Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

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Controllori controllati, o della pericolosità di tuo zio

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 6 Maggio 2008

Sottotitolo: il mondo si divide in due categorie: chi ha una dignità e chi fa il controllore.

Come espresso più volte in molti altri scritti, sono sempre stato convinto che i grandi problemi del mondo siano ravvisabili già a partire dalle piccole vicende della quotidianità, che fungono da miniatura esemplificativa di temi ben più vasti.
La mia condanna è un’accresciuta percezione delle cose che mi porta a scorgere continuamente mali enormi in ogni facezia in cui mi capita di incappare, risalendo subito, con un’occhiata ed un rapido volo pindarico, dal minuscolo all’enorme. I guai di nascere pessimista cronico con una spiccata sensibilità associata ad un furore politico ai limiti del parossismo. Risultato: un incessante rodimento di fegato senza la speranza nell’esaurimento delle viscere. Una sorta di supplizio di Prometeo riveduto e corretto a misura di studente spiantato, insomma.
Come se non bastasse, in inezie ad alto tasso di amplificabilità mi ci imbatto costantemente. Quando la sfiga si aggiunge a tutto il resto, cosa può un iracondo particolarmente portato alla rassegnazione?
L’ultima parva ma di riflesso macroscopica disavventura occorsami è fresca di giornata. Scenario: il treno. Già, sono reduce recente da uno scontro con il mio nemico naturale: Trenitalia, nella persona di tal Granito Michele, controllore.
La storia è questa: prendo il treno da Montefiascone per tornare a Roma; ad Attigliano dovrei prendere la coincidenza, ma il convoglio su cui viaggio è in ritardo e la perdo; devo quindi arrivare fino ad Orte e vedere se ce n’è un’altra; il mio biglietto è valido per i regionali, ma per il primo regionale per Roma dovrei aspettare due ore in stazione; vedo che c’è un intercity entro venti minuti e decido di salire su quello; peraltro tarda di quindici minuti anche l’intercity; onde evitare noie, neppure mi siedo e decido di fare il viaggio in piedi tra uno scompartimento e l’altro; arriva il controllore.

CONTROLLORE “Biglietto prego”

INTELLIGENTE “Ecco a lei. So che non è valido per l’intercity, ma purtroppo non è colpa mia: avrei dovuto prendere il regionale, ma a causa di un ritardo l’ho perso ed ho dovuto ripiegare su questo”

CONTROLLORE “Ora però deve pagare il supplemento”

INTELLIGENTE “Ma scusi, non posso mica pagare io per un disservizio vostro che mi ha danneggiato”

CONTROLLORE “Eh, lo so, ma è il regolamento”

INTELLIGENTE “Sì, ma se i treni fossero stati puntuali, io avrei viaggiato in regola”

CONTROLLORE “Purtroppo la coincidenza che lei ha perso non è ufficiale, quindi non può valere”

INTELLIGENTE “Sì, vero, ma siccome ci sono pochissimi collegamenti tra quella zona e Roma, è pratica abituale e favorita dallo stesso personale ferroviario considerare quella coincidenza al pari delle altre”

CONTROLLORE “Capisco, ma tra l’arrivo ad Attigliano del treno da Montefiascone e la partenza del treno da Attigliano a Roma Termini intercorrono solo tre minuti, mentre per essere coincidenza ufficiale ne servono cinque. Se fosse stata coincidenza ufficiale, il suo biglietto sarebbe stato valido anche su questo treno, poiché in quel caso sarebbe scattato il rimborso. In questo caso però la legge mi dice…”

INTELLIGENTE “Certo, c’è la legge, ma poi c’è anche il buonsenso. Lei dunque riconosce che io ho ragione, ma ha deciso lo stesso di applicare un regolamento assurdo ed iniquo quando invece potrebbe lasciar perdere”

CONTROLLORE “Ma questo è il mio lavoro”

INTELLIGENTE “Qualcuno sta forse sorvegliando il suo operato?”

CONTROLLORE “No, ma devo comportarmi per forza così. E’ sufficiente che lei mi paghi il supplemento”

INTELLIGENTE “Fosse anche un solo euro di più, non ho alcuna intenzione di pagare”

CONTROLLORE “Allora mi tocca farle la multa”

INTELLIGENTE “Bene, vedrò di contestarla domani stesso, rendendo noto all’azienda che non intendo assolutamente pagare neanche un centesimo per qualcosa che dipende da un disservizio dell’azienda medesima e di cui sono stato vittima”

CONTROLLORE “Prenda la multa, mi dispiace”

INTELLIGENTE “Arrivederci”

Ora, dov’è la questione di carattere generale e ben più grave desumibile da quella che risulterebbe altrimenti una trascurabile sciocchezzuola? Il controllore Granito Michele (è bene fare i nomi dei vili) si è comportato da perfetto schiavo che sospende il proprio giudizio per attenersi ciecamente a quello che gli hanno detto di fare. In questa occasione, infatti, egli avrebbe potuto benissimo affidarsi al proprio criterio, ed invece, pur comprendendo che a rigor di logica non ero io ad essere in torto, non è riuscito a far altro che attenersi ad un copione prestabilito, impostogli ed autoimpostosi, applicando pedissequamente un regolamento che egli stesso reputa sciocco e tralasciando il quale non sarebbe incappato in alcun tipo di guaio.
Quel controllore non era un mostro, non era un arrogante presuntuoso fanatico: era un ragazzo gentile ed educato, che mi è sembrato persino sinceramente rammaricato per il fatto di dovermi muovere una sanzione; era però così intrappolato nel suo ruolo da non riuscire ad immaginare una soluzione diversa, una via alternativa e personale rispetto a quella prevista dalla veste appiccicatagli addosso ed accettata passivamente senza porsi dubbi.
Ecco, guardando quel controllore incapace di utilizzare la propria facoltà di discernimento, io ho visto tutte le aberrazioni del genere umano. Ho visto i totalitarismi, ho visto gli stupri di gruppo, ho visto Auschwitz. Esagerato? Forse. Ma forse no. Mi spiego. In fondo, la sottomissione e l’adeguamento sono i presupposti per ogni infamia. Quel semplice controllore, un ragazzo come tanti, un uomo qualunque, obbediva a quanto gli era stato detto, anche quando poteva e magari voleva fare diversamente senza tema di effetti collaterali. Ebbene, è grazie a persone come quella che i dittatori trovano terreno fertile e campo agevole; è grazie a chi non si pone domande ma si limita ad eseguire che vengono perpetrati i più efferati abusi.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto quel tale se fosse nato in un’altra epoca, avesse trovato lavoro come sentinella su una torretta di un lager e, invece di riflettere in maniera indipendente e secondo senno, si fosse limitato ad eseguire gli ordini.
Non c’è peggiore aguzzino di un servo. Hitler è niente senza i kapò. In ogni situazione limite di crudeltà, sono sempre in pochi quelli veramente coscienti di ciò che succede, alcuni dei quali guidano la sopraffazione a loro vantaggio, mentre gli altri la combattono. I più, soggiacciono al determinato stato di potere in cui hanno in sorte di ritrovarsi.
Tra quelli che sono soliti chinare il capo e conformarsi esistono ovviamente vari gradi di violenza ed aggressività. La personalità ed il carattere contano, non tutti possono essere egualmente feroci. Ci sarà così chi materialmente spargerà il sangue, chi sarà addetto a sistemare gli elenchi dei deportati nei fascicoli e chi si limiterà ad occultare e negare.
Ma gli ultimi non sono meno colpevoli e meno pericolosi dei primi: i loro rapporti sono di interdipendenza. Non può esistere alcun carnefice senza un comune cittadino che gli cucia o gli lavi i vestiti. Non c’è differenza tra un boia ed il suo sarto.
Ecco, io in quel mite controllore ligio al dovere, incapace senz’altro di fare del male e nuocere fisicamente ad alcuno, non ho visto altro che un potenziale collaborazionista di un regime, un complice di una possibile barbarie.
Il male è banale. I nemici ce li abbiamo intorno. Non hanno i denti aguzzi, non sono perversi o sadici, non sono genii del crimine. Sono i nostri zii, i nostri cugini, i nostri conoscenti. Sono quelli che fanno sempre e solo ciò che viene loro imposto, che si adattano, che smarriscono il loro Io nella massa informe.
Credo sia fondamentale imparare a badare di meno ad Hitler e concentrare una maggior attenzione sul cameriere che gli rassettava la camera.

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Panegirico della bestemmia - Blasfemia è libertà

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 3 Marzo 2008

“Per carità, io sono ateo e di certo non ho in simpatia la chiesa, ma la bestemmia proprio non la tollero, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede”.
Questa frase perseguita da sempre ogni antiteista attivo, tanto da essere diventata una sorta di mantra da democrazia da asporto, un motto di civiltà a misura di supermercato, ammantato di verità, equità, giustizia, saggezza. Altresì, un luogo comune.
Il termine rispetto è notoriamente già di per sé quantomai delicato e labile; sovente, poi, viene confuso pericolosamente con una fattuale disparità di trattamento tra posizioni equivalenti nella loro legittimità benché opposte nelle concezioni.
La bestemmia cade appieno nel secondo caso (laddove per bestemmia intendo la blasfemia nel senso più lato possibile, dalla semplice imprecazione al raffinato attacco colto contro il divino).
L’equivoco parte probabilmente dal pregiudizio nei confronti del sentimento dell’odio. Lungi dall’essere considerato normale o financo sano e nobile, l’imperativo assolutista della moderazione impone che l’odio venga caricato soltanto di connotazioni negative. L’odio è il negativo per eccellenza ed in virtù di ciò va respinto in ogni caso. Dunque esprimere amore è sempre cosa buona e giusta, mentre esprimere odio disdicevole ed inopportuno.
Eppure dovrebbe essere evidente come non ci possa essere amore sincero e sentito per qualsiasi cosa senza una profonda controparte di odio consapevole. Qualche esempio facile facile: non ci può essere amore per la pace senza odio viscerale per la guerra. L’alternativa sarebbe: “Amo la pace, desidero la pace, ma siccome non odio la guerra, se proprio volete bombardare, abbiate almeno l’accortezza di farlo pacatamente. Massimo rispetto, comunque”. E via dicendo: non ci può essere amore per la solidarietà senza odio per il menefreghismo; non ci può essere amore per la natura senza odio per chi inquina, etc.
L’odio si configura allora come il moto d’animo cardinale in un individuo socialmente costruttivo.
L’atto di stabilire una volta per tutte quali valori siano consentiti e quali ripudiati porta un solo nome: totalitarismo.
Sotto il fascismo, chi manifestava il proprio amore per Mussolini era nel giusto e benvoluto; chi al contrario mostrava il proprio odio, a qualunque livello, subiva pesanti punizioni.
Il meccanismo è il medesimo di quello che si riproduce nella diffusa repulsione nei confronti della bestemmia.
Perché mai l’espressione d’amore per dio (tramite preghiera o quant’altro) viene accettata e la manifestazione di odio (attraverso la bestemmia) scandalizza ed indigna?
“Beh, in quel caso si offende qualcosa di molto importante per tantissime persone”. E non si pensa mai al fatto che la preghiera offende allo stesso modo un ateo, o perlomeno offende chi come me si sente ferito dalla sospensione del giudizio critico e dalla superstiziosa credulità che trasforma il pensiero magico e la mitologia in sapere certo ed assodato con il risultato di conseguenti crimini ed abusi di cui la storia è pregna.
“Ma se tu bestemmi dio, per un credente è come se ingiuriassi una persona a lui cara”. Ma se un credente nelle sue preghiere afferma l’esistenza di un capellone vergine palestinese che cammina sull’acqua, tramuta una materia in un’altra e guarisce i malati con la sola imposizione delle mani, per me è come se ingiuriasse, che so, Bertrand Russell od altri grandi ed infangasse la memoria di quelle persone che hanno dato la vita per la ricerca e per me hanno l’identico valore affettivo e di “autorità” che può avere dio per un religioso.
“Non è precisamente la stessa cosa. Che fastidio ti dà se uno prega e tesse le lodi della divinità?”. Mi dà molto fastidio se qualcuno inneggia all’abbrutimento ed all’inebetimento. Ma potrei rigirare la domanda: “Che fastidio dà ad un religioso se io bestemmio e denigro Cristo o chi per lui? In fondo non faccio che enunciare la mia opionione discordante e non pocco farci alcunché se la mia opinione comporta un assalto verbale diretto dai toni anche volgari”.
Dunque il presunto rispetto che verrebbe violato dal bestemmiatore si rivela piuttosto a senso unico: io devo consentire ad un religioso di esternare la natura del proprio credo, mentre il religioso può permettersi di riprendermi qualora io esterni la natura del mio. E per me, antiteista, la blasfemia è uno degli aspetti principali del mio sistema di pensiero.
Ricapitolando: se io bestemmio, manco di rispetto al credo di un fedele; ma se a me viene impedito di bestemmiare, si manca di rispetto al mio credo ateo antiteista che si esplicita anche per mezzo della blasfemia; se io dico: “Sia maledetto iddio”, un religioso si sente offeso; ma se un religioso dice: “Sia benedetto iddio” mi sento offeso io. Ostacolare il mio atto di bestemmiare è sicché una mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di quello in cui credo io. Allora come la mettiamo?
“Ma se credi non devi bestemmiare proprio perché credi e se non credi non ha senso che tu bestemmi. Dunque perché bestemmi?”. Tralasciando l’acutissima risposta: “Pe’ datte fastidio” che lessi su una vignetta tempo fa, rispondo: l’ateo antiteista blasfemo non bestemmia tanto dio, quanto l’idea di dio in quanto cristallizzazione di aberrazioni della ragione quali schiavitù, sottomissione, dogma, fede cieca nell’indimostrabile, sonno narcolettico indotto ed autoindotto dello spirito analitico, obbedienza priva di riflessione indipendente, impulso congenito alla sopraffazione.
Certo, con l’odio da solo non ci si fa alcunché. Va elaborato alla luce di una piena coscienza oppure non è che vuoto livore senza obiettivo. La bestemmia da sola, insomma, serve a poco, altrimenti un avventore a caso di un baretto a caso della Tuscia potrebbe essere reputato un campione della filosofia d’opposizione contro l’ultraterreno. Però, la bestemmia, al suo stato più basso e basilare, è l’equivalente del primario impulso di disprezzo nei confronti di un’autorità dispotica ed illogica, il grido istintuale del popolano stanco delle angherie del sovrano.
La scusa della maleducazione, della sconvenienza, dell’indecenza del turpiloquio, non è che una trappola con cui il pensiero dominante ed i suoi sostenitori tentano - riuscendoci - di ingannare i loro avversari dissidenti rendendoli censori di loro stessi.
Io rivendico quindi il mio diritto ad odiare, a dare sfogo all’essenza delle mie convinzioni fondate sul disprezzo verso la dittatura del sovrannaturale, esattamente come lascio che qualcun altro levi a dio il proprio canto d’amore, caposaldo del proprio essere.

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Piccola Raccolta delle Battute Penose

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 10 Ottobre 2007

Quante volte le avrete sentite? Quante? Sempre le stesse, ripetute senza sosta, incessantemente, in ogni occasione. Nei baretti la fanno da padrone; le pareti di ogni bottega di barbiere ne sono impregnate; ogni ragazza ne è stata bombardata fin da piccola; anche durante le cene più insospettabili, spunta sempre il buontempone di turno che ne spara una e puntualmente si presenta qualcuno che ancora ci ride pure.

Sono loro: le battute trite e ritrite, quelle di cui si è persa completamente di vista la data di nascita, quelle per le quali sembra non esistere alcun autore, alcun anagrafe, tanto appartengono al patrimonio prontuaristico comune.

Di fronte a loro, si ha come l’impressione che si siano generate da sole, frutto di un disegno provvidenziale che ha visto bene di fornire materiale umoristico di largo consumo a chi si fosse trovato privo di strumenti sufficientemente efficaci in tal senso e permettere a chiunque di risolvere in allegria una serata in fraschetta, strappare una risata allo zio che si vede solo per Natale, attaccare bottone con uno sconosciuto sul treno.

Qualche volta le abbiamo amate e ce ne siamo impunemente serviti per cavarci d’impaccio in una situazione di imbarazzo in cui ci siamo trovati privi di argomenti; al contempo le abbiamo odiate, ci hanno nauseato, le abbiamo rigettate, per poi andarle a recuperare, strisciando ai piedi della banalità, quando l’alternativa era parlare del tempo.

Ora, per la prima volta nella storia del Pensiero Inutile, un team di scienziati specializzati, composto dai professori Alessandra Banale, Fulvio Tricheco, Irene Hecker, Publio Eugenio Sforza Visconti Doria Pamphilij Della Rovere e Claudio Zoppo, ha deciso di raccogliere in un’opera unitaria i più diffusi esempi di Battute Penose, tutti quei famigerati motti di spirito che vi hanno agghiacciato, annoiato, urtato ed infine metabolizzato tanto da non porci più attenzione.

Tale raccolta è stata portata avanti tenendo comunque ben presente il ruolo positivo di collante sociale e di provvidenziale terreno d’incontro fra persone diverse svolto da questo riciclato prontuario, e, pur senza ovviamente alcuna pretesa di completezza, tanto sterminato è il terreno di indagine, la presente ricerca, costata - nostro malgrado - anni di studio intenso ai limiti della sopportazione psico-fisica, si pone come obiettivo una certa esaustività in materia, lasciando l’infinito lavoro aperto a qualsiasi collaborazione di chi vorrà aggiungere altri nuovi reperti tralasciati che andranno ad integrare la monumentale collezione.

I curatori ci tengono a ringraziare tutti coloro i quali hanno dato il loro prezioso aiuto per la riuscita della presente raccolta e ringraziano fin da ora chi offrirà il proprio contributo.

Per la Scienza, per la Storia, per la Memoria, per la madonna che palle che c’hanno fatto ’ste cazzate!


Per la Scienza, per la Storia, per la Memoria, per la madonna che palle che c’hanno fatto ’ste cazzate!


“Quella ragazza mi piace” “Ma è fidanzata” “Embè?! Mica so’ geloso!”

“Com’è l’acqua?” “Bagnata.”

“Dai, di’ qualcosa!” “Qualcosa.”

“Ciao ragazzi, ci vediamo, e se non ci vediamo, accendiamo la luce.”

“Ciao, ci vediamo, e se non ci vediamo, speriamo sia per colpa tua.”

Portando in mano un libro spesso “Il peso della cultura…”

“Tutto sommato è un bravo ragazzo” “Sì, quando dorme!”

“Ahò, quella mica si trucca: si stucca! Anzi, si restaura!” “Sì, pare Moira Orfei!”

“Quello è talmente grasso che si fa prima a saltargli sopra che a girargli intorno!”

“Ti dimentichi sempre tutto! Ti scorderesti pure la testa se non ce l’avessi attaccata al collo!”

“Quant’è brutto quello! Sembra un quadro di Picasso”

“Lprespassn” “Eh?” “‘Sto cazzo!”

“Come ti sa questa cosa?” “Mah, non mi dice niente” “Anche perché non parla…”

“Ahò, se dai un’altra capocciata diventi intelligente!”

“Come va la ferita” “M’hanno messo sei punti: c’ho preso la tuta e il borsone.”

“Con quel naso che si ritrova se a tavola fa no con la testa sparecchia e se fa sì affetta il pane!”

“E che cazzo!” “Modera il linguaggio, ci sono dei bambini qui” “Capirai, questi te le insegnano loro le parolacce!”

“Te mica metti lo zucchero nel caffè! Te metti il caffè nello zucchero!” “E’ tanto amara la vita, lasciami almeno prendere il caffè dolce”

“Ma poi ti sei più operato?” “Ho fatto la riduzione del pisello: era troppo grosso”

Entrando d’inverno in una casa particolarmente gelata “Fa più freddo dentro che fuori!”

Sul treno “Qui si sale?” “No, se scende”

“Io sono acquario” “Io vergine” “Tu in tutti i sensi!”

Una ragazza sfiora per errore il braccio di uno ragazzo “Per caso sei scaramantica?” “Perché?” “Eh, tocchi ferro!”

“Ma che te buchi con l’acqua delle mozzarelle?! Ma che te sei fumato, ahò! Cambia spacciatore!”

Per sfottere uno con la riga in mezzo “Quello c’ha la testa a gettone telefonico!”

Ad un automobilista che svolta senza mettere la freccia “E che la metti a fa’ la freccia: la freccia la usano gli indiani”

Quando la macchina davanti va particolarmente piano “Questo sta andando ad un funerale”

“Certo che a te t’entra in culo ma non in testa!”

“Mi raccomando, stasera tutti davanti alla TV!” “Perché?” “Perché dietro non si vede niente”

“Mi sa che tu da piccolo sei cascato dal seggiolone”

“Te con i preservativi ci fai i gavettoni a ferragosto”

“Quello è così zerbino con le donne che c’ha scritto ‘welcome’ sulla schiena!”

Vedendo delle prostitute “Ma quelle non hanno freddo ad aspettare l’autobus così?”

“T’apro come una cozza!”

Vedendo uno con un cellulare molto grande in quanto datato “Quello che è, un telecomando?” o “Che va a gettoni?”

Ad un tipo spettinato “Ti sei pettinato con le miccette?” o “Hai preso la scossa?”

Ad un tipo con troppo gel sui capelli “Pare che t’ha leccato una vacca!”

“Non ci vedi e non ci senti: sei una talpa!”

“Ah stronzo!” “Guarda che per riconoscere uno stronzo ce ne vuole un altro, eh”

“Ma come hai fatto a non trovare ’sta cosa così in bella vista?! Se era un cane t’aveva mozzicato!”

“Sei sicuro?” “Sì” “L’accendiamo?”

“Vaffanculo!” “Vacce e te e tre quarti della tua palazzina”

“Questo lo dici a tua sorella!”

“Te mi sa che sei frocio!” “Chiediglielo a tua madre se sono frocio” o “Portami tua sorella e te lo faccio vedere se sono frocio”

“Quelle sono le Tre Grazie: Grazia, Graziella e Graziealcazzo”

“Che ore sono?” “L’ora di ieri a quest’ora” o “L’ora che ti compri l’orologio”

Quando uno arriva con i pantaloni un po’ troppo corti sulla caviglia o ‘a pinocchietto’ “Ti si è allagata casa?”

Ad un automobilista che esita quando scatta il verde “I colori sono finiti, eh…”

Quando il verde al semaforo non arriva mai “‘Sto semaforo è verniciato”

“Ammazza quanto sei astuto! Che ti mangi pane e volpe?”

“Quanti anni ha?” “Venticinque” “Seee, per gamba!”

“Hai una sigaretta?” “Sì” “Hai anche da accendere?” “Vuoi anche che te la fumi io?”

A qualcuno che chiede troppe cose “Una fetta di culo tagliata vicino all’osso la vuoi?”

“Quella è bruttissima” “Vabbè, dai, se le metti un cuscino in faccia (o una busta in testa, N.d.R.) si può fare” o “La fica è tutta uguale”

“Quello è troppo basso” “L’uomo si misura in centimetri” o “Da sdraiati siamo tutti uguali”

“‘Sta macchina è uno scaldapizzette”

“‘Sto motorino è uno scaldabagno”

“Rambo, levati la fascetta, ché il film è finito!”

“Hai le orecchie foderate di prosciutto?”

“Hai il prosciutto sugli occhi?”

“Quello ha la testa solo per spartire le orecchie”

“Quello ha un occhio che manda a fanculo quell’altro”

“Hai il fisico da lanciatore di coriandoli” o “da soffiatore di minestrine” o “da giocatore di scacchi”

“Col naso che si ritrova la carta d’identità non gli si chiude”

“Ha due orecchie così grandi che ci capta il segnale radio”

“Ah fate! Ah fate schifo!”

“Amo’! Amo’! Ah mostro!”

“Ammazza che alito! Ma che ti mangi, i bambini morti con le scarpe da ginnastica?!” o ” Ma che ti mangi, i topi morti?!”

Alla cameriera per fare i fighi dopo aver scolato in fretta una bottiglia “C’hai portato la bottiglia bucata!”

Ad una commessa “Quanto costa? Sei anche tu compresa nel prezzo?”

“Come si fa?” “Come gli antichi”

“Vuoi fare sollevamento pesi? Alzami il cazzo”

“Quella è sarta: sarta da un cazzo all’altro”

“Non siamo noi ad essere razzisti: sono loro che sono negri!”

Riferendosi ad una persona di colore “Quello è incazzato nero” o “Ammazza quello quant’è abbronzato!”

“Quella lì hai un culo che fa provincia”

“Ho i calzoni così sporchi che tra un po’ stanno dritti da soli e camminano”

“E’ uscito meglio Pinocchio con una sega che te con una trombata”

“Era meglio che tuo padre si faceva una sega quella sera”

“Ma che ti credi, che Gesù Cristo sia morto dal freddo?”

“Faccio prima a farti un vestito che a portarti a cena”

Ad una persona che mangia moltissimo “Da quant’è che non mangiavi?!” o “Hai il verme solitario!” o “Sembra che non hai mangiato mai!”

A qualcuno particolarmente panciuto o ad una donna incinta “Guarda che il cocomero si mangia a fette…”

“L’hai guardata talmente tanto che ci hai lasciato gli occhi su quelle tette!”

“Quello ha due occhiali che sembrano fondi di bottiglia!”

Quando qualcuno sgassa in auto od in moto “Facci con il culo!”

“Sei proprio sfortunato! Tu devi andare a Lourdes!”

“Sono stato a Lourdes” “Trovato chiuso?”

“Hai una cartina?” “Ti sei perso?”

“Quella lì la violenterei” “Tsk, quella ti violenta lei! Se ti prende il cazzo non lo rivedi più!”

“Quella per scoparla ci vogliono tre giorni di ferie e due di malattia” o “ci vuole la superiorità numerica!”

“Guarda che mi incazzo!” “Embè? Fai due fatiche”

“Ti riduco così male che nemmeno tua madre ti riconosce”

Sull’aereo “Capo, apri il finestrino!”

Vedendo una macchina di lusso parcheggiata “Sai, l’ho lasciata qui…Passami le chiavi”

“Allora?” “Sessanta minuti”

“Quella non è brutta: è simpatica”

“Il fumo uccide lentamente” “Tanto non abbiamo fretta”

Ad uno che sta montando qualcosa “Ti sono avanzati i pezzi”

“Sei così magro che se tira vento ti porta via”

“Parla più forte” “Mica sono un megafono!”

“Questa non è una battuta, è una schiacciata”

Quando il treno si ferma lungo il percorso “Abbiamo bucato”

“Come stai?” “Seduto”

“Un applauso” “Clap”

“Eccì!” “Salute” “Che se ne va”

“Etciù! Ecciucciamelo!”

“Carino, quello lì. Peccato sia un po’ piccolo…Va be’, è un C.B.C.R.: cresci bene che ripasso”

A cena da un amico “Ho mangiato davvero bene!” “Ora ti porto il conto”

“Prego, siediti” “No, grazie, sto in piedi, ché devo crescere”

“Ti senti bene?” “No, grida più forte”

“Mi dai un bicchiere d’acqua?” “No, scusa, ce ne ho solo di vetro o di plastica”

Ad una persona che hai i calzoni sgarrati “Hai fatto a botte col gatto?” (battuta usata anche all’indirizzo di qualcuno con i capelli particolarmente arruffati, N.d.R.)

Ad uno con una catena o fibbia borchiata come collana “Ti hanno messo il collare? Il guinzaglio dove lo ha lasciato?”

“Mi fa male il braccio” “Troppe seghe!”

“Tu da che ti mascheri per carnevale?” “Io sono già mascherato così”

“Che aspetti a toglierti la maschera? Il carnevale è finito”

“Quando si ubriaca è proprio pazzo!” “Quello è così pure da sobrio”

“Ahò, ma io bevo e voi vi ubriacate?!”

“Mangi più della Democrazia Cristiana!”

“‘Sta macchina mi costa quanto una figlia femmina”

“Ammazza quanto fumi! Sei una ciminiera”!

“Conosci l’undicesimo comandamento? ‘Fatti i cazzi tuoi”

“Io te lo presto, ma si chiama Pietro…”

“Quando ti sposi? L’otto: lotto per non sposarmi”

“Voglia di lavorare saltami addosso…”

“Maria De Filippi è il marito di Maurizio Costanzo”

“Hai preso la patente?! Un nuovo pericolo pubblico! Da oggi col casco pure a piedi!”

“La patente l’hai presa con i punti del Fruttolo?!”

“Mi sono laureato in medicina!” “Un altro con licenza di uccidere”

In occasione di un diciottesimo “Ora che sei maggiorenne puoi andare in galera!”

“Ammazza quanto mangi! Ma tua madre non ti dà da mangiare?”

Detto da quello a cui al ristorante portano per ultimo il piatto o si dimenticano di portarlo “Io sto a dieta”

Ad una brutta “Ah bella de notte!”

Quando qualcuno si mette davanti ostacolando la visuale della persona dietro “Sei bello ma non sei trasparente”

“Prendimi questo. E anche questo. E anche questo” “Vuoi che ti faccia la spesa?”

“Mi dicono dalla regia…”

“Se non sono matti non ce li vogliamo”

“Se non sono complicate non ci piacciono”

Quando qualcuno ci mette troppo a fare qualcosa “Guarda che uno c’è morto…”

“Dopo tre sgrullate è pippa”

A tavola “Adesso che si mangia tutti zitti, eh!”

“Questa pietanza si mangia con le mani” “Io pensavo si mangiasse con la bocca”

“Ammazza che tette piccole! Quella non c’ha nemmeno la prima: c’ha la retromarcia!”

“Ti cambio il piatto?” “No, tanto poi nello stomaco si mischia tutto”

“Se continui così, ti raccogliamo con il cucchiaino”

“Io suono il pianoforte” “Io al massimo il campanello!”

“Caspita quanto pesa queste valigia! Cosa ci hai messo, un cadavere?!”

Quando al ristorante tardano a portare la pizza “Sono andati a cogliere il grano”

“Non fare la preziosa, ché ti si rubano”

“In questo traffico ci puoi morire di vecchiaia”

“Oh, con te ci vuole il dizionario Nome dell’interlocutore-Italiano Italiano-Nome dell’interlocutore

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Le frasi amare che rendono squallida la vita

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 9 Settembre 2007

Ci sono frasi terribili, spietate, che ci accompagnano dalla nascita al capezzale con il loro potere di svelare brutalmente i tormenti a cui è destinato l’uomo; formule tremende che sono in grado di annientare ogni entusiasmo e rammentarci quanto sia tragica e senza scampo la condizione umana. Ognuno di noi le avrà sentite rimbombare inclementi alle orecchie più e più e volte durante il proprio cammino in questa valle di lacrime, restando ogni volta attonito e disarmato di fronte all’asprezza della realtà da esse palesata con glaciale assenza di misericordia.
Fin da bambini, in famiglia oppure a scuola, queste sentenze ci hanno insegnato che l’esistenza altro non è che un’asperrima marmellata di dolore e frustrazione; qualsiasi slancio di euforia, qualsiasi moto di ottimismo, ci è stato stroncato da certe lapidarie parole affinché comprendessimo che nessuna gioia ci avrebbe condotto al letto di morte, ma solo sconforto e terrore del vivere.
Se non c’è possibilità alcuna di redenzione
dal e del male, la presa di coscienza della sofferenza e conseguente memoria della stessa sono le unica vie di salvezza che ci sono concesse.
Ineliminabile è il patimento, ma non insostenibile il suo peso.
E’ a tale scopo che i Professori Fulvio Tricheco e Claudio Zoppo hanno deciso di raccogliere tutte quelle frasi amare che rendono squallida la vita, nella speranza che attraverso la consapevolezza ed il ricordo troviamo tutti la forza di affrontare la disperazione che esse hanno voluto da sempre mostrarci come inalienabile dal nostro triste mondo.
Nessuna illusione: seppur esposta alla luce della ragione, immane resta l’angoscia, ma meno soffocante è la morsa della tenebra rischiarata.

 

“Forza, ognuno a casa sua”

 

“Il gioco è bello quando dura poco”

 

“Domani interrogo”

 

“Stasera a letto presto, ché domani ti devi alzare alle sette”

 

“Se non ti va pane e zucchero, significa che non hai fame. Non siamo mica al ristorante”

 

“Abbiamo riso, abbiamo scherzato, ma adesso si torna seri”

 

“Ragazzi, dalla prossima settimana bisogna mettersi sotto, eh, ché ci sarà da lavorare sodo”

 

“Venerdì compito in classe”

 

“L’importante è avere un pezzo di carta sulle mani”

 

“Falli, ’sti sacrifici, ché poi te li ritrovi”

 

“Il mondo è degli svelti, ma se lo godono i coglioni”

 

“Fatti un buon nome e fa’ ciò che vuoi”

 

“Quello è un buon partito”

 

“Qui se non si lavora non si mangia”

 

“Mi voglio sistemare”

 

“Quello ha lavorato una vita, però alla fine ha sistemato quattro figli”

 

“Mettiti da parte qualche soldino, ché non si sa mai come va la vita”

 

“L’artista dalla fame perse la vista”

 

“Questo figlio ci ha dato tante soddisfazioni”

 

“Mi raccomando, trovati un ragazzo ricco”

 

“Che ci fai con la bellezza? La bellezza svanisce, la bruttezza rimane”

 

“Quello è un bravo ragazzo, di buona famiglia. Suo padre fa il dottore”

 

“E’ una persona che ha sempre lavorato”

 

“Si sente che è uno che ha studiato”

 

“Se mio figlio mi portasse a casa una negra o una russa, mi dispiacerebbe”

 

“L’importante è che ti trovi una brava ragazza”

 

“Un lavoro ce l’hai, la moglie ce l’hai, i figli sono sistemati, cosa vuoi di più dalla vita?”

 

“Dammi retta, figliolo, diventa medico od avvocato. Vuoi mettere quando senti che ti chiamano ‘dottore’?”

 

“Tu è ora che trovi marito / prendi moglie!”

 

“Ma che ti importa degli altri! Pensa a te stesso, ché a te poi non ci pensa nessuno”

 

“Quando entra l’insegnante ci si alza in piedi”

 

“Ci vuole rispetto per gli anziani”

 

“Mangiare in classe è una grave mancanza di rispetto nei confronti del professore e dei compagni”

 

“A scuola si deve venire vestiti in un certo modo”

 

“Ci vuole un abbigliamento adeguato per ogni occasione”

 

“Questa macchina costa un po’ di più, ma la differenza si sente”

 

“Vuoi mettere avere una casetta tutta tua? Almeno hai qualcosa da lasciare ai tuoi figli”

 

“Visto come va in giro conciato quello? Sembra il figlio di nessuno”

 

“Tanti auguri”

 

“Tante care cose”

 

“Buona fine e buon principio”

 

“Io mi sono spaccato la schiena per mandare avanti la famiglia e farvi studiare”

 

“Divertirsi sì, ma sempre con la testa sulle spalle”

 

“Mi raccomando, giudizio”

 

“Fa’ attenzione, ché in certi posti non si sa mai chi si possa incontrare”

 

“Attento alle amicizie sbagliate”

 

“Sposalo, ché è un bravo ragazzo, uno con i piedi per terra”

 

“Io non capisco questi ragazzi che bevono e poi si mettono alla guida. Io nella mia vita non mi sono mai ubriacato: massimo un bicchiere”

 

“Ai miei tempi quando una persona più grande parlava si stava zitti e si ascoltava”

 

“Oggi non c’è più rispetto per i genitori. Io se mi azzardavo a controbattere a mio padre, erano dolori”

 

“Quando sarai grande farai come ti pare, ma finché stai sotto questo tetto fai come dico io”

 

“Ti sembra questa l’ora di rientrare in casa?!”

 

“Sì, ora sei contento perché sono cominciate le vacanze, ma vedrai quanto farà presto ad arrivare settembre!”

 

“Non posso venire: devo studiare perché domani ho un esame”

 

“Sbrigati a laurearti, ché si sa quant’è difficile entrare nel mondo del lavoro”

 

“Mi pagano poco o nulla, ma intanto entro nel giro”

 

“Quello si gratta le palle tutto il giorno, ma qui c’è da lavorare, altroché!”

 

“Uscire?! Ma stiamo scherzando?! Io stasera mangio un cucchiaio di minestra e alle nove sono dentro al letto, ché domani lavoro, mica gioco!”

 

“E noi chissà quando andremo in pensione…”

 

“Io voglio solo un posto sicuro per arrivare tranquillo alla pensione”

 

“Io all’età tua la mattina studiavo ed il pomeriggio lavoravo. ‘Sto divertimento, le uscitine, me li sognavo”

 

“Ti ci vorrebbero due settimane di Polonia”

 

“Chi di giovane non è di sinistra è senza cuore; chi da grande non è di destra, non ha testa”

 

“Sì, pure io da giovane la pensavo come te, ma vedrai che quando avrai la mia età mi darai ragione”

 

“Da giovani siamo tutti idealisti, ma poi subentrano gli impegni, la famiglia, il lavoro, e lì non si scherza”

 

“Critichi critichi, ma poi vorrò proprio vederti quando sarai genitore anche tu”

 

“Tu nel dubbio in Chiesa vacci”

 

“L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re”

 

“Non sta bene”

 

“C’è modo e modo”

 

“L’educazione prima di tutto”

 

“Per carità, sempre nel rispetto di chi la pensa diversamente”

 

“Qui non è che ognuno può fare come gli pare: ci sono delle regole che vanno rispettate”

 

“Io non capisco queste coppie che si baciano in pubblico. C’è luogo e luogo e certe cose si fanno in privato”

 

“Così passi dalla parte del torto”

 

“Comportati da signore”

 

“Io da giovane lavoravo dieci ore al giorno e guai a chi alzava la testa”

 

“Vestiti bene, se no poi la brutta figura la faccio io perché la gente pensa che tua madre sia una trascurata”

 

“Quella va’ a letto con tutti. E’ proprio una puttana”

 

“Che delusione ha dato al padre, tanto brava persona che ha lavorato tutta la vita”

 

“Prendi esempio da quello: ha faticato per anni, ma adesso ha dieci operai sotto di lui”

 

“Tu alla tua età devi pensare solo a studiare”

 

“Anche se gli altri fanno sciopero, tu entra e fatti vedere dai professori che sei diligente”

 

“Al giorno d’oggi non ti regala niente nessuno”

 

“Guarda che le donne sono furbe, non vedono l’ora di trovare qualche pollo come voi per rigirarlo come un pedalino”

 

“Prima fai i compiti, poi vai a giocare”

 

“La cravatta ogni tanto ci vuole”

 

“Presentati bene al colloquio, ché la prima impressione è quella che conta”

 

“Per carità, lo stipendio fisso è una bella comodità, ma lavorare in proprio è tutta un’altra cosa. Ci saranno pure più responsabilità, ma vuoi mettere la soddisfazione?”

 

 

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Campagna F.E.O. - Parte III

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 9 Settembre 2007

Nelle sue prime opere cinematografiche, Woody Allen (o meglio, il suo personaggio), intellettuale brillante ma bruttino, si sentiva insidiato nei suoi rapporti con le donne da dei belloni magari un po’ stupidi, da uomini di successo insensibili ma potenti, da aitanti seduttori senza cultura ma dotati di enorme sex appeal. Mi chiedo come reagirebbe oggi Woody Allen di fronte al dilagante successo in campo sentimentale di uomini di poco migliori di lui quanto ad aspetto fisico ed in più del tutto privi della sua arguzia, per giunta anche senza particolari doti amatorie od elementi di fascinazione. Sì, sto parlando dell’inspiegabile febbre, che sembra quasi – tristemente - inarrestabile, dell’omino.
Già: per quanto possa suonare assurdo, ogni donna – o giù di lì - che io conosca ha intrapreso almeno una relazione a medio o lungo termine con un appartenente a tale immonda categoria. Ero rimasto al bello&dannato, ed invece mi ritrovo il ragioniere nel ruolo dell’uomo ambito dal gentil sesso.
Una volta piaceva Dylan McKay. Poi ho accettato l’idea che venisse sostituito da Brandon Walsh nell’immaginario erotico-emotivo-affettivo delle ragazze. Ma mai avrei sospettato che a surclassare entrambi sarebbe stato Jim Walsh. Ciò rappresenta per me e per tutti gli altri promotori dell’iniziativa un mistero insondabile.
L’omino è l’alfiere della medietas: non è solo mediocre, bensì vuole essere mediocre; l’omino non è mai troppo brutto né troppo bello; è l’orgoglio della nonna ed il cocco di mamma; malato di calcio, segue la Formula Uno, partecipa a tornei di briscola e tresette, trascorre ore davanti alla Play Station; è del tutto privo di interessi; istruito ma non colto; parlerebbe per ore con lo zio; è attaccato alla famiglia; non osa mai, non ardisce mai, in alcun campo, dalla cucina al taglio di capelli all’abbigliamento; è il bravo ragazzetto, la bravissima persona; costitutivamente moderato, non si sbilancia mai, non ha passioni travolgenti, evita qualsiasi cosa potrebbe scuotere il suo equilibrio di certezze fortificate dalla tradizione piccolo borghese. Insomma, l’impiegatuccio, l’ingegnerello, il maritino, il compagno di classe che studia, strappa il sette, è benvoluto dai professori per la sua docilità ed ambisce solo al famoso “posto fisso, lavoro sicuro”, ad una bella macchina, non eccessivamente appariscente, ad una moglie, dei figli, il pranzo la domenica con i parenti, la passeggiata al lago la domenica pomeriggio e Controcampo la sera.
Ebbene sì, costui, a quanto pare, è diventato il più desiderabile degli individui. Non un uomo, non un omaccione: un omino. L’omino. L’omino.
Sarà perché trasmette sicurezza (per forza! Quale colpo di testa può fare, uno che teme persino di deludere il biscugino?!), sarà perché in genere è un accanito ed attento corteggiatore (ce credo: egli sa bene che quando gli si spalanca la possibilità di una botta di culo, non si ripresenterà una seconda occasione), resta il fatto che non si spiega questa mania per chi fatica ad indossare una maglietta che potrebbe urtare la suscettibilità degli avventori del baretto.
Lancio dunque un nuovo appello – che va ad inserirsi nella Campagna F.E.O. - a tutte le lettrici del mio blog, visto che il Comican non ha dato i frutti sperati: donne dall’intelletto sviluppato, lasciate l’omino al suo corrispettivo femminile, la donnetta. E’ lei che si merita, e non altre.
Piuttosto che l’uomo comune, senza qualità, senza arte né parte, sono meglio perfino il bruto, il bifolco, il tronista, il lampadato muscoloso, il picchiatore da discoteca, il cubista, il calciatore. Certo, il carino, intelligente, intrigante e creativo sarebbe auspicabile, il massimo, ma mi sta bene anche il figone un po’ tamarro, se ciò comporta la rinuncia a chi ha il quoziente intellettivo di un ultrà senza averne la prestanza, lo spessore, l’ampiezza di orizzonti o, in sintesi, le palle.
Meglio uno che vi attizzi senza dover partecipare insieme a lui al Cenone di Natale che uno con cui dovete partecipare al Cenone di Natale senza che vi attizzi.

 

Campagna F.E.O.

Favorisci l’estinzione dell’omino

 

Pensa in grande, pensa in piccolo, ma non pensare in medio.

Di’ NO a lui

Luca Sandri Luca Sandri

er approfondimenti: Campagna F.E.O. - Parte I; Campagna F.E.O - Parte II.

 

 

P.S. (a cura del Professor Fulvio Tricheco) Non sai cosa sia un omino e non hai la benché minima voglia di leggere e comprendere questo post? Non c’è problema: ecco per te un semplice e pratico test per scoprire se il tuo lui appartiene o no alla categoria degli omini, o se ne presenta solo qualche sintomo.

- gioca al fantacalcio?

- partecipa a tornei di playstation con gli amici?

- ti trascura per la partita di calcetto con la squadra della frazione?

- non vede l’ora di andare a pranzo da sua madre?

- guarda di cattivo occhio la cucina etnica?

- guarda il Gran Premio?

- frequenta Ingegneria?

- frequenta Economia e Commercio?

- è pettinato nella stessa maniera da più di 8 anni?

- ignora chi sia Beckett?

- la domenica pomeriggio predilige le partite in tv?

- ascolta “tutta la musica”?

- il suo genere cinematografico preferito è il fantasy o l’action movie?

- ha svolto il servizio militare?

- compra riviste di videogames?

- va al Motor Show?

Se ti sei risposta “sì” ad almeno 10 domande su 16, complimenti: stai con un perfetto esemplare di omino. Tuttavia puoi ancora salvarti, e quindi evitare di trasformarti in Pina Fantozzi prima di aver compiuto i 30 anni. Come? E’ facilissimo: dirigiti immediatamente verso la più vicina abitazione dove si stia consumando un’orgia interrazziale, partecipa energicamente facendoti riprendere ed invia il filmato al tuo miserabile fidanzato omino. In un batter d’occhio non solo ti sarai liberata di lui, ma avrai finalmente avuto un’esperienza davvero avvincente, il cui stimolo ti potrà consentire di inizare una nuova entusiasmante vita lontana da inutili bravi ragazzetti.

 

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La TV proclama: W le donne all’antica!

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 2 Febbraio 2007

La spazzatura televisiva va seguita con attenzione. Anzi, di più: va tutelata ed amata. Già, perché essa ci insegna più cose sull’animo umano di quante ce ne abbia dette Dostoevskij ed è più divertente del miglior Woody Allen. Davvero. (Puntini di sospensione, cespuglio di paglia che rotola). Ok, ok, è solo una boutade, ma un fondo di verità c’è (sulla sua incommensurabile portata comica resto però inamovibile).
La TV in fondo dà al pubblico ciò che il pubblico vuole. Crea consenso, è vero, inculca opinioni più che registrarne, è uno strumento di controllo invece che un rilevatore di informazioni, ma per poter conservarsi tale deve far leva sui gusti dello spettatore. Per questo il prodotto è sempre più scadente: la televisione mira all’appetibilità; maggiore è la semplicità, maggiore è la diffusione; se aumenta la vendita, aumenta il guadagno. Ecco perché chi manovra i media non ha alcun interesse a fungere da educatore. Ma più i media puntano sull’ignoranza, più il fruitore rimane ignorante e più lo spettatore è retrogrado, più esige materiale elementare. Non se ne esce: un circolo vizioso. Lo schermo della televisione nostrana risulta pertanto uno specchio vivo in cui l’Italietta guarda se stessa ed è osservata a sua volta. E la perfezione del riflesso è disarmante nella sua eccellente focalizzazione sugli aspetti più scabrosi del costume italiota che non posso sfuggire ad un occhio attento.
Il trionfo della sottocultura da suola della Stivale è emblematicamente espresso dall’immagine della donna data in scampoli di due trasmissioni che ho avuto la fortuna di beccare durante un paio di fruttuosi zapping: il sempiterno Stranamore e la gloriosa Buona Domenica. Ciò a cui mi è capitato di assistere costituisce un validissimo esempio di quell’insieme di valori sgradevoli che la TV mira a conservare in quanto tanto cari ai cittadini del Belpaese.

Partiamo da Stranamore, preziosa eredità lasciataci dal Fu Alberto Castagna (c’è chi consegna ai posteri “Il dottor Stranamore” e chi “Stranamore”, che volete farci).
Quest’anno c’è un nuovo gustosissimo gioco: in studio una mamma sceglie tra tre pretendenti quella che diverrà la compagna del figlio. Le ragazze vengono fatte entrare dalla famigerata porta e si mettono in riga. La futura acidissima suocera inizia a fare loro domande sotto lo sguardo del figlio che segue tutto dall’esterno e si fida ciecamente di quella che sarà la scelta, perché “la mamma è sempre la mamma”, “guai a chi mi tocca la mamma”, “mia mamma è la migliore di tutte”, “mamma solo per te la mia canzone vola”. “Vediamo…Cosa ti piace fare nella vita?” “A me piace sedurre gli uomini”. “Buuuu! Buuuu!”, rumoreggia il pubblico indignato. “Eh, no, non ci siamo proprio”, fa l’italica genitrice, con la presentatrice che annuisce (pia donna, la Folliero). “E tu?”, passando in rassegna la seconda. “Io amo andare a ballare con le amiche”. Di nuovo cori di disapprovazione. “Mmm, non va mica bene. Sentiamo la terza” “Io adoro cucinare ed accudire i bambini”. Grida di giubilo, il pubblico in delirio, occhi ridenti e commossi della madre, un tripudio di esaltata euforia.
Manco a dirlo, è quest’ultima ad essere eletta come futura amorevole sposa nonché affidabile ed ineccepibile nuora.
Badate bene il meccanismo perverso: due stereotipi di donna emancipata (la libertina e l’indipendente) vengono messi alla gogna in favore dell’avita figura della regina del focolare, la nobile mater di una volta, tutta casa e famiglia, che volontariamente fa delle pareti domestiche il proprio habitat e lascia al maschio il mondo esterno, perché insomma, una donna in giro, che esce, lavora e si diverte, non sta bene.

Buona Domenica, apoteosi del trash (resteranno scolpiti nel tempo ad imperitura memoria i giochi del salto in alto - “Salto per i bambini dell’Africa!”, e giù il VIP di serie B che cade sul materasso - e quello a chi fa arrapare di più Bettarini), vero e proprio metatrash, dove c’è tutto il meglio del meglio (leggi “peggio del peggio”), contenitore per la raccolta mista degli altri rifiuti del palinsesto, inscena una simile gogna mediatica: Diana, concorrente del Grande Fratello, ragazza sessualmente esuberante uscita dalla Casa con un plebiscito delle casalinghe, inferocite dagli atteggiamenti disinibiti dalla ventiseienne italo-russa (“Pure mezza extracomunitaria!”) identificata come icona della ruba-mariti, viene esposta alle critiche di Raffaello Tonon, Pasquale Laricchia ed altri insigni esponenti della sobria virilità nazional-popolare, strenui difensori dei buoni costumi italici tra gli scroscianti applausi di un pubblico perbene, ammodo, di sani principii. “Va bene vivere la propria vita come meglio si crede, ma sempre nel rispetto della decenza” “C’è un limite agli atteggiamenti che si confanno ad una donna” “Non è bello che una ragazza si mostri in un certo modo”.
Poiché i pompini fatti ai fini del successo, quando suppliscono a carenze di meriti e capacità personali che ostacolerebbero la carriera, come quelli di Elisabetta Gregoraci, che a Buona Domenica è la diva assoluta ed indiscussa, vanno bene, ma quelli fatti per piacere personale, non sia mai! Sono sconvenienti! Giacché l’uomo è cacciatore e la donna è preda, l’uomo è Don Giovanni e la donna mignotta, l’uomo tromba per necessità e la donna per far contento l’uomo.
Passi la valletta-oggetto, puro corpus eroticus per le brame del consumatore, ma giammai queste svergognate moderne gratuitamente disonorate!
Il popolo non merita quel briciolo di progresso sociale che ha ottenuto grazie ad una minoranza di persone affamate di libertà: merita il grigiore predicato dagli indomiti cavalieri della moralità. Il bigottismo democristiano non è mai stato un caso. La mamma, la parrocchia, la famiglia, lo stadio, la caserma, e poi gli uomini al bar o a puttane e le donne a curare i fornelli e la prole. Contenti loro…
Quando una trucida misconosciuta partecipante ad un reality di basso profilo risulta il massimo del femminismo passato in televisione, tanto da fare quasi la parte dell’illuminata davanti ad una platea di indubbi bifolchi di vastissime proporzioni, c’è da preoccuparsi non poco.

Per coronare tali esempi della recente ondata di repressione sessuale (come dimenticare i casi umani del “Silver Ring”, l’anello della castità?), leggo oggi un trafiletto su City: “Un consiglio del papa: ‘Fidanzati, siate casti!”.
Un consiglio di Claudio: “Religiosi, datevi fuoco!”.
Non so voi, ma io temo molto di più i sessuofobi rispetto che so, ai terroristi islamici, giacché questi ultimi offrono una morte rapida ed immediata, mentre i primi propongono una lunga vita di merda.

Marge&Marilyn

P.S. Sabato 10 febbraio a Roma, ore 14.00, Piazzale Ostiense, manifestazione NO VAT 2007, casomai foste stufi dell’invadenza della Chiesa nello Stato italiano.

Aggiornamento del 12 Febbraio 2007

Su Leggo di oggi compare questo trafiletto

Trafiletto Buona Domenica

Qui c’è l’intervista incriminata.

Il mito che non ti aspetti.

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Le buone cose di pessimo gusto

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 9 Dicembre 2005

Una voce dall’alto parlante ricorda agli studenti che a scuola si va per apprendere i dettami della moralità, quindi sono proibiti capelli lunghi, barba e basettoni per i ragazzi; cura dell’acconciatura, scarpe col tacco e minigonne per le ragazze; pantaloni a zampa d’elefante, colori sgargianti, maglie aderenti.
A casa poi un padre autoritario brucia lettere d’amore destinate alla figlia.
E ancora proibizione per le ragazze di uscire con i ragazzi, in quanto sconveniente: altrimenti la gente cosa penserebbe?
Per eventuali scappatelle dall’esito non previsto, urge matrimonio riparatore che salvi il buon nome della famiglia.
Il lavoro prima di tutto, “onora tuo padre e tua madre, e onora anche il loro bastone”; la vita soffocante del vilaggio, senza via d’uscita, senza scampo; le ali tarpate prima ancora di dispiegarsi.
E’ questa la Cina presentata dal regista Wang Xiaoshuai nel film Shangai dreams.
Una Cina che nelle intenzioni di denuncia dell’autore dovrebbe apparire arretrata agli occhi di un Occidente pienamente modernizzato. E probabilmente gli spettatori dell’Europa ricca e del Nord America alla proiezione della pellicola si sentiranno asfissiati dall’atmosfera oppressiva ricreata cinamatograficamente ed usciranno dalla sala con un sospiro di sollievo, orgogliosi di appartenere ad una civiltà che si è lasciata alle spalle costumi tanto bruti ed il loro pensiero compassionevole e vagamente di scherno andrà alla grettezza di popoli meno fortunati.
Eppure…In moltissime scuole occidentali, italiane in primis, esistono ancora rigidi regolamenti sull’abbigliamento. Sovente zelanti presidi particolarmente preoccupati della virtù dei discenti emettono ordinanze che vietano pancia scoperta, piercing, tatuaggi in vista, trucco, canottiere che scoprano le spalle e pantaloncini corti che svelino le ginocchia. Si sa, spalle e ginocchia costituiscono una grave mancanza di rispetto per sé e per gli altri: chi non si offenderebbe di fronte ad una nuca, un avambraccio, un malleolo?!
Per non parlare dell’insistenza sull’abbigliamento “adeguato” sul posto di lavoro, una convinzione talmente radicata nel patrimonio psicologico comune che nessuno osa nemmeno riflettere sul fatto che in banca poco cambia ai fini dell’efficienza se un impiegato sbriga una pratica indossando una camicia oppure un kimono.
Ma la sottocultura del “non sta bene” appare del tutto normale.
In Parlamento non si entra senza giacca e cravatta e si viene addirittura rimproverati se scoperti ad accavallare le gambe. D’altronde, meglio ricevere percosse ed insulti che vedere qualcuno incrociare le gambe. Almeno in una società che aspira alla rettitudine. Poco importano mafia, inquinamento, corruzione, povertà: il vero male è il perizoma, vera e propria invenzione del demonio.
Quanto a perbenismo asfittico, dittatura della reputazione, autoritarismo maschilista, l’Occidente illuminato quindi non si risparmia: i matrimoni riparatori sono ancora oggi una pratica piuttosto diffusa, specie nei piccoli centri, soprattutto in Italia; l’onore delle fanciulle è ancora strenuamente difeso nel profondo Sud; un destino senza sbocchi pilotato nel segno della rispettabilità sociale.
Le reazioni di gran parte della gioventù ribelle si muovono all’interno dei gangli imposti: si trasgredisce, e trasgredire significa riconoscere la norma ed aggirarla momentaneamente per poi rientrare, adulti, nei binari, dissipate le pulsioni di matrice borghesemente edonista. E’ il caso ad esempio degli scambisti di coppia: di giorno recuperano i buoni usi accantonati la notte.
Ben diverso è invece l’abbattimento di regole individuate quali indegne ed assurde, che badano non alla forma, bensì ad un’ignobile formalismo, sua degenerazione meschina. E l’attività di sparute elite intellettuali non è sufficiente a ben sperare.

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“Ti sembro il bambinello?”

Pubblicato da sdrammaturgo su Domenica 9 Dicembre 2005

Inesorabilmente si avvicina la ricorrenza dell’Infausta Natività, portandosi appresso la dolorosa e asfissiante piaga degli immancabili auguri di circostanza, usanza squallidamente piccolo-borghese, regina delle pruriginose formalità. Una scarica di “tantecarecoseateedallatuafamiglia” “tifacciotantiaugurisenoncivediamoprimamatantocivediamo” “buonefestesediovuoleebastalasalute” si abbatteranno in tutta la loro veemente banalità su di voi, inermi ed indifese persone intelligenti e razionali costrette a perdere la vostra dignità rispondendo con un disarmante “altrettanto” in nome della buona educazione.
E’ ora di dire BASTA a questo supplizio intollerabile in una società civile che ha ripudiato da tempo la tortura! A questo proposito nasce ad opera della solita walrus/rey il COMICAN - Comitato Contro gli Auguri Natalizi che si propone di tutelare i diritti dell’ateo praticante troppo a lungo oppresso dalla barbara pratica di cui sopra, sollevando il problema ad associazioni umanitarie del calibro di Amnesty International e offrendo un valido aiuto alle innocenti vittime incappate in simili spiacevoli situazioni.
E’ giunto il momento di ribellarsi al carnefice buontempone che si avvicinerà a voi con giacca di renna ed aria minacciosa, che preannuncia sorriso di circostanza e rassicurantre pacca sulla spalla. Esiste una vasta gamma di risposte in grado di stroncare sul nascere un’eventuale sterile conversazione basata su frasi fatte e luoghi comuni e scoraggiare successivi tentativi di aggressione: alla ebete e violenta esclamazione “tanti auguri” oggi è possibile ribattere senza con ciò risultare asociali o intrattabili nemici del sistema: ad esempio con un secco e sonoro “grazie” privo di contraccambio; oppure “di nulla”, “non c’è di che”, “ho smesso”; o ancora “sono nato il 4 Agosto”, “ti rendi conto che siamo nel 2005?”; per finire con la più efficace: Ti sembro forse il Bambinello?!”
Troppo a lungo abbiamo subito e sopportato questa prevaricazione nazional popolare, ma un mondo migliore è possibile: ASTIENITI DAGLI AUGURI!
Aderisci al COMICAN e non sarai più solo.

COMICAN

E’ un’iniziativa Tricheco&Zoppo 

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