Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for gennaio 2007

Dal Barbiere

Posted by sdrammaturgo su 29 gennaio 2007

Purtroppo una donna non potrà mai godere di quel tragicomico mondo romanzesco e cinematografico qual è la bottega del barbiere. Ed è un vero peccato, giacché poche cose riescono ad essere così divertenti e dotate di una sorta di popolaresca artisticità non ortodossa.
Il parrucchiere per signora è tutta un’altra cosa. Si spettegola sì, ma manca quel velo di rudezza e malinconia che rende quasi magico il basso universo dei barbieri. Per non parlare poi dei negozi di “acconciatori”, ovvero quei parrucchieri per uomo in cui si recano giovani alla moda per avere il taglio all’ultimo grido. Lì non c’è più nemmeno l’ombra di quella che è l’essenza vera della bottega del barbiere di una volta, quella vecchio stile che resiste ai tempi.
Il barbiere storico fa solo quei quattro o cinque tipi di taglio, anche se magari saprebbe farne altri di vario genere. Il fatto è che non gli interessa. Frequenta corsi di aggiornamento, ma poi ignora tutto. Non vi bada. Egli sa bene che non si va dal barbiere per un’acconciatura particolare. Quelle sono cose da donnetta o da “fregnone”, mentre il barbiere è una roba da uomini. Vai da lui al fine di farti tagliare i capelli per comodità e per un minimo di cura, dimostrando in tal modo la tua appartenenza ad una classe di individui che conoscono la vita e la affrontano accettando il destino con virilità, senza inutili superficiali vezzosità.
Varcando la porta del barbiere fai il tuo ingresso in uno spazio altro, in un’altra dimensione, sospesa nel tempo: entri in una specie di congregazione millenaria mascolina.
Lì non ci è arrivato il femminismo, non ci sono arrivate le rivoluzioni, il ’68, il ’77. Il progresso è una chimera, così come la tradizione ed il tradizionalismo. Lì nulla si muove e tutto sta. Il mondo è di fuori. Vi si guarda da qualche finestra – il quotidiano provinciale, il Corriere dello Sport, le becere riviste maschili – e vi si fa volentieri a meno. Poco importa quel che accade. La politica, lo sport, l’attualità, sono solo il pretesto per conversazioni senza pretese. Quello che conta davvero è l’aria di rassegnazione un po’ superba, un poco umile, dipinta sui volti e risonante nelle voci degli avventori.
C’è molto più del mero qualunquismo: è il disincanto che porta a parlare con sufficienza, talvolta ai limiti della stucchevolezza. La semplicità spesso rasenta il semplicistico, è vero, ma fa tutto parte della costruzione affascinante di quel palcoscenico volgare.

Dal barbiere ci si spoglia di ogni convenzione di buona creanza. Ci si attiene solo ad un codice arcaico che si adatta alle generazioni. Guai ad esempio a mostrarsi inesperti o disinteressati ai motori: si viene subito guardati come alieni e si acquista fama di tipi strani, stravaganti, incomprensibili. “Hai visto che bella la nuova Opel Astra?” “Uh, no, non ci capisco granché di questa cose” “Ma-ma-ma…o_O…Come?! La nuova Astra! Quella uscita da poco, duemila di cilindrata. Mah…”. Neanche si viene tacciati di omosessualità (colpa in fondo nemmeno troppo grave: al massimo ci si becca due battutine, cattive, certo, ma discriminazione vera e propria si fa altrove, a ben più alti livelli), bensì bollati come individui totalmente diversi, anormali, avvolti da un insondabile mistero. Mentre dal barbiere tutto è trasparente. Solo i termini “ragazza” e “donna” non vengono mai pronunciati. Quelli non posso venir nominati, come il nome di Jahvè per la religione ebraica. Sarebbe come un’ardita esposizione della propria sensibilità, cosa che va bene per il cinema, ma lì bisogna essere duri e smaliziati. Un pizzico di poesia significherebbe la rottura dell’atmosfera prosaica. Ecco che allora si utilizzano sinonimi come il vago “una” (“Trombavo con una”), il sempreverde “fica”, fino al pirotecnico “maschiotta”.
Il puttaniere dal barbiere è persona assai stimata e dunque non ci sono remore a fare sfoggio di conquiste a pagamento. Ricordo una volta un volto noto che arrivò, si arrestò sull’entrata e salutò gli astanti con un immediato: “Viterbo, pornostar, cinquecento euro: ha’ da senti’ come spigneva nel culo. Ciao a tutti”. Ed è solo uno della fucina di aneddoti costituita dal negozio del mio barbiere di fiducia, Stefano detto il Tonno, così soprannominato perché da piccolo era grassottello, quindi rotondo, tondo, ergo in dialetto “tonno”.
Il Tonno è una sorpresa continua: un misto di rozzezza ed intelligenza popolana che rivela spesso un insospettabile cuore d’oro. Sempre viva in me resterà l’emozionante memoria di quando, del tutto inconsapevolmente, ricostruì in maniera assolutamente autonoma e personale la nascita della proprietà privata secondo quella che era anche la teoria di Jean-Jacques Rousseau, della quale ovviamente era all’oscuro (credo che non abbia mai sentito parlare di Rousseau neppure per sbaglio). Lo fece a modo suo, naturalmente: “Er nonno der nonno der nonno der nonno de uno ricco ‘n giorno è annato da uno che stava su ‘n campo, j’ha menato e ha detto ‘Mo que’ è tutto mio’”. Stupefacente. Oppure quando contro l’imperante xenofobia giustificò le migrazioni dei popoli sentenziando: “Ahò, er monno è de tutti”.

Eh, tante cose si imparano dal barbiere sulla commedia della fauna umana. Si incontrano esemplari che mai più capiterà di incrociare, giacché solo dal barbiere escono allo scoperto, o al massimo al bar della frazione del paese. La loro vita è fatta di lavoro, briscola e tresette.
Da piccolo andavo da Oreste, insigne rappresentante del barbiere all’antica. La sua bottega era un vero luogo di ritrovo, come si usava in passato. Lì non si parlava di donne, non si parlava di motori, non si parlava di calcio: lì si parlava solo di funghi. Già: tutti lì erano appassionati “fungaroli” e si misuravano e confrontavano quotidianamente sulle loro conoscenze, millantando racconti di raccolti gargantueschi e pantagruelici (“Mi ci volle il camion per portarli a casa tutti!”) o di imprese epiche per le macchie e le boscaglie del circondario. Ma guai a dare notizie palesemente improbabili: uno che affermò di aver trovato una specie di funghi dove era impossibile che crescessero acquistò l’imperitura trista fama di cretino.
C’era Neno Panza, rubicondo baffuto perdigiorno del quale non udii mai la voce. Trascorreva tutte la giornate, da mane a sera, da Oreste, con quell’espressione corrucciata ed apatica, sempre in silenzio, ora seduto, ora fermo sull’uscio a guardare le macchine passare con un orecchio alle disquisizioni su porcini e prataioli, in fondo disinteressato sia alle une che alle altre. Un giorno chiesi al barbiere Oreste, con quella curiosità innocente ed ingenua dei bambini: “Ma Neno è sposato?” “E chi lo pija?” fu la solenne, saggia e tagliente risposta che ottenni. Poiché dal barbiere il dono della sintesi è quantomai apprezzato. Il sapiente si riconosce dalla brevità, pregnanza ed immediatezza della sua battuta. Tempo fa sono passato dopo anni davanti alla bottega di Oreste: Neno Panza era ancora lì.
Oppure c’era Walter che si portava sempre Raul (si, lo aveva chiamato proprio così), il figlio minore (quindi non il cane), più piccolo di me, convinto che quello fosse un luogo educativo per un ragazzino (ed invero, a suo modo, lo era). Padre poco accorto, Walter. “Walter, che classe fa la tu’ fija?” gli domandarono una volta. “Boh, mica lo so”. Erano sicuramente atipici gli insegnamenti che Walter dava al figlio. “Guarda chi c’è! Peppe! Raul, c’è Peppe, senti che ti faccio sentire, eh. Peppe, fa’ ‘n po’ senti’ al mi’ fijo ‘r verso de la somara che gode” “Ma certo: iiih aaah iiih aaah”. E giù grasse risate. “Hahaha, Raul, hai sentito che bello?”. O anche, sfogliando uno dei giornaletti porno di serie B tipici dei barbieri: “Raul, l’hai mai vista ‘na donna co’ l’uccello? Toh, guarda. Ha’ visto che pisello? Hahahah” E via a mostrare foto di avvenenti transessuali.

Sfido io a trovare nella frettolosa post-modernità un angolo di teatro del vivere così perfettamente conservato come la bottega del barbiere, dove nessuno ha fretta e l’attesa anzi è accolta come una benedizione, perché dà modo di ammazzare un po’ di tempo prima che lui ammazzi noi.
Dal barbiere non si conversa: si chiacchiera.
Si sta come dietro ad un sipario di tessuto poco pregiato, di lana grezza, e si gioca al gioco delle parti, dove ognuno ha il proprio ruolo e tutti si somigliano.
Uno spettacolo di iperrealismo rustico e triviale da far invidia ai menestrelli.

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L’immutabilità – Pièce teatrale d’avanguardia esistenzialista concettuale

Posted by sdrammaturgo su 24 gennaio 2007

ATTO I

Buio. Dalla tenebra fitta emergono i volti e le mani di un uomo ed una donna.

UOMO   Me la dai?
DONNA  No.

ATTO II

L’indomani. Buio. Di nuovo volti e mani dell’uomo e della donna in piena luce.

UOMO   E oggi?
DONNA  Come ieri.

Buio.

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Scoperte

Posted by sdrammaturgo su 18 gennaio 2007

Ho scoperto che il relativismo è una gran cosa: mi permette di essere bello.

Ho scoperto che Jessica Alba me la darebbe, ma lei ancora non lo ha scoperto.

Ho scoperto che le dimensioni non contano se scegli la strada dell’onanismo.

Ho scoperto che se ti masturbi è come se facessi sesso con tre ragazze.

Ho scoperto che i proverbi sono una cazzata ciclopica.

Ho scoperto che da vecchio sarò come Howard Hughes.

Ho scoperto che con un affascinante multimiliardario, regista e sceneggiatore di successo, ingegnere, pilota, pioniere dell’aviazione, playboy, io ho in comune la mania per ordine, igiene e pulizia e l’esasperata schifiltosità.

Ho scoperto che se fossi nato nel Medioevo puzzerei molto di più.

Ho scoperto che chi legge questa frase è scemo.

Ho scoperto che i grandi classici non muoiono mai.

Ho scoperto che il mio istruttore di palestra è un filosofo in incognito. L’altro giorno con aria seria e profonda ha sentenziato: “Io non ho paura di morire. Io ho paura di non trombare”. Una massima degna del miglior Seneca. Seneca Bigazzi, il cuoco dell’osteria “Da Gualtiero il Personaggio Scomodo”.

Ho scoperto che se A è uguale a B, B rosicherà perché credeva di essere l’unica ad indossare quel vestito alla festa.

Ho scoperto che dato un numero x di ascoltatori, al 92% non fregherà un cazzo di ciò che dico; il 7.5% sarà al telefono; lo 0.5% non udente.

Ho scoperto che Caravaggio, Samuel Beckett ed Ingmar Bergman condividono la tematica del silenzio di dio affrontata in maniera molto più similare di quanto sembri.

Ho scoperto che potrei diventare un sanguinario con chi mi freghi questa brillante ed originale intuizione che devo mettere nella tesi.

Ho scoperto che la Storia si ripete: ieri Napoleone perdeva a Waterloo, oggi Samuela rifiuta l’esterna con Marcello.

Ho scoperto che l’Italia ha un culo da favola e gli U.S.A. un appetito sessuale insaziabile.

Ho scoperto che se hai letto tutto questo post resterai molto deluso dalla tua giornata.

P.S. Ho scoperto che esistono ancora politici seri e pregni di passione che lasciano intravedere un barlume di speranza ad un Paese marcio nel midollo.

“[…] Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello! […]”
(Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio, Canto VI, vv.76-78)

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“Pedanteria politicizzata” 3 – La cravatta

Posted by sdrammaturgo su 15 gennaio 2007

Un indumento è apprezzabile se è utile o se è bello. Ed invero ogni capo di abbigliamento riesce ad essere entrambe le cose. Ad esempio anche un cappello indossato per pura vezzosità ripara comunque la testa dal freddo, dal caldo o dai raggi del sole. Persino il suo utilizzo apparentemente gratuito offre dunque qualche vantaggio pratico.
C’è poi il caso dei calzerotti da notte, quelli di lana cuciti in gran quantità da nonne premurose per nipoti mai troppo entusiasti del regalo: non è ancora stata testimoniata l’esistenza di esemplari esteticamente validi, ma quantomeno riscaldano i piedi nelle nottate invernali particolarmente rigide.
Insomma, ogni capo di vestiario trova la sua ragion d’essere secondo aspetto ed utilità.
Ma ce n’è uno che fa eccezione. Ebbene sì. Esiste un indumento che esula dai suddetti parametri, perdendo in tal modo la ragion d’essere della sua stessa esistenza; un elemento presente in ogni guardaroba che eppure, non essendo né bello né utile, non gode di causa necessaria e tantomeno sufficiente di starci. Sì, sto parlando della cravatta, vero e proprio metro di giudizio della stupidità umana.
Da sempre stuoli di studiosi e scienziati di ogni genere si interrogano su un quesito ancestrale, secondo solo a quello dell’esistenza di dio: a che cazzo serve la cravatta – oltre che a legare il partner alla spalliera del letto (mansione che peraltro potrebbe essere svolta altrettanto bene da sciarpe o foulard, i quali almeno hanno anche il merito di coprire il collo evitando mal di gola)?
Qualcuno starà esclamando: “Beh, ma la cravatta è bella!” (qualcun altro invece starà pensando: “Ah, quanto mi farei una bella strappona”). Il fatto è uno: la cravatta non è bella. Non è altro infatti che un pennazzo attaccato al collo senza scopo alcuno.
La cravatta ha tutti i contro di un indumento puramente lezioso e nessun pro. Costringe ad abbottonare la camicia fino al pomo d’Adamo, col sacrificio di comodità e corretta respirazione. Come fa notare l’illustre eto-antropologo Fulvio Tricheco, essa è l’oggetto più somigliante al cappio. E non è un caso: accanto alla sua palese bruttezza ed inutilità, la cravatta aggrava la sua posizione divenendo il simbolo della società formalista borghese, in cui l’imperativo dell’immagine e dello “abbigliamento adeguato” soppianta il buonsenso nel vestire.
Essa è il simbolo per eccellenza: totalmente al di fuori di piacevolezza e funzionalità, rappresenta il guinzaglio messo all’individuo dal sistema padronale capitalista. I condannati ai lavori forzati una volta avevano una catena con una palla di ferro al piede. Oggi hanno la cravatta al collo.
La mattina il lavoratore della classe media od alta si alza e con ebete fierezza si cinge con il collare che lo qualifica come schiavo di un altro e di se stesso. Giacché egli deve ad andare a lavorare. Altrimenti, sono guai per il proprio sostentamento, la propria sopravvivenza. Non si lavora per scelta, per se stessi o per la comunità: ci si dà da fare per un altro che godrà del frutto dell’impegno altrui. Egli sfoggia la cravatta con orgoglio, giacché quell’oggetto inutile e brutto lo identifica come individuo di serie A. I servi non sanno più di essere tali. Mette la cravatta e se ne va con sguardo scioccamente tronfio, quando ragione vorrebbe che abbassasse piuttosto il capo: difficile trovare gioiosa un’esistenza all’insegna di codici estetico-comportamentali imposti senza alcuna logica. La cravatta è l’elemento di spicco di una divisa: quella da sottomesso ad un regime occulto, ovvero la dittatura del denaro, di cui il processo di automazione dell’essere umano è imprescindibile paggio nonché luogotenente. Un robot è più produttivo. Giacca e cravatta rendono tutti uguali. Gli impiegati che escono dagli uffici sono degli automi.
Nel gesto virile del nodo arduo per antonomasia (tanta fatica per qualcosa di così sgradevole) risiede tutta la metafora del trionfo della società dei consumi: non c’è più bisogno di un controllo dall’alto, giacché ormai l’individuo si castra da solo ed autonomamente realizza il nodo scorsoio a lui destinato e senza essere accompagnato dal boia va verso la forca. Lietamente consegna la propria vita in mano ad uno che la governerà unicamente secondo interesse personale, per conseguire le sue mire di guadagno a spese della collettività.
Il colletto bianco è schiavo del capo e delle buone maniere. Il capo solo del protocollo. Si auto-imprigiona in un totalitarismo dell’esteriorità. Per alcuni la galera è un Luna Park.

Il senno detterebbe di vestirsi leggeri quando fa caldo e pesanti quando fa freddo. L’ottusità dell’etichetta invece prescrive giacca e cravatta anche ad agosto con quaranta gradi, mentre sarebbe ben più saggia una canottiera. Ma l’essere umano accetta passivamente. Perché è giusto così. “E perché?” “Perché sì. Perché se no non sta bene.” Ché un timbro si mette pure in pantaloncini corti, ma con un bel vestito, è tutto un altro timbro. “E poi vuoi mettere che bella figura che fai ad una riunione”. Se dici cose intelligenti in tuta, non sei credibile. In gessato invece le tue cazzate sembrano ammantate di verità. “Ma chi ha deciso che giacca e cravatta è elegante e maglietta è sconveniente? Chi ha stabilito i principii dell’abbigliamento adeguato?” “Eh, qualcuno sarà stato e poi è sempre stato così, quindi è così”. E via a stringersi la carotide con un inutile orpello di dubbio gusto. Si obbedisce ciecamente ad una legge mai scritta e mai giustificata, della quale non sono mai stati dimostrati i vantaggi, i motivi, la necessità. “Beh, il vantaggio è che così ad un colloquio di lavoro fai bella figura. Il motivo è che ci vuole un abbigliamento adeguato. La necessità è che se no non ti prende nessuno in considerazione”. “Sì, ma perché ci vuole questo abbigliamento adeguato? Chi lo ha stabilito?” L’eterna tragedia delle convenzioni irragionevoli.

Ora, non voglio fare quello che io la cravatta mai. Se un giorno la fame mi spingerà ad accettare un lavoro in cui per qualche oscuro ed arcano motivo la cravatta è d’obbligo, la indosserò, ma almeno sarò consapevole di essere stato costretto a cedere di fronte ad un meccanismo perverso e quando ogni mattina dovrò strangolarmi da solo, lo farò con un misto di vergogna e rabbia, e non con quella del tutto immotivata alterigia di chi è contento ad avere il collare.

Trittico della Carotide

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La massima fantasia erotica BDSM

Posted by sdrammaturgo su 10 gennaio 2007

“Il mio rapporto ideale? Quello che segue la provocazione di un buttafuori particolarmente irritabile”

Cè, ‘n sacco gothic, cè, ‘n sacco dark.

Darkettona Tumefatta Buttafuori

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L’oroscopo del 2007

Posted by sdrammaturgo su 1 gennaio 2007

Simbolo ArieteAriete Non appena avrete ritirato i risultati delle analisi secondo le quali scoppiate di salute, verrete a sapere che avete fatto sei al Superenalotto vincendo una cifra multimilionaria. In quel momento la donna che avete sempre desiderato vi dirà che si è accorta di amarvi follemente. Subito dopo la vostra squadra del cuore finirà vittoriosa la partita decisiva per lo scudetto. Ma nell’esultare scivolerete e vi romperete la spina dorsale restando paralizzati per il resto della vostra vita.
Simbolo ToroToro Siamo al 5 gennaio. Se siete arrivati a leggere questo post, potete già ritenervi fortunati.


Simbolo GemelliGemelliIl 2006 è stato l’anno peggiore della vostra vita. Poi è arrivato il 2007.


Simbolo Cancro Cancro Avete lo stesso nome di un tumore, per cui tutto quello che vi capiterà sarà attenuato dal confronto.


Simbolo Leone LeoneQuando siete nati il personale dell’ospedale era in ferie, quindi non siete stati estratti nel migliore dei modi. Ma questo non mi pare un buon motivo per tenere ancora i piedi nella passera di vostra madre.


Simbolo Vergine VerginePer quanto vi darete da fare, è il segno che vi condanna: andando ad una festa con indosso l’abito che avete scelto per far colpo sull’uomo della vostra vita, scoprirete che la vostra rivale in amore indossa il vostro stesso vestito e che a lei sta decisamente meglio. Quando avrete capito che non bastano certo un abito ed un corpo per quanto bello per conquistare l’uomo perfetto, ma che servono tante altre qualità interiori che voi avete e l’altra no, ed avrete preso la giusta sicurezza per sedurre il vostro principe azzurro, lui sarà già al terzo orgasmo con la tipa.
Se siete uomini, sarete il cameriere che gira con il vassoio delle tartine.


Simbolo Bilancia BilanciaLa vostra ragazza vi accuserà di essere il classico maschio italiano medio mammone. Voi ditelo a vostra madre e ci penserà lei a dare una bella lavata di capo a lei e ai suoi genitori.
Se siete donne, morirete.


Simbolo Scorpione ScorpioneRealizzerete tutti i vostri sogni. Ciò però non accadrà qualora abbiate appena finito di leggere questa frase.


Simbolo Sagittario SagittarioE’ un buon momento per passare del tempo con voi stessi. Sì, non batterete un chiodo.


Simbolo Capricorno CapricornoSarete fieri del vostro pene. Vale anche per le donne, per cui ci andrei piano con i polli da allevamento intensivo, notoriamente ricchi di estrogeni.


Simbolo Acquario AcquarioVi sveglierete una mattina particolarmente buia e fredda e scoprirete che vi è saltato l’impianto elettrico. Così chiamerete un tecnico, ma prenderete la scossa col filo del telefono. Balzando indietro urterete con la testa lo spigolo dell’armadio procurandovi una grave emorragia e cadrete nell’acqua che vi starà allagando casa per via dell’improvvisa esplosione dei tubi. La vicina del piano di sotto, vedendo il proprio soffitto gocciolare, contatterà la vostra famiglia, la quale, nel correre in vostro aiuto, verrà sterminata in un incidente d’auto. Tutte le ambulanze disponibili saranno così impiegate per i vostri cari, ritardando i soccorsi per voi che starete continuando a perdere sangue. Finalmente i pompieri arriveranno, un vigile del fuoco sfonderà la porta ed entrando scivolerà mozzandovi una mano con l’accetta che avrà usato per entrare. Interverranno quindi i barellieri, che però si confonderanno e prenderanno il pompiere. Dovrete così cavarvela da soli, trascinandovi verso l’ospedale con la forza di una sola mano, giacché avrete perso l’uso delle gambe per colpa della craniata che vi avrà leso gran parte del cervello. Durante il tragitto le ambulanze con sopra i vostri famigliari ormai spacciati vi investiranno rompendovi tutte le ossa. Una volta giunti con gran fatica e strenua resistenza al Pronto Soccorso, il vostro lettino verrà dato ad uno col raffreddore e voi sarete gettati ancora vivi nella fossa comune poiché creduti morti, mentre invece vi eravate soltanto appisolati. Il vostro corpo in fin di vita sarà dunque recuperato da dei trafficanti di organi che vi rimetteranno in sesto dopo avervi espiantato varie parti utili al loro commercio. Quando ritornerete a casa vi laverete i denti, ma il tappo del dentifricio cadrà nel buco del lavandino e per questo maledirete il giorno in cui siete nati.


Simbolo Pesci PesciIl Sole entra in Venere senza che lei sia consenziente, dando lo spunto a vari energumeni. Evitate i vicoli bui e non andate in giro da soli la notte.

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