Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 1 – La magia del cinema

Posted by sdrammaturgo su 14 dicembre 2006

La magia del cinema si mostra in tutta la sua potenza soprattutto nelle piccole ed apparentemente più semplici scene.
Non sono necessarie solo le sequenza epiche e colossali, come ad esempio il volo degli elicotteri in “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola accompagnato dalla “Cavalcata delle valchirie” di Richard Wagner, per rivelare la concretizzazione del millenario sogno dell’opera d’arte totale – accarezzato da generazioni di giganti della creazione – con la relativa gamma di nuove, inedite percezioni. All’occhio attento la grandezza della globalità artistica cinematografica si palesa nei momenti meno fragorosi: quando a voce bassa si riesce a scuotere più che con un grido, è lì che il sublime si manifesta, giacché è molto più difficile sconvolgere con un sussurro che con uno schianto.
In “5×2” di François Ozon quattro esponenti della media borghesia si ritrovano in un salotto arredato con gusto dopo una cena condita da confessioni piccanti. Sono Marion, suo marito ed il fratello di lui con il giovanissimo compagno.
Parte “Sparring partner” di Paolo Conte e la donna inizia a ballare insieme alla coppia di amici. Gilles resta seduto sul divano.
E’ una danza impacciata, quasi grottesca.
I corpi si cercano, si sfiorano, negando a loro stessi il disperato desiderio di qualcosa, di qualsiasi cosa. Si accontenterebbero anche di emozioni basse, di sensazioni mediocri. Tutto pur di ricevere una briciola di vitalità.
Vittime della modernità, carnefici di loro stessi.
Le note struggenti e disincantate, tipiche della malinconia di chi canta “Io sono sempre triste ma mi piace di sorprendermi felice insieme a te” con lacrimosa ironia rassegnata al tragico, lasciano emergere dunque tutto il dramma di esistenze travolte dalla stasi, sommerse dalla noia.
La telecamera indugia sui volti, su quegli sguardi di chi vorrebbe ancora chiedere molto alla vita ma non sa bene cosa e come, sui quei visi che non riescono più nemmeno a fingere un’allegria di largo consumo.
La goffa coreografia evidenzia la voglia di un equilibrio chimerico, la musica fa trasparire il senso di fine ed attraverso le immagini il regista descrive la catastrofe della banalità col piglio del narratore sconsolato.
Il calore triste del suono ed il gelo della visione per la confessione tiepida e malcelata di chi ha fallito, di chi bramava sussulti ma si è condannato al tedio dei mediocri.
Le facce, i movimenti, la canzone, la scenografia, plasmano un’atmosfera d’ovatta impregnata di veleno e tagliente come tramontana che filtra da finestre appena dischiuse, scivolando sulla pelle, lungo la schiena.
Un abbraccio che ipnotizza e poi stritola.
Ozon dimostra che è possibile affrescare un’epoca, una società, una classe, senza essere monumentali.

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