Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for dicembre 2006

“Disordine disciplinato” 13 – La carne del tempo

Posted by sdrammaturgo su 31 dicembre 2006

Otto terzine di endecasillabi in schema di rima imperfetta baciata (AAB BCC) fondata su consonanze, in cui il primo verso della seconda e della terza coppia riprende il primo della terzina precedente e vi si lega in un intreccio formale e concettuale, tranne nell’ultima coppia, stilisticamente disgiunta dal resto (rima baciata propriamente detta nei primi e negli ultimi versi e quasi-rima nei versi centrali, penultima terzina non conclusa dal punto) per evidenziarne lo stacco conclusivo e la quasi autosufficienza enfatica.
Il Tempo d’altronde è rigoroso ma disordinato, martellante ma labile, sempre sul crinale del precipizio, saldo ed incerto.
La Donna come incarnazione di Spazio, Tempo, Mondo, Storia: il macrocosmo cristallizzato in un microcosmo.
L’immensità come figura umana, come “eterno femminino”, anima e corpo.
Il Tutto contenuto in un Tutto, come in uno scrigno magico da cui scaturiscono visioni d’infinito. Occhi come specchi dell’universo.
La Totalità prende forma e si fa carne viva.

*

In te si incarnarono le ere,
le calde melodie che soffia il mare,
le sabbie, le sorgenti, le canzoni.

Trasuda la tua pelle suoni arcani,
arcana terra fertile di luce,
di luce primigenia, redentrice.

Il tempo confluisce alle tue mani:
ne plasmi la fragranza di lontano,
la sua carne di burro e di granito.

Porti il Marchio suggello del passato,
hai impresso il sigillo delle ore.
In te si incarnarono le ere.

Disegni contorni vivi, remoti,
la forma degli attimi smarriti,
le fughe inattese dei ritorni.

Fintanto che l’eterno muove il giorno
la sera scava il solco lungo gli anni,
la neve si rammemora perenne.

Ti scivola il sipario tra le dita
e languido il pulsare della vita
riverbera ai tuoi occhi e non trattieni

la linfa degli istanti nelle vene,
la traccia degli indugi sul tuo viso
che sgorga come sangue, come riso.

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“Diario simulato” 4 – Memorie dai bassifondi

Posted by sdrammaturgo su 25 dicembre 2006

La mia era una vita di strada: lavoravo come operaio nell’Anas. Però ero allergico al cemento, cosa che non parve intenerire la cosca mafiosa che mi si mise alle calcagna per via di un torto che avevo fatto al boss, Grande Puffo (imparai una sonora lezione: mai asfaltare i campi di funghi). Siccome diventare un pilastro della società non era la mia vera ambizione – specie perché avrei dovuto sorreggere un cavalcavia ed ero stufo di autostrade e sopraelevate – ed in più cominciavo a sentire troppo solletico ai talloni, decisi di affiliarmi ad una banda antagonista. Iniziò allora la mia scalata al crimine. Riuscii perfino ad arrivare in alto piuttosto in fretta, ma una volta lì mi dissero che quella era la montagna sbagliata e che il Monte Crimine si trovava a quindici chilometri. Quello era Colle Tenerone. Eppure avendo visto Trudy picchiato da Winnie Pooh con un cesto da pic-nic rubato all’Orso Yoghi non avevo avuto dubbi. Vatti a fidare delle soffiate di Bubu. La cosa che mi pesò di più fu quella di aver sopportato a vuoto la puzza di Reinhold Messner, uno che dorme coi cani da slitta. Ero arrivato ad un punto di saturazione tale da desiderare di vederlo prevalere nella rivalità con Ambrogio Fogar. Alle Paraolimpiadi. Comunque: chi l’avrebbe mai detto che nella Malavita il free climbing fosse tanto diffuso?
Eravamo una ghenga temuta, soprattutto perché non avevamo paura di essere troppo pedanti ed esagerati con le traduzioni.
Il capo era Sonny lo Sfregiato. Era un vero duro: vide il fratello di Mickey lo Scampato massacrato a padellate e non fece una piega. Ed era lui il fratello di Mickey lo Scampato.
Quello che ricordo con maggior affetto è Phil il Maldestro. Ogni volta che tornava sui suoi passi si pestava i piedi. Passò un periodo di grande incertezza, un travaglio interiore di dubbi ed insicurezze personali. Dovettero amputargli i piedi.
C’era Billie il Logorroico, che credevamo essere la persona più insopportabile da avere accanto, fin quando non conoscemmo Frankie il Diarroico. Arrivai a rimpiangere Reinhold Messner. Come al solito avremmo dovuto dare subito retta a Jim il Sordo: era stato il primo a non avere dubbi su chi fosse il più irritante dei due. Eh, ne ha viste tante, Jim. Senza sentirne nessuna. Chi se la prendeva nel culo in ogni caso era Tom il Cieco, sessuomane gay. Johnny lo Snasato invece parve indifferente all’arrivo di Frankie.
Fu durante una serata in cui si contrattavano appalti edilizi al tavolo che finii per la prima volta in galera. Dovetti aspettare tre turni senza che mi riuscisse di fare dodici e senza pescare una buona carta opportunità. Ci fu il tempo quindi di venire sodomizzato dal fiaschetto. Tony il Fiaschetto, che scoprii non essere stato appellato così in riferimento alla pedina né alla forma della sua corporatura. Anni dopo tornai in carcere. Divisi la cella con Nicky la Sequoia. Non sono mai stato molto fortunato.
Quando uscii iniziai ad organizzare combattimenti clandestini tra pupazzi animati. La lotta tra Calimero e Topo Gigio rimase nella storia. Calimero (detto anche il Joe Frazier del Carosello) era dato a 4 , Topo Gigio a dodici. Vinse Topo Gigio col suo tipico gioco sporco (picchiava sotto la cintura e negava sempre: “Sei scorretto!” “Ma cosa mi dici mai?!”), gonfiando la faccia di quel poveretto (che dopo quella sonora sconfitta cadde in preda a manie depressive e si ripeteva in continuazione: “Sono piccolo e nero”) e le tasche del Mago Zurlì, un perverso che si era fatto un nome col gioco delle tre carte. Il nome però non era consenziente e lo denunciò per stupro. Affrontò il processo con tranquillità: diceva di avere un asso nella manica. Però non gli riuscì quella del taglio della cravatta al giudice. Per salvare il salvabile gli avvocati tentarono di tirare fuori un coniglio dal cilindro, ma cagò sul pezzo di cravatta menomata. Si beccò 15 anni. Finì in gattabuia con Leslie la Mazzaferrata. Neppure il Mago Zurlì è mai stato una persona molto fortunata.
Topo Gigio passò allora sotto la protezione di Mariele Ventre, ma venne battuto da Uan. L’incontro era combinato e Uan avrebbe dovuto cadere alla terza ripresa. Fu un grave errore per lui trasgredire i patti: la sera, rincasando, venne pestato a sangue dal Piccolo Coro dell’Antoniano. Il ciuffo non venne mai più ritrovato. Quegli sgherri erano spietati. Anni di abusi renderebbero assetato di sangue anche un vegano, figuriamoci chi è stato costretto a cantare “Le tagliatelle di nonna Pina” col sorriso sulle labbra.
Nell’ambiente ero ormai uno che conta. Però sbagliavo sempre i calcoli, così fallii e poi persi tutti i risparmi a ruba-bandiera. Persi pure la bandiera. I rischi di giocare con Sam il Prendi-alla-lettera.
E d’un tratto niente più donne, niente più sesso facile, niente più spasimanti che ti assediano casa. Insomma, non era cambiato nulla.
In seguito entrai nelle grazie di Jack il Geloso, un energumeno vendicativo che non prese molto bene il tradimento delle sue donne, Grazia la Spiona-coi-rimorsi-di-coscienza e Grazia la Te-la-dà-ma-poi-lo-dice-al-ragazzo. Ebbi sempre il sospetto di non aver calcolato bene i rischi. Ci riflettei durante la mia degenza ospedaliera in una clinica privata. Dei macchinari. Non mi rimisi del tutto in forma.
Il crimine non paga. Eh, la sapeva lunga Al il Commerciante. Lo diceva sempre, ma Vince lo Strozzino dissentiva. In vita mia ho sempre dato ascolto alle persone sbagliate.
Ma una volta decisi di reggermi sulle mie gambe per superare un ostacolo, di fare di testa mia per oltrepassare una barriera. Caddi nel fossato, quella saracinesca non si è mai sfondata e sono tuttora pieno di bernoccoli.

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“I have a dream” 1

Posted by sdrammaturgo su 24 dicembre 2006

Bersaglio talare

Copyright by BabboAnale&GesùPompino

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“Della maraviglia” 2 – La grandezza del comico

Posted by sdrammaturgo su 20 dicembre 2006

Voglio esagerare, ovviamente con perfetta coscienza dell’iperbole ed in piena consapevolezza della portata della boutade (benché ogni volontaria estremizzazione celi una neanche troppo vaga convinzione, dissimulata per pura cautela – e la prudenza in questi casi, si sa, è un misto di dubbio metodico ed insicurezza intellettuale tout court): i comici sono i più grandi tra tutti gli artisti.
Il termine “comico” però viene troppo spesso screditato: mentre infatti l’appellativo “scrittore” evoca subito un’accezione nobile e solo in seguito viene utilizzato per estensione anche agli autori inferiori (per intenderci: dall’alta letteratura ai romanzetti di consumo Sperling&Kupfer), la parola “comico” subisce nell’uso comune un’omologazione di significato verso il basso. Semplificando: non viene riconosciuta la differenza di valore ad esempio tra Woody Allen e Claudio Bisio. O meglio: vengono entrambi collocati nello stesso insieme, in una medesima categoria, o genere artistico, considerato di serie B e semmai, solo all’interno di tale sottogruppo, distinti secondo chi sia più o meno di seconda classe.
Insomma, la comicità sarebbe una forma d’arte minore.
Ma essa non è che il contraltare dell’elevato genere tragico, nonché una versione moderna e costantemente in fieri della commedia tradizionale. Giacché di fronte al dolore del mondo connaturato all’assenza di un senso della vita, si può piangere o sorridere, facendo leva sui sentimenti alti; oppure ridere, andando ad esplorare i registri bassi, livellando le vette, dissacrando gli idoli, andando a scovare gli aspetti apparentemente più insignificanti dell’esistenza che invece rivelano un universo.
Ottenere risultati alti con mezzi bassi denota però un prodotto ancor più alto delle realizzazioni definite alte per antonomasia. E’ come rivoltare un calzino: si tocca il fondo per ribaltarlo e renderlo superficie, cima.
L’arte è uno strumento di conoscenza del reale, che insegna ad osservare la realtà facendo acquisire una nuova percezione delle cose, forte della sua separazione dalla vita. Se infatti è vero che arte e vita sono due pianeti separati, proprio in virtù di questa scissione è possibile imparare a leggere meglio la vita, non già guardando l’arte con gli occhi della vita e la vita con gli occhi dell’arte (ché questo sarebbe un gravissimo errore), bensì scovando nella vita le falle e le storture che l’arte denuncia attraverso il suo status di finzione dipendente dalla vita stessa (l’arte è fine a se stessa e nella sua autoreferenzialità parla al mondo esterno del mondo esterno).
Ed alla comicità spetta proprio il compito di analizzare i territori spregiati dai generi aristocratici o di ridimensionare fino alla distruzione le illusioni di grandezza. Altresì: il comico mostra con razionale disincanto le miserie del tracotante genere umano e ne stigmatizza le velleità e la sicumera.
Ecco perché la comicità è invisa al potere secolare e soprattutto religioso: il riso rappresenta la libertà suprema poiché esso palesa le imperfezioni della creazione, sviscerando in tal modo la nullità delle fedi cieche e vanagloriose.
Il comico ride di dio.
Ne “Il nome della rosa” l’abate del monastero dichiara la propria avversione ai libri che suscitano ilarità perché il riso sarebbe caratteristica propria delle scimmie e renderebbe dunque simili a bestie, offendendo il Signore che pretende serietà. Invece il riso è gesto umano al massimo grado (a tal proposito Dario Fo ha osservato come in un bambino venga individuato il raggiungimento della totale umanità nel momento in cui ride): esso è l’espressione della critica che l’uomo muove a tutto ciò che lo circonda, riconosciuto come un pessimo lavoro. E questo ad una teocrazia o ad una dittatura non può certo piacere.
C’è una gag che costituisce un eccellente esempio del valore conoscitivo di cui è dotata l’arte comica. Autori ed interpreti non sono nemmeno due appartenenti all’Olimpo del genere (nonostante sia quasi delittuoso operare classificazioni in ambito artistico, ne ardisco una a scopo prettamente esplicativo: fascia altissima: Marx, Allen, Troisi; alta: Luttazzi, Guzzanti, Albanese; medio-alta: Cortellesi, Grillo, S.Guzzanti; bassa: i comici di Zelig; bassissima: il Bagaglino; indecente, ignobile, raccapricciante: Boldi, Greggio), bensì situabili in una fascia medio/medio-alta: Claudio Gregori del duo Lillo&Greg e Neri Marcorè.
La scena si svolge in una fotocopisteria. Nel dialogo tra commesso e cliente i due si servono di giochi linguistici che sarebbero più adatti per un’attività commerciale diversa. Grazie quindi ad un leggero lavoro di spostamento e decontestualizzazione, il pezzo lascia emergere tutta la banale convenzionalità dei discorsi e degli atteggiamenti quotidiani, che solitamente sfuggono all’attenzione, ormai metabolizzati nella loro automatica e cieca iterazione, evidenziando come la commedia della ordinaria vita umana sembri un copione che si ripete stancamente redatto da un drammaturgo povero d’inventiva. Gli uomini vengono messi a nudo nella loro condizione di attori-burattini stretti in una morsa implacabile di frasi e pose di circostanza assorbite con ridicola maestria.
Un momento beckettiano di sommo teatro dell’assurdo.

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“Della maraviglia” 1 – La magia del cinema

Posted by sdrammaturgo su 14 dicembre 2006

La magia del cinema si mostra in tutta la sua potenza soprattutto nelle piccole ed apparentemente più semplici scene.
Non sono necessarie solo le sequenza epiche e colossali, come ad esempio il volo degli elicotteri in “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola accompagnato dalla “Cavalcata delle valchirie” di Richard Wagner, per rivelare la concretizzazione del millenario sogno dell’opera d’arte totale – accarezzato da generazioni di giganti della creazione – con la relativa gamma di nuove, inedite percezioni. All’occhio attento la grandezza della globalità artistica cinematografica si palesa nei momenti meno fragorosi: quando a voce bassa si riesce a scuotere più che con un grido, è lì che il sublime si manifesta, giacché è molto più difficile sconvolgere con un sussurro che con uno schianto.
In “5×2” di François Ozon quattro esponenti della media borghesia si ritrovano in un salotto arredato con gusto dopo una cena condita da confessioni piccanti. Sono Marion, suo marito ed il fratello di lui con il giovanissimo compagno.
Parte “Sparring partner” di Paolo Conte e la donna inizia a ballare insieme alla coppia di amici. Gilles resta seduto sul divano.
E’ una danza impacciata, quasi grottesca.
I corpi si cercano, si sfiorano, negando a loro stessi il disperato desiderio di qualcosa, di qualsiasi cosa. Si accontenterebbero anche di emozioni basse, di sensazioni mediocri. Tutto pur di ricevere una briciola di vitalità.
Vittime della modernità, carnefici di loro stessi.
Le note struggenti e disincantate, tipiche della malinconia di chi canta “Io sono sempre triste ma mi piace di sorprendermi felice insieme a te” con lacrimosa ironia rassegnata al tragico, lasciano emergere dunque tutto il dramma di esistenze travolte dalla stasi, sommerse dalla noia.
La telecamera indugia sui volti, su quegli sguardi di chi vorrebbe ancora chiedere molto alla vita ma non sa bene cosa e come, sui quei visi che non riescono più nemmeno a fingere un’allegria di largo consumo.
La goffa coreografia evidenzia la voglia di un equilibrio chimerico, la musica fa trasparire il senso di fine ed attraverso le immagini il regista descrive la catastrofe della banalità col piglio del narratore sconsolato.
Il calore triste del suono ed il gelo della visione per la confessione tiepida e malcelata di chi ha fallito, di chi bramava sussulti ma si è condannato al tedio dei mediocri.
Le facce, i movimenti, la canzone, la scenografia, plasmano un’atmosfera d’ovatta impregnata di veleno e tagliente come tramontana che filtra da finestre appena dischiuse, scivolando sulla pelle, lungo la schiena.
Un abbraccio che ipnotizza e poi stritola.
Ozon dimostra che è possibile affrescare un’epoca, una società, una classe, senza essere monumentali.

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“Disordine disciplinato” 12 – Life-in-Death (Mors Poetae)

Posted by sdrammaturgo su 7 dicembre 2006

L’artista si trova ad un bivio, novello Eracle senza forza e senza divinità benevole o avverse sopra di lui, solo: Vita o Opera. La scelta che gli si pone non ammette esitazioni: dovrà decidere se abbandonarsi alla fragorosa cascata della Vita oppure se intraprendere il tortuoso cammino dell’Opera.
Entrambe le decisioni comportano una grande rinuncia: la rinuncia alla comprensione della vita o quella alla vita della comprensione.
Questo è il tema centrale di tanta letteratura, da Thomas Mann a Gesuado Bufalino, da Marcel Proust a Sergio Corazzini.
L’artista si risolve ad osservare lo scorrere dell’esistenza per cercare di carpirne il Senso, un Senso che gli sfugge senza sosta, la Totalità, una Totalità che non riuscirà mai ad abbracciare, per via dell’incontrovertibile e inclemente finitezza del proprio essere. Si condanna a tentare di capire e per farlo è costretto ad abbandonare il fremito del Tempo e dello Spazio sulla pelle, l’urto degli istanti contro l’anima esposta come corpo nudo alle intemperie.
La costruzione della memoria si nutre di dimenticanza.
L’artista deve saper inaridire per cogliere con sguardo freddo quello che gli eroi patiscono col cuore caldo.
“Vivere per raccontarla”, secondo la definizione di Gabriel Garcia Marquez, e quindi raccontarla per vivere.
La sua diventa dunque una vita-non-vita, un’esistenza che deve castrarsi per poter rifiorire in una nuova fertilità.
La Vita-nella-Morte di cui parla Samuel Taylor Coleridge nel “La Ballata del Vecchio Marinaio” è proprio questo: l’inerzia perennemente agonica dedita al divenire della conoscenza.
“Essa era l’Incubo Vita-in-Morte,/ che congela il sangue dell’uomo.”
Osservare dall’alto le rapide del fiume e mai bagnarsi nelle acque vorticose.
Ma un’esistenza condotta con lo sguardo immerso nell’abisso, in apnea nelle profondità sulfuree della sapienza, rivolto al magma ribollente del mondo, non può che accumulare una carica di vitalità inespressa al di sopra delle capacità umane. Per questo l’artista sogna il suo ultimo sospiro come un boato, come una gloriosa liberazione di energie “subnaturali”. Un’esalazione titanica, cosicché il significato di Vita-nella-Morte subisca un rovesciamento ed un estensione concettuale: non più una vita mortifera, bensì una morte vitale.

Stilistica

Due versi in ottonario ad emulazione della tradizione epigrammatica greca e latina rivisitata alla luce dell’ermetismo di Giuseppe Ungaretti e della semplicità cantabile, multiforme, densa ed intensa di Sandro Penna.
Allitterazioni in r, l e v, ad evocare suoni e rumori a guisa di gorgoglii dalle viscere della terra.

*

Erutterò la mia vita
come la lava un vulcano.

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