Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for ottobre 2006

Il bello e dannato

Posted by sdrammaturgo su 27 ottobre 2006

La figura del “bello e dannato” ha rovinato tutti noi poveri, miserabili, mediocri fallofori.
Da quando ha iniziato a diffondersi l’immagine del maudit, dell’adone che vive secondo le proprie regole, sprezzante della quotidiana umana lotta per la sopravvivenza in quanto si nutre della sua stessa avvenenza, per tutti noialtri che facciamo la fila al supermercato per accaparrarci il tonno in offerta è diventata una vera impresa la riconquista della nostra terra natale.
Puoi anche essere carino, intelligente, colto, ribelle, impegnato, creativo, carismatico: ma non sarai mai bello e dannato.
Per essere bello e dannato ci vuole ben altro. Belli e dannati si nasce, non si diventa.
Innanzitutto devi essere bello. E già qui, se tutti i tuoi famigliari, compresi i tuoi avi fino alla trentasettesima generazione, sono dei tappi tendenti alla calvizie, sei tagliato fuori. A meno che tua madre non si sia accoppiata in gran segreto con un giocatore di basket vincitore del concorso “Sosia di Kim Rossi Stuart”. Ma in questo caso dal codice genetico del tuo padre naturale avresti ereditato solamente la capacità di riprodurre il rumore della scoreggia con la mano sotto l’ascella.
E se sei dannato senza essere bello, è come presentarsi su un ring solo perché ti chiami Michele Tisoni, pur pesando cinquantedue kilogrammi ed essendo affetto da raffreddore fulminante.
Tuttavia, alzi la mano chi non ha mai provato a darsi un tono da maledetto come strategia d’acchiappo.

Essere passeriforme per la prova della cui esistenza con i tuoi amici dovrai servirti di S.Anselmo: “Scusa, sai l’ora?”
Tu inetto ottenebrato da testosterone scaduto dal 1989: “L’ora? Io non bado al tempo. Io mi abbandono al fremito degli istanti che sputano sulla mia sporca vita”
Clamoroso esemplare di sesso femminile ai limiti dell’umano sineddoticamente detta “figa” (anche nella sua estensione “pezzo-di”): “Ma che cazzo dici?!”
Tu insulso individuo antropomorfo mutande bagnate e cervello asciutto: “Cosa sono le parole? Le ho messe da parte tanto tempo fa, insieme ai miei eccessi ed a tanti, troppi errori. Le parole umilierebbero la tua bellezza. L’emozione non ha voce” [ed è troppo tardi quando ti rendi conto di aver commesso il tremendo errore, la colossale cazzata di aver citato Adriano Celentano]
Epica fanciulla dal meraviglioso sembiante le cui mirabili gesta saranno cantate da menestrelli onanisti: “Ma vaffanculo”.
Tu insignificante ragioniere mascherato da geometra: “Tante care cose”.

Perché vabbè che l’uomo bastardo piace, ma fermare una fascinosa sconosciuta ed apostrofarla con: “Crepa troia” non mi pare una buona tecnica di seduzione.
Per essere bello e dannato non basta neanche essere bello: se sei bello ma non sei dannato, so’ bboni tutti.
Eppure basterebbe far capire alle donne che il bello e dannato non esiste. Ebbene sì, non esiste: non è altro che un’invenzione cinematografica, un tòpos letterario creato ad arte per far leva a scopi commerciali sui desideri femminili più reconditi (già, è incredibile come nelle pulsioni più profonde delle ragazze coesistano la passione per l’uomo modello Ernest Hemingway e quella per l’uomo modello Bobo Vieri)
Non ci sono nella vita reale gitani con le fattezze di Johnny Depp che giungono in un villaggio dove tutti hanno la diarrea perché mangiano il minestrone con la cioccolata; non v’è traccia di ragazzi dalla fronte vertiginosa chiamati Dylan che a tredici anni si davano alla perdizione ed alla dissolutezza a S.Paolo del Brasile; nessuno ha mai visto tastieristi dalle lunghe chiome viola sfottuti alle elementari per via del nome Satomi.
Il bello e dannato del Circolo degli Artisti di giorno fa il barista da Peppe.
E’ così, ed è giusto che tutte sappiano.

“Questo post gronda saggezza da tutti i pori come sudore di un obeso mentre rincorre la ragazza che sta scappando con l’istruttore di palestra”, si diranno i lettori uomini.
“Questo è uno sfigato”, sosterranno le lettrici donne.
Entrambe le affermazioni sono esatte.

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Come muta il linguaggio (e di conseguenza la vita)

Posted by sdrammaturgo su 23 ottobre 2006

“Maria, vorrei corteggiare Cristiano”

Corteggiamento

Romeo+Juliet, fotogramma

da “Romeo+Juliet” di Baz Luhrmann, adattamento della tragedia di William Shakespeare

Uomini&Donne, fotogramma

da “Uomini e donne” di Maria De Filippi, adattamento dalla tragedia del Tamarro Medio

*

“Confessa: tu in realtà miri al trono!”

Trono

Napoleone sul trono

Jean Auguste Dominique Ingres, “Napoleone in trono”, 1806, Parigi, Musée de l’Armée

Tronisti

Maria de Filippi, “Tronisti”, 2005, Televisione, Canale 5

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La via sotto casa mia – Modesto affresco di uno scorcio urbano

Posted by sdrammaturgo su 18 ottobre 2006

Nella via sotto casa mia c’è il mercato tutti i giorni. Gli ambulanti iniziano a montare i banchi di frutta e verdura alle 4 del mattino e lo fanno col rispetto per il sonno altrui e la pacata discrezione propri delle persone ben educate: “AH NANDO, MA ‘STA LAZIO?!” “MA VA’ A MORI’ AMMAZZATO, STRONZO”. Farebbero invidia ad un Marshall.
Quando però ti svegli e senti che quel giorno non c’è la donna-citofono che vende capi di abbigliamento ripetendo non-stop dalle 8 alle 13 “Il bello delle donne. Si tratta di grandi firme: non è roba da mercatini”, le bestemmie si dimezzano. Se poi scopri che non ha montato la bancarella neppure quello che vende i dischi e mette in loop le stesse 4 canzoni di Gianna Nannini per tutta la mattinata, capisci che un alluce in prossimità di uno spigolo sta decisamente peggio di te.
Nella via sotto casa mia c’è un musulmano stakanovista: Mohammed (e come ti sbagli…) detto Mimmo, egiziano, pizzettaro come tutti gli egiziani di Roma (ogni etnia ha la propria specializzazione professionale, mica cazzi), vero e proprio Ras del quartiere; sa tutto, conosce tutti, non dorme mai. E’ stato visto vendere supplì alle 2 del mattino. Ed alle 5. Ed alle 12. Ed alle 17. Ed alle 23. Dello stesso giorno. E dopo un afterhour in cucina ha ancora la forza di pestare lo scocciatore che disturba la quiete del locale. D’altronde Mimmo è uno che per scherzare sventola un machete esclamando con la sua caratteristica calma olimpica: “Ora io scanno te”. Le sue commesse sono sempre scollacciate. Ci sono molti luoghi comuni sugli islamici.
Nella via sotto casa mia c’è un’enoteca gestita dal Pelato, picchiatore di borgata che una volta ha dato un calcio nello stomaco ad una vecchietta mentre il figlio ne inseguiva il nipote. Piccoli alterchi. Accanto c’è la famosa rosticceria “Pizza rustica”. Famosa perché nessuno ha mai visto entrarci un cliente. L’anziana proprietaria campa di Spirito Santo, lo sostengo da sempre, ed il tempo mi darà ragione.
Nella via sotto casa mia c’è la barbona etiope che passa sempre sbronza, parla da sola e grida come una disperata, e quando le scappa, si cala le brache e piscia, ovunque si trovi. Una volta fece uno scroscio davanti all’entrata del fornaio ladro, che ha il coraggio di far pagare 1.92 euro una fettina di pizza rustica. Quel giorno le ho voluto bene.
Nella via sotto casa mia c’è il rumeno del negozio di articoli casalinghi che cerca di convincerti che il portafrutta a tre scaffali giallo è più bello di quello verde acqua. Lui ne è convinto. Sono mesi che mi interrogo su quale base fondi questa raffinata tesi di carattere estetico. Non voglio credere si tratti solo dei 2 euro di differenza: è un’osservazione troppo misteriosamente profonda, la sua.
Nella via sotto casa mia c’è il gestore della Conad, il Riccetto, che sfotte i neri imitando il verso della scimmia, “uhuh”. Suo figlio una volta ha disarcionato un tizio dal motorino per regolare dei conti in sospeso. Quello in tutta risposta gli è saltato sul cofano della macchina nuova per aggoffarglielo. Lui lo ha preso a cascate. Ed è commovente notare come il termine per identificare delle botte sulla schiena date col casco abbiano lo stesso suono del nome di una delle più poetiche meraviglie della natura.
Nella via sotto casa mia ogni tanto passa “Quella che abita sopra la Conad”, e tutti i mercatari si girano a guardarle il culo anche quando indossa il cappotto lungo, lavorando di fantasia per immaginare non solo il suo culo, ma il culo di tutte le donne, il culo in generale, l’idea stessa di culo. Il culo che magari non hanno mai visto, se non a pagamento, ma non è la stessa cosa.
Nella via sotto casa mia c’è il giornalaio con l’aria di chi la sa lunga tipica di tutti gli edicolanti. Ti guarda sempre dall’alto in basso e ti tratta con saggezza e strafottenza, perché tu puoi essere chi vuoi, ma lì il giornalaio è lui.
Nella via sotto casa mia spesso spuntano fuori dalle fogne ratti senza permesso di soggiorno. I figli dei peruviani del ristorante giocano a pallone contro i secchioni dell’immondizia e nemmeno ci fanno caso. Nemmeno gli indiani della lavanderia a gettoni e dell’internet point, tra uno scatarro ed un saluto cordiale.
Nella via sotto casa mia il principale del ristorante abissino è sempre elegantissimo, giacca e cravatta a tutte le ore del giorno. Ma beve e picchia la figlia.
Nella via sotto casa mia quando incontri davanti al portone di casa la signora a cui hanno accoltellato il figlio anni fa proprio in quella strada, devi prepararti a 10 minuti almeno di chiacchiere senza senso.
Nella via sotto casa mia c’è il tabaccaio che è un vero lord. Sul serio, eh. Un gentiluomo d’altri tempi. Baffi curati, golfino di marca, sorriso d’ordinanza, perché con la clientela ci vuole stile, e poi le buone maniere prima di tutto. Ma si vede da lontano che gli rode il culo. Inutile lavarsi i denti se la puzza viene dalle budella.
Nella via sotto casa mia c’è un locale di spogliarello e di fronte un cinema porno. La gente non si affretta ad entrare senza dare nell’occhio, non esce col giornale davanti. Gli avventori hanno anzi un’espressione di goliardica rassegnazione. Orgogliosi del proprio disincanto, quasi. Sentimento virile, si sa. Insoddisfatti ma divertiti, e viceversa.
Nella via sotto casa mia può non succedere nulla per giorni e giorni. E poi magari succede qualcosa.
Nella via sotto casa mia c’è la barista che serve al bancone con un’amorevolezza che fa venir voglia di fare il barista. O comunque di prendere il cappuccino lì. E’ una donna sulla cinquantina, viene da Chissadove nel Nord-Africa (si intuisce da colore della pelle e lineamenti), gestisce il bar praticamente da sola, fa un latte macchiato strepitoso. Nell’altro bar invece c’è una cameriera ventenne tettona e sarà per questo che gli sbevazzoni del quartiere preferiscono intrattenersi lì. Carina è, ma niente di che, però ha un che di rozzo candore che può esercitare una certa attrattiva su uomini senza pretese. Seno enorme, viso fanciullesco, un po’ ingenuo, un po’ materno: il massimo per chi dice femmina invece che donna, insomma. C’è anche un terzo bar da cui i tamarri ci provano con le turiste straniere affacciate dalle finestre degli hotel Noto e Floridia. E’ emozionante vederli arrampicarsi con sforzi ai limiti dell’umano in un inglese rudimentale da emigrante al primo giorno di lavoro: “I…you…go out?”.
Nella via sotto casa mia c’è un parrucchiere che fa anche manicure e pedicure. A chi non si sa. Però volendo le fa. C’è pure uno che ripara gli orologi, ma se gli porti un orologio guasto, dopo uno sguardo frettoloso e distratto sull’oggetto, scuote la testa e dice: “Impossibile, impossibile. Francamente impossibile”. Un orologiaio pessimista come neanche Giacomo Leopardi dopo una giornataccia e sconsolato come Tony Manero il mercoledì pomeriggio.
Nella via sotto casa mia si muove gente con lo sguardo irrimediabilmente triste eppure indomito, perché a volte è sufficiente sopravvivere per sentirsi fieri di se stessi. Gente sfortunata al gioco e sfigata in amore, bastonata dalla vita che però tiene duro e vive. Gente che ha l’anima che puzza come la merda, oppure bravissime persone. Persone che si chiederebbero se per caso sono state vittima di un sabotaggio esistenziale, se solo sapessero cosa significhi “sabotaggio”. E non sempre si trovano a loro agio con lemmi quali “esistenziale”, o persino “vittima”. Gente che sa che la vita è sopravvalutata e che i soldi non faranno la fotosintesi clorofilliana, però ammappa se fanno comodo.
Nella via sotto casa mia è bello vedere la mia immondizia spuntare da un cassonetto pubblico: mi fa sentire parte di un tutto.
Nella via sotto casa mia brulica la vita di un universo raccolto, solo che nessuno si sofferma mai ad osservare.

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“Disordine disciplinato” 11

Posted by sdrammaturgo su 13 ottobre 2006

Tu puoi anche chiudere con il passato, ma è il passato che non chiuderà mai con te.
Il passato pesa, ed i ricordi belli sono quelli più insostenibili. La memoria è una terribile sgualdrina e ciò che è piacevole rimembranza, proprio in virtù di questo diviene insopportabile ossessione. Giacché si tratta ormai di cose svanite nel tempo, irrecuperabili, eppure così veementi nella loro assidua presenza d’immodificabile assenza.
Laddove nulla ha un senso sono necessari punti saldi di approdo. Ma se una volta trovati essi cedono, si resta in balia del tempo che tutto travolge e tutto annienta.
Nulla si crea, tutto si distrugge. La trasformazione è il nome edulcorato che è stato conferito da un’umanità pavida e vigliacca alla perenne devastazione operata dallo scorrere del tempo.
L’essere umano ha bisogno di speranza, anche se in cuor suo sa di essere destinato al fallimento. Ecco perché teme la parola fine. La evita, la scansa, cerca di illudersi di poter eluderla chiamandola in altro modo. La fine diventa quindi un inizio simulato.
Ci si sforza di fingere tranquillità, o meglio di cercare di tirare fuori risvolti positivi nelle tragedie – anzi, nella tragedia – del mondo per sopravvivere e non essere schiacciati dall’inanità del destino ineluttabile.
Ma quale ancora di salvezza può esistere in un fiume turbolento di istanti che si divorano per sempre, inesorabilmente? Se il passato sommerge il presente e cancella le tracce su cui battere il sentiero verso il futuro, l’uomo non può che perdersi nella propria sconfitta, esacerbata dal riflesso dello specchio dei ricordi.
E’ la rabbia l’unica facoltà che rimane al termine di tutto.
In una congerie di menzogne e simulacri, l’amnesia non è tinta di tenebra, ma risplendente di luce.

Stilistica

Metro novenario a rime alternate nella prima strofa, incrociate nella seconda. Ritmo rigido ed incalzante rigorosamente controllato, giacché solo attraverso l’ordine è dato conoscere la turbolenza. Il tono è pertanto pacato ed il lessico semplice e piano. Varie allitterazioni, specie in m, s e t, per offrire un senso ora di silenzio, ora di profondità, ora di scorrevolezza, ora di fluente durezza.

*

Mi chiedi parole serene
che siano un commiato ridente
al nostro passato cocente,
che siano conchiglie o falene.
Notturno è il nostro presente
e il buio ha un suo peso di ore
e rotola, rotola e muore
nel muto avvenire che mente.

Mi chiedi parole tranquille
che tessano un quieto riposo,
ma il tempo così burrascoso
confonde parole e scintille.
Il nostro futuro è bruciato
nel tremulo istante vivente,
solo, in balia del presente
sommerso dal nostro passato.

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