Beati i poveri, perché moriranno prima

“Disordine disciplinato” 12 – Life-in-Death (Mors Poetae)

Posted by sdrammaturgo su 7 dicembre 2006

L’artista si trova ad un bivio, novello Eracle senza forza e senza divinità benevole o avverse sopra di lui, solo: Vita o Opera. La scelta che gli si pone non ammette esitazioni: dovrà decidere se abbandonarsi alla fragorosa cascata della Vita oppure se intraprendere il tortuoso cammino dell’Opera.
Entrambe le decisioni comportano una grande rinuncia: la rinuncia alla comprensione della vita o quella alla vita della comprensione.
Questo è il tema centrale di tanta letteratura, da Thomas Mann a Gesuado Bufalino, da Marcel Proust a Sergio Corazzini.
L’artista si risolve ad osservare lo scorrere dell’esistenza per cercare di carpirne il Senso, un Senso che gli sfugge senza sosta, la Totalità, una Totalità che non riuscirà mai ad abbracciare, per via dell’incontrovertibile e inclemente finitezza del proprio essere. Si condanna a tentare di capire e per farlo è costretto ad abbandonare il fremito del Tempo e dello Spazio sulla pelle, l’urto degli istanti contro l’anima esposta come corpo nudo alle intemperie.
La costruzione della memoria si nutre di dimenticanza.
L’artista deve saper inaridire per cogliere con sguardo freddo quello che gli eroi patiscono col cuore caldo.
“Vivere per raccontarla”, secondo la definizione di Gabriel Garcia Marquez, e quindi raccontarla per vivere.
La sua diventa dunque una vita-non-vita, un’esistenza che deve castrarsi per poter rifiorire in una nuova fertilità.
La Vita-nella-Morte di cui parla Samuel Taylor Coleridge nel “La Ballata del Vecchio Marinaio” è proprio questo: l’inerzia perennemente agonica dedita al divenire della conoscenza.
“Essa era l’Incubo Vita-in-Morte,/ che congela il sangue dell’uomo.”
Osservare dall’alto le rapide del fiume e mai bagnarsi nelle acque vorticose.
Ma un’esistenza condotta con lo sguardo immerso nell’abisso, in apnea nelle profondità sulfuree della sapienza, rivolto al magma ribollente del mondo, non può che accumulare una carica di vitalità inespressa al di sopra delle capacità umane. Per questo l’artista sogna il suo ultimo sospiro come un boato, come una gloriosa liberazione di energie “subnaturali”. Un’esalazione titanica, cosicché il significato di Vita-nella-Morte subisca un rovesciamento ed un estensione concettuale: non più una vita mortifera, bensì una morte vitale.

Stilistica

Due versi in ottonario ad emulazione della tradizione epigrammatica greca e latina rivisitata alla luce dell’ermetismo di Giuseppe Ungaretti e della semplicità cantabile, multiforme, densa ed intensa di Sandro Penna.
Allitterazioni in r, l e v, ad evocare suoni e rumori a guisa di gorgoglii dalle viscere della terra.

*

Erutterò la mia vita
come la lava un vulcano.

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