Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 2 – Se avessi ucciso i miei genitori

Posted by sdrammaturgo su 20 agosto 2006

Io sono un mostro. Non temete, so di esserlo. Lo so benissimo. Per questo mi sono subito costituito dopo aver fatto a pezzi i miei genitori. Come vedete sono un mostro consapevole ed onesto, pronto a pagare le proprie nefandezze.
Ho già avuto modo di vedere il telegiornale ed ascoltare le interviste al vicinato. “Erano persone tanto brave” “Una famiglia normalissima: lavoravano sodo, non avrebbero fatto del male ad alcuno” “Buoni come il pane: non meritavano questo” “Mai percepite avvisaglie di instabilità: non ce lo aspettavamo proprio” “Lo avevano educato a modo, ma evidentemente quando uno è pazzo…”.
Insomma, il solito berciare sulla “famiglia normale”, dai “buoni valori”, sul figlio instabile che la deve pagare cara per l’omicidio di “quei poveretti”.
Poveretti…cosa avevano fatto di male per meritare questa fine orrenda (i telegiornali sono poveri di sinonimi e nessun giornalista ha ancora trovato valide formule alternative in vece di “fine orrenda”)? D’altronde non mi picchiavano (dicono che qualche scappellotto quand’ero piccolo non possa essere ritenuto “picchiare”), mai ricevuto abusi o sevizie, nessun problema economico, niente “padre padrone” o madre folle. Dunque perché avrei dovuto odiarli a tal punto? Oh, perché di odio si tratta, è vero, ed al massimo grado.
In fondo era tutto così normale…normale…
Già, disgustosamente normale.
Ho ucciso perché ero nauseato. Voi menti qualunque riuscite a concepire difficoltà esistenziali solo in caso di estremo disagio sociale. Non avete gli occhi per vedere lo schifo di cui è composta la vita in cui sguazzate fieri. Quella misera vita fatta di valori spregevoli e deleteri che voi ritenete i migliori, i più sani. Voi fate ingerire ai vostri figli autoritarismo ed oscurantismo quando dovrebbero imparare la libertà del corpo e del pensiero. Li rendete automi livorosi e credete di aver fatto un ottimo lavoro qualora ci riusciate.
Quella era la vita che conducevo anch’io. Fin da piccolo costretto a sorbirmi le chiacchiere diseducative di due genitori ignari della propria inettitudine.
Forzato a mettere le scarpine che detestavo e pettinato come non mi piaceva affatto perché “bisogna presentarsi in un certo modo: se no che figura ci facciamo?”. L’obbedienza spacciata per nobile qualità: “E’ così perché sì. E poi lo dico io ed ai genitori si deve portare rispetto sempre e comunque”. La messa domenicale, il pranzo con i parenti e le loro ciarle meschine. “Quella è andata con una sfilza di uomini: che puttana” “Quello è frocio, poverino” “Non ti fidare degli uomini con i capelli lunghi: o sono ricchioni o sono drogati” “Alla tua età devi pensare solo a studiare!” “Il lavoro viene prima di tutto”.
Il loro universo microscopico e la paura del diverso, il legame con le tradizioni ed i costumi di “una volta”, i sentimenti bassi. Nessuno slancio passionale. “La vita continua”, “Non ci pensare”, “E che sarà mai”, “Morto un papa se ne fa un altro” “I proverbi ne sanno una più del Vangelo”.
Mi insegnavano che bisogna essere persone rispettabili, che non si può rispondere male al professore, che le regole vanno rispettate anche se sono abominevoli, che bisogna camminare a testa alta e per farlo è necessario genuflettersi al potere. Trasgredire è sbagliato. Il sesso è tabù.
La famiglia, prima di tutto.
Io quella famiglia ho voluto distruggerla poiché se la famiglia è quella, non merita di sopravvivere.
Probabilmente i miei genitori non meritavano di morire. Forse in fondo nessuno lo merita. Però non dite per favore che erano innocenti.
Io sono colpevole due volte: una per aver commesso un delitto, la seconda per non aver saputo divincolarmi dal guano di quel lerciume umano che purtroppo ho avuto in sorte di riuscire a discernere con insostenibile lucidità. Mi riconosco colpevole e sono pronto ad espiare. Ma anche i miei genitori lo erano ed era giusto che in qualche modo pagassero.
Colpevoli di pochezza piccolo-borghese, nonché, cosa ancor più grave, di tentata infezione del figlio con la loro banalità. E di banalità si può anche morire od uccidere.
Voi tutti, giudici delle buone cose di pessimo gusto, siete forieri di principii mortiferi e dal vostro immondo fiato non possono che uscire aborti o castrati.
Siamo le due facce della medesima lapide.

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Una Risposta to ““Diario simulato” 2 – Se avessi ucciso i miei genitori”

  1. Hai descritto lo schifo che conosco come ho sempre desiderato raccontarlo.
    Ti stimo.

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