Beati i poveri, perché moriranno prima

“Disordine disciplinato” 9

Posted by sdrammaturgo su 15 agosto 2006

Giacomo Leopardi nel canto “La sera del di’ di festa” scrive:”[…] E fieramente mi si stringe il core, / A pensar come tutto al mondo passa, / E quasi orma non lascia. […]”.
Ho sempre riflettuto molto su questi versi, così semplici e così densi ed abissali.
E’ vero, il tempo sgattaiola, rotola, e soffia via gli istanti, i pensieri, le cose. Eppure…Eppure non tutto cede al vento cosmico che spira e spazza. Tracce profonde rimangono eccome. I ricordi incarnati in sensazioni e le sensazioni trasudate dai ricordi restano impressi in profondità.
Si tratta di una memoria tramandata dalle cose stesse, conservata negli odori delle vecchie abitazioni, nei mobili decrepiti, negli oggetti usurati, nelle parole e negli sguardi catturati distrattamente, e quindi con maggiore cura.
Ricordo la casa di mia nonna: la stufa sempre accesa, il pestello di marmo, le salsicce e l’aglio appesi al soffitto, i fiori secchi, la pentola con la zuppa. Mi sedevo dopo una giornata passata a rubare ciliegie dall’albero di contadini poco accorti e guardavo il lago che dalla finestra si adagiava ai piedi dei monti.
Leopardi immaginava l’infinito oltre la siepe. Io non osavo superare la vetta dell’Amiata. Percepivo come un brivido la vastità raccolta intorno a me, nello specchio dell’acqua lontana, impregnata nel legno delle seggiole tremolanti. L’universo in un fazzoletto di piccole cose di ogni giorno.
E mi sentivo erede di un’eternità che avevo il dovere di custodire. Ero il custode dell’immobilità al cui interno scorre la lava delle ore, il guardiano dell’immutabilità che dovrà pur mutare, prima o poi, restando sempre uguale, perciò radicalmente diversa.
L’illimitato è affidato al perituro.

Stilistica

Metro novenario sciolto, labile, a tratti incerto, che scivola a volte in un ottonario da ritmo popolare, come un balbettio per lo stupore consapevole del minimo e dell’immenso.
Il registro non può che essere basso, sovente patetico, con picchi di vertigine trattenuta a fatica, come un sospiro profondo.

*

Sul vetro appannato compare
il volto di vecchio ragazzo,
ma è un apparire distratto
– i vetri talvolta son pigri.

Anziane nella credenza
le pentole ascoltano il legno
che carico d’anni e di pace
racconta la sua giovinezza.

Gli oggetti mi parlano e sento
le storie dei giorni fuggiti
che vivono morti da un pezzo.
Origlio i tramonti perduti.

Siedo e dalla finestra
indugio sull’acqua silente.
Taccio, tremo ed abbraccio
le antiche stagioni e le nuove.

Questo è dunque il mio tempo,
raccolto vicino alla stufa,
giovane e già così caduco,
crepitante nei memori tizzi.

Qui il mio presente si bagna
nel mare del tempo passato
e il lago tra i monti e la valle
è fiume nelle mie vene.

Il bacio degli anni trascorsi
è un’orma indelebile e grave,
seppure non duri un istante,
ché il tempo ha labbra di vento.

Mi sembra di avere vissuto
ancor prima di essere nato,
di avere con gli occhi dei cari
già visto le età delle nebbie.

Fatica il mio debole sguardo,
desidera eppure non osa:
la mia vastità sta raccolta
laggiù sotto al colle sul lago.

Sono io dunque quel lago,
questa stanza, immobili e muti:
abbiamo un principio e una fine,
ma ci inonda l’eternità.

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