non capisco proprio quale differenza ci sia con quelle persone che hanno martoriato per diciassette anni il corpo di una ragazza perché lo avrebbe detto loro dio. Anzi, trovo molto meno grave la condizione di Berkowitz, assai più plausibile: perlomeno il cane era lì, era visibile, una presenza reale e tangibile, abbaiava, quindi in qualche modo comunicava davvero e magari il povero assassino pazzo credeva di comprendere il linguaggio degli animali ed aveva scoperto che il cane aveva i suoi buoni motivi per commissionargli quegli omicidi. “Ma i cattolici che seguono la voce del Signore sono milioni, David Berkowitz era uno solo!”. Beh, anche la peste colpiva tutti, ma non per questo era considerata uno stato di salute.
Ovviamente, come per ogni altra cosa, esistono diversi gradi di gravità. In fondo nessuno al mondo può dirsi perfettamente sano. D’altronde, cos’è la totale sanità e cosa la totale malattia? Chi e cos’è normale e chi e cosa anormale? Io stesso, ad esempio, mi sento accendere d’ira al solo salire su un autobus troppo pieno e forse sarebbe un comportamento più sano affrontare una simile banalità con maggiore calma. Nonostante ciò, ritengo di essere comunque meno grave di uno che, che so, suole masticare merda di capra per poi andarsene in giro a sputarla addosso a chiunque indossi una tuta verde.
Allo stesso modo, la malattia mentale della fede religiosa ha una scala di intensità che va dal flebile credente non praticante che non si pone neppure troppo il problema allo stadio da codice rosso: chi prende i voti.
Preti, frati, suore, sono dei veri e propri casi clinici. Andrebbero aiutati con carità cristiana, altroché.
Non mi viene nessun’altra definizione per descrivere chi, in nome di un vecchio barbuto volante, si priva da se stesso della propria libertà e si costringe quasi gioiosamente ad una vita di castigo, sacrificio, repressione, in vista di un giardino azzurro abitato da biondini alati.
Il sonno della ragione produce mostri e dove tutto è governato dal senso del peccato e dalla paura della punizione per mano di un’entità sovrannaturale, la ragione entra proprio in coma e sorgono aberrazioni inaudite.
Durante tutta la vicenda di Eluana Englaro il mio interesse è sempre stato catturato da alcuni particolari soggetti della vicenda, sovente nominati ma mai con la giusta attenzione: le suore che badavano al corpo della ragazza.
La suora, tra tutte le figure della chiesa, è quella che versa nella prigionia più esacerbata. Un prete od un frate, in una struttura maschilista e fallica come quella della religione, godono già di maggiore libertà. Si muovono di più, hanno minori restringimenti, hanno spesso modo di sfogare le loro pulsioni – ed in una condizione comunque repressiva non può che avvenire in maniere atroci come quella della pedofilia.
La suora invece, donna in un regime massimamente fallocentrico e patriarcale, il regime patriarcale per eccellenza, vive in uno stato di totale assoggettamento, una situazione di perenne schiavitù in cui ella stessa si è abbandonata e costretta.
L’assidua penitenza, la forzata astinenza imposta ed autoimposta, l’asfissiante innaturalità di uno stile di vita basato sulla condanna e sulla demonizzazione dei più semplici ed innocui piaceri, delle gioie più pure, rubano tutto a queste donne velate: la loro fanciullezza, la loro giovinezza, la loro maturità. Questo non può non incidere pesantemente sulla psiche. Private della loro femminilità, disumanizzate, diventano automi lugubri, striscianti, di una mansuetudine violenta che si fa placida crudeltà. Quella delle spose di Cristo è una crescita interrotta, bloccata dall’ombra tetra dell’inginocchiatoio, che inghiotte freschezza ed ardore nelle sabbie mobili dell’immobile grigiore, ove il diritto alla felicità è negato per sempre. Un’esistenza immolata a far da moglie di nessuno, di un’idea astratta, di una leggenda mitica e mistica, crea sfaceli.
Una suora è un’eterna bambina che è sempre stata vecchia, una vecchia bambina che non è mai stata giovane.
Ecco, alla luce di tutto ciò, io me le immaginavo le suore addette alla cura di Eluana ed il pensiero mi angosciava. Le vedevo lì, tutte intorno a quel corpo esanime, a litigarsela infantilmente, a guardarsi in cagnesco con la faccia mite, no oggi la pettino io tu l’hai pettinata ieri, però domani la crema gliela spalmo io, uffa la voglio vestire io, che pizza non puoi sempre portarla a passeggio tu, con quei visi avvizziti troppo presto a giocare con Eluana come se fosse la bambola che non hanno mai avuto, l’amichetta a cui non hanno mai toccato il seno per scoprire cos’è un corpo, cosa sono le forme femminili, le loro forme, ricacciando nell’abisso più buio della loro mente ogni loro desiderio erotico per vomitarlo fuori con i loro gesti resi viscidi e osceni dalla mano di dio.
E me le immagino disperate il giorno in cui papà Beppino, l’adulto cattivo, è arrivato con quella brutta ambulanza ed ha portato loro via il giocattolo
Eluana non era che una bambola per chi ha una testa troppo piccola su spalle troppo vecchie.
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Post scriptum
A chi non fosse convinto che la fede religiosa sia una malattia mentale caldeggio la lettura di questo articolo, oppure di quest’altro, o magari di questo sito. Non so, ditemi voi se vi sembra roba da individui nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. “Sta male, ma è viva”, “apre gli occhi e sorride”, “se la accarezzi è contenta”… Da bambini quasi tutti abbiamo parlato con i nostri giocattoli. Conferivamo loro un’illusoria vita propria e finivamo per ritenerla vera. Arrivavamo a chiederci: “Chissà cosa faranno quando non ci sono io, di cosa chiacchiereranno tra loro”. Poco importava se qualcuno ci avvertiva che erano soltanto fantocci di plastica: non vi badavamo, non lo ascoltavamo neppure, poiché per noi era importante fantasticare su quei pupazzi animati, ne avevamo bisogno, ci piaceva. Ugualmente, a nulla sono potute valere le varie spiegazioni: “Guardate che è in stato vegetativo permanente, è come se fosse stata spenta, non c’è più” “Ma come?! Se mi ha appena confessato che ha una cotta per Big Jim!?”.
“Le hanno tolto cibo e acqua!”, “l’hanno fatta morire di fame e di sete!”… Non so, qui pare che tra ordinare al ristorante penne all’arrabbiata e birra o venire alimentati ed idratati con un sondino sia la stessa cosa. Praticamente, a sentire questi, Eluana era una bella fica che veniva corteggiata dagli uomini, giocava a pallavolo, ogni tanto buttava due passetti in discoteca, finché un giorno il padre l’ha mandata a letto senza cena e lei è morta. E annamo, no, e daje.
Peraltro, non è buffo che coloro i quali gridano al delitto barbaro della sospensione della nutrizione artificiale siano gli stessi che l’hanno resa l’unica soluzione possibile grazie alla loro opposizione all’eutanasia, grazie alla quale sarebbe bastata una puntura? No, non è buffo.
A quelli che gridano: “Eluana è stata ammazzata!” auguro di fare la medesima fine.


