Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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Alcune osservazioni intorno al problema dell’aborto

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 12 Marzo 2008

Probabilmente nella mente ottusa e perversa - anzi, ottusamente perversa nonché perversamente ottusa - dell’antiabortista, in special modo quello di stampo religioso e maschilista (ed i tre fenomeni coincidono pressoché sempre), una donna ci si diverte proprio ad abortire.

“Ragazze, stasera se le famo du’ belle botte d’aborto?”
“Sì sì, magari! C’avevo giusto una voglia matta!”
“Io me so’ sparata ‘n par d’aborti la settimana scorsa”
“Beata te…!”
“Ma dove andiamo a spruzza’ ’sti feti?”
“Ha aperto un locale da poco e conosco il DJ, in più il PR è un amico mio. Ci ho fatto mettere in lista ed ho preso un tavolo”
“Bottiglia di vodka, cesto di frutta e raschiamento tutto compreso, no?”
“Chiaro!”
“Iuppi!”.

Poche cose mi risultano maggiormente insopportabili della brutale stupidità di chi non comprende che l’aborto per una donna costituisce un trauma, una tragedia, una scelta sofferta. O meglio: la più sofferta delle scelte. Nel momento in cui pertanto una donna decide di compiere quel passo, l’aborto si configura come un dolore necessario. Si tratta dunque di tentare di lenirlo o quantomeno renderlo minimamente sostenibile. Ed invece la prevaricante invadenza del maschio dominante, il quale pretende di decidere persino su ciò che riguarda esclusivamente le donne nella loro più intima corporeità e nella più profonda sensibilità psichica ed emotiva, tramuta una condizione di estremo disagio in un inferno intollerabile.
Un corpo ed una mente invasi, quelli della donna. E come ogni colonizzatore cruento che si rispetti, il maschio ha bisogno di collaborazionisti interni alla terra di conquista: altre donne diventano sue alleate. Ed eccole, codeste kapò riunite in associazioni che abusano di lemmi sommamente delicati come vita, rispetto, diritto, pronte a pedinare la ragazza che si reca in ospedale o nei consultori a chiedere aiuto, a colpevolizzarla, a torturarla, riempiendola di falsità scientifiche ed aberrazioni etiche. Perché la vita va tutelata in ogni caso e ad ogni costo, anche al prezzo del benessere, anche senza le condizioni per un’esistenza dignitosa, perché la vita è un bene assoluto.
Ma chi l’ha detto che la vita sia un bene assoluto?
Soltanto in un’ottica religiosa - ergo irrazionale, acritica, totalitaristica e cieca - venire al mondo può essere considerato un bene assoluto; solamente presupponendo l’esistenza di un dio creatore, legislatore e governatore, nascere può essere reputato una letizia senza possibilità di dubbio, un imperativo a cui sacrificare il buonsenso. Poiché per il credente la vita non appartiene che a dio, il quale, nella sua infinita bontà, ce ne fa dono, o, più correttamente, ce la dà in prestito, in affitto, e, benché tempestata di miserie, dobbiamo tenerla in gran conto e ringraziarlo, giacché “a caval donato non si guarda in bocca”, ed alla fine dovremo riconsegnargliela in buono stato, tenendola fino a quando vorrà lui e nella situazione in cui a lui sarà piaciuto offrircela in sorte. Uno scomodo regalo non richiesto, dunque. Un leasing con inghippo bancario. Se dio lo vuole, allora non può essere che un bene indiscutibile. Ma non sempre “è il pensiero che conta”: in certi casi è la sostanza a fare la differenza. Ed un presente può pure essere orribile. Ma le imposizioni del supremo dominatore dell’universo non possono venire contestate con leggerezza senza tema di ritorsioni. Di qui, il percorso di pena che si spalanca davanti alla donna intenzionata ad abortire: desideri interrompere la gravidanza? E sia, visto che non posso impedirtelo con la forza come vorrei, ma te lo farò pesare quant’è nelle mie capacità, facendoti sentire sporca, perseguitandoti con le ombre della macchia e del pentimento e proibendo la diffusione di tecniche mediche abortive indolori al fine di inasprire la difficoltà del tuo gesto ed acuire il tuo flagello imprimendoti nella memoria tremendi ricordi incancellabili. In sintesi, sconterai amaramente la tua disobbedienza tramite la costrizione a pensarci con ancor più dura afflizione. Servi che non possiedono alcunché, ma che si limitano ad amministrare i possedimenti concentrati nelle mani di un unico padrone: tali sono gli esseri umani per una pecora inebetita dalla metafisica che ha smarrito il senso del suolo.

Al fedele non interessa il bene dell’uomo, né quello di questo o di quell’uomo: il fedele ha a cuore esclusivamente il bene di dio, questo grande dittatore - il più grande dittatore - da ingraziarsi ed a cui sottomettersi per guadagnare l’eterno favore del paradiso. Ecco perché poco importa all’antiabortista che una donna non sia in grado di mettere alla luce un figlio: ciò che conta è sfornare nuove anime da dare in pasto a dio affinché venga appagata la sua insaziabile ed immonda fame.

“Nessuno può permettersi di decidere al posto di un’altra persona, soprattutto se più debole ed indifesa; un’embrione è una persona debole ed indifesa; perciò la madre non può arrogarsi l’arbitrio di porre fine alla vita dell’embrione-individuo”, affermano i sostenitori del peccato e del pensiero magico-mitologico. Ora, tralasciando complesse discussioni sull’identità di un grumo di cellule, al di fuori di qualsiasi ingiunzione di matrice sovrannaturale, ad una donna che porta dentro di sé il germe di una nuova esistenza che è parte della propria carne, è dato eccome decidere se interrompere lo sviluppo di una massa biologica informe al fine di scongiurare qualunque rischio di un’esistenza potenzialmente frustrante costellata di incertezze e patimenti. Una donna, insomma, ha eccome tutto il diritto di rifiutare il “divino omaggio” per il bene suo e del nascituro.
Nascere non è affatto un bene assoluto. Venire al mondo e vivere può essere un enorme male, anche al di là di malattie incurabili e menomazioni limitanti. Non è vero che la vita vale sempre la pena di essere vissuta: esistere può essere invece un inconveniente, come lo definiva Cioran, e niente è peggiore di una vita segnata dal rimpianto di non essere morti in tempo o di non avere potuto evitare di uscire dal ventre.
Una vita degna e meritevole di essere vissuta deve godere di sufficienti garanzie, tanto fragile è la scorza dello sconforto.
Gli antiabortisti però continuano imperterriti nella loro violenta idiozia a cercare di guastare lo spirito di madri e figli, avvelenare la solitudine di ragazze spaurite e disorientate in nome di un’entità onnipotente che nessuno ha mai visto, seguendo i dettami di un testo letterario, anteponendo le esigenze di un’astratta fantasia fanciullesca e terribile ai bisogni concreti di persone disarmate.
Ultima penosa iniziativa atta a tormentare donne in cerca di un disperato equilibrio, la proposta di seppellire non solo i feti, ma persino gli embrioni abortiti. Una pretesa equivalenza perfetta tra materia cellulare - vita in potenza - ed individuo che sogna, trema, gioisce e si strugge - vita in atto. Si spalanca allora una questione non da poco: ad ogni persona viene dato un nome; se l’embrione abortito viene ritenuto persona uccisa ed inumato come tale, sulla lapide dovrà essere apposto un nome. Ieri ho fatto una sborrata sul tappetino del cesso. L’ho chiamata Alfredo.

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Panegirico della bestemmia - Blasfemia è libertà

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 3 Marzo 2008

“Per carità, io sono ateo e di certo non ho in simpatia la chiesa, ma la bestemmia proprio non la tollero, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede”.
Questa frase perseguita da sempre ogni antiteista attivo, tanto da essere diventata una sorta di mantra da democrazia da asporto, un motto di civiltà a misura di supermercato, ammantato di verità, equità, giustizia, saggezza. Altresì, un luogo comune.
Il termine rispetto è notoriamente già di per sé quantomai delicato e labile; sovente, poi, viene confuso pericolosamente con una fattuale disparità di trattamento tra posizioni equivalenti nella loro legittimità benché opposte nelle concezioni.
La bestemmia cade appieno nel secondo caso (laddove per bestemmia intendo la blasfemia nel senso più lato possibile, dalla semplice imprecazione al raffinato attacco colto contro il divino).
L’equivoco parte probabilmente dal pregiudizio nei confronti del sentimento dell’odio. Lungi dall’essere considerato normale o financo sano e nobile, l’imperativo assolutista della moderazione impone che l’odio venga caricato soltanto di connotazioni negative. L’odio è il negativo per eccellenza ed in virtù di ciò va respinto in ogni caso. Dunque esprimere amore è sempre cosa buona e giusta, mentre esprimere odio disdicevole ed inopportuno.
Eppure dovrebbe essere evidente come non ci possa essere amore sincero e sentito per qualsiasi cosa senza una profonda controparte di odio consapevole. Qualche esempio facile facile: non ci può essere amore per la pace senza odio viscerale per la guerra. L’alternativa sarebbe: “Amo la pace, desidero la pace, ma siccome non odio la guerra, se proprio volete bombardare, abbiate almeno l’accortezza di farlo pacatamente. Massimo rispetto, comunque”. E via dicendo: non ci può essere amore per la solidarietà senza odio per il menefreghismo; non ci può essere amore per la natura senza odio per chi inquina, etc.
L’odio si configura allora come il moto d’animo cardinale in un individuo socialmente costruttivo.
L’atto di stabilire una volta per tutte quali valori siano consentiti e quali ripudiati porta un solo nome: totalitarismo.
Sotto il fascismo, chi manifestava il proprio amore per Mussolini era nel giusto e benvoluto; chi al contrario mostrava il proprio odio, a qualunque livello, subiva pesanti punizioni.
Il meccanismo è il medesimo di quello che si riproduce nella diffusa repulsione nei confronti della bestemmia.
Perché mai l’espressione d’amore per dio (tramite preghiera o quant’altro) viene accettata e la manifestazione di odio (attraverso la bestemmia) scandalizza ed indigna?
“Beh, in quel caso si offende qualcosa di molto importante per tantissime persone”. E non si pensa mai al fatto che la preghiera offende allo stesso modo un ateo, o perlomeno offende chi come me si sente ferito dalla sospensione del giudizio critico e dalla superstiziosa credulità che trasforma il pensiero magico e la mitologia in sapere certo ed assodato con il risultato di conseguenti crimini ed abusi di cui la storia è pregna.
“Ma se tu bestemmi dio, per un credente è come se ingiuriassi una persona a lui cara”. Ma se un credente nelle sue preghiere afferma l’esistenza di un capellone vergine palestinese che cammina sull’acqua, tramuta una materia in un’altra e guarisce i malati con la sola imposizione delle mani, per me è come se ingiuriasse, che so, Bertrand Russell od altri grandi ed infangasse la memoria di quelle persone che hanno dato la vita per la ricerca e per me hanno l’identico valore affettivo e di “autorità” che può avere dio per un religioso.
“Non è precisamente la stessa cosa. Che fastidio ti dà se uno prega e tesse le lodi della divinità?”. Mi dà molto fastidio se qualcuno inneggia all’abbrutimento ed all’inebetimento. Ma potrei rigirare la domanda: “Che fastidio dà ad un religioso se io bestemmio e denigro Cristo o chi per lui? In fondo non faccio che enunciare la mia opionione discordante e non pocco farci alcunché se la mia opinione comporta un assalto verbale diretto dai toni anche volgari”.
Dunque il presunto rispetto che verrebbe violato dal bestemmiatore si rivela piuttosto a senso unico: io devo consentire ad un religioso di esternare la natura del proprio credo, mentre il religioso può permettersi di riprendermi qualora io esterni la natura del mio. E per me, antiteista, la blasfemia è uno degli aspetti principali del mio sistema di pensiero.
Ricapitolando: se io bestemmio, manco di rispetto al credo di un fedele; ma se a me viene impedito di bestemmiare, si manca di rispetto al mio credo ateo antiteista che si esplicita anche per mezzo della blasfemia; se io dico: “Sia maledetto iddio”, un religioso si sente offeso; ma se un religioso dice: “Sia benedetto iddio” mi sento offeso io. Ostacolare il mio atto di bestemmiare è sicché una mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di quello in cui credo io. Allora come la mettiamo?
“Ma se credi non devi bestemmiare proprio perché credi e se non credi non ha senso che tu bestemmi. Dunque perché bestemmi?”. Tralasciando l’acutissima risposta: “Pe’ datte fastidio” che lessi su una vignetta tempo fa, rispondo: l’ateo antiteista blasfemo non bestemmia tanto dio, quanto l’idea di dio in quanto cristallizzazione di aberrazioni della ragione quali schiavitù, sottomissione, dogma, fede cieca nell’indimostrabile, sonno narcolettico indotto ed autoindotto dello spirito analitico, obbedienza priva di riflessione indipendente, impulso congenito alla sopraffazione.
Certo, con l’odio da solo non ci si fa alcunché. Va elaborato alla luce di una piena coscienza oppure non è che vuoto livore senza obiettivo. La bestemmia da sola, insomma, serve a poco, altrimenti un avventore a caso di un baretto a caso della Tuscia potrebbe essere reputato un campione della filosofia d’opposizione contro l’ultraterreno. Però, la bestemmia, al suo stato più basso e basilare, è l’equivalente del primario impulso di disprezzo nei confronti di un’autorità dispotica ed illogica, il grido istintuale del popolano stanco delle angherie del sovrano.
La scusa della maleducazione, della sconvenienza, dell’indecenza del turpiloquio, non è che una trappola con cui il pensiero dominante ed i suoi sostenitori tentano - riuscendoci - di ingannare i loro avversari dissidenti rendendoli censori di loro stessi.
Io rivendico quindi il mio diritto ad odiare, a dare sfogo all’essenza delle mie convinzioni fondate sul disprezzo verso la dittatura del sovrannaturale, esattamente come lascio che qualcun altro levi a dio il proprio canto d’amore, caposaldo del proprio essere.

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Superiorità sgradita

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 6 Febbraio 2008

Misero è il destino dell’uomo se la vittima invidia ed imita il carnefice.
In India una tigre ha fatto irruzione in un villaggio, mettendone in subbuglio gli abitanti. Comprensibile la paura, comprensibili i tentativi di mettere in fuga un animale potenzialmente molto pericoloso. Ma le bastonate, l’isteria collettiva spinta fino al tentativo di linciaggio non trovano scuse, se non nella crudeltà dell’essere umano che non ha eguali in natura.
Non era la tigre la belva feroce.
Quello che più mi ha disturbato e sconvolto nelle immagini di un’intera comunità che scatena la sua furia insensata contro un animale notevolmente più spaventato di ogni singolo inseguitore è stato pensare che la violenza cieca del più forte sul più debole imperversava presso una porzione di una popolazione che ha sperimentato la vessazione coloniale, la frusta del padrone, l’esercizio cruento del potere.
Persone che hanno toccato con mano lo sfoggio di forza bruta del conquistatore stavano emulando il loro aguzzino; invece di far tesoro dei loro traumi e dei loro incubi reali e permanenti e rinunciare alla prevaricazione gratuita memori delle sofferenze patite, riproducevano la dialettica della sopraffazione subita su di un essere vivente considerato inferiore e funesto, nonché alla portata della loro capacità di soperchieria.
Vero è che probabilmente anche la sensibilità, come ogni altra cosa, è un fatto culturale ed in quanto tale va appresa ed affinata. Ma se neppure la diretta esperienza di dolore degli ultimi dimostra di essere in grado di insegnare il valore del rispetto per l’altro, in particolar modo per il più debole, non resta che una disperazione senza scampo.
Mi viene in mente l’epistola di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato nel campo di sterminio nazista di Dachau: “Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature. Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze”.
Cerco di immedesimarmi in chi ha subito sulla propria pelle la funesta perversione della Shoà ed è stato costretto ad assistere alla prosecuzione dell’olocausto esercitato su altri esseri, così diversi nella conformazione psicofisica, ma così simili nella capacità di provare dolore e nella volontà di vivere. Quanto devono essere stati insopportabili i tormenti di quel sopravvissuto al delirio ariano nel constatare che tutto ciò che egli ha patito è stato vano e non è servito di lezione.
Miliardi di animali torturati ed uccisi ogni anno. Miliardi. Il più mite dei carnivori non sa di essere un genocida.
E’ questa la tremenda solitudine dell’animalista (e per animalista intendo il vegetaliano, giacché chi mangia animali semplicemente non è un animalista. Altrimenti sarebbe come dire che un militare può essere anche pacifista o che non è un pedofilo chi abusa solo di bambini africani e filippini, ma non di europei ed americani).
Noi animalisti non possiamo non riconoscere di aver compiuto un passo ulteriore rispetto alla maggioranza degli individui. In questo è inevitabile non considerarci eticamente superiori alla media umana, laddove per superiorità etica si intende una sensibilità per il rispetto della vita altrui più sviluppata, un più acuto senso dell’orrore per la prepotenza su chi è indifeso.
Però di questa superiorità non ci beiamo. Anzi: la guardiamo con commiserazione, la portiamo sulle spalle come un fardello di cui faremmo volentieri a meno. E questo per un motivo elementare: il nostro unico sogno è quello di essere raggiunti da tutti gli altri nelle nostre conquiste morali. L’unica cosa che vorremmo davvero sarebbe poterci ritenere eticamente alla pari, perfettamente eguali di fronte ad ogni altro uomo quanto ad assenza di desiderio di sottomissione degli animali.
Non c’è alcun guadagno infatti nel ritenersi migliori in questo campo. Non è come sentirsi più bravi, più belli, più potenti, più intelligenti. Guardare alla propria superiorità antispecista equivale solo a prendere atto con il massimo sconforto delle atrocità commesse sugli animali senza un barlume di speranza e senza poter lenire la frustrazione contando su una larga condivisione di intenti.
L’amarezza che l’animalista prova di fronte ai mattatoi, agli allevamenti, alle pellicce, è intensificata in confronto a quella che si avverte pensando alle guerre o alle devastazioni ambientali dal fatto che sono pochi, troppo pochi, tremendamente pochi ad aver capito quanto immonda è la violenza su qualsiasi altro essere senziente.
Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”.
Il mondo animale è la palestra in cui l’uomo affina le tecniche del sopruso.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ci ha mostrato come il carcere sia il luogo in cui si perfezionano i metodi di controllo vigenti nella totalità del consorzio umano. L’allevamento, allo stesso modo, è il gradino precedente: è sugli animali che l’essere umano impara e migliora l’arte ignobile dell’assoggettamento dell’altro.
A tal proposito afferma sempre Kupfer-Koberwitz: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri”.
L’animalista ripudia la logica dell’angheria ed in questa evoluzione vede gli altri che restano indietro. Ma cosa se ne fa di questo primato? Esorta chi è rimasto indietro a raggiungerlo, si prodiga affinché tutti gli esseri umani corrano alla sua stessa velocità, poiché da questo dipende la salvezza di chi divide con noi questo grande sasso chiamato pianeta Terra.
Noi non vogliamo essere migliori, non vogliamo più sentirci tali. Non ce ne facciamo alcunché, non ci piace affatto.
Tra gli innumerevoli sgradevoli ritornelli dei carnivori atti a sminuire e gettare fango su vegani e vegetariani per scongiurare il senso di colpa e non rinunciare ai piaceri del palato, uno dei più frequenti è: “Li odio perché si sentono superiori”. Ebbene, noi non aspettiamo altro di venire sorpassati.

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Il Gobbo e la Piovra

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 10 Dicembre 2007

Tra i libri necessari, quelli a cui andrebbe associata la rinomata formula “da leggere nelle scuole”, si colloca senza alcun dubbio Ho ucciso Giovanni Falcone, la confessione di Giovanni Brusca curata da Saverio Lodato, uscito nel 1999.
Un titolo che fa tremare, un monologo che sconvolge e costringe ad aprire gli occhi, senza possibilità di volgerli altrove, senza edulcorazioni, come un padre severo che educa il figlio insegnandogli a guardare i suoi errori, riconoscerli ed affrontarli, impedendogli di eludere i problemi.

Per chi non lo sapesse, Giovanni Brusca è l’uomo che premette il pulsante del telecomando dell’esplosivo nella Strage di Capaci, nonché quello che fece uccidere e sciogliere nell’acido il quattordicenne Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo.

Uno dei più prolifici e spietati sicari di Cosa Nostra (“ho ammazzato più di centocinquanta persone, ma meno di duecento”), dopo la sua cattura Brusca ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia e le sue rivelazioni si sono dimostrate decisive per le indagini degli ultimi anni.

Il suo pentimento, sorprendentemente sincero, assume un’importanza capitale: Giovanni Brusca è stato infatti il primo – e resta finora l’unico – boss della “mafia vincente” (ovvero quella dei Corleonesi) ad offrire il proprio contributo allo Stato nella lotta alla criminalità organizzata.

Ecco perché leggere, spulciare, studiare approfonditamente un testo in cui la cupa ed intrigata Storia Contemporanea italiana viene raccontata da un protagonista d’eccezione, che su questa Storia ha inciso profondamente in prima persona, diviene un’occasione irripetibile, irrinunciabile, quasi un dovere civico.

Le vicende narrate da Brusca appartengono alla nostra Storia più recente. Recentissima. Fin troppo recente. Già, perché Brusca, nelle sue preziosissime pagine, parla diffusamente di una figura in particolare che in questa Italia bella fuori e brutta dentro ha fatto sempre il brutto ed il bruttissimo tempo per più di cinquant’anni e continua a rivestire a tutt’oggi una carica istituzionale di primo piano. Sì, sto parlando naturalmente del senatore a vita Giulio Andreotti, l’anima nera dello Stivale, che ancora appena l’anno scorso ha rischiato di diventare Presidente del Senato.
Andreotti non c’entra nulla con la Mafia”, ha gridato la stampa ufficiale. La voce delle carte processuali è stata invece coperta da un fastidioso ronzare di vespe.
Ho deciso quindi di riportare tutti i passi in cui Giovanni Brusca cita il nome di Giulio Andreotti.
Qui non si parla del passato: si parla del presente (specie in un periodo in cui di nuovo vengono screditati magistrati che fanno bene il loro lavoro e vanno a toccare i potenti), di un presente che pesa come un macigno, un macigno grande quanto una Balena Bianca.
Quanto c’entra Andreotti con la Mafia? Tanto così:

 

 

“[...] All’epoca ero in buoni rapporti con Paolo Rabito, uomo d’onore della famiglia di Salemi. Fu lui quello che, secondo il racconto del pentito Baldassarre Di Maggio, aprì la porta ad Andreotti il giorno dell’incontro con Ignazio Salvo e Salvatore Riina; per capirci, il giorno del presunto bacio tra il senatore e Riina. [...]”

 

“[...] Tocca proprio a me, quando scoppia la terza guerra di mafia, portare un messaggio degli esattori (i fratelli Salvo, che riscuotevano le tasse per la regione Sicilia N.d.R.) a Riina e a mio padre. Il messaggio viene da Andreotti: ‘Manda a dire di darci tutti una calmata perché diversamente lui non è più in grado di coprirci’. Cosa che io faccio. [...]”

 

“[...] Ma non tramontò mai il progetto di uccidere Giovanni Falcone. Di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che prima erano stati amici e ora erano diventati nemici, quelli che ci avevano dato tanto fastidio. E mi riferisco in particolar modo agli uomini politici che spesso, pur di coprire i loro affari illeciti che non avevano nulla a che vedere con la mafia, si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio tutti coloro che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi proprio per questo.
Se si vuole capire infatti la strage di Capaci, nel 1992, bisogna tornare indietro di otto anni. Al 1984, quando cominciò a collaborare Buscetta e tutti si resero conto che poteva accadere qualcosa. Quella rivelazioni, anche per noi, rappresentarono un fatto imprevisto. E modificarono ancora di più lo scenario.
Attenzione: nelle confessioni iniziali il nome di Andreotti non c’è. E non c’è neppure quello dei Salvo, né di Salvo Lima e di Ciancimino. Ma Cosa Nostra è consapevole che Buscetta sa che quelli sono i nostri canali politici. Lo sa troppo bene. Ma lo sanno anche loro, gli uomini politici, che Buscetta sa. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che mentre Cosa Nostra viene investita in pieno dalla valanga delle rivelazioni del grande pentito, gli uomini politici hanno il tempo e la possibilità di preparasi per parare eventuali colpi futuri.
Il passaggio successivo di quelle rivelazioni porterà Buscetta – in qualche modo costretto da Falcone – a svelare un’altra parte della verità: e i Salvo e Ciancimino finiranno dentro con accuse pesantissime. E’ proprio in questo momento che l’onorevole Andreotti gira definitivamente le spalle a Cosa Nostra, anche sacrificando qualche suo amico. [...]
Andreotti ci girò le spalle all’indomani delle prime dichiarazioni di Buscetta. Continuerà infatti a mantenere i suoi rapporti con Ignazio Salvo, proprio nella fase in cui questo chiude le porte a Cosa Nostra.
Che il senatore e i cugini Salvo avessero rapporti di lunga data a me risulta personalmente. Ricordo alcuni episodi: per esempio, quando Nino Salvo mi disse che per aggiustare il processo Rimi era intervenuto Andreotti in prima persona. Ho già ricordato di quando Ignazio Salvo mi mandò da Riina in veste di ambasciatore per conto di Andreotti.
Non mi risulta, invece, che Andreotti e Riina si siano mai incontrati personalmente. Questi rapporti tra Andreotti e Salvo dureranno nel tempo. E lo scoprimmo nel 1988, quando Falcone era in corsa per la poltrona di capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Andai a trovare Ignazio: motivo della visita, ancora una volta, le nostre richieste di intervenire sul maxiprocesso.
Lui se ne uscì con uno strano discorso: ‘Sai, qualche amico ce lo abbiamo ancora, siamo ancora capaci di condizionare le cose. Falcone non diventerà capo dell’ufficio istruzione’. Mi fece il nome di Claudio Vitalone e di Andreotti per spiegarmi che, in seguito al loro intervento, alcuni magistrati avrebbero lasciato Falcone solo e quindi votato contro la sua nomina. Ma non è tutto.
Mi disse anche di riferire a Riina che ‘ormai non c’era più bisogno di uccidere Falcone, perché ci avrebbero pensato loro a delegittimare Falcone’. E aggiunse: ‘E’ inutile ucciderlo perché al suo posto ci metterebbero un altro’, lasciandomi intendere che avremmo provocato inutilmente una reazione dello Stato che, a quel punto, sarebbe stata incontrollabile.
Quando esposi questo ragionamento a Totò Riina, la sua risposta fu: ‘Mi vogliono vendere fumo? A Falcone lo devo uccidere ugualmente. I politici si stanno aggiustando le loro cose e a noi ci stanno lasciando con i piedi di fuori, allo sbando. Come se fossimo carne da macello’.
E aggiunse: ‘Li devo ammazzare tutti. E’ giunto il momento di ammazzarli’. E’ in quel momento che decise di aggiungere nella lista dei bersagli da colpire sia Ignazio Salvo che Salvo Lima. Di quest’ultimo non mi fece il nome, ma era abbondantemente sottinteso.
Ho voluto ripercorrere a grandi linee questo scenario per spiegare che, mentre la decisione di uccidere Falcone era stata presa di comune accordo, negli anni successivi i Salvo si erano tirati indietro, volendosi defilare. Serve anche a capire – almeno è questa la mia opinione – perché oggi il senatore Andreotti continua a ripetere che lui aveva preso provvedimenti duri contro la mafia.
Lo aveva fatto, ripeto, perché terrorizzato da quanto avrebbe potuto dire in futuro Buscetta. Tanto che proprio il senatore accettò, inspiegabilmente per chi non conosce i fatti, di accogliere quelle richieste contro di noi che in passato Falcone si era sempre visto respingere.
E’ allora che Andreotti volta le spalle a Cosa Nostra. ‘Il figlio di buona madre’, che il pelo sullo stomaco lo ha sempre avuto, comincia a sostenere le proposte di legge contro la mafia. Sono infatti gli anni in cui i giudici Chinnici e Falcone attaccano fortemente proprio lui, Lima e i Salvo. Questo ci dava molto fastidio. [...]”

 

“[...] Che effetto ebbe l’uccisione di Falcone? Nel periodo precedente all’attentato, si doveva fare il nuovo presidente della Repubblica e si parlava di Andreotti come uno dei candidati più forti. Noi volevamo che l’attentato avvenisse prima della nomina, in modo che il senatore non venisse eletto. Tanto che Riina disse: ‘Glielo faccio fare io il presidente della Repubblica…’.
Noi pensavamo: ‘A cu fannu fannu, a noi non ci interessa. Basta che non è Andreotti’. E così accadde. Anche un bambino capisce che in quel periodo, con le voci che giravano su Andreotti, con la strage di Falcone, lui era spacciato. Completamente tagliato fuori. [...]”

 

“[...] Uno dei primi argomenti che ho voluto toccare quel giorno (27 luglio 1996, data del primo interrogatorio da collaboratore di giustizia, N.d.R.) riguardava Andreotti e il bacio con Riina. Ma, per capire come andò l’interrogatorio, devo dire che ero ancora letteralmente accecato nei confronti di Balduccio Di Maggio. Ecco perché ho minimizzato sul senatore e ho cercato appositamente di portare il discorso sulla vicenda. Ho tirato in ballo i Salvo, Salvo Lima, Claudio Vitalone, questo sì. Ma ho fatto il possibile per sganciare Andreotti da quel contesto. Volevo anche salvare qualche mafioso, povero cristo, coinvolto nel processo Agrigento che Di Maggio aveva tirato in ballo.
Se mi fossi limitato a parlare del processo Agrigento non avrei ottenuto alcun risultato, mi sembrava più facile dire bianco dove Di Maggio diceva nero e viceversa. Pensavo, dentro di me: se lo attacco su un punto forte, di interesse mondiale, riesco a screditarlo tutto. Per questo, poi, i giornali se uscirono dicendo: ‘Brusca scagiona Andreotti’, ma a me non interessava la politica, mi interessavano solo i miei amici finiti sotto processo. [...]
Il 28 agosto, a peggiorare la situazione, si aggiunsero in televisione le dichiarazioni del mio avvocato Vito Ganci.
Devo aprire una parentesi: quando ero ancora un cittadino libero, dunque siamo agli inizi degli anni Novanta, avevo viaggiato da Palermo a Roma a bordo di un aereo sul quale c’era l’onorevole Luciano Violante. Era un ricordo che mi tornava spesso in mente durante la latitanza.
Pensavo: se un giorno dovessero arrestarmi, invento di avere avuto un colloquio con lui e di avere ricevuto proposte di agevolazioni al processo in cambio di accuse contro Andreotti e informazioni su Riina. Ne parlai con Ganci e ci era sembrata un’idea intelligente. Ma, allora, non gli dissi che il fatto era inventato, gli feci capire che era vero.
Tutto potevo pensare tranne che l’avvocato se ne andasse in televisione a tirare fuori quella storia. Ganci non è mafioso…gli manca solo la ritualità… Vennero immediatamente i magistrati a trovarmi: ‘Cosa voleva dire l’avvocato ganci?’.
Vuotai il sacco: queste cose le pensavo da latitante, ho volutamente minimizzato su Andreotti, ho tirato in ballo Violante che non c’entrava niente. [...]”

 

“Nel processo Andreotti le mie dichiarazioni hanno permesso di trovare finalmente il piatto d’argento regalato dal senatore in occasione del matrimonio di Gaetano Sangiorgi (genero di Nino Salvo, mafioso, oggi in carcere, N.d.R.), anche se lui nega. [...]”.

 

 

Una riflessione facile facile: quando è stata diffusa la falsa notizia che Andreotti fosse stato assolto - mentre invece era stato riconosciuto colpevole del reato di associazione mafiosa commesso fino al 1980, ma caduto in prescrizione (e da Brusca abbiamo appreso che i legami del Gobbo con la Piovra si sono protratti invero almeno fino al 1992) - nessun politico si è esposto per smentire la gravissima menzogna ed anzi, da destra a sinistra, tutti hanno espresso solidarietà e stima per il disonorevole senatore a vita.
Non capisco dunque perché debba essere tacciato di qualunquismo chi abbia il desiderio di spazzare via questa classe politica nella sua interezza e si prodighi per cercare di farlo.

 

Collage Mafioso

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Perché la Sinistra ha dimenticato Allende?

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 10 Ottobre 2007

Quand’è che la Sinistra si è dimenticata di Salvador Allende? Deve pur esserci una data, certa od approssimativa che sia, a partire dalla quale le sinistre di tutto il mondo hanno iniziato a smarrire la memoria del loro più nobile e prestigioso rappresentante.
Quand’è successo? Com’è potuto succedere? E perché?
In anni ed anni di manifestazioni mi è capitato di vedere impressi su striscioni, cartelli, manifesti, i volti di tutti i simboli dei movimenti di sinistra, specialmente i più sciagurati. Mi sono sempre chiesto il motivo di portare in gloria le facce di coloro i quali si sono indebitamente appropriati dell’Idea di uguaglianza e libertà per poi distorcerla, infangarla, tradirla: Lenin, Stalin, Mao Tse Tung, Fidel Castro, andrebbero rinnegati e respinti proprio a partire dalla Sinistra, giacché è nei gulag russi, nella scia di sangue della Lunga Marcia, nelle carceri cubane che si è sputato su quel grande progetto marxista di giustizia sociale ed equità economica.
Le uniche cause che ho potuto e saputo individuare nella grottesca conservazione di tanto macabri monumenti credo siano riconducibili alla più o meno consapevole volontà di suicidio etico e politico se non ad una più semplice e disarmante idiozia.
Accanto all’immancabile Che Guevara (che comunque vicino alla Mostra dei Mostri ci fa un figurone, sia chiaro), dunque, e perfino ai riferimenti a Tito, non ho mai, e dico mai, e sottolineo mai, avvistato alcunché che riportasse alla mente la figura di Salvador Allende.
Eppure Allende è l’emblema della grandezza della filosofia comunista, l’unico caso di vittoria del pensiero socialista. Sì, perché nonostante la breve, brevissima esperienza di Unidad Popular, quel periodo è stato e resta un vero trionfo.
Su quella rivoluzione intrapresa senza l’uso delle armi, bensì combattuta con gli strumenti democratici della presa di coscienza e dell’elezione popolare, si concentrò l’attenzione dell’intero pianeta. Mai si era visto – e mai si sarebbe più visto – un tale radicale mutamento socio-economico dalle mire collettivistiche avviato in via assolutamente pacifica e sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il riscatto del proletariato senza passare per la guerra e la dittatura: un capolavoro politico.

Allende nel 1970 era già assai più moderno delle odierne sinistre: di tendenze fortemente libertarie, aveva rifiutato l’allineamento con l’Unione Sovietica, nazionalizzato le miniere cilene strappandole al controllo di aziende statunitensi, consegnato le terre ai contadini, varato un piano nazionale di istruzione gratuita per tutti, previsto un reddito sicuro per ogni famiglia di qualsiasi fascia sociale; tutti insomma avrebbero partecipato al lavoro ed alle risorse del Paese. Ma cosa ancora più importante fu la denuncia che espose nel 1972 alle Nazioni Unite contro il pericoloso strapotere imperialista che stavano via via assumendo le multinazionali. Quando neppure era ancora chiaro cosa fossero le Corporation, egli aveva già capito tutto il male che da esse sarebbe provenuto. Il dono della lucida e razionale profezia è proprio dei giganti dell’umanità.
Fu probabilmente soprattutto questo a convincere gli U.S.A. che quel sogno che Allende andava costruendo in uno Stato povero ma insospettabilmente adulto andasse stroncato il più in fretta e nella maniera più aspra possibile, al fine di dare un segnale intimidatorio duro e chiaro a chiunque avesse voluto emulare le gesta di quel medico occhialuto ed impavido.
Salvador Allende si era attirato fin dalla campagna elettorale le ire di Nixon e Kissinger, i due veri diavoli del Novecento, che poco o nulla hanno da invidiare al più temuto collega Adolf Hitler. Basta sostituire “Razza” con “Denaro” per comprendere la portata devastatrice di quei due assassini senza pistola. Il sistema capitalista che grazie a loro decollò e si fortificò fino a diventare inarrestabile ha mietuto infatti un numero di vittime assai maggiore e rovinato la Terra assai più del Nazismo, anche solo in virtù della sua ben più lunga permanenza rispetto al delirio ariano.
La tragica fine dell’Era Allende ne conferma ed aumenta il valore: le atrocità a cui fu sottoposto il Cile dall’esercito guidato da Augusto Pinochet e sostenuto dalla C.I.A. sono un segno evidente della bontà dell’apparato strutturato dal leader di Unidad Popular. Il Potere si prodiga quando si sente minacciato; più la minaccia è grande, più le forze repressive si danno da fare; e più qualcosa minaccia il Potere, più alta è la sua qualità. Inoltre, se qualcosa mina i vantaggi di una ristretta élite, significa che va incontro ai bisogni della popolazione.
L’establishment borghese capitalista ed i rapporti di forza sociali furono ripristinati con i bombardamenti e le torture. Perché il popolo non deve essere emancipato se deve essere controllato.
I poveri tornarono poveri ed i ricchi tornarono ricchi.

Salvador Allende va recuperato dalla Sinistra. Va recuperato il suo personaggio, vanno recuperate le sue parole, va recuperata la sua lezione.
Senza di lui, siamo passati dal disumano stalinismo all’agghiacciante riformismo, che altro non è se non l’arte di cambiare il nome dei servi in consumatori, dare ad alcuni di loro una casa, una macchina, la possibilità di tracciare una crocetta ogni cinque anni e continuare a schiavizzarli per gli interessi di pochi senza che essi se ne accorgano, storditi da media e benessere sufficiente.
Quando non si ha nulla, non si ha nulla da perdere; quando si ha poco, si ha paura anche di perdere quel poco. Il riformismo ha fatto sì che in Occidente le persone ottenessero quel poco che impedisse loro di esigere di più. E’ la società dei consumi di cui parlava Pasolini contemporaneamente ad Allende. Ad immobilizzare chi non ha nulla in uno status di impossibilità di reazione ci hanno pensato le multinazionali.
Dimenticando Allende, si è dimenticato che esiste una terza via rispetto al capitalismo di matrice statunitense ed al comunismo alla russa.
Il riformismo si è dimostrato quietistico nei confronti del Sistema Imperialista delle Multinazionali. Il riformismo è un fallimento che interpreta la parte del successo.
Dimenticare Allende ha fatto comodo agli eredi dei partiti comunisti in frantumi che hanno in tal modo potuto trasformarsi in socialdemocratici ed ascendere a posizioni di comando grazie all’americanizzazione della politica (subita e cavalcata ben volentieri e con somma gioia), ovvero la corsa al centro, all’imperativo della moderazione, al consenso che attira voti e permette di diventare padroni godendo della divisione in classi – anzi, in caste.
E’ necessario quindi ripartire da Allende, a meno di non cedere definitivamente il passo al miserabile modello americano, modello che invero appare sovente invincibile, tanto sembra essere penetrato nell’anima degli individui.
Il meraviglioso documentario di Patricio Guzmàn su Salvador Allende - dall’omonimo titolo - mostra sul finale quanto l’americanismo abbia intaccato lo spirito dei cittadini e sia attecchito nel loro midollo morale. L’autore se ne va in giro per Santiago ad intervistare persone casa per casa a proposito del loro passato tutt’altro che remoto facendo domande sul Governo Allende e sul totalitarismo neoliberista di Pinochet. Niente di strano, insomma; eppure pressoché la totalità degli intervistati si mostra recalcitrante a rispondere, molti si innervosiscono, alcuni si tappano in casa.
Mi sono interrogato a lungo sul perché di quelle insolite reazioni. Dopo parecchie riflessioni, ho capito cos’è che crea disagio in quegli uomini: è la vergogna. Già: la vergogna per non riuscire più ad essere ciò che una volta sono stati, la semi-consapevole incapacità di esserlo di nuovo, l’abbrutimento che ha stroncato la loro volontà di tornare ad essere liberi ed eguali.
Nell’eccelso cortometraggio di Ken Loach sull’undici settembre, in un frammento televisivo risalente al triennio allendiano, una donna lavoratrice in un’industria cilena dice: “Il popolo organizzato è intelligente”. Un’affermazione bella come un mare forte e calmo, pesante come un macigno spigoloso.
Quel popolo oggi è regredito: è diventato massa. E la massa è inevitabilmente stupida e scomposta.

Io ho la fortuna ed il privilegio di vantare tra le mie amicizie un esule della dittatura di Pinochet. Rodrigo, si chiama, ed al tempo del Golpe era un giovane attivista del Partito Socialista Cileno. Oggi, anziano ed esperto della vita, quando parla del Cile, di quel Cile, del suo Cile, fatica ancora a trattenere le lacrime.
I reduci dell’esperienza allendista hanno tutti un’espressione malinconica propria di chi ha visto davanti ai propri occhi infrangersi il più grande dei sogni dopo averlo accarezzato con le dita. Portano nella carne il marchio del dolore, un dolore indicibile, che ha segnato loro il volto e si riverbera in ogni piega della pelle. Non riescono nemmeno a pronunciare il nome di Augusto Pinochet. “Hijo de puta”, esclamano, e non lo chiamano in altro modo. Non ho mai sentito Rodrigo od Emilio, suo amico e compagno di esilio, chiamare in altra maniera colui che ha demolito le loro vite. Ognuno di loro porta su di sé l’aureo fardello della sofferenza di una nazione intera. Ma non c’è traccia di frustrazione nei loro visi: essi hanno quella placida tristezza propria di chi è in pace e di chi continua ad ardere con disincanto ma non per questo con minor passione, poiché sanno di aver realizzato qualcosa di unico, di aver assistito ad uno spettacolo senza pari. E nessuna fine, per quanto tremenda essa sia, può cancellare la meraviglia di ciò che c’è stato prima. E ciò che c’è stato una volta, può ripetersi, accadere di nuovo: è questa speranza – o meglio, questa consapevolezza - che essi negano a loro stessi a velare di serenità il loro dolore.

 

 

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Elogio del carcere duro

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 10 Ottobre 2007

Mi sono già occupato di un argomento affine (anzi, pressoché del medesimo) tempo fa in occasione del mastelliano indulto a misura di potente, ma una notizia che viene dagli U.S.A. mi spinge (o meglio, costringe, giacché lo sento come un dovere di cittadino ed “aspirante intellettuale”, in quanto studente universitario) a tornare sul tema.
Un giudice americano ha infatti negato l’estradizione in Italia del boss Rosario Gambino poiché, secondo il magistrato, il regime di carcere duro che avrebbe atteso il mafioso nel nostro paese violerebbe la convenzione ONU sui diritti umani.
Questa vicenda è molto, molto più grave di quanto sembri, giacché rischia di alzare l’ennesimo polverone sul famigerato 41 bis, che già tanti, troppi, inutili dibattiti ha scatenato, massimamente dannosi per la tristemente minima salute etico-politica-economica della nostra terra ferita e colpita a morte dalla criminalità organizzata.
A meno che non si voglia scadere nella faciloneria ai limiti del ridicolo dei vari slogan quali “fuoco alle galere” banalmente caratteristici di diversi gruppi della mia parte politica, bisogna riconoscere che l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e la legge 416 bis del codice penale, altrimenti detta Rognoni-La Torre, sono le migliori armi che lo Stato italiano abbia messo a punto contro lo strapotere mafioso, piaga principale del Bruttopaese.
Anch’io ho fatto mia la lezione di Michel Foucault; anche per me “Sorvegliare e punire” ha quasi il valore di un testo sacro; disprezzo anch’io l’istituzione della prigione come strumento di pena e presunte rieducazione e redenzione; ma sulla questione carceraria, molta parte dell’estrema sinistra non si è mai dimostrata sufficientemente lucida, lasciandosi appannare da motti ingenui quanto insopportabilmente ciechi.
Ed ora dalla patria del capitalismo più bieco e spietato potrebbe arrivare nuova linfa per i critici della necessaria misura cautelativa – praticamente l’unica possibile – contro i padrini.
Non ho francamente mai capito l’accanimento di parecchi miei compagni ai danni del regime di carcere duro per i mafiosi. Difendere strenuamente chi sostiene - e pratica – un sistema basato su violenza, dittatura, accumulazione di denaro, religione, controllo del territorio conquistato ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo ambientale e di vite umane, sarebbe anche nobile, se non fosse tremendamente stupido nonché deleterio per gli stessi ideali di pace, uguaglianza, libertà, ecologia (ovvero gli esatti opposti) di chi va sotto le carceri ad esprimere solidarietà a coloro i quali sputano su tutto questo e ridono dei comunishta di riiniana memoria, percepiti come i principali nemici dai più fieri ingranaggi del capitalismo, veri alfieri dell’imperativo categorico della proprietà privata, quali si configurano i mafiosi.
Peraltro, se fossi nei panni di Francesco Caruso od in quelli dei ragazzi di Radio Onda Rossa (che altrimenti stimo per il loro impegno nel quale mi riconosco, sia chiaro) che lanciano l’agenda “Scarceranda”, mi preoccuperei nel trovare qualcosa che mi accomunasse a Mastella. Ma questo sia detto di passaggio.
C’è poco da fare: per scardinare l’apparato mafioso bisogna mettere le mani sul patrimonio dei clan e rompere la catena di comando delle famiglie. Non ci sono altre scelte, nessun’altra scappatoia, data la natura stessa delle organizzazioni di stampo mafioso. Sono il soldo e la gerarchia militare i materiali edili con cui è costruita la mafia; per cui, attaccando quelli, si lede il cuore stesso della mafia (tant’è che proprio all’abolizione della legge sulla confisca dei beni mafiosi e del regime di carcere duro miravano i Corleonesi con la loro impressionante campagna di fuoco che segnò la Stagione delle Stragi. Evidentemente, quando qualcosa è sgradita alla mafia, significa che è cosa buona e giusta per il benessere dei cittadini). E se il cuore non funziona bene, il sangue non scorre. Ed il sangue della mafia è l’omertà.
Il 41 bis è riuscito a rompere il muro d’omertà come mai era successo prima dell’approvazione dell’articolo, divenendo una vera e propria miniera di pentiti. Non per niente era stato fortemente voluto da Giovanni Falcone, il quale aveva ben compreso quanto essenziali fossero i collaboratori di giustizia nella lotta alla criminalità organizzata. Senza Tommaso Buscetta, la mafia sarebbe ancora “un particolare temperamento dovuto al clima caldo del Meridione” o, peggio, ancora neppure esisterebbe.
In Italia non possiamo fare a meno del 41 bis. Non possiamo permettercelo, onde non cedere definitivamente lo Stivale a Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita e Basilischi, che già dominano di fatto l’economia nazionale in qualità di lato oscuro, braccio armato, delle industrie e delle multinazionali.
Non si avvertirebbe l’esigenza del 41 bis, in Italia, se la mafia non fosse un’emergenza continua, costante, incessante.
L’alternativa al carcere duro sono nuovi Raffaele Cutolo che dal chiuso pieno di crepe della loro cella ascendono alla guida di un’organizzazione mafiosa e continuano a dirigere un impero criminale forti della connivenza di carcerieri corrotti ed intimiditi e del silenzio di affiliati che hanno ben pochi validi motivi - e soprattutto nessuna convenienza - per rinunciare al loro mutismo.
Per quanto il 41 bis possa sembrare disumano, non potrà mai esserlo quanto Francesco Schiavone, Pasquale Barra, Peppe Morabito, Giovanni Brusca, eccetera eccetera eccetera.

P.S. Sono stati chiesti otto anni di reclusione per Totò Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento a Cosa nostra e rivelazione di notizie riservate. TG1 e TG2 hanno dedicato alla notizia appena un rapidissimo cenno, parlando peraltro solo della solidarietà espressa da Berlusconi e Casini al Governatore siciliano, senza menzione alcuna ai gravissimi fatti di cui l’imputato si è reso protagonista.
Se i direttori e le redazioni delle due testate giornalistiche avessero una dignità, dovrebbero vergognarsi.

 

 

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Lavavetri e panni sporchi

Pubblicato da sdrammaturgo su Giovedì 9 Settembre 2007

Ogni italiano – o meglio, ogni italiano coscienzioso – non può fare a meno di chiedersi quale sia la causa principale del degrado civile in cui versa il Paese bello fuori e brutto dentro fin dagli albori della sua storia. Arrovellarsi sull’identificazione della piaga principale della cancrena italiana di gaberiana memoria è un’attività da cui nessun cittadino avvezzo agli scandali dello Stivale possa esimersi. Ma finalmente questa centenaria indagine sembra aver trovato uno sbocco. Ebbene sì, dopo tanto interrogarsi e disperarsi, il problema nodale è stato individuato: i lavavetri. A loro pare si debba imputare lo sfacelo del Sistema Italia.
La vicenda è ben nota: il ventotto agosto di quest’anno il sindaco di Firenze Domenici ha diramato un’ordinanza urgente che stabilisce severe punizioni per i lavavetri colti in flagranza di reato. Dal sequestro del materiale (ma che dico: delle armi!) fino alla multa di duecentosei euro ed addirittura a tre mesi di carcere, perché ci vuole il pugno di ferro contro il dilagare di questa minaccia per l’inerme automobilista.
Si sa, ogni giorno milioni di conducenti di autovetture rimangono vittima della crudeltà di questa barbarie inaccettabile in una nazione sviluppata: petulanza ed insistenza, coadiuvate dall’indubbia pericolosità di secchio e tira-acqua, costituiscono un grave rischio per la pubblica sicurezza.
“C’è un racket spaventoso dietro i lavavetri”. L’allarme era stato lanciato da Cofferati (quello che ha ottenuto voti di sinistra per governare come uno di destra) un anno fa. La sa lunga, l’ex sindacalista tormentato da incubi notturni popolati da baracche arredate con pessimo gusto e lavavetri che si portano a letto sua moglie.
Se dietro ai lavavetri c’è un racket, si interessa decisamente di altro, visto che nulla la procura ha avuto modo di rilevare in tal senso dopo i dovuti accertamenti. Ma poco importa: la giunta fiorentina va avanti. Dobbiamo salvare l’Italia dai terroristi del semaforo!

Sentir parlare di racket a proposito di lavavetri e vedere tutto questo accanimento in nome della legalità contro chi vive di elemosina, da italiano prima mi fa ridere, poi mi indigna, quindi mi offende, infine tutte e tre le cose insieme.
Mi suscita smodata ilarità e disumano sdegno poiché chiunque sia nato e cresciuto in Italia e sia minimamente informato sullo stato dello Stato (l’elementare gioco di parole è assolutamente voluto – che volete farci, mi diverto così) sa bene che nella Penisola il racket c’è eccome, ma altrove e di ben altre forme e dimensioni.
Campania, Calabria, Sicilia: più dell’80% delle attività paga il pizzo; il restante è direttamente in mano alle mafie.
La storia italiana dell’ultimo secolo è la storia della criminalità organizzata. Coincide con essa, non può venire slegata da essa.
Questo bisogna che ce lo mettiamo bene in testa, tutti, tutti noi che siamo nati e viviamo in quest’angolo tetro dell’Occidente industrializzato. Nessun italiano può guardare alle vicende del proprio Paese senza tenere presenti sullo sfondo Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Loro e tutti gli intrecci che da loro si dipartono o che in esse convergono, naturalmente.
La storia italiana, specie quella recente, recentissima, è degna di un’epopea romanzesca: stragi, P2, Gladio, crack Sindona, caso Calvi… Abbiamo persino avuto un tentativo di Colpo di Stato. Già, un Golpe: eventi che abbiamo sempre associato a scenari lontanissimi da noi (roba da Sud America, da Africa) e che invece abbiamo avuto in casa e giusto una trentina di anni fa o giù di lì, ma che appaiono ormai quasi del tutto dimenticati.
E le mafie, ovviamente, costantemente presenti: Cosa Nostra come ancella della DC e della loggia massonica che governò di fatto l’Italia dall’alto del suo potere occulto; la Camorra di Cutolo in contatto con i servizi segreti; la ‘Ndrangheta ed il suo appoggio al terrorismo di estrema destra. Una matassa di relazioni dalla complessità inestricabile, da divenir pazzi a scovare ciascun collegamento.
Eppure per quelli della mia generazione e soprattutto per quelli ancor più giovani, nomi come Licio Gelli, Junio Valerio Borghese, Luciano Liggio, Mico Tripodo, risultano pressoché ignoti.
A scuola gli Anni di Piombo non si studiano, mentre quel decennio ha mutato definitivamente il volto dell’intera nazione e molti dei protagonisti di quel periodo oscuro hanno ancora i loro artigli ben piantati nel nostro tempo (un nome su tutti? Il solito: Giulio Andreotti, il cui nome spunta fuori in ogni episodio nero della storia patria. E persino giornalisti come Gianni Bisiach si ostinano a dire in televisione che è stato assolto e non c’entra alcunché con mafia e affini).
Addirittura gli anni ottanta e novanta vengono rimossi dalla memoria collettiva.
Per questo non mi stupisce - benché mi faccia inorridire - che nessun governo metta tra le priorità la lotta alla criminalità organizzata quando si tratta di studiare strategie di ripresa economica e nessuno rabbrividisca e protesti apertamente ed accanitamente.
Una finanziaria in genere va dai trenta ai quaranta miliardi di euro. Ebbene, questa cifra è quanto incassano singolarmente ed annualmente Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Ovvero, sommate (il calcolo è men che elementare), tre finanziarie. Una simile potenza completamente concentrata nell’ambito dell’illegalità con la connivenza della politica e della grande industria (giacché, come  sostiene Saviano, le mafie non sono un’anti-economia, bensì rappresentano l’economia stessa: costituiscono infatti la linfa vitale, il fulcro militare, dello sfrenato capitalismo neoliberista) è dunque in grado di mettere in crisi un intero bilancio statale. Se a ciò si aggiunge la straripante evasione fiscale e la delinquenza generica, abbiamo la misura e le proporzioni di quali siano le reali esigenze del Paese.
Ecco perché trovo ridicolo, grottesco, terrificante ed osceno il fatto che un’amministrazione ingegni pirotecniche manovre fiscali o fantasiose – eufemisticamente parlando – iniziative contro l’abusivismo senza combattere le mafie.

E quindi prendiamocela pure con i lavavetri: il famigerato italiano medio, ben acculturato da l’Italia sul 2, ignaro com’è del suo tempo e del suo spazio, non vedendosi più assaltato da “irritanti morti di fame”, sarà convinto di vivere in un ambiente che si avvia verso una nuova sensibilità sociale, un rinnovato spirito di giustizia; e chi se ne frega se l’asfalto su cui cammina proviene da un’azienda dalle mani sporche di sangue che ha ottenuto l’appalto con accordi illeciti gravanti sull’intera popolazione: l’importante è che non ci siano più poveri per strada a ricordargli a quali sottili fili sia appeso il suo benessere.

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Un senso dell’impegno

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 4 Giugno 2007

Giovanni Falcone ha detto: “La Mafia non è invincibile. Essa è una cosa umana e come ogni cosa umana ha avuto un inizio ed avrà una fine”. Una frase quantomai veritiera che dà per questo senza dubbio speranza, ma che risulta fin troppo ottimistica se si considera un altro principio non solo fisico e biologico, ma che può essere esteso ad ogni realtà umana (l’Iconologia ed Adorno insegnano): “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” (e nell’accezione più precisa del lemma, cioè trans-formo, oltrepasso – o meglio, attraverso - la tale forma – formo attraverso - verso un’altra nutrita dalla sedimentazione e stratificazione delle precedenti). Proprio riguardo la Mafia, ad esempio, basti notare come essa sia il risultato dell’incontro, della fusione e dello sviluppo del sistema feudale e del brigantaggio tradizionale; una sorta di sintesi insomma tra la tesi del potere imperiale accentratore dislocato sul territorio (è facile scorgere nel Padrino, nel Boss dei Boss, un’icona del sovrano e nei vari capi-mandamento una rivisitazione attualizzata ad un determinato ambiente delle figure del vassallo, valvassino, valvassore) e l’antitesi dell’Anti-Stato (tant’è che così vengono spesso chiamate le organizzazione mafiose) criminale. In altre parole: è cambiata la forma dell’usurpazione, ma la sostanza dell’abuso è rimasta immutata. La Mafia per come la conosciamo oggi avrà dunque senz’altro un termine presto o tardi, ma è facile intuire che la sua anima nera fatta di sopraffazione si incarnerà in nuovi corpi ed assumerà altri aspetti.
D’altronde l’essere umano, con tutti i suoi comportamenti e le sue strutture sociali (in senso lato) non è cambiato granché dagli albori dell’evoluzione, per non dire che non è cambiato affatto. I rapporti di forza che regolano l’ecosistema da esso stesso costruito ed in cui si muove appaiono infatti pressoché immutati da sempre: il più debole soccombe e l’individuo (o meglio, la classe di individui) che trionfa nella lotta per la supremazia si prodiga per imporre il proprio dominio e conservare i propri privilegi. L’hobbesiano “homo homini lupus”, confermato più di quanto non sembri dalle teorie di Michel Foucault, vale anche per le microscopiche quanto vivide trame del potere che viene esercitato in ogni scambio interpersonale.
Alla luce di ciò non è peregrino supporre che continuerà ad essere così nei secoli dei secoli. La finitezza è tale solo all’interno di un continuum di infinite metamorfosi.
Ma allora, se tutte le storture dell’esistente sono destinate a permanere (come risulta lampante) ed ogni tentativo di miglioramento è vacuo e tutto è vano (la tremenda verità del Qoèlet), bisogna dunque lasciar correre, accettando quietisticamente una ben misera sorte? No: proprio perché ogni componente dannosa del mondo si rinnova di continuo, incessantemente, senza mai perire, è necessario non abbassare mai la guardia. Dal momento che si delineano costantemente porzioni di abominio da assaltare in un’opera di lotta perenne e rivolta senza requie, l’attività di impegno ed opposizione si configura quindi come argine indispensabile contro lo straripamento delle dittature dei poteri forti, le quali altrimenti avrebbero campo libero per esercitare il più bieco arbitrio. Si badi bene: questo lavoro di tappabuchi, di guastafeste, compiuto da chi sceglie la via dell’impegno riveste un’importanza di proporzioni macroscopiche, praticamente fondamentale. E’ la strenua resistenza dal basso contro la violenza dall’alto a permettere la conquista delle sporadiche oasi di pace essenziali all’autoconservazione umana. Detto prosaicamente: salvare il salvabile è tutt’altro che secondario.
Chi si sottomette, chi decide di subire passivamente il corso degli eventi dettato dall’élite egemone, chi abbassa il capo e tira dritto, rompe la dialettica del contrasto e presta il fianco all’inondazione del dispotismo.
La disperazione di cui parla Sartre è sì la coscienza che l’abolizione del male, della sofferenza, è mera utopia (e tuttavia il sogno del mondo migliore – ormai luogo comune e nulla più - e dell’avvento del bene assoluto è utile a livello di meta ideale, come tendere verso, kantianamente), ma essa non giustifica la rinuncia: è proprio dalla consapevolezza dell’impossibilità di una redenzione totale e completa che prende le mosse quella responsabilità che ogni essere umano ha nei confronti dell’intera sua specie, dal momento che la pluralità è fatta dall’insieme dei singoli, per cui ogni scelta dell’individuo si ripercuote necessariamente sull’altro, sugli altri. Per questo valgono e devono valere sempre la massima kantiana “agisci sempre come se la tua massima morale valesse come criterio di legislazione universale” e quella gandhiana “sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. La soggettività è al contempo sempre e mai riflessa nella comunità.
Pertanto guai ai moderati, guai a chi non si indigna, guai a chi non odia e a chi non anela ad un miglioramento della propria condizione. Sicché massimamente deleterio per l’intera umanità è chi non fa alcunché per testimoniare il proprio disagio attraverso l’azione, l’attività (nel senso da cui deriva attivismo). Bisogna dunque guardarsi da chi dice “seppure iniziassi io a fare questa o quella cosa, nessuno mi seguirebbe”: egli sa che può essere utile, solo che non vuole; preferisce restare a sguazzare in una schiavitù senza problemi, essendo la vita in catene triste ma comoda (e purtroppo raramente ci si ricorda che vale anche il viceversa). Ovviamente sono da considerare tutte le attenuanti del caso, riassumibili sotto il termine collettivo di ignoranza, la quale talvolta può essere – ed è – sì una colpa; ma altre volte viene invece subdolamente indotta dall’alto - e meschinamente accolta in pompa magna; cosicché più la popolazione viene lasciata nell’insipienza, meno si sviluppano quelle facoltà critiche di comprensione ed interpretazione indispensabili per elevare la propria posizione; e meno le persone sanno, più accolgono con gioia il dono della gabbia dell’idiozia, in una perversa logica della spirale che si chiude in cerchio.

L’essere umano è di gran lunga il meno intelligente tra gli animali. Se osserviamo l’etimologia del verbo latino intelligere notiamo come esso derivi dalla preposizione inter più lego (cogliere, ma anche raccogliere, scegliere), cioè correlo, trovo correlazioni tra il particolare e l’universale, tra l’unico ed il molteplice. Lo sguardo perspicuo di Wittgenstein, per intenderci. Alla luce di ciò, l’uomo sembra ben poco pratico di questa visione profonda che conduce alla lungimiranza: egli è infatti l’unico tra tutti gli esemplari zoologici a devastare se stesso ed il proprio habitat, ragionando solo nell’attimo, nell’hic et nunc, qui ed ora, per effimeri vantaggi immediati e per pochi eletti ed a scapito di benefici diffusi e futuri. Praticamente il progresso senza sviluppo su cui si è concentrato Pasolini ed alla cui utilità Thomas Mann ha chiesto di rendere conto se non produce benessere. Giacché serve a poco sapere scindere le particelle elementari della materia e trattare con dimestichezza i concetti sommamente complessi di zero, vuoto, totalità, infinito, se poi si sgancia la bomba atomica.
L’uomo è l’unico animale ad uccidere e mangiare altri esseri viventi e senzienti per puro sfizio senza averne una reale esigenza a livello di organismo e metabolismo; è l’unico in natura a creare rifiuti (la natura, si sa, non crea immondizia, ma tutto ciò che da essa proviene torna in circolo e si reinserisce nel meccanismo consequenziale della vita); è l’unico ad interrompere la legge della trasformazione universale proprio laddove essa gli tornerebbe più utile. Si obietterà che, in virtù del relativismo, chiunque pensasse che secondo la propria sensibilità sia cosa buona e vantaggiosa incentivare il sempre meno lento processo di distruzione della Terra, sarebbe legittimato ad agire in piena libertà secondo le proprie convinzioni; ma non va dimenticato che il pianeta non appartiene solo a noi, bensì abbiamo il dovere di preservarlo per tutte quelle specie animali che hanno il nostro medesimo diritto – nonché la stessa identica voglia – di vivere.
E’ allora su questo scenario sempre ad un passo dalla desolazione che si colloca il capitale contributo dell’individuo engagé: chi adotta la Resistenza come perenne status personale (alla Pavese, per intenderci) deve imparare ad essere un equilibrista sul crinale dell’abisso per frenare il più possibile la caduta nel baratro di quel patrimonio scomodo e prezioso che ha ereditato dal passato.
Alle religioni, innesto basilare di quell’ordigno composto da Dio-Patria-Famiglia, strumento ad uso dei potenti innescato nella notte dell’umanità e pronto ad esplodere da un momento all’altro in tutta la sua autentica veemenza, fa comodo che i poveri restino sempre e per sempre poveri, che i sottomessi annaspino sempre e per sempre nella loro minorità (“Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”, dice l’assai poco rivoluzionario Cristo – o semmai rivoluzionario nel senso che conferisce Camus alla parola – in Matteo 5,17. Gesù predica non già l’emancipazione sociale ed esistenziale, bensì il mantenimento e la sopportazione della propria sventura, che soli possono aprire i cancelli del paradiso – il regalo è sempre promesso per domani, mentre oggi si soffra e zitti, ed addirittura si renda grazie per quel dolore. Insomma, il terribile Antico Testamento ad uso dei timorosi, affinché diventino timorati. Un po’ di zucchero su qualcosa di tremendo), ma a colui il quale mal tollera quest’ingiustizia si spalanca un nuovo sentiero: probabilmente ci saranno sempre e per sempre gli sfruttatori e gli sfruttati, ma facciamo almeno in modo che i ricchi debbano sudarsi il più possibile il loro cocktail in piscina.
Uova e paniere sono sì nelle mani del tiranno (qualunque esso sia di epoca in epoca: il monarca di ieri, il capitalista di oggi, il papa di sempre), ma noi possiamo appunto rompergli le uova proprio nel suo paniere (che è anche nostro, ci spetta) e – esattamente - quantomeno rompergli le palle. E magari una frittata per tutti ci scappa pure.


Aggiunta posteriore alla stesura dell’articolo

L’autore si dissocia da quanto scritto finora in quanto esso ha perso qualsiasi valore alla luce della scoperta che Iva Zanicchi ha un Fan Club giovanile.

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All’italiano non far sapere

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 4 Maggio 2007

In Italia tutti sapevano che il dodici maggio duemilasette sarebbe stato il Family Day (agli esterofili non piace “Giorno della Famiglia”. Sono convinti che l’inglese faccia più figo. Pardon, cool). Molti meno erano al corrente dell’altra manifestazione per l’Orgoglio Laico in contemporanea.
In Italia tutti sanno che il principino William si è lasciato e che suo fratello Harry è proprio uno scavezzacollo. Quasi nessuno conosce i crimini della monarchia inglese commessi nelle colonie in giro per il mondo in circa cinque secoli di Commonwealth.
In Italia tutti sanno tutto sul tempo meteorologico. Un po’ meno sul tempo storico nel quale vivono.
In Italia tutti sanno tutto quello che dice il Papa. Ah, no. Ecco, questo non è esatto. Effettivamente in Italia quasi nessuno è sufficientemente informato sui più rilevanti atti e parole del Pontefice. Quando il Santo Padre fa o dice qualcosa di veramente cruciale, i media genuflessi e conniventi tacciono strategicamente.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno ad esempio che Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Tarcisio Bertone e tutte le alte sfere vaticane (sì, pure il santo suBBito Wojtyla, che sapeva, eccome se sapeva) hanno coperto, coprono e continueranno a coprire i preti pedofili, sottraendoli alla magistratura.
Pochi, tragicamente pochissimi, sanno che nei soli Stati Uniti d’America sono 4392 (quattromilatrecentonovantadue) i preti pedofili scoperti dal millenovecentocinquanta ad oggi. Chissà in Italia quanti saranno, considerando che qui c’è invece chi sostiene che quello del prete pedofilo sia soltanto uno squallido luogo comune; sicché il cittadino medio, mentre è pronto ad invocare la forca non appena sente parlare di abuso su minore commesso da qualche extracomunitario od altro comune mortale, appare incredulo allorché è un uomo di chiesa a venire accusato del peggiore dei crimini e subito si erge in sua difesa (con l’aiuto di politici che si indignano se si solleva il problema, magari per mezzo della satira, questa somma nemica del potere oscurantista), prodigandosi per tutelarlo da qualsiasi eventuale rischio di linciaggio mediatico e strapparlo alla mano troppo secolare della Giustizia.
Ma cosa ci si aspetta da persone cresciute in parrocchia?
D’altronde in Italia la triade Dio-Patria-Famiglia ha sempre riscosso un notevole successo. E se si pensa che il 70% delle violenze sessuali sui bambini avviene tra le pareti domestiche e che quella dei ministri di dio è la categoria più soggetta ad accuse di questo genere (anzi, l’unico caso al mondo in cui si fa riferimento ad un’intera specifica categoria per un simile reato, tanto vasto è il numero di appartenenti che si sono macchiati del crimine di stupro su minore), esce fuori un gran bel quadretto dell’italica patria.
E’ davvero un Belpaese, questo Stivale sporco di merda e profumato d’incenso.
Fortunatamente – o sfortunatamente che sia – chi ha accesso alla rete può venire a conoscenza di notizie di capitale importanza, ovviamente tenute nascoste da televisione e giornali (sarà per questo che qualcuno sta tentando di operare una sorta di censura su internet?). Capita allora che persino visitando un sito - peraltro abbastanza commerciale - come Libero.it ci si imbatta in una vicenda agghiacciante: la BBC, il primo ottobre duemilasei, ha trasmesso un documentario sui preti pedofili in cui si fa diretto riferimento a Benedetto XVI, il quale ha rinnovato il divieto di testimoniare – pena la scomunica - in tribunali civili per reati di abusi sessuali che avessero coinvolto religiosi.
Naturalmente nell’Italietta non lo trasmette nessuno, ma grazie all’ammirevole lavoro di sottotitolatura compiuto dallo staff di Bispensiero, il video in cinque parti è reperibile su Youtube.
Aspettando pazientemente il giorno in cui una mano santa divinamente ispirata lo toglierà pure da lì, nel frattempo cerco di fare la mia parte nella campagna di doverosa diffusione del filmato, onde per cui non posso che postare il documentario qui di seguito nel mio blog, affinché quanta più gente possibile veda e sappia cosa nascondono i preziosi paramenti sacri baciati da un popolo di pecore ammaestrate altrimenti chiamate fedeli.

Aggiunta del 26 maggio 2007

Com’era prevedibile, il documentario “Sex Crimes and Vatican” è stato oscurato su Youtube, ma per ora è ancora visibile sottotitolato qui ed in lingua originale qui.
E giovedì 31 maggio alle ore 21.00 tutti davanti alla televisione per vedere Annozero: sì, salvo censure all’ultimo momento, Santoro lo trasmetterà nella prossima puntata del suo programma.
Non resta che sperare, miseramente.

Altri link utili

Video di come il clero agisce per proteggere se stesso a discapito dei bambini e bambine abusati: http://www.bispensiero.it/index.php?option=com_content&task=view&id=199&Itemid=6

Intervista esclusiva a Giuseppe Nicotri sul Vaticano ed i preti pedofili sul canale MyNews di MyVide: http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=65
http://www.myvideos.it/index.asp?NVideo=63

I dettagli sul coinvolgimento del Vaticano e di Ratzinger:
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8777
http://www.voceditalia.it/index.asp?ART=8953

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Qualcuno non muore a caso

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 2 Aprile 2007

Tempo fa fui autore di questo post mooolto politicamente scorretto che attirò parecchie critiche e mi valse la nomina a Somaro Ontologico. Lo avevo realizzato in un periodo di intenso dibattito sull’eutanasia e con la mia satira nera e pesante volevo sfogarmi, esprimere rabbia -  attraverso il mezzo dell’ironia - per la condizione di tanti malati terminali che gridavano (e gridano tuttora) vendetta, costretti a patire le pene di un inferno che per loro si è materializzato in terra a causa dell’oltranzismo oscurantista delle alte sfere religiose e dei loro affiliati.
Oggi, a distanza di tre mesi e passa da quell’“I have a dream”, leggo di un sedicenne suicida a causa di bullismo ed omofobia e capisco tante cose in più.
C’è chi si sdegna con chi scherza sui propri desideri di morte per personalità che con il loro potere sono state - e sono - causa di barbarie e regresso, ma coloro i quali hanno dato del gretto e del violento a me non si scompongono con chi, tramite le sue influenti predicazioni, provoca, più o meno indirettamente, la rovina vera di innocenti.
Sì, perché quel suicidio non nasce dal nulla: esso è figlio di una temperie di intolleranza gestita e manovrata da soggetti ben precisi.
Laddove le autorità clericali e politiche, che si propongono – o meglio, pongono – deliberatamente come guide della società (sic!), creano un clima di discriminazione nei confronti di alcune categorie di persone - in questo caso gli omosessuali - è del tutto normale e, ahimé, naturale che gli individui più giovani recepiscano insegnamenti disastrosi da quel degenerato apparato educativo.
Eguagliando gli appartenenti alla comunità GLBTQ ai pedofili, impedendo loro di acquisire la totale parità di diritti con i cittadini eterosessuali, li si declassa ad esseri umani di serie B, a dei mostri, a dei subnormali, ed un ragazzino impara a trattarli da, appunto, inferiori, ad irriderli e tormentarli con disprezzo.
Privando un uomo della sua legittima umanità in base ai suoi gusti - che siano sessuali, culturali, esistenziali - lo si espone alla mercè di qualsivoglia angheria.
Ecco perché Wojtyla (santo suBBito!), Ratzinger, i loro predecessori, i loro colleghi di altre fedi, più i vari Mastella, Casini, Calderoli, Bush, Ahmadinejad e così via sono i diretti responsabili di innumerevoli tragedie come quella dell’adolescente di Torino.
I danni dei loro perversi principii non sono solo ideali, bensì fattuali: le campagne di Giovanni Paolo II (ari santo suBBito!) e del Vaticano tutto contro l’uso del preservativo o contro l’eutanasia, ad esempio, comportano l’acuirsi della catastrofe dell’AIDS nei paesi poveri (e non solo) e le sofferenze di migliaia di infermi. In poche parole, morte e dolore.
Quello studente che si è ammazzato, arrivato com’era al limite estremo di sopportazione, ha dovuto subire il frutto di valori negativi, fondati sulla totale mancanza di rispetto per l’alterità, sulla dittatura teocratica, sulla repressione ed emarginazione del diverso, sulla fede cieca in un dio terribile, superbo, capriccioso, assetato di dominio, che non ammette disobbedienza, sulla demonizzazione del piacere, sulla sottomissione ed automazione dell’individuo. Un robot pieno di viscidume e risentimento è una macchina omicida senza pari, sebbene non ne sia cosciente.
Quindi voi maschilisti omofobi demonizzatori dei DICO, integralisti sostenitori della famiglia tradizionale, sappiate che per me valete meno di un comune assassino. Già, perché un assassino ha almeno il fegato di compiere delitti in prima persona, rischia e si sporca le mani, mentre voi siete anche vigliacchi, mandanti senza coscienza di crimini contro degli indifesi.
La differenza tra Ali Agca e quel maledetto finanziatore della dittatura di Pinochet sta solo nel coraggio dello sparo.
Quel ragazzino lo avete ammazzato voi, Ratzinger, Bagnasco, Mastella, e tutti voialtri che pendete dalle labbra di questa feccia.
Rinnovo il mio sogno: spero che tutto il male di cui siete artefici vi ritorni indietro con un cospicuo incremento.
Dunque, nell’ordine, auguro: ai sessisti razzisti di vedersi privare anche del diritto a nutrirsi; ai sessuofobi di ammalarsi di AIDS e subire la caduta dei propri organi genitali; agli oppositori dell’eutanasia di venir colpiti insieme a tutti i loro cari da un morbo incurabile che li costringa ad una lunghissima vita tra atroci tormenti, indicibili patimenti, che strazino le carni e la mente oltre la soglia di tolleranza.
Nei secoli dei secoli amen.

Avvertenza: mi prenderò la libertà di insultare ulteriormente cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, animisti, raeliani, credenti vari e tutti coloro i quali avranno da ridire su questo articolo.

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