Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 2 – La grandezza del comico

Posted by sdrammaturgo su 20 dicembre 2006

Voglio esagerare, ovviamente con perfetta coscienza dell’iperbole ed in piena consapevolezza della portata della boutade (benché ogni volontaria estremizzazione celi una neanche troppo vaga convinzione, dissimulata per pura cautela – e la prudenza in questi casi, si sa, è un misto di dubbio metodico ed insicurezza intellettuale tout court): i comici sono i più grandi tra tutti gli artisti.
Il termine “comico” però viene troppo spesso screditato: mentre infatti l’appellativo “scrittore” evoca subito un’accezione nobile e solo in seguito viene utilizzato per estensione anche agli autori inferiori (per intenderci: dall’alta letteratura ai romanzetti di consumo Sperling&Kupfer), la parola “comico” subisce nell’uso comune un’omologazione di significato verso il basso. Semplificando: non viene riconosciuta la differenza di valore ad esempio tra Woody Allen e Claudio Bisio. O meglio: vengono entrambi collocati nello stesso insieme, in una medesima categoria, o genere artistico, considerato di serie B e semmai, solo all’interno di tale sottogruppo, distinti secondo chi sia più o meno di seconda classe.
Insomma, la comicità sarebbe una forma d’arte minore.
Ma essa non è che il contraltare dell’elevato genere tragico, nonché una versione moderna e costantemente in fieri della commedia tradizionale. Giacché di fronte al dolore del mondo connaturato all’assenza di un senso della vita, si può piangere o sorridere, facendo leva sui sentimenti alti; oppure ridere, andando ad esplorare i registri bassi, livellando le vette, dissacrando gli idoli, andando a scovare gli aspetti apparentemente più insignificanti dell’esistenza che invece rivelano un universo.
Ottenere risultati alti con mezzi bassi denota però un prodotto ancor più alto delle realizzazioni definite alte per antonomasia. E’ come rivoltare un calzino: si tocca il fondo per ribaltarlo e renderlo superficie, cima.
L’arte è uno strumento di conoscenza del reale, che insegna ad osservare la realtà facendo acquisire una nuova percezione delle cose, forte della sua separazione dalla vita. Se infatti è vero che arte e vita sono due pianeti separati, proprio in virtù di questa scissione è possibile imparare a leggere meglio la vita, non già guardando l’arte con gli occhi della vita e la vita con gli occhi dell’arte (ché questo sarebbe un gravissimo errore), bensì scovando nella vita le falle e le storture che l’arte denuncia attraverso il suo status di finzione dipendente dalla vita stessa (l’arte è fine a se stessa e nella sua autoreferenzialità parla al mondo esterno del mondo esterno).
Ed alla comicità spetta proprio il compito di analizzare i territori spregiati dai generi aristocratici o di ridimensionare fino alla distruzione le illusioni di grandezza. Altresì: il comico mostra con razionale disincanto le miserie del tracotante genere umano e ne stigmatizza le velleità e la sicumera.
Ecco perché la comicità è invisa al potere secolare e soprattutto religioso: il riso rappresenta la libertà suprema poiché esso palesa le imperfezioni della creazione, sviscerando in tal modo la nullità delle fedi cieche e vanagloriose.
Il comico ride di dio.
Ne “Il nome della rosa” l’abate del monastero dichiara la propria avversione ai libri che suscitano ilarità perché il riso sarebbe caratteristica propria delle scimmie e renderebbe dunque simili a bestie, offendendo il Signore che pretende serietà. Invece il riso è gesto umano al massimo grado (a tal proposito Dario Fo ha osservato come in un bambino venga individuato il raggiungimento della totale umanità nel momento in cui ride): esso è l’espressione della critica che l’uomo muove a tutto ciò che lo circonda, riconosciuto come un pessimo lavoro. E questo ad una teocrazia o ad una dittatura non può certo piacere.
C’è una gag che costituisce un eccellente esempio del valore conoscitivo di cui è dotata l’arte comica. Autori ed interpreti non sono nemmeno due appartenenti all’Olimpo del genere (nonostante sia quasi delittuoso operare classificazioni in ambito artistico, ne ardisco una a scopo prettamente esplicativo: fascia altissima: Marx, Allen, Troisi; alta: Luttazzi, Guzzanti, Albanese; medio-alta: Cortellesi, Grillo, S.Guzzanti; bassa: i comici di Zelig; bassissima: il Bagaglino; indecente, ignobile, raccapricciante: Boldi, Greggio), bensì situabili in una fascia medio/medio-alta: Claudio Gregori del duo Lillo&Greg e Neri Marcorè.
La scena si svolge in una fotocopisteria. Nel dialogo tra commesso e cliente i due si servono di giochi linguistici che sarebbero più adatti per un’attività commerciale diversa. Grazie quindi ad un leggero lavoro di spostamento e decontestualizzazione, il pezzo lascia emergere tutta la banale convenzionalità dei discorsi e degli atteggiamenti quotidiani, che solitamente sfuggono all’attenzione, ormai metabolizzati nella loro automatica e cieca iterazione, evidenziando come la commedia della ordinaria vita umana sembri un copione che si ripete stancamente redatto da un drammaturgo povero d’inventiva. Gli uomini vengono messi a nudo nella loro condizione di attori-burattini stretti in una morsa implacabile di frasi e pose di circostanza assorbite con ridicola maestria.
Un momento beckettiano di sommo teatro dell’assurdo.

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