Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 1 – L’aperitivo

Posted by sdrammaturgo su 1 maggio 2006

La realtà in cui agiamo e che edifichiamo con le nostre azioni costituisce un insieme di segni in cui il particolare rimanda sempre al generale. Altresì, ogni singolo gesto, ogni abitudine, ogni costume, ogni usanza, ogni modo d’essere, ogni oggetto nella sua disposizione, fabbricazione, utilizzo, rappresenta un simbolo della visione del mondo di una data comunità di individui.
In ogni minima cosa è sedimentato l’intero patrimonio sociale, morale, politico, culturale, quindi, in senso lato, di un popolo.
Da come ci salutiamo, da come ci mettiamo in fila, da cosa facciamo nel tempo libero, dal modo in cui costruiamo le case, da come mangiamo e quant’altro, traspare ciò che siamo nella nostra interezza e nei confronti del mondo che ci circonda.
E siccome l’uomo, vivendo organizzandosi in società con altri uomini, è un animale politico, ogni suo gesto è un gesto politico. Tutto allora è politica, sempre e comunque.
Dunque, se si vuole essere particolarmente puntigliosi, è possibile operare una critica politica anche dei piccoli riti od avvenimenti banali che, radicalizzati nella loro carica simbolica, lasciano emergere tutto un substrato di significati notevoli per quanto sfuggenti alla nostra attenzione, essendo così impercettibili che è impossibile averli nitidamente dispiegati davanti a noi stessi.
E qui si vuole essere particolarmente puntigliosi, volutamente pedanti, anzi, magari esagerati, addirittura, politicizzando ogni minimo aspetto della quotidianità, per mostrare come, attraverso l’estremizzazione, è possibile portare alla luce da delle facezie aspetti che ignoriamo ed ai quali non facciamo caso. E’ non badando alle dimensioni macroscopiche delle inezie che in fondo conduciamo una vita più serena. “Non stare a guardare il capello”, dice il proverbio. La saggezza popolare la sa lunga sulla comodità. In questa sede però si cercherà il pelo nell’uovo con insopportabile e quasi ridicola pignoleria, in barba all’imperativo del quieto vivere. Sempre con ironia, ovviamente, che è la forma più consona per esprimere una massima serietà.

Il primo caso che esaminerò è l’aperitivo. Una pratica apparentemente innocua ed innocente, un momento di gioiosa, spensierata socialità, ma che invero riassume in sé tutti i caratteri del consumismo, palesando tacitamente il divario che vige tra Occidente industrializzato e Terzo Mondo.
Già, perché se da una parte si muore di fame, dall’altra c’è bisogno di stimolarsi l’appetito solleticando il palato e stuzzicando lo stomaco.
Si tratta perciò di una moda prettamente da ricchi, fiorita guarda caso (benché nata molto tempo prima) negli anni ottanta tra gli yuppie, i rampanti esponenti del capitalismo moderno.
Subito l’aperitivo è diventato il momento di aggregazione per eccellenza di una ben determinata categoria sociale: la media ed alta borghesia, che né si nutre né mangia, bensì al massimo degusta. Tanto la pancia sarà sempre piena. Sicché patecipare ad un aperitivo equivale a mostrarsi quali appartenenti alle fasce più agiate della popolazione. Io prendo un aperitivo, dunque sono un benestante, sono uno di voi, fortunato tra i fortunati.
L’usanza si è gradualmente diffusa a macchia d’olio, evento inevitabile nell’era del trionfo dell’omologazione imposta dai mass-media. L’aperitivo non è più così solo espressione di una categoria sociale, ma di uno status personale: se prendo un aperitivo, sono trendy e cool, frequento la gente giusta e sono parecchio gggiovane.
Da nord a sud, da destra a sinistra l’aperitivo impazza. La cena è divenuta banale, volgarmente proletaria. Un invito a cena piuttosto che ad un aperitivo pone subito in cattiva luce chi lo fa. “Sarai mica vetero-comunista anti-borghese?”. “Com’era quel ragazzo che hai conosciuto?” “Un rozzo matusa: mi ha invitato a cena”.
Già: se si esce da un ufficio climatizzato dei Lloyds, si va a prendere un aperitivo. Ma di ritorno dal cantiere si sogna solo una bella, abbondante, arcaica cena.
E se in Africa c’è chi non mangia mai, si facesse un aperitivo: l’appetito vien mangiando.

Ergo, ad essere pedanti fino al parossismo ed integralisti nel proprio credo politico, l’aperitivo è di destra, onde per cui io dichiaro guerra all’Happy Hour in nome della buona vecchia rustica cena.

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