Squillino le trombe, trombino le squillo

Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.

Archivio per il 'vita vissuta mio malgrado' Categoria


Faccia da prete. Autobiografismo e digressioni di satiro

Pubblicato da sdrammaturgo su Martedì 3 Luglio 2008

Sono un perseguitato. La dea Nemesi mi aspetta ogni giorno davanti casa con un cric in mano. Negli ultimi dieci giorni ben tre ragazze mi hanno detto che ho la faccia da prete. Da prete, ebbene sì. Esattamente da prete. A me, massimo ateo antiteista anticlericale esistenzialmente agonizzante.
Ora, essendo cresciuto in mezzo ai preti - e forse la mia scarsa autostima è dovuta proprio al fatto che non mi hanno mai inculato. Una volta ho servito messa ad un sacerdote che qualche tempo fa è stato arrestato e condannato per pedofilia. E a me non ha mai degnato di uno sguardo. Cosa avevo in meno degli altri bambini, eh?! Probabilmente mi vedeva più come un amico - essendo cresciuto in mezzo ai preti, dicevo, in quanto nato in una famiglia cattolica da madre catechista, conosco assai bene la faccia da prete, so bene com’è fatta: è una faccia da viscido miserabile coglione.
Dunque, a quanto pare ho una faccia da viscido miserabile coglione.
Non so se sto pagando la mia infanzia da chierichetto che voleva prendere i voti o la mia maturità da anarco-comunista libertario. Fatto sta che il bollino da prete mi tormenta fin dall’adolescenza.
Nella località marittima in cui sono andato in vacanza fino ai quindici o sedici anni il mio soprannome era proprio il prete, in virtù del mio passato da bambino che faceva vita attiva di parrocchia. Probabilmente, a distanza di dieci anni, laggiù mi ricordano ancora così. “Claudio chi?” “Er prete” “Ah, ecco”.
La mia disumana autoironia mi portò poi a mascherarmi da prete ad Halloween due anni fa. Perfezionista come sono, curai ogni minimo dettaglio e mi feci crescere appena appena i capelli ai lati per offrire un’immagine più anziana ed ecclesiasticamente filologica. Risultato: un coro di “ehi, ma c’hai proprio la faccia da prete!”.
Ricordo ancora gli sguardi degli avventori del locale in cui mi aggiravo con tre amiche piuttosto fighe (Irene, se stai leggendo, la più figa eri indubbiamente tu!). Ogni persona che mi incrociava conciato in quella maniera sembrava che si stesse chiedendo: “Ma come cazzo fa a stare con queste fighe questo co’ ’sta faccia da viscido miserabile coglione?”.
Ma tant’è, prendo atto della cosa senza abbattermi ed anzi ciò mi dà lo spunto per una digressione di tutt’altro genere. Alla Victor Hugo, per intenderci, ma più con il piglio da Armandino del baretto.
Quindi, via con la digressione.
Allora, essere associato alla fisionomia di un prete taglierebbe le gambe a qualsiasi essere vivente. “Ehi, blatta, hai la faccia da prete” “Oh mio dio, mi getto sulla prima spruzzata di DDT che incontro”. Ma chi vorrebbe immolare la propria vita all’Arte Comica non può che farne un punto di forza. Mi vengono in mente gli attori della Commedia dell’Arte descritti magistralmente da Ettore Scola ne Il viaggio di Capitan Fracassa con Massimo Troisi: i comici dell’arte sottoponevano il proprio fisico ad uno stress incomparabile per estremizzare le caratteristiche del corpo al fine di risultare più tragicamente divertenti. Chi era magro cercava di diventare magrissimo, chi era grasso si impegnava per diventare grassissimo, e così via. La propria carne sacrificata all’arte, il proprio corpo come uno strumento al servizio dell’arte.
Il satiro sa trasformare ogni sconfitta in linfa vitale. Deve farlo, giacché la satira non è per i vincenti.
L’artista comico - e mi verrebbe da dire l’artista tout court - ha bisogno delle piccole e delle grandi frustrazioni della vita e del quotidiano, altrimenti non avrebbe materiali per la propria arte. Mi viene in mente il racconto di Gesualdo Bufalino Il ritorno di Euridice, in cui Orfeo si volta volontariamente per far tornare l’amata nell’abisso dell’Ade e poter in tal modo continuare a cantare il proprio dolore.
E’ grazie alla conflittualità tra la volontà di perdere ed il rancore per aver perso che l’artista - e massimamente l’artista comico - può plasmare e dare forma alle sue opere.
E’ per questo che il satiro si risente molto quando viene bollato come simpatico. Il satiro è infatti tutt’altro che simpatico: è malinconico, schivo, poco socievole, misantropo, odia con veemenza, disprezza con tutto se stesso, patisce e scansa. Ma la sua capacità di dominare il segreto della risata crea l’enorme imperdonabile equivoco agli occhi dell’osservatore superficiale. Guai a confondere i cabarettisti di Zelig con Antonio Rezza, a mescolare la simpatia dell’avanspettacolo con il tormento dello spirito umorista.
Il satiro vive dunque nella piena consapevolezza di essere destinato alla disfatta ed è l’odiato amore o l’amato odio per la propria condizione a renderlo ciò che è.
C’è chi nasce Corrado Guzzanti e chi Manuel Agnelli. Ed il manuelagnellismo non può che essere il più inviso (e sottilmente invidiato per il suo successo, anche, ergo ancor più inviso) degli atteggiamenti agli occhi di un satiro: quel prendersi così sul serio, troppo sul serio, tipico dell’affascinante bel tenebroso, non può che suscitare sprezzante e compassionevole riso in chi ride del dolore e della nullità dell’esistenza e del cosmo e sa guardare in profondità l’aspetto vero delle cose (”Sì, ma qual è ‘l’aspetto vero delle cose’?” “Quello in cui non si scopa”).
Chi dissacra è nemico di ogni aura.
Il satiro ride della vittoria perché sa che essa è mendace e cela il volto della vacuità.
Chi ama la sciocchezza del vincere non può fare il satiro. Al massimo può fare l’imprenditore, oppure fondare un gruppetto rock di medio profilo e chiamarlo Afterhours.

*

*

Appendice - L’autocelebrazione è autoperculazione. E viceversa

Evoluzioni di una faccia di plastica, o del trasformismo bio-antropologico.

Nella calvizie ho trovato la mia dimensione.

Pubblicato su vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , , | 2 Commenti »

Dello scrostare la merda e di altre delizie

Pubblicato da sdrammaturgo su Sabato 3 Giugno 2008

Sottotitolo: pedissequamente tratto da una storia vera che non sarà un granché ma è pur sempre meglio di un aneddoto a caso di un ingegnere qualsiasi.

Sottosottotitolo: Eugène Ionesco non era nessuno. Ma siccome due negazioni affermano, allora l’autore dello scritto ci sta dicendo - non volendo e quindi errando (errare nel senso di sbagliare, non nel senso di vagare, vagabondare. Bisogna essere precisi) - che Eugène Ionesco era qualcuno. In tal caso però va smarrito tutto il senso con cui l’autore intendeva la frase. Dunque sarebbe stato più opportuno scrivere “Eugène Ionesco era nessuno”. Eppure anche questa forma avrebbe dato adito a più di un equivoco, visti il suo carattere suggestivo-evocativo ed il suo rimando all’episodio di Ulisse e Polifemo. La riflessione si fa perciò sempre più spinosa…Anzi no, colpo di scena: la visione di un lettore energumeno che brandisce un pensionato a mo’ di mazza - visibilmente contrariato da prolissi arrovellamenti (l’energumeno, non il pensionato. Per quanto pure il pensionato non sembri una pasqua, ma per altri evidenti motivi, ai quali si aggiunge la morte incombente e l’impotenza senile) - convince l’autore ad interrompere qui il sottosottotitolo.

*

Interno giorno. Negozio di forniture idrauliche

STUDENTE SPIANTATO Salve, avrei bisogno di una tavoletta per il wc e di uno scopettino per la tazza. Ovviamente di entrambe le cose mi dia i pezzi che costano meno.

COMMESSO Ecco il sedile per il water. Ora le prendo lo scopettino.

STUDENTE SPERANZOSO Grazie mille.

COMMESSO Ed ecco lo scopettino. Lo guardi e mi dica se le piace.

STUDENTE SPIAZZATO Eh?! Ah…uh…uhm..ehm…sìsì, per carità, ne riconosco l’indubbio valore estetico. Quant’è?

COMMESSO Trentacinque euro.

STUDENTE SCONCERTATO Leggo che la tavoletta costa venti euro. Dunque lo scopettino viene quindici euro. Non avrebbe qualcosa da ancora meno?

COMMESSO No no, ad un prezzo inferiore è impossibile. E comunque si tratta di un ottimo prodotto.

STUDENTE SPAESATO Di sicuro è un pezzo di alta qualità, si vede ad occhio nudo, ma sa, per l’uso che devo farne, mi va bene anche uno scopettino meno pregiato.

*

E così ho scoperto che esiste tutta una branca di studi artistico-filosofici sull’Estetica delle Spazzolette per Grattare la Merda.

Immagino già il mondo in una nuova ottica alla luce del trionfo e della gloria degli scopettini per scrostare la merda. “Caro, guarda che bello quello scopettino per scrostare la merda! Ne ho sempre sognato uno così!”; “I tuoi capelli sono così belli che mi ricordano una spazzoletta per grattare la merda”; “Inaugurata oggi l’attesissima mostra Lo scopettino per scrostare la merda nei secoli. Attrazione principale dell’esposizione saranno gli scopettini disegnati da Benvenuto Cellini, il primo dei grandi progettisti di spazzolette del cesso a capire che raschiare forsennatamente mentre ancora sta scorrendo l’acqua dello sciacquone è l’unico modo per non far rimanere la merda appiccicata alle setole”.

D’un subito sono volato con la mente a quella volta in cui mi serviva un mobiletto/piano d’appoggio per la cucina.

*

STUDENTE SQUATTRINATO Quanto viene quel mobiletto verde?

COMMESSO Cinque euro. Questo rosso invece otto, perché è più bello.

STUDENTE SORPRESO Ma su che base lei afferma che questo è più bello? Sono praticamente uguali. Cambiano solo il colore ed i manici.

COMMESSO Eh, ma questo è più bello.

STUDENTE SMARRITO Va bene, mi dia quello più brutto.

*

Conclusione: ho dei calzascarpe magnifici.

*

*

Post scriptum totalmente, completamente, perfettamente, assolutamente, aggiungetepurealtrisinonimamente fuori tema rispetto al tenore delle precedenti dissestazioni (neologismo parodico di dissertazione desunto per estensione da dissesto, dissestare. Acuto, no? Eh, se si potesse ottenere vulva in questa maniera…).

Sottotitolo del post scriptum inutile: ostrica di saggezza del giorno.

*

Molte darkettone, quelle più fissate con il BDSM, la sottomissione, il dolore nel sesso, la dominazione, la vessazione ed il sangue, credono di desiderare Trent Reznor, ma non sanno che il loro uomo ideale è il mio meccanico.

Pubblicato su Sarà una risata che vi seppellirà, vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , | 2 Commenti »

Controllori controllati, o della pericolosità di tuo zio

Pubblicato da sdrammaturgo su Lunedì 6 Maggio 2008

Sottotitolo: il mondo si divide in due categorie: chi ha una dignità e chi fa il controllore.

Come espresso più volte in molti altri scritti, sono sempre stato convinto che i grandi problemi del mondo siano ravvisabili già a partire dalle piccole vicende della quotidianità, che fungono da miniatura esemplificativa di temi ben più vasti.
La mia condanna è un’accresciuta percezione delle cose che mi porta a scorgere continuamente mali enormi in ogni facezia in cui mi capita di incappare, risalendo subito, con un’occhiata ed un rapido volo pindarico, dal minuscolo all’enorme. I guai di nascere pessimista cronico con una spiccata sensibilità associata ad un furore politico ai limiti del parossismo. Risultato: un incessante rodimento di fegato senza la speranza nell’esaurimento delle viscere. Una sorta di supplizio di Prometeo riveduto e corretto a misura di studente spiantato, insomma.
Come se non bastasse, in inezie ad alto tasso di amplificabilità mi ci imbatto costantemente. Quando la sfiga si aggiunge a tutto il resto, cosa può un iracondo particolarmente portato alla rassegnazione?
L’ultima parva ma di riflesso macroscopica disavventura occorsami è fresca di giornata. Scenario: il treno. Già, sono reduce recente da uno scontro con il mio nemico naturale: Trenitalia, nella persona di tal Granito Michele, controllore.
La storia è questa: prendo il treno da Montefiascone per tornare a Roma; ad Attigliano dovrei prendere la coincidenza, ma il convoglio su cui viaggio è in ritardo e la perdo; devo quindi arrivare fino ad Orte e vedere se ce n’è un’altra; il mio biglietto è valido per i regionali, ma per il primo regionale per Roma dovrei aspettare due ore in stazione; vedo che c’è un intercity entro venti minuti e decido di salire su quello; peraltro tarda di quindici minuti anche l’intercity; onde evitare noie, neppure mi siedo e decido di fare il viaggio in piedi tra uno scompartimento e l’altro; arriva il controllore.

CONTROLLORE “Biglietto prego”

INTELLIGENTE “Ecco a lei. So che non è valido per l’intercity, ma purtroppo non è colpa mia: avrei dovuto prendere il regionale, ma a causa di un ritardo l’ho perso ed ho dovuto ripiegare su questo”

CONTROLLORE “Ora però deve pagare il supplemento”

INTELLIGENTE “Ma scusi, non posso mica pagare io per un disservizio vostro che mi ha danneggiato”

CONTROLLORE “Eh, lo so, ma è il regolamento”

INTELLIGENTE “Sì, ma se i treni fossero stati puntuali, io avrei viaggiato in regola”

CONTROLLORE “Purtroppo la coincidenza che lei ha perso non è ufficiale, quindi non può valere”

INTELLIGENTE “Sì, vero, ma siccome ci sono pochissimi collegamenti tra quella zona e Roma, è pratica abituale e favorita dallo stesso personale ferroviario considerare quella coincidenza al pari delle altre”

CONTROLLORE “Capisco, ma tra l’arrivo ad Attigliano del treno da Montefiascone e la partenza del treno da Attigliano a Roma Termini intercorrono solo tre minuti, mentre per essere coincidenza ufficiale ne servono cinque. Se fosse stata coincidenza ufficiale, il suo biglietto sarebbe stato valido anche su questo treno, poiché in quel caso sarebbe scattato il rimborso. In questo caso però la legge mi dice…”

INTELLIGENTE “Certo, c’è la legge, ma poi c’è anche il buonsenso. Lei dunque riconosce che io ho ragione, ma ha deciso lo stesso di applicare un regolamento assurdo ed iniquo quando invece potrebbe lasciar perdere”

CONTROLLORE “Ma questo è il mio lavoro”

INTELLIGENTE “Qualcuno sta forse sorvegliando il suo operato?”

CONTROLLORE “No, ma devo comportarmi per forza così. E’ sufficiente che lei mi paghi il supplemento”

INTELLIGENTE “Fosse anche un solo euro di più, non ho alcuna intenzione di pagare”

CONTROLLORE “Allora mi tocca farle la multa”

INTELLIGENTE “Bene, vedrò di contestarla domani stesso, rendendo noto all’azienda che non intendo assolutamente pagare neanche un centesimo per qualcosa che dipende da un disservizio dell’azienda medesima e di cui sono stato vittima”

CONTROLLORE “Prenda la multa, mi dispiace”

INTELLIGENTE “Arrivederci”

Ora, dov’è la questione di carattere generale e ben più grave desumibile da quella che risulterebbe altrimenti una trascurabile sciocchezzuola? Il controllore Granito Michele (è bene fare i nomi dei vili) si è comportato da perfetto schiavo che sospende il proprio giudizio per attenersi ciecamente a quello che gli hanno detto di fare. In questa occasione, infatti, egli avrebbe potuto benissimo affidarsi al proprio criterio, ed invece, pur comprendendo che a rigor di logica non ero io ad essere in torto, non è riuscito a far altro che attenersi ad un copione prestabilito, impostogli ed autoimpostosi, applicando pedissequamente un regolamento che egli stesso reputa sciocco e tralasciando il quale non sarebbe incappato in alcun tipo di guaio.
Quel controllore non era un mostro, non era un arrogante presuntuoso fanatico: era un ragazzo gentile ed educato, che mi è sembrato persino sinceramente rammaricato per il fatto di dovermi muovere una sanzione; era però così intrappolato nel suo ruolo da non riuscire ad immaginare una soluzione diversa, una via alternativa e personale rispetto a quella prevista dalla veste appiccicatagli addosso ed accettata passivamente senza porsi dubbi.
Ecco, guardando quel controllore incapace di utilizzare la propria facoltà di discernimento, io ho visto tutte le aberrazioni del genere umano. Ho visto i totalitarismi, ho visto gli stupri di gruppo, ho visto Auschwitz. Esagerato? Forse. Ma forse no. Mi spiego. In fondo, la sottomissione e l’adeguamento sono i presupposti per ogni infamia. Quel semplice controllore, un ragazzo come tanti, un uomo qualunque, obbediva a quanto gli era stato detto, anche quando poteva e magari voleva fare diversamente senza tema di effetti collaterali. Ebbene, è grazie a persone come quella che i dittatori trovano terreno fertile e campo agevole; è grazie a chi non si pone domande ma si limita ad eseguire che vengono perpetrati i più efferati abusi.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto quel tale se fosse nato in un’altra epoca, avesse trovato lavoro come sentinella su una torretta di un lager e, invece di riflettere in maniera indipendente e secondo senno, si fosse limitato ad eseguire gli ordini.
Non c’è peggiore aguzzino di un servo. Hitler è niente senza i kapò. In ogni situazione limite di crudeltà, sono sempre in pochi quelli veramente coscienti di ciò che succede, alcuni dei quali guidano la sopraffazione a loro vantaggio, mentre gli altri la combattono. I più, soggiacciono al determinato stato di potere in cui hanno in sorte di ritrovarsi.
Tra quelli che sono soliti chinare il capo e conformarsi esistono ovviamente vari gradi di violenza ed aggressività. La personalità ed il carattere contano, non tutti possono essere egualmente feroci. Ci sarà così chi materialmente spargerà il sangue, chi sarà addetto a sistemare gli elenchi dei deportati nei fascicoli e chi si limiterà ad occultare e negare.
Ma gli ultimi non sono meno colpevoli e meno pericolosi dei primi: i loro rapporti sono di interdipendenza. Non può esistere alcun carnefice senza un comune cittadino che gli cucia o gli lavi i vestiti. Non c’è differenza tra un boia ed il suo sarto.
Ecco, io in quel mite controllore ligio al dovere, incapace senz’altro di fare del male e nuocere fisicamente ad alcuno, non ho visto altro che un potenziale collaborazionista di un regime, un complice di una possibile barbarie.
Il male è banale. I nemici ce li abbiamo intorno. Non hanno i denti aguzzi, non sono perversi o sadici, non sono genii del crimine. Sono i nostri zii, i nostri cugini, i nostri conoscenti. Sono quelli che fanno sempre e solo ciò che viene loro imposto, che si adattano, che smarriscono il loro Io nella massa informe.
Credo sia fondamentale imparare a badare di meno ad Hitler e concentrare una maggior attenzione sul cameriere che gli rassettava la camera.

Pubblicato su Tu' Zio, vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , | 4 Commenti »

Merende traumatiche

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 7 Maggio 2008

Sottotitolo: Carlo Lucarelli a Blu Notte la racconterebbe così.

Questa è una storia d’altri tempi. Certe storie siamo abituati a sentirle ambientate lontane nel tempo e nello spazio, in luoghi ed ere remoti. Una storia così incredibile e spaventosa non può accadere da queste parti. Non qui, non da noi. Ed invece questa storia è accaduta davvero e proprio a due passi da noi, nella campagne dell’Alto Lazio, tra le colline che svettano sul Lago di Bolsena, e soltanto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta.
Se questo fosse un film od un romanzo, la scena si aprirebbe con un bambino un po’ sudato - sta tornando a casa da un pomeriggio di gioco - che sta salendo le scale in pietra di una vecchia casa a ridosso dei castagneti. E’ stanco, forse, ma ha l’aria luminosa e vitale tipica dell’infanzia spensierata. Eppure, guardandolo più attentamente, si nota un velo di dubbio e timore sul suo viso, come se sospettasse - o meglio, sapesse già - quello che lo aspetta dentro quell’abitazione apparentemente tanto accogliente. Ma chi è quel bambino?
Come ogni film o romanzo che si rispetti, è bene presentare prima i personaggi. Quel bambino che sta salendo le scale si chiama Claudio. E’ un ragazzino sognatore che ama lasciar viaggiare la fantasia. Adora le favole e la mitologia, grande appassionato di cartoni animati, è nato e cresciuto nell’epoca della cultura televisiva, di Howard e il destino del mondo, delle pubblicità accattivanti dei giocattoli, ma soprattutto è nato e cresciuto nel pieno del grande boom delle merendine. Merendine. Mettiamole da parte senza dimenticarcele. Un ragazzino come tanti, a cui piace leggere, giocare, guardare la tv.
Ora però sta salendo quelle scale ed in cuor suo sa bene cosa lo attende all’interno. La casa in cui si sta recando è la casa della nonna. A Claudio piace molto stare dai propri nonni, perché, rispetto ai suoi genitori, abitano più vicino ai campi ed egli va pazzo per le arrampicate sugli alberi e le corse nella boscaglia. Eppure in quel momento non è completamente tranquillo e sereno. Perché?
Facciamo un passo indietro. Claudio, com’è solito fare, ha giocato tutto il pomeriggio con il suo amichetto Giorgio. Giorgio appartiene ad una famiglia ricca, diversa dalle altre famiglie di quella frazione rurale; padre avvocato e mamma dottoressa, coccolato e vezzeggiato dalla nonna e dalla zia, il compagno di giochi di Claudio nella sua casa ha praticamente tutto: Tartarughe Ninja, G.I. Joe, Combattini, Masters; ma soprattutto, merendine. Tante merendine. Di ogni genere. Quando Claudio passa davanti alla credenza, vede ogni ben di dio: tegolini, kinder delice, crostatine - e non già quelle con la marmellata, bensì quelle con il cioccolato - e specialmente lui, il sogno proibito, la merendina-chimera: il soldino. No, quelle meraviglie non sono solo in tv: quelle meraviglie esistono davvero e proprio ad un passo da lui.
Ma riprendiamo Claudio dove lo abbiamo lasciato, sulle scale della casa dei nonni. Dicevamo che Claudio sa cosa lo aspetta, perché è successo altre volte, perché succede sempre; ma il suo mondo libresco e catodico non gli ha ancora permesso di rinunciare alle sue speranze. Ed anche quel giorno, l’illusione che le cose possano andar meglio si scontra con la tacita rassegnazione che egli nasconde a se stesso. Claudio sa che lui e Giorgio non saranno mai compagni di merende.
Quando il piccolo Claudio apre la porta ed entra in cucina, lo spettacolo che si para di fronte ai suoi innocenti occhi di fanciullo è sconvolgente, raccapricciante: c’è la nonna, accanto alla stufa costantemente accesa, che lo attende con una mela in mano. Balbettando atterrito, Claudio sussurra scosso, quasi a voler grattare nel fondo della sua fiducia in frantumi: “Ho fame” “C’è la mela” “Ma la mela non mi va” “Allora nun c’hai fame”.
E poi, se possibile, la nonna fa ancora di peggio: estrae da un cassetto una grattugia, gratta la mela in un piattino e la porge al nipote. Sì, la mela grattata. Con ancora negli occhi le merendine affollate negli scaffali del suo amichetto, Claudio è costretto a mangiare la mela grattata.
In fondo quella non è neppure la cosa più terribile a cui è stato costretto ad assistere alla sua tenera età. Non di rado i suoi pomeriggi erano infatti già stati segnati dalla mela cotta.
Quelli sono gli anni del calippo, ma a lui tocca al massimo la banana. Vero è che si era bruciato tempo addietro la sua occasione: nello scolare il succo rimasto nel tubo del Calippo Fizz alla Coca Cola, se lo era rovesciato sulla camicia attirandosi le ire materne.
Mela cotta, mela grattata, banana. Sarebbero già sufficienti per far tremare dalla paura. Ma non è ancora finita.
A segnare i suoi pomeriggi di fanciullo c’è anche il pan bagnato con lo zucchero: una fetta di pane - non quello fresco, ma quello de casa, “perché dura di più ed è più buono”, almeno secondo nonni e genitori. Dunque dopo quattro giorni si può mangiare eccome, a meno che non serva come materiale edile. E poi il pane fresco è per viziati - una fetta di pane, dicevamo, umidificato con dell’acqua del rubinetto ed insaporito con un po’ di zucchero.
Quando Claudio chiede qualcosa di dolce, gli vengono date le fette biscottate accompagnate da del caffè d’orzo, o al massimo da un po’ di thè, rigorosamente non passato, perché “mica farai lo schizzinoso per un po’ di residuo sul fondo?!”. Claudio scola dunque quella tazza di thè con sedimentazioni etrusche che gli permettono di intuire il sapore dell’argilla.
E poi, il culmine della perversione: Claudio vede la nonna affettare il pane tra il gommoso ed il marmoreo e quindi afferrare un pomodoro. Pane e pomodoro: lungi dall’essere il massimo, ma poteva andare peggio, si dice il pargolo. Ingenuo. La nonna taglia a metà il pomodoro, ne prende una parte e la strofina sulla fetta di pane. Già, pomodoro strofinato sul pane. Non spezzettato sopra, non a bruschetta, non financo spremuto, bensì strofinato.
Estenuato da quella interminabile sequenza di orrore, Claudio implora nonni e genitori, i quali, per una volta, mostrano pietà e sembrano fare un passo indietro rispetto alle loro posizioni. Accantonano l’imperativo della merenda naturale e salutare e comprano al piccolo una merendina. Ma è il kinder brioss.
Dopo di quella, arriveranno anche l’uovo sbattuto, la macedonia, il sedano crudo, quando va bene le carote od i finocchi con il pinzimonio, quando va male la camomilla con i biscotti del discount.
Tali mostruosità durano ancora alcuni anni, poi si interrompono bruscamente. Indipendenza adolescenziale, storia finita, caso chiuso.
Ma che ne è stato del pan bagnato con lo zucchero o del pomodoro strofinato sul pane? Esistono ancora quelle merende ispirate alle novelle di Verga?
Misteri. Fitti misteri, che forse non troveranno mai una soluzione, ma che - da quando li abbiamo saputi - non potremo più toglierci dalla mente.
Queste cose accadono, sono accadute, e proprio a due passi da noi. Che accadano di nuovo o no, non possiamo saperlo. Forse sono state inghiottite per sempre dalle nebbie del tempo o forse, certi spettri, sono sempre pronti a riaffiorare, non appena distogliamo lo sguardo e lasciamo calare l’attenzione.
Ad ogni modo, una cosa, al termine di questo viaggio nella ferocia più inaudita ed impensabile, la abbiamo capita: i cavoli a merenda non sono poi così assurdi.

Pubblicato su vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 2 Commenti »

Sopruso padronale, altrimenti detto Mercato

Pubblicato da sdrammaturgo su Venerdì 10 Aprile 2008

Da cinque anni vivo in un appartamento a Roma nei pressi della Stazione Termini, in condivisione con altri ragazzi. L’affitto complessivo della casa è di 920 euro al mese. A me è sempre sembrato uno sproposito - nonostante il mondo che mi circonda voglia convincermi che in virtù della zona è un prezzo normale - ma sono sempre riuscito a sostenere la mia quota, con un po’ d’aiuto di nonni e genitori e lavori part-time che mi consentissero anche di portare avanti gli studi universitari.
A giugno i coinquilini se ne andranno e fino a l’altro ieri ero certo che io sarei rimasto e li avrei rimpiazzati con due conoscenti. Invece dovrò lasciare anch’io la mia stanza. Perché?
Il proprietario dell’abitazione, o meglio il padrone (adeguiamoci alla terminologia di un sistema ingiusto fondato sul possesso e lo sfruttamento), mi ha comunicato che alzerà l’affitto a 1400 euro. Di colpo, un aumento di 480 euro al mese e ripeto QUATTROCENTOTTANTA euro. Non me lo posso permettere, né io né le ragazze che erano interessate alla stanza che si sarebbe liberata, dunque dovremo cercare un’altra sistemazione, nella vana speranza di trovare qualcosa che sia alla portata delle nostre esigue finanze in una selva di prezzi da strozzinaggio che crescono senza controllo.
Un’ira funesta degna di Achille con una pruriginosa escrescenza cutanea mi è spuntata allorché mi sono anche visto preso in giro: “Sa, abbiamo sentito in giro ed abbiamo deciso di adeguarci. E poi con questi prezzi, con quest’euro, le tasse, non possiamo fare diversamente”. Insomma, una speculazione padronale compiuta sulla vita e sui bisogni delle persone fatta passare per una scelta obbligata.
“Sa, io non volevo stuprare quella ragazza, ma ho visto che in giro la tendenza comune era quella, e così mi è toccato stuprarla”.
Avrei preferito un sincero: “Tu sei un poveraccio, io voglio fare più soldi visto che alla gente una casa serve per forza ed io ho in mano un prodotto necessario che posso gestire secondo il mio arbitrio come meglio mi conviene, dunque o mi dai di più o poco importa se te ne vai sotto un ponte. Anzi, compro anche il ponte e ti sfratto pure da lì”.
Signor Volpe (è il nome del padrone): so che lei ha diverse proprietà ed una fabbrica. Le auguro tutto il male possibile, ma, ovviamente, qualora scoppiasse un incendio in qualcuno dei suoi stabili e lei ci si trovasse coinvolto, mi dispiacerebbe se morisse in tempi troppo brevi e senza un’agonia sufficientemente dolorosa.
Ciò che più mi indigna però è lo spirito di rassegnazione che si respira persino tra chi è vittima di un simile meccanismo di profonda ingiustizia. Invece di riconoscere in chi si trova nella mia stessa condizione di classe una rabbia pari alla mia, riscontro un ottuso giustificazionismo da schiavo con la sindrome di Stoccolma: “E che ci vuoi fare, d’altronde è il mercato che va così: domanda ed offerta”. Il Mercato. Ma che cazzo significa? Che cazzo è ’sto mercato de mmerda?
Quando si parla di mercato, sembra quasi che ci si riferisca ad un’entità autonoma e divina che aleggia, decide ed ordina ed alla quale bisogna sottomettersi ed obbedire ciecamente.
Una buco di 50 metri quadrati viene venduto a 550000 euro? Eh beh, ma è vicino a Termini, il mercato lo richiede. Seguendo questo ragionamento, immagino che la fogna che passa sotto la Stazione Termini debba costare come minimo 800000 euro, piscio incluso, doppi ratti.
Una stanza singola viene affittata a 500 euro quando lo stipendio base è di 800 e ti restano 300 per nutrirti, vestirti, spostarti, pagare le bollette, curarti, nella speranza che non ti si fulmini nessuna lampadina? Ma è il mercato, cosa ci possiamo fare?
Ora, il mercato è composto dai singoli individui e dai loro scambi in qualità di soggetti economici. Ergo, essendo in questo caso una somma di delinquenti, questa figura mitologica del mercato deve essere contestata senza soggiacerne. Accettare tutto in nome del mercato, a meno che non si abbia un tornaconto personale (cioè, a meno che non si appartenga al ceto ricco dominante), è da servi idioti che baciano il mantello di chi li frusta.
In fondo, perché condannare Giovanni Brusca se ha ordinato di sciogliere un bambino nell’acido? Era il mercato che lo richiedeva: io faccio affari; se un pentito parla, mi rovina la piazza; dunque, devo pensare ai miei interessi finanziari e correre ai ripari, facendogli squagliare il figlio.
Accogliere passivamente le soverchierie dei padroni che decidono i prezzi a proprio piacimento per ingrassarsi sulla pelle dei più deboli è da imbecilli. Chi ha stabilito che questo mercato debba essere legge assoluta ed indiscutibile? Se vogliono farvi credere che il mercato sia dio, non dimenticate mai due cose: sono gli uomini ad inventare gli dei; gli dei possono essere bestemmiati e detronizzati.

Pubblicato su Culo Rosso, vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 3 Commenti »

Una sofferta testimonianza insulsa di vita vissuta mio malgrado

Pubblicato da sdrammaturgo su Mercoledì 12 Aprile 2008

Sottotitolo: perché guardi la pagliuzza nel mio occhio e non ti accorgi che ti stanno rubando la macchina?

Voglio fare una denuncia di alto contenuto sociale. Devo farla. Gli abusi al di G8 di Genova, vi starete chiedendo? Torture sugli animali? Fame nel mondo? Guerra in Iraq? Siete completamente fuori strada. Di più, molto di più: telefonia mobile. E va be’, mica posso sempre occuparmi di massimi sistemi. Ah, perché, quando mai mi ci sono occupato, dite voi? Beh, a parte che quella volta in cui ho raccontato la mia torbida storia di sesso bollente con una sordocieca, la portata filosofica dell’argomento era di notevole rilevanza. Ma comunque, non è importante come abbia fatto ad abbordare la sordocieca: ciò che conta è che non ho dovuto pagarle la cena. Aveva pure un’allergia alimentare. Ma sto andando fuori tema.
Dunque, molti di voi, eccettuati i lettori, si staranno interrogando sul motivo per cui un rispettabile venticinquenne (la relazione con la sordocieca mi rende rispettabilissimo senz’appello!) senta l’esigenza di dissipare la sua reputazione di intellettuale impegnato, faticosamente costruita con abili menzogne, dedicando un articolo ad una questione tanto faceta. Rispondo volentieri a questa domanda che nessuno mi ha posto: primo, perché devo cercare di distrarmi dal dolore lacerante che la sordocieca ha suscitato in me lasciandomi; secondo, perché è dalle inezie della quotidianità che si capisce meglio il nonsenso dell’intera esistenza. E poi che cazzo, avrò pure il diritto di scrivere un post inutile, no? Ok, ok, “particolarmente inutile”. Uff, e va bene, preciso: più inutile degli altri. Inoltre la vicenda che mi accingo a raccontare mi ha scosso fin nel profondo dell’animo
Allora, i fatti sono questi: giovedì sera mi si rompe il caricabatteria del cellulare. “Ohibò, mi si è rotto il caricabatteria del cellulare”, esclamo, dicendo proprio “ohibò”. L’indomani mattina mi reco bel bello al più vicino centro Euronics (mi pagano per fare il loro nome. Sì, sono un finto sinistroide venduto figlio di papà pieno di soldi che in Italia ovunque è andato ha sempre mangiato bene); dopo un rapido esame dei prezzi dei caricabatteria, mi rendo conto che quindici euro per un adattatore con un filo sono un po’ eccessivi. Quindi mi volto e, meraviglia delle meraviglie, scorgo sul bancone un fantastico cellulare di ultima generazione: non fa le foto, non ha giochi, non ha il cavo per il computer, non ha un cazzo, ma costa 29.99 euro. “E’ il prodotto che fa per me”, mi dico subito. Motorola Motofone F3, tecnologia ClearVision, ultrasottile, massima durabilità, serve per telefonare. “Tanto vale comprare un nuovo cellulare per quindici euro in più”, rifletto con estremo acume lungimirante. Procedo all’acquisto, guardato come un pezzente dalla commessa. Ti guardano sempre male quando compri l’oggetto meno costoso, specie dopo che hai chiesto se per caso ce ne sia uno che costi ancora meno.
Una volta a casa, arriva il grande momento: l’inaugurazione. Trepidante ed emozionato come un’adolescente che sta per essere stuprata da Riccardo Scamarcio, ma non l’attore, bensì l’omonimo perito agrario, mi accingo a comporre il primo sms. E qui mi blocco quasi subito: non trovo le lettere accentate. Spingo qualsiasi tasto, digito ogni combinazione possibile, mi lancio disperatamente sul libretto delle istruzioni, ma non risolvo l’arcano. E va bene, niente lettere accentate, per ora. Ci penserò dopo. Proseguo con la scrittura del messaggio. Occacchio, non trovo nemmeno il punto. E nemmeno il punto e virgola. E nemmeno i due punti. E nemmeno l’apostrofo, né le parentesi, l’underscore, il punto esclamativo, la barra e qualsiasi altro segno di interpunzione (qualora prima della conclusione di questa frase fossero stati inventati degli altri). Posso disporre solo di trattino, virgola, punto interrogativo e chiocciola. “Come cazzo si aggiunge ’sta merda de punteggiatura, mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio”, sussurro con garbo.
Con l’autostima che subisce atti di bullismo da un tafano (“nemmeno so mettere la punteggiatura su uno stupido cellulare!”), contatto per email l’assistenza della Motorola, affinché mi illuminino su quale formula magica debba recitare in sanscrito per sbloccare certe funzioni. Illustro il problema pieno di vergogna, immaginandomi una strafiga italo-svedese (non so perché me la immaginassi italo-svedese, ma me la immaginavo così) responsabile del servizio clienti alle prese con la mia lettera a ridere di me con tutte le sue amiche modelle che a turno fanno a gara su quale di loro sia quella che provi il minore desiderio di venire a letto con un inetto mio pari.
Due giorni dopo giunge la pronta risposta: “Ci dispiace, il modello a cui fa riferimento non prevede i caratteri a cui lei è interessato”.
Capite?! No, non so se vi è chiara l’assurdità che fa bagnare le mutande ad Albert Camus: quel cellulare è un modello speciale progettato APPOSITAMENTE senza punteggiatura ed accenti!
“I caratteri a cui lei è interessato”. Eh già, sa, ho questa passione particolare per il punto e virgola, sono un collezionista.
Ho avuto la dimostrazione inconfutabile che il meccanismo produttivo capitalistico sia una stronzata mahabaratesca: un ingegnere pagato profumatamente per progettare nuovi sistemi di comunicazione propone un cellulare senza punteggiatura e la proposta viene accolta e lanciata sul mercato come una mirabile innovazione.
Nella mia mente mi figuro uno di quei lunghissimi tavoli ellittici di legno pregiato che si vedono sui film americani in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo che procura orgasmi a Bin Laden con intorno (intorno al tavolo, non intorno a Bin Laden) tutte le alte sfere della Motorola, il consiglio supremo incravattato al completo, per una riunione di lavoro. Si alza in piedi uno: “Mi è balenata un’idea brillante. Aprite bene le orecchie: un cellulare SENZA PUNTEGGIATURA”. “Geniale!” “Straordinario” “Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!”. Coro di approvazione, tutti si alzano in piedi, standing ovation, applausi scroscianti, pacche sulla spalla e strette di mano al vulcanico inventore, milioni di dollari che piovono dal cielo. “Complimenti, lei avrà quella promozione, Giuffolotti!”. Me lo immagino con questo cognome, perché uno che inventa un cellulare senza punteggiatura può chiamarsi solo Giuffolotti.
La disavventura però mi ha riempito di ottimismo, perciò ho deciso di propormi alla Motorola come addetto al settore creativo. Ho già pronte tre idee sbalorditive da presentare: un cellulare senza schermo, un cellulare senza chiamate e, per finire, udite udite, un cellulare senza cellulare.
Pregusto già il successo, la carriera luminosa nell’alta finanza, la scalata fino alle più alte cariche di potere, le orge naziste diffuse su internet, Mike Tyson che mi intenta un processo tarocco per molestie sessuali per rifarsi dei tanti subiti, viene pure creduto e lo vince.
Lunedì torno all’Euronics. “Vorrei cambiare questo cellulare con un altro” “Non si è trovato bene?” “No, sa, è che ho la fissa per l’accento acuto”. Vedo un altro telefono piuttosto economico, 34.90. Lo prendo.
E così ho pagato 4.91 euro la punteggiatura.

Pubblicato su Culo Rosso, vita vissuta mio malgrado | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 4 Commenti »