Beati i poveri, perché moriranno prima

La via sotto casa mia – Modesto affresco di uno scorcio urbano

Posted by sdrammaturgo su 18 ottobre 2006

Nella via sotto casa mia c’è il mercato tutti i giorni. Gli ambulanti iniziano a montare i banchi di frutta e verdura alle 4 del mattino e lo fanno col rispetto per il sonno altrui e la pacata discrezione propri delle persone ben educate: “AH NANDO, MA ‘STA LAZIO?!” “MA VA’ A MORI’ AMMAZZATO, STRONZO”. Farebbero invidia ad un Marshall.
Quando però ti svegli e senti che quel giorno non c’è la donna-citofono che vende capi di abbigliamento ripetendo non-stop dalle 8 alle 13 “Il bello delle donne. Si tratta di grandi firme: non è roba da mercatini”, le bestemmie si dimezzano. Se poi scopri che non ha montato la bancarella neppure quello che vende i dischi e mette in loop le stesse 4 canzoni di Gianna Nannini per tutta la mattinata, capisci che un alluce in prossimità di uno spigolo sta decisamente peggio di te.
Nella via sotto casa mia c’è un musulmano stakanovista: Mohammed (e come ti sbagli…) detto Mimmo, egiziano, pizzettaro come tutti gli egiziani di Roma (ogni etnia ha la propria specializzazione professionale, mica cazzi), vero e proprio Ras del quartiere; sa tutto, conosce tutti, non dorme mai. E’ stato visto vendere supplì alle 2 del mattino. Ed alle 5. Ed alle 12. Ed alle 17. Ed alle 23. Dello stesso giorno. E dopo un afterhour in cucina ha ancora la forza di pestare lo scocciatore che disturba la quiete del locale. D’altronde Mimmo è uno che per scherzare sventola un machete esclamando con la sua caratteristica calma olimpica: “Ora io scanno te”. Le sue commesse sono sempre scollacciate. Ci sono molti luoghi comuni sugli islamici.
Nella via sotto casa mia c’è un’enoteca gestita dal Pelato, picchiatore di borgata che una volta ha dato un calcio nello stomaco ad una vecchietta mentre il figlio ne inseguiva il nipote. Piccoli alterchi. Accanto c’è la famosa rosticceria “Pizza rustica”. Famosa perché nessuno ha mai visto entrarci un cliente. L’anziana proprietaria campa di Spirito Santo, lo sostengo da sempre, ed il tempo mi darà ragione.
Nella via sotto casa mia c’è la barbona etiope che passa sempre sbronza, parla da sola e grida come una disperata, e quando le scappa, si cala le brache e piscia, ovunque si trovi. Una volta fece uno scroscio davanti all’entrata del fornaio ladro, che ha il coraggio di far pagare 1.92 euro una fettina di pizza rustica. Quel giorno le ho voluto bene.
Nella via sotto casa mia c’è il rumeno del negozio di articoli casalinghi che cerca di convincerti che il portafrutta a tre scaffali giallo è più bello di quello verde acqua. Lui ne è convinto. Sono mesi che mi interrogo su quale base fondi questa raffinata tesi di carattere estetico. Non voglio credere si tratti solo dei 2 euro di differenza: è un’osservazione troppo misteriosamente profonda, la sua.
Nella via sotto casa mia c’è il gestore della Conad, il Riccetto, che sfotte i neri imitando il verso della scimmia, “uhuh”. Suo figlio una volta ha disarcionato un tizio dal motorino per regolare dei conti in sospeso. Quello in tutta risposta gli è saltato sul cofano della macchina nuova per aggoffarglielo. Lui lo ha preso a cascate. Ed è commovente notare come il termine per identificare delle botte sulla schiena date col casco abbiano lo stesso suono del nome di una delle più poetiche meraviglie della natura.
Nella via sotto casa mia ogni tanto passa “Quella che abita sopra la Conad”, e tutti i mercatari si girano a guardarle il culo anche quando indossa il cappotto lungo, lavorando di fantasia per immaginare non solo il suo culo, ma il culo di tutte le donne, il culo in generale, l’idea stessa di culo. Il culo che magari non hanno mai visto, se non a pagamento, ma non è la stessa cosa.
Nella via sotto casa mia c’è il giornalaio con l’aria di chi la sa lunga tipica di tutti gli edicolanti. Ti guarda sempre dall’alto in basso e ti tratta con saggezza e strafottenza, perché tu puoi essere chi vuoi, ma lì il giornalaio è lui.
Nella via sotto casa mia spesso spuntano fuori dalle fogne ratti senza permesso di soggiorno. I figli dei peruviani del ristorante giocano a pallone contro i secchioni dell’immondizia e nemmeno ci fanno caso. Nemmeno gli indiani della lavanderia a gettoni e dell’internet point, tra uno scatarro ed un saluto cordiale.
Nella via sotto casa mia il principale del ristorante abissino è sempre elegantissimo, giacca e cravatta a tutte le ore del giorno. Ma beve e picchia la figlia.
Nella via sotto casa mia quando incontri davanti al portone di casa la signora a cui hanno accoltellato il figlio anni fa proprio in quella strada, devi prepararti a 10 minuti almeno di chiacchiere senza senso.
Nella via sotto casa mia c’è il tabaccaio che è un vero lord. Sul serio, eh. Un gentiluomo d’altri tempi. Baffi curati, golfino di marca, sorriso d’ordinanza, perché con la clientela ci vuole stile, e poi le buone maniere prima di tutto. Ma si vede da lontano che gli rode il culo. Inutile lavarsi i denti se la puzza viene dalle budella.
Nella via sotto casa mia c’è un locale di spogliarello e di fronte un cinema porno. La gente non si affretta ad entrare senza dare nell’occhio, non esce col giornale davanti. Gli avventori hanno anzi un’espressione di goliardica rassegnazione. Orgogliosi del proprio disincanto, quasi. Sentimento virile, si sa. Insoddisfatti ma divertiti, e viceversa.
Nella via sotto casa mia può non succedere nulla per giorni e giorni. E poi magari succede qualcosa.
Nella via sotto casa mia c’è la barista che serve al bancone con un’amorevolezza che fa venir voglia di fare il barista. O comunque di prendere il cappuccino lì. E’ una donna sulla cinquantina, viene da Chissadove nel Nord-Africa (si intuisce da colore della pelle e lineamenti), gestisce il bar praticamente da sola, fa un latte macchiato strepitoso. Nell’altro bar invece c’è una cameriera ventenne tettona e sarà per questo che gli sbevazzoni del quartiere preferiscono intrattenersi lì. Carina è, ma niente di che, però ha un che di rozzo candore che può esercitare una certa attrattiva su uomini senza pretese. Seno enorme, viso fanciullesco, un po’ ingenuo, un po’ materno: il massimo per chi dice femmina invece che donna, insomma. C’è anche un terzo bar da cui i tamarri ci provano con le turiste straniere affacciate dalle finestre degli hotel Noto e Floridia. E’ emozionante vederli arrampicarsi con sforzi ai limiti dell’umano in un inglese rudimentale da emigrante al primo giorno di lavoro: “I…you…go out?”.
Nella via sotto casa mia c’è un parrucchiere che fa anche manicure e pedicure. A chi non si sa. Però volendo le fa. C’è pure uno che ripara gli orologi, ma se gli porti un orologio guasto, dopo uno sguardo frettoloso e distratto sull’oggetto, scuote la testa e dice: “Impossibile, impossibile. Francamente impossibile”. Un orologiaio pessimista come neanche Giacomo Leopardi dopo una giornataccia e sconsolato come Tony Manero il mercoledì pomeriggio.
Nella via sotto casa mia si muove gente con lo sguardo irrimediabilmente triste eppure indomito, perché a volte è sufficiente sopravvivere per sentirsi fieri di se stessi. Gente sfortunata al gioco e sfigata in amore, bastonata dalla vita che però tiene duro e vive. Gente che ha l’anima che puzza come la merda, oppure bravissime persone. Persone che si chiederebbero se per caso sono state vittima di un sabotaggio esistenziale, se solo sapessero cosa significhi “sabotaggio”. E non sempre si trovano a loro agio con lemmi quali “esistenziale”, o persino “vittima”. Gente che sa che la vita è sopravvalutata e che i soldi non faranno la fotosintesi clorofilliana, però ammappa se fanno comodo.
Nella via sotto casa mia è bello vedere la mia immondizia spuntare da un cassonetto pubblico: mi fa sentire parte di un tutto.
Nella via sotto casa mia brulica la vita di un universo raccolto, solo che nessuno si sofferma mai ad osservare.

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