Beati i poveri, perché moriranno prima

Squillino le trombe, trombino le squillo

Archivio per la categoria ‘vita vissuta mio malgrado’

Un assaggio disgustibustoso

Pubblicato da sdrammaturgo su 4 Agosto 2009

La comicità può essere uno stimolante od un sedativo. Da qualche anno a questa parte la satira è stata spazzata via dai media di massa in favore di un umorismo tranquillante. Modelli imperanti sono ormai i ridicoli ed imbarazzanti Zelig e Colorado Café, in cui l’invenzione artistica corroborante è stata soppiantata dal tormentone ebete soporifero per l’intelletto.
Contro la diffusione di simili narcotici sociali e per chi sentisse il bisogno di un’alternativa, io e lui abbiamo ideato Disgustibus, un format satirico interamente autoprodotto di cui abbiamo realizzato la puntata pilota dalla durata di un’ora circa. Farlo è stato per noi un piacevole dovere nonché un doveroso piacere, una divertente necessità. Lavorare, si sa, non c’è mai piaciuto.
Si tratta di un progetto indipendente che più indipendente non si può, realizzato praticamente a costo zero ed in assoluta autonomia; Disgustibus è una sorta di meta-trasmissione, un viaggio nello squallore quotidiano televisivo, politico, umano attraverso un percorso nei vari e molteplici generi del Comico.
Abbiamo deciso di renderne pubblico un breve estratto.

SE siete curiosi di vedere il resto; SE come noi non avete soldi ed entusiasmo per prestarvi al delirio vacanziero; SE non siete stati risucchiati dallo squallore familista cedendo al tradizionale ritorno estivo presso i vostri procreatori; SE la vostra vita è decisamente insoddisfacente; ALLORA potrebbe interessarvi venire MERCOLEDI’ 12 AGOSTO ALLE ORE 21 al REWILD VEGAN CLUB, Via Giovannipoli 18 (zona Garbatella), Roma, ad assistere alla PROIEZIONE dell’opera nella sua intierezza.
E’ una replica: la prima volta non avevamo promosso l’evento per imbarazzo, incapacità manageriale e refrattarietà al marketing, specialmente autoreferenziale. Ma siccome ha riscosso un successo tale da richiedere una ripetizione, pensiamo che stavolta potrebbe farvi piacere assistere a cinquantanove minuti e venti secondi di satira che in televisione non vedrete mai.
Inoltre è una buona occasione per mangiare e bere vivande che non sono state precedentemente schiavizzate, torturate e uccise.

Dunque, ricapitolando:

MERCOLEDI’ 12 AGOSTO
ORE 21
REWILD VEGAN CLUB (http://www.rewild.it/)
VIA GIOVANNIPOLI 18 (ZONA GARBATELLA)
ROMA

proiezione puntata pilota di

DISGUSTIBUS

programma autoprodotto di satira indipendente ma così indipendente che al confronto *inserisci un paragone a scelta*

Astenersi giocatori di Fantacalcio

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Braccia riconsegnate all’agricoltura

Pubblicato da sdrammaturgo su 3 Febbraio 2009

La vita nei campi non è mai come la raccontano. E’ sempre un po’ meno tragica di quella di Verga, ma assai più turpe di quella di Pasolini; un po’ meno angosciosa di quella di Tozzi ed un po’ più giocosa di quella di Pavese; cruda come quella di Olmi e comica come quella de Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo.
E’ niente di tutto questo e tutte queste cose insieme. Inesauribile (fortunatamente) in poche descrizioni e definizioni, come ogni altra cosa – a parte la moda, che si può riassumere in tre parole dispregiative a scelta.
La vita nei campi non è mai come la raccontano, e dunque non è nemmeno come la racconterò io. Ma, come accade negli altri casi, lo è per una parte, magari piccolissima, che andrà ad aggiungersi allo sterminato, interminabile, mosaico. Ecco, è a quella minuscola parte, vista e vissuta in prima persona, che voglio rendere il tributo della memoria, poiché sento il dovere di ricordare.
La vita nei campi è un po’ Verga ed un po’ Pasolini, un po’ Tozzi e un po’ Pavese, un po’ Olmi e un po’ Pozzetto, molto altro ancora e ancor tutt’altro. Ma una cosa è certa: non ha niente a che vedere con Virgilio e Metastasio.

Qualche anno fa ero come al solito alla ricerca di un lavoro. L’estate paesana non offriva occupazioni stimolanti (d’altronde, quale occupazione è stimolante, a parte l’addetto al riscaldamento delle pornoattrici?) ed io non intendevo certo contravvenire al vecchio imperativo che mi ero posto fin dalla più tenere età: “Il cameriere mai! Piuttosto vado a cogliere i pomodori!”. E fu così che andai a cogliere i pomodori.
Venni assunto come bracciante da Pila, il barista della frazione dall’alvariano cognome, che arrotondava facendo il proprietario terriero sfruttatore di manodopera a basso costo.
“Beh, quantomeno sarà un’occasione per capire cosa significhi lavorare sul serio”. Ed infatti, dopo quell’esperienza, compresi che il lavoro può piacere solo a chi ha lavorato poco o a chi ha lavorato troppo.
Sicuramente, pochi hanno l’esatta dimensione di cosa sia fare il bracciante, come funzioni, di cosa si tratti in realtà. I più, contaminati da vaghe idee georgiche tanto ingenue quanto fallaci, si immaginano magari un crocchio di allegri cantori agresti che van poetando per le distese erbose raccogliendo lieti i frutti della terra. Niente di tutto questo: è una fatica bestiale, che si cerca di alleviare bestemmiando da mane a sera.
Tanto per cominciare, la giornata lavorativa è di dodici ore, dalle sette alle diciannove, con una mezz’oretta di pausa pranzo, per una paga minima che si aggira intorno ai trentacinque euro quotidiani. A pensarci bene, non è poi così male, se paragonata a quella dei minatori nelle solfatare del diciannovesimo secolo.
Il primo giorno, pensando alle miniere di zolfo, mi alzai alle sei e, come Ciàula scoprì luna, io scoprii il sole dell’alba, e mi dissi che ne avrei volentieri fatto a meno. Ho sempre ritenuto, in cuor mio, che Ciàula fosse un coglione. Stai sgobbando come un mulo dell’Unione Sovietica ed invece di maledire l’universo ed il suo creatore vai a pensare al satellite più insulso del sistema solare?! Morto di fame del cazzo.
Con questi pensieri lieti, mi recai al bar di Pila, luogo dell’appuntamento, dove feci la conoscenza di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio (mi piace chiamarli così, mi evita di fare brutti sogni). Erano tutte facce note in paese (pardon, della frazione. Non credo siano mai usciti da Le Mosse, sprofondo barbaro di Montefiascone, se non per andare a puttane a Bagnoregio o Vitorchiano. Chi l’avrebbe mai detto che ci sono puttane pure a Bagnoregio e Vitorchiano, eh?), li conoscevo più o meno tutti fin da bambino. C’era Fetoni, quaranta o cinquant’anni (tanto, per Fetoni, che differenza fa?), famiglia a carico, perennemente sbattuto tra un lavoro saltuario e l’altro per mantenere moglie e figli. Mentre gli altri prendevano il sole a Montalto, lui doveva andare a cavare pomodori. Era sempre incazzato nero, e ne aveva ben donde. Lo ammiravo, Fetoni. E lo ammiro tuttora.
C’era Batore, il buon vecchio Batore, il sempreverde Batore. Da che ho memoria, è sempre stato uguale. C’è chi nasce vecchio, chi nasce giovane. Batore era nato di mezza età mal portata. Con il suo volto truce leggermente incartapecorito, in passato era stato in galera per furto di trattore. Mi piace immaginarlo mentre scappa dall’inseguimento in sella al pasquale, a cinque all’ora, e viene preso da un carabiniere zoppo a piedi.
C’erano quindi un paio di presenze fisse del bar di Pila, due di quei tipi che vedi sempre ma che non sai mai come si chiamino, che se ne stanno seduti sul pianerottolo del bar a guardar passare le macchine, interrompendo solo per i pasti. Dopo averci lavorato insieme una stagione intera, non so ancora come cavolo si chiamino.
C’era infine lui, Uccio, il mitico Uccio, il leggendario Uccio, Uccio il vaccaro. Saettone dentro, Natural Born Peasant, bassotto, corporatura tozza, capelli ricci e fronte millimetrica, voce lievemente gutturale, tra l’ippopotamo ed il babbuino, sembrava uscito da un manuale di Cesare Lombroso. Più giovane degli altri, era il sale della terra, il letame della stalla, un aratro umano. La sua pelle emanava una tenera fragranza di cacio con note di birra e sfumature di stabbio, ricordo di anni ed anni passati in compagnia di ogni animale d’allevamento di piccola, media e grossa taglia. Negli ultimi anni si era dedicato alla custodia delle mucche sotto padrone e nel suo periodo di ferie veniva ad alzare qualche spicciolo in più dando una mano al fido Pila. “Uccio, che fai nella vita?” “Il vaccaro”, ribatteva con un miscuglio di orgoglio e rassegnazione.
“Tu sei il nipote del poro Guglielmo, ve’?”, mi chiesero, volgendo i loro volti in un’espressione di sommo rispetto. “Sì” “Eh, che lavoratore che era ‘l tu’ poro nonno”. Mio nonno materno era una leggenda: muratore infaticabile (ma infaticabile sul serio), non solo lavorava con solerzia da primato, ma aveva proprio la passione del lavoro. Era famoso perché era riuscito a tirar su una palazzina di quattro appartamenti tutta da solo, facendosi aiutare al massimo da un paio di manovali nel fine settimana. Già, perché mio nonno non conosceva domeniche e festivi. Era un inarrivabile campione dell’austerità e dello stakanovismo. “Mejo ‘n omo vestito da ‘na donna ‘gnuda”, è stato il più grande insegnamento che mi ha lasciato. Gli altri furono: “Le sorche magnano altro che merda”, “Quando qualcuno ti fa un torto, roppeje la capoccia” e “Il posto a tavola nun se cambia mai”. La sua filosofia di vita era: bisogna pensare solo a lavorare, tutto il resto è male. Ma sto divagando. Il punto è che appresi subito di portare sulle spalle un’eredità pesante. Che si faceva insostenibile, se si considera che io reputo uno sforzo tutto ciò che esula dalla mia poltrona e ciò che si può fare su di essa.
Pila ci caricò amorevolmente sul cassone del Fiorino e partimmo alla volta dell’appezzamento.
Lì, ad attenderci, si trovavano Bastiano e la moglie, due anziani contadini che avevano sempre fatto i contadini e durante le vacanze si andavano a svagare facendo i contadini.
Insomma, ebbi la fortuna di dividere quell’esperienza con la crème de la crème della bifolcheria nostrana.

La raccolta dei pomodori si svolge così: uno è addetto alla macchina, un trattore con davanti una piattaforma composta da una sorta di lame mobili che penetrano appena appena nel terreno restando sulla superficie morbida e separano i pomodori dalla pianta (il macchinista è l’unico fortunato che può restarsene comodamente seduto, per di più all’ombra della tettoia. Sarà un caso che sia sempre il padrone); gli altri stanno davanti alla macchina, estraggono le piante dalla terra e le buttano sulla piattaforma; sul retro del trattore, una o più donne capano i pomodori gettando sotto le ruote quelli guasti affinché vengano pestati e diventino concime. Il tutto sotto al sole di agosto.
Forse non tutti sanno che tirar fuori le piante di pomodoro fin dalla radice è un’impresa degna de La spada nella roccia. “Excalibur!”, ti verrebbe di esclamare ogni volta che ce la fai – peraltro, spessissimo, nell’estrarre una pianta, ci si trova attaccato sotto un topo, che sguscia via lesto lesto.
In quel periodo, poi, alcuni giorni prima era piovuto, dunque il terreno era ancora un po’ umido. Ecco, strappar via dal suolo le piante di pomodoro con il terreno umido è un po’ come farsela dare da una vergine alla prima uscita.
E’ una grande onta per un uomo essere mandato a capare i pomodori insieme alle donne: è segno che non si viene valutati sufficientemente forti e virili, equivale ad un attestato di sfiducia da appiccicare addosso ad un debole, uno fiacco, non avvezzo alla fatica e non all’altezza del vigore fisico di cui necessita la campagna. Onta dalla quale naturalmente non fui risparmiato. Dopo le prime ore del primo giorno, stremato e grondante, venni fatto accomodare da Pila con gesto magnanimo e compassionevole sul retro del trattore. Ma nei giorni successivi volli rifarmi una reputazione. Oh, io alla stima di Uccio c’ho sempre tenuto.
In genere si procede a due a due ed il mio compagno abituale era Batore. Batore aveva il pallino dei documentari sugli animali. Non se ne perdeva uno. I suoi preferiti erano quelli sugli scorpioni, che lui chiamava shcarpione. Gli trasmettevano un che di perturbante, in senso freudiano-hoffmanniano. Ogni volta che guardava un documentario sugli scorpioni (pardon, sugli shcarpione), la notte puntualmente sognava che la sua casa veniva invasa da milioni di questi puntuti aracnidi che lo assalivano e gli camminavano su tutto il corpo. Ogni giorno mi rendeva edotto sulle abitudini della mangusta e l’alimentazione dello stambecco, sull’accoppiamento dei facoceri e le migrazioni del rondone, sulla regolarità del bisonte e l’invidia del koala. Non facevo che domandarmi dove cavolo beccasse tutti quei documentari, su quale dannato canale. Quando ritenni di saperne abbastanza su coleotteri, crostacei e celenterati (anche se devo ammettere che l’etologia spiegata in dialetto falisco da un analfabeta galeotto è un’esperienza che va fatta), decisi di cambiare compagno per un po’ (ma tornai presto da Batore, ché si era affezionato, e pure io) e mi misi insieme a Fetoni. Fetoni non parlava mai. Stava sempre zitto, lavorando a testa bassa. Ogni tanto smadonnava, quando si sorprendeva a pensare alla propria condizione. Mamma mia quanto era incazzato Fetoni.
Poi, un giorno, all’improvviso, accadde l’inaspettato: Fetoni sollevò poco poco il capo (sempre continuando a darci sotto con le piante, sia chiaro. Non esistevano pause, non si poteva smettere), scosse la testa e proferì una frase colma d’un inusitato ottimismo: “Io, no, quanno mòro, vo su da Gesù Cristo e je dico: sente ‘n po’: ma tu, a me, che m’hae fatto nasce a fa’, pe’ famme ‘n dispetto?”.
A tutt’oggi Fetoni resta la persona più incazzata che io abbia mai conosciuto.
Bastiano, intanto, lavorava sodo, più sodo di tutti. Quando il trattore non si metteva in moto, abbaiava a denti stretti un “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e subito il trattore ripartiva.
La moglie era a dir poco entusiasta. Per lei la raccolta dei pomodori era un’emozione unica che si ripeteva ogni anno, rappresentava ciò che Woodstock rappresenta per un hippie. Una volta mi incalzò: “Certo, è fatica, ma c’è proprio soddisfazione a coja ’sti belle pummidore. Guarda quant’è bello ’sto pummidoro, guardolo, guardolo!”, gridando quasi invasata ed imponendo il pomodoro alla mia vista, davanti alla faccia a due centimetri dagli occhi, con gesto stentoreo. “Sìsì, eccezionale, bello davvero, mai visto nulla di simile”. E si lamentava di quanto poco volenterose fossero le nuove generazioni: “Certo che voe magnardo e beardo sine, ma lavorardo none”.
Degli altri due udii la voce una sola volta. Anzi, di uno solo. Uno degli ultimi giorni, servendo maggiore manodopera, arrivarono tre ragazzi del Bangladesh. Uno dei tipidabar tentò la socializzazione e l’integrazione: “Tiè, voe fuma’?” “No, grazie, io fa yoga” “Ah, ti chiame Yogurt, mo’ emo capito”.
E Uccio? Uccio era il protagonista indiscusso della pausa pranzo.
Si mangiava all’ombra di un vasto albero, tutti in cerchio, tra mille vivande. Sarebbe stata una scena bucolica, se non fosse stata per le pertinaci armate di mosche che soltanto le scoregge di Pila riuscivano a respingere.
Essendo sempre stato mortalmente schizzinoso, mi lanciavo subito sul pane urlando: “Taglio io!”, pressappoco come da piccoli si urla: “Stella!” in seguito a: “Un, due, tre”, dopo aver visto che Uccio tendeva ad impugnare fieramente il filone con le mani marroni per la fanghiglia.
Una volta mi vide scacciare una mosca dal mio piatto e subito mi tranquillizzò: “Nun te preoccupa’, que’ nun so’ mosche de città, que’ so’ mosche de campagna, so’ pulite, al massimo magnano la merda”. Mi sentii rincuorato.
Uccio scolava due bottiglie di prosecco della Valdobbiadene, gentilmente offerte da Pila che le prendeva in offerta all’ingrosso per il bar, e riprendeva a lavorare come se niente fosse. Non era un vaccaro, era un toro.
Il pranzo ce lo portava la moglie di Pila, la sora Carmela, che non appena se ne andava, veniva salutata dalle dolci parole del consorte, il quale si voltava verso di noi e sussurrava: “A rega’, dateje ‘na palata, ammazzatemela”.

Fu durante un pranzo che il drappello venne scosso da una notizia mirabolante. Pila si erse in piedi ed annunciò: “Oh, domani a capa’ le pummidore vene pure la pushtina”. Lo stupore avvolse la combriccola attraversandola in ogni nervo. Subito fu un coro di sbalorditi: “No, ma che davero?! La pushtina! Magara! Alé! Che culo!” “Bona, la pushtina, bona!” “Finalmente domani la fica!”.
Mi guardai intorno: Uccio si grattava il culo, Fetoni finiva la pasta zitto, incazzato più che mai, Batore spolpava una salsiccia con tutta la pelle, Pila scoreggiava e rideva, Bastiano levava la zella dalla catena del trattore e la moglie ammirava estasiata i pomodori (gli altri due boh, non li notavo). Possibile che una bella donna potesse venire in mezzo a quel rusticissimo manipolo in cui manco la moglie di Bastiano spiccava per femminilità?
Mi riservai un minimo di cauta incredulità, ma confesso che il giorno dopo andai a lavorare con un certo animo speranzoso. Le esili illusioni ci misero ovviamente un attimo a cadere: la pushtina, la postina, la moglie del postino della frazione, era una pertica da un’ottantina di chili, capelli raccolti in una coda unta, zinne tanto enormi quanto basse, fianchi larghi, molto larghi. Il ritratto dell’abbondanza, ma più quella di una pila di facioli co’ le cotiche che quella di un cesto di frutta caravaggesco.
Ammappala se era brutta.
La pushtina, sogno erotico di tutta la frazione. Per la prima volta ebbi la chiara percezione che anche il gusto estetico sia un fatto prettamente culturale.
In compenso, era una persona squisita e delicata. Ma chissà perché mi tornava sempre in mente il paragone con la pila di facioli co’ le cotiche. Mi prese però subito in simpatia. Un giorno, sempre all’ora di pranzo, mi palesò la sua ammirazione: “Bravo, tu sì che sei ‘n bravo fijo, che viene a impara’ a lavora’. Ormai mica ce viene più nessuno a fa’ ’ste cose. Tanto se sa che alla fine que’ te tocca veni’ a fa’ ne la vita”. Al che io, inguaribile sognatore: “Ma io studio, ora faccio l’università, un’altra attività la trovo, magari in qualche casa editrice e…” “Seh” mi interruppe prontamente con la saggezza di chi sa come funziona l’esistenza “Te piacerebbe. Vedrai che tra qualche anno ce ritroveremo qui a cava’ le pummidore insieme”. Postina di merda, vacca laida iettatrice.
Fatto sta che fece presto breccia nel cuore di Uccio e grazie a loro potei assistere ad un approccio d’altri tempi, l’approccio anacronistico. Già, uno si chiede sempre: “Chissà come si approcciava una volta” (o almeno, io me lo chiedo. E se è per questo mi chiedo pure se prima dell’invenzione e della diffusione della carta igienica, i culi prudevano di più o l’abitudine ai tarzanelli permetteva di sopportare meglio l’irritazione. Ci hanno preceduto generazioni di esseri umani dal culo rosso, sporco ed incendiato). Grazie ad Uccio e la pushtina, ora lo so. Uccio si avvicinò e, porgendole la bottiglia, propose con aria baldanzosa: “‘N po’ de vino?” “Sine, che l’acqua fa veni’ le ranocchie” “Allora annamo d’accordo”, annuì con ghigno assassino. Il Vaccaro e la Postina. Sarebbe stato un soggetto interessante per Hesse. Gottfried Hesse, il ciabattino di Tubinga sud.
Mi capitò anche di sentirmi in colpa nei confronti di Uccio, di Uccio e dei suoi sentimenti. Una volta, infatti, tra una pianta e l’altra, mi fece: “Stasera che fae?”. All’epoca ero fidanzato, alla mia prima storia seria, e senza star a pensarci su risposi: “Stasera mi vedo con la mia ragazza” “Ah, allora je dae. Bravo, bravo. Domani tocca a me: vo al night de Brachino”. Ecco, io andavo dalla mia ragazza e lui andava in un bordello di infimo ordine. Non mi sono mai perdonato di avergli sbattuto in faccia il mio privilegio socio-sessuale. Ma probabilmente lui non vi badò neppure. Forse una scopata vale l’altra, per Uccio. Io mi sentii ugualmente in colpa, ma poi il rimorso venne allontanato da un pensiero più gravoso ed incombente: pensa quella povera prostituta a cui capita Batore.

E poi…poi arrivò il camion a caricare le cassette dei pomodori. Finì l’estate, Pila tornò al bar, i due anonimi tornarono sul pianerottolo del bar, Batore tornò a far non so cosa, Bastiano e la moglie continuarono a fare i contadini, la postina rimase brutta, Fetoni rimase incazzato, Uccio riprese a fare il vaccaro. Ed io…beh, a me restò la certezza che avrei conservato per sempre nella memoria quell’esperienza, serbandola nello scrigno di gran pregio dei ricordi più preziosi come la più bella della mia vita. Sissignore, la più bella della mia vita.
“La campagna è fatica,/la campagna è dolore”, scrive Cesare Pavese in un componimento de La terra e la morte. Ma la campagna è anche qualche risata, insospettabile ed unica, teatro a cielo aperto, commedia di un’umanità vera, genuina, ora brutale, ora nobile.
E di tanto in tanto un pensiero tormentoso mi assale: se Uccio, il vaccaro di Montefiascone, fosse nato nell’Illinois, lo avrebbero chiamato Hutch ed avrebbe potuto dire di essere un cowboy. Quando si dice l’ingiustizia di venire al mondo nel posto sbagliato con la lingua sbagliata.

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Rosicare stanca – Quasi-non-commedia in meno di mezzo atto

Pubblicato da sdrammaturgo su 19 Gennaio 2009

Sottotitolo: Prima era il dolore, poi subentrò lo sconforto

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Sottana del sottotitolo: Tipo Aspettando Godot, ma peggio

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Personaggi

Claudimiro

Fulvigone

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Concerto de Il Genio, con fica.
Sera.

Claudimiro e Fulvigone stanno sotto al palco, in piedi, prima fila, pressati nell’estenuante divertimento degli avventori del locale. Tutt’intorno, numerosi giovani effettuano fotuzze.

*

FULVIGONE Mi sono già stancato di stare in piedi.

CLAUDIMIRO Mi chiedo cosa ci vorrà mai a mettere le sedie. Ma soprattutto: perché la gente non suole sedersi? La cena in piedi, il cocktail da sei euro in piedi…Finiranno tutti per invidiare i cavalli.

FULVIGONE E’ che alla gente piace muoversi, ballare, fare casino. Io non voglio fare casino: io voglio stare seduto e guardare il concerto. Poi uscire e stare seduto a bere e mangiare. Insomma voglio stare seduto.

CLAUDIMIRO Uh, eccoli, comincia.

FULVIGONE Ho visto due volte Il Genio e zero Paolo Conte. Bisogna non farlo sapere in giro.

CLAUDIMIRO Figurati, nessuno lo verrà a sapere. E poi puoi sempre dare la colpa a me: sono io che ti ci trascino.

*

Entra Alessandra Contini, saluta il pubblico, prende il basso ed inizia a cantare. Claudimiro si trasforma in una fan dei Backstreet Boys lobotomizzata in un manicomio londinese del XIX secolo: sguardo ebete, occhi fissi, sorriso chimico, struggimento soapoperistico interiore.

*

CLAUDIMIRO Oddio, guardala. No, dico, guardala. E’ perfetta, maledizione, perfetta. E’ così eterea, così delicata, così sorridente e fragile, così sensuale ed ironica, così semplice e magnetica, è così…

FULVIGONE E’ fregna.

CLAUDIMIRO Per l’appunto. Il mio è amore vero. In questi giorni ho realizzato una cosa tremenda: io per lei diventerei monogamo. Sai, uno di quegli esseri dediti alla coppia che vanno a lavoro e tornano a casa felici di trovare una sola donna, che magari ci fanno una tana insieme e smettono di pensare alla molteplicità della fica.

FULVIGONE Sì, ho presente, ne ho sentito parlare.

CLAUDIMIRO E poi sono doppiamente sfigato: l’uomo comune se ne farebbe una ragione: la percepirebbe come personaggio pubblico e di conseguenza come una sorta di entità astratta slegata dal reale. Io, non patendo – e non concependo neppure – lo show business, la vedo come una ragazza normale, come tutte le altre, che avrei potuto incontrare in giro. Come una ragazza normale che suona. Una ragazza normale che suona e non me la dà.

FULVIGONE Già, non ha niente di diverso rispetto a qualsiasi altra ragazza che si trova qui dentro stasera. A parte il fatto che è più fregna.

CLAUDIMIRO Quantomeno concentrare la sofferenza su di lei aiuta a non patire la presenza dell’alto numero di passere da cui siamo circondati in questo momento. Voglio dire: una volta che hai visto lei, tutte le altre passano in secondo piano, non le noti più e smetti di angustiarti al pensiero: “Anche stasera sono venuto a conoscenza dell’esistenza di altre donne che non scoperò”.

FULVIGONE Ogni donna è un ripiego.

CLAUDIMIRO In un sano regime di ayatollah almeno avrei potuto comprarla. Avrei dato al padre i miei onesti otto cammelli ed ora sarei un uomo legalmente felice. E invece no: noi vogliamo fare i fighi, la libertà di qua, i diritti dell’individuo di là, ed ecco il risultato. Lei è libera di non darmela ed io ho il diritto di attaccarmi al cazzo. Bella cosa ’sta democrazia, sìsì, bel cazzo di capolavoro, complimenti a tutti. Fanculo.

FULVIGONE Beh, potresti sempre istituire la figura del groupie o diventare il suo stalker ufficiale.

CLAUDIMIRO Naturalmente ci sto già pensando. Ma c’è un elemento che mi fa capire che tra me e lei ci sarà sempre una transenna: io devo pagare dieci euro per vederla da lontano.
Che sfiga nascere nella società dello spettacolo dalla parte dello spettatore. Sono un coglione debordiano.
Lo sapevo che non ci dovevo venire. Che insopportabile frustrazione. C’è chi nella vita desidera una marea di cose: viaggi, denaro, salute… Io ne voglio una sola: Alessandra Contini. Poi mi starebbe bene anche una baracca in provincia di Rieti senza muovermi mai, cene a base di scarti della mensa Caritas ed un tumore. E invece niente: scoppio di salute e mi faccio pippe sentimentali.

FULVIGONE Dai, ora non farti rapire dalla poesia. Piuttosto usciamo, che il concerto è finito. Andiamo a cercarci un tavolo fuori, onde coronare il mio sempiterno sogno di sedia.

*

Vengono sommersi dalla calca festante dei professionisti dello svago.

*

FULVIGONE Comincio ad odiare i giovani.

CLAUDIMIRO Questo entusiasmo mendace, questa euforia impropria.

FULVIGONE Ci sono due sedie libere sotto a quel correttore di stagione (=il fungo termico da riscaldamento esterno, N.d.R.)

*

Si siedono. Il cielo stellato sopra di loro, la mortificazione esistenziale dentro di loro

*

CLAUDIMIRO (Guardando le stelle) Pensa: in questo bagliore d’infinito, là fuori, da qualche parte, chissà dove nel mondo, c’è qualcuno che la scopa o l’ha scopata.

FULVIGONE E’ proprio vero che l’universo è denso di misteri inenarrabili.

CLAUDIMIRO Ma proprio uno che si slaccia i pantaloni davanti a lei, estrae il pene e lo inserisce nel suo orifizio principale oppure in quello orale o financo in quello metafisicamente proibito. E lei è contenta di ciò.

FULVIGONE (Metafisico) Deve essere una bella soddisfazione buttarlo al culo a fregne di un certo livello.

CLAUDIMIRO Oh no. No no no. Dannazione, no.

FULVIGONE Che succede???

CLAUDIMIRO Eccola. Sta uscendo e viene da questa parte. Ti prego, fa’ che non si sieda vicino a noi com’è successo la volta scorsa. E’ un dolore insostenibile averla a venti centimetri e dover stare attento anche a non guardarla per non precipitare irrimediabilmente ai suoi occhi nella categoria del fan curioso.

*

Si sistema al tavolo accanto

*

FULVIGONE E te pareva.

CLAUDIMIRO Bene.

FULVIGONE Male.

CLAUDIMIRO Sì, tutto sommato male.

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Che poi lei magari si starà chiedendo perché non le si avvicina nessuno: “Quando non ero nessuno ero assediata da provoloni ed invece ora tutti hanno un timore reverenziale e restano in un angoletto col pisello tra le gambe”.

FULVIGONE Capirai, è già difficile con la cameriera che è la regina del tavolino, figuriamoci con la cantante che è la regina della serata. Eppure tutti che ti dicono: “Su, provaci, che ti importa, ti diverti”.

CLAUDIMIRO Io non mi diverto a provarci. Io mi diverto a riuscirci.

FULVIGONE Potresti tentare la carta intellettuale.

CLAUDIMIRO Sì, potrei andare lì e dirle: “Hai mai letto Gombrowicz?” “No” “Fa nulla, tanto era solo una scusa per portarti a letto”.

FULVIGONE Beato chi non pena per la fica. Io penso solo a mangiare, scopare e speculare sul senso di tutto questo.

CLAUDIMIRO Già. Se penso a mio padre… Tranquillo e contento con una sola donna in tutta la vita. E per di più mia madre.

FULVIGONE Chissà quand’è che uno smette di pensare alla fica ed a godersi la vita ed indossa i panni del marito lavoratore disinteressato a tutto il resto. Sarei curioso di sapere quali meccanismi scattano, se il processo è immediato ed automatico oppure lento e per gradi. “Alé, alé, usciamo, se scopa, tutta vita”, poi all’improvviso tac, moglie, figli, parenti, weekend fuoriporta, il tutto con una certa soddisfazione.
Io della vecchiaia non temo tanto il decadimento fisico, quanto il dover iniziare a vestirmi da vecchio.

CLAUDIMIRO Non divaghiamo. Qui il problema è uno e grave: Silvio Muccino, in virtù del suo censo, ha più possibilità di me di conquistarla, trovandosi tra pari a qualche festa mondana.

*

Silenzio

*

FULVIGONE Bah, andiamocene. Torniamo quando saremo socialmente più elevati. Non ha senso venire qui da proletari.

*

Escono, incamminandosi per le strade buie della notte deserta

*

FULVIGONE Ecco, servirebbe una cosa simile (indica un manifesto pubblicitario)

*

CORSO DI AUTOSTIMA
di Daniela Moretti
Impara a prendere le decisioni importanti
Fa’ tue le opinioni vincenti
Per avere maggiore fiducia in se stessi e sprigionare sicurezza
Per essere più convincente ed efficace sul lavoro e nella vita privata
Prime tre lezioni gratuite
*

CLAUDIMIRO Io mi sento più in linea con quest’altro (indica il cartellone a fianco)

*

CORSO DI MALINCONIA
di Alberto Dureri
Impara a patire il nonsenso del tutto
Avverti la vacuità dell’esistenza
Deprimiti nel tedio
Apprendi tutte le tecniche più innovative di scoramento e resa
Disperazione in omaggio

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Ed ho anche un’irritazione al glande.

FULVIGONE Allora non crucciarti: metti che ti fossi avvicinato, avessi iniziato a parlarci, lei fosse rimasta colpita, fosse scattato il colpo di fulmine, foste state presi dal turbine della passione, lei ti avesse invitato a salire in camera sua e ti fosse saltata addosso, tu non avresti potuto farci sesso.

CLAUDIMIRO Cavolo, vero. Tutta colpa di quest’irritazione al glande! Altrimenti ce l’avrei fatta.

FULVIGONE Che sfiga.

CLAUDIMIRO Già.

*

Arriva l’autobus notturno con il suo carico di barboni ronfanti


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Amore di nonna

Pubblicato da sdrammaturgo su 26 Dicembre 2008

Sottotitolo: Non è un caso se si chiama nonnismo.


Di mamma ce n’è una sola. Di nonne invece ce ne sono talvolta anche due.
L’amore è raddoppiato, l’incremento di affetto è notevole.
Qualche anno fa è morta mia nonna materna. Donna pia (ma pia forte), non si è mai persa una messa, un rosario, un vespro, una novena. Una vera professionista del triduo, una stakanovista dell’orazione, una recordwoman dell’angelus. Tutti i giorni in chiesa, seguendo pedissequamente ogni dettame cattolico, chiedendo sovente la consulenza del frate per non correre il rischio di commettere qualche peccato nascosto nel condimento troppo arrogante dei rigatoni. Mai una parola fuori posto, nessun moto che potesse sembrare vagamente superbo, mai una maldicenza, mai una presa di posizione. Tutta votata a mitezza, umiltà, passività totale, dedita solo al Signore ed alla famiglia, di un’ingenuità disarmante. E’ morta senza credere all’esistenza del fax. Eh, santa donna. A quest’ora si sarà già resa conto della fregatura.
Chi è ancora ben in salute è invece mia nonna paterna: smaliziata, una che sa come va il mondo, donna di carattere, un tipo giovanile (perlomeno rispetto alle matriarche della prima colonia fenicia).
Ah, quanto le devo! Quanta dolcezza, quanta tenerezza, quanto orgoglio ha sempre dimostrato nei miei confronti fin da piccolo! Come quella volta in cui, bambino, me ne stavo con il mio ruspantissimo amico Fiore ad analizzare e commentare l’orto della pòra Ada. “Oh, ha piantato dieci finocchi, sono tanti!”, dissi. “Macché, so’ pochi”, corresse prontamente il mio rustico ed esperto sodale. Amorevolmente, intervenne mia nonna a stabilire una volta per tutte la verità: “C’ha ragione Fiore: so’ pochi, lui sì che ce capisce, tu che ne voj sape’?”.
E poi, crescendo, quando si avvicinava l’età per prendere il motorino, lei era lì, pronta a rassicurarmi: “Nonna, vado a fare un giretto con il Dingo del nonno, tanto sono capace” “Ma quando mai, nun sei bbono”.
E più maturavo io, più aumentavano il suo calore umano e la sua stima per il suo diletto nipote. Una volta, approssimandosi gli anni della ragione, stavo conversando con un paio di amici sui segreti della giovinezza: “Sento che è come se non fossi mai stato adolescente, come se fossi passato immediatamente dalla preadolescenza all’età adulta”. Subito mi fece eco lei, la mia cara ava: “Ma quale omo, che sei un regazzino, sei”.
Finché arrivò anche il momento del primo amore: i diciotto anni, e con essi, la mia prima vera fidanzata. Alta, bella, magra e soprattutto figlia di dottore: a mia nonna capitò di conoscerla e non le parve vero. “Tienitela stretta, che a te quando te ricapita?”.
Così pure quando tre mie amiche particolarmente avvenenti, eleganti ed intelligenti vennero a passare un fine settimana con me nel mio paese d’origine: mia nonna le vide e volle subito mostrare la propria sterminata ammirazione verso di me (della quale peraltro non aveva mai fatto mistero): “Ma pensa un po’… Mica pensavo che tu ci potessi avere amiche così belle”.
Oh, che preziosa cosa è stata il suo prendere sempre sul serio le mie idee, i miei pensieri, i miei valori! “Io non mangio carne, né alcun altro cibo di origine animale, poiché sono nemico della violenza, nutro uno sconfinato rispetto per l’alterità, sogno un mondo in cui l’etica prevalga sull’egoismo e l’avidità!” “D’altronde è l’età, ’ste fissazioni so’ normali, voj esse a la moda. Bah, te passerà”.
Come dimenticare il suo ritenermi un gioiello, il migliore, unico? “Il nipote de la Rita ha fatto ingegneria, s’è laureato, è bravo tanto, mo’ lavora, guadagna bene… Mah, pure tu qualche cosa nella vita la combinerai…”. Fiducia che rinnovò (semmai ce ne fosse stato bisogno) sentendo parlare dei miei successi universitari: “Insomma dice che studi, dai l’esami, piji trenta… Mah, sarà vero…”.
Nonnina, nonnina mia, come sei buona, con quei tuoi sguardi affettuosamente rassegnati allorché mi dici: “Ma che farai là pe’ Roma… Pensa a fatte una posizione sociale, datte da fa’, dacce qualche soddisfazione”; quei tuoi insegnamenti così dignitosi, tipo: “Quando conosci uno potente, staje appresso, fatte vedé che ce sei sempre, portaje la borsa, passa avanti a quell’altri, che tanto per te nun ce pensa nessuno”; quella tua costante espressione delicatamente dubbiosa, quel tuo discreto scuotere la testa sconfortata come di chi crede profondamente in chi ha davanti.
Nonnina, nonnina mia, io ti guardo, ti vedo ancora così tanto vispa, arzilla, attenta e mi dico che ciò che conta è che sei ancora viva. Li mortacci tua.

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Destino orbo

Pubblicato da sdrammaturgo su 17 Agosto 2008

Sottotitolo: La sorte ti insegue e ti tira giù i pantaloni

Sotto-sottotitolo: Cronaca di un’agonia burlona

E’ la notte tra il sedici ed il diciassette agosto, è sabato, domani sarà domenica (anzi, è già domenica, e si sente), dunque sei nel bel mezzo del tanto temuto ponte di Ferragosto.
Sei chiuso nella tua stanza seminterrata, con qualche sporadico spione che butta l’occhio quando passa davanti alla tua finestra. Nessuno resiste, così il pegno che devi pagare all’afa è mostrarti a chiunque abbrutito ed in mutande alla scrivania per non dover tappare le serrande.
Passi l’estate in città, per vari motivi: non hai il becco di un quattrino per andartene altrove, ma ti illudi che si tratta della tua mancanza d’entusiasmo che ti fa provare orrore per il concetto stesso di vacanza. “Non sono povero, è lo spleen”, ti convinci.
Dai tuoi, la tua autonomia finisce dopo appena due giorni. Cessata la flebile sopportazione, cominci a rivalutare parricidio e matricidio. Inoltre il punching-ball in piazza per la sagra paesana ti fa provare un’insana invidia per i malati terminali di sclerosi multipla, quindi no, non è il caso, meglio tornare a casa, nella metropoli incandescente e desolata.
Masturbarti davanti ad un porno con disabili sarebbe l’unico modo per dare una svolta a questa serata. E lo fai.
Poi, improvvisamente, ti si spalanca una voragine allo stomaco. Fame, incontenibile, insostenibile fame. In frigo non hai nulla, ché sei rientrato solo oggi dopo due giorni di rustico ritorno alle origini nella terra natale.
“Va be’, aspetto che apra il fornaio dietro casa”. Ma è mezzanotte ed il panificio apre alle due. Due ore: chi ce la fa a resistere ben due ore ad una simile fame? “Merda, domani è domenica: il forno resta chiuso”. Problema risolto. Ti balena l’idea che per risolvere la crisi alimentare nel Darfur sarebbe sufficiente un calendario di sole domeniche o, in alternativa, una pestilenza. Domani lo proporrai al comitato che assegna il Nobel per la Pace, decidi. Ma ora bisogna pensare a questioni ben più serie, tipo come raggiungere il kebabbaro di San Lorenzo senza fatica per fare incetta di felafel. Non hai la macchina, non hai il motorino, non hai la bici né il monopattino e non ci sono notturni comodi. Ti guardi i piedi e bestemmi.
“Un mezzo privato costa troppo e poi non voglio essere l’ennesimo cittadino che pompa CO2 nell’aria e bla bla bla”: sei uno spiantato ecologista di merda, ti dici.
Indossi al volo le prime cose che ti capitano in mano: calzoni da lavoro, maglietta verdona inguardabile che usi per stare in casa e scarpe da ginnastica con cui vai a correre. E via, verso la forzata marcia notturna.
Per le strade non c’è un’anima. Pure i barboni sono in villeggiatura e ridono di te mentre si fanno massaggiare la schiena dalle cinesi in spiaggia.
Due chilometri a fette attraverso una desertificazione urbana in cui il cimitero del Verano spicca per vitalità.
Arrivi sudato a destinazione e scopri l’imponderabile: il tuo kebabbaro di fiducia è chiuso. Chiuso, esattamente. Non ti aveva mai tradito: gli stakanovisti che lo gestiscono condiscono riso anche sotto un bombardamento, ma stanotte, questa stramaledetta notte del ponte di Ferragosto, hanno deciso che basta, ci si va a divertire alla faccia tua.
Subito un interrogativo ti attanaglia: “Ma dove cazzo deve andare in vacanza quel panzone occhialuto siriano? Se dicesi orizzonte la linea apparente che delimita il raggio visuale di un luogo, per lui dicesi orizzonte la linea apparente posta mezzo metro davanti al bancone”.
E te lo immagini spaparanzato su una spiaggia caraibica (che poi al massimo sarà Torvajanica, ma nei tuoi incubi vigili ha l’aspetto di Panama) attorniato da modelle in topless che friggono felafel per lui in riva al mare.
E sai già che quando riaprirà e tu tornerai inesorabilmente a nutrirti della tua droga, lui ti guarderà dall’alto in basso poiché saprà benissimo che in quella bollente e vuota notte tra il sedici ed il diciassette agosto, mentre lui si godeva il sole e la fica, tu avevi strisciato ad elemosinare un rotolo medio con patate piccanti, zucchine e cetrioli.
In cuor tuo ne sei cosciente, proprio come in cuor suo egli ne sarà cosciente e quando i vostri sguardi si incroceranno di nuovo, non avrai neppure la forza ed il coraggio di chiedere “poco piccante, per favore” e sarai costretto a mangiare ceci con la lava.
Intanto, sei grondante, malvestito, incazzato e sempre più affamato.
Con orrore, vieni a conoscenza del fatto che persino gli altri due kebabbari di ripiego sono chiusi. Mentre cerchi di non lasciarti traumatizzare dalle tue immagini mentali gremite di kebabbari che bisbocciano a Santo Domingo indossando una maglietta con la tua faccia, noti che in lontananza la rosticceria delle piene emergenze non delude mai.
Si tratta di una pizzeria al taglio malmessa e malfamata che più malmessa e malfamata non si può. Fatiscente, sporca, mal frequentata: ti specchi in una vetrina, osservi come sei conciato e capisci che fa perfettamente al caso tuo. E’ la rosticceria ideale per chi si aggira di notte come un disperato nel quartiere che ad agosto viene abbandonato pure dalle blatte.
Entri, ordini, prendi una bibita.
Adesso ti stai saziando, hai la quiete dentro e tutt’intorno a te. Ti senti quasi bene e sollevato.
E allora perché, perché, perché mentre stai curvo e scomposto con la bocca sporca di pizza al pomodoro a scolare una bottiglia da mezzo litro di chinotto, abbigliato come un profugo in un locale di infimo ordine, perché, perché cazzo proprio in quel momento devono entrare tre ragazze carinissime?
Speri quantomeno che non ti notino, ma è impossibile: ci sei solo tu, lassù in quell’angoletto, solo come un tubero in un tavolo da otto.
Ti guardano e sai benissimo che stanno pensano “poverino”.
Ti sbrighi a finire, ingozzandoti e pagando in fretta. “Non guardatemi, non guardatemi! Io non sono così, non sono così!” vorresti gridare, ma hai del prezzemolo in mezzo ai denti.
A passo svelto raggiungi la fermata del notturno, ma non passa mai, così capisci che è meglio rassegnarsi e proseguire a piedi.
Ed è proprio quando sei abbastanza lontano dalla fermata che vedi sfrecciare il 2 notturno, il dannato 2 notturno, il fottutissimo 2 notturno.
Altri due chilometri a scarpinare, stavolta con pizza e chinotto sullo stomaco.
Finalmente sei di nuovo a casa. La miscela esplosiva di carboidrati conditi ed agrume gasato si fa subito sentire: imperativo categorico, cacare, fortissimamente cacare.
Ti siedi sulla tazza ed il perno in plastica del sedile cede sotto le tue scoregge. Lo devi sostituire. Fortuna che hai il pezzo di ricambio nel ripostiglio: almeno una cacata comoda non ti sarà negata. Basta che trattieni ancora un po’. Resisti, ed il candore delle mutande ne risente.
Così ti ritrovi alle tre di notte a maneggiare con la tavoletta del cesso.
Alzi gli occhi al cielo ed esclami silenziosamente: “Dio, io non piaccio a te e tu non piaci a me, ma io non te l’ho mai fatto pesare”.
Impari alfine una grande verità: agosto è il mese più freddo dell’anno, specialmente in Antartide.

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Le rimembranze scomode, o del primo amore e delle ultime verità

Pubblicato da sdrammaturgo su 3 Agosto 2008

Sottotitolo: La verità, vi prego, sull’amore, risparmiatemela

Sotto-sottotitolo: Verranno a chiederti del nostro amore. Tu nega

Titolo sottomesso: Beauty is Truth, Truth Not

Titolo ultima ruota del carro: Il Vero è nemico del Poetico

*
Ah, il primo amore. Quanta gioia, quanto entusiasmo, quanto mistero. E quant’è bello se poi si rimane amici con la persona che per prima ha fatto breccia nei tuoi sentimenti, scoprendo insieme a te i segreti silenziosi dei palpiti, il trasporto tumultuoso della passione.
Può capitare così di ritrovarsi una calda sera d’agosto a ricordare i bei tempi andati, amanti ieri, fraterni amici oggi, e sorridere quasi commossi del primo reciproco ratto del cuore.
E la memoria corre, malinconicamente serena e paga, ad inseguir gl’istanti perduti che ancora ardono conservati nel petto. E si ride insieme, come allora, diversi da allora, ripercorrendo la rotta dei passati sguardi e tentennamenti ed abbandoni, ad intrecciar parole nuove e antiche ove un tempo si intrecciavan mani e lingue ed esitazioni.
E ci si lascia andare ad un felice rimembrar l’adolescenza, persi tra poesia bambina e calore adulto.

*

LEI Eri così carino a quindici anni…Mi piacevi davvero da impazzire. Ricordi il nostro primo bacio? La vacanza-studio, quell’albergo a Londra…Eri così timido e sensibile…Mi baciasti e scappasti via.

IO No, è che mi ero sborrato nelle mutande.

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Allegoria della mia vita

Pubblicato da sdrammaturgo su 1 Agosto 2008

Ieri sera, mentre stavo parcheggiando in salita la mia scassatissima Uno 45 quattro marce (no, ha vent’anni e passa, quindi non ha nemmeno la quinta), la macchina ha deciso di abbandonarmi spegnendosi irrimediabilmente quando ancora era per metà in mezzo alla strada.
In quel momento è passato un mio vicino di casa, due anni meno di me, altissimo, biondissimo, fighissimo, accompagnato dalla ragazza, trentenne, di una bellezza folgorante.
Offrendosi prontamente e gentilissimamente di darmi una mano, si è messo al volante della mia archeologica automobile per aiutarmi a toglierla quantomeno dalla corsia, mentre io la spingevo su per una pendenza degna della cima Coppi coadiuvato dal mio amico provvidenzialmente sopraggiunto nel frattempo.
Il tutto è avvenuto sotto lo sguardo compassionevole della super passera, i cui occhi erano pieni d’orgoglio per il proprio munifico fidanzato dalla fluente chioma ed il sorriso cristallino, tanto prodigo da abbassarsi a soccorrere un calvo sudato e malvestito che non poteva permettersi neppure una vettura funzionante.
Mentre io, ringraziando doverosamente, chiudevo la portiera al mio trabiccolo, l’efebo altruista si allontanava con la propria donna fuoriserie.

Non sono io ad avere un gran senso dell’umorismo: è la mia esistenza ad averne in esubero.

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Appendice – Gargarisma dell’estate

“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che gli venga in mente di tentare”.

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Faccia da prete. Autobiografismo e digressioni di satiro

Pubblicato da sdrammaturgo su 1 Luglio 2008

Sono un perseguitato. La dea Nemesi mi aspetta ogni giorno davanti casa con un cric in mano. Negli ultimi dieci giorni ben tre ragazze mi hanno detto che ho la faccia da prete. Da prete, ebbene sì. Esattamente da prete. A me, massimo ateo antiteista anticlericale esistenzialmente agonizzante.
Ora, essendo cresciuto in mezzo ai preti – e forse la mia scarsa autostima è dovuta proprio al fatto che non mi hanno mai inculato. Una volta ho servito messa ad un sacerdote che qualche tempo fa è stato arrestato e condannato per pedofilia. E a me non ha mai degnato di uno sguardo. Cosa avevo in meno degli altri bambini, eh?! Probabilmente mi vedeva più come un amico – essendo cresciuto in mezzo ai preti, dicevo, in quanto nato in una famiglia cattolica da madre catechista, conosco assai bene la faccia da prete, so bene com’è fatta: è una faccia da viscido miserabile coglione.
Dunque, a quanto pare ho una faccia da viscido miserabile coglione.
Non so se sto pagando la mia infanzia da chierichetto che voleva prendere i voti o la mia maturità da anarco-comunista libertario. Fatto sta che il bollino da prete mi tormenta fin dall’adolescenza.
Nella località marittima in cui sono andato in vacanza fino ai quindici o sedici anni il mio soprannome era proprio il prete, in virtù del mio passato da bambino che faceva vita attiva di parrocchia. Probabilmente, a distanza di dieci anni, laggiù mi ricordano ancora così. “Claudio chi?” “Er prete” “Ah, ecco”.
La mia disumana autoironia mi portò poi a mascherarmi da prete ad Halloween due anni fa. Perfezionista come sono, curai ogni minimo dettaglio e mi feci crescere appena appena i capelli ai lati per offrire un’immagine più anziana ed ecclesiasticamente filologica. Risultato: un coro di “ehi, ma c’hai proprio la faccia da prete!”.
Ricordo ancora gli sguardi degli avventori del locale in cui mi aggiravo con tre amiche piuttosto fighe (Irene, se stai leggendo, la più figa eri indubbiamente tu!). Ogni persona che mi incrociava conciato in quella maniera sembrava che si stesse chiedendo: “Ma come cazzo fa a stare con queste fighe questo co’ ’sta faccia da viscido miserabile coglione?”.
Ma tant’è, prendo atto della cosa senza abbattermi ed anzi ciò mi dà lo spunto per una digressione di tutt’altro genere. Alla Victor Hugo, per intenderci, ma più con il piglio da Armandino del baretto.
Quindi, via con la digressione.
Allora, essere associato alla fisionomia di un prete taglierebbe le gambe a qualsiasi essere vivente. “Ehi, blatta, hai la faccia da prete” “Oh mio dio, mi getto sulla prima spruzzata di DDT che incontro”. Ma chi vorrebbe immolare la propria vita all’Arte Comica non può che farne un punto di forza. Mi vengono in mente gli attori della Commedia dell’Arte descritti magistralmente da Ettore Scola ne Il viaggio di Capitan Fracassa con Massimo Troisi: i comici dell’arte sottoponevano il proprio fisico ad uno stress incomparabile per estremizzare le caratteristiche del corpo al fine di risultare più tragicamente divertenti. Chi era magro cercava di diventare magrissimo, chi era grasso si impegnava per diventare grassissimo, e così via. La propria carne sacrificata all’arte, il proprio corpo come uno strumento al servizio dell’arte.
Il satiro sa trasformare ogni sconfitta in linfa vitale. Deve farlo, giacché la satira non è per i vincenti.
L’artista comico – e mi verrebbe da dire l’artista tout court – ha bisogno delle piccole e delle grandi frustrazioni della vita e del quotidiano, altrimenti non avrebbe materiali per la propria arte. Mi viene in mente il racconto di Gesualdo Bufalino Il ritorno di Euridice, in cui Orfeo si volta volontariamente per far tornare l’amata nell’abisso dell’Ade e poter in tal modo continuare a cantare il proprio dolore.
E’ grazie alla conflittualità tra la volontà di perdere ed il rancore per aver perso che l’artista – e massimamente l’artista comico – può plasmare e dare forma alle sue opere.
E’ per questo che il satiro si risente molto quando viene bollato come simpatico. Il satiro è infatti tutt’altro che simpatico: è malinconico, schivo, poco socievole, misantropo, odia con veemenza, disprezza con tutto se stesso, patisce e scansa. Ma la sua capacità di dominare il segreto della risata crea l’enorme imperdonabile equivoco agli occhi dell’osservatore superficiale. Guai a confondere i cabarettisti di Zelig con Antonio Rezza, a mescolare la simpatia dell’avanspettacolo con il tormento dello spirito umorista.
Il satiro vive dunque nella piena consapevolezza di essere destinato alla disfatta ed è l’odiato amore o l’amato odio per la propria condizione a renderlo ciò che è.
C’è chi nasce Corrado Guzzanti e chi Manuel Agnelli. Ed il manuelagnellismo non può che essere il più inviso (e sottilmente invidiato per il suo successo, anche, ergo ancor più inviso) degli atteggiamenti agli occhi di un satiro: quel prendersi così sul serio, troppo sul serio, tipico dell’affascinante bel tenebroso, non può che suscitare sprezzante e compassionevole riso in chi ride del dolore e della nullità dell’esistenza e del cosmo e sa guardare in profondità l’aspetto vero delle cose (“Sì, ma qual è ‘l’aspetto vero delle cose’?” “Quello in cui non si scopa”).
Chi dissacra è nemico di ogni aura.
Il satiro ride della vittoria perché sa che essa è mendace e cela il volto della vacuità.
Chi ama la sciocchezza del vincere non può fare il satiro. Al massimo può fare l’imprenditore, oppure fondare un gruppetto rock di medio profilo e chiamarlo Afterhours.

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Appendice – L’autocelebrazione è autoperculazione. E viceversa

Evoluzioni di una faccia di plastica, o del trasformismo bio-antropologico.

Nella calvizie ho trovato la mia dimensione.

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Dello scrostare la merda e di altre delizie

Pubblicato da sdrammaturgo su 7 Giugno 2008

Sottotitolo: pedissequamente tratto da una storia vera che non sarà un granché ma è pur sempre meglio di un aneddoto a caso di un ingegnere qualsiasi.

Sottosottotitolo: Eugène Ionesco non era nessuno. Ma siccome due negazioni affermano, allora l’autore dello scritto ci sta dicendo – non volendo e quindi errando (errare nel senso di sbagliare, non nel senso di vagare, vagabondare. Bisogna essere precisi) – che Eugène Ionesco era qualcuno. In tal caso però va smarrito tutto il senso con cui l’autore intendeva la frase. Dunque sarebbe stato più opportuno scrivere “Eugène Ionesco era nessuno”. Eppure anche questa forma avrebbe dato adito a più di un equivoco, visti il suo carattere suggestivo-evocativo ed il suo rimando all’episodio di Ulisse e Polifemo. La riflessione si fa perciò sempre più spinosa…Anzi no, colpo di scena: la visione di un lettore energumeno che brandisce un pensionato a mo’ di mazza – visibilmente contrariato da prolissi arrovellamenti (l’energumeno, non il pensionato. Per quanto pure il pensionato non sembri una pasqua, ma per altri evidenti motivi, ai quali si aggiunge la morte incombente e l’impotenza senile) – convince l’autore ad interrompere qui il sottosottotitolo.

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Interno giorno. Negozio di forniture idrauliche

STUDENTE SPIANTATO Salve, avrei bisogno di una tavoletta per il wc e di uno scopettino per la tazza. Ovviamente di entrambe le cose mi dia i pezzi che costano meno.

COMMESSO Ecco il sedile per il water. Ora le prendo lo scopettino.

STUDENTE SPERANZOSO Grazie mille.

COMMESSO Ed ecco lo scopettino. Lo guardi e mi dica se le piace.

STUDENTE SPIAZZATO Eh?! Ah…uh…uhm..ehm…sìsì, per carità, ne riconosco l’indubbio valore estetico. Quant’è?

COMMESSO Trentacinque euro.

STUDENTE SCONCERTATO Leggo che la tavoletta costa venti euro. Dunque lo scopettino viene quindici euro. Non avrebbe qualcosa da ancora meno?

COMMESSO No no, ad un prezzo inferiore è impossibile. E comunque si tratta di un ottimo prodotto.

STUDENTE SPAESATO Di sicuro è un pezzo di alta qualità, si vede ad occhio nudo, ma sa, per l’uso che devo farne, mi va bene anche uno scopettino meno pregiato.

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E così ho scoperto che esiste tutta una branca di studi artistico-filosofici sull’Estetica delle Spazzolette per Grattare la Merda.

Immagino già il mondo in una nuova ottica alla luce del trionfo e della gloria degli scopettini per scrostare la merda. “Caro, guarda che bello quello scopettino per scrostare la merda! Ne ho sempre sognato uno così!”; “I tuoi capelli sono così belli che mi ricordano una spazzoletta per grattare la merda”; “Inaugurata oggi l’attesissima mostra Lo scopettino per scrostare la merda nei secoli. Attrazione principale dell’esposizione saranno gli scopettini disegnati da Benvenuto Cellini, il primo dei grandi progettisti di spazzolette del cesso a capire che raschiare forsennatamente mentre ancora sta scorrendo l’acqua dello sciacquone è l’unico modo per non far rimanere la merda appiccicata alle setole”.

D’un subito sono volato con la mente a quella volta in cui mi serviva un mobiletto/piano d’appoggio per la cucina.

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STUDENTE SQUATTRINATO Quanto viene quel mobiletto verde?

COMMESSO Cinque euro. Questo rosso invece otto, perché è più bello.

STUDENTE SORPRESO Ma su che base lei afferma che questo è più bello? Sono praticamente uguali. Cambiano solo il colore ed i manici.

COMMESSO Eh, ma questo è più bello.

STUDENTE SMARRITO Va bene, mi dia quello più brutto.

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Conclusione: ho dei calzascarpe magnifici.

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Post scriptum totalmente, completamente, perfettamente, assolutamente, aggiungetepurealtrisinonimamente fuori tema rispetto al tenore delle precedenti dissestazioni (neologismo parodico di dissertazione desunto per estensione da dissesto, dissestare. Acuto, no? Eh, se si potesse ottenere vulva in questa maniera…).

Sottotitolo del post scriptum inutile: ostrica di saggezza del giorno.

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Molte darkettone, quelle più fissate con il BDSM, la sottomissione, il dolore nel sesso, la dominazione, la vessazione ed il sangue, credono di desiderare Trent Reznor, ma non sanno che il loro uomo ideale è il mio meccanico.

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Controllori controllati, o della pericolosità di tuo zio

Pubblicato da sdrammaturgo su 12 Maggio 2008

Sottotitolo: il mondo si divide in due categorie: chi ha una dignità e chi fa il controllore.

Come espresso più volte in molti altri scritti, sono sempre stato convinto che i grandi problemi del mondo siano ravvisabili già a partire dalle piccole vicende della quotidianità, che fungono da miniatura esemplificativa di temi ben più vasti.
La mia condanna è un’accresciuta percezione delle cose che mi porta a scorgere continuamente mali enormi in ogni facezia in cui mi capita di incappare, risalendo subito, con un’occhiata ed un rapido volo pindarico, dal minuscolo all’enorme. I guai di nascere pessimista cronico con una spiccata sensibilità associata ad un furore politico ai limiti del parossismo. Risultato: un incessante rodimento di fegato senza la speranza nell’esaurimento delle viscere. Una sorta di supplizio di Prometeo riveduto e corretto a misura di studente spiantato, insomma.
Come se non bastasse, in inezie ad alto tasso di amplificabilità mi ci imbatto costantemente. Quando la sfiga si aggiunge a tutto il resto, cosa può un iracondo particolarmente portato alla rassegnazione?
L’ultima parva ma di riflesso macroscopica disavventura occorsami è fresca di giornata. Scenario: il treno. Già, sono reduce recente da uno scontro con il mio nemico naturale: Trenitalia, nella persona di tal Granito Michele, controllore.
La storia è questa: prendo il treno da Montefiascone per tornare a Roma; ad Attigliano dovrei prendere la coincidenza, ma il convoglio su cui viaggio è in ritardo e la perdo; devo quindi arrivare fino ad Orte e vedere se ce n’è un’altra; il mio biglietto è valido per i regionali, ma per il primo regionale per Roma dovrei aspettare due ore in stazione; vedo che c’è un intercity entro venti minuti e decido di salire su quello; peraltro tarda di quindici minuti anche l’intercity; onde evitare noie, neppure mi siedo e decido di fare il viaggio in piedi tra uno scompartimento e l’altro; arriva il controllore.

CONTROLLORE “Biglietto prego”

INTELLIGENTE “Ecco a lei. So che non è valido per l’intercity, ma purtroppo non è colpa mia: avrei dovuto prendere il regionale, ma a causa di un ritardo l’ho perso ed ho dovuto ripiegare su questo”

CONTROLLORE “Ora però deve pagare il supplemento”

INTELLIGENTE “Ma scusi, non posso mica pagare io per un disservizio vostro che mi ha danneggiato”

CONTROLLORE “Eh, lo so, ma è il regolamento”

INTELLIGENTE “Sì, ma se i treni fossero stati puntuali, io avrei viaggiato in regola”

CONTROLLORE “Purtroppo la coincidenza che lei ha perso non è ufficiale, quindi non può valere”

INTELLIGENTE “Sì, vero, ma siccome ci sono pochissimi collegamenti tra quella zona e Roma, è pratica abituale e favorita dallo stesso personale ferroviario considerare quella coincidenza al pari delle altre”

CONTROLLORE “Capisco, ma tra l’arrivo ad Attigliano del treno da Montefiascone e la partenza del treno da Attigliano a Roma Termini intercorrono solo tre minuti, mentre per essere coincidenza ufficiale ne servono cinque. Se fosse stata coincidenza ufficiale, il suo biglietto sarebbe stato valido anche su questo treno, poiché in quel caso sarebbe scattato il rimborso. In questo caso però la legge mi dice…”

INTELLIGENTE “Certo, c’è la legge, ma poi c’è anche il buonsenso. Lei dunque riconosce che io ho ragione, ma ha deciso lo stesso di applicare un regolamento assurdo ed iniquo quando invece potrebbe lasciar perdere”

CONTROLLORE “Ma questo è il mio lavoro”

INTELLIGENTE “Qualcuno sta forse sorvegliando il suo operato?”

CONTROLLORE “No, ma devo comportarmi per forza così. E’ sufficiente che lei mi paghi il supplemento”

INTELLIGENTE “Fosse anche un solo euro di più, non ho alcuna intenzione di pagare”

CONTROLLORE “Allora mi tocca farle la multa”

INTELLIGENTE “Bene, vedrò di contestarla domani stesso, rendendo noto all’azienda che non intendo assolutamente pagare neanche un centesimo per qualcosa che dipende da un disservizio dell’azienda medesima e di cui sono stato vittima”

CONTROLLORE “Prenda la multa, mi dispiace”

INTELLIGENTE “Arrivederci”

Ora, dov’è la questione di carattere generale e ben più grave desumibile da quella che risulterebbe altrimenti una trascurabile sciocchezzuola? Il controllore Granito Michele (è bene fare i nomi dei vili) si è comportato da perfetto schiavo che sospende il proprio giudizio per attenersi ciecamente a quello che gli hanno detto di fare. In questa occasione, infatti, egli avrebbe potuto benissimo affidarsi al proprio criterio, ed invece, pur comprendendo che a rigor di logica non ero io ad essere in torto, non è riuscito a far altro che attenersi ad un copione prestabilito, impostogli ed autoimpostosi, applicando pedissequamente un regolamento che egli stesso reputa sciocco e tralasciando il quale non sarebbe incappato in alcun tipo di guaio.
Quel controllore non era un mostro, non era un arrogante presuntuoso fanatico: era un ragazzo gentile ed educato, che mi è sembrato persino sinceramente rammaricato per il fatto di dovermi muovere una sanzione; era però così intrappolato nel suo ruolo da non riuscire ad immaginare una soluzione diversa, una via alternativa e personale rispetto a quella prevista dalla veste appiccicatagli addosso ed accettata passivamente senza porsi dubbi.
Ecco, guardando quel controllore incapace di utilizzare la propria facoltà di discernimento, io ho visto tutte le aberrazioni del genere umano. Ho visto i totalitarismi, ho visto gli stupri di gruppo, ho visto Auschwitz. Esagerato? Forse. Ma forse no. Mi spiego. In fondo, la sottomissione e l’adeguamento sono i presupposti per ogni infamia. Quel semplice controllore, un ragazzo come tanti, un uomo qualunque, obbediva a quanto gli era stato detto, anche quando poteva e magari voleva fare diversamente senza tema di effetti collaterali. Ebbene, è grazie a persone come quella che i dittatori trovano terreno fertile e campo agevole; è grazie a chi non si pone domande ma si limita ad eseguire che vengono perpetrati i più efferati abusi.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto quel tale se fosse nato in un’altra epoca, avesse trovato lavoro come sentinella su una torretta di un lager e, invece di riflettere in maniera indipendente e secondo senno, si fosse limitato ad eseguire gli ordini.
Non c’è peggiore aguzzino di un servo. Hitler è niente senza i kapò. In ogni situazione limite di crudeltà, sono sempre in pochi quelli veramente coscienti di ciò che succede, alcuni dei quali guidano la sopraffazione a loro vantaggio, mentre gli altri la combattono. I più, soggiacciono al determinato stato di potere in cui hanno in sorte di ritrovarsi.
Tra quelli che sono soliti chinare il capo e conformarsi esistono ovviamente vari gradi di violenza ed aggressività. La personalità ed il carattere contano, non tutti possono essere egualmente feroci. Ci sarà così chi materialmente spargerà il sangue, chi sarà addetto a sistemare gli elenchi dei deportati nei fascicoli e chi si limiterà ad occultare e negare.
Ma gli ultimi non sono meno colpevoli e meno pericolosi dei primi: i loro rapporti sono di interdipendenza. Non può esistere alcun carnefice senza un comune cittadino che gli cucia o gli lavi i vestiti. Non c’è differenza tra un boia ed il suo sarto.
Ecco, io in quel mite controllore ligio al dovere, incapace senz’altro di fare del male e nuocere fisicamente ad alcuno, non ho visto altro che un potenziale collaborazionista di un regime, un complice di una possibile barbarie.
Il male è banale. I nemici ce li abbiamo intorno. Non hanno i denti aguzzi, non sono perversi o sadici, non sono genii del crimine. Sono i nostri zii, i nostri cugini, i nostri conoscenti. Sono quelli che fanno sempre e solo ciò che viene loro imposto, che si adattano, che smarriscono il loro Io nella massa informe.
Credo sia fondamentale imparare a badare di meno ad Hitler e concentrare una maggior attenzione sul cameriere che gli rassettava la camera.

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Merende traumatiche

Pubblicato da sdrammaturgo su 2 Maggio 2008

Sottotitolo: Carlo Lucarelli a Blu Notte la racconterebbe così.

Questa è una storia d’altri tempi. Certe storie siamo abituati a sentirle ambientate lontane nel tempo e nello spazio, in luoghi ed ere remoti. Una storia così incredibile e spaventosa non può accadere da queste parti. Non qui, non da noi. Ed invece questa storia è accaduta davvero e proprio a due passi da noi, nella campagne dell’Alto Lazio, tra le colline che svettano sul Lago di Bolsena, e soltanto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta.
Se questo fosse un film od un romanzo, la scena si aprirebbe con un bambino un po’ sudato – sta tornando a casa da un pomeriggio di gioco – che sta salendo le scale in pietra di una vecchia casa a ridosso dei castagneti. E’ stanco, forse, ma ha l’aria luminosa e vitale tipica dell’infanzia spensierata. Eppure, guardandolo più attentamente, si nota un velo di dubbio e timore sul suo viso, come se sospettasse – o meglio, sapesse già – quello che lo aspetta dentro quell’abitazione apparentemente tanto accogliente. Ma chi è quel bambino?
Come ogni film o romanzo che si rispetti, è bene presentare prima i personaggi. Quel bambino che sta salendo le scale si chiama Claudio. E’ un ragazzino sognatore che ama lasciar viaggiare la fantasia. Adora le favole e la mitologia, grande appassionato di cartoni animati, è nato e cresciuto nell’epoca della cultura televisiva, di Howard e il destino del mondo, delle pubblicità accattivanti dei giocattoli, ma soprattutto è nato e cresciuto nel pieno del grande boom delle merendine. Merendine. Mettiamole da parte senza dimenticarcele. Un ragazzino come tanti, a cui piace leggere, giocare, guardare la tv.
Ora però sta salendo quelle scale ed in cuor suo sa bene cosa lo attende all’interno. La casa in cui si sta recando è la casa della nonna. A Claudio piace molto stare dai propri nonni, perché, rispetto ai suoi genitori, abitano più vicino ai campi ed egli va pazzo per le arrampicate sugli alberi e le corse nella boscaglia. Eppure in quel momento non è completamente tranquillo e sereno. Perché?
Facciamo un passo indietro. Claudio, com’è solito fare, ha giocato tutto il pomeriggio con il suo amichetto Giorgio. Giorgio appartiene ad una famiglia ricca, diversa dalle altre famiglie di quella frazione rurale; padre avvocato e mamma dottoressa, coccolato e vezzeggiato dalla nonna e dalla zia, il compagno di giochi di Claudio nella sua casa ha praticamente tutto: Tartarughe Ninja, G.I. Joe, Combattini, Masters; ma soprattutto, merendine. Tante merendine. Di ogni genere. Quando Claudio passa davanti alla credenza, vede ogni ben di dio: tegolini, kinder delice, crostatine – e non già quelle con la marmellata, bensì quelle con il cioccolato – e specialmente lui, il sogno proibito, la merendina-chimera: il soldino. No, quelle meraviglie non sono solo in tv: quelle meraviglie esistono davvero e proprio ad un passo da lui.
Ma riprendiamo Claudio dove lo abbiamo lasciato, sulle scale della casa dei nonni. Dicevamo che Claudio sa cosa lo aspetta, perché è successo altre volte, perché succede sempre; ma il suo mondo libresco e catodico non gli ha ancora permesso di rinunciare alle sue speranze. Ed anche quel giorno, l’illusione che le cose possano andar meglio si scontra con la tacita rassegnazione che egli nasconde a se stesso. Claudio sa che lui e Giorgio non saranno mai compagni di merende.
Quando il piccolo Claudio apre la porta ed entra in cucina, lo spettacolo che si para di fronte ai suoi innocenti occhi di fanciullo è sconvolgente, raccapricciante: c’è la nonna, accanto alla stufa costantemente accesa, che lo attende con una mela in mano. Balbettando atterrito, Claudio sussurra scosso, quasi a voler grattare nel fondo della sua fiducia in frantumi: “Ho fame” “C’è la mela” “Ma la mela non mi va” “Allora nun c’hai fame”.
E poi, se possibile, la nonna fa ancora di peggio: estrae da un cassetto una grattugia, gratta la mela in un piattino e la porge al nipote. Sì, la mela grattata. Con ancora negli occhi le merendine affollate negli scaffali del suo amichetto, Claudio è costretto a mangiare la mela grattata.
In fondo quella non è neppure la cosa più terribile a cui è stato costretto ad assistere alla sua tenera età. Non di rado i suoi pomeriggi erano infatti già stati segnati dalla mela cotta.
Quelli sono gli anni del calippo, ma a lui tocca al massimo la banana. Vero è che si era bruciato tempo addietro la sua occasione: nello scolare il succo rimasto nel tubo del Calippo Fizz alla Coca Cola, se lo era rovesciato sulla camicia attirandosi le ire materne.
Mela cotta, mela grattata, banana. Sarebbero già sufficienti per far tremare dalla paura. Ma non è ancora finita.
A segnare i suoi pomeriggi di fanciullo c’è anche il pan bagnato con lo zucchero: una fetta di pane – non quello fresco, ma quello de casa, “perché dura di più ed è più buono”, almeno secondo nonni e genitori. Dunque dopo quattro giorni si può mangiare eccome, a meno che non serva come materiale edile. E poi il pane fresco è per viziati – una fetta di pane, dicevamo, umidificato con dell’acqua del rubinetto ed insaporito con un po’ di zucchero.
Quando Claudio chiede qualcosa di dolce, gli vengono date le fette biscottate accompagnate da del caffè d’orzo, o al massimo da un po’ di thè, rigorosamente non passato, perché “mica farai lo schizzinoso per un po’ di residuo sul fondo?!”. Claudio scola dunque quella tazza di thè con sedimentazioni etrusche che gli permettono di intuire il sapore dell’argilla.
E poi, il culmine della perversione: Claudio vede la nonna affettare il pane tra il gommoso ed il marmoreo e quindi afferrare un pomodoro. Pane e pomodoro: lungi dall’essere il massimo, ma poteva andare peggio, si dice il pargolo. Ingenuo. La nonna taglia a metà il pomodoro, ne prende una parte e la strofina sulla fetta di pane. Già, pomodoro strofinato sul pane. Non spezzettato sopra, non a bruschetta, non financo spremuto, bensì strofinato.
Estenuato da quella interminabile sequenza di orrore, Claudio implora nonni e genitori, i quali, per una volta, mostrano pietà e sembrano fare un passo indietro rispetto alle loro posizioni. Accantonano l’imperativo della merenda naturale e salutare e comprano al piccolo una merendina. Ma è il kinder brioss.
Dopo di quella, arriveranno anche l’uovo sbattuto, la macedonia, il sedano crudo, quando va bene le carote od i finocchi con il pinzimonio, quando va male la camomilla con i biscotti del discount.
Tali mostruosità durano ancora alcuni anni, poi si interrompono bruscamente. Indipendenza adolescenziale, storia finita, caso chiuso.
Ma che ne è stato del pan bagnato con lo zucchero o del pomodoro strofinato sul pane? Esistono ancora quelle merende ispirate alle novelle di Verga?
Misteri. Fitti misteri, che forse non troveranno mai una soluzione, ma che – da quando li abbiamo saputi – non potremo più toglierci dalla mente.
Queste cose accadono, sono accadute, e proprio a due passi da noi. Che accadano di nuovo o no, non possiamo saperlo. Forse sono state inghiottite per sempre dalle nebbie del tempo o forse, certi spettri, sono sempre pronti a riaffiorare, non appena distogliamo lo sguardo e lasciamo calare l’attenzione.
Ad ogni modo, una cosa, al termine di questo viaggio nella ferocia più inaudita ed impensabile, la abbiamo capita: i cavoli a merenda non sono poi così assurdi.

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Sopruso padronale, altrimenti detto Mercato

Pubblicato da sdrammaturgo su 18 Aprile 2008

Da cinque anni vivo in un appartamento a Roma nei pressi della Stazione Termini, in condivisione con altri ragazzi. L’affitto complessivo della casa è di 920 euro al mese. A me è sempre sembrato uno sproposito – nonostante il mondo che mi circonda voglia convincermi che in virtù della zona è un prezzo normale – ma sono sempre riuscito a sostenere la mia quota, con un po’ d’aiuto di nonni e genitori e lavori part-time che mi consentissero anche di portare avanti gli studi universitari.
A giugno i coinquilini se ne andranno e fino a l’altro ieri ero certo che io sarei rimasto e li avrei rimpiazzati con due conoscenti. Invece dovrò lasciare anch’io la mia stanza. Perché?
Il proprietario dell’abitazione, o meglio il padrone (adeguiamoci alla terminologia di un sistema ingiusto fondato sul possesso e lo sfruttamento), mi ha comunicato che alzerà l’affitto a 1400 euro. Di colpo, un aumento di 480 euro al mese e ripeto QUATTROCENTOTTANTA euro. Non me lo posso permettere, né io né le ragazze che erano interessate alla stanza che si sarebbe liberata, dunque dovremo cercare un’altra sistemazione, nella vana speranza di trovare qualcosa che sia alla portata delle nostre esigue finanze in una selva di prezzi da strozzinaggio che crescono senza controllo.
Un’ira funesta degna di Achille con una pruriginosa escrescenza cutanea mi è spuntata allorché mi sono anche visto preso in giro: “Sa, abbiamo sentito in giro ed abbiamo deciso di adeguarci. E poi con questi prezzi, con quest’euro, le tasse, non possiamo fare diversamente”. Insomma, una speculazione padronale compiuta sulla vita e sui bisogni delle persone fatta passare per una scelta obbligata.
“Sa, io non volevo stuprare quella ragazza, ma ho visto che in giro la tendenza comune era quella, e così mi è toccato stuprarla”.
Avrei preferito un sincero: “Tu sei un poveraccio, io voglio fare più soldi visto che alla gente una casa serve per forza ed io ho in mano un prodotto necessario che posso gestire secondo il mio arbitrio come meglio mi conviene, dunque o mi dai di più o poco importa se te ne vai sotto un ponte. Anzi, compro anche il ponte e ti sfratto pure da lì”.
Signor Volpe (è il nome del padrone): so che lei ha diverse proprietà ed una fabbrica. Le auguro tutto il male possibile, ma, ovviamente, qualora scoppiasse un incendio in qualcuno dei suoi stabili e lei ci si trovasse coinvolto, mi dispiacerebbe se morisse in tempi troppo brevi e senza un’agonia sufficientemente dolorosa.
Ciò che più mi indigna però è lo spirito di rassegnazione che si respira persino tra chi è vittima di un simile meccanismo di profonda ingiustizia. Invece di riconoscere in chi si trova nella mia stessa condizione di classe una rabbia pari alla mia, riscontro un ottuso giustificazionismo da schiavo con la sindrome di Stoccolma: “E che ci vuoi fare, d’altronde è il mercato che va così: domanda ed offerta”. Il Mercato. Ma che cazzo significa? Che cazzo è ’sto mercato de mmerda?
Quando si parla di mercato, sembra quasi che ci si riferisca ad un’entità autonoma e divina che aleggia, decide ed ordina ed alla quale bisogna sottomettersi ed obbedire ciecamente.
Una buco di 50 metri quadrati viene venduto a 550000 euro? Eh beh, ma è vicino a Termini, il mercato lo richiede. Seguendo questo ragionamento, immagino che la fogna che passa sotto la Stazione Termini debba costare come minimo 800000 euro, piscio incluso, doppi ratti.
Una stanza singola viene affittata a 500 euro quando lo stipendio base è di 800 e ti restano 300 per nutrirti, vestirti, spostarti, pagare le bollette, curarti, nella speranza che non ti si fulmini nessuna lampadina? Ma è il mercato, cosa ci possiamo fare?
Ora, il mercato è composto dai singoli individui e dai loro scambi in qualità di soggetti economici. Ergo, essendo in questo caso una somma di delinquenti, questa figura mitologica del mercato deve essere contestata senza soggiacerne. Accettare tutto in nome del mercato, a meno che non si abbia un tornaconto personale (cioè, a meno che non si appartenga al ceto ricco dominante), è da servi idioti che baciano il mantello di chi li frusta.
In fondo, perché condannare Giovanni Brusca se ha ordinato di sciogliere un bambino nell’acido? Era il mercato che lo richiedeva: io faccio affari; se un pentito parla, mi rovina la piazza; dunque, devo pensare ai miei interessi finanziari e correre ai ripari, facendogli squagliare il figlio.
Accogliere passivamente le soverchierie dei padroni che decidono i prezzi a proprio piacimento per ingrassarsi sulla pelle dei più deboli è da imbecilli. Chi ha stabilito che questo mercato debba essere legge assoluta ed indiscutibile? Se vogliono farvi credere che il mercato sia dio, non dimenticate mai due cose: sono gli uomini ad inventare gli dei; gli dei possono essere bestemmiati e detronizzati.

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Una sofferta testimonianza insulsa di vita vissuta mio malgrado

Pubblicato da sdrammaturgo su 9 Aprile 2008

Sottotitolo: perché guardi la pagliuzza nel mio occhio e non ti accorgi che ti stanno rubando la macchina?

Voglio fare una denuncia di alto contenuto sociale. Devo farla. Gli abusi al di G8 di Genova, vi starete chiedendo? Torture sugli animali? Fame nel mondo? Guerra in Iraq? Siete completamente fuori strada. Di più, molto di più: telefonia mobile. E va be’, mica posso sempre occuparmi di massimi sistemi. Ah, perché, quando mai mi ci sono occupato, dite voi? Beh, a parte che quella volta in cui ho raccontato la mia torbida storia di sesso bollente con una sordocieca, la portata filosofica dell’argomento era di notevole rilevanza. Ma comunque, non è importante come abbia fatto ad abbordare la sordocieca: ciò che conta è che non ho dovuto pagarle la cena. Aveva pure un’allergia alimentare. Ma sto andando fuori tema.
Dunque, molti di voi, eccettuati i lettori, si staranno interrogando sul motivo per cui un rispettabile venticinquenne (la relazione con la sordocieca mi rende rispettabilissimo senz’appello!) senta l’esigenza di dissipare la sua reputazione di intellettuale impegnato, faticosamente costruita con abili menzogne, dedicando un articolo ad una questione tanto faceta. Rispondo volentieri a questa domanda che nessuno mi ha posto: primo, perché devo cercare di distrarmi dal dolore lacerante che la sordocieca ha suscitato in me lasciandomi; secondo, perché è dalle inezie della quotidianità che si capisce meglio il nonsenso dell’intera esistenza. E poi che cazzo, avrò pure il diritto di scrivere un post inutile, no? Ok, ok, “particolarmente inutile”. Uff, e va bene, preciso: più inutile degli altri. Inoltre la vicenda che mi accingo a raccontare mi ha scosso fin nel profondo dell’animo
Allora, i fatti sono questi: giovedì sera mi si rompe il caricabatteria del cellulare. “Ohibò, mi si è rotto il caricabatteria del cellulare”, esclamo, dicendo proprio “ohibò”. L’indomani mattina mi reco bel bello al più vicino centro Euronics (mi pagano per fare il loro nome. Sì, sono un finto sinistroide venduto figlio di papà pieno di soldi che in Italia ovunque è andato ha sempre mangiato bene); dopo un rapido esame dei prezzi dei caricabatteria, mi rendo conto che quindici euro per un adattatore con un filo sono un po’ eccessivi. Quindi mi volto e, meraviglia delle meraviglie, scorgo sul bancone un fantastico cellulare di ultima generazione: non fa le foto, non ha giochi, non ha il cavo per il computer, non ha un cazzo, ma costa 29.99 euro. “E’ il prodotto che fa per me”, mi dico subito. Motorola Motofone F3, tecnologia ClearVision, ultrasottile, massima durabilità, serve per telefonare. “Tanto vale comprare un nuovo cellulare per quindici euro in più”, rifletto con estremo acume lungimirante. Procedo all’acquisto, guardato come un pezzente dalla commessa. Ti guardano sempre male quando compri l’oggetto meno costoso, specie dopo che hai chiesto se per caso ce ne sia uno che costi ancora meno.
Una volta a casa, arriva il grande momento: l’inaugurazione. Trepidante ed emozionato come un’adolescente che sta per essere stuprata da Riccardo Scamarcio, ma non l’attore, bensì l’omonimo perito agrario, mi accingo a comporre il primo sms. E qui mi blocco quasi subito: non trovo le lettere accentate. Spingo qualsiasi tasto, digito ogni combinazione possibile, mi lancio disperatamente sul libretto delle istruzioni, ma non risolvo l’arcano. E va bene, niente lettere accentate, per ora. Ci penserò dopo. Proseguo con la scrittura del messaggio. Occacchio, non trovo nemmeno il punto. E nemmeno il punto e virgola. E nemmeno i due punti. E nemmeno l’apostrofo, né le parentesi, l’underscore, il punto esclamativo, la barra e qualsiasi altro segno di interpunzione (qualora prima della conclusione di questa frase fossero stati inventati degli altri). Posso disporre solo di trattino, virgola, punto interrogativo e chiocciola. “Come cazzo si aggiunge ’sta merda de punteggiatura, mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio”, sussurro con garbo.
Con l’autostima che subisce atti di bullismo da un tafano (“nemmeno so mettere la punteggiatura su uno stupido cellulare!”), contatto per email l’assistenza della Motorola, affinché mi illuminino su quale formula magica debba recitare in sanscrito per sbloccare certe funzioni. Illustro il problema pieno di vergogna, immaginandomi una strafiga italo-svedese (non so perché me la immaginassi italo-svedese, ma me la immaginavo così) responsabile del servizio clienti alle prese con la mia lettera a ridere di me con tutte le sue amiche modelle che a turno fanno a gara su quale di loro sia quella che provi il minore desiderio di venire a letto con un inetto mio pari.
Due giorni dopo giunge la pronta risposta: “Ci dispiace, il modello a cui fa riferimento non prevede i caratteri a cui lei è interessato”.
Capite?! No, non so se vi è chiara l’assurdità che fa bagnare le mutande ad Albert Camus: quel cellulare è un modello speciale progettato APPOSITAMENTE senza punteggiatura ed accenti!
“I caratteri a cui lei è interessato”. Eh già, sa, ho questa passione particolare per il punto e virgola, sono un collezionista.
Ho avuto la dimostrazione inconfutabile che il meccanismo produttivo capitalistico sia una stronzata mahabaratesca: un ingegnere pagato profumatamente per progettare nuovi sistemi di comunicazione propone un cellulare senza punteggiatura e la proposta viene accolta e lanciata sul mercato come una mirabile innovazione.
Nella mia mente mi figuro uno di quei lunghissimi tavoli ellittici di legno pregiato che si vedono sui film americani in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo che procura orgasmi a Bin Laden con intorno (intorno al tavolo, non intorno a Bin Laden) tutte le alte sfere della Motorola, il consiglio supremo incravattato al completo, per una riunione di lavoro. Si alza in piedi uno: “Mi è balenata un’idea brillante. Aprite bene le orecchie: un cellulare SENZA PUNTEGGIATURA”. “Geniale!” “Straordinario” “Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!”. Coro di approvazione, tutti si alzano in piedi, standing ovation, applausi scroscianti, pacche sulla spalla e strette di mano al vulcanico inventore, milioni di dollari che piovono dal cielo. “Complimenti, lei avrà quella promozione, Giuffolotti!”. Me lo immagino con questo cognome, perché uno che inventa un cellulare senza punteggiatura può chiamarsi solo Giuffolotti.
La disavventura però mi ha riempito di ottimismo, perciò ho deciso di propormi alla Motorola come addetto al settore creativo. Ho già pronte tre idee sbalorditive da presentare: un cellulare senza schermo, un cellulare senza chiamate e, per finire, udite udite, un cellulare senza cellulare.
Pregusto già il successo, la carriera luminosa nell’alta finanza, la scalata fino alle più alte cariche di potere, le orge naziste diffuse su internet, Mike Tyson che mi intenta un processo tarocco per molestie sessuali per rifarsi dei tanti subiti, viene pure creduto e lo vince.
Lunedì torno all’Euronics. “Vorrei cambiare questo cellulare con un altro” “Non si è trovato bene?” “No, sa, è che ho la fissa per l’accento acuto”. Vedo un altro telefono piuttosto economico, 34.90. Lo prendo.
E così ho pagato 4.91 euro la punteggiatura.

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