Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 3 – Se fossi un sicario

Posted by sdrammaturgo su 30 settembre 2006

Una volta ero una nullità. Una delle tante nullità che si illudono di essere o di poter essere qualcosa. Né troppo alto, né troppo basso. Né troppo bello, né troppo brutto. Un mediocre.
Un ragazzo intelligente, dicevano. Intelligentissimo, anzi. Un ragazzo simpatico, dicevano. Arguto, dicevano. Una persona speciale, una persona rara. Macché.
Le persone speciali si accorgono ben presto di essere molto meno rare di quel che scioccamente credono, abboccando ai lavacri di coscienza di coloro i quali attraverso le lusinghe mentono a se stessi per sentirsi in pace con il proprio intelletto che essi stessi si sforzano di sopravvalutare, temendo di riconoscersi nella propria disarmante banalità.
Le persone speciali sono un’ottima compagnia saltuaria, splendidi conversatori occasionali. Però si gettano via presto, con estrema facilità, per persone meno speciali di loro.
Gli individui rari non sono rari per niente. Il mondo è pieno di nullità rare e speciali.
Ero un ragazzo di belle speranze, insomma. Cultura, acume, affabilità, interessi: su una rivista di annunci per incontri avrei fatto la mia porca figura – per iscritto suona tutto ingigantito. Ma la speranza, si sa, è un’assassina. Ed io da quella speranza ineluttabilmente destinata allo smacco ho imparato qualcosa: oggi infatti sono il più grande killer che ci sia in circolazione.
Per tutti e cinque i continenti il mio nome è richiestissimo. Posso chiedere la cifra che voglio a quelli che chiamo i miei committenti. Sì, “committente”, come si usa nel lessico artistico, perché trovo che il mio lavoro abbia molto di artistico: serve una vera vocazione supportata da un attento e costante lavoro di ricerca e perfezionamento; studio, freddezza, lucidità; utilizzo di strumenti poco nobili per compiere il gesto metafisico supremo. Posso anche permettermi di dettare le mie regole seguendo un codice d’onore che mi pulisca ipocritamente l’anima che non ho: niente donne, niente bambini, niente innocenti, niente poveri cristi scomodi a ricchi vigliacchi. Mi piace fare il Léon, o il killer sentimentale sepulvediano, a cui peraltro sono legati ricordi bellissimi, quindi terribili, insostenibili. Ora posso fare tutto.
Sono temuto, ergo rispettato. Già, perché ho capito – ed invero l’ho sempre sospettato, anzi saputo, ma celato a me stesso per vigliaccheria – che gli esseri umani rispettano solo ciò di cui hanno terrore. Altrimenti, è o sprezzo o indifferenza o compassione. Chi dice di amarti prova solo desiderio e quando ti lascerà scrollandoti di dosso come forfora, non proverà per te ammirazione o stima, bensì pena, compassione. Lo chiamerà affetto. Ma il bene non è rispetto: è misericordia.
Se ha paura di te invece ti guarderà sempre come si guarda un totem.
Neppure chi ti odia ti rispetterà se non trema di fronte al tuo sguardo.
Ed io la percepisco la paura nei miei committenti. Ed è per me linfa vitale. Sanno perfettamente che oggi sono loro a pagarmi per togliere di mezzo uno che li intralcia, ma domani potrebbe essere benissimo un loro rivale a rivolgersi a me, cosicché sarebbero loro a diventare i miei bersagli.
Lo sanno, tutti lo sanno. Dunque mi temono, ed il terrore diviene rispetto, ed il rispetto riverenza.
Quel terrore che leggo negli occhi dei miei obiettivi un secondo prima di sparare, poi, è talmente appagante da rendere superfluo ogni altro tipo di orgasmo fisico. Nel colpo scarico tutte le mie pulsioni più profonde: è il mio Io onnipotente che esplode in un tripudio di pienezza di sé, lasciandosi dietro uno strascico di perenne insoddisfazione. Un’eiaculazione a tutti gli effetti.
Non frequento più donne, vedo poco i miei famigliari. Non sorrido più. Non sono tuttavia un uomo che possa considerarsi “solo”. I vecchi amici veri ci sono sempre, sparsi chissà dove per il mondo. E li considero ancora cari perché suppongo sappiano cosa faccio, ma non mi chiedono niente.
Sarà anche perché ormai non li incontro quasi più. Vivo esclusivamente del e per il mio lavoro.
La preparazione di un’esecuzione è lunga. Ogni dettaglio deve essere pianificato impeccabilmente. Non deve esserci alcun margine d’errore. Ed il maggior impegno è la tutela della mia sopravvivenza. Se intraprendi un’esistenza come la mia, devi essere pronto a vivere all’oscuro, in fuga. Devi essere un’ombra al tramonto. Questo non mi dispiace affatto: mi permette di stare lontano da tutto ciò che mi ricorda la mia passata nullità. E adesso io sono il miglior assassino al mondo.
Una volta sognavo di costruire una bella famiglia e vivere tra libri e film.
Oggi il mio unico scopo è quello di decidere io stesso, io e solo io, della mia dipartita e non permettere di farlo ad alcun altro. Quando sarò braccato, punterò la mia pistola alla tempia e farò fuoco. E’ il sicario che dice “sipario”. Sarò io e soltanto io a sancire la mia fine, come sono stato io e solamente io a recidere il filo delle Parche di tante mie vittime, poiché se non sono riuscito ad essere un dio della vita, posso e voglio essere un demone della morte.

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3 Risposte to ““Diario simulato” 3 – Se fossi un sicario”

  1. visir said

    Soprano’s way avresti potuto intitolarlo.
    Molto crudo, pessimista, spietato straordinariamente reale della vita degli esseri umani, gli unici animali in questo mondo che quando sorridono mostrano i denti.
    Consiglio la lettura in dosi omeopatiche ed evitare dopo qualche riga la tentazione di canticchiare: se fossi foco arderei lo mondo, se fossi acqua lo tempesterei.

  2. A me questo scritto non piace più. Ma mi accade quasi sempre e con ogni mia produzione.

  3. This post couldn’t be more correct!

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