Beati i poveri, perché moriranno prima

Apologia della boxe

Posted by sdrammaturgo su 13 luglio 2006

Mi chiedo cosa passi per la mente di un pugile prima di salire sul ring, mentre nello spogliatoio si passa il ghiaccio sul corpo, mentre si fascia le mani, mentre cammina lungo il corridoio che porta davanti alla platea. E non parlo solo dei pugili che stanno per misurarsi con se stessi davanti al pubblico di Las Vegas; mi riferisco anche a tutti quei lottatori dei palazzetti dello sport di paese, delle palestre malfamate un po’ stile Bronx un po’ bar di Boe. Mi piacerebbe anche solo una volta percepire quel misto di paura e concentrazione, spavalderia e rassegnazione. “Ave Caesar, morituri te salutant”, dicevano i gladiatori prima di iniziare il combattimento. Questa consapevolezza della possibilità di morire affrontata con coraggio mi ha sempre stupefatto. Ed è la stessa consapevolezza, lo stesso coraggio, che mi stupiscono in un pugile. Già, perché ogni pugile sa bene, dentro di sé, che non è del tutto escluso che egli potrebbe anche non scendere in verticale da quel ring. “Ci vogliono le palle per farsi menare davanti a tutti”, mi disse una volta un ragazzo delle borgate romane, nel suo gergo colorito e veritiero, forte di una tragica e disincantata conoscenza della realtà ereditata da secoli di popolo, secoli di periferia, una conoscenza vissuta, assorbita dalla pelle. Quel ragazzo aveva ragione.La boxe è violenta, la boxe è roba da animali, anzi da bestie, la boxe è disumana, la boxe è inconcepibile in una società civile. Tutto vero, per carità. E proprio qui risiede il suo fascino tremendo. O meglio, nel suo essere tutto questo ed insieme tutt’altro, o comunque molto altro.
La boxe sa essere assolutamente ferina ed al contempo smaccatamente umana, troppo umana. Tra animali si combatte per la sopravvivenza. “Il pugilato lo fai se hai fame”, veniva affisso nelle palestre americane tanti tanti anni fa. D’altronde quale folle sarebbe disposto a farsi massacrare a stomaco pieno? Ecco dunque che la boxe diveniva un’occasione di riscatto e di guadagno per gli strati più poveri della popolazione, specie per la comunità afroamericana. Dunque si combatteva e si combatte solo per soldi, ovvero, zoologicamente, per la sopravvivenza? No, non solo. Anche, ma non solo.
Quella che hanno i pugili o comunque gli appassionati in genere per la boxe è una passione viscerale. Mi sono sempre chiesto perché ad esempio sia da sempre lo sport prediletto dagli scrittori (basti pensare ad Hemingway ed a ciò che per lui ha rappresentato lo scontro fisico). Una risposta la dà Thomas Mann in Doktor Faustus, sostenendo che la lotta, quindi lo sfoggio esaltato della forza bruta, piace alle persone deboli. E gli intellettuali sono persone deboli.
Ma cos’è questa forza bruta espressa nella boxe che tanto esalta ed ipnotizza? Joyce Carol Oates, grandissima scrittrice americana che si è occupata più volte di pugilato, nel suo libro On boxing (tradotto inspiegabilmente in italiano Mike Tyson, per via del referente privilegiato dell’opera) scrive: “I pugili rendono visibile ciò che in noi non lo è”. E questo invisibile è costituito dalla “naturalità” brutale e primordiale che alberga nell’uomo in quanto animale, mai superata nonostante la civilizzazione, che la lotta lascia emergere non già in tutta la sua spontanea aggressività, bensì, si badi bene, filtrata razionalmente, ergo umanamente. Ecco in che senso il pugilato è sia bestiale sia umano al massimo grado, in una compenetrazione di principii vitali non rintracciabile in altre discipline.
Non è un caso che sia appellata “nobile arte”: il suo valore conoscitivo dell’uomo primigenio rende il pugile una sorta di artista che si serve del proprio corpo e del corpo dell’Altro per immergersi negli abissi della propria ferinità ancestrale ed elevarsi quindi in tal modo alla luce diafana delle proprie pulsioni arcaiche rischiarate da un sapere lucidamente razionale.
Sul ring il pugile è puro corpo nella sua crudezza ed al tempo stesso mente strategica, calcolatrice; si trova faccia a faccia con le sue paure ataviche incarnate nella figura dell’Altro, metafora del Grande Altro, l’ignoto, la morte, che aspettano solo di essere liberate dall’estasi del colpo. Il combattimento che si svolge sul quadrato non è altro che un’immagine privilegiata dell’eterna lotta della vita e per la vita replicata volontariamente, in piena coscienza ed autocoscienza.
Appare dunque chiaro perché i pugili al termine dell’incontro si abbraccino: essi non si odiano, benché siano stati pronti ad ammazzarsi fino a pochi istanti prima, anche se avrebbero preferito morire piuttosto che cedere all’avversario, in quanto sanno che la loro è una catarsi ed il vero nemico non è quello passeggero, occasionale, che hanno avuto davanti in carne ed ossa, ma l’esistenza stessa. La fisicità per raggiungere l’Oltre. La conoscenza conseguita attraverso lo scontro dei corpi. Un po’ quello di cui parla Chuck Palanhiuk in Fight Club: riscoprire le profondità per rischiarare la percezione del mondo.
Di qui la ritualità quasi sacrale, la somma sportività connessa alla boxe.Senza dubbio la boxe è violenta, molto violenta (sebbene sia solo al settimo posto tra gli sport quanto a numero di infortuni, preceduta da hockey e football americano, ad esempio), ma anche qui è bene stabilire cosa si intenda per violenza: due pugili sono persone adulte che stabiliscono di battersi seguendo un rigido regolamento entro limiti di tempo fissi, senza coinvolgimento di terzi. Non è così un caso se proprio tra gli atleti di tale disciplina la storia abbia conosciuto convinti pacifisti. Ricordo Paolo Vidoz che alla vigilia della guerra in Afghanistan combatté con indosso un paio di pantaloncini arcobaleno con scritto Pace. Per non parlare poi del Re, Muhammad Alì. Il più grande pugile di tutti i tempi perse il titolo e tutti suoi averi per pagarsi la cauzione ed evitare il carcere, dal momento che si era rifiutato di arruolarsi per la guerra in Vietnam. Intervistato sul suo reato di renitenza alla leva, rispose: “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”. Una frase da brividi, considerando gli anni sessanta di un’America repressiva e maccartista.
A chi ha conosciuto e vissuto con profonda convinzione la correttezza e l’alto onore sottese al pugilato non può che essere invisa la viltà della guerra o del terrorismo. Ecco perché la maggior parte dei grandi pugili, pur provenendo da ambienti pessimi ed avendo alle spalle un passato criminale, è diventata umanamente migliore a contatto con questa ferrea disciplina sportiva. Non solo dunque per la serenità della condizione economica.

Clint Eastwood parlando del suo Million Dollar Baby ha affermato che la boxe è epica di per sé e ciò la rende un perfetto argomento letterario-cinematografico. La gamma dei valori, la sfida, le sensazioni estreme, il suo incrocio di nature, fanno del pugilato uno spettacolo unico, una miniera di aneddoti, una sorta di arte, appunto. Gianni Minà racconta di una cena tra lui, Sergio Leone, Robert De Niro, Gabriel Garcia Marquez e Muhammad Alì in cui fu possibile assistere ad un premio Nobel che pendeva dalle labbra di un pugile.
Poi per carità, tutto il male che si dice della boxe, cioè che sia un mondo marcio fatto di incontri truccati e manager senza scrupoli, di poveri che si azzuffano per appagare il sadismo represso dei ricchi, è vero, ma ciò non è certo colpa dello sport in sé.
Credo che per capire cosa sia la boxe sia sufficiente guardare il famigerato incontro tra Alì e Joe Frazier svoltosi a Manila il primo ottobre 1975: quindici riprese disputate al coperto con una temperatura di quaranta gradi; Frazier combatté quasi la metà del tempo ad occhi chiusi, per via del gonfiore dovuto ai jab dell’avversario; Alì stremato si appoggiava alle corde e ripeteva lo stesso colpo, esausto persino per escogitare qualcos’altro. Mano a mano che trascorrevano i round, i due non lottavano più per il denaro (erano entrambi ricchi a quel punto della carriera), né per la gloria, tanto meno per il titolo: ormai la sfida era con la propria resistenza, con la propria esistenza. Non volevano cedere perché non potevano cedere, nudi davanti al mondo, davanti a se stessi, davanti alla propria natura, davanti all’Uomo. Cadere non avrebbe significato solo perdere, ma anche fallire.
Nessun pugile invecchia bene. La sua vecchiaia si porta dietro un sacco di acciacchi, anche molto gravi. Ma a lui sta bene così. E’ sopravvissuto, è realizzato: la salute viene immolata senza problemi a qualcosa di molto più grande, di eterno.

Ripenso al pugile che sta per salire sul ring. Intorno a lui c’è una miriade di persone, eppure egli è solo. Sa bene che dopo la campanella il proprio destino dipenderà solo ed esclusivamente da se stesso, dalle proprie capacità, dalla propria preparazione, dalla propria attenzione. Tuttavia il pugno del k.o. potrebbe arrivare da un momento all’altro, del tutto inaspettatamente, come una sorpresa non gradita ma inesorabile.
La campanella suona. Ora è solo. Come nella vita.

Thrilla in Manila

7 Risposte to “Apologia della boxe”

  1. sandro said

    si la boxe sara’ pure violenta e se vogliamo brutale,ma in qualche libro ho pure letto che in fondo gli uomini hano pure bisogno di spettacoli in cui scaricare l’gressivita’. Sandro di Urbino.

  2. Quello senza dubbio. In fondo è connaturata alla nostra animalità.

  3. Complimenti!!
    e grazie :)

  4. Giovanni I. said

    Bel articolo!
    un saluto.

  5. Grazie, sono contento che ti sia piaciuto!

  6. bwin said

    certo la boxe e’ violenta pero ti appasiona come pochi sport

  7. giorgio said

    Gran bell’articolo….

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