Beati i poveri, perché moriranno prima

Admeto e l’edera

Posted by sdrammaturgo su 1 settembre 2006

Che è mai questa calma davanti alla reggia? Perché è immersa nel silenzio la casa di Admeto?
Admeto cammina lungo il ballatoio ornato di colonne che circonda dall’alto il cortile interno della dimora regale di Fere. Con passo stento, a guisa d’automa, avanza lentamente, quasi prestando attenzione affinché lo scalpiccio tentennante dei sandali non profani il mutismo del lutto.
Da molto tempo era morta Alcesti, moglie devota fino allo stremo, che aveva strappato il marito all’oltretomba sacrificando se stessa per la vita dell’amato. Ch’io perisca al suo posto, fatalmente la donna pronunciò, condannando Admeto a sopravviverle, solo e sconvolto nel rimorso e nello sconforto.
Oh, Apollo, caro amico mio divino, che, ingannando le moire, sciaguratamente mi donasti il privilegio disumano di offrire un altro cadavere all’altare dell’infero Ade in vece mia.
A tutti i Tessali su cui ho il potere, comando di associarsi al lutto per questa donna, con taglio di capelli e abbigliamento di neri pepli. Voi che aggiogate quadrighe e vi occupate di cavalli da sella, tagliate le criniere dei loro colli col ferro. Non vi sia in città strepito né di flauti né di lira, per dodici mesi interi.
Il silenzio s’era protratto a lungo, tanto che Admeto aveva dimenticato i rumori della spensieratezza e disimparato le risa, la parola, il vocio. Rifiutava i suoni il suo cordoglio, e gli aveva raggelato lo sguardo, la mente, l’anima, insieme ardendola centellinando la pena in uno stillicidio di fiamme nascoste.
Admeto tiene le mani mestamente congiunte dietro la schiena e di tanto in tanto volge lo sguardo di gesso a fissare il pavimento che defluisce sotto di lui.
Ormai china il capo e agonizza.
Dopo la morte di Alcesti era cresciuta sulle pareti della reggia una fitta coltre di edera, simile a un crine portato sul volto per nascondere la vergogna. I rami carichi di foglie verde scuro erano proliferati in fretta, arrampicandosi striscianti sui muri del palazzo a cingerlo in un abbraccio venefico e ovattato. Placido ma tuttavia indomito baluardo contro il sole, l’edera tratteneva i dardi cocenti di Elio con tranquilla ostinazione, avvolgendo così la casa di Admeto in una perenne luce-non-luce.
Ombra e silenzio è la casa di Admeto. Ombra e silenzio è il cuore di Admeto.
Admeto fende l’ombra a fatica, senza piangere, senza gemere, Admeto “l’indomabile”, non più però nella carne, nei nervi, negli occhi, ma d’un’indomabilità stagnante unicamente nelle lettere del nome. Passa le giornate a passeggiare sul ballatoio, senza mai uscire dalla dimora, ché gli è insopportabile la vita brulicante del regno, ma ugualmente evitando di trascorrere le ore nelle stanze ch’ella colmava della sua rassicurante presenza.
La desolazione là dentro mi costringerà ad uscire, ogni qual volta vedrò il letto vuoto della mia donna e i seggi su cui si sedeva, e in tutta la casa il pavimento sporco, e i figli cadendomi alle ginocchia piangeranno la madre, e gli altri lamenteranno quale padrona persero dalla casa. Tale la situazione in casa; dal mondo esterno invece mi respingeranno le nozze dei Tessali e i ritrovi pieni di donne. Non potrò sopportare di vedere le coetanee di mia moglie.
Admeto si ferma a rimirare l’edera, ne ascolta i fruscii lamentosi e beffardi. La ringrazia talvolta, talaltra la detesta, e vi soggiace, e la contempla e guarda in basso, verso il vuoto non protetto da balaustra…Certo perire sarebbe un sollievo.
Se fosse morto,non esisterebbe più; ma, sfuggito alla morte, ha un tale dolore che mai potrà dimenticare.
Si accosta sul ciglio del ballatoio, tra una colonna e l’altra; le punte dei piedi avvertono il richiamo terrificante del precipizio. Di nuovo Admeto osserva l’abisso e si appoggia d’istinto alla colonna alla sua destra, sfiorando con le dita l’edera che lambisce il fusto scanalato. Ci vorrebbe un balzo, povero Admeto… Avverte la propria…paura. Paura, sì, e se ne vergogna, e lo tace a se stesso. Si è abbandonato a questa vita-non-vita, adagiandosi dolorosamente su un’inevitabile immobilità d’animo, carnefice severa e fedele compagna.
Admeto, è necessario sopportare questa sciagura, dacché sei costretto a vivere, poiché non sai morire.
Non temere, il tempo ti consolerà, chi muore non è più nulla, ma nell’attesa dovrai arrenderti ad un ignobile tutto.

Danzò al suono della tua cetra, Febo, il cerbiatto screziato, con piede leggero balzato fuori dai pini dall’alta chioma, rallegrandosi del canto rasserenante.
Edera, tu non ricordi, anzi non sai, dal momento che eri solamente una manciata di spore nel suolo, come si susseguivano lieti i giorni in passato, quando Alcesti accudiva la prole e badava ch’io non fossi mai triste, perché questo voleva che fosse il focolare diletto d’Estia. I raggi del sole liberamente inondavano ogni angolo della casa e il loro calore teneramente sopportavamo, e ne gioivamo, giacché era per noi il bacio del cielo. Adesso l’aria assolata s’arrende al tuo buio, al mio buio, e l’azzurro d’Urano ci ripugna, poiché siamo ripugnanti.
La memoria logora il petto d’Admeto, il suo ventre che mai più conobbe il piacere, senza la sposa adorata, fertile terra che invase col suo nobile seme durante notti d’intensa passione. Egli si stendeva su di lei ed ella lo accoglieva con madido e mite desiderio e a lui porgeva le labbra ed i seni, anelando d’essere dominata dal suo uomo, dal suo re. E Admeto meravigliosamente si sentiva uomo e re, prode argonauta nel mare dell’amore.
Ora non era che una zattera fradicia fluttuante nella burrasca del tormento.

Admeto indietreggia, la mani sempre saldamente sulla colonna, e il cortile laggiù s’allontana. Osserva ancora l’edera, che a sua volta lo osserva, grave e…meschina. Riprende la sua abulica andatura, posando i piedi a terra con leggerezza, nella speranza che i pensieri ne ascoltino il battito lieve e a loro si adeguino in docilità. Speranza vana.
Gli venne in mente che in fondo Alcesti non l’aveva mai davvero meritata. Fu infatti solo grazie alla benevolenza di Apollo se riuscì a condurre il carro trainato da un leone e da un cinghiale, superando in tal modo la prova che il sovrano di Iolco aveva stabilito per ricevere in premio la mano della bella figlia. Sarebbe stato dunque meglio se Apollo non fosse mai giunto nel regno di Fere al fine di scontare la punizione impostagli da Zeus, per avergli ucciso i Ciclopi, sua prole. Sarai mandriano presso un mortale, fu l’ordine. E ancor meglio sarebbe stato se Zeus non avesse mai fulminato Asclepio, figlio di Febo, così questi non avrebbe nutrito sentimenti di vendetta verso i monocoli artefici della folgore. Oppure nulla sarebbe accaduto qualora Ade non avesse protestato con l’olimpico fratello perché la miracolosa arte medica di Asclepio lo privava di defunti. O anche magari Apollo non avesse mai procreato, così pure Zeus. Se Zeus fosse stato divorato da Crono, se Rea non lo avesse salvato. Se Crono non fosse mai esistito, se gli dei non fossero stati altro che una menzogna dei padri per tener buoni i figli. Se, se, se…
Admeto ebbe voglia di bestemmiare, ma non lo fece, ché la sua ira sopiva a tal punto che la rassegnazione ne impediva la deflagrazione. Restò zitto, nel tacito e lancinante orrore di sé.
Nient’altro che il respiro ne testimoniava l’esistenza.
Pur essendo qui non esiste più.
Ad un tratto, non senza una discreta sorpresa, Admeto scorge qualcosa di insolito. A poca distanza da lui un tenue raggio di sole ha eluso la guardia dell’edera ed ora riposa sul pavimento del ballatoio. Il sole, finalmente. Non è che un esile filo di luce polverosa, misera cosa rispetto al disco meriggiante là fuori. Admeto si avvicina, accelerando un poco. Porta le braccia sui fianchi, assecondando il piccolo aumento di velocità. Giunto vicino al raggio, allunga le mani, prima una, poi l’altra, timidamente, e permette al sole di attraversarle sul dorso. Quindi le ruota, a raccogliere il calore con i palmi.
Stiracchia le labbra. Accenna un…sorriso. Un sorriso. Un sorriso triste, ma un sorriso vero. Allora scruta le sue mani. Segue con gli occhi le venature, muove le dita. Sono mani di uomo, senza dubbio. Mani…vive. Si accorge di essere vivo, Admeto. Se ne ricorda. Subito s’incupisce, di nuovo.
Puoi dire che è vivo e morto.
Admeto maledice la sua vita. La maledice da molto tempo, la rinnega. Ma no, no . Sì invece, sì. S’inasprisce il conflitto lacerante tra la volontà latente di perire e l’involontaria tendenza a rimanere al mondo.
Invidio i morti, quelli desidero, aspiro ad abitare quelle dimore.
Una rincorsa, Admeto, e subito un salto, senza esitazione, ed è tutto finito. O tutto compiuto.
Lei infatti nessun dolore toccherà più; lasciando una fama gloriosa si sottrasse a molte sofferenze. Io invece, che non avrei dovuto vivere, avendo evitato il destino, condurrò una vita dolorosa; ora me ne rendo conto.
Qual è dunque il tuo destino, Admeto, vivere o morire? Puoi scegliere, se vuoi; devi scegliere, se puoi. Però non puoi. O…non vuoi. Chissà. Tu non sai, povero Admeto. Non governi il tuo destino, che inesorabilmente ti governa. Stai sospeso in una brezza soffocante, attonito, e nemmeno riesci a vederti le gambe, ché almeno potresti provare a decidere una direzione intenzionale. Correnti propizie non soffieranno.
Ohimé, questa sventura è degna di un taglio alla gola e peggio che accostare il collo ad un laccio sospeso.
Admeto abbassa il capo e riprende il cammino. Tutt’intorno il palazzo, l’edera, l’ombra.

Eumelo e Perimele giocavano all’interno della reggia con un grosso gomitolo di lana. Percorrevano tutta la casa di corsa lanciandoselo a vicenda, su per le scale fino al primo piano in cui sfrecciavano attraverso le camere dei nonni, poi al secondo a seminar zizzania nelle stanze paterne, quindi di nuovo a pianterreno dove riempivano di schiamazzi gli alloggi della servitù, che li lasciava fare, tutto sommato allietata da quell’onda di giubilo. C’era voluto molto affinché uno scampolo di gioia ricomparisse nel palazzo dopo l’immane tragedia.
Eumelo tirava scherzosamente il gomitolo in testa alla sorella, la quale lo prendeva al volo e lo nascondeva dietro la schiena, non te lo do più, non te lo do più, cantilenava, e quando il fratello maggiore si lanciava a strapparglielo, l’altra lo scagliava lontano ed insieme si precipitavano gareggiando a chi facesse prima a raccoglierlo.
Il gomitolo finì in cucina e i due crearono scompiglio tra le pentole e gli utensili, buttandone a terra parecchi. Neppure il servo scampò alla furia giocosa dei bambini. Infatti nel tentativo di salvare le pietanze, capitombolò come una pera cotta, mentre stava giustappunto preparando pere cotte. Vedendo il gomitolo che stava minacciosamente per piombare nella casseruola delle pere, egli subito s’era tuffato. Invero neanche ce ne sarebbe stato bisogno, poiché il gomitolo aveva deciso di risparmiarsi una zuppa sicura ed era rimbalzato sull’orlo del tegame. Ma il servo ormai era partito. Urtò lo sgabello posto di fronte al fuoco e invano provò ad aggrapparsi ai mestoli appesi in fila sopra la marmitta, i quali si staccarono per il peso eccessivo ed il servo li seguì sul pavimento, non prima però di portarsi appresso il recipiente delle pere, che gli si rovesciarono inesorabilmente addosso. Si ritrovò cosparso di pere non ancora a sufficienza bollite, sebbene comunque l’acqua fosse abbastanza calda da procurargli una sonora scottatura. Si rialzò brontolando. Eumelo e Perimele invece si sbellicarono ed anche il servo, nonostante tutto, si unì alle risa, felice per la felicità dei pargoli. Tanto, nessuno dei colleghi lo aveva visto, per cui non avrebbe dovuto che riordinare in fretta, pulirsi alla buona dalle macchie e preparare un’altra pila di pere. Gli andava di cucinare le pere, quel giorno, che peraltro non piacevano a nessuno, ma da tempo il re aveva smesso di ordinare e mangiava ciò che c’era in tavola, qualsiasi cosa fosse, indifferente com’era diventato ai sapori.
Eumelo e Perimele tornarono in possesso del gomitolo e continuarono le loro scorribande. Di solito svolgevano i propri giochi fuori della reggia, nemmeno nel cortile interno, però quel giorno si sentivano pervasi da un impulso incontenibile di mettere a soqquadro la casa. Indi zampettavano come invasati, ebbri di festa, d’un’allegria che pareva rabbiosa.
I figli di Admeto erano riusciti a reagire alla grave perdita della madre e a poco a poco avevano recuperato la vitalità propria della fanciullezza. Si trattava di un’esuberanza a tratti furiosa, in quanto costantemente memore del lutto. Nel gioco i ragazzini sfogavano la propria afflizione e la tramutavano in ingordigia di divertimento, di distrazione. A volte esageravano, tuttavia non sfociavano mai nella cattiveria. Trascorrevano poco tempo in compagnia del padre, limitandosi a stare con lui durante i pasti o alcuni minuti prima di coricarsi o in occasione di pubbliche apparizioni davanti al popolo di Fere, poiché la cupa presenza del genitore ingigantiva l’assenza della madre. Eppure Admeto in quei momenti si sforzava di mostrarsi sereno, combattendo con la propria desolazione per comprimerla e annacquarla, ché il deserto del suo spirito era bruciante come la peste, che dal di dentro rosicchia le membra, celando all’occhio ferite esteriori. Ad Admeto piaceva ascoltare i suoi figli, evitando egli d’inerpicarsi in faticosi discorsi, proferendo semmai qualche parola d’assenso e compiacimento nei confronti dei racconti dei bambini. Quando si rendeva conto che i due crescevano sani, belli e acuti, recuperava uno spiraglio di soddisfazione e la vita non era così terrificante. Talvolta nondimeno si rabbuiava e i figli facevano finta di niente. Fingevano perché sapevano. Quando si ritirava non andavano mai a disturbarlo. Ma quel giorno s’erano messi in testa di far fracasso ed il silenzio abituale dell’abitazione non ne era certo uscito indenne.
Salirono nuovamente le scale a rotta di collo facendosi precedere dal gomitolo. Impiegarono un bel po’ a raggiungere il terzo piano, quello che si apriva sul ballatoio: il gomitolo sfuggiva loro spesso dalle mani e ricadeva giù e bisognava tornare indietro, lanciarlo ancora, per essere ancora daccapo.
Admeto li aveva sentiti arrivare e ne era rimasto sorpreso, turbato, quasi temesse ch’essi potessero udire i suoi pensieri. Si scosse nel tentativo di addolcire l’espressione del volto. Si voltò e li vide irrompere all’aria aperta vocianti e calorosi, violando la quiete languente e pesante nella quale Admeto stava ravvolto. Perimele inseguiva il fratello, che con un gesto rapido, ruotando fulmineamente il busto, scagliò il gomitolo contro la sorella, la quale, prendendolo al volo, fece per restituirglielo, ma non dosò bene la forza, sicché il gomitolo volò oltre il fratello maggiore, verso Admeto, e superò anche questi. Admeto fissò impalato il gomitolo che cadeva non troppo distante da lui e iniziava a rotolare e srotolarsi velocemente. Prendilo, padre, corri, gridarono i bambini.

Admeto sta ritto, imbambolato, gli occhi smarriti e spenti sulla scia lanosa che si allunga dietro il gomitolo. Dai, padre, dai. Il filo disegna una via tesa e decisa. Admeto la segue con lo sguardo incantato. L’udito d’Admeto poltrisce, impastato del soffio grave della brezza calda e lenta. Gli sembra eppure di sentire il basso ruzzolare del gomitolo. Solo quello. Corri, padre, dai. Un grido più acuto degli altri fende le orecchie d’Admeto. Chi sono costoro, Eumelo e Perimele, miei figli, mi chiamano a gran voce, ora li sento, chi sono io, un uomo, forse, un re, Admeto, signore di Fere, questa è la mia reggia, sono sul terrazzo, qui vengo sempre a passeggiare, perché, per respirare, non è tutto, perché mi è insopportabile il chiuso del palazzo, perché, perché fa troppo caldo, non mentire, perché è troppo vuota, ma ci sono i servi, sì ma manca lei, lei chi, mia moglie, dì il suo nome, no DI’ IL SUO NOME, Alcesti, ancora, Alcesti, più forte, ALCESTI, dov’è, è morta, a causa mia, vorrei essere morto, ma sono vivo, eccola la mia vita e sa di morte.
Admeto scrolla di dosso l’esitazione, quasi a voler farla scivolare scuotendo la testa e le spalle. Corri, padre, corri. Admeto si lancia verso il gomitolo, è assai goffo, un poco ridicolo nei suoi movimenti impacciati. Corre, ansante, ma corre, insegue il gomitolo seguendo il filo. Il gomitolo rotola, rotola, rotola. Dove vai, rallenta, affinché non mi perda di nuovo nel mio labirinto. Il gomitolo non aspetta, punta dritto verso quelle due colonne laggiù, verso il cortile, verso il vuoto. Riesci a vedere l’uscita? Vai, ci sei quasi, non fermarti. Prendilo, padre, dai, corri. Lo ha quasi raggiunto. Il gomitolo si avvicina al limite del ballatoio, sta per superarlo. Admeto si abbassa di colpo, protende le braccia, ma il gomitolo gli sfugge e si abbandona alla caduta e vola di sotto. Attento, padre. Admeto perde l’equilibrio, si sbilancia in avanti. PADRE. Un alito di vento stormisce le fronde dell’edera. Sembra un ghigno. Un attimo pieno di niente.
Sole e luce del giorno, vortici celesti delle rapide nubi. L’ombra dell’edera avvolge Admeto. Vedo lo scafo a due remi, lo vedo, nella palude; il traghettatore dei morti, con la mano sulla pertica, Caronte, ormai mi chiama: Perché indugi? Affrettati, tu impedisci la partenza. L’abisso sorride ad Admeto. Mi trascina, mi trascina qualcuno, mi trascina qualcuno (non vedi?) nella dimora dei morti, con uno sguardo che manda oscuri bagliori da sotto le sopracciglia, alato, Ade. Addio, figli miei adorati, perdonatemi, perdonatemi. La ripida morte è vicina. Sto arrivando, mia sposa.
Admeto ha il corpo mezzo fuori. Un istante soltanto e le gambe abbandoneranno la presa, seguiranno il busto, Admeto si librerà sul precipizio, si libererà nel precipizio. Un istante soltanto e sarà tutto finito, povero Admeto, finalmente. Un istante solo un istante ancora un istante un…
NO. Perché?! Perché?! PERCHE’?!
Un ramo.
Perché, meschina, perché.
Perché, meschino, perché.
Un ramo d’edera ondeggiava dileguato dagli altri, sporgendo tetro ed ossuto.
Admeto lo vede, il vuoto gorgoglia, la mano si allunga, il vuoto indietreggia.
Accadde tutto in un istante, anzi meno, ché il tempo era breve. Admeto era riuscito ad afferrare un ramo sporgente, di scatto, d’istinto, scorto con la coda dell’occhio, d’un tratto, come un’epifania sfolgorante e spaventosa. Rimase alcuni secondi aggrappato all’edera, con le punte dei piedi sul lastrico, osservando il gomitolo in basso, con il filo che si dispiegava ancora fino al ballatoio e penzolava allorché l’aria lo urtasse. Admeto provò la sensazione di essere guardato dal gomitolo, dal gomitolo e dall’edera, e deriso dal gomitolo e dall’edera. L’edera. Edera, tu, tu…
Tremante, Admeto si tira indietro, facendo forza sulle fronde. Gli occhi vagano in alto, in cielo, poi in basso, sul cortile, quindi sostano sul gomitolo, si fermano sui piedi. Vedono e non guardano. Guardano e non vedono. Evitano lo sguardo dell’edera, che è il loro.
Sussurra: “Non è colpa mia”.
Sospira, si volta verso i figli, che tacciono per lo spavento. Perimele si porta la mano sul cuore, un respiro profondo, un sollievo.
Admeto riprende il cammino, le mani dietro la schiena, la testa china, il passo attento al silenzio. S’immerge nell’ombra, nella luce- non-luce del giorno, nella vita- non-vita.
L’edera fruscia, l’edera forte, ferma, cupa e persistente, salda e beffarda come il desiderio di Admeto di morire alla vita o di vivere nella morte.
Tali sono i mali nella casa di Admeto.


N.B. I passi in corsivo sono citazioni letterali dall’Alcesti di Euripide.

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