1) Il nudo-solo-in-spiaggia
Tra tutti i retaggi più insulsi di matrice religiosa che l’essere umano civilizzato si porta appresso merita senza dubbio un posto di riguardo la ridicola ed inspiegabile vergogna per il nudo.
Perché mai infatti dovremmo vergognarci di mostrare il pene, la vagina, il seno, il sedere e non il mignolo, il mento, il polso, il ginocchio? Non sono forse tutte ugualmente parti del medesimo corpo?
E’ buffo pensare che se fondassi un credo che considerasse peccaminosa l’esposizione solo del collo e della fronte e la mia confessione prendesse piede conquistando buona parte del mondo, tra qualche centinaio di anni sarebbe possibile vedere in giro tutta gente ignuda con la sciarpa e la bandana, mentre chi si mettesse una maglietta lasciando la testa a prendere aria verrebbe considerato un matto, un insolente, uno svergognato.
Basta, da oggi ho deciso che il gomito mi offende non poco, quindi esigerò la pudicizia da chiunque imponesse alla mia vista quello spregevole osso spigoloso e proporrò un disegno di legge che punisca severamente per atti osceni tutti quelli che se ne vadano in giro con il gomito scoperto. E che è, non se ne può più con questi gomiti di fuori.
Dove però l’assurda imbecillità di tale convenzione sociale del buon costume tocca vette sconvolgenti è in quello che chiameremo il fenomeno della spiaggia.
Non ho mai capito infatti perché se sto in mutande in spiaggia va bene, è tutto normale, ci stanno tutti e nessuno ti guarda male; se esco in piazza in mutande, mi arrestano. Addirittura, l’essere umano, per ingannare se stesso, sulla spiaggia chiama mutande e reggiseno con un altro nome: costume. Strano, eppure a me sono sempre sembrati i medesimi indumenti atti a coprire zinne, cazzo, fica e culo.
Non solo: in spiaggia anche il topless è accettato come naturale. Ma appena una ragazza senza il pezzo di sopra mette un piede fuori dal perimetro che delimita la spiaggia, si entra nell’ambito del reato contro la pubblica moralità. Il tutto nello spazio di cinque centimetri, quelli in cui finisce la sabbia e comincia la strada. Inoltre, nessuno fa troppo caso all’eventuale passerona a tette al vento. Sì, magari qualche sguardo interessato lo attira, ma è niente in confronto agli occhi tra lo sbalordito e l’allupato che le si appiccicherebbero addosso qualora lasciasse intravedere anche solo un quarto dell’aureola del capezzolo in un locale od al supermercato.
Mi chiedo: che cambia? Non sono sempre poppe? Per di più, non sempre le stesse poppe?
L’imperativo della variazione di tolleranza e dell’adeguamento a seconda del contesto (dal “c’è modo e modo” al “c’è luogo e luogo”) manca quindi totalmente di razionalità, non ha alcun pro ma soltanto contro, poiché fomenta pure valori pregiudiziali e repressione.
Eppure è largamente condiviso e sono in pochissimi a farci caso. Ergo, l’essere umano è in vasta maggioranza idiota.
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2) L’abito adatto
Strettissimamente connessa alla prima prova è quella dell’abito adatto. Indescrivibile è lo smarrimento e la tristezza che l’intelligente prova di fronte alla deprimente regola prettamente formalista per cui “bisogna indossare l’abito adeguato ad ogni determinata occasione”. Che se alle poste l’impiegato che mi mette il timbro ha un kimono invece che giacca e cravatta, il timbro non si imprime ed il bollettino non parte. Che cambia se a teatro vado in ciabatte invece che in frac? La musica non la sento uguale? Non v’è alcuna logica, nessuna funzionalità.
I più accettano tranquillamente come legge non scritta normale ed anzi buona e giusta la famigerata tiritera per cui “se vai ad un colloquio di lavoro, devi vestirti in un certo modo, altrimenti fai una brutta impressione”, permettendo in siffatta maniera che tale aberrazione della ragione perduri e si fortifichi.
In che modo infatti una maglietta od una giacca od un par de carzoni possono apparire sconvenienti? “La tua camicia rappresenta una mancanza di rispetto nei miei confronti”; “che screanzato, presentarsi qui con le scarpe azzurre invece che marroni!”; “mi sono sentito ingiuriato da quel cappotto”.
Una specie che ha partorito una simile gabbia dell’apparire merita senza dubbio l’estinzione per manifesta cretineria.
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3) I gioielli
Una volta, uno, ha preso un sasso più lucido degli altri, lo ha portato ad alcune persone ed ha detto loro: “Ecco, ho deciso che questo sasso vale molto, se lo possiedi diventi qualcuno, quindi se mi date molti beni e molto denaro io vi do questo sasso che non serve a niente, non si mangia, non funge da utensile, non riscalda, non protegge”. Le altre persone non si sono lasciate sfuggire l’affarone ed hanno coperto di ricchezza il paraculo in cambio del sercio. E’ così che sono nate le pietre preziose.
Cosa c’è di più stupido del concetto stesso di gioiello? Quale convenzione più disarmante di quella che ha conferito del tutto arbitrariamente altissimo valore ad oro, argento, platino, diamanti?
Ogni signorotta che sfoggia fiera la collana di brillanti, ogni signorotto che porta con orgoglio un orologio d’oro, costituiscono per me un insondabile mistero.
Praticamente alcuni poveracci vessati vanno a cercare dei sassi. Altri altrettanto poveracci prendono quei sassi e li lavorano sgrezzandoli, pulendoli e dando loro una qualche forma ed uno stuolo di benestanti li brama. Perché vuoi mettere, un sasso in tasca o sul comò ti cambia la vita. E non è finita qui: chi è meno benestante, finisce per invidiare sperticatamente i possessori di quei sassi ripuliti. “Uff, beati loro, anch’io vorrei qualche sasso”. D’altronde, questo fenomeno sconcertante si sposa con il concetto altrettanto desolante di status symbol.
Ho deciso di svoltare: spargerò in giro la voce che il brecciolino è una cosa sublime e se ce l’hai sei qualcuno. Quindi andrò a farne incetta nelle buche della strada e lo rivenderò “a peso d’oro”, giustappunto. Qualcuno avrà certamente da obiettare: “Eh, ma il valore delle pietre preziose dipende dalla loro rarità e soprattutto dalla difficoltà di reperirle”. Benissimo, vorrà dire che getterò il brecciolino in un canyon, dopodiché manderò una squadra di specialisti a recuperarlo e, quando con fatica lo avranno riportato, sarò miliardario. Poi mi butterò sul nascente mercato della ghiaia di lusso e su quello fiorente dei sampietrini eleganti.
Immagino già il successone: “Cara, per il nostro anniversario ti ho regalato questa collana di brecciolino” “Ommiddio, non ci posso credere! Grazie, chissà quanto ti sarà costata! La sognavo da sempre! Ti amo”; “Capirai, quello è ricco sfondato. Hai visto che anello di sampietrino che c’ha?”; “Sei davvero una persona impagabile, un uomo eccezionale, un ragazzo di ghiaia, guarda”; “Non puoi capire, mi ha regalato l’anello di fidanzamento! Tutto tempestato di sassetti di brecciolino!”; “Primo premio, una parure di sampietrini con collier di ghiaietta da giardino dal costo di centocinquantamila dobloni”. Nel Klondike partirebbe una forsennata corsa al brecciolino.
Talvolta, un sasso da riporre in un cassetto di un mobile della casa ha un prezzo superiore a quello della casa. Curioso, no?
Un’umanità per cui un sasso giallo vale più di una zucchina è un’umanità oggettivamente deficiente.




