Beati i poveri, perché moriranno prima

“Disordine disciplinato” 3 – Tantalo

Posted by sdrammaturgo su 28 aprile 2006

Tantalo sfida gli dei: dà loro in pasto suo figlio Pelope, ciò che ha di più prezioso, soltanto per scoprire se la divina sapienza saprà individuare l’origine di quelle carni, se la celeste onnisicenza è davvero illimitata. O che il suo sia stato un atto estremo di devozione? Non è dato conoscere.
Fatto sta che gli dei capiscono tutto ed egli viene punito severamente: gettato in una palude nel profondo degli inferi, è condannato alla fame eterna. Vicino a lui è una fonte d’acqua e sopra di lui un ramo carico di frutti, ma ogniqualvolta tenti di sporgere il viso per bere o allunghi le braccia per cogliere i pomi, l’acqua si ritira, i rami si alzano. Non ci arriverà mai.
Tantalo è l’artista e l’artista è come Tantalo: egli dà in pasto alle potenze della natura ciò che ha di più caro, la sua stessa vita; si immola per cercare il Senso, l’Assoluto, la Bellezza. Non li troverà mai.
C’è una voluttà in questo desiderio che non verrà mai appagato, in questa sconfitta perenne: è nella ricerca che l’artista trova la propria identità, il fondamento del proprio essere, il vero scopo.
E’ nel dolore inesauribile, nell’impossibilità di una comprensione definitiva del Tutto che egli raccoglie il materiale per la propria opera.
Date all’artista la soluzione, la conclusione delle storture del mondo nella definitiva sistemazione dei punti oscuri, ed egli la rifiuterà per continuare a creare.
All’artista è invisa l’insensatezza della sofferenza almeno quanto gli è cara e necessaria.

Col tuo silenzio profani
il brusio della vita,
ma non sa di morte
il tuo mutismo blasfemo.
E’ vegeto, vigile, vivo,
scavato in una voce d’aldilà
– non in questo limbo, il nostro limbo,
più in là,
al di là di questo limbo,
il nostro limbo.
Pure, il tuo verbo è altrove, ma c’è,
c’è ma è altrove,
non certo in quest’Ade,
forse nell’Ade vero.

All’avidità del mio udito
la tua voce arretra,
si rintana nell’erebo
o in paradiso
o che so.
Se protendo la mano
anche tu tutt’intera indietreggi.
Ti nascondi
oppure
scompari.
Ma non ti biasimo per la tua fuga
giacché la fuga della bellezza
è bellezza essa stessa
e se tu scappi posso inseguirti
e nell’inseguirti, finalmente,
essere.

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