Faccia da prete. Autobiografismo e digressioni di satiro
Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 3 Luglio 2008
Sono un perseguitato. La dea Nemesi mi aspetta ogni giorno davanti casa con un cric in mano. Negli ultimi dieci giorni ben tre ragazze mi hanno detto che ho la faccia da prete. Da prete, ebbene sì. Esattamente da prete. A me, massimo ateo antiteista anticlericale esistenzialmente agonizzante.
Ora, essendo cresciuto in mezzo ai preti - e forse la mia scarsa autostima è dovuta proprio al fatto che non mi hanno mai inculato. Una volta ho servito messa ad un sacerdote che qualche tempo fa è stato arrestato e condannato per pedofilia. E a me non ha mai degnato di uno sguardo. Cosa avevo in meno degli altri bambini, eh?! Probabilmente mi vedeva più come un amico - essendo cresciuto in mezzo ai preti, dicevo, in quanto nato in una famiglia cattolica da madre catechista, conosco assai bene la faccia da prete, so bene com’è fatta: è una faccia da viscido miserabile coglione.
Dunque, a quanto pare ho una faccia da viscido miserabile coglione.
Non so se sto pagando la mia infanzia da chierichetto che voleva prendere i voti o la mia maturità da anarco-comunista libertario. Fatto sta che il bollino da prete mi tormenta fin dall’adolescenza.
Nella località marittima in cui sono andato in vacanza fino ai quindici o sedici anni il mio soprannome era proprio il prete, in virtù del mio passato da bambino che faceva vita attiva di parrocchia. Probabilmente, a distanza di dieci anni, laggiù mi ricordano ancora così. “Claudio chi?” “Er prete” “Ah, ecco”.
La mia disumana autoironia mi portò poi a mascherarmi da prete ad Halloween due anni fa. Perfezionista come sono, curai ogni minimo dettaglio e mi feci crescere appena appena i capelli ai lati per offrire un’immagine più anziana ed ecclesiasticamente filologica. Risultato: un coro di “ehi, ma c’hai proprio la faccia da prete!”.
Ricordo ancora gli sguardi degli avventori del locale in cui mi aggiravo con tre amiche piuttosto fighe (Irene, se stai leggendo, la più figa eri indubbiamente tu!). Ogni persona che mi incrociava conciato in quella maniera sembrava che si stesse chiedendo: “Ma come cazzo fa a stare con queste fighe questo co’ ’sta faccia da viscido miserabile coglione?”.
Ma tant’è, prendo atto della cosa senza abbattermi ed anzi ciò mi dà lo spunto per una digressione di tutt’altro genere. Alla Victor Hugo, per intenderci, ma più con il piglio da Armandino del baretto.
Quindi, via con la digressione.
Allora, essere associato alla fisionomia di un prete taglierebbe le gambe a qualsiasi essere vivente. “Ehi, blatta, hai la faccia da prete” “Oh mio dio, mi getto sulla prima spruzzata di DDT che incontro”. Ma chi vorrebbe immolare la propria vita all’Arte Comica non può che farne un punto di forza. Mi vengono in mente gli attori della Commedia dell’Arte descritti magistralmente da Ettore Scola ne Il viaggio di Capitan Fracassa con Massimo Troisi: i comici dell’arte sottoponevano il proprio fisico ad uno stress incomparabile per estremizzare le caratteristiche del corpo al fine di risultare più tragicamente divertenti. Chi era magro cercava di diventare magrissimo, chi era grasso si impegnava per diventare grassissimo, e così via. La propria carne sacrificata all’arte, il proprio corpo come uno strumento al servizio dell’arte.
Il satiro sa trasformare ogni sconfitta in linfa vitale. Deve farlo, giacché la satira non è per i vincenti.
L’artista comico - e mi verrebbe da dire l’artista tout court - ha bisogno delle piccole e delle grandi frustrazioni della vita e del quotidiano, altrimenti non avrebbe materiali per la propria arte. Mi viene in mente il racconto di Gesualdo Bufalino Il ritorno di Euridice, in cui Orfeo si volta volontariamente per far tornare l’amata nell’abisso dell’Ade e poter in tal modo continuare a cantare il proprio dolore.
E’ grazie alla conflittualità tra la volontà di perdere ed il rancore per aver perso che l’artista - e massimamente l’artista comico - può plasmare e dare forma alle sue opere.
E’ per questo che il satiro si risente molto quando viene bollato come simpatico. Il satiro è infatti tutt’altro che simpatico: è malinconico, schivo, poco socievole, misantropo, odia con veemenza, disprezza con tutto se stesso, patisce e scansa. Ma la sua capacità di dominare il segreto della risata crea l’enorme imperdonabile equivoco agli occhi dell’osservatore superficiale. Guai a confondere i cabarettisti di Zelig con Antonio Rezza, a mescolare la simpatia dell’avanspettacolo con il tormento dello spirito umorista.
Il satiro vive dunque nella piena consapevolezza di essere destinato alla disfatta ed è l’odiato amore o l’amato odio per la propria condizione a renderlo ciò che è.
C’è chi nasce Corrado Guzzanti e chi Manuel Agnelli. Ed il manuelagnellismo non può che essere il più inviso (e sottilmente invidiato per il suo successo, anche, ergo ancor più inviso) degli atteggiamenti agli occhi di un satiro: quel prendersi così sul serio, troppo sul serio, tipico dell’affascinante bel tenebroso, non può che suscitare sprezzante e compassionevole riso in chi ride del dolore e della nullità dell’esistenza e del cosmo e sa guardare in profondità l’aspetto vero delle cose (”Sì, ma qual è ‘l’aspetto vero delle cose’?” “Quello in cui non si scopa”).
Chi dissacra è nemico di ogni aura.
Il satiro ride della vittoria perché sa che essa è mendace e cela il volto della vacuità.
Chi ama la sciocchezza del vincere non può fare il satiro. Al massimo può fare l’imprenditore, oppure fondare un gruppetto rock di medio profilo e chiamarlo Afterhours.
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Appendice - L’autocelebrazione è autoperculazione. E viceversa
Evoluzioni di una faccia di plastica, o del trasformismo bio-antropologico.

Nella calvizie ho trovato la mia dimensione.
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