Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 3 – La cravatta

Posted by sdrammaturgo su 15 gennaio 2007

Un indumento è apprezzabile se è utile o se è bello. Ed invero ogni capo di abbigliamento riesce ad essere entrambe le cose. Ad esempio anche un cappello indossato per pura vezzosità ripara comunque la testa dal freddo, dal caldo o dai raggi del sole. Persino il suo utilizzo apparentemente gratuito offre dunque qualche vantaggio pratico.
C’è poi il caso dei calzerotti da notte, quelli di lana cuciti in gran quantità da nonne premurose per nipoti mai troppo entusiasti del regalo: non è ancora stata testimoniata l’esistenza di esemplari esteticamente validi, ma quantomeno riscaldano i piedi nelle nottate invernali particolarmente rigide.
Insomma, ogni capo di vestiario trova la sua ragion d’essere secondo aspetto ed utilità.
Ma ce n’è uno che fa eccezione. Ebbene sì. Esiste un indumento che esula dai suddetti parametri, perdendo in tal modo la ragion d’essere della sua stessa esistenza; un elemento presente in ogni guardaroba che eppure, non essendo né bello né utile, non gode di causa necessaria e tantomeno sufficiente di starci. Sì, sto parlando della cravatta, vero e proprio metro di giudizio della stupidità umana.
Da sempre stuoli di studiosi e scienziati di ogni genere si interrogano su un quesito ancestrale, secondo solo a quello dell’esistenza di dio: a che cazzo serve la cravatta – oltre che a legare il partner alla spalliera del letto (mansione che peraltro potrebbe essere svolta altrettanto bene da sciarpe o foulard, i quali almeno hanno anche il merito di coprire il collo evitando mal di gola)?
Qualcuno starà esclamando: “Beh, ma la cravatta è bella!” (qualcun altro invece starà pensando: “Ah, quanto mi farei una bella strappona”). Il fatto è uno: la cravatta non è bella. Non è altro infatti che un pennazzo attaccato al collo senza scopo alcuno.
La cravatta ha tutti i contro di un indumento puramente lezioso e nessun pro. Costringe ad abbottonare la camicia fino al pomo d’Adamo, col sacrificio di comodità e corretta respirazione. Come fa notare l’illustre eto-antropologo Fulvio Tricheco, essa è l’oggetto più somigliante al cappio. E non è un caso: accanto alla sua palese bruttezza ed inutilità, la cravatta aggrava la sua posizione divenendo il simbolo della società formalista borghese, in cui l’imperativo dell’immagine e dello “abbigliamento adeguato” soppianta il buonsenso nel vestire.
Essa è il simbolo per eccellenza: totalmente al di fuori di piacevolezza e funzionalità, rappresenta il guinzaglio messo all’individuo dal sistema padronale capitalista. I condannati ai lavori forzati una volta avevano una catena con una palla di ferro al piede. Oggi hanno la cravatta al collo.
La mattina il lavoratore della classe media od alta si alza e con ebete fierezza si cinge con il collare che lo qualifica come schiavo di un altro e di se stesso. Giacché egli deve ad andare a lavorare. Altrimenti, sono guai per il proprio sostentamento, la propria sopravvivenza. Non si lavora per scelta, per se stessi o per la comunità: ci si dà da fare per un altro che godrà del frutto dell’impegno altrui. Egli sfoggia la cravatta con orgoglio, giacché quell’oggetto inutile e brutto lo identifica come individuo di serie A. I servi non sanno più di essere tali. Mette la cravatta e se ne va con sguardo scioccamente tronfio, quando ragione vorrebbe che abbassasse piuttosto il capo: difficile trovare gioiosa un’esistenza all’insegna di codici estetico-comportamentali imposti senza alcuna logica. La cravatta è l’elemento di spicco di una divisa: quella da sottomesso ad un regime occulto, ovvero la dittatura del denaro, di cui il processo di automazione dell’essere umano è imprescindibile paggio nonché luogotenente. Un robot è più produttivo. Giacca e cravatta rendono tutti uguali. Gli impiegati che escono dagli uffici sono degli automi.
Nel gesto virile del nodo arduo per antonomasia (tanta fatica per qualcosa di così sgradevole) risiede tutta la metafora del trionfo della società dei consumi: non c’è più bisogno di un controllo dall’alto, giacché ormai l’individuo si castra da solo ed autonomamente realizza il nodo scorsoio a lui destinato e senza essere accompagnato dal boia va verso la forca. Lietamente consegna la propria vita in mano ad uno che la governerà unicamente secondo interesse personale, per conseguire le sue mire di guadagno a spese della collettività.
Il colletto bianco è schiavo del capo e delle buone maniere. Il capo solo del protocollo. Si auto-imprigiona in un totalitarismo dell’esteriorità. Per alcuni la galera è un Luna Park.

Il senno detterebbe di vestirsi leggeri quando fa caldo e pesanti quando fa freddo. L’ottusità dell’etichetta invece prescrive giacca e cravatta anche ad agosto con quaranta gradi, mentre sarebbe ben più saggia una canottiera. Ma l’essere umano accetta passivamente. Perché è giusto così. “E perché?” “Perché sì. Perché se no non sta bene.” Ché un timbro si mette pure in pantaloncini corti, ma con un bel vestito, è tutto un altro timbro. “E poi vuoi mettere che bella figura che fai ad una riunione”. Se dici cose intelligenti in tuta, non sei credibile. In gessato invece le tue cazzate sembrano ammantate di verità. “Ma chi ha deciso che giacca e cravatta è elegante e maglietta è sconveniente? Chi ha stabilito i principii dell’abbigliamento adeguato?” “Eh, qualcuno sarà stato e poi è sempre stato così, quindi è così”. E via a stringersi la carotide con un inutile orpello di dubbio gusto. Si obbedisce ciecamente ad una legge mai scritta e mai giustificata, della quale non sono mai stati dimostrati i vantaggi, i motivi, la necessità. “Beh, il vantaggio è che così ad un colloquio di lavoro fai bella figura. Il motivo è che ci vuole un abbigliamento adeguato. La necessità è che se no non ti prende nessuno in considerazione”. “Sì, ma perché ci vuole questo abbigliamento adeguato? Chi lo ha stabilito?” L’eterna tragedia delle convenzioni irragionevoli.

Ora, non voglio fare quello che io la cravatta mai. Se un giorno la fame mi spingerà ad accettare un lavoro in cui per qualche oscuro ed arcano motivo la cravatta è d’obbligo, la indosserò, ma almeno sarò consapevole di essere stato costretto a cedere di fronte ad un meccanismo perverso e quando ogni mattina dovrò strangolarmi da solo, lo farò con un misto di vergogna e rabbia, e non con quella del tutto immotivata alterigia di chi è contento ad avere il collare.

Trittico della Carotide

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: