Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for luglio 2006

Appunti sulla pittura veneziana

Posted by sdrammaturgo su 27 luglio 2006

Passeggiando tra calli, ponti, campi e sotoporteghi, risulta subito chiaro, con un’intuizione improvvisa, perché la pittura di visione sia fiorita a Venezia. La città lagunare infatti rappresenta la realizzazione dell’ideale rinascimentale, applicato ad esempio da Filippo Brunelleschi per lo Spetale degli Innocenti in Piazza SS. Annunziata a Firenze, dell’opera umana armonizzata con la natura, laddove si mira a rendere l’architettura una prosecuzione della natura, pur sottolineando l’artificio della creazione. Architettura dunque che tende a fare qualcosa dello spazio senza generare scarto netto o forte contrasto tra il lavoro intellettuale e pratico dell’uomo e ciò che l’uomo trova intorno a sé come ingenerato o voluto da mano divina.
Ed a Venezia acqua e costruzioni appaiono in perfetto equilibrio, come se si compenetrassero in una simbiosi tra natura ed artificio. Sembra che il mare non possa fare a meno dei palazzi rifiniti e che questi ultimi perderebbero di senso senza la laguna che li rende ciò che sono. Lo spazio non può fare a meno dell’uomo che gli attribuisca un significato, almeno tanto quanto l’uomo ha bisogno di razionalizzare lo spazio per viverlo e renderlo scenario dell’attività e del pensiero.
Grande era dunque lo spettacolo che si parava dinanzi ai giovani talenti della pittura che avevano in sorte di trovare legata la propria esistenza, e quindi la propria grandezza, alla meraviglia del Mediterraneo.
I fermenti artistici della ricca città mercantile maturarono e decollarono nelle botteghe di Jacopo Bellini ed Antonio e Bartolomeo Vivarini, presso i quali si formarono i rispettivi figli: Gentile e Giovanni per il primo, Alvise per Antonio. Fu con questa gloriosa generazione, a cui vanno aggiunti i nomi di Cima da Conegliano e Vittore Carpaccio, che cominciò la disputa tra le due diverse concezioni di pittura: il filone toscano che prediligeva il disegno contro i veneti che ponevano l’accento sul colore. “A Firenze, cioè, il colore si sovrapponeva alla forma plastica predisposta dal disegno; a Venezia invece la forma faceva tutt’uno col colore, s’inverava in esso”.
Mentre infatti a Firenze “si voleva dare veste pittorica a concetti astratti, […] a Venezia si voleva mantenere un più stretto contatto con la realtà naturale” (C. Bertelli, G. Briganti, A. Giuliano, Storia dell’arte italiana, Electa-Mondadori).
Ma in pittura la pura visione non è mai esistita, nemmeno tra i fautori dell’occhio assoluto dell’impressionismo. E’ necessario sapere come vedere. Ed i veneziani recepirono la lezione del descrittivismo fiammingo grazie agli scambi commerciali con le fiandre ed impararono a guardare la realtà con gli occhi di Antonello da Messina ed Andrea Mantegna.

Fu soprattutto Giovanni Bellini, massimo esponente del Rinascimento veneziano, a subire l’influenza dei due sommi maestri. Egli sostituì all’archelogia ed alla plasticità scultorea mantegnesche un calore metafisico, suggerito dalla luce e dalle tonalità delle tinte, che rivelasse il miracolo immanente alla natura: natura come miracolo ed il miracolo come naturale. La lontananza dal rigorismo religioso romano gli permise inoltre di sviluppare una ricerca colta ed intellettuale ricca di reticolati simbolici, che rimandasse dalla superficie pittorica alle altezze del pensiero mistico.

Sacra Allegoria

Giovanni Bellini, Sacra Allegoria, 1490 circa, Firenza, Galleria degli Uffizi

A Bellini sembra rispondere Vittore Carpaccio dicendo, come sostiene Giulio Carlo Argan, che se tutto è miracolo, nulla è miracolo. La sua è una narrativa attenta al particolare, celebrativa del suo tempo. Carpaccio elenca le cose secondo una logica serena nel tentativo di racchiudere la varietà e vastità del mondo, del suo mondo, nella tela. Dalla lucidità dello sguardo carpaccesco, attento agli oggetti ed alla descrizione con un gusto squisitamente fiammingo, deriverà la corrente vedutista di Canaletto, Bellotto e Guardi.

Visione di S.Agostino

Vittore Carpaccio, Visione di Sant’agostino, 1502, Venezia, S.Giorgio degli Schiavoni

Allievi di Bellini furono invece Giorgione, Tiziano e Sebastiano del Piombo.
Vasari narra che Giorgione fosse solito eseguire i suoi lavori direttamente con il pennello, plasmando paesaggi e figure umane subito con il colore senza aver prima tracciato il disegno, anticipando in tal modo di vari secoli Van Gogh. Sembra quasi che il genio di Castelfranco volesse attingere in tal modo all’essenza della natura per restituire non tanto la natura in sé, l’oggetto della visione, quanto il sentimento della natura. E nel Rinascimento il sentimento passa necessariamente attraverso la razionalità: forte degli insegnamenti di Leonardo, egli si pone di fronte allo spettacolo della creazione non già come una sorta di fanciullino ante litteram, bensì come un pensatore cosciente dell’esplorazione del mistero del cosmo.

I Tre Filosofi

Giorgione, I tre filosofi, 1508 circa, Vienna, Kunsthistorisches museum

Le ricerche giorgionesche culminarono nella figura di Tiziano Vecellio, il quale fin dai suoi esordi venne contrapposto dagli studiosi dell’epoca, su tutti Ludovico Dolce, niente poco di meno che a Michelangelo Buonarroti. Egli divenne il campione del colore da opporre al gigante del disegno. La sua fama era tanta e tale che si diceva che semmai fosse nato un pittore che avesse saputo disegnare come il toscano e dipingere come il maestro di Pieve di Cadore, lo si sarebbe potuto definire il dio della pittura. Tiziano fu sommo colorista, ritrattista richiestissimo e senza eguali (inseguito in quest’arte solo da Agnolo Bronzino e Lorenzo Lotto), classico e moderno, poetico ed esoterico. Seppe conferire forza plastica al colore, rendendolo allegorico in se stesso con le sue modulazioni in un’omogeneità atmosferica pregna di significati narrativi ed emozionali. Natura che si fa storia, storia che si fa natura.

Pala Pesaro

Tiziano, Pala Pesaro, 1474 circa, Venezia, S.Maria Gloriosa dei Frari
Fra’ Sebastiano del Piombo, amante della bella vita e poco rigoroso nel proprio mestiere, fu il più toscano tra i veneziani. La sua monumentalità risente della vicinanza con il Buonarroti, del quale fu amico e discepolo. I due furono per un certo periodo così intimi che si narrava che le opere di Sebastiano fossero in realtà disegnate dal sommo fiorentino e colorate dal chierico godereccio. Michelangelo tentò di favorire l’ascesa di Sebastiano presso la corte pontificia per scalzare il rivale di sempre Raffaello, ma le spinte furono vanificate sia dall’insuperabilità del Sanzio, sia dalla scarsa applicazione di Sebastiano, che pure seppe lasciare opere uniche per coesistenza equilibrata tra valori lineari e cromatismi.

Pietà

Sebastiano del Piombo, Pietà, 1516 circa, Viterbo, Museo Civico

Mentre Palma il Giovane realizzava affreschi su affreschi nelle chiese di Venezia con piglio di sapiente artigiano, profondo conoscitore della tecnica e dalla ortodossa semplicità che tante simpatie gli attirava dalla committenza clericale, la migliore tradizione veneziana esplodeva nei due massimi manieristi veneti: Paolo Veronese e Jacopo Robusti detto il Tintoretto.

Paolo Veronese venne subito considerato il colorista per eccellenza, benché Paul Klee gli preferisse il toscano Sandro Botticelli, forse perché ad un teorico del pari dell’astrattista svizzero si confaceva di più un raffinato mistico della pittura piuttosto che un sontuoso celebratore della ricca committenza. Nelle enormi tavole di Paolo Veronese, perfino nelle scene sacre, è Venezia, con i suoi costumi sfarzosi, con la sua vita agiata e brulicante, con la propria spettacolarità insita nell’anima della città e del suo ceto danaroso, a rifulgere in tutto il suo splendore. Tra le mani del Veronese, la cui arte nasce dall’unione di Carpaccio e Bellini passato attraverso Tiziano, la pittura visiva diventa teatro magniloquente, pomposo, financo spensierato in alcune soluzioni – sebbene sia azzardato non riconoscere una sottile vena di dramma nei dipinti che mozzano il fiato con un sublime fastoso e luminescente. Sua “prole” saranno Giovanni Battista Tiepolo e Giovanni Battista Piazzetta.

Le Nozze di Cana

Paolo Veronese, Le Nozze di Cana, 1563, Parigi, Louvre

La gioiosità di Veronese si pone agli antipodi di Tintoretto. Quello di Jacopo Robusti è infatti teatro tragico. Con un occhio a Tiziano e l’altro a Sebastiano del Piombo, Tintoretto divenne il favorito della propria generazione, tanto che nella sua persona qualcuno vide addirittura l’auspicata sintesi di disegno michelangiolesco e cromatismo tizianesco. Fatto sta che Tintoretto fu un innovatore per forma e contenuto. L’interesse per il volume della figura umana, il dinamismo, l’arditezza prospettica, il forte contrasto tra luce ed ombra come generatrici di spazio, la rilevanza data al buio come fonte di esaltazione insieme della quadratura e del soggetto, lo resero, insieme a Mantegna e Correggio, uno dei modelli imprescindibili del Barocco. Per rendersi bene conto della sua importanza per le generazioni successive basti sapere che suo grande debitore fu ad esempio un certo Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Miracolo di S.Marco

Tintoretto, Miracolo di S.Marco, 1548, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Venezia riposava sull’acqua, opera d’arte scolpita dal tempo e dall’uomo. I genii che generò seppero osservarla e carpirne lo spirito e la carne, che restituirono in immagini riconoscenti.

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“Diario simulato” 1 – Se mi fossi appena risvegliato dal coma

Posted by sdrammaturgo su 19 luglio 2006

“Quando ho riaperto gli occhi, dopo aver ripreso un accenno di confidenza con le cose del mondo sfiorandole con lo sguardo smarrito ed errabondo, la prima cosa che ho mormorato è stata: “Ma non sono morto? Che palle…” Biascicando il sussurro tra me e me.
Appena l’infermiera si è accorta del mio risveglio, è accorsa e credo mi abbia fatto alcune domande per sincerarsi del mio stato ancora troppo poco vigile ed ancora da troppo poco tempo. Ho sentito solo un brusio e senza sapere cosa mi avesse chiesto di preciso le ho detto: “Se becco quello che mi ha svegliato lo massacro”. Ella ha riso. E’ sempre quando sei maledettamente serio che tutti pensano che tu stia scherzando.
Avevo alcuni anni di sonno arretrato: mi ci voleva una bella dormita di qualche giorno. Mi sa di qualche mese. O di qualche anno? Non saprei.
Mesi, mi dicono, quasi anni. Noto che non è cambiato granché nell’universo. Ho imparato che il tempo corre ma non va da nessuna parte.
Sono solo più magro, parecchio più magro, secco come Kim Rossi Stuart, ma senza l’altezza di Kim Rossi Stuart, la bellezza di Kim Rossi Stuart, il fascino di Kim Rossi Stuart, l’eleganza di Kim Rossi Stuart, il talento di Kim Rossi Stuart. Insomma, con Kim Rossi Stuart non c’entravo un cazzo prima del coma e non c’entro un cazzo neppure dopo il coma. Ho capito che il coma non ti fa diventare come Kim Rossi Stuart. Lo dico a tutti quelli che pensano di poter migliorare il proprio aspetto prendendo di testa un tir in corsa: sappiate che è tutta una bufala, una gran fregatura.
Non ho visto luci in fondo al tunnel, non ho fatto esperienze ultraterrene, non ho visto nessuno tirarmi fuori dal coma. O meglio, mi pare che un viso mi abbia accompagnato in questo mio lungo sonno, ma si tratta del volto di una persona viva e vegeta: che io sappia, si trova a parecchi kilometri da qui, dove si occupa di illustrazione, si impegna nella politica e nel sociale e fondamentalmente mi ignora.
Questo fa di me la prova empirica del fatto che la trasmissione televisiva “Angeli” in onda su Rete4 sia una stronzata colossale. Lo sospettavo da tempo e grazie al coma ora ne ho la certezza.
Che poi il coma è ingiustamente denigrato, mentre invece non è affatto male. Personalmente, sono stato da dio. Dormi, non pensi a niente, non devi preoccuparti di lavorare, studiare, bere, mangiare; non pensi alle donne; puoi perfino cagarti e pisciarti addosso senza che nessuno ti additi come individuo rivoltante ed a pulirti ci pensa qualcun altro. Tanto neppure la puzza ti disturba granché.
E se ti dice bene ci resti anche stecchito. Una vera pacchia.
Nemmeno mi ricordo come ho fatto a finirci, in coma. Vedete? La memoria è un inconveniente di cui quando sei steso e totalmente incosciente puoi fare benissimo a meno. Anzi, sei costretto a farlo. E nessuna coercizione è piacevole quanto quella di non dover sobbarcarsi il peso dei ricordi.
Ho chiesto al medico se gentilmente avesse potuto rispedirmi a nanna. Ho utilizzato ogni scusa possibile: ho lasciato un sogno in sospeso, era avvincente e devo assolutamente vedere come va a finire; ho dimenticato le chiavi di casa nel coma; mi squilla il telefono all’interno del sonno. Sono arrivato addirittura a minacciarlo di dare il suo numero a tutte le compagnie telefoniche ed a Sky per le campagne di marketing, ma niente. D’altronde un semi-vegetale rincoglionito su un lettino d’ospedale non incute una gran paura.
Avete presente quel luogo comune che c’è in ogni film, di quello che appena risvegliato dal coma ha una fame bestia? Non è un luogo comune. Tutti pensano che dopo mesi di nulla la prima cosa che desideri sia rivedere i tuoi cari. Macché: venderesti la tua famiglia e tutti i tuoi amici ai laboratori clandestini della Nike in cambio di una frittata.
Se mi regge, la prima cosa che farò appena rimesso in sesto sarà provocare una squadriglia di skinhead fingendomi ebreo omosessuale di origini africane. Una bella sprangata sulla cervice è quel che ci vuole per farsi una lauta, grassa, succulenta ed appagante dormita. Come si dice: a mali estremi, estrema destra. Chissà che anche i nazi non si dimostrino utili a qualcosa?
Da quest’esperienza ho appreso un’importante verità: non saranno la raccolta differenziata od il risparmio energetico od il crollo del capitalismo o la cessazione delle guerre a guarire i mali del mondo. La soluzione di gran lunga più valida è il coma. Volendo, è anche meglio del meteorite: più sobrio, meno facinoroso, più discreto, meno tamarro. Il coma ha classe. Una sorta di morte con maggiore stile.
Che se poi si fanno incubi, ‘sti cazzi.”

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Apologia della boxe

Posted by sdrammaturgo su 13 luglio 2006

Mi chiedo cosa passi per la mente di un pugile prima di salire sul ring, mentre nello spogliatoio si passa il ghiaccio sul corpo, mentre si fascia le mani, mentre cammina lungo il corridoio che porta davanti alla platea. E non parlo solo dei pugili che stanno per misurarsi con se stessi davanti al pubblico di Las Vegas; mi riferisco anche a tutti quei lottatori dei palazzetti dello sport di paese, delle palestre malfamate un po’ stile Bronx un po’ bar di Boe. Mi piacerebbe anche solo una volta percepire quel misto di paura e concentrazione, spavalderia e rassegnazione. “Ave Caesar, morituri te salutant”, dicevano i gladiatori prima di iniziare il combattimento. Questa consapevolezza della possibilità di morire affrontata con coraggio mi ha sempre stupefatto. Ed è la stessa consapevolezza, lo stesso coraggio, che mi stupiscono in un pugile. Già, perché ogni pugile sa bene, dentro di sé, che non è del tutto escluso che egli potrebbe anche non scendere in verticale da quel ring. “Ci vogliono le palle per farsi menare davanti a tutti”, mi disse una volta un ragazzo delle borgate romane, nel suo gergo colorito e veritiero, forte di una tragica e disincantata conoscenza della realtà ereditata da secoli di popolo, secoli di periferia, una conoscenza vissuta, assorbita dalla pelle. Quel ragazzo aveva ragione.La boxe è violenta, la boxe è roba da animali, anzi da bestie, la boxe è disumana, la boxe è inconcepibile in una società civile. Tutto vero, per carità. E proprio qui risiede il suo fascino tremendo. O meglio, nel suo essere tutto questo ed insieme tutt’altro, o comunque molto altro.
La boxe sa essere assolutamente ferina ed al contempo smaccatamente umana, troppo umana. Tra animali si combatte per la sopravvivenza. “Il pugilato lo fai se hai fame”, veniva affisso nelle palestre americane tanti tanti anni fa. D’altronde quale folle sarebbe disposto a farsi massacrare a stomaco pieno? Ecco dunque che la boxe diveniva un’occasione di riscatto e di guadagno per gli strati più poveri della popolazione, specie per la comunità afroamericana. Dunque si combatteva e si combatte solo per soldi, ovvero, zoologicamente, per la sopravvivenza? No, non solo. Anche, ma non solo.
Quella che hanno i pugili o comunque gli appassionati in genere per la boxe è una passione viscerale. Mi sono sempre chiesto perché ad esempio sia da sempre lo sport prediletto dagli scrittori (basti pensare ad Hemingway ed a ciò che per lui ha rappresentato lo scontro fisico). Una risposta la dà Thomas Mann in Doktor Faustus, sostenendo che la lotta, quindi lo sfoggio esaltato della forza bruta, piace alle persone deboli. E gli intellettuali sono persone deboli.
Ma cos’è questa forza bruta espressa nella boxe che tanto esalta ed ipnotizza? Joyce Carol Oates, grandissima scrittrice americana che si è occupata più volte di pugilato, nel suo libro On boxing (tradotto inspiegabilmente in italiano Mike Tyson, per via del referente privilegiato dell’opera) scrive: “I pugili rendono visibile ciò che in noi non lo è”. E questo invisibile è costituito dalla “naturalità” brutale e primordiale che alberga nell’uomo in quanto animale, mai superata nonostante la civilizzazione, che la lotta lascia emergere non già in tutta la sua spontanea aggressività, bensì, si badi bene, filtrata razionalmente, ergo umanamente. Ecco in che senso il pugilato è sia bestiale sia umano al massimo grado, in una compenetrazione di principii vitali non rintracciabile in altre discipline.
Non è un caso che sia appellata “nobile arte”: il suo valore conoscitivo dell’uomo primigenio rende il pugile una sorta di artista che si serve del proprio corpo e del corpo dell’Altro per immergersi negli abissi della propria ferinità ancestrale ed elevarsi quindi in tal modo alla luce diafana delle proprie pulsioni arcaiche rischiarate da un sapere lucidamente razionale.
Sul ring il pugile è puro corpo nella sua crudezza ed al tempo stesso mente strategica, calcolatrice; si trova faccia a faccia con le sue paure ataviche incarnate nella figura dell’Altro, metafora del Grande Altro, l’ignoto, la morte, che aspettano solo di essere liberate dall’estasi del colpo. Il combattimento che si svolge sul quadrato non è altro che un’immagine privilegiata dell’eterna lotta della vita e per la vita replicata volontariamente, in piena coscienza ed autocoscienza.
Appare dunque chiaro perché i pugili al termine dell’incontro si abbraccino: essi non si odiano, benché siano stati pronti ad ammazzarsi fino a pochi istanti prima, anche se avrebbero preferito morire piuttosto che cedere all’avversario, in quanto sanno che la loro è una catarsi ed il vero nemico non è quello passeggero, occasionale, che hanno avuto davanti in carne ed ossa, ma l’esistenza stessa. La fisicità per raggiungere l’Oltre. La conoscenza conseguita attraverso lo scontro dei corpi. Un po’ quello di cui parla Chuck Palanhiuk in Fight Club: riscoprire le profondità per rischiarare la percezione del mondo.
Di qui la ritualità quasi sacrale, la somma sportività connessa alla boxe.Senza dubbio la boxe è violenta, molto violenta (sebbene sia solo al settimo posto tra gli sport quanto a numero di infortuni, preceduta da hockey e football americano, ad esempio), ma anche qui è bene stabilire cosa si intenda per violenza: due pugili sono persone adulte che stabiliscono di battersi seguendo un rigido regolamento entro limiti di tempo fissi, senza coinvolgimento di terzi. Non è così un caso se proprio tra gli atleti di tale disciplina la storia abbia conosciuto convinti pacifisti. Ricordo Paolo Vidoz che alla vigilia della guerra in Afghanistan combatté con indosso un paio di pantaloncini arcobaleno con scritto Pace. Per non parlare poi del Re, Muhammad Alì. Il più grande pugile di tutti i tempi perse il titolo e tutti suoi averi per pagarsi la cauzione ed evitare il carcere, dal momento che si era rifiutato di arruolarsi per la guerra in Vietnam. Intervistato sul suo reato di renitenza alla leva, rispose: “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”. Una frase da brividi, considerando gli anni sessanta di un’America repressiva e maccartista.
A chi ha conosciuto e vissuto con profonda convinzione la correttezza e l’alto onore sottese al pugilato non può che essere invisa la viltà della guerra o del terrorismo. Ecco perché la maggior parte dei grandi pugili, pur provenendo da ambienti pessimi ed avendo alle spalle un passato criminale, è diventata umanamente migliore a contatto con questa ferrea disciplina sportiva. Non solo dunque per la serenità della condizione economica.

Clint Eastwood parlando del suo Million Dollar Baby ha affermato che la boxe è epica di per sé e ciò la rende un perfetto argomento letterario-cinematografico. La gamma dei valori, la sfida, le sensazioni estreme, il suo incrocio di nature, fanno del pugilato uno spettacolo unico, una miniera di aneddoti, una sorta di arte, appunto. Gianni Minà racconta di una cena tra lui, Sergio Leone, Robert De Niro, Gabriel Garcia Marquez e Muhammad Alì in cui fu possibile assistere ad un premio Nobel che pendeva dalle labbra di un pugile.
Poi per carità, tutto il male che si dice della boxe, cioè che sia un mondo marcio fatto di incontri truccati e manager senza scrupoli, di poveri che si azzuffano per appagare il sadismo represso dei ricchi, è vero, ma ciò non è certo colpa dello sport in sé.
Credo che per capire cosa sia la boxe sia sufficiente guardare il famigerato incontro tra Alì e Joe Frazier svoltosi a Manila il primo ottobre 1975: quindici riprese disputate al coperto con una temperatura di quaranta gradi; Frazier combatté quasi la metà del tempo ad occhi chiusi, per via del gonfiore dovuto ai jab dell’avversario; Alì stremato si appoggiava alle corde e ripeteva lo stesso colpo, esausto persino per escogitare qualcos’altro. Mano a mano che trascorrevano i round, i due non lottavano più per il denaro (erano entrambi ricchi a quel punto della carriera), né per la gloria, tanto meno per il titolo: ormai la sfida era con la propria resistenza, con la propria esistenza. Non volevano cedere perché non potevano cedere, nudi davanti al mondo, davanti a se stessi, davanti alla propria natura, davanti all’Uomo. Cadere non avrebbe significato solo perdere, ma anche fallire.
Nessun pugile invecchia bene. La sua vecchiaia si porta dietro un sacco di acciacchi, anche molto gravi. Ma a lui sta bene così. E’ sopravvissuto, è realizzato: la salute viene immolata senza problemi a qualcosa di molto più grande, di eterno.

Ripenso al pugile che sta per salire sul ring. Intorno a lui c’è una miriade di persone, eppure egli è solo. Sa bene che dopo la campanella il proprio destino dipenderà solo ed esclusivamente da se stesso, dalle proprie capacità, dalla propria preparazione, dalla propria attenzione. Tuttavia il pugno del k.o. potrebbe arrivare da un momento all’altro, del tutto inaspettatamente, come una sorpresa non gradita ma inesorabile.
La campanella suona. Ora è solo. Come nella vita.

Thrilla in Manila

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“Pedanteria politicizzata” 2 – L’aria condizionata

Posted by sdrammaturgo su 5 luglio 2006

Onde evitare eventuali critiche dovute a difficoltà ermeneutiche da parte di qualche lettore, rimando all’introduzione al Numero 1 di questa rubrica per non dovermi ripetere ogni volta sul carattere smaccatamente parossistico ed auto-ironico degli articoli compresi in “Pedanteria politicizzata”, carattere che pure dovrebbe trasparire in tutta la sua evidenza già dal titolo stesso della rubrica. Ribadisco: qui si esagera volutamente e volontariamente si rasenta il ridicolo, estremizzando l’interpretazione politica dei minimi aspetti banali della quotidianità.

Bene, detto ciò e sperando che sia ormai abbastanza chiaro, posso accingermi a criticare quello che rappresenta un simbolo, un esempio emblematico e lampante, dell’egoismo deleterio del viziatissimo cittadino dell’Occidente industrializzato, che per la propria comodità sacrifica sprezzantemente l’ambiente tutto: sto parlando dell’aria condizionata.
Già, perché è opportuno avere ben chiaro in mente che non c’è l’aria condizionata perché è caldo, bensì è caldo perché c’è l’aria condizionata. Infatti i condizionatori assorbono l’aria calda presente in una stanza e la espellono nell’atmosfera, producendo in tal modo un aumento della temperatura esterna. Si viene ad innescare in tal modo un circolo vizioso per cui più i climatizzatori sono in funzione e più fa caldo, ma più fa caldo e più i climatizzatori sono in funzione.
Non se ne esce. E’ lo stesso discorso dei cannoni spara-neve: l’uomo occidentale non si accontenta, vuole sempre di più, sempre più neve, sempre più fresco, ma così facendo ottiene sempre meno neve, sempre meno fresco. Ed intanto i gradi Celsius della media stagionale salgono di anno in anno.
Se torniamo indietro nel tempo, le statistiche ci dicono che il caldo era più sopportabile, dal momento che le temperature medie erano significativamente più basse. Ma il boom economico del capitalismo ha iniziato a surriscaldare l’atmosfera pompando i gas nocivi delle industrie nell’aria. Dopodiché il Sistema dei falsi bisogni indotti ha approfittato della situazione: “E’ caldo, sostenibile, ma caldo. Consumatore, stai bene, ma potresti stare ancora meglio”. Ma il “meglio” sostenuto dal capitalismo è un finto meglio fatto per esaurirsi in fretta e lasciare spazio ad un nuovo “meglio”, giacché il capitalismo vive del moltiplicarsi delle merci da vendere. Dunque, un “meglio fittizio”, ovvero un “peggio reale”. Il capitalismo si concentra sull’attimo, sul particolare, e perde di vista la totalità. Non bada agli effetti dannosi che un determinato prodotto può avere a lungo termine sull’uomo e sul mondo. L’imperativo del profitto non può badare al benessere effettivo.
Ed allora dagli a produrre condizionatori: più produzione, più gas nell’atmofera; più gas nell’atmosfera, più calore; più calore, più condizionatori; più condizionatori, più produzione; e così via…
Tutto concorre al piano diabolico che prevede l’invasione del mercato con i condizionatori. Infatti l’Occidente è anche l’Impero dell’Immagine per eccellenza. Il vestiario dettato dal buonsenso viene scalzato dall’imperativo dell’ “abbigliamento adeguato”. Sicché anche a luglio bisogna recarsi in ufficio in giacca e cravatta piuttosto che in canottiera e ciabatte. Perché si sa, un impiegato in banca che abbia il kimono o lo scafandro, il timbro lo mette assai male. Dunque invece di spogliarsi lui, l’uomo occidentale cosa fa? Veste il pianeta Terra. Il che mi sembra quantomai cretino.
Ma d’altronde una società che privilegia l’attività forsennata ad un pisolino all’ombra di un albero – dal momento che bisogna fare fare fare fare fare (ma fare cosa, poi…bah) – è destinata a patire il caldo e costruirsi l’inferno da sola.
Ergo, in conclusione, l’aria condizionata è il vero respiro del demonio, il soffio del vero Satana: il capitalismo.
Quando i colonizzatori europei conquistarono le isole del Pacifico, le cui popolazioni vivevano nude in armonia con la natura (poiché giustamente, da persone sagge, ragionavano: “E’ caldo, mi spoglio”) la prima cosa che fecero è far vestire gli abitanti in nome di uno sciocco pudore dovuto ad un dio lunatico che si offende a vedere ciò che egli stesso ha creato (o magari un dio insoddisfatto della propria creatura che non sa guardare in faccia i propri errori).
Oggi le farebbero coprire in nome dell’aria condizionata.
Tra il Dio propriamente detto ed il Dio Denaro non so più chi bestemmiare con maggiore veemenza.

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“Disordine disciplinato” 7 – Salomè

Posted by sdrammaturgo su 2 luglio 2006

La ballerina fatale fa i conti col tempo. Anch’ella, dunque, avvizzisce. Salomé è già invecchiata. Assisa su un pouf, tutt’intorno i suoi trucchi, la cipria, il belletto, osserva i suoi anni e mastica ore. Un’attrice della vita, per lo spettacolo muto d’un’anima nuda.

La linea allo specchio
rincorre la pupilla
che rincorri e che ti schiva,
che ti fiuta e abbuieresti.

Un rantolo curvo,
nottambulo ed ocra,
estenuato si leva
e indignato ricade.

Nel tuo ventre non c’è pace,
così vorace
e così indifeso.

E’ stato un tumulto
a scovarti morente,
avida danni
e bagnata di fine.

Un sobbalzo t’aveva
già colto terrena,
smorzato negli occhi
il baluginare divino.

Vorresti saper dimenticare a comando
e spezzare lo sguardo
col tuo volere essiccato.

Sei veli affonderesti in uno sputo
affinché il settimo
ti mummifichi
e ti divori.

Giacente e gemente,
sibilla percossa,
accogli quest’ombra
e annegala in te.

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