Beati i poveri, perché moriranno prima

“Disordine disciplinato” 6 – I danzatori

Posted by sdrammaturgo su 13 giugno 2006

La Danza è tra le Arti la più “metafisica” pur nel suo carattere massimamente terreno e corporeo. Essa infatti tematizza il Tempo attraverso l’immagine che più gli è propria: quella dello scorrere, del divenire, del moto incessante.
La sua nobiltà era dai greci tenuta in gran conto; tant’è che secondo la Cosmogonia Pelasgica (che si affiancava e/o contrapponeva a quella orfica ed a quella omerica) il mondo fu creato dalla ballerina Eurinome (“colei che abita le ampiezze”, “colei che distribuisce gli spazi”), la quale, emersa nuda dal Caos, produsse con i suoi movimenti coreutici il vento Borea, che si avvolse intorno a lei in sette spire tramutandosi nel serpente Ofione. Dall’unione tra Eurinome ed Ofione fu generato l’Uovo Cosmico, da cui derivarono tutte le cose. Importante notare che il serpente è simbolo arcaico dell’infinità del tempo.
E non è un caso che Shiva, massima divinità della Trimurti induista, costruttore benefico e terribile distruttore al tempo stesso, sia un dio danzante.
Anche Salomé, poi, femme fatale per eccellenza, è una ballerina, e la femme fatale è la figura privilegiata della Bellezza che rivela il Terribile. Tutta l’arte, in fondo, non è altro che un’estetizzazione del dolore connesso alla vita, lo specchio con cui
Perseo può guardare la Gorgone Medusa senza venire trasformato in pietra, nel quale vediamo riflesso, in un aspetto accettabile, l’orrore impossibile da fissare dritto negli occhi.
Tutte e nove le Muse danzano, guidate da
Tersicore che detta i passi.
La danza, prima fra le arti, era originariamente praticata come dimostrazione di vigore e vitalità. E da Nietzsche abbiamo appreso come al vitalismo sia sottesa anche sempre la presenza necessaria della morte. Attraverso le belle forme assunte dai ballerini – e solo attraverso di esse – è possibile scorgere il magma che ribolle negli abissi dell’esistenza. Perché è solo grazie alla maschera apollinea che il dionisiaco si mostra.
Esclusivamente nel trionfo della vita portato in scena dai danzatori è dato scorgere la morte. Poiché il Tempo è morte. Ogni attimo inghiotte il precedente ed è inghiottito dal successivo, sempre, eternamente.
Il fluire si dà nella labilità. Non esistono passato, presente, futuro, dal momento che il passato è estinto, il futuro non è ancora ed il presente si riduce ad una superficie instabile, traballante, in cui nessun istante concede una pausa per coglierne l’essenza.
E’ questa labilità estrema che la danza esprime, unica tra tutte le arti. Non intrappola il tempo, ma vi si abbandona creandolo.
Tutto è labile. Incerto è persino cosa debba essere considerato l’opera d’arte prodotta dalla danza e nella danza, se la coreografia, per la quale peraltro non esiste una scrittura come lo spartito nella musica (sicché risulta arduo persino stabilire il quid della coreografia); oppure i movimenti dei
ballerini; o ancora i ballerini stessi.
La danza incarna il tempo; conferisce ad esso una forma riconoscibile
, però una forma effimera, che si disintegra nel suo farsi.
Nella danza lo spazio diviene il palcoscenico del tempo
, mentre tutto diviene e muore, giacché la danza rivela la morte, l’eternità dello scorrere, l’imperituro scomparire.
La danza è caducità in quanto la vita è caduca. La danza è vita, ergo palesa la morte.

Stilistica

Metro decasillabo sciolto, costruito affinché l’enjambement sia la figura retorica dominante, in modo tale da rendere la composizione fluida e continua a guisa di spirale.
Iterazione del termine “cara” per rendere il ritmo ossessivo e martellante. Lo stesso vale per le altre ripetizioni, poste in doppia funzione musicale e concettuale, laddove musica e concetto sono fusi indissolubilmente.
Frequenti allitterazioni, principalmente in S, sibilante che suggerisce uno scivolare, un defluire, come delle acque che scorrono in insenature di roccia, o come il vento che passa tra rami carichi di foglie.

Cara, noi non apparteniamo
all’essere. Ne fummo estromessi
in principio, benché non ci sia alcun
principio. Eppure fatalmente
vi abitiamo, estroflessi, glissati,
tessuti e tirati in tela di chiodi.
Noi, cara, invecchiamo. E tutto, tutto
procede, procede e va come deve
andare. Noi obbediamo all’eterno
ed all’eterno, cara, soccombiamo.
Ci nutriamo dei baci perituri
e di noi che ci baciamo la vita
si nutre. Nello spazio divoriamo
il tempo che ci divora. E, cara,
noi continuiamo a scivolare
e mai siamo sazi, cara, mai sazi.

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