Beati i poveri, perché moriranno prima

Verranno a chiederti del nostro orrore

Posted by sdrammaturgo su 4 dicembre 2015

Se sei d’accordo con me, significa che ho detto una cazzata.

ANTONIO REZZA

*

Come ogni anziano che si rispetti, Eliseno si ruppe il femore.
Infortunio particolarmente prestigioso, poiché avvenuto cadendo dalla scala durante la raccolta delle olive.
Una vita di sacrifici familistici, orgogliose rinunce, privazioni autocelebrative, lavoro agonistico, frugalità francescana, rettitudine benedettina, austerità domenicana per un glorioso precipitare alla soglia degli ottant’anni.
Mai una cena fuori, mai un indumento vezzoso, mai un film controverso, ma un gesso da esporre con solenne rispettabilità, monumento all’indefesso rigore.
La famiglia si strinse dunque attorno alla sua degenza con la devozione che si deve al più venerabile dei patriarchi.
Capitò che a prendersi cura di lui dovesse essere saltuariamente il nipote Giacomo, poiché la vecchia moglie aveva ricevuto l’artrite come premio per una vita di abnegazione coniugale al riparo dall’entusiasmo e la ricompensa le impediva di immolarsi ulteriormente al probo consorte.
La badante di un generico Est Europa veniva invece lasciata di tanto in tanto libera di comprendere appieno la propria sottomissione al benessere occidentale.
Le figlie e i figli erano indaffarati a ripercorrere le orme dei genitori con otto ore al giorno di segregazione produttiva al fine di impedire ogni dinamismo al focolare domestico.
Il nipote primogenito rendeva già sufficientemente fiera la famiglia imparando a sparare a minoranze etniche in casermoni promiscui per soli omofobi in divisa.
La secondogenita studiava per permettere un giorno ai parenti di narrare le sue gesta in salumeria, umiliando le madri delle cassiere.
Gli altri nipoti sparsi erano ancora troppo piccoli per poter apprezzare come si deve le gioie della sudditanza.
Non rimaneva che Giacomo, l’outsider tra i cugini.
Aveva quindici anni, quell’età funambolica e incerta in cui non si è ancora abbastanza adulti per sviluppare un tabagismo legale, ma non si è più abbastanza piccoli da evitare doveri statali.
Giacomo aveva interiorizzato l’illogicità del reale e non vi badava.
Nelle comitive di coetanei, se c’era, sapeva essere di compagnia; se non c’era, nessuno si accorgeva della sua assenza.
Esploratore dell’esistenza, affrontava lo scibile con volto attento, mite e distante. La serafica indifferenza nei confronti del mondo era l’esoscheletro della sua attitudine alla conoscenza. Così aveva già provato la ketamina, il taccheggio, le seghe con strangolamento e i documentari sul Precambriano, sempre col medesimo piglio curioso, innocente e distaccato. Ed era intelligente il giusto da capire che l’onanismo è più divertente dei celenterati.
Un pomeriggio si trovava dunque nella poco allettante situazione di dover aiutare nel cambio della biancheria intima il nonno allettato.
Non era un problema per lui. Solo un altro tassello di vigente da esperire.
Avevano sempre avuto un decoroso rapporto di scostante affetto taciuto, come si conviene ai legami fondati sul cromosoma Y.
Quel giorno sussisteva un malcelato imbarazzo nel nonno, costretto a rimanere altero mentre il nipote gli sfilava pigiama e mutandoni.
Eliseno si sforzò di non opporre la minima resistenza in modo da velocizzare la pratica che avrebbe intaccato per qualche istante la sua maestà.
Giacomo eseguì rapido con gesto insospettabilmente esperto.
E sarà stata la spossatezza del nonno che riempiva l’atmosfera di languore decadente; sarà stato il corpo nudo che faceva specchio alla realtà e viceversa; sarà stata la novità scientifica; fatto sta che l’attenzione di Giacomo venne rapita dal cazzo del nonno per un tempo leggermente più lungo di quanto fosse socialmente accettato.
Quel pendente vizzo eppure ancor tenace emanava un’inaspettata fascinazione.
E così, con la scusa di spargere del borotalco sulla pelle raggrinzita dal calendario gregoriano, Giacomo afferrò delicatamente il cazzo del nonno e prese ad approfondirne lo studio tattile tra carezze e massaggi.
Il vecchio Eliseno parve scosso per la riprovazione solo per un istante. Ma quello sguardo rassicurante del nipote, quasi in odore di santità – benché il lezzo che si propagava lentamente per la stanza non sembrasse propriamente deodorante per aureole – sostituì subito l’abominio con la pace cosmica.
Mentre il nipote proseguiva con la perizia di chi sa manovrare lo strumento, cadevano uno a uno e se ne andavano per sempre l’imperativo della moderazione e il lei che bisogna dare agli estranei e ai superiori e il giovedì gnocchi venerdì pesce e la domenica pollo arrosto e il pranzo di natale coi parenti il veglione a capodanno la scampagnata a pasquetta il falò a ferragosto e la tombola senza troppi sussulti e la briscola al bar e il lavoro che nobilita l’uomo e la fatica che ti rende più maschio e l’uccello che gira di notte non fa mai il nido buono e il bisogna alzarsi presto la mattina e il divertirsi sì ma sempre con la testa sulle spalle e le donne di una volta che non ci sono più e i giovani d’oggi che non hanno più rispetto per niente e per nessuno mica come quando ero giovane io che quando mia madre mi lanciava uno sguardo io tremavo.
Con quel flebile fiotto, colò via tutto il grigio lascito degli avi.
Di lì in poi fu tutto un recuperare il tempo perduto e il fabbricarne di nuovo.
Ogni volta che avevano la possibilità di rimanere da soli, Giacomo ed Eliseno si lanciavano in sperimentazioni sempre più pirotecniche, scopando con l’intensità di chi non deve dimostrare niente a nessuno.
Certo fu strano per il nonno inculare per la prima volta il nipote. Ma fu forse più strano quando dal nipote venne inculato.
E chi gliel’avrebbe mai detto al vecchio Eliseno che il rimming fosse così gradevole? Non sapeva proprio scegliere tra leccare il buco del culo e farsi leccare il buco del culo.
Neppure il pissing si rivelò affatto male.
Notevole novità fu anche quando Giacomo gli fece un pompino abbinandoci un massaggio prostatico. Quella di Eliseno era sì una prostata vecchia e logora, ma evidentemente aveva ancora qualcosa da offrire.
Il nonno sapeva sempre ricambiare i favori.
Il fisting era forse il suo favore preferito.
Passarono i mesi e il nonno si ristabilì del tutto.
Tornò il periodo delle castagne, e quale migliore occasione per provare l’outdoor autunnale che il dovere di supportare il nonno nella raccolta?
Giacomo poté quindi ammirare l’alba nei boschi con la sborra del nonno che gli impreziosiva le gote.
Quell’anno le caldarroste ebbero tutto un altro sapore.
Ogni tanto Giacomo pensava sorridente a cosa avrebbe potuto rispondere se gli avessero chiesto di raccontare la sua prima volta. Dopodiché inseriva di nuovo il suo cazzo fetido d’adolescenza nella bocca bramosa del nonno.
I loro sguardi complici durante le riunioni di famiglia brillavano d’un romanticismo d’altri tempi, tempi avvenire, tempi mai venuti. L’indicibile segreto intensificava il magnetismo tra i loro corpi.
Continuarono così, clandestini oltre le frontiere del convenzionale, finché la biologia arrivò a reclamare lo spazio occupato da Eliseno sulla superficie terrestre.
Allo struggente funerale del caro estinto, nessuno poteva sospettare che il più afflitto fosse proprio Giacomo. Gli altri avevano perso un capo. Lui aveva perso un amante.
Da allora, a ogni anniversario della morte, Giacomo dedicò un tributo alla memoria del nonno lasciando una sborrata sulla lapide.

Posted in Artifici e Illusioni | 6 Comments »

Il necrofilo innamorato

Posted by sdrammaturgo su 3 marzo 2015

“Basta che non respirano” riassumeva esaustivamente i gusti sessuali di Orfeo.
Non gli interessava che una persona fosse maschio o femmina, bella o brutta, magra o grassa, alta o bassa, intelligente o stupida, ricca o povera, colta o ignorante, giovane o vecchia. L’importante era che fosse morta.
Non che la specie di appartenenza facesse qualche differenza. Non disdegnava nemmeno carcasse di altri animali. Ma finiva per preferire gli umani, in virtù della noiosa monotonia della natura che porta gli individui ad accoppiarsi più volentieri tra esemplari della stessa specie. Tutto un piano perverso per incoraggiare la proliferazione attraverso l’ovvietà.
Orfeo non ci era cascato. Non si sarebbe mai macchiato del crimine della fecondazione.
Anche per questo gli piacevano i morti. Coi cadaveri poteva avere amplessi infecondi, al riparo dall’effetto collaterale della procreazione.
Non sopportava la volgarità della vita. Tutto quello strepitare scomposto per sopravvivere alla selezione naturale.
Non sopportava i vivi. Li trovava disgustosi, banali, sgraziati.
Si vergognava egli stesso di vivere e di respirare.
La morte invece restituiva purezza. Era un territorio incontaminato.
I morti non sgomitavano per trovare il proprio posto nel mondo. Non avevano titoli onorifici e titoli di studio, sbruffonerie e commiserazioni, eroismi e viltà, mediocrità e presunzione. Non c’era nei morti tutta la congerie di caratteristiche che deformavano e corrompevano gli esseri viventi. Avevano il fascino discreto dell’asfissia.
Una salma aveva la seduzione della materia organica senza l’imperfezione della vita. La bellezza dell’umano senza l’orrore dell’umanità.
Certo, non era mai stato facile per Orfeo lasciare libero sfogo al candore dei suoi desideri. Non si capacitava di come fosse possibile che le sue preferenze erotiche venissero biasimate da gente che si accoppiava con appassionati di motori, per esempio. Ma era un fatto con cui sapeva di dover fare i conti. La società accetta più volentieri l’appeal del motociclista che uno che scopa i morti.
Che cosa curiosa, l’appeal del motociclista, pensava. L’attrattiva che aumenta in base a un oggetto esterno alla persona. Come dire: “Mi piacciono molto gli uomini accanto ai pali della luce”.
Era emarginato anche da feticisti, sadomasochisti e libertini vari. Puoi metterti un kimono a Rieti e pisciare addosso a una studentessa di relazioni internazionali dopo averla legata con nodi appresi a corsi di bondage giapponese da cento euro a lezione, ma non puoi farti una pippa con le mani di un ottantenne deceduto in un incidente con l’apecar.
Era considerato un malato mentale perfino da chi faceva il conto alla rovescia a capodanno.
Conscio di tutte le difficoltà che avrebbe avuto a causa delle contraddizioni di una realtà irreparabilmente kitsch, si era impegnato molto per ottenere un posto di lavoro nell’obitorio di una cittadina sufficientemente piccola da consentirgli una discreta quiete e abbastanza grande da garantirgli l’anonimato. E ce l’aveva fatta, grazie alla dedizione che solo l’arrapamento riesce a stimolare.
Erano finiti i tempi in cui riusciva al massimo a inculare qualche gatto morto avvistato lungo strade secondarie. Si era fatto dare tutti i turni di notte in quel luna park che gli si era spalancato davanti.
C’erano sempre nuovi morti da poter penetrare, mordere, baciare, leccare, contro cui potersi strusciare e su cui poter sborrare. Cadaveri in buono stato, carbonizzati, maciullati, a pezzi o ricomposti. Nessun vivo a imporre la sua protervia darwiniana. Solo corpi morti nel loro immacolato hic et nunc.
Non si curava della problematica della consensualità e del vilipendio di cadavere. La retorica del lutto, le esequie, la venerazione del caro estinto, quelle erano tutte stronzate dei vivi che tentavano di infettare anche la morte con le stupide convenzioni della vita. Non c’era vita dopo la morte, per fortuna. Quei morti non erano più le persone di prima. Erano qualcosa di totalmente diverso. Qualcosa di meglio. Il bruco era diventato farfalla e la farfalla finalmente era morta, liberando lo spazio che aveva occupato in modo del tutto abusivo e arbitrario. Non erano più niente di becero o aristocratico. Non erano più niente. Erano carne morta, e perciò finalmente redenta e ripulita da ogni colpa del vivere impunemente.
Era una festa continua. Orfeo si sentiva lo Hugh Hefner di quella silenziosa Playboy Mansion senza piscina e piena di conigliette in decomposizione.
Sereno e gaudente, aveva trovato la pace.
Finché un giorno arrivò lei.
Poiché nemmeno una camera mortuaria è al sicuro dall’eteronormatività, quando la vide entrare distesa su quel lettino metallico sospinto da un inserviente dal passo svogliato, rimase incantato e rapito.
Quella pelle liscia e diafana, quelle gambe sode, quelle braccia gracili, quel ventre scavato, quei seni piccoli e torniti, quella fica perfettamente glabra, quel mento timido, quei lunghi capelli castani così ordinatamente arruffati, quelle spalle spigolose, quella bocca sottile, quel naso deliziosamente imperfetto, quelle palpebre chiuse con grazia, le superiori delicatamente posate sulle inferiori.
Non aveva mai visto un cadavere così bello.
Era una ragazza molto giovane. Anzi, era stata una ragazza molto giovane. Avrà avuto al massimo vent’anni, prima di accorgersi che non valeva la pena proseguire oltre col conteggio del tempo.
Si era suicidata tagliandosi le vene, il modo più elegante per depurarsi dalle impurità dell’esistenza, facendo defluire via col sangue l’inquinamento della vita.
Ciò lasciò Orfeo ancor più in un’imbambolata contemplazione.
Non aveva mai provato niente di rozzamente umano tipo i sentimenti per i cadaveri con cui esplorava l’onestà del piacere. Ma siccome la monogamia avvelena ogni cosa, comprese subito che la sua spensierata poligamia pansessuale necrofila era finita in quel momento. Non voleva nessun altro morto se non lei.
Non fu risparmiato dai demoni del possesso e della gelosia. Avrebbe voluto che fosse sua, solo sua, sua per sempre.
Il caporeparto gli disse di vestirla e di preparare la camera ardente. Era già notte inoltrata e l’indomani parenti e amici sarebbero arrivati presto a porgere l’illusione dell’estremo saluto a un ammasso di cellule indifferenti.
Orfeo rimase solo. Solo con la sola cosa che occupava ormai i suoi pensieri. Non sapeva il suo nome e non voleva saperlo. Anche i nomi facevano parte della miserabile e vanagloriosa condizione della vita. A quella meraviglia che giaceva lì spoglia di ogni artificio non serviva alcun nome.
Stette a osservarla a lungo, indugiando su ogni dettaglio di pelle per farlo proprio e riporlo con cura nello scrigno della memoria. Poi prese a toccarla, accarezzarla, palparla, stringerla. La baciò con passione vorace e struggente e s’arrestò quando un pensiero gli fendette la testa. Poche ore ancora, poi gliel’avrebbero portata via, l’avrebbero sepolta e non l’avrebbe vista mai più.
Non poteva sopportarlo.
Non poteva permetterlo.
Gli era stata indicata una bara in cui avrebbe dovuto riporre la salma. Prese la bara e la portò nel deposito dove si trovavano tante altre bare inutilizzate. Sostituì quella con una più grande e soprattutto molto più profonda. Distratti dal dolore, i famigliari non se ne sarebbero accorti.
Lavorando tutta la notte, preparò un impeccabile doppiofondo, servendosi ingegnosamente dei vari materiali che il deposito gli aveva messo a disposizione.
Quando ebbe finito, vestì la morta col vestitino nero che gli era stato dato. Non la truccò, contravvenendo alle disposizioni. La portò al centro dei quattro candelabri elettrici ed entrò nella bara infilandosi nel doppiofondo sotto la salma attraverso il varco che aveva sapientemente predisposto. Richiuse tutto sopra di sé e attese.
Giunse il mattino.
Arrivò la gente a inscenare la pantomima del cordoglio.
Nessuno notò niente.
Sigillarono la bara, la caricarono sul carro funebre e partirono verso la chiesa.
Lungo il tragitto, Orfeo uscì dal doppiofondo. I rumori della vettura, della strada, del traffico, del mondo, della vita coprirono i suoi.
La scopò durante il funerale.
La scopò mentre la seppellivano.
La scopò finché non si esaurì l’ossigeno.
“Perché vita non ci separi”.
E putrefecero sempre defunti e innocenti.

Posted in Artifici e Illusioni | 9 Comments »

L’ultimo anale

Posted by sdrammaturgo su 3 gennaio 2015

E venne finalmente il giorno che avrebbe chiarito una volta per tutte l’equivoco sul senso della vita.
Era ormai certo: un meteorite si sarebbe abbattuto sulla Terra, mandando in pensione un pianeta dalla carriera francamente deludente.
I governi di tutto il mondo avevano dato l’annuncio ufficiale. Non c’era niente da fare. Nessuna speranza.
Bruce Willis aveva ormai la panza; Liv Tyler era invecchiata e si era allontanata inesorabilmente dalla categoria teen brunette per precipitare pericolosamente in quella milf; Ben Affleck era sempre stato inutile; quindi il lieto fine di Armageddon per l’umanità era da escludere.
Se il meteorite che aveva presumibilmente fatto estinguere i dinosauri aveva colpevolmente risparmiato il pianeta, quest’altro non avrebbe commesso lo stesso errore. Si trattava infatti di un anomalo corpo celeste grande all’incirca quanto il pianeta Mercurio e l’impatto avrebbe ridotto in frantumi la Terra, ridimensionando l’autostima dei maschi alfa.
L’homo sapiens si apprestava ad andarsene senza colonne sonore struggenti così come era venuto, tra violenza, angherie, retorica, illogicità, colori male abbinati, autosopravvalutazione e cattivo odore.
I più impazienti si erano dati a stupri e omicidi, nonostante l’apocalisse avrebbe fottuto e ammazzato tutti di lì a poco.
Non c’era più energia elettrica, eppure molti continuavano a saccheggiare negozi di elettrodomestici, al fine di coronare il sempiterno sogno di perire romanticamente abbracciati a un LCD.
A causa della cattiva dimestichezza col dizionario, la gente aveva spopolato gli agglomerati urbani, caricando sulle macchine bagagli alla rinfusa e lanciandosi in irresolubili code stradali per raggiungere persone care o cercare improbabili ripari dalla polverizzazione planetaria. I concetti di distruzione totale ed estinzione della specie erano evidentemente troppo complessi per individui che avevano reputato importante per secoli fare gli auguri di buone feste e i brindisi. E così i più si preparavano a morire così come avevano vissuto: nel traffico.
Due persone avevano però insospettabilmente mantenuto la calma.
Gianni e Maria erano marito e moglie. Più vicini alla cinquantina che alla quarantina, sopravvivevano in un borgo irrilevante del Centro Italia.
Erano una coppia media e fino a quel momento non avevano fatto niente per smentirlo.
Gianni era un impiegato comunale e Maria faceva la fioraia. Ed erano sempre stati soddisfatti di ciò.
Dal giorno della loro nascita fino alla cessazione del segnale televisivo per sopraggiunta fine del mondo, non c’erano stati slanci nella loro permanenza biologica sulla crosta terrestre.
Passeggiata sul lungomare a Pasquetta, ulteriore passeggiata sul lungomare a Ferragosto, vacanza a Sharm El Sheik da narrare ad libitum agli amici del calcetto, cresima del nipote, pranzi coi parenti, tombolata in famiglia, qualche programma in prima serata.
Gianni considerava molto trasgressivo aver preso una volta il gelato gianduia e frutti di bosco. Maria in un’occasione di particolare lascivia aveva detto che Raoul Bova è un bell’uomo.
A causa dell’infertilità di Gianni non avevano potuto tramandare il loro trascurabile DNA. Ne avevano sofferto, soprattutto perché era stata dura per loro dover trovare passatempi alternativi alla cura della prole, da sempre l’hobby necessario degli individui senza fantasia. Ma il Fantacalcio e MasterChef avevano sopperito alla grande.
E ora erano pronti ad affrontare la morte con la sobrietà che contraddistingue chi non ha alcuna aspirazione.
Gironzolavano malfermi per casa, sostando di tanto in tanto sul divano. Di lì a poco il meteorite avrebbe vanificato l’impegno profuso per arredare il salotto.
Gianni guardava fuori dalla finestra, aspettando il boato finale con la stessa preoccupazione con cui aveva sempre osservato i parcheggi incerti nella piazza del paese.
Maria sospirava commossa l’estremo saluto alle piante che aveva accudito come i figli che avrebbe sempre voluto per arricchire di problemi la sua quotidianità troppo insipida per le lamentele con le altre massaie al banco salumi del supermercato. L’ortensia che sfioriva inaspettatamente era un argomento di conversazione troppo fiacco rispetto alle eccessive abbuffate dei pargoli obesi delle fiere concittadine.
Quando il suolo cominciò a tremare percorso da scosse sismiche del tutto sprecate senza un telegiornale a romanzarle, Gianni si spaventò a tal punto da realizzare che nella sua vita era mancato qualcosa.
Fu un’illuminazione improvvisa e inattesa.
Dopo qualche istante di dubbiosa trepidazione, l’austero contegno che lo aveva contraddistinto quale elettore docile, venne soppiantato da un’istintività che sapeva quasi di rivolta verso l’ordine costituito. Lo stesso ordine che stava per sfaldarsi definitivamente sotto il peso di fenomeni astrofisici.
Ciò lo rassicurò.
Rompendo ogni indugio, si avvicinò a Maria e le lanciò la proposta senza stare troppo a pensarci sopra.
Insomma, sì, ecco, si era accorto che nel loro lungo matrimonio non avevano mai fatto un anale e sarebbe stato bello chiudere con quest’esperienza il loro convenzionale amore.
Maria parve contrariata.
«Ma ti sembra questo il momento?!»
Beh, d’altronde un altro momento non ci sarebbe stato. Argomentazione inoppugnabile.
Gianni insistette un po’, pregandola con dolcezza da consumatore moderato.
Ci furono alcuni interminabili secondi di mutismo.
Il sesso tra loro era sempre consistito in un’innocua performance di dovere coniugale a cadenza bimestrale. Quand’erano più giovani c’erano stati dei goffi tentativi di sesso orale che la loro memoria aveva prontamente rimosso a tutela della loro rispettabilità davanti allo specchio.
Quell’idea di sodomia sembrò squarciare l’atmosfera più del meteorite che incombeva sul loro quieto agonizzare.
Maria rifletté, prima quasi offesa, poi via via sempre più indulgente.
Era ormai evidente che le cose non sarebbero andate come era stato insegnato loro da piccoli al catechismo.
Non che fosse proprio cattolica praticante. La sua era una generica fede nazionalpopolare, più superstiziosa che teologica, ereditata come una credenza della nonna, che non stai troppo a chiederti se sia di noce o ciliegio, la prendi per buona e basta, e si esprimeva in un quadro della Madonna appeso sopra al letto, in un santino di Padre Pio nella macchina e nella messa di Natale. Le altre domeniche, magari un centro commerciale era meglio.
L’indomani non avrebbe dovuto sentirsi una zoccola nemmeno di fronte a se stessa.
«Ma farà male?»
«Ma no, faremo attenzione»
Ma il vero pensiero ribelle di Gianni era: “Tanto ormai cosa vuoi che importi”.
Si spogliarono con frettolosa timidezza.
Esitarono un attimo, poi i loro corpi imbarazzati si fecero più vicini.
Gianni fece voltare Maria e la fece appoggiare alla finestra.
La sua erezione sfidava già gli sconvolgimenti gravitazionali dovuti all’approssimarsi del meteorite.
Puntò il suo cazzo contro il buco del culo di Maria ed esercitò una pressione minima.
«Aspetta, mettiamoci qualcosa per farlo scivolare meglio, se no mi fa male»
«E cosa possiamo metterci?»
«C’è l’olio nuovo. Anzi, fa’ una cosa: ripassalo col burro nella padella antiaderente che ci ha regalato zia»
Gianni convenne con la brillantezza della trovata ed eseguì. Tornò con la padella in mano e cominciò a lubrificare gastronomicamente cazzo e buco.
Erano ormai pronti.
E così, mentre la terra si squarciava e il cielo diventava rosso e poi grigio e poi nero e cominciava a precipitare e i calcinacci cadevano sui loro corpi flaccidi, il cazzo di Gianni affondò nel culo di Maria.
Non potevano sapere che in quel momento erano gli ultimi due esseri viventi rimasti sul pianeta. Gli uccelli erano caduti, i pesci erano affogati e le acque evaporate, ogni vegetale si era seccato, gli animali erano soffocati e tutti gli umani erano già morti. La Terra non era che un cimitero polveroso.
Attorno alla casa di Gianni e Maria, costruita sul costone di una collina, in virtù di un inspiegabile evento naturale, si era creata però l’ultima bolla d’ossigeno, che aveva preservato la vita al suo interno. L’ultimo miracolo dell’abusivismo edilizio democristiano.
Dopo un coito d’una durata che tanto nessuno avrebbe potuto schernire, Gianni venne nel culo di Maria con malcelata soddisfazione di entrambi.
“Mi brucia il culo” e “Ho il cazzo sporco di merda” furono gli ultimi due pensieri del genere umano, mentre la Terra si accartocciava su se stessa prima di lasciare spaziotempo a un silenzio eterno che nessuno avrebbe mai più udito.
L’universo tutt’intorno rimase indifferente.
E l’esistenza si confermò, in postrema sintesi, un’inculata.

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , | 7 Comments »

L’invenzione del pompino

Posted by sdrammaturgo su 18 novembre 2014

Era ormai troppo tardi per porre rimedio all’errore evolutivo: l’homo sapiens aveva già incancrenito la crosta terrestre.
La Natura si era rivelata la solita pippa, e dopo aver creato la mortalità, il dolore, la fame, la pioggia, le cacate che scappano nei momenti meno opportuni, aveva permesso a una scimmia impazzita di proliferare senza la minima autocritica.
E si era ancora nell’infanzia della specie.
L’essere umano non era più in grado di saltare da un albero all’altro, ma aveva imparato a fare cose molto utili col pollice opponibile, tipo fabbricare strumenti di offesa e perpetrare soprusi sul più debole.
La scrittura non era ancora stata inventata. Fatto positivo, poiché le stronzate avevano minore diffusione.
Non erano tempi infelici, dal momento che l’infelicità non era ancora stata formalizzata da filosofi e poeti.
Non era l’età dell’oro. Era l’età della pietra: aspra, dura, spigolosa, ma neutra.
L’essere umano abitava in caverne o in piccoli accampamenti di capanne rudimentali, riunito in branchi che secoli dopo gli antropologi avrebbero chiamato tribù per darsi un tono. D’altronde è sempre stato difficile per l’homo sapiens accettare che psicologia e sociologia non sono altro che i nomi autoconsolatori dell’etologia applicata a una specie animale che ha bisogno di illudersi.
In uno di questi branchi viveva Uno.
Uno era come tutti gli altri. Le personalità individuali faticavano a distinguersi bene nella fatica dell’esistenza quotidiana. Caratteri, indoli e attitudini erano simili tra tutti gli esemplari. Talvolta potevano variare di poco giusto le abilità legate alla prestanza fisica, o al massimo vi erano impercettibili sfumature personali da bipede a bipede.
Erano ancora quantomai lontani i tempi in cui gli esseri umani si sarebbero distinti tra loro in base alla capacità di fluorescenza della camicia bianca.
L’hobby era lo stesso per tutti: sopravvivere.
Nel tedio giornaliero fatto di caccia, raccolta, artigianato elementare, nutrizione e riposo, c’era però la possibilità di dare sfogo senza grosse difficoltà ai propri istinti riproduttivi.
Nell’arrancare insidioso attraverso l’inclemenza della selezione naturale, quantomeno si scopava facile.
Prima che la monogamia si abbattesse sull’umanità a rovinare la festa ai popoli, le genti solevano accoppiarsi con spensieratezza ferina, rispondendo agilmente al richiamo dell’autoconservazione del ceppo genetico.
L’unica posizione praticata era quella della pecorina, che all’epoca avrebbe potuto a buon diritto essere chiamata la posizione dell’essere umano, ma gli esseri umani non lo sapevano, non sapendo nemmeno di essere degli esseri umani.
Questa mancanza di consapevolezza si ripercuoteva inevitabilmente sul sesso, rendendolo un intrattenimento eguagliato solo nelle ere avvenire dalla prima serata della televisione generalista.
La scarsa brama esplorativa replicava sempre il medesimo copione: il maschio aveva un’erezione, prendeva una femmina, la femmina si metteva a quattro zampe, il maschio la penetrava, pochi rapidi colpi fino al tentativo di fecondazione, fine.
Per fortuna nel terzo millennio a scopare in questo modo sarebbe rimasto solo il 97% della popolazione mondiale.
In teoria il maschio ghermiva una femmina a caso. In pratica la scelta ricadeva pressoché sempre su una preferenza specifica, a dimostrazione dell’errore delle affinità elettive come un difetto immanente alla specie.
La favorita di Uno era Una. E non era esclusa una vaga reciprocità da parte di Una. Tanto in ogni caso doveva farselo piacere.
Anche quel giorno, come ogni altro giorno, Uno stava montando Una.
L’entusiasmo animalesco delle prime volte aveva però gradualmente ceduto il posto alla meccanica distratta. E così quel giorno Uno se ne stava lì a spingere il proprio riproduttore all’interno di Una con svogliata voglia.
Una frattanto esperiva carponi quella che solo in un futuro alfabetizzato sarebbe stata identificata come noia procreativa.
Non che solitamente fosse un’esperienza a cui dedicare un monolite; ma quel giorno in particolar modo Una avrebbe preferito che fossero già stati ideati i giochi da tavolo.
E dire che durante quei coiti grossolani le era capitato neppure troppo raramente di avvertire sensazioni piuttosto piacevoli, benché non avesse mai avuto il tempo di approfondirle appieno.
Trovava coinvolgente l’afrore di Uno durante la copula, quel lezzo che dopo la seconda rivoluzione industriale avrebbe reso indispensabile l’evacuazione di un condominio. E il suo pene aveva una caratteristica fragranza associabile in evo moderno all’effetto olfattivo offerto da una miscela di benzene e anacardi lessati.
Quel bastone organico aveva sicuramente il potere di dispensare benessere. Ma in che modo?
Senza avere la coscienza intellettuale necessaria a riconoscere di aver raggiunto il livello di frustrazione oltre il quale non può più esserci sopportazione, Una, con gesto sorprendentemente volitivo, si sfilò improvvisamente da quell’apatico amplesso privo di abbracci, lasciando il cazzo di Uno svettante nel Neolitico.
Uno rimase spiazzato di fronte alla nascita del decisionismo. E ancor più sorpreso fu per ciò che accadde l’istante successivo.
Una si voltò verso di lui, afferrò il cazzo, avvicinò la bocca e cominciò a succhiarlo, mossa dallo spirito sintetizzabile nella locuzione “Almeno faccio qualche cosa”, speranzosa di eviscerare tutto il potenziale ludico dell’arnese.
La scelta di Una si rivelò molto divertente per entrambi, senza neppure il bisogno della creazione del concetto di divertimento.
Ultimata l’innovazione storica, Uno era invaso da un solo desiderio. Anzi, da due desideri: farlo di nuovo; andare a rendere edotti tutti gli altri membri della tribù su cotanta conquista tecnologica.
Lo scopritore del fuoco se l’era menata una cifra, chissà cosa avrebbe potuto fare lui.
Non vedeva l’ora di affermare la propria supremazia sulla comunità. Il maschio infatti non percepiva ancora la ridicolaggine della lotta per il titolo di maschio alfa, cosa che si sarebbe protratta fino agli anni 2000 d.C. inoltrati.
Uno si prese tutto il merito, tracciando così il sentiero per i rapporti di forza tra i sessi.
Venne festeggiato dalla collettività al completo e nei giorni seguenti si registrarono numerosi casi di infiammazione articolare alle mascelle degli esemplari di sesso femminile.
Per l’invenzione del cunnilingus si sarebbe dovuto aspettare ancora molto a lungo. L’umanità non era ancora pronta.

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: | 18 Comments »

L’unicorno è esistito, ma era brutto

Posted by sdrammaturgo su 15 settembre 2013

Lentamente muore chiunque sia nato.

ANONIMO ROSSI

*

Ho sceso milioni di scale senza andare da nessuna parte.

EUSEBIO PIANALE

*

“Io non sono razzista, ma…”

JOSEPH ARTHUR DE GOBINEAU

*

*

*

Il controllore mi sveglia, salvando il Paese dall’evasione fiscale.
Un’altra mezzora di paesaggio superfluo associato a fetore e il treno arriva in stazione.
Un brulicare di cittadini che si comportano come se fossero vivi.
Il piscio dei barboni che traccia il percorso olfattivo per non vedenti mi guida verso la strada.
Realizzo che è questo l’odore della civiltà: il piscio.
Esco in strada. Aspetto impaziente al semaforo pedonale. Non solo non credo in dio, ma non credo nemmeno nel pulsante che fa scattare il verde.
Bipedi a decine sono imprigionati all’interno di scatole metalliche in un ingorgo stradale che contribuisce ad alleviare le sofferenze di chi è allergico all’ossigeno.
Il settantaquattresimo in fila suona il clacson, risolvendo il problema della viabilità.
Ecco cos’è la Realtà: un maleodorante ammasso di oggetti e individui che fanno rumore mentre si ossidano invano.
Tutti che si affannano, e poi muoiono uguale.
La vita è un business in perdita.
È una vera beffa morire senza avere mai vissuto.
Per chi crede in ciò che fa provo la stessa pena che provo per me stesso quando sono innamorato.
Non credere mai in ciò che fai: ricordati che sei solo un vivo.

Cammino. Accanto a me uno sconosciuto alto e bello tiene il mio stesso passo. Incrociamo una ragazza stupenda che viene nella direzione opposta. Guarda l’altro con occhi pieni di stupore e desiderio. E capisco qual è il mio posto nel mondo.
È già difficile sopravvivere al mondo. Farlo con una statura inadeguata richiede uno sforzo titanico. E anche se ce la fai, nessuno riconoscerà i tuoi meriti. “Ehi, sei davvero un grande! Come hai fatto ad affrontare la vita con solo centosettanta centimetri?”.
Il mondo.
Il problema del mondo è che è ovunque.
Nel mondo ci sono gare ciclistiche e i media ne parlano.
E le gare ciclistiche hanno anche una telecronaca. Come si fa la telecronaca di una gara ciclistica? “Pedalano. Stanno pedalando. Continuano a pedalare”. A quel punto interviene il commento tecnico: “Sì, stanno inequivocabilmente pedalando”.
Ho saputo che nel ciclismo ci sono anche le strategie di gara. Ne ho ideata una che potrebbe consegnarmi alla storia del ciclismo: “Ragazzi, la strategia è questa: pedalate più forte degli altri”. Sarà un successo.
Nel mondo c’è il golf. Il golf. L’unico sport che fa venire la panza. Mi sono sempre chiesto: perché il golf è considerato uno sport e lavare il pavimento no?
Nel mondo ci sono un sacco di cose inspiegabili
Gli anziani: sono vivi da decenni, ma continuano a stupirsi quando il telegiornale annuncia che d’estate farà caldo.
Biagio Antonacci, l’unico cantautore che scrive per se stesso acuti che non riesce a fare.
Appassionati di cinema che guardano i film doppiati.
Gente che ci tiene a narrarti le proprie sbronze. “Ah, dunque hai ingerito dei liquidi fermentati che hanno innescato una serie di reazioni chimiche nel tuo organismo conducendolo ad alterazione della percezione ed emesi. Interessante”.
Chissà perché le serate all’insegna dei malori vengano ritenute così avvincenti. Voglio cominciare a far colpo sulle persone raccontando l’ischemia di mia nonna. “Cioè non puoi capire, l’altra sera troppo figo, mia nonna stava spicciando la cucina, a un certo punto si è chinata per raccogliere le molliche con la paletta ed è rimasta immobile, così, paralizzata. A quel punto ha avuto un prolasso, così è intervenuto mio zio che fa l’infermiere, l’ha messa sul letto, ha chiamato l’ambulanza, però la barella passava male per le scale, ma alla fine sono riusciti a caricarla e l’hanno ricoverata in terapia intensiva. La prossima volta devi assolutamente venire!”.
D’altronde si può far colpo col ballo. “Ehi, guarda quanta coordinazione motoria quel tale”.
Conosco perfino gente che fa carriera ed è contenta così.
Per carità, ci sono anche molte cose per cui vale la pena vivere.
Il sorriso dei bambini, quella mefitica piaga giallognola frastagliata.
L’amore, quello che la donna che ti ha lasciato sta vivendo con un altro.
Se senti le farfalle nello stomaco, è perché sei entomofago.
Mai, mai rivedersi con una propria ex. Sparire, non sentirla mai più è la migliore soluzione, l’unica possibile. È meglio perdersi che ritrovarsi invecchiati.
Se una relazione è morta, quello tra ex è un incontro tra due zombie. E mi hai ammazzato proprio tu! Quindi, se vuoi rivedermi, le possibilità sono due: o ti sei pentita e vuoi risuscitarmi col potentissimo farmaco della tua rinnovata presenza – e lo sai che con me funzionerebbe; oppure vuoi spararmi un colpo al cervello con la conferma che hai fatto la scelta giusta. C’è anche una terza opzione: vuoi che rimaniamo amici. Cosa che equivale al tagliare gli arti inferiori allo zombie costringendolo a trascinarsi a forza di braccia per tutto il resto della sua non-vita. Se hai ancora bisogno di lui, secondo me è più utile averlo vivo e integro.
Si dice che almeno una volta nella vita tu sia stato il primo, quando eri spermatozoo. La verità è che ti hanno lasciato passare. Gli altri non erano così fessi. Non lo hai visto che rallentavano apposta? “Uuuh, che peccaaato, mi ha sorpassaaato” “Eeeh, che guaaaio, ci tenevo proprio a nascere”.

Cammino lungo il fiume e capisco qual è la peculiarità dell’essere umano: far puzzare le cose, perfino l’acqua.
Vedo un proliferare di magliette con facce di afroamericani generici. Il negro ornamentale, l’ultima frontiera del razzismo vintage.
Un gruppo di ragazzi ci tiene a manifestare la propria esistenza tramite cori da stadio. La popolazione circostante è sollevata.
Umani a perdita d’occhio si esprimono sentendosi in dovere di dire la propria su tutto.
Il male di quest’epoca sono le opinioni.
Io non ce l’ho un’opinione al giorno.
Mi stanno togliendo il gusto di non avere un futuro.
Non sono misantropo. È solo che per me Io sono leggenda è una commedia romantica.
Come si fa a tollerare un’umanità in cui Tico Torres ha scopato più di Tyco Brahe?
Ma la figa non si rende conto. La figa esperisce un’altra realtà. Non la trovi allo sportello contravvenzioni, all’accettazione della Asl, nella sala d’aspetto dell’Inps, in fila alle poste, in banca, all’anagrafe, al Todis.
Per questo poi subisce il fascino del tatuato.
È inconcepibile che la gente si faccia i tatuaggi senza essere stata in galera. Nelle prigioni russe c’è chi ha dovuto commettere tredici omicidi per guadagnarsi un paio di stelle sulle spalle.
Non è giusto che tu, figo alternativo che suona in un gruppo pleonastico, sganci duecento euro e ottenga il tuo tatuaggio cool in un laboratorio trendy, passando anche per maledetto perché bevi più del dovuto e ingoi qualche pasticca. Il maledetto è quello che ha dovuto fare sparatorie con la polizia per vendertele, quelle pasticche.
Vuoi un tatuaggio? Prendi un serramanico, accoltella qualche energumeno, fatti un anno e mezzo di isolamento diurno e poi ne parliamo.
E mi chiedo anche come sia possibile fare sesso con un uomo che fa uso di asciugacapelli.

Vado in palestra. Gli schermi trasmettono i gol più spettacolari del campionato brasiliano. Ma quando salgo sul tapis roulant comincia il Torneo Provinciale di Tiro al Piattello.
La vita sa sempre come farti pesare le cose.
“Colpa tua che vai in palestra”, dirà qualcuno.
Chi si accetta così com’è ha cattivo gusto.
E chi è se stesso non ha letto Pirandello.
“Ciò che conta è l’interiorità”.
L’intelligenza è l’ultimo rifugio dei brutti.
La vita è un condizionale passato. È passare da “sarebbe bello” a “sarebbe stato bello”.
Io nella vita volevo fallire. Ma non ci sono riuscito.
Mi chiedono: “Che fai nella vita?”. Aspetto il 2018 per scoparmi una del 2000.
“Propositi per il futuro?”. Morire. Mi piace andare sul sicuro.
Da piccoli vogliamo morire a sessant’anni perché ci sembra un’età incredibilmente avanzata. A ottant’anni capiamo che avevamo ragione da piccoli.
Per tirarmi su il morale, penso all’imbarazzo dei parenti al funerale di uno morto di sifilide.
La vita? Mah, c’è di meglio.

Incontro un ragazzino che conosco da anni. Com’è cresciuto! “Eh, come passa il tempo. Mi ricordo quand’eri piccolo così, e adesso hai un tumore”.

Arrivo a casa. Operai del Comune sono intenti a sfoltire rami.
Sono circa 13,77 miliardi di anni che l’universo regola se stesso, ma l’essere umano è convinto che sia necessario potare gli alberi.
Forse viene punito l’abuso di fotosintesi.
Penso che il giorno dopo dovrò svegliarmi e svolgere un’attività retribuita necessaria al mio sostentamento.
Peggio di un disoccupato ci sta solo chi lavora.
Mi guardo intorno. E capisco che il Grande Architetto ha comprato la laurea.
È per questo che ci piacciono i mondi immaginari, le creature fantastiche, i personaggi dei miti e delle leggende. Non ci dispiace che non siano mai esistiti, ma anzi ci rassicura e conforta il fatto che siano rimasti al riparo dalla realtà corruttrice che deturpa tutto ciò che abbraccia.
Prendete l’unicorno, simbolo di bellezza, armonia, magia.
Quante volte avete immaginato l’unicorno galoppare libero lontano dalle angustie del vigente, dai cataclismi, dalle siccità, dalle carestie, dai campi di battaglia, dalle autostrade, dalle sale scommesse, dai negozi di bomboniere?
Beh, mi spiace deludervi: l’unicorno è esistito. Si è insozzato con la realtà. La figura mitologica dell’unicorno è stata plasmata su quella dell’elasmoterio, esemplare della megafauna del Pleistocene a metà tra un equino e un rinoceronte e aveva questo aspetto:

Elasmoterio

L’unica consolazione è non essere immortale.
Per fortuna non ci sarò quando fra tre o quattro secoli il rap sarà considerato musica classica.
Cosa rimane? Le piccole cose di ogni giorno che se sono piccole cose un motivo ci sarà; l’unilaterale amore per la natura; l’aggregazione umana consistente nell’unione di solitudini al fine di supportare le reciproche illusioni condividendo banalità.
Seguo una sola massima di vita: l’importante è non partecipare.

*

Posted in Affetto da esistenza, Dissestazioni, Sepolture previe risate | Contrassegnato da tag: | 68 Comments »

Alla periferia del Nulla

Posted by sdrammaturgo su 16 maggio 2013

Per una lettura più agevole, scarica il Pdf

*

*

We’re moving he said we’re off – Porca Madonna!

SAMUEL BECKETT, Whoroscope

*

*

*

Per astra ad aspera

*

Una notte qualsiasi, molti anni prima che Copernico nascesse, Edoardo da Wittenberg scoprì che l’universo è infinito.
Era costui un astronomo, filosofo e matematico d’insuperato ingegno.
Figlio d’un dotto aristocratico di quel che rimaneva del Sacro Romano Impero, venne mandato dal padre a formarsi nella terra di Dante che non era ancora nel pieno d’una promettente adolescenza, e lì rimase, crebbe e invecchiò.
Dopo lungo e fruttuoso girovagare per tutti i principali centri del sapere coevo che lo mise in contatto con le più brillanti menti del suo tempo, si stabilì infatti in una tenuta al confine tra la Toscana e lo Stato della Chiesa, con la sola compagnia d’una domestica e quattro giovani assistenti, Lorenzo, Emilio, Alfonso e Biagio, che aveva preso bambini all’orfanotrofio e istruito fino a farne uomini d’intelletto, se non suoi pari, di certo degni d’essergli d’aiuto.
Dedito solo ai propri studi e geloso com’altri mai delle cose sue, conduceva una vita massimamente appartata, rifuggendo ogni occasione di mondanità e declinando i pur numerosi inviti da parte dei suoi illustri colleghi, che nutrivano per lui un’ammirata venerazione, e sempre avida bramosia avevano di apprendere i risultati a cui lo avesse condotto l’instancabile genio.
Essi non potevano ad esempio sospettare ch’egli, proseguendo sul selciato battuto dal Bacone, aveva posto due lenti da ambo le parti di un tubo, ottenendo in tal modo uno strumento che faceva parer prossimi oggetti remoti.
Solo più d’un secolo dopo qualcun altro avrebbe costruito l’arnese che sarebbe divenuto noto col nome di telescopio.

Già da un po’ aveva cominciato a dubitare che quanto gli era stato insegnato rispondesse al vero.
Da quando aveva puntato in alto la sua invenzione, e non più solo verso dilettevoli distanze orizzontali, indugiando per la volta celeste a leggere il poema delle comete, il mondo aveva cominciato a sembrargli sottosopra.
Furono giorni, settimane, forse mesi di lavoro febbrile, finché, in una nottata d’eroico furore, la lunga teoria d’indizi ed elucubrazioni culminò nell’Intuizione, fulgida e terribile: non era il Sole a girare attorno alla Terra, bensì era la Terra a girare attorno al Sole.
Attraverso calcoli, osservazioni, misurazioni, deduzioni, induzioni e ragionamenti di tortuosa esattezza, percorse molti secoli in avanti su tutto ciò che c’era da sapere a proposito di quel caotico cosmo, e di lì a realizzare che l’universo è infinito e che – deh – Dio non esiste il passo fu breve.
Edoardo, uomo d’ordine e di quiete, poggiando per la prima volta i piedi su un suolo randagio, fu pervaso da tremore e smarrimento.
Per quanto desiderasse ricacciare i suoi stessi pensieri da sé, la prova era lì, impressa sulle sudate carte e in cielo.
Numeri e logica, frutto d’arti liberali, costringevano alle pastoie dell’evidenza.
Gli astri muti tracciavano il nuovo sentiero. E non si poteva smentire le stelle.
Aveva levato lo sguardo di vetro alle nubi, quasi a sfidare l’Iddio fissandolo occhi negli occhi.
L’anima era rimasta incenerita dall’Assenza scorta lassù.
C’era così tanto spazio che per un Creatore non ve n’era alcuno.
Venne confutato Tommaso con la stessa Natura ed Edoardo si ritrovò ad essere un Anselmo al contrario.
Gli occhi placidi e austeri si fecero inquieti e spauriti.

Tacque per giorni.
Usciva di rado dal palazzo, restandosene rintanato nelle proprie stanze.
Mangiava poco e mai insieme agli altri. Si faceva portare i pasti nello studio e la domestica lo trovava sempre fosco e imbambolato circondato da libri chiusi.
Solo di tanto in tanto lo si poteva vedere far capolino dalla finestra e scrutare il cielo sospirando per poi subito rientrare corrucciato e timoroso.
Gli allievi, preoccupati per l’inconsueto comportamento del maestro, solitamente tanto severo e rigoroso negli studi quanto mite e affabile nel quotidiano, vedendogli svanire il sorriso e l’olimpica imperturbabilità, non poterono non domandare cosa angustiasse colui che più d’ogni altro era sempre parso padron serafico del proprio destino.
Dopo lunga esitazione, Edoardo si convinse a rendere edotti gli assistenti sulla meta cui era giunto, e li invitò a esaminare la correttezza delle sue ricerche.
Le conclusioni parvero subito inoppugnabili.
– Perdonatemi, figlioli, se vi ho insegnato a pensare – disse contrito lo scienziato.

*

*

Un rapido Purgatorio

*

ALFONSO Tolomeo aveva dunque torto e Aristarco ragione.

LORENZO Aristotele sbeffeggiato!

EMILIO Sbeffeggiati siamo noi.

ALFONSO Se le cose stanno così, in questa sterminata giostra difficilmente trova posto un dio. E se un Motore c’è, di certo non si cura di noi.

LORENZO Ho sempre sperato che Epicuro fosse nel giusto!

EMILIO Anche Eraclito lo era.

ALFONSO Le Scritture non dicevano il vero.

EMILIO L’Ecclesiaste è il nuovo Genesi.

LORENZO Ci siamo liberati del Libro di Giobbe!

EMILIO È dunque libertà questa sconfinata solitudine?

LORENZO Di certo non è più arbitrio d’un Padre capriccioso!

ALFONSO È arbitrio di sudditi senza monarca.

EMILIO Arbitrio della Fortuna.

LORENZO Arbitrio dell’Uomo!

EMILIO Arbitrio senza scelta.

LORENZO Suvvia, rallegratevi! Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era un gran bell’impiccione! Ficcava lo spiritual naso dovunque un uomo fosse in pace con tutto fuorché con lui. Nessuno sentirà la sua mancanza. Alla quiete dei boschi interesserà forse la sua assenza? Il fuoco smetterà forse di ardere e l’acqua di dissetare? Del nuovo mondo che ci si apre davanti potremo godere con gioia e senza più timore, coscienziosi e liberi! Non c’è Paradiso e non c’è Inferno!

EMILIO Solo un rapido Purgatorio.

Rimasero zitti un istante, il tempo di sentir scricchiolare le travi del soffitto.
Edoardo da Wittenberg ascoltava in disparte.

EMILIO Dove finiremo, dunque, dopo?

ALFONSO Ti sei mai chiesto dove finisce una gallina dopo il brodo? O il brodo dopo la latrina?

EMILIO Siamo dunque null’altro che materia?

EDOARDO Null’altro, figlioli. Null’altro.

La voce tremante si spense in un mutismo roco che emulava il silenzio d’un Dio defunto.
Si allontanò, appoggiandosi allo stipite della porta per confortare il passo stento.
Di lì in poi fu tutto un fissar lo sguardo in ogni punto a caso dello spazio infinito.

Biagio, che era stato il primo e solo a prender moglie, più avvezzo alla tacita fatica che al sofistico ciarlare, spaccava la legna.

LORENZO Ma ci pensate?! Dio non esiste! Tutto è permesso!

ALFONSO Tutto è permesso.

LORENZO Tutto!

ALFONSO Tutto.

*

*

Alogonauti

*

Alfonso passeggiava lento per l’aia della tenuta. La schiena eretta, il volto calmo e attento. Le pupille indagatrici e impassibili lanciavano strali di ghiaccio.
Si fermò davanti alla gabbia dei conigli. L’aprì, ne sollevò uno per le orecchie e se lo pose davanti al viso.
Lo scrutò, esaminandolo con occhi fissi.
– Sei tu dunque come me. Nullo anche tu.
E senza fremito alcuno gli schiacciò la testa tra le mani.

Lorenzo era così impaziente di iniziare un nuovo giorno che andò ad attenderlo la sera in una festosa locanda.
– Siate lieti! La mattina è bella e la notte non tarda a venire! Musici, suonate con vigore le vostre note melodiose! Leviamo alto l’inno della nostra felicità ai cieli mai così vasti, misteriosi e splendenti! Balliamo! Riconoscenti a nessuno, cari a noi stessi! Non v’è danza più estatica del saltellare del servo affrancato! Celebriamo Nessuno! Celebriamo il Vuoto celeste e il Pieno terreno! Celebriamo le cascate e i clivi, le fiere e gli armenti! Celebriamo l’uomo e la donna! Celebriamoci gli uni con gli altri! Celebriamo il celebrare! Brindiamo ai sensi, che tante soddisfazioni ci recano e son tutto ciò di cui abbiamo bisogno!
Offrì da bere ai miserabili che non potevano permetterselo, dissertò gaudente di lettere e arti, cantò abbracciato a sconosciuti rubizzi, giacque con tutte le prostitute più belle e con molte delle più brutte.

Incedendo senza fretta nella via notturna, Alfonso incrociò un passante che lo salutò cordialmente.
Si fermò. Si voltò a osservare lo sconosciuto che si allontanava.
Si guardò intorno, scorse una pietra, la prese.
Invertì il cammino e si mise a seguire lo sconosciuto, curandosi di non essere visto né udito. Quando gli fu vicino, gli balzò addosso con fermezza e senza furia, scagliandogli la pietra sulla nuca a tramortirlo.
Se lo caricò sulle spalle e lo portò in aperta campagna.
Dopo avergli spezzato gambe e braccia per assicurarsi che non scappasse, si allontanò.
Tornò con una fune, una lama, un martello, dei chiodi, una pietra focaia, un acciarino e delle fascine.
Indifferente alle inutili grida, legò l’uomo a un albero.
Con gelida ebbrezza, prese a saggiarne le carni squarciandole con il coltello. Lacerò la pelle del costato, trafisse mani e piedi, strappò le unghie, piantò chiodi negli occhi, nel bacino, nelle ginocchia.
Lo scarnificò con perizia, senza esaltazione; poi pose le fascine ai suoi piedi e appiccò il fuoco.
Mentre il tronco di ossa e sangue si dimenava con le ultime forze, fece qualche passo indietro, per osservare meglio le reazioni di quel fantoccio senz’anima.
Non v’era premio. Non v’era punizione.

L’orizzonte fuggiasco assaliva Emilio, seduto su una roccia malconcia che cullava con durezza la sua irrequietudine.
Infiniti mondi intorno a lui, uno solo a sua disposizione. Una galera illimitata, non più centro d’un Tutto in sé conchiuso, ma sasso gettato a caso alla periferia del Nulla. E lui non più centro del centro, ma polvere raminga, vivo senza scopo, inane nell’immane, rampollo d’una stirpe d’orfani, prigioniero d’un esistere vano su un pianeta negletto che galleggiava senza sorprese ai margini della trascendenza, in balia d’un immobile fluire, travolto dal divenire della stasi.
Nessun fondamento, nessun valore.
Tutto gli appariva ora soltanto per quello che era: la musica una successione di suoni non dissimili dai rumori, i dipinti chiazze di fluidi colorati, i sussulti d’amore la disperata speranza del corpo di lasciare postreme tracce di sé, le vallate rigogliose un groviglio di corteccia e caducità, il cibo nutrimento senza sapore.
Ovunque, ammassi di materia inerte, cumuli di accidenti senza necessità, un gran numero di cose la cui somma era niente.
E agli uomini non restava che seguire la rotta dei naufraghi, sospinti da un fortunale di bonaccia.
Quando si sedette a tavola a mangiare, gli parve il rancio d’un condannato.

*

*

Il falò delle vastità

*

Edoardo da Wittenberg preparò una pira su cui sarebbe potuto essere nuovamente arso Eracle.
La decisione era stata presa, lungamente meditata, ponderata d’istinto: avrebbe bruciato tutto, tutte le sue carte, tutti i suoi studi, tutta la sua vita.
Il tribunale della coscienza aveva processato i cieli e aveva emesso irrevocabile condanna: i faticosi decenni del suo lavoro andavano ridotti in cenere. Nessun frammento si sarebbe dovuto salvare dal fuoco purificatore.
L’inquisitore del firmamento allestì il rogo in cortile e vi rovesciò le pagine come se stesse incendiando gli astri.
Nel falò delle vastità venne distrutto l’universo intero, e la volta celeste si richiuse sopra il fumo fluttuante.
Peregrinò a lungo per ogni università, accademia, studiolo, dovunque e presso chiunque potessero essere conservati scritti che riguardassero le sue ricerche, per aggiungere anche quelli all’altare del sacrificio.
Si fece giurare dai sodali di scienza, attoniti, che mai più avrebbero menzionato il suo nome e il pur minimo frutto del suo intelletto, e avrebbero anzi dimenticato lui e l’opera sua.
Nulla venne risparmiato al crepitare dei tizzoni.
Compiuto l’olocausto cosmico, si ritirò in un monastero sulle Alpi e nulla si seppe più.

Una sera, Biagio rientrò in casa dopo una giornata di lavoro nei campi dura come le altre.
La zuppa bolliva sulle braci.
Si sistemò al desco. La moglie gli riempì il piatto.
Inghiottì con calma un paio di bocconi e un sorso di vino. Rimase un poco assorto, poi alzò la testa.
– Ma lo sai che la Terra gira intorno al Sole e l’universo è infinito?
La moglie scosse la testa in un gesto fugace e distratto.
Biagio continuò a mangiare la zuppa mentre la moglie rammendava un panno logoro.

Emilio camminava per un terreno brullo che precipitava in un crepaccio.
Pensò che fosse quella la sorte comune: un errare in equilibrio tra un deserto e un burrone.
Forse un giorno si sarebbe gettato nel dirupo e avrebbe provato l’ultima emozione. L’unica.

*

*

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , , , , | 36 Comments »

Storielle per far addormentare i bambini. Per sempre.

Posted by sdrammaturgo su 15 maggio 2013

Il brutto anatroccolo

C’era una volta un brutto anatroccolo.
Ma poi scoprì di essere un cigno.
Così divenne un brutto cigno.

*

*

La piccola fiammiferaia

C’era una volta una piccola fiammiferaia rom.
Maledisse il proprio mestiere quando venne circondata da alcuni neofascisti con una tanica di benzina che avevano dimenticato l’accendino a casa.

*

*

La volpe e l’uva

Un giorno una volpe affamata vide un grappolo d’uva pendere da una vite molto alta, ma siccome era un canide prevalentemente carnivoro, lo ignorò e addentò un piccolo roditore.

*

*

L’antilope felice

Nella savana, mentre si svolgeva la crudele lotta per la sopravvivenza tra predatori e prede, una giovane antilope era felice. Finché prese coscienza di essere un erbivoro.

*

*

L’anoressica e il relativismo

C’era una volta un’anoressica in Ruanda, ma nessuno ci fece caso.

*

*

Il bradipo centometrista

Il bradipo centometrista era una pippa.

*

*

La gabbianella e il gatto

Un gatto incontrò una gabbianella, e per la gabbianella furono cazzi amari.

*

*

Titone

Eos, la dea dell’aurora, si innamorò di un pescatore bellissimo chiamato Titone e chiese a Zeus di donargli l’immortalità, ma si dimenticò di chiedere per l’amato anche l’eterna giovinezza, così Titone fu condannato a invecchiare in eterno senza poter sperare nella liberazione della morte, e gravò tantissimo sulla previdenza sociale.

*

*

Artemide e Atteone

La dea Artemide trasformò in cervo il cacciatore Atteone e lo fece sbranare dai cani perché l’aveva vista nuda.
La dea Artemide non ebbe mai problemi di stalking.

*

*

*

*

Appendice che non c’entra niente

L’altra gioventù

I giovani non sono solo precari facinorosi che urlano la propria indignazione in piazza.
Esistono giovani di tutt’altra specie.
Ci sono giovani che si sono laureati col massimo dei voti. Non hanno mai partecipato a manifestazioni, ma hanno studiato duramente, lavorano sodo, sono entrati con merito in aziende importanti o in studi prestigiosi. Hanno conseguito master e specializzazioni, credono nel potere d’acquisto, preferiscono giacca e cravatta alla kefia e ai pantaloni strappati.
Mentre la maggior parte dei giovani si lamenta, loro si impegnano, fanno carriera, si dedicano a migliorare la propria posizione sociale.
Sono giovani moderni, non più conservatori o reazionari come gli yuppies di un tempo, ma sostengono tanto i diritti civili quanto il libero mercato.
Questi giovani preferiscono le riunioni in ufficio all’ozio in birreria; mentre i loro coetanei vanno ai concerti, loro si assumono delle responsabilità; invece di far mattina con gli amici perdigiorno, vanno a letto presto per essere efficienti e produttivi.
Ecco, a me, questi giovani, me fanno schifo.

*

Posted in Fiabole | Contrassegnato da tag: , , | 20 Comments »

Ustioni da focolare domestico

Posted by sdrammaturgo su 17 febbraio 2013

Brevissimo romanzo di malformazione

*

Homo homini homo.

TOMMASO OBESO

*

*

Si conobbero alla Festa della Caccia.
Era l’evento più scoppiettante del paese, dopo la processione di Santa Brigida.
Per l’occasione, lei aveva messo il suo miglior vestito a fiori – dunque il suo peggior vestito.
Accompagnata dalla madre e dalla sorella, volteggiava tra le bancarelle traboccanti di fauna smembrata.
Corone di salsicce nere addobbavano la piazza.
L’orchestrina di Gigi e le Mele Marce stonava un liscio affannato e coppie di moribondi claudicavano tentativi di movimenti ritmici.
In quell’atmosfera magica, apparve lui.
Portava in spalla un cinghiale abbattuto al mattino.
Grazie al movimento delle labbra, lei capì chi dei due le stesse parlando.
La invitò a un giro di danza, lei chiese il permesso alla madre, la madre acconsentì, la sorella rosicò.
Col cinghiale morto che piroettava sul corpo massiccio di lui, lei sospirò rapita dal ballo e dalle mani ruvide che la cingevano scartavetrandola con dolcezza.
Lui le narrò con quanta abilità e rapidità aveva prontamente reciso i testicoli del suide – servendosi di un coltello acquistato presso l’armeria Scarponi, che, si sa, è la più affidabile – subito dopo averlo centrato in fronte con un pallettone del dodici, e di come era sfilato trionfante per le strade con il trofeo sanguinolento spalmato sul cofano del fuoristrada tra gli applausi scroscianti dei concittadini. Al baretto aveva offerto da bere a tutti, e rudi pacche sulle spalle avevano sottolineato il suo indiscutibile stato di maschio alfa.
Lei era ammirata.
Si guardarono negli occhi.
Prima col cinghiale, poi con lui.
E così, tra il profumo di carcasse bruciate, si stagionò il loro amore.

Come primo appuntamento, benché fosse passato un bel po’ di tempo dal Paleolitico, lui la portò a vedere i fuochi d’artificio.
Perché si sa, il salnitro è molto romantico.
Lo spettacolo pirotecnico era preceduto da un’esibizione di acrobati paraplegici: venivano sparati con una catapulta e quello che succedeva succedeva.
Prima di uscire, lei si preparò con cura, emozionata e trepidante com’era.
Si sentiva un po’ a disagio perché aveva un brufolo sul tumore e cercò di coprirlo con un po’ di fondotinta.
Lui era una persona molto spartana. Non condiva nemmeno i cibi. Si limitava a leccare del salgemma.
Era un uomo rustico e impulsivo, ma aveva una sua etica. Per esempio non picchiava le donne: le bastonava con un tortore avvolto in una cintura dalla fibbia in alluminio, o in alternativa con la cinghia dell’escavatore.
Con lui era tramontato il mito dell’emancipazione del popolo.
Dopo averlo conosciuto, un marxista era diventato monarchico.
Lei era una sognatrice. Non faceva che fantasticare su frittate dalle combinazioni sempre più imprevedibili: pancetta e guanciale, lardo di colonnata e stracchino, coppa, wurstel e sanguinaccio, o ancora trota e anguilla, insieme!
La sua immaginazione non poneva limiti alle possibilità di frittate.
La serata andò benissimo.
Lui premette per penetrarla. Lei si sottrasse con garbo.
Nonostante il motore a scoppio e l’elettricità siano invenzioni largamente diffuse già da un paio di secoli, molte donne vogliono essere corteggiate.
Lui, in fondo, apprezzò: aveva dato prova di essere una ragazza seria.
Qualche tempo dopo, chiese la sua mano.
Vennero organizzate le nozze.
Il sagrato della chiesa era gremito di parenti a colori dal fervore in bianco e nero.
Assistere a un matrimonio rende felici perché sai che sta toccando a un altro.
È lo stesso principio per cui ai funerali in realtà sono tutti contenti.
D’altra parte, i matrimoni mettono molta più malinconia dei funerali, perché a un funerale si pensa: “Ha smesso di soffrire”, mentre a un matrimonio: “Ed è soltanto l’inizio”.
La sposa scese da un’autovettura sportiva a braccetto dell’austero genitore.
Lo sposo attendeva all’altare.
Il passante che si fosse imbattuto nella scena, avrebbe potuto proferire al sodale: “Ehi, guarda, dell’anacronismo”.
Il padre consegnò la femmina al maschio più giovane, lo stregone recitò delle formule magiche e tutti andarono a nutrirsi vestiti scomodi.

Lui aveva una fronte lombrosiana che contendeva il territorio alle sopracciglia e le spalle tozze che coincidevano con il mento.
La pancia prominente da ippopotamo palestrato distraeva dal viso bitorzoluto. Il naso largo e schiacciato divideva a stento gli occhi infinitesimali.
Le gambe corte sostenevano possenti la lieve gobba cespugliosa.
Lei aveva un cancro d’annata che le impreziosiva le gote.
Ciuffi oleati le scendevano dalla chierica aprendo il sipario sullo strabismo di Efesto.
Il seno si posava delicatamente sull’ombelico a ogni sussulto del busto spugnoso.
Bolle smaglianti sfavillavano sulle natiche smagliate.
Dei ricchi favoriti le solleticavano le narici.
Ritennero indispensabile riprodursi.
Qualcuno avrebbe potuto pensare che si trattasse di una vendetta: la natura e l’umanità erano state talmente ingrate nei loro confronti che adesso le avrebbero riempite di mostri.
E invece lo fecero proprio per amore.
O almeno per quella preoccupazione di garantirsi il prosieguo del coniugio bloccando il legame con un’opportuna procreazione che le persone di aspetto insoddisfacente sono solite chiamare amore.
È per questo che vedendo le coppiette in giro che spingono passeggini è possibile notare che i brutti non vedono l’ora di moltiplicarsi.
Un figlio, questa astuta assicurazione sulla vita per tradizionalisti sventurati.
Lei rimase incinta.
Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto un argomento di conversazione.
In vecchiaia non avrebbe più dovuto puntare solo sulle malattie, questo perverso svago della terza età.
Avrebbe avuto di che raccontare su successi o fallimenti di figli e nipoti, senza contare il sostegno che da essi avrebbe ricevuto.
Generarsi i propri badanti, quale ingegnosa soluzione! E che risparmio rispetto all’ospizio!
Costosi prima, ma convenienti dopo.
I figli, questo fondo pensionistico di materiale organico.
La sua deformità fisica suscitava l’invidia delle altre donne.
Com’era prevedibile, ne uscì un essere umano. Eppure tutti parvero sbalorditi ed euforici.
L’evento si ripeté tre volte, e quantunque l’abitudine avesse ormai dovuto ridurre la sorpresa a zero, le reazioni furono le stesse, se non più entusiastiche.

Il primogenito diede molte soddisfazioni al papà, per esempio quando percosse un detrattore della propria squadra del cuore o quando pestò un incauto sostenitore delle marmitte a lungo o quando massacrò il fidanzatino della sorella, reo di essere tale.
Ella non si era mai sentita così al sicuro.
Sebbene provasse sentimenti di tenerezza per quel ragazzino, aveva compreso che da quel momento in poi non avrebbe mai dovuto temere alcuno smarrimento esistenziale: pur concedendosi qualche trasgressione come uso di narcotici e sesso occasionale, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a richiamarla all’ordine, garantendogli un futuro di piena accettazione sociale come moglie e madre, cosa che restava in ogni caso il suo obiettivo principale.
Chi ti ama davvero, se serve ti assicura un futuro conforme al pensiero dominante anche con le cattive. Anzi, soprattutto con le cattive: segno di passione vera.
La secondogenita aveva peraltro fattezze disarmoniche, ma l’esistenza del testosterone le assicurava egualmente un discreto numero di spasimanti patriarcali.

Il terzogenito nacque malato.
Ben presto si rivelò infatti affetto da una malformazione congenita nota come coscienza critica, i cui sintomi erano contestazione dell’autorità genitoriale, riconoscimento di modelli erronei, percezione della vita come nonsenso e sciagura.
Più cresceva e meno la nascita gli sembrava una trovata valida.
Tutti però gli dicevano che doveva essere grato ai suoi genitori per il regalo che gli avevano fatto.
Ma a ben vedere era la stessa cosa che gli dicevano a Natale quando le zie gli regalavano sciarpe di lana bianco panna con stemmi di casati immaginari.
Ciò che rimproverava innanzitutto ai propri procreatori era l’averlo messo al mondo nella miseria.
Lo stipendio del padre da ruspista in una piccola ditta di movimento terra bastava appena al sostentamento della famiglia.
Non che avesse desiderato l’agiatezza a tutti i costi, ma si sarebbe quantomeno accontentato di non dover disputarsi merendine col fratello in duelli all’ultimo sangue, dai quali usciva inesorabilmente sconfitto, non avendo ereditato il patrimonio genetico ferino del padre.
Invidiava molto la prosperità gastronomica degli altri.
I poveri hanno l’invidia del pane.
La servizievole devozione della madre al nucleo famigliare, obbediente massaia al di là del tempo persa nelle sue ambiziose frittate, sua massima aspirazione; la sottomissione contemplativa della sorella all’autoritarismo paterno; le gare di motocross del fratello che dominavano i pomeriggi del sabato e rendevano così fiero il capofamiglia, facendo commuovere la sua sottoposta; l’indottrinamento governativo previa detenzione scolastica; la rispettabilità nel branco di coetanei da conquistare tramite angherie; le lezioni di sudditanza paranormale presso la parrocchia; tutto ciò condusse il terzogenito verso un’adolescenza da estraneo in cui la sua malattia della consapevolezza si aggravava di giorno in giorno producendo un distacco irreparabile da ogni senso del sacro.
Le insubordinazioni ai dettami del patriarca erano in costante aumento e la sua infausta conformazione genetica gli faceva percepire la madre come una persona, la comunità come una savana cementificata che era l’habitat innaturale dell’homo sapiens sapiens urbanizzato, le stelle cadenti come frammenti di comete o asteroidi che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendiano a causa dell’attrito.
Cercava rifugio dalla realtà priva di romanticismo nei fumetti dei suoi supereroi preferiti, gli X-men, i supereroi analfabeti.
L’evento più significativo della sua pubertà fu quando dovette partecipare alle esequie del suo vicino di casa.
Era il padre che aveva sempre sognato di avere: morto.
Si sa, l’unico modo per essere un buon genitore è lasciare i propri figli orfani.

Arrivò la maggiore età, e con essa la piena cognizione della caducità.
Sentiva parlare dell’importanza dei giovani, ma sapeva già che i giovani sono i vecchi del futuro.
Il problema della vita è la morte, pensava.
C’è troppo poco tempo e troppe cose vane da fare.
La vita è la domenica, quando devi affrettarti a fare qualcosa perché domani poi arriva il lunedì e sono cazzi e devi tornare a lavoro e se non hai combinato niente te ne penti, ma nell’ansia finisce puntualmente che non combini niente per forza e allora arrivi quasi a desiderare che arrivi presto l’odiato lunedì per toglierti il pensiero e però il lunedì fa sempre paura.
Il capitalismo, il lavoro, la guerra esistono perché esiste la morte. Senza la smania di ritardare la morte, chi avrebbe bisogno di farsi padrone o schiavo? Non esisterebbero povertà e ricchezza, perché tanto non muori, quindi mica ti serve di sottometterti per del pane o sottomettere per un panificio.
Con l’immortalità sarebbero tutti più rilassati e serenamente produttivi.
Un immortale non ha alcuna fretta.
L’accidia stessa è figlia della finitezza. Quando tutto è così fugace, tanto vale non far nulla.
Le scelte si riducono drasticamente, è necessario selezionare con cura ed escludere troppe cose, e Rimpianto, Rimorso e Rinuncia sono le tre Disgrazie che ti accompagnano nell’agonia.
La scoperta delle donne comportò quella della difficoltà di accoppiamento.
Quando riceveva un rifiuto, si consolava pensando che tanto, presto, sarebbero morti sia lui che lei, quindi non c’era da prendersela troppo.
Apprezzava molto un film sulla vanità del tutto e l’irredimibilità del dolore che parla di un ragazzo devastato da una neoplasia il quale non riesce a costruire alcunché di importante né a tirar fuori qualcosa di buono dalla sua sofferenza che sia di insegnamento o utilità per le generazioni future e poi muore. Titolo dell’opera Tanto tumore per nulla.

Il mondo intorno a lui, intanto, procedeva con disinvoltura.
I fidanzati che non si sopportavano facevano progetti di eternità, giacché il bello della coppia è avere qualcuno accanto da maledire.
Le donne non la davano e gli uomini si vendicavano con canzoni d’amore.
I maschi gareggiavano nello sprint al semaforo.
Relitti cellulari celibi si decomponevano ristagnando cameratescamente nei bar. Erano stati sfortunati con la tempistica di nascita. Fossero venuti al mondo una trentina d’anni prima, con un matrimonio combinato si sarebbero garantiti una moglie. Invece quel minimo di emancipazione che consentiva alle donne un pur esile margine di scelta li condannava a esser negletti, scapoli indesiderati, obbligati allo sfogo delle pulsioni sessuali nel gioco della briscola.
La gente più curata seguiva la moda, quella più trasandata seguiva la mota.
Gli individui indossavano come se niente fosse indumenti con scritto Monella Vagabonda e Joe Marmellata.
In ogni posto in cui si andava, si vedeva sempre qualcuno che incontrava qualcun altro di sua conoscenza. Eppure il mondo era piuttosto affollato.
L’Africa continuava a essere tenuta in povertà per permettere ai benestanti di passare da benefattori in serate mondane di raccolta fondi e rassicurare i meno abbienti dell’Occidente industrializzato.
Il sindaco del paese al posto del gabinetto aveva coprofagi a bocca aperta a spese dei contribuenti.
Era un lavoro molto ambito. In fondo era un posto sicuro, un impiego statale con contratto a tempo indeterminato: una volta finito il mandato del primo cittadino, si era promossi docenti nei corsi di educazione civica.
La comunità scientifica piangeva la scomparsa del fisiologo Meluzzo Alessandri. Convinto della veridicità della saggezza popolare secondo cui se stanno al caldo le estremità rimane caldo tutto il resto del corpo, andò su un ghiacciaio per sperimentare in prima persona l’efficacia del metodo, mettendosi nudo ma con gli arti inseriti in delle stufette. Venne ritrovato assiderato con mani e piedi ustionati.
La rivista Bellezza&Benessere divulgava l’ultimo ritrovato in campo estetico: “Depilarsi con la Chemio”.
Le file per fare una foto con la Coppa dei Campioni; il magone della partenza del Gran Premio; l’imperscrutabile fierezza dei lavoratori; la banalità degli amori tormentati; il tedio degli amori tranquilli; le équipe di economisti, sociologi e matematici che elaboravano le offerte per i menù di pizza a domicilio; la fede in dio, il più diffuso degli amici immaginari; gli occhi tristi degli animali.
Nessun animale sembrava felice.
Il cane aveva lo sguardo malinconico, il gatto teso, il cavallo stanco, il maiale disilluso, la mucca apatico, la pecora preoccupato, la gallina guardingo, il coniglio terrorizzato.
Nemmeno le belve facevano eccezione: anche nel leone e nella tigre traspariva una certa spossatezza esistenziale.
Non c’era gioia in natura. Solo nella Playboy Mansion.
E non si poteva continuare a fingere di dimenticare che una volta c’era stato Music Farm.

Giunse Capodanno, quando tutti si entusiasmano allorché in un punto a caso concordato nell’entropia spaziotemporale si passa da una frazione convenzionale di tempo a un’altra secondo un’unità di misura arbitraria.
Anche quell’anno avevano annunciato l’apocalisse.
Il terzogenito non ci credeva più. Lo avevano ingannato troppe volte. Finisce il mondo, finisce il mondo, e il mondo non finiva mai.
Ogni volta in quel periodo veniva assalito da pensieri angustianti ancor più numerosi, e nuove ambasce, interrogativi aggiuntivi, addizionali tormenti si sommavano agli abituali.
Per esempio il fatto che ragazzi che scoppiavano i botti avevano una vita sessuale, sovente perfino con donne di bell’aspetto.
Come ogni anno, si era sottratto ai festeggiamenti, ma invece di barricarsi nell’isolamento casalingo, si mise a vagare per il paese deserto.
Nella tasca del cappotto aveva una rosetta avanzata dal giorno precedente, unico alimento commestibile che aveva rinvenuto nella dispensa in quel giorno in cui la madre era stata troppo indaffarata con le zie a preparare le vettovaglie per il veglione, avendo massima cura che il quantitativo di vivande superasse quello necessario al fabbisogno annuo calcolato nel prodotto interno lordo di una nazione in via di sviluppo. Perché solo buttare nella spazzatura ingenti carichi di viveri in eccesso poteva regalare una vera ebbrezza di ricchezza.
Le festività servono a sedare con illusioni.
Di passo in passo si ritrovò davanti alla casa in cui i suoi famigliari stavano mentendo a loro stessi.
Dalla strada poteva vederli non visto al di là dei vetri delle finestre. C’erano tutti: suo padre, sua madre, sua sorella, suo fratello con la fidanzata ufficiale, il parentado al gran completo, alcune personalità senza personalità del paese.
Sapeva già come si sarebbe svolta la serata: ingerimento di cibo fino allo stremo delle forze, estenuanti giri di mercante in fiera, detonazioni.
Maggiore era l’ammontare degli esseri viventi caduti sul selciato la mattina dopo al termine delle ostilità conviviali, maggiore era l’appagamento collettivo.
I botti. Sapeva che tra petardi, bombe e artiglieria leggera c’era sicuramente un arsenale. E sapeva anche dove era riposto.
Conosceva quell’abitazione. Aveva dovuto subirci molteplici pasti cerimoniali in passato, segregato nell’affetto genealogico.
Essendo sopravvissuto alle torture familiste, ora sapeva che gli armamenti si trovavano proprio sul retro nel locale della caldaia.
Fece il giro dello stabile e di soppiatto ci entrò.
I residuati bellici erano tutti lì.
Quale occasione migliore?
Sarebbe bastato accendere una miccetta in mezzo al mucchio e sarebbe saltato in aria tutto.
D’un colpo, via tutti: famigliari, parenti, conoscenti.
Pezzi di cugini dappertutto, frammenti di zii sparpagliati sul vialetto, paesani indistinguibili dal cotechino, le ceneri dei fratelli nella pentola delle lenticchie, la madre tutt’uno con la frittata, le viscere del padre appese tipo festone.
E sarebbe sembrato frutto di una mera fatalità: una dinastia di coglioni appoggia i botti nel locale caldaie, uno si accende per qualche sfregamento, fa scoppiare tutti gli altri, la caldaia esplode.
L’attentato perfetto.
Rimase qualche istante in piedi nel buio, immobile, il respiro fatuo nell’aria gelata.
Rifletté.
Sarebbe esploso qualche esemplare di essere umano. Non sarebbe esploso il mondo.
Perché compiere l’ennesimo gesto superfluo nell’universo?
Voltò le spalle, si allontanò, tirò fuori dalla tasca il panino stoppaccioso e prese a masticarlo con noncurante fatica.
La vita è una rosetta del giorno prima.

*

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 57 Comments »

Lettera al mio bambino mai nato

Posted by sdrammaturgo su 17 novembre 2012

Non procreare se non volevi essere procreato.
  

Dal Vangelo secondo Claudio


*

*

Caro figliolo scampato alla vita,

sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura.
Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato.
A un uomo che non usa il preservativo, peraltro, nessuna donna dovrebbe mai darla per tutto il resto della sua vita e gli dovrebbe essere negata anche la possibilità di autoerotismo: troppo comodo fare il passionale noncurante quando poi la gravidanza se la becca lei.
Se poi si dovesse verificare un incidente nonostante il contraccettivo, sappi che io sono favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza.
Finché sei nel corpo della donna, sei il corpo della donna.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa ti impedisce di essere allora favorevole alla soppressione del bambino anche dopo la nascita?”.
Finché sei all’interno della fica, decide la donna. Una volta fuori, te la vedi tu. Vale anche per il cazzo, quindi non vedo perché non dovrebbe valere per te.
Per me l’embrione non è vita nei primi quarant’anni. Dopo diventa spazzatura.
Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: “Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro”? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà.
Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi.
“So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto”.
Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai “farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro”. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante?
Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno.
Sento le interviste agli operai licenziati: “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”.
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola.
Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.
Come ha detto un saggio: “Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”.
La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale.
La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: “Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato”.
Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità.
Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere.
Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta.
Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai: “Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?”. No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato; non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.
Ma se diventi cattolico te gonfio.

Posted in Dissestazioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | 178 Comments »

La fallomorfosi

Posted by sdrammaturgo su 10 ottobre 2012

Una mattina, svegliandosi da sogni inquieti, Gregorio Sansoni si ritrovò con un cazzo enorme.
Lì per lì non ci fece caso: la solita erezione mattutina che gli arrivava sopra l’ombelico.
Sopra l’ombelico?!
Provò a fingere per qualche istante che fosse tutto normale, anche con una certa sicumera, dicendosi che sì, quello era il suo cazzo, era sempre stato grosso, non c’era niente di strano.
E invece no: lui un cazzo così non ce lo aveva mai avuto.
Nessuno ha mai il pene dell’esatta misura della media mondiale. È sempre un po’ più grande o un po’ più piccolo. Quello di Gregorio no: le sue dimensioni corrispondevano precisamente a quelle della media mondiale, sia in lunghezza che in larghezza, non un millimetro di differenza. Sembrava fosse stato realizzato sulla base delle rilevazioni statistiche. Gregorio incarnava l’idea platonica di Normodotato.
Il suo pene perfettamente medio era sempre stato del tutto insoddisfacente, uno di quei cazzi che le donne accolgono senza entusiasmo o particolare dispiacere, di cui nessuna avrebbe parlato alle amiche, né per decantarlo né per deriderlo. Un cazzo che si dimentica subito.
Il cazzo era l’emblema della sua condizione esistenziale.
Non era nato né al Nord del rigore e dell’emancipazione, né al Sud della passione e dell’arretratezza, bensì al Centro senza troppi disagi e senza slanci. Figlio di una famiglia né ricca né povera, padre ferroviere e madre impiegata alle Poste entrambi in pensione, aveva dato molte soddisfazioni ai propri genitori. E si sa: più soddisfazioni si danno ai propri genitori, meno si prendono per sé. Si era laureato senza affanno e senza gloria in economia e commercio e aveva trovato un modesto e tranquillo posto in banca, retribuito il giusto per potersi considerare classe media.
A scuola se l’era sempre cavata, uno studente diligente e per nulla brillante che prendeva sempre tra il sei e il sette e non si era mai sentito dire da qualche insegnante: “Puoi fare di più”, perché era chiaro a tutti che non avrebbe potuto fare di più. E neanche di meno.
Nessuna follia, nessun trionfo, nessuna caduta, nessun successo.
Né bello né brutto, a ben vedere non c’erano motivi per non dargliela. Ma non ce n’erano nemmeno per dargliela. Tuttavia, era riuscito ad avere un numero di rapporti sessuali sufficienti a non essere considerato un totale sfigato, ma non abbastanza da essere considerato uno che non ha problemi con le donne.
Era un uomo defascinante: non solo non era affascinante, ma riusciva a togliere fascino a tutto ciò che gli stava intorno.
Una vita ordinaria e ordinata, dunque, che non spiccava nemmeno per essere particolarmente ordinaria e ordinata, talmente media da passare completamente inosservata, una mediocrità di cui non ci si accorge.
Fino a quella mattina.
Balzò giù dal letto, si tolse le mutande da cui usciva il cazzone e si mise davanti allo specchio.
Trepidante e disorientato, cominciò a sudare ed ebbe quasi un mancamento per lo stupore, una sorta di attacco di sindrome di Stendhal, un astonishment burkeiano. Osservò con un misto di smarrimento e curiosità scientifica il suo nuovo pene, poi cominciò a studiarlo con attenzione, toccandolo esitante e timoroso; prima ne saggiò fugacemente la consistenza con la punta del dito indice; quindi si fece coraggio e lo afferrò, inizialmente con una sola mano, e successivamente, una volta a proprio agio, con entrambe.
Stette un po’ così, in piedi immobile davanti allo specchio con il gigantesco cazzo eretto tra le mani.
La voce della madre che bussava alla porta della camera lo scosse dal torpore.
«La colazione è pronta»
«Arrivo, un attimo»
Raccolse la lucidità e si gettò a frugare smaniosamente nei cassetti, finché non ne trasse un vecchio righello. Tornò quindi davanti allo specchio e se lo misurò.
Quaranta centimetri. Il glande grosso come un pugno.
Effettuò una nuova misurazione non appena fu tornato a riposo.
Ventinove centimetri.
Rocco Siffredi era divenuto celebre per i suoi ventitré centimetri, invidiato e ammirato da tutti.
John Holmes, con trentatré, era un essere mitologico.
Gregorio capì che da moscio aveva il cazzo più grosso di un superdotato, in erezione annichiliva il dio Priapo in persona.
Un fremito elettrico lo percorse.
Era forse quella la sensazione della vittoria? Non l’aveva mai provata.
Improvvisamente si ricordò di quand’era ragazzino.
Allora c’erano solo tre modi per essere rispettati: essere bravi a giocare a calcio, pestare tutti o avere il cazzo grosso. Avere il cazzo grosso dispensava perfino dalla fatica delle partite di pallone o dei trionfi nelle risse.
In età adulta le cose non erano cambiate granché: la bravura a calcio era stata sostituita dalla bravura a rimorchiare, pestare tutti era mutato nell’avere i soldi per permettersi l’eventuale sfizio di far pestare tutti, la questione del cazzo grosso era rimasta invariata.
Era la benedizione più grande.
E lui l’aveva ricevuta.
Era stato un miracolo. Forse un dio benevolo aveva voluto premiarlo per una vita misurata all’insegna della pacatezza.
E adesso che aveva il cazzo grosso, di quel dio poteva anche fare a meno.
«Farai tardi a lavoro!»
Non aveva più bisogno nemmeno della madre.
Il nuovo cazzo aveva infuso una nuova vitalità in quel figlio devoto. Aneliti di ribellione erano ormai entrati in circolo nel suo organismo dai testicoli grandi come plafoniere.
Si vestì in fretta e aprì la porta.
«Oggi non vado a lavoro»
La madre trasalì.
Gregorio andò in bagno a lavarsi.
Non si era mai sentito speciale. Mai, in niente. Allo specchio stentava a riconoscere la differenza tra se stesso e la mensola alle sue spalle.
Ma quella mattina, allo specchio vide un vero figo. Poi si accorse che era la finestra. In effetti il dirimpettaio era un gran bel ragazzo. Ma di sicuro non aveva quel cazzo. Oh, nossignore.
Avere il cazzo grosso è l’unico vero sogno di ogni uomo.
“Io ho il cazzo grosso” mette a tacere qualsiasi discussione. Si può dire di tutto a un uomo: “Non hai dignità, sei un buono a nulla, hai il cervello di una gallina, sei un fallito, con le donne sei negato”, ma se questi risponde: “Io ho il cazzo grosso”, ha vinto comunque, non c’è storia.
La ragione è sempre dalla parte di quello col cazzo grosso.
Un uomo bello, ricco, di successo, talentuoso, geniale, bravo a letto, rinuncerebbe a tutto questo solo per avere qualche centimetro di cazzo in più.
Un uomo preferirebbe perfino sentirsi dire da una donna: “Non voglio scopare con te, hai il cazzo troppo grosso, mi faresti male” piuttosto che scoparci effettivamente. Anzi, sarebbe per lui il maggior motivo di orgoglio e soddisfazione e se ne vanterebbe con gli amici.
La competizione fallica smaschera le velleità del pollice opponibile, inchiodando l’uomo alla verità biologista.
Gregorio sapeva di rappresentare la massima realizzazione dei desideri di ogni uomo.
Egli era il Maschio Alfa.
«Dice che oggi non andrà a lavoro» riferì la madre scossa e raggelata al marito, cui mai una volta il figlio aveva dato preoccupazioni.
Il padre sarebbe stato fiero del cazzo di Gregorio, ma come dirglielo?
Gregorio comparve in cucina e gli anziani genitori lo fissarono turbati. Così pieno d’energia non lo avevano mai visto. Dal suo sorriso scintillava una vorace voglia di vivere. Non andava per niente bene.
«Ciao, io esco, ho telefonato in ufficio, mi prendo un giorno»
La sua voce tuonava sicura e cristallina, del tutto diversa dal tono dimesso che aveva di solito.
«Va tutto bene?»
«Sì, ho parecchi giorni di ferie in arretrato, oggi volevo andare a fare alcuni giri»
Il padre scosse la testa sconsolato.
La madre precipitò in un silenzioso terrore.
Videro uscire il loro morigerato ragazzo con il borsone della palestra in spalla.
La situazione era questa: adesso aveva un cazzo disumano e non poteva certo sprecarlo.
L’occasione andava colta al volo e sfruttata. Se poi il cazzo fosse tornato alle vecchie dimensioni? Non c’era tempo da perdere.
E quale sarebbe potuta essere la prima tappa se non la palestra? Luogo in cui maschi di ogni estrazione sociale si incontrano per gareggiare con la propria prestanza, dissimulando gli intenti agonistici con disquisizioni su argomenti virili quali i malfunzionamenti della caldaia o il prezzo del tagliando dell’autovettura; novella agorà ove reputazioni possono impennarsi o sprofondare per due chili sul bilanciere o un’evidente impreparazione sul calendario del campionato, in cui alla proterva psicologia cade l’illusoria maschera di stampo antropocentrista e si mostra per la mera etologia che è, e ricco e povero non contano più, ma si torna a un primigenio stato di natura dove sono solo resistenza e forza fisica le virtù che qualificano un uomo e sanciscono le gerarchie tra gli esemplari del branco altrimenti detto consorzio umano.
Gregorio varcò l’entrata di quella savana urbanizzata e a passo d’homo sapiens sapiens raggiunse lo spogliatoio. Si cambiò, andò in sala pesi e si allenò rapidamente, con noncuranza, attendendo il momento giusto per andare a farsi la doccia.
Era quello a cui mirava davvero: le docce. Non già dar sfoggio di gagliardia atletica gli premeva, bensì imporre l’indiscutibile leadership del suo fenomenale arnese nel momento in cui si fossero trovati tutti nudi gli uni di fronte agli altri.
Allorché ebbe constatato il raggiungimento del picco di affollamento nelle docce, corse a spogliarsi e prendere posto sotto al getto d’acqua.
Immenso fu lo sbalordimento tra gli astanti.
Eppure lo conoscevano, lo avevano già visto. Come avevano potuto non notare mai cotanta spingarda?
Gregorio percepì nitidamente l’altrui stima nei suoi confronti crescere via via, salire vertiginosamente attraverso vari rapidissimi stadi racchiusi entro i brevi margini di fugaci occhiate, farsi gelosia, invidia, e poi ammirazione, contemplazione, quindi rispetto, timore, infine sudditanza.
Quel giorno, quando se ne andò, venne salutato da tutti con molta più deferenza del solito. L’ossequio riservatogli parlava chiaro: egli era ormai il capobranco, la guida, il re, e il suo cazzo era il bastone del comando, il pastorale, lo scettro.
Traboccante d’autostima, passò alla seconda fase, la più importante: le donne.
Non era mai stato un seduttore. In vita sua aveva ricevuto solo una volta una lunga lettera d’amore, una ragazza che con parole struggenti diceva di essere pazza di lui, che non faceva altro che pensare a lui notte e giorno, aveva composto poesie dedicate a lui e dipinto suoi ritratti, lo desiderava con tutta se stessa e avrebbe preferito morire piuttosto che passare la vita senza di lui, ma nel post scriptum c’era scritto: “Tutto quanto espresso nella presente è da considerarsi falso”.
Ora però che poteva sfoderare quel cazzo immane, chi avrebbe potuto resistergli?
Anche solo per poter raccontare alle amiche: “Non puoi capire con quale cazzo ho avuto a che fare”, ognuna avrebbe bramato il suo legume OGM.
Decise di chiamare una ragazza che in passato gli era piaciuta tantissimo, con cui non era andata bene e alla quale gli capitava di pensare ancora. Ma c’era da fronteggiare un altro problema: Gregorio era un tipo che non rimaneva impresso.
«Pronto?»
«Ciao, sono Gregorio…»
«Chi?»
«Gregorio, ci siamo conosciuti qualche anno fa»
«Uhm…»
«Dai, Gregorio, Gregorio Sansoni…»
«Guarda, mi dispiace, proprio non riesco a metterti a fuoco»
«Ma sì, dai, Gregorio Sansoni. Ricordi? Sono quello che ti ha salvato la vita quel giorno dopo quell’incidente stradale… Poi ti ho fatto visita tutti i giorni durante i mesi della tua degenza ospedaliera, quando sei uscita abbiamo iniziato a frequentarci, io ho cominciato a corteggiarti, ma tu mi vedevi più come un amico, però poi dopo il centoventottesimo mazzo di fiori e la denuncia per stalking ci siamo messi insieme, siamo stati fidanzati quattro anni, avevamo anche deciso i nomi da dare ai nostri figli e fissato la data del matrimonio, ma poi tu mi hai lasciato e io ti ho vomitato sulle scarpe perché non ho retto al dolore. Dai, Gregorio!»
«No, niente, mi dispiace, proprio non mi viene in mente niente»
Salutò e riagganciò.
Quella non era la strada giusta.
Era il cazzo che andava messo in primo piano, non la sua persona. Quella poteva fallire, ma il cazzo no. In che modo era possibile utilizzare il proprio pene come strumento di seduzione, considerando che non poteva andarsene in giro a cazzo fuori?
Ebbe un’illuminazione: si era ormai nella tarda postmodernità, il progresso aveva mutato radicalmente la società, la tecnologia era avanzatissima e offriva soluzioni per tutto. Internet era la risposta.
Ragazzo semplice com’era, non aveva mai visto nel web un valido mezzo d’acchiappo. Colpa anche di quella volta in cui era rimasto scottato: consigliato da amici, era entrato in una chat per conoscere qualche ragazza disponibile, si era messo a chiacchierare con una che sembrava carina, ma ad un tratto lei gli aveva chiesto quanto ce lo avesse lungo, perché a lei interessavano solo uomini sopra i ventidue centimetri minimo.
«Mi interessavi, peccato per il cazzo»
E aveva chiuso.
Gregorio era rimasto immobile a fissare lo schermo, poi, deluso, amareggiato, umiliato, aveva spento tutto e aveva capito che internet non faceva per lui.
Ma adesso aveva un cazzo decisamente all’altezza della situazione. Grazie a quello, avrebbe fissato appuntamenti su appuntamenti con ogni ciberfiga della rete e incontrato schiere di webarrapate fameliche, genuflesse in fila a venerare religiosamente il suo cazzo equino.
Tornò a casa all’ora di pranzo, come al solito. La banca si trovava non lontano dalla sua abitazione, per cui ogni giorno, per la gioia dei suoi e la comodità sua, andava a mangiare in famiglia, evitando mense e tavole calde e bar e trattorie.
Sentendolo rientrare all’ora di sempre, la madre tirò un sospiro di sollievo, rincuorata dal ripristino della routine. Era stata in pensiero per tutta la mattinata. Cosa mai era preso quel giorno a suo figlio?
La pasta era quasi pronta, il padre di Gregorio guardava il notiziario, la madre stava finendo di apparecchiare.
Sembrava tutto a posto.
«Non mettere il piatto per me, ho mangiato un boccone dall’indiano qui vicino»
Ciò la sconvolse.
Il padre trasse un sospiro saturo d’apprensione.
Gregorio si chiuse in camera, accese il pc e si lanciò alla ricerca di prede virtuali.
Si iscrisse ad un sito di incontri e cominciò a contattare ogni ragazza di bell’aspetto. Ma, essendo poco pratico, non sapeva che le donne non gradiscono la sincerità.
I primi messaggi, che recitavano: “Ciao, ho un cazzo enorme, ti va di scopare con me?”, non andarono a buon fine. Dopo aver ricevuto come risposta il trentasettesimo augurio di morte, provò a cambiare il “ti va” con un più discreto “che ne dici”, ma non servì a molto.
Pensò dunque che era il caso di far leva sui buoni sentimenti dimostrando di essere un ragazzo serio pronto a prendersi impegni importanti: “Ho visto le tue foto e ti ho trovato straordinariamente carina. Non temere, non sono uno di quei tipi bastardi da una botta e via: se sei d’accordo, intendo fidanzarmi con te e passare tutta la vita insieme. Considera che ho un pene molto grande”.
Ma la svolta monogamica non ottenne i risultati sperati.
Stette tutto il pomeriggio chiuso in camera concentrato sui tentativi di adescamento, interrotto solo una volta dalla madre che lo chiamava da fuori la porta.
«La cena è in tavola»
«Passami il piatto, mangio in camera»
Ormai era disperata.
«Ha telefonato anche il tuo principale per sapere se è tutto a posto. Non avevi mai preso un giorno fino a oggi»
«E chi se ne frega»
Cosa stava succedendo al suo bambino, sempre lineare e assennato e ora così imprevedibile e indisciplinato?
«Ha detto che mangia in camera»
«Io non so più cosa bisogna fare con questo ragazzo», brontolò il padre.
Una mezza giornata di indipendenza filiale già gli pareva una vita di contestazione del patriarcato.
A Gregorio nulla valsero i vari: “E se ti dicessi ‘quaranta centimetri’?” o: “Interessa un ultradotato?”, tanto meno: “Nei tuoi occhi lucenti la mia verga monumentale baluginerebbe come un dardo che squarcia l’empireo”.
Finché ecco comparire un annuncio ch’era come un cartello stradale che indicava la Terra Promessa: “Cerco superdotati”.
Scrisse subito a quella schietta fanciulla, lei lo videochiamò e tutto si concluse con un secco: “Il tuo cazzo è meraviglioso. Peccato per tutto il resto”.
No, internet si rivelava ancora una volta fallimentare.
Decise perciò di uscire e lanciarsi nella frenetica mondanità di qualche locale in cui avrebbe tentato di attirare l’attenzione sul suo pene.
Indossò dei pantaloni che gli evidenziavano il pacco, ma vanificò tutto abbinandoci sopra una camicia hawaiana.
Rientrò a notte fonda, sconfortato e scoraggiato. Cosa c’era di peggio di avere un cazzo mastodontico che non aveva alcuna utilità?
Poi, una folgorazione.
Il porno.
Il porno era la soluzione.
Si chiese come aveva fatto a non pensarci prima.
Con il cazzo che si ritrovava, sarebbe diventato un divo internazionale, conteso da registi e attrici.
Sarebbe diventato milionario, avrebbe avuto migliaia di donne, gli uomini lo avrebbero riverito, le sue gesta sarebbero state narrate nei secoli da aedi onanisti.
Si coricò con il sorriso e una certa preoccupazione. L’indomani mattina quel cazzo inaspettato sarebbe rimasto al suo posto?
Sì, quando si svegliò vide con giubilo che nulla era cambiato.
Obiettivo: telefonare a ogni casa di produzione pornografica possibile per ottenere un provino.
Dopo una serie di: “Non stiamo cercando nessuno in questo momento” e “Non ci interessa”, all’ennesima segretaria poco cordiale, sbottò.
«Io ho un cazzo di quaranta centimetri»
«Sì, certo, come no»
«Posso mandarle una foto in questo stesso momento»
«Ma lasci stare»
«Senta, io sono un ragazzo serio. Le chiedo solo di visionare un attimo il mio cazzo. Ecco, gliel’ho appena mandata. Non le costa nulla dare un’occhiata»
Sentì picchiettare su una tastiera. Poi ci fu silenzio.
«Le passo il capo»
Fissarono un appuntamento per quel pomeriggio stesso.
Il vecchio produttore era impressionato. In anni e anni di carriera non aveva mai visto una roba simile.
«Senti ragazzo, con te possiamo fare montagne di quattrini. Ma per fare l’attore porno non basta il cazzo grosso. Non è facile scopare con una troupe intorno. Pensi di farcela? Facciamo una prova, vediamo come va»
Ed ecco entrare una bionda presumibilmente est europea con poppe antigravitazionali già nuda, una di quelle che fino a due giorni prima avrebbe potuto guardare solo attraverso uno schermo per scopi miserabilmente autoerotici.
E adesso era lì, a sua completa disposizione.
Ma sarebbe riuscito a farci sesso davanti a tutti? Una comprensibile ansia da prestazione non lo avrebbe sopraffatto? Gli si sarebbe alzato?
Si calò le braghe spaurito, ma non appena vide l’espressione di sconcerto sgorgare dal viso dell’esperta bonazza, una debordante sicurezza in se stesso lo colmò e calmò, e ottenne un’erezione fenomenale.
Così, sotto gli occhi di un panzone brizzolato, un tecnico delle luci coi capelli unti e un operatore segaligno in tuta, offrì una prestazione memorabile.
Bisognava darsi da fare subito.
«Domattina cominciamo le riprese. Mettetevi al lavoro, improvvisate un set, chiamate le ragazze dell’agenzia»
Arrivò il grande giorno.
Gregorio era emozionato e sereno. Il cazzo era sempre lì, immenso.
Il set era pronto, un salotto borghese ricostruito alla bell’e meglio nello studio all’interno della sede della casa di produzione. Affidarsi ai grandi classici è sempre una garanzia.
Un trucco veloce e via, pronti per entrare in scena.
Quattro attrici maggiorate discinte lo attendevano incastrate in un arredamento che alternava divani fluo a comò Luigi XVI.
Gregorio attraversò l’intrico di fili e faretti, guardandosi intorno come un bambino in un negozio di giocattoli.
Lui, che era sempre stato un moderato provetto, uno che aveva sempre portato il massimo rispetto per gli anziani, uno che si era divertito sì, ma sempre con la testa sulle spalle, per il quale le cose non erano mai bianche o nere e gli estremismi erano sempre sbagliati, per il quale il gioco era bello finché durava poco, per il quale si poteva ridere e scherzare, ma poi si doveva tornare seri, era dunque pronto a lanciarsi in una vita di vizio, dissolutezza ed edonismo sfrenato, un’amante diversa ogni notte, orgie in piscina, macchine sportive, alcool a fiumi e cocaina sniffata dalle tette di sudamericane in calore? Eccome se lo era.
«Spogliati, facciamo il primo ciak senza tanti fronzoli»
Gregorio estrasse il mostro, già duro per l’esaltazione, tra lo stupore generale.
«Per fare prima sono corso qui senza neanche fare colazione»
«Qualcosa la devi mangiare, è importante. Non si tromba a stomaco vuoto. La frutta è quello che ci vuole: zuccheri che non appesantiscono. Una mela, portategli una mela, ne dovrei avere un paio nel mio ufficio, sopra il frigorifero»
Uno dello staff andò e tornò in pochi secondi con la mela in mano.
«Tieni»
Gregorio si girò a prenderla.
Un filo scoperto.
Un filo scoperto a una distanza tale che non avrebbe rappresentato alcun pericolo per un normodotato e che non sarebbe stato sfiorato neppure da un superdotato da record.
Ma i quaranta centimetri di Gregorio vi impattarono inesorabilmente.
Non fu facile spiegare alla madre le circostanze in cui era morto il figlio.
La fortuna è un diversivo della sfiga.

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | 57 Comments »

Dialogo tra un vivo poco entusiasta di essere tale e un essere umano dall’alta autostima

Posted by sdrammaturgo su 3 settembre 2012

UMANO Gli animali, dal punto di vista fisico, non sono altro che macchine biologiche, e la loro capacità di provare dolore è qualcosa di simile alla capacità di un computer di auto-diagnosticarsi. Così come l’uomo ha dato al computer la capacità di segnalare i malfunzionamenti, in modo che l’utente sia in grado di ripararlo, la selezione naturale ha dato agli animali la capacità di provare dolore, in modo che possano evitare di morire prima di essersi riprodotti.
L’unica differenza è che il computer è stato progettato, mentre gli esseri viventi si sono evoluti in maniera casuale a partire dalla materia inanimata. Ma sempre di macchine si tratta.
Cos’hanno di speciale le macchine biologiche?

VIVO Sono d’accordo con te: gli animali non sono altro che macchine biologiche. Con una differenza, però: gli esseri umani non fanno eccezione.
Dal momento che siamo animali anche noi, dovendo nutrirci, respirare e morire come ogni altro animale, non siamo altro che macchine biologiche. Ogni essere vivente è soltanto una macchina biologica. Il nostro cervello si attiva al momento della nascita, e la morte non è altro che una disattivazione. I nostri organi, i nostri neuroni, sono semplicemente un impianto, i cui materiali di base, le cellule, dopo lo spegnimento del computer centrale, diverranno materia prima per nuove macchine biologiche, altrimenti detta concime.
Il che non è male: praticamente siamo del tutto simili a Terminator.
Dunque, tu, essendo una macchina biologica a tua volta, cos’hai di speciale?

UMANO Beh, io ad esempio sono dotato di autocoscienza, mentre gli altri animali no.

VIVO Pensa quanto potrebbero prenderti per il culo un luccio e un piccione per il fatto che non sei in grado di respirare sott’acqua o di volare senza l’ausilio di apparecchiature tecnologiche.

UMANO Ma le abilità intellettive valgono più di quelle fisiche.

VIVO Vediamo se mi ripeti la stessa cosa mentre un gruppo di bulli ti sta pestando dopo averti raggiunto perché nell’inseguimento sei stato troppo lento a scappare.

UMANO E poi il punto è proprio che loro non potrebbero prendermi per il culo poiché non hanno le facoltà intellettive sufficienti per farlo. Si limitano a rispondere alla loro natura, mentre io ho la capacità di pormi problemi e domande, razionalizzare il mondo circostante, vagliare le varie ipotesi, trovare soluzioni ed operare scelte consapevoli.

VIVO Praticamente sei un essere superiore perché sei in grado di fare shopping.

UMANO No, sono un essere superiore perché sono in grado di interrogarmi sulla vita e provare amore, perché la mia specie ha creato il microchip e la Cappella Sistina, perché posso orientare la mia esistenza verso un fine nobile che dà un senso a quella che per un animale sarebbe mera sopravvivenza.

VIVO Ah, ecco, ecco. Invidio sempre l’umana autostima. Ed io che penso sempre di essere stato cacato per puro caso su un sasso generico gettato in un angolo sperduto qualunque dell’universo in espansione verso il Big Crunch. Ma sicuramente tu sei stato inviato qui con uno scopo superiore, si vede subito.
A differenza di una banale gallina, scommetto che tu non sei soggetto alla normali leggi naturali, tipo gravità ed entropia.
Vedi, una volta la persona più misera e irritante che abbia mai conosciuto, irritata da una zanzara, la uccise esclamando: “Che animale inutile!”.
Mi sorprese molto il pensiero che questo infimo e sgradevole esemplare di essere umano intento a condurre un’esistenza fatta di sveglia, lavoro, famiglia, supermercato, fila alla posta, domeniche coi parenti e ferie a Sharm el Sheik, quando guardava uno specchio vedeva una creatura essenziale per le sorti del mondo.

UMANO Ma il suo cervello era comunque più complesso di quello di una zanzara.

VIVO A parte il fatto che le zanzare non reputano fondamentale l’abbronzatura. Ma comunque, gli esseri umani non sono per niente diversi dalle altre specie animali. Prendiamo ad esempio quando si deve trombare: gli animali fanno la danza dell’accoppiamento, noi andiamo in discoteca; loro si prendono a capocciate tra maschi del branco, noi cerchiamo di risultare i più fighi. Cambiano le forme, ma non la sostanza. Anzi, semmai gli animali si danno un’annusata e si ingroppano. Non devono star lì a dire: “Mi piacciono molto i tuoi gusti musicali. Ti va di venire a questo concerto con me?” quando in realtà stanno pensando: “Mi piacciono molto le tue tette. Ti va di farmi un pompino immediatamente?”. Certo, questo non succederebbe se le donne non esigessero menzogne. Ma si sa, le donne sono appassionate di raggiro. Sanno benissimo che quando un uomo si avvicina loro è perché vuole scoparsele, ma sentono il bisogno di essere ingannate. L’uomo ideale è un truffatore in camicia. In fondo, tutto questo serve ad illudersi di avere una qualche importanza sulla superficie di questo pianeta qualsiasi. Non dico di abbandonarsi a un totale pragmatismo razionalista. Basterebbe un po’ più di sincerità che conservi un minimo di romanticismo rivelando però la verità dei fatti. Che so, avvicinarsi a una donna e dirle: “Sei l’agglomerato organico più bello che abbia mai visto”.

UMANO Ma che c’entrano ora le donne?

VIVO Ecco, vedi, gli animali non pensano così spesso alla figa.

UMANO Va be’, ad ogni modo, converrai con me che gli animali non hanno fatto il Requiem di Mozart.

VIVO Ma non hanno fatto nemmeno la bomba atomica.

UMANO Ma quello è solo un cattivo uso delle facoltà intellettive.

VIVO Un po’ come le canzoni d’amore.

UMANO Insomma tu sostieni che gli animali sono perfino superiori all’essere umano?

VIVO No, dico solo che gli animali non si esaltano di fronte a dei musicisti che suonano su un palco o a dei calciatori che giocano su un campo.
Voglio dire, sono solo individui osservati mentre svolgono bene il loro lavoro. Perché allora non mettersi ad inneggiare e fare il tifo all’elettricista che ti sta facendo l’impianto di casa?
“Eeeh oooh Alfonsooo Pedicozziii mi fa l’impianto di caaasa miaaa”. E via con magliette di Alfonso Pedicozzi, poster di Alfonso Pedicozzi, interviste ad Alfonso Pedicozzi, groupie di Alfonso Pedicozzi, telecronaca con commento tecnico di Alfonso Pedicozzi mentre svolge le sue mansioni: “Pedicozzi svita la presa… trova il relais… lo smonta! Lo smonta! Grandissimo utilizzo della pinza da parte di Alfonso Pedicozzi!”. E poi interviene il commentatore: “Oggigiorno ce ne sono pochi che sanno maneggiare il cacciavite a stella in alluminio come Alfonso Pedicozzi”. “Ho preso il biglietto per la prossima saldatura di Alfonso Pedicozzi, tu ci vai?” “Chiaro, non me lo posso perdere. Pare che stavolta installi anche un circuito in parallelo”.

UMANO Ma noi esseri umani abbiamo un bisogno di trascendenza. A ben vedere, è anche per questo che sono nate le droghe.

VIVO Le droghe non sono certo così diffuse per gli effetti che danno. A nessuno interessano davvero gli effetti. È l’apparato scenico che conta, come forma di affermazione sociale.
Prendi il caso della cocaina: ti chini, ti metti una cannuccia nel naso, la polvere su un tavolo di vetro, sniffi, ti rialzi di colpo con gli occhi rossi, quant’è losco, quant’è sordido, quant’è figo.
Ecco, se l’assunzione di cocaina avvenisse tramite supposte, non la prenderebbe nessuno. Ce la vedi tu una serata in un salotto decadente con modelle e musica alta in cui arriva uno: “Ho portato la roba” e via, tutti ad infilarsi pasticche di cocaina su per il culo?
L’essere umano non ha bisogno di trascendenza: ha bisogno di fare branco convincendosi di essere meglio degli gnu.

UMANO Resta aperta una questione, però: se animali o esseri umani sono solo macchine biologiche (posizione che condividi anche tu), perché dovremmo curarci della sofferenza?

VIVO Perché entrambi sono programmati per percepire le seccature, e rompere le palle è una fatica illogica sia per lo scocciatore che per lo scocciato.

UMANO Continuo a non essere convinto.

VIVO Eppure non è un concetto difficile da capire. Sai quali sono i concetti più difficili da far capire a un uomo?
Al terzo posto: il principio di indeterminazione di Heisenberg.
Al secondo posto: la M-theory.
E al primo posto: “A me piace il calcio, ma non tifo per nessuna squadra”.
“Cioè, nel senso che tifi per una squadra ma sei sportivo, obiettivo nei giudizi e non fazioso?” “No, intendo che considero un disvalore il senso di appartenenza” “Ah, allora tifi per una squadra ma non te ne importa poi molto” “No, intendo che già trovo ridicoli nazionalismo, patriottismo, campanilismo, figuriamoci se posso riconoscermi in qualche modo in un gruppo di sconosciuti che praticano uno sport indossando una determinata divisa. È grottesco e completamente stupido. Può farmi piacere che vinca ora una squadra, ora un’altra, a seconda dei meriti, ma non sempre la stessa. Mi diverte assistere allo spettacolo atletico, tecnico e tattico del calcio, ma non vedo perché dovrei sostenere fideisticamente una squadra, che è un simbolo vuoto” “Ah, ho capito, sei dell’Inter”.

UMANO Però stavo notando che non è giusto: in questo dialogo hai fatto fare a me la parte dell’inetto facendomi dire quello che pareva a te mentre tu ne esci con un’immagine brillante del vero arguto.

VIVO Per forza: sono io l’autore del dialogo, faccio i miei interessi. Mica mi metto a fare la figura del cretino da solo. Il piano era stato stabilito fin dall’inizio: fare apparire tutti gli esseri umani stupidi tranne me, unico intelligente che ha capito tutto.

UMANO Hai ragione. Anzi, ora che ti ho conosciuto meglio, credo che tu sia un uomo davvero strepitoso.
Lettrici, dategliela!

Posted in Sepolture previe risate | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 36 Comments »

L’amore non serve

Posted by sdrammaturgo su 23 agosto 2012

Mi è stato detto qualche volta che sono un vegano atipico: non mi metto ad accarezzare i cani, non ho moti d’affetto verso i gatti, non ho animali domestici, gli animali non mi suscitano particolari tenerezze. Puzzano pure. E spelano. E si puliscono il culo con la lingua.
Un vegano disinteressato agli animali, insomma.
E in effetti perlopiù gli animali mi sono indifferenti.
Non ho mai capito ad esempio l’entusiasmo in presenza di un cane. Tutti che si azzuffano in preda a raptus di dolcezza per dimostrare il loro amore al mammifero attraverso coccole e smancerie di dubbio gusto, mentre io non faccio che pensare: “Uau, un esemplare del quadrupede più diffuso al mondo!”.
Provo la stessa cosa quando qualcuno tenta di attirare la mia attenzione sulla presunta meraviglia di un infante.
“Guarda che bel bambino! Guarda che bel bambino!”
“Ehi, incredibile, un essere umano. Ce ne sono solo altri sette miliardi in giro”.
Per un ligro proverei già maggiore stupore. O anche di fronte a un semplice lupo. Non capita mica spesso di vederne uno.
Allo stesso modo, un uomo che pesa cinquecento chili o un centometrista olimpionico già mi catturano di più. Voglio dire, non è da tutti riuscire a fare i cento metri in meno di dieci secondi. Ma non capisco perché il postino dovrebbe emozionarmi. A meno che non consegni le bollette a tutto il viale in nove secondi e cinquantotto, ovvio.
Ecco, io sono un vegano antispecista che non ama gli animali. Anzi, alcuni li detesto. Altri mi fanno pure un po’ schifo. Se domani topi e blatte si estinguessero autonomamente, accoglierei la notizia con un certo giubilo.
Il punto è un altro: detesto anche il mio vicino di casa. E a dirla tutta mi fa pure un po’ schifo. Se domani morisse, non soffrirei affatto e forse proverei anche una malcelata gioia. Ma non per questo lo imprigiono, lo sfrutto, lo torturo, lo ammazzo e lo mangio.
Dire: “Amo gli animali” è un’affermazione specista al contrario. Perché mai dovrei amare un individuo solo perché appartiene a un’altra specie? Un cane, un gatto, un coniglio, per me sono degli estranei tanto quanto un passante sconosciuto.
Posso amare un animale con cui ho un rapporto affettivo, che vive con me, di cui mi prendo cura e che mi fa compagnia, esattamente come amo mia sorella, amo i miei amici, amo la ragazza con cui sto. Ma Gianni Brugnoli di Cremona, mi dispiace per te, ma non ti amo. Capiscimi, manco ti conosco. Forse manco esisti. Non volermene: non penso che tu per me provi particolari sentimenti.
E anche tu, Giada Moncaspio di Sondrio, sappilo: non ti amo. Può essere che puzzi pure tu. O speli. O ti pulisci il culo con la lingua, chi lo sa.
Quello che mi basta sapere è che nessuno vada da Gianni Brugnoli di Cremona e da Giada Moncaspio di Sondrio per schiavizzarli, vivisezionarli e trucidarli. In quel caso, avrebbero tutta la mia empatia.
Amore non significa niente. È un concetto troppo vago e vasto, non si sa bene a cosa si riferisca, è un universale vuoto che ognuno può riempire come vuole.
Per l’antispecismo l’amore non serve. Anzi, è persino deleterio.
In fondo, un marito che pesta la moglie, magari la ama pure. La ama e la pesta. Chi potrebbe affermare che in realtà i suoi sentimenti siano falsi? Lui è fatto così: ama e pesta. Quindi forse la ama davvero, ma di sicuro non la rispetta.
Ecco il concetto che va sostituito a quello di amore: rispetto.
Perché un macellaio, un cacciatore, un amante della trippa al sugo, possono sì dire di amare gli animali senza che nessuno possa muovere obiezioni sulla sincerità dei loro pensieri; ma quel che è certo è che non rispettano gli animali.
Non bisogna dunque dire: “Sono vegano per amore degli animali”, bensì: “Sono vegano per rispetto degli animali”.
Una volta un’altra vegana mi disse: “Non mi sembri per nulla curioso dello stile di vita che ti sei scelto”. Aveva ragione. Non c’è niente di cui essere curiosi. Per essere antispecista e vegano bisogna capire una cosa sola: non rompere i coglioni agli animali. Un vantaggio non da poco. Quale altro modo di vivere può contare su una simile semplicità?
Non mi stancherò mai di ribadirlo: non c’è alcun eroismo nell’essere vegan, nessun particolare ingegno è necessario. È la cosa più facile del mondo.
Per questo non capirò mai fino in fondo i dibattiti filosofici sull’antispecismo. Per me potrebbero essere ridotti a una sola frase: non rompere i coglioni agli animali.
Libro: L’antispecismo. Autore: Claudio Gianvincenzi. Pagina uno: “Non rompere i coglioni agli animali”. Fine. Venticinque euro. Un bestseller.
Esseri umani, non siate antropocentricamente presuntuosi: nessuno ha bisogno dei vostri sentimenti.
Gli animali non hanno bisogno di amore: hanno bisogno di essere lasciati in pace.
Capito questo, avete capito tutto.

Posted in Dissestazioni, Il vegano sgarbato | Contrassegnato da tag: , , , , , | 55 Comments »

La rivoluzione è un pranzo di merda

Posted by sdrammaturgo su 13 giugno 2012

Illustrato in una versione alternativa nel nuovo numero di Mamma!
*

*

Se il saggio indica il cielo,
lo sveglio guarda il dito,
qualora si tratti del medio.

PROVERBIO

*

*

*

Mentre se ne stava assorto e trasognato pensando che un mondo migliore fosse possibile, gli fregarono il portafoglio.
Nonostante le guerre, le devastazioni, le sopraffazioni, le crudeltà, le atrocità, gli orrori, la difesa della Roma di Luis Enrique, l’umanità poteva ancora riuscire ad edificare la società ideale. In fondo l’homo sapiens aveva avuto solo duecentomila anni per cambiare le cose. Serviva ancora un po’ di tempo.
Ma le cose erano migliorate nel corso della Storia, e si vedeva. I progressi erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, in passato c’era la schiavitù, e per sopravvivere bisognava alzarsi all’alba e faticare tutto il giorno con orari massacranti sfruttati da padroni per paghe insufficienti al sostentamento. Ora, invece, questo era un grande diritto.
Era stato risolto anche il problema del lavoro minorile: una volta era accettato, poi si iniziò a contestarlo, quindi lo si condannò e finalmente si riuscì a spostarlo in India.
Anticamente, poi, il potere era nelle mani di pochi o financo di uno solo, che poteva esercitarlo arbitrariamente e senza limiti secondo il proprio capriccio e diletto e per esclusivo tornaconto personale, sottomettendo le popolazioni e vessandole con angherie d’ogni sorta e della più bieca efferatezza, mentre adesso tutto questo poteva essere legittimato in delle cabine di legno ogni cinque anni.
Salì sull’autobus. Ecco, gli autobus erano un chiaro esempio che le cose potevano migliorare. Prima infatti alle persone di colore non era permesso sedersi vicino ai bianchi sui mezzi pubblici. Ora invece i bianchi erano liberi di evitare di sedersi vicino alle persone di colore.
Prese posto mentre un gruppetto di persone era intento ad emarginare un nordafricano per eludere il rischio di contagio. Ché non si sa mai: cominci col sederti accanto a un marocchino, e come niente ti ritrovi con un figlio che non ama il Motomondiale.
Il problema erano i media, pensava. A furia di demonizzare lo straniero, avevano diffuso la paura del diverso. Ma un giorno, un giorno i media sarebbero stati migliori: le persone di buon cuore avrebbero amministrato televisione, cinema e carta stampata, i programmi sarebbero diventati educativi, giornali e riviste avrebbero diffuso ideali di pace, amore e uguaglianza, sulla copertina di Marmitte fragorose ci sarebbe stato scritto: «Non comprare noi, compra Genti disagiate».
Restava ancora da risolvere la questione su come le persone di buon cuore sarebbero riuscite a far carriera nei media posseduti da persone di cattivo cuore. Ma no, la soluzione era ancora più semplice! Le persone di buon cuore avrebbero fondato nuove testate di informazione e tutti i cittadini le avrebbero seguite in massa! Geniale! «È uscito Bricolage con resti umani? Grazie. Uh, ma… C’è una nuova rivista sulle nuove tecniche di rispetto per il prossimo e lei non mi dice niente?!». Si chiese come aveva fatto a non pensarci prima.
Passò il controllore.
«Biglietto prego»
«Mi scusi, ma mentre ero alla fermata mi hanno rubato il portafogli e il biglietto era lì»
«Lei è in contravvenzione»
«Ma le giuro che me lo hanno rubato!»
«Documenti»
«Erano dentro al portafogli»
«Allora dovrà seguirmi in questura per l’identificazione»
«Ma lei ha capito che sono stato derubato?»
«Sì»
«E mi crede?»
«Sì»
«Quindi sa che sono incolpevole»
«Sì»
«E qui non c’è alcun superiore a sorvegliarla»
«Sì»
«Per cui se volesse potrebbe passarci sopra»
«Sì»
«Ma intende farmi lo stesso la multa»
«Sì»
D’altronde il controllore andava capito: eseguiva gli ordini. Quello era il suo lavoro, e le regole sono regole. La colpa era della legge. Andava cambiata la legge. Un giorno, un giorno sarebbe stata fatta una legge che avrebbe permesso ai controllori di usare il proprio buonsenso. Sì, un giorno, ove ritenuto opportuno, i controllori avrebbero potuto applicare la legge che avrebbe consentito loro di non applicare la legge.
Entrarono al più vicino commissariato.
Durante gli accertamenti, ebbe modo di scambiare quattro chiacchiere con alcuni agenti.
Certo, avevano caricato, minacciato, ricattato, abusato, umiliato, menato, seviziato, torturato, ammazzato, ma tutto sommato erano delle brave persone.
La colpa era del Governo, che tollerando comportamenti inadeguati consentiva alle mele marce di screditare il mestiere di onesti picchiatori.
Gli venne in mente quella volta in cui le donne avevano organizzato una grande manifestazione per protestare contro la violenza domestica e la polizia aveva profuso un grande impegno per portare la violenza anche all’aria aperta.
Si faceva presto ad insultare indiscriminatamente tutti i poliziotti, quando poi chi era vittima di un crimine si rivolgeva a loro.
Se una donna veniva stuprata e chiamava aiuto, la polizia si sbrigava a finire il pestaggio e accorreva, perché c’era ancora da divertirsi.
Egli stesso, già che si trovava lì, aveva avuto modo di denunciare il furto del proprio portafoglio, cosicché, qualora lo Stato fosse riuscito a ritrovarglielo, avrebbe potuto pagare la multa allo Stato.
Un giorno, un giorno anche le forze dell’ordine e i corpi militari sarebbero stati migliori, votati alla giustizia, in difesa dei diseredati, pronti a sacrificarsi per il bene collettivo. Avrebbero gettato le pistole e si sarebbero armati solo di zucchero filato – poiché tanto nulla incute maggior timore di maleodoranti monosaccaridi appiccicosi.
O quantomeno avrebbero avuto una divisa fucsia.
Chi si arruolava andava peraltro compreso: si fa presto a giudicare, ma quando si ha bisogno di un lavoro non si può stare troppo a fare gli schizzinosi. E se il lavoro consiste nel manganellare agonisticamente, beh, cosa può farci il singolo? Le manganellate andavano regolamentate, o date magari con la massima educazione.
Certo, un po’ con le forze dell’ordine ce l’aveva ancora. A volte infatti avevano limitato con la forza la sua libertà di pensiero. Però in questo momento non stava forse pensando liberamente?
Uscì e prese a camminare.
Vide un mendicante ad un angolo della strada che reggeva un cartello: «Ho dieci figli da sfamare».
La colpa era del capitalismo: nessun banchiere era intervenuto ad impedire a quel pover’uomo di procreare a raffica.
Un giorno, un giorno i potenti della Terra insieme ai diseredati che lavoravano per loro avrebbero varato riforme che avrebbero consentito una migliore redistribuzione del reddito. Giovani onesti si sarebbero candidati per ridurre i profitti di quelli con i redditi altissimi in favore delle classi meno abbienti, e quelli con i redditi altissimi che controllavano le fazioni politiche avrebbero fatto campagna elettorale per loro. Il potere non sarebbe più stato un club esclusivo e sarebbe diventato un giardino pubblico, in cui i ricchi sarebbero andati a pisciare abbracciati ai poveri.
Sì, un giorno ci si sarebbe pisciati addosso gli uni con gli altri.
O, in alternativa, probi uomini della finanza si sarebbero vestiti da portieri e si sarebbero tuffati a parare gli spermatozoi dei poveri.
Si imbatté in una manifestazione di un’associazione cattolica che conosceva bene.
Gli aderenti avevano lanciato numerose iniziative in difesa dell’embrione. Adesso avevano alzato il tiro: difesa dell’immaginazione. Se pensi a un figlio, quella è già vita.
La colpa era della Chiesa.
La religione aveva fatto anche del bene, per carità. Tutto sommato, mandava un messaggio d’amore. Dio è amore – ma se non è corrisposto, si incazza e ti fa stalking.
Certo era che la Chiesa era ancora troppo oscurantista, con i suoi no all’aborto, al preservativo, all’omosessualità. E poi era incoerente: Cristo predicava la povertà, e il Vaticano era pieno di soldi. Si sentì originalissimo per questa osservazione.
Ma poteva anche esserci una Chiesa più illuminata, progressista, democratica. Un giorno, un giorno la Chiesa avrebbe insegnato ai fedeli che la Chiesa è sbagliata.
In fondo era tutto un problema di cultura, di istruzione. La colpa era della scuola. La scuola doveva insegnare a pensare con la propria testa, ma troppo spesso non ci riusciva. Serviva un’istruzione migliore: la scuola doveva indottrinare al libero pensiero.
“Vietato ascoltare chi ti dice di buttarti nel pozzo”, sarebbe stato affisso ovunque.
Un giorno, un giorno un ministro saggio avrebbe fornito al popolo gli strumenti per capire che avere un ministro è una cazzata.
Forse la gente non era ancora pronta a un mondo migliore. C’erano ancora troppo egoismo, troppa indifferenza, troppo razzismo.
Ah, se tutti fossero stati come lui, come lui ed i suoi amici! Pensò a quando al centro sociale, seduti in cerchio con la chitarra, cantavano Bella Ciao passandosi una canna, finanziando in tal modo la vasca idromassaggio di un boss della ‘Ndrangheta.
Ecco, da questi ragazzi poteva nascere un mondo migliore, un mondo con ‘ndranghetisti più profumati.
Quel giorno era atteso a pranzo dai parenti in campagna.
Tentando la sorte, prese un altro autobus che lo portò fuori città, arrivò, salutò tutti. La famiglia era una bella cosa, specie quando si riuniva per le tradizioni. E le tradizioni vanno conservate, perché tengono vivo lo spirito popolare, l’identità di una comunità. Ecco, le tradizioni sono la carta d’identità di un popolo. Avrebbe potuto riflettere sul fatto che forse non è un caso se sulla carta d’identità la fototessera è sempre orribile, ma il pensiero non gli balenò.
Quella in particolare era una tradizione che adorava: ogni inverno lo zio ammazzava il maiale ed invitava tutti a mangiare le prime carni. I sapori genuini, il tepore del termocamino, le scorpacciate in allegria. Che gioia.
Si sedette a tavola, dando le spalle al grande specchio che ingigantiva la sala.
Di fronte a lui, in fondo, campeggiava il maiale, che fino a qualche ora prima grugniva, si rotolava nel fango e non si poneva troppo il problema del precariato e della crisi economica, ed ora era squartato appeso al soffitto, trofeo che lo zio esponeva all’ammirazione generale. Il sangue colava in una bacinella
Impugnò una grossa salsiccia, la addentò.
“La colpa è delle persone che non hanno sensibilità, non provano empatia verso chi soffre, se ne fregano dei più deboli e dei più sfortunati, accettano la violenza e badano solo ai propri interessi. Ma un giorno, un giorno…”, pensò.
Ingoiò la salsiccia.

*

*

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: | 45 Comments »