Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for gennaio 2006

Ho sempre tifato toro

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2006

A volte la natura si ribella e si fa giustizia da sola, mentre aspetta impaziente l’arrivo di quel famigerato meteorite benefattore che pare prima o poi debba venire a risolvere i grossi guai combinati dal genere umano, amministratore delegato poco accorto nella gestione del pianeta Terra.
In Genesi 1, 26 si legge infatti:”E dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra’. Ora, non oso immaginare come sia fatto Dio: stando alle sue formine mimetiche, se ne dedurrebbe che non sia un granché né una cima. Mah, mistero della fede.
E’ comunque indubbio che il Padreterno non sia stato un presidente particolarmente accorto e lungimirante: l’aver affidato all’uomo quel mondo tanto amorevolmente edificato in sette giorni (fossi stato in lui ci avrei perso un po’ più di tempo, ma si sa: Dio è tanto indaffarto quanto svogliato) non mi pare sia stata una mossa azzeccata, visti i risultati. Se avesse scelto i lemuri come manager della sua proprietà, probabilmente le cose sarebbero andate meglio. Ma quel che è fatto è fatto: gli serva di lezione per eventuali lavori di restauro e ricostruzione dopo l’Armageddon.
Per ora il malcontento che serpeggia tra animali, vegetali ed agenti atmosferici è grande ed ogni tanto esplode in violente proteste, talvolta sommosse in piena regola, contro l’operato del cattivo amministratore.
Chissà, magari la nuova legge sulla legittima difesa è stata accolta con favore ed applicata arbitrariamente anche tra gli esponenti della flora e della fauna, fatto sta che ieri un toro durante una corrida in Messico ha saltato le recinzioni caricando il pubblico. Bilancio: tanta paura, qualche ferito tra gli spettatori, abbattimento del bovino sovversivo. Sarebbe stato lo stesso il suo destino: almeno è morto gloriosamente.
La notizia l’ha data il TG1 delle 20.00 di ieri sera, probabilmente perché c’era scarsità di notizie sulle sfilate della moda a Milano da sostituire agli aggiornamenti sulla guerra di camorra. Probabilmente il toro era comunista.
L’evento ha perlomeno il merito di riportare all’attenzione la barbarie della corrida che si consuma tutt’ora in paesi come Spagna, Messico, Portogallo, Francia (in Provenza e Camargue), dove si continua ad ammazzare per divertimento. Non sono da meno, e sia chiaro, tutti gli altri stati in cui, pur senza l’estremo della tauromachia, la caccia (intesa come sport e non come mezzo necessario di sostentamento) viene tollerata, incentivata, legalizzata.
L’essere umano uccide per divertimento: si parte in gruppo, la domenica mattina, armati di tutto punto, e via, verso la mattanza ludica di animali costretti ad uno scontro impari. Già: parecchi cacciatori sostengono che il fascino dell’attività venatoria risieda nella sfida con la bestia; sinceramente però la battaglia tra uomo con fucile a pallettoni e lepre dotata solo di buona lena non mi sembra troppo incerta, ardua ed esaltante.
Nella corrida poi il massacro del più debole diventa addirittura spettacolo: si fa teatro a spese della vita dell’attore protagonista, come se nel “Giulio Cesare” il personaggio venisse accoltellato sul serio – uhm…sarebbe una buona idea per il prossimo allestimento scenico di Giorgio Albertazzi…
Ecco perché mi risulta piuttosto difficile piangere la morte di cacciatori travolti da un cinghiale o di matador incappati in tori a cui il copione previsto non garba affatto.
Anzi, a costo di sembrare impopolare, confesso che mi capita spesso di accogliere le notizie di animali usciti vittoriosi dalla lotta per la vita contro l’essere umano con una certa, (neanche tanto) vaga, soddisfazione.
D’altronde la vittima ha il diritto di difendersi dal carnefice e l’animale è sempre una vittima incolpevole. Un senso di indignazione, perfino, mi pervade quando sento parlare in toni struggenti dell’uccisione di toreri e cacciatori: come se l’animale avesse avuto il torto di non lasciarsi ammazzare per svago, per esaltare le folle sadiche, per quindici minuti di gloria del tiratore al bar con gli amici. Come se l’innocente fosse l’aggressore.
Personalmente, alla corrida faccio il tifo per il toro. Ed il toro è praticamente sempre la squadra perdente.

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Paura e delirio da Marzullo

Posted by sdrammaturgo su 23 gennaio 2006

Massimo Troisi glielo disse in faccia:”Sono stato intervistato da cani e Marzulli”. Marzullo avrebbe dovuto riflettere più e meglio su quella battuta, punta di diamante di una celeberrima conversazione che lo vide schiacciato, annichilito dal gigante della commedia. Ed invece no. Dubbi a Marzullo non sorsero affatto, o almeno non sembra proprio che da quella volta abbia iniziato un profondo lavoro di autocritica. In fondo è difficile immaginare Marzullo che si mette in discussione. Non solo: nel frattempo è riuscito anche a diventare responsabile culturale della Rai (no, non è uno scherzo) e, nel deserto culturale televisivo, di certo finora non ha fatto alcunché per risollevare una situazione tragica. Anzi, ci ha messo del suo per contribuire significativamente (si sa, a Marzullo piace fare le cose per bene) allo sfacelo intellettuale mediatico.
E’ noto che le potenze diaboliche agiscono nell’oscurità: il Male si desta la notte, trova nelle tenebre il proprio ambiente ideale. Lo insegna la letteratura gotica ottocentesca. Si spiega allora facilmente il perché Marzullo sia da sempre il re dell’intrattenimento dopo mezzanotte, il Dracula del tubo catodico.
La sua ultima opera nefasta si chiama “Cinematografo”: in teoria una trasmissione di approfondimento culturale sulla settima arte, in pratica un salotto in cui una setta di sedicenti esperti si prodiga per il rovesciamento del buon gusto estetico-filmico.
Nella puntata di ieri notte – chissà, magari per una misteriosa convergenza di stregonerie cosmiche – è andato in onda l’inspiegabile, di fronte al quale la scienza si trova ad essere del tutto impotente. Ospite in studio era Carlo Vanzina ed argomento principe il suo ultimo film “Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo…me”. Inizia la discussione e come sempre prendono la parola i due professionisti del settore, presenze fisse del programma: Anselma Dall’Oglio, moglie di Giuliano Ferrara (e già questo dovrebbe dirla lunga), una che da Marzullo riesce a passare per illustre conoscitrice di cinema pur utilizzando l’aggettivo “lento” quando si tratta di dispregiare un film più riflessivo – anche Pasolini è lento, e allora? Che fretta hai?!; Gianluigi Rondi, a quanto pare decano della critca cinematografica italiana, il quale è riuscito a stroncare drasticamente “Sin City” ed “Old boy”.
Ebbene, i due incontentabili recensori appaiono invece subito piuttosto contenti dell’ultimo lavoro di Vanzina. Rondi esprime viva soddisfazione per la ricerca linguistica operata nel film. La Dall’Oglio tesse le lodi di Diego Abatantuono, descrivendolo come uno dei massimi attori del suo tempo, e sostiene di essersi parecchio divertita e ringrazia per aver avuto modo di scoprire, grazie a questo seguito, il primo capitolo, bandiera del trash made in Italy. Insomma, “Eccezzziunale veramente” risulta un gran bel film.
Parte un servizio sulle interviste raccolte alla prima. Il pubblico di V.I.P. è entusiasta. Il regista Giovanni Veronesi (quello di “Manuale d’amore”) si complimenta con Vanzina; Fabrizio Del Noce vuole strafare:”E’ un film che drammatizza gli aspetti del tifo calcistico”. Un altro po’ e diventa un capolavoro d’introspezione.
Si torna in studio. In collegamento esterno c’è Stefano Zecchi: “Non l’ho visto e non lo vedrò”. Finalmente un momento di lucidità. “Ci spieghi il perché” domanda Marzullo”. “Perché non mi diverte questo tipo di comicità. Ne preferisco una che faccia riflettere”. A questo punto Marzullo si rivolge a Vanzina:”Cosa direbbe al Professor Zecchi per convincerlo a vedere il suo film?”. Ed è qui che avviene l’inimmaginabile. Vanzina:”La comicità è democratica. Se una cosa fa ridere, non importa se sia di Abatantuono o di Woody Allen. La commmedia non ha classi culturali”. Eh?! Stefano Zecchi, filosofo, ordinario di Estetica, forse esaltato dall’esempio di teatro dell’assurdo che si sta realizzando spontaneamente in trasmissione, arriva ad approvare l’affermazione del regista:”Qui mi trova perfettamente d’accordo con lei”.
Il pubblico a casa ha imparato qualcosa: tra Chaplin e Massimo Boldi, tra Buster Keaton ed Ezio Greggio non esiste alcun divario di spessore culturale, di qualità artistica. Automaticamente il pensiero corre all’Onorevole Daniela Santanchè (già, suona strano doverla chiamare così) in quel di “Porta a Porta”, durante una puntata, come al solito di altissimo livello, dello scorso anno dedicata all’ultimo “Vacanze di Natale”. La Santanchè, con la tipica sicumera di chi la sa lunga, ebbe il coraggio di chiedere stupita ed indignata:”Ma perché se una parolaccia la dice Benigni va bene e se la dice Christian De Sica no?”. Giustamente all’Onorevole (sigh!) sfuggiva e sfugge tuttora, non avendo alcuna competenza in materia, che nell’arte non conta solo il cosa, ma anche e maggiormente il come. Il giorno dopo Michele Serra le rispose dalle pagine de La Repubblica:”Il grande artista la parolaccia la domina; l’infimo ne è dominato”.
Ma da Marzullo il terrorismo conoscitivo non è che appena cominciato.
Si passa a parlare dell’ultimo film di Ang Lee, “I segreti di Brokeback Mountain”, Leone d’oro al festival di Venezia 2005 nonché vincitore di 4 Golden Globes, storia d’amore omosessuale ambientata nel mondo dei cow boys. Un altro critico in collegamento esterno si mostra deluso dalla pellicola adducendo la valida motivazione per cui “strizza l’occhio” alla passione tra individui dello stesso sesso a tutto sfavore della coppia eterosessuale. C’è anche il tempo per un prestigioso parere di una spettatrice qualunque appena uscita dalla sala di proiezione:”Basta co’ ‘sti gay: so’ patetici”.
Ma non è finita qui. Un ex direttore della Rai, altro habitué della combriccola marzulliana, fomenta il delirio:”Al cinema bisogna andarci sempre qualsiasi cosa facciano””Natale in India mi è piaciuto molto””La televisione è sempre educativa”. Un momentaneo cedimento alla ragione, durante il quale il suddetto esprime la sua totale contrarietà alle soap-operas, viene subito corretto dalla scrittrice-sceneggiatrice Rita Charbonnier, autrice del romanzo dal pur impegnativo ed ambizioso titolo “La sorella di Mozart”:”La telenovela può essere anche di grande valore. Mi creda: se io non avessi lavorato alla stesura di soap, non sarei mai riuscita a scrivere un romanzo”. D’altronde quale grande scrittore non si esercita e studia su “Orgoglio” o “Centovetrine”?
Sicuramente gli ultimi premi Nobel del calibro di Coetzee, Naipaul, Saramago, Grass, etc. avranno fatto tesoro degli insegnamenti di “Beautiful”.

Fortunatamente qualcosa si cerca di fare per contrastare tale scempio: è stata lanciata una petizione per far chiudere “Cinematografo”. Per sottoscriverla è sufficiente mandare un’email a chiudetecinematografo@gmail.com. Un minuscolo contributo alla causa culturale, ma sempre meglio di niente.

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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 1

Posted by sdrammaturgo su 22 gennaio 2006

Robot Padre Pio

Padre Pio is the next big must-have, and here at last is a Pio gadget with moving parts. Shipmate Letitia Landers King, from Birmingham, Alabama, has plugged us into the Padre Pio electric statue (available from EWTN), which bows on command.

Handpainted and made of resin, the stooping saint originates in Italy and costs just $128.00. An electronic Pope John Paul II, kissing the airport tarmac, cannot be far behind.

da www.ship-of-fools.com

Statua proteggi bimbi di Padre Pio

Angioletto proteggi bimbi. Euro 3.

da Corriere della Sera online – Padre Pio, un santo che ha “stupito il mondo”

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Rapidissima storia della concezione di quadro pittorico

Posted by sdrammaturgo su 14 gennaio 2006

Introduzione

A partire dal XV secolo, ovvero da quando l’arte si è “secolarizzata”, cioè da quando è stato scoperto il suo valore autonomo al di là della mera funzione votivo-liturgica, la scienza estetica ha iniziato ad interrogarsi su che cos’è un quadro, ricercandone una definizione che ne penetrasse l’essenza.
La scoperta dell’autonomia dell’universo artistico ha nobilitato intellettualmente la pratica creativa allontanandola dalla considerazione di semplice lavoro artigianale: insomma, dalle sole mani al cervello. Nel Quattrocento il centro del fare artistico si sposta dunque nell’intelletto e la manualità ne diviene ancella indispensabile. Ciò ha generato l’esigenza di un’ indagine sul quid dell’opera d’arte visiva pittorica. All’artista non è più sufficiente fare: egli vuole sapere cosa fa, avverte la necessità di acquisire la consapevolezza della propria produzione.
Nel corso della storia sono individuabili quattro tappe fondamentali nella definizione di quadro pittorico, quattro grandi formulazioni all’apparenza radicalmente differenti ed in aperto contrasto, eppure, tuttavia, consanguinee, non solo poiché mosse dalla medesima finalità, ma anche perché riescono ad arricchirsi vicendevolmente, ampliando l’orizzonte teorico grazie ad una coralità burrascosa.
Quattro teorie che lottano per la supremazia, le quali però non riescono a non coesistere pacificamente. L’ermeneutica artistica infatti ripudia l’aut…aut ed è il terreno privilegiato per il trionfo del vel…vel, se non financo dell’et…et.

Finestra

La prima teorizzazione rigorosa, dominante per secoli, è stata partorita da Leon Battista Alberti. L’architetto, letterato e matematico fiorentino, vero padre di Umanesimo e Rinascimento, vede il quadro come una finestra: una superficie o tavola incorniciata posta ad una certa distanza da un osservatore che guarda attraverso di essa un mondo altro o sostitutivo. Il mondo, appunto, dell’immagine.
Grazie alla prospettiva il pittore può riprodurre artificialmente il reale in uno spazio fittizio. La superficie bidimensionale offre in tal modo l’illusone della tridimensionalità e si fa strumento di studio del mondo: il dipinto si configura così non come copia pedissequa, bensì come rappresentazione. Altresì, stando alle speculazioni leonardesche, l’artista dipingendo esplora il mondo creandone un altro ad immagine e somiglianza di quello vero.
Il quadro, secondo la concezione dell’Alberti, è quindi una finestra spalancata sulla conoscenza.

La Tempesta

Giorgione, La tempesta, 1506-08, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Carta geografica

Nel seicento i fiamminghi si accostano al quadro in un’altra maniera. Il gusto per la descrizione, la passione per la visibilità, tipiche della pittura olandese, congiunte alla vocazione cartografica di un popolo viaggiatore per antonomasia come quello dei Paesi Bassi, danno vita ad una nuova lettura dell’oggetto-quadro: la superficie dipinta viene accostata ad una carta geografica nella quale inscrivere tutto il mondo conoscibile visivamente, con lo scopo di esaurire ciò che è percepibile dagli occhi, conoscibile attraverso l’organo prediletto del sapere spazio-temporale.
I pittori fiamminghi mirano alla costruzione di una sorta di mappa del visibile.
Il merito di aver scovato tale tendenza spetta a Svetlana Alpers, studiosa vicina al metodo iconologico, la quale ha trattato l’argomento nel libro Arte del descrivere – Scienza e pittura nel seicento olandese, pubblicato nel 1984 ed edito in Italia da Bollati Boringhieri , saggio di capitale importanza per la comprensione dell’arte fiamminga.

L’Arte della Pittura, o L’Atelier

Jan Vermeer, L’arte della pittura, o L’atelier, 1672, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Oggetto materiale

E’ il 1907: Pablo Picasso realizza Les Demoiselles d’Avignon. Quelle figure sono carne ammassata incastrata nel quadro. Ma si tratta della carne del quadro. Esse sono soltanto ispirate al reale, il loro aspetto non è che vagamente, lontanamente somigliante a quello di vere fanciulle. Il mondo non serve che da spunto all’opera. Les Demoiselles appartengono al quadro, che adesso si trova ad essere un oggetto materiale, una cosa tra le cose. Picasso radicalizza la secolarizzazione dell’arte, porta alle estreme conseguenze il carattere autonomo dell’arte. L’opera è ormai un oggetto che parla di se stesso, autoreferenziale ed autosussistente. Dice se stesso, “le sue forme e i suoi colori” (Ludwig Wittgenstein).
“Lo scopo era di fare del quadro una forma-oggetto avente una propria, autonoma realtà, ed una propria specifica funzione. Davanti al quadro non bisogna più chiedere che cosa rappresenti, ma come funzioni” (Giulio Carlo Argan)
Emblematica è una frase di Henri Matisse, che riassume tutto lo spirito che anima la nuova estetica. Ad una modella che lamentava la sua scarsa somiglianza con la donna raffigurata, il Maestro rispose:”Ma io non sto dipingendo lei: io sto dipingendo un quadro!”
Picasso evidenzia dunque lo status di oggettualità del quadro. L’oggetto-quadro è appunto un quadro-oggetto, qualcosa che sta lì, frutto della produzione artificiale umana, e comunica dalla sua esistenza-apparenza bruta.

Les demoiselles d’Avignon

Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon, 1907, New York, Museum of Modern Art

Campo di forze

Picasso ha aperto la strada alle avanguardie e la stessa via è stata percorsa dalla gigantesca corrente detta dell’ Informale. Tale movimento, difficilmente classificabile in quanto ospitante artisti dalle tematiche e dagli stili più svariati, sviluppatosi verso la metà del ‘900, ha imperato su tutto il resto del secolo ed in qualche modo continua a costituire la tendenza di spicco grazie ai suoi tantissimi eredi.
Alla rivoluzionaria lezione picassiana, coronata da Marcel Duchamp, gli esponenti dell’Informale hanno aggiunto, specie grazie Jackson Pollock, uno dei principali, ed alla sua action painting basata sulla tecnica del dripping (=sgocciolamento del colore sulla tela), un tassello nodale: il quadro, nella sua autoreferenzialità, si configura come assolutamente autosufficiente, nel senso che sprigiona figure (anzi, figurazioni, la Gestaltung di Paul Klee, il momento di formazione della forma, destinata ad una perenne compiuta incompiutezza) dal suo stesso interno. Insomma, il quadro è ormai un campo di forze in cui agiscono energie in costante processo di contrasto ed armonizzazione. L’artista non è che il suscitatore di queste turbolenze che si muovono in uno spazio chiuso e vivo.

Number 1

Jackson Pollock, Number 1, 1948, New York, Museum of Modern Art

Conclusione

Finestra sul mondo dell’immagine, carta geografica che funga da mappa del visibile, oggetto materiale autoreferenziale, campo di forze interne: tali dunque sono, a grandi linee, tenendo ovviamente in considerazione le molteplici posizioni personali di singoli artisti e teorici non necessariamente inscrivibili nella presente schematizzazione, i quattro momenti, le quattro diverse concezioni di quadro pittorico che si sono avvicendate nel corso dei secoli. Non bisogna però pensare ad una rigida successione cronologica: tuttora infatti queste diverse visioni dell’oggetto-quadro coesistono e si compenetrano. Per esempio l’Anacronismo rivisita le teorie di Leon Battista Alberti; l’Iperrealismo si riconduce, più o meno coscientemente, al visibilismo fiammingo; la Transavanguradia affonda le proprie radici culturali nelle avanguardie del primo ‘900; artisti del calibro di Emilio Vedova e Jannis Kounellis continuano a portare avanti, aggiornate, le idee dell’Informale.

C’è un pittore, poi, in ogni singola opera del quale le quattro concezioni si trovano magicamente riunite tutte assieme. Si tratta di Mark Rothko.
Le sue tele sono infatti finestre su un mondo altro, immateriale, non terreno; carte geografiche che assorbono l’atmosfera circostante; oggetti materiali il cui colore esprime se stesso; campi di forze che sprizzano spiritualità. Il quadro assume il tono della realtà esterna, la quale si tinge delle campiture cromatiche del dipinto. Arte e vita vivono di reciproche influenze.

Orange and Yellow

Mark Rothko, Orange and Yellow, 1956, Bonn, Bild-Kunst

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“La vita può essere meglio di così” 3

Posted by sdrammaturgo su 4 gennaio 2006

Famiglia numerosa arcaica

Famiglia numerosa moderna

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